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lunedì 10 settembre 2018

Peroni Nastro Azzurro vs Peroni Prime Brew

I numeri dicono che Nastro Azzurro è il marchio di birra “italiana” più conosciuto ed esportato al mondo, anche se da quindici anni il gruppo Peroni è passato di proprietà in mani straniere. Come già vi avevo raccontato,  nel 2003 la multinazionale SAB Miller aveva acquistato la maggioranza aziendale per poi cederla, nell’ottobre del 2016, alla giapponese  Ashai. E’ stato uno degli “effetti collaterali” della clamorosa acquisizione di Sab Miller da parte di Anheuser-Busch InBev: l’antitrust è intervenuta ed ha costretto questo nuovo gigante da 104 miliardi di dollari (il doppio di Heineken, terzo in classifica, giusto per darvi un’idea) a cedere alcuni prezzi pregiati.  Peroni, l’olandese Grolsh e l’ex birrificio artigianale inglese Meantime sono stati acquistati da Asahi per 2,5 miliardi di euro.  Degli 5,6 milioni di ettolitri di birra prodotti all’anno (2017) da Peroni, un terzo è Nastro Azzurro e i 1,7 milioni di ettolitri venduti all’estero (2016) rappresentano da soli i tre quarti dell’intero export di birra italiana nel mondo. 
Nastro Azzurro nacque nel 1963 nello stabilimento Peroni di Roma, con l’idea di creare un’alternativa “mediterranea” e più “leggera” rispetto alle concorrenti tedesche che dal dopoguerra dominavano il mercato italiano. Ricorda il birraio Giorgio Zasio, cinquant’anni passati a lavorare in Peroni: “la prima Nastro Azzurro era molto diversa da quella attuale. Era troppo alcolica, e risultava sempre meno gradita dai consumatori. Ci abbiamo impiegato due anni per fare un restyling e cambiarle il volto. Abbiamo abbassato l’amaro, ma anche ridotto il grado alcolico. Ed è venuta fuori una birra più in linea con i tempi. Un gusto molto diverso da quello della Peroni classica”. 
Risollevatasi dalle macerie della seconda guerra mondiale, l’Italia era nel pieno del boom economico e la Peroni decise di lanciare un prodotto che voleva essere al tempo stesso nostalgico ma orientato al futuro: il Nastro Azzurro era il riconoscimento che veniva dato alla nave passeggeri in grado di attraversare l’oceano Atlantico nel minor tempo possibile, senza scali di rifornimento. Il transatlantico italiano Rex lo ottenne nel 1933 percorrendo le 3181 miglia che separano Gibilterra dal faro di Ambrose, nella baia di New York, in 4 giorni, 13 ore e 58 minuti alla velocità media di 28,92 nodi, strappando il primato al transatlantico tedesco Europa per detenerlo sino al 1935 quando passò al francese Normandie. Il Rex, vanto dell’era fascista, fu bombardato l’8 settembre del 1944 quando si trovava nelle vicinanze di Capodistria e bruciò per quattro giorni prima di affondare: il relitto fu smantellato sul posto tra il 1947 ed il 1958, in quanto troppo costoso cercare di recuperarlo dal fondo del mare. 
Attraverso la storia, Nastro Azzurro voleva promuovere qualcosa di nuovo: richiamare il Rex e gli Stati Uniti non era soltanto ricordare i milioni di italiani emigrati via mare in cerca di fortuna ma era anche evocare il paese più moderno e sviluppato al mondo. La prima Nastro Azzurro fu commercializzata in lattina, un formato non molto popolare tra i bevitori italiani di quel tempo.

La birra.
Vanto (?) della Nastro Azzurro (5.1%) è l’utilizzo di Mais Nostrano, “una varietà autoctona recuperata grazie all’esperienza dell’Istituto sperimentale per la Cerealicoltura di Bergamo, sotto il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali”.  All’aspetto è dorata e perfettamente limpida: la schiuma è candida e impeccabilmente compatta, con un’ottima persistenza. Al naso c’è il dolce del mais, una delicatissima speziatura, qualche profumo erbaceo e di cereali: niente di entusiasmante ma nessuno si aspetterebbe un aroma coinvolgente da una lager industriale. Al palato scorre ovviamente bene e con leggerezza, anche per quel che riguarda l’intensità dei sapori, ovviamente abbastanza dimessa: pane, un tocco dolce di miele, mais e un finale corto amaro delicatamente speziato, erbaceo  e poco elegante. Nel complesso mi sembra tuttavia di livello superiore rispetto alla sorella-spremuta-di-mais  Peroni: ammetto di aver assaggiato lager industriali (o da discount) molto peggiori di questa. Bevuta piuttosto fresca, disseta e rinfresca grazie ad una discreta secchezza e il suo poco gusto la rende pressoché  innocua e questa bottiglia è stata anche graziata quei “colpi di luce” che spesso colpiscono la bottiglie della grande distribuzione. Non resta molto altro da dire.


E’ arrivata invece poco prima dell’estate la Nastro Azzurro Prime Brew, se non erro prima lager “non filtrata”  prodotta dalla Peroni. Una mossa che segue con un po’ di ritardo quella delle concorrenti Heineken, ovvero Poretti e  Ichnusa Non Filtrata  ma che è comunque indicativa del fatto che l’industria non sta con le mani in mano di fronte alla piccola rivoluzione della birra artigianale che ha costruito il suo successo anche grazie ai termini “non filtrata (e  non pastorizzata)”. 
Il lancio della Nastro Azzurro Prime Brew è tuttavia abbastanza singolare in quanto avvenuto a colpi di “grado primitivo di fermentazione”, un concetto (supercazzola?) già poco chiaro agli addetti ai lavori  e – soprattutto – del tutto incomprensibile al consumatore medio di birra.   Poco importa, perché il messaggio è stato veicolato senza problemi da siti, riviste e blog replicanti di comunicati stampa: leggo qua e là che “il processo è arrestato al grado primitivo di fermentazione”, che la birra è “nata al grado primitivo di fermentazione, con un gusto davvero unico quindi”, che è “prodotta mantenendo il grado primitivo di fermentazione” e  che  “il giovane Mastro Birraio Alberto Marzaioli ha avuto l’intuizione di interrompere il processo produttivo nel momento in cui la birra raggiunge il suo gusto più intenso”.    
Che cosa s’intende con “grado primitivo di fermentazione”, allora?  La spiegazione potrebbe essere abbastanza semplice e questo concetto sembrerebbe creato ad hoc solo per evitare di chiamare indirettamente in causa una pratica comunemente diffusa: la diluzione del mosto prodotto in “high gravity” per raggiungere il (basso) grado alcolico desiderato.  Dire esplicitamente che la Nastro Azzurro Prime Brew non viene diluita equivale a dire che la Nastro Azzurro “normale”  lo è;  ripeto, non c’è niente di male in tutto questo, ma probabilmente alla Peroni si vuole evitare di veicolare l’immagine “birra diluita” che potrebbe essere percepita in maniera negativa (annacquata?) dalla maggior parte dei bevitori che non s’interessa di processi produttivi. E poi c'è il fascino di tutto quello che è ancestrale, arcaico, primordinale: l'antitesi dell'industria, insomma. Tutto chiaro allora?  Forse no, visto che alle provocazioni degli utenti sui social network i responsabili della comunicazione della Peroni hanno risposto in maniera esilarante (“il grado primitivo corrisponde alla percentuale di zuccheri che contiene il mosto da cui deriva la birra. Solitamente a fine produzione è più basso rispetto a quello di fine fermentazione, per effetto del processo di filtrazione e della successiva correzione del grado alcolico e del livello di amaro”)  o sibillina  (“significa che la percentuale in peso di zuccheri contenuti nel mosto di da cui deriva la birra non diminuisce  - al netto delle inevitabili diluzioni di processo -  durante il processo produttivo, non essendo prevista la fase della filtrazione”) non escludendo che anche il mosto della Prime Brew venga in parte diluito.

La birra.
Prodotta anche lei con il Mais Nostrano, la Prime Brew  (5.8%) non è  filtrata e quindi velata all’aspetto. L’aroma chiama in causa note floreali e di mais, un accenno di mela verde, pane e cereali, una lieve speziatura: inutile cercare eleganza e fragranza, ma nel complesso il bouquet non è affatto sgradevole. Al palato scorre veloce ma a livello tattile risulta un po’ più “pesante” rispetto alla Nastro Azzurro normale. La non filtrazione le dona una “maggior” intensità dei sapori (pane, mais, cereali e miele) ma al tempo stesso enfatizza le caratteristiche di un prodotto industriale: manca finezza, eleganza, fragranza.  Il livello d’amaro finale è inferiore a quello della Nastro Azzurro così come la secchezza:  il risultato è una birra leggermente meno rinfrescante del previsto.  Prime Brew costa all’incirca il 50% in più al litro rispetto alla Nastro Azzurro: ne vale la pena?  Per me no.  In assenza dell’acqua, se devo proprio condannarmi a bere un’anonima lager industriale, preferisco che sia la più anonima e “innocua” possibile. Meno si sente, per quel che riguarda il gusto, meglio si sta.
Nel dettaglio:
Nastro Azzurro, 33 cl., alc. 5,1%, lotto L8 129 1 18 ROMA, scad. 01/02/2019, prezzo indicativo 0.66 Euro (supermercato)
Prime Brew, 33 cl., alc. 5.8%, lotto L8 177 1 05 PADOVA, scad. 01/06/2019, prezzo indicativo 0.99 Euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

mercoledì 31 agosto 2016

Wührer, Dreher, Forst Premium, Ichnusa, Poretti 4 Luppoli Originale Chiara, Menabrea Original

Tempo fa avevo promesso di dedicare almeno un appuntamento al mese alle birre industriali che incontriamo ogni giorno sugli scaffali della grande distribuzione; mi accorgo di non aver tenuto fede al mio (nobile?) intento e cerco oggi di rimediare mettendo a confronto sei-dico-sei lager che potrete facilmente reperire in molti supermercati. Le temperature d’agosto e la ricerca di refrigerio mi hanno un po’ agevolato il poco piacevole compito di passarle tutte in rassegna contemporaneamente. 
Dopo le varie Heineken e Bavaria, Corona e Peroni, Poretti e Moretti ospitate in passato, oggi tocca alle "italiane" Wührer, Dreher, Forst Premium, Ichnusa, Poretti 4 Luppoli Originale Chiara e Menabrea. Per evitare qualsiasi forma di condizionamento dal nome riportato in etichetta le ho assaggiate alla cieca; riporterò le mie considerazioni in ordine crescente di "gradimento", se di gradimento si può parlare. 
Le sei birre si collocano nello stesso segmento di mercato e sono di fatto identiche all’aspetto, nel loro limpido color dorato e nella bianchissima schiuma cremosa; la gradazione alcolica per tutte oscilla tra 4.5 e 4.8%, eccezion fatta per la Poretti 4 Luppoli (5.5%) che all’aspetto appare anche dal colore leggermente più carico. Meglio avrei probabilmente fatto “a scalare una marcia” ed scegliere la 3 Luppoli (4.8%) ma l’avevo già utilizzata in questa occasione

Partiamo dalla Ichnusa, marchio di proprietà del gruppo Heineken. Il 1912 è l’anno in cui la produzione di birra inizia anche in Sardegna: non vi è accordo su chi abbia esattamente fondato la “Birraria Ichnusa”, nome che si riferisce all’antica denominazione greca dell’isola, ma l’imprenditore di riferimento è Amsicora Capra, produttore di vini che in seguito alla crisi della viticoltura sarda (filossera) si mette a produrre birra. Ichnusa assume una rilevanza al di fuori dei confini regionali solo dopo la seconda guerra mondiale, arrivando ai 400.000 ettolitri prodotti nel 1981; nel 1986 viene acquistata da Heineken che giusto qualche anno prima aveva messo nel carrello degli acquisti anche la Dreher di Trieste.  La multinazionale si trova così in mano due siti produttivi sull’Isola; ad Assemini quello Ichnusa, a Macomer quello Dreher: come purtroppo avviene in questi casi, il piano di razionalizzazione e di contenimento dei costi ha portato alla chiusura del secondo.
L’incontro con questa bottiglia di Ichnusa è stato traumatico: terribilmente “skunky” all’olfatto,  puzzolente o “effetto luce” che dir si voglia:  segno di una bottiglia che ha subito traumi da eccessiva esposizione alla luce. Il gusto è leggermente più tollerabile dell’aroma, anche perché l’intensità è davvero ai livelli minimi; oltre allo skunky si percepisce il mais e un leggero amaro erbaceo finale che riesce però a sconfinare nella plastica e nella gomma. Non è neppure particolarmente secca e lascia il palato sempre un po’ appiccicoso, riducendo di molto quell’effetto rinfrescante e dissetante che una lager dovrebbe avere; la carbonazione è piuttosto blanda, dandole il colpo di grazia. Esperienza poco raccomandabile, anche se pesantemente influenzata “dall’effetto luce”, che non auguro a nessuno: la peggiore delle sei. Con 2,03 Euro al litro non si posiziona neppure tra le più economiche.

Passiamo a Wührer, ovvero il primo birrificio italiano (o forse no) che nacque nel 1829 a Brescia nella zona periferica de La Bornata; Franz Xaver Wührer ed i suoi successori ne mantennero la proprietà sino al 1981, quando la Gervais Danone acquistò il 30% delle quote societarie per poi assumerne il controllo totale;  nella sua lunga storia Wührer era divenuta proprietaria anche della Società Toscana Paszkowski (1935), di Birra Ronzani e di Birra Bologna (1959).  
Nel 1983 la Peroni subentra alla Danone nella proprietà di Wührer, mantenendo in vita il marchio ma chiudendo nel 1988 lo storico stabilimento di Brescia; dopo un ventennio d’abbandono, l’ex sito produttivo è stato riconvertito nel “Borgo Wührer” che oggi ospita spazi commerciali e residenziali. 
Anche la Wührer è prodotta utilizzando mais: non siamo tuttavia al di sotto della soglia percettiva della bottiglia di Peroni assaggiata tempo fa. L’aroma è praticamente assente, con qualche ricordo di mela verde in lontananza; il gusto non è da meno, rasentando il nulla. C’è una vaga apparenza di cereali, mais, un tocco di miele; è abbastanza secca e le bollicine appaiono in quantità superiore rispetto alle altre cinque lager. Una filo di amaro, avvertibile quando la birra si scalda, fa capolino a fine corsa. Nella sua assenza di gusto riesce a non provocare danni, ma è una consolazione davvero magra per una birra che s'avvicina all'acqua. 1,14 Euro al litro.

Dreher. Il marchio Heineken che oggi trovate sugli scaffali dei supermercati vanta una storia di tutto rispetto che conduce all’omonima famiglia di mastri birrai, nota in Boemia sin dal XVII secolo. Franz Anton Dreher nel diciottesimo secolo inaugurò la sua fabbrica di birra a Vienna che nel 1841 iniziò a produrre l’omonima birra (Vienna Lager) ambrata a  bassa fermentazione, uno stile che divenne molto popolare alla fine del diciannovesimo secolo. Nel 1870 nacque la fabbrica Dreher di Trieste, poi rilevata nel 1928 dai fratelli Luciani (Birra Pedavena) che, nel 1969, decidono di puntare su di un unico marchio a livello nazionale rinominando “Birra Pedavena” in “Dreher Spa”; nel 1974 Heineken e Whitbread acquistarono in joint venture il gruppo Dreher, e quattro anni dopo Heineken rilevò anche le azioni del partner anglosassone.  
Nello stesso periodo (1976-1980) si concluse una lunga vertenza che portò alla definitiva chiusura dello stabilimento Dreher di Trieste, mantenendo invece operativo quello di Massafra (Taranto) avviato negli anni ’60 dai fratelli Luciani. 
Anche la Dreher nazionale non si fa mancare il mais ed un po’ di “skunk”: tra accenni di cereali e mela verde io ci sento anche una punta di diacetile; l’intensità del gusto, pressoché nulla, ospita tracce dolciastre (mais, miele) e soprattutto quella mela verde che avevo incontrato nella sorella di famiglia Heineken. Non c’è sostanzialmente amaro, la birra termina di fatto spegnendosi nell’acquoso risultando alla fine la più “sfuggente” tra queste anonime lager acquose; riesce tuttavia a lasciare una patina dolciastra sul palato che ne riduce l’effetto rinfrescante. Fondamentale quindi “berla ghiacciata” per eliminare il problema alla base. 1,44 Euro al litro.

Ammetto di essere rimasto sorpreso nello scoprire solo al “terzo” posto dell’indice di gradimento la Forst Premium, sulla quale avrei invece scommesso senza esitare; non solo perché il birrificio altoatesino è l’unico italiano ed il “meno industriale” tra gli altri, ma perché le Forst bevute in fusto nei dintorni del birrificio non sono affatto male. Come non lo è la Sixtus in bottiglia, occasione in cui vi avevo raccontato di Forst; il birrificio nasce nel 1857 nella omonima località poco fuori Merano, fondata da Johann Wallnöfer e Franz Tappeiner, nello stesso sito produttivo che ancora oggi ospita gli impianti. 
Nel 1863 viene acquistata da Josef Fuchs, la cui famiglia e discendenti ne detengono ancora oggi la proprietà; nel 1892, sotto la guida di Hans Fuchs, la produzione era già passata dai 230 ettolitri degli inizi a 22.500 ettolitri. Ad Hans succede nel 1917 la moglie Fanny, che guida l'azienda sino al 1933, quando il testimone passa al figlio Luis. Alla sua scomparsa, nel 1989, la moglie Margarethe Fuchs von Mannstein assume la presidenza: gli ettolitri prodotti ogni anno sono circa 700.000.  Nel 1991 Forst acquista Menabrea. 
Perfettamente limpida e dorata, la Forst Premium (mais anche qui) s’accoda alle altre nel presentare qualche lieve puzzetta dovuta “all’effetto luce”;  al naso non c’è fragranza ma per lo meno s’avvertono pane e miele. L’intensità del gusto è forse appena un po’ superiore alle birre che l’hanno preceduta ma non c’è da rallegrarsi; lieve diacetile, dolcino di mais e miele, poca secchezza, palato che rimane appiccicoso e che non viene ripulito a dovere dalla chiusura amara, poco gradevole e reminiscente di gomma/plastica. Si beve ma onestamente m’aspettavo qualcosa di meglio. 1,59 Euro al litro.

Al secondo posto si piazza Angelo Poretti con la sua 4 Luppoli Originale Chiara; fondato nel 1877 da Angelo Poretti  a Induno Olona, il birrificio fu rilevato nel 1939 dalla famiglia Bassetti, già proprietaria del birrificio Spluga (Splügen) di Chiavenna; nel 1975 un primo accordo con i danesi della United Breweries (ovvero la Carlsberg odierna) per la commercializzazione sul nostro territorio dei marchi Tuborg e Carlsberg. Nel 1982 i danesi acquistano il primo 50% della società, arrivando progressivamente al 100% nel 2002. 
L’aroma è quasi nullo, eppur nel suo dolce leggermente mieloso scorgo una punta di diacetile; la gradazione alcolica (5.5%) più sostenuta rispetto alle altre le dona una maggior “presenza” al palato, dove troviamo miele e un vago accenno biscottato. Non c’è fragranza ed anche lei riduce il suo potere rinfrescante lasciando al palato una patina dolciastra; neppure lei si fa mancare quel lieve amaro erbaceo/gommoso che chiude la bevuta. Sostanzialmente simile alle altre concorrenti, guadagna qualche punto in più grazie alla sua “maggiore” ( virgolettato d’obbligo) intensità. La Poretti è anche la più cara tra le sei, con un costo di 2.61 Euro al litro.

La mia “preferenza” (altro obbligo di virgolette) tra queste sei birre industriali è andata alla Menabrea Original; l’azienda venne fondata nel 1846 dalla famiglia Welf  (Valle d'Aosta) e dei fratelli Caraccio, titolari di una caffetteria a Biella; nel 1864 il passaggio nelle mani di  Antonio Zimmermann e Giuseppe Menabrea, che nel 1872 rimase proprietario assieme ai figli Carlo e Alberto rinominandola  G. Menabrea & Figli. Alla fine del diciannovesimo secolo la gestione passò nelle mani dei cognati Emilio Thedy e Agostino Antoniotti, coniugi delle eredi Menabrea; la famiglia mantiene ancora oggi un importante ruolo aziendale con  Franco Thedy che ricopre la carica di amministratore delegato nonostante la maggioranza societaria sia dal 1991 nella mani della Forst, dove parte della produzione Menabrea è delocalizzata. 
Come Andrea Turco fa notare, Menabrea è il marchio industriale che riesce “a confondere” meglio i bevitori occasionali, che credono di bere birre artigianali o “crafty” che dir si voglia. 
Per far uscire un po' d'aroma bisogna attendere che la birra si scaldi parecchio: nella sua delicatezza le note di pane, cereali, mais e miele sono tutto sommato accettabili, benché prive di fragranza. Non c'è fortunatamente traccia di "skunk".  L'intensità del gusto non è molto differente (ovvero molto bassa) da quella delle sue concorrenti; la sensazione di bere un bicchiere d'acqua è sempre presente, accompagnata da una timida presenza di pane e cereali. La chiusura appena amara (erbacea) non fa fortunatamente danni, e il palato viene risparmiato da dolci patine appiccicose; ne risulta una birra che, benché quasi priva di gusto, fa il suo dovere, rinfrescando e dissetando chi decide di berla. E' sostanzialmente questo il motivo che le fa guadagnare qualche punto in più delle altri risultando la "meno peggio" tra quelle assaggiate. 1,97 Euro al litro.

Nel dettaglio:
Ichnusa, 66 cl., alc. 4.7%, lotto 601138OVY, scad. 01/04/2017, 1.34 Euro
Wührer, 66 cl., alc. 4,7%, lotto L6 036 2 22, scad. 01/02/2017, 0.75 Euro
Dreher, 66 cl., alc. 4,7%, lotto 5334 43890SN, scad. 01/02/2017, 0.95 Euro
Forst Premium, 66 cl., alc. 4.8%, lotto 08:22, scad. 15/02/2017, 1.05 Euro
Poretti 4 Luppoli Originale Chiara, 33 cl., alc. 5.5%, lotto J15099J, scad, 31/09/2016, 0.86 Euro
Menabrea Original, 66 cl., alc. 4.5%, lotto 17:55, scad. 07/12/2016, 1.30 Euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 22 ottobre 2014

Peroni


Oggi una birra che probabilmente non vi sareste aspettati di trovare in questo spazio: parliamo di Peroni. Non è esattamente quello che ogni appassionato della cosiddetta birra “artigianale” sogna di trovarsi nel proprio bicchiere; stiamo parlando del “nemico” industriale ma anche di uno dei produttori storici italiani, fondato nel 1846 a Vigevano da Francesco Peroni, con mescita in un locale adiacente alla fabbrica che ebbe un permesso speciale per rimanere aperto fino alle 23.30.  Per chi volesse saperne di più, segnalo questo bell’articolo di Alberto Laschi per Fermento Birra, al quale credo ci sia poco da aggiungere. Cerco di riassumerlo: dopo una ventina d’anni di successo e di crescita, la Peroni sbarca a Roma aprendo un secondo stabilimento “prima vicino a Piazza di Spagna (1864), poi nel Borgo santo Spirito (1872, con la mescita che si effettuava nella elegante zona di via dei Due Macelli) e, infine, in zona Colosseo (1890), dove, accanto alla fabbrica, apre un “pub” con 19 tavoli”. All’inizio del ventesimo secolo la Peroni introduce in Italia la bassa fermentazione e per fare ciò si rende necessaria la fusione con la più grande fabbrica di ghiaccio di Roma. Nascono Le Società Riunite Fabbrica di Ghiaccio e Ditta F. Peroni, che nel periodo tra le due guerre, si dedicano all’acquisizione di altri piccoli produttori nazionali: la fabbrica Birra Perugia, le Birrerie Meridionali di Napoli, la Birra d’Abruzzo di Castel di Sangro, la Birra Partenope  e la  Birra Livorno. E’ Franco Peroni a trovarsi al comando dell’azienda dopo la seconda guerra mondiale: è lui a doverla far ripartire, e per farlo s’isipira al “modello americano”: la razionalizzazione logistica e la massima organizzazione (e standardizzazione) del processo produttivo si realizzano completamente nel nuovo e moderno stabilimento di Napoli inaugurato nel 1953. Il complesso formava una micro-città moderna e produttiva, composta da un insieme organico di grandi presenze costruite, piccole strutture residenziali o di servizio, ampi spazi verdi ed aree per viabilità e parcheggi. Seguono poi le aperture di Bari (1963), Roma (1971) e Padova (1973). Intanto il pesce grande continua a mangiare (comprare) quelli più piccoli: Dormisch di Udine e Faramia di Savigliano (anni ’50),  Pilsen di Padova e Raffo di Taranto (anni ’60), Itala Pilsen (1970) e Whurer di Brescia (1983).  E’ proprio negli anni ’80 che l’export comincia a diventare una voce molto significativa nel bilancio aziendale, grazie anche al successo della Nastro Azzurro, lanciata nel 1963 e divenuta (ahimè!) la birra italiana più venduta all’estero. 
A cavallo degli anni ’80 e ‘90 viene chiusa una buona parte degli stabilimenti acquisiti in precedenza: Livorno, Savigliano, Taranto, Udine e Brescia.  E arriva anche il giorno in cui il pesce grande, un tempo leader in Italia (40% di quota mercato negli anni ’80, oggi scesa al 19%), viene “mangiato” da un pesce ancora più grosso: nel 2003 la multinazionale SAB Miller acquista da Isabella Peroni la maggioranza aziendale. L’accordo viene “inaugurato” con la chiusura dello stabilimento di Napoli (31 Gennaio 2005); oggi il Gruppo Peroni annovera circa 750 dipendenti, tre stabilimenti produttivi (Roma, Padova e Bari), la malteria Saplo, una produzione annua di birra che ammonta a 3,320 milioni di ettolitri (2012) attraverso i marchi Wührer, Crystall Wuhrer, Raffo, Peroni, Peroni Doppio Malto, Peroni Rossa, Peroni Gran Riserva Puro Malto, Peroni Chill Lemon, Peroncino e Nastro Azzurro. 
Si parla di “gateway beer”  per indicare quelle cosiddette “birre artigianali” di facile fruizione che spesso rappresentano il modo in cui il bevitore “impara” a conoscere sapori e profumi diversi da quelli delle classiche birre industriali. Ma una volta che si è superato il “cancello” (gate), è possibile tornare indietro? Puoi capitare a chiunque birrofilo di bere un’industriale semplicemente perché “non c’è altro da bere” (e l’acqua?) ma difficilmente chi ha la possibilità di scelta lo farà. Ricordo la prima volta che ho assaggiato una IPA, diversi anni fa. Ero in un bar a New York e non sapevo neppure cosa fosse una IPA, anche se mi divertivo già a collezionare le etichette di birra; dal menu delle bevande ordinai qualcosa da bere lasciandomi ispirare dal nome: optai per la Hoptical Illusion IPA della Blue Point Brewing Company.  Avrò avuto la (s)fortuna di ricevere una bottiglia molto fresca (giovane), ma non credo di essere riuscito a finire quel liquido amarissimo, vegetale,  quasi balsamico. Lo trovai orribile; non ne capivo nulla e riconducevo la parola India (e le spezie) a quel gusto particolarmente  resinoso, pepato e pungente, appunto “speziato”. Per un palato “industrializzato” come era il mio di allora si trattò di una specie di shock gustativo;  ma com’è invece il processo inverso, ossia la regressione dall'artigianale all'industriale? 
La “prima sfida” è quella di bere volontariamente una Peroni  in un tranquillo dopocena, seduto sul divano, accompagnato da quel pizzico di nostalgia che ti fa associare il nome Peroni con il Secondo tragico Fantozzi del 1976:  “Sabato 18, alle ore 20:25, in telecronaca diretta da Wembley, Inghilterra-Italia, valevole per la qualificazione della Coppa del Mondo.  Fantozzi aveva un programma formidabile: calze, mutande, vestaglione di flanella, tavolinetto di fronte al televisore, frittatona di cipolle per la quale andava pazzo, familiare di Peroni gelata, tifo indiavolato e rutto libero!” Non sono riuscito esattamente a risalire all’equivalenza in centilitri della “Peroni formato famiglia”; io opto per il 66, ma sappiate che la trovate oggi anche nel 20, 33, 50, e 75.  La “seconda sfida” è quella di descrivere e raccontare una birra che hai trovato molto poco piacevole senza incorrere nel rischio di una denuncia da parte del gruppo industriale (avvocati e soldi…) che la produce.  Proviamoci ugualmente. 
Nel bicchiere è ovviamente perfettamente limpida e dorata, con una bellissima testa di schiuma bianca, croccante, fine e cremosa, anche se non molto persistente. L’aroma, poco pronunciato, è di mais e nello specifico mi ricorda l’amido di mais (provate ad aprire e annusare un sacchetto di maizena);  c’è anche qualche sentore di riso (?) e, in lontananza, qualche traccia di cereale. Non mi capita molto di frequente di bere “industriale”, ma la sensazione al palato è davvero impressionante: corpo leggerissimo, poche bollicine, un’acquosità esagerata per far evidentemente sì che la bevuta scorra il più rapidamente possibile, per rinfrescare  e dissetare. Del resto, avete mai visto una fotografia commerciale di una bottiglia di birra industriale che non sia ricoperta di “nebbiolina” o di goccioline d’acqua, per comunicarvi l’idea del fresco, del ghiaccio, del refrigerio? In bocca l’ho trovata praticamente priva di sapore, ma forse è “colpa” del mio palato che si è abituato ad altri “standard” e che cerca inutilmente di trovare qualche suggestione di pane o di miele: qui domina l’acqua, con qualche sfumatura di mais e di riso ed una timidissima nota amara erbacea a fine corsa. Riesce tuttavia ad essere leggermente dolce, e a lasciare un po’ il palato appiccicoso, soprattutto se evitate di berla “ghiacciata” come la prassi vorrebbe: ma, così facendo, ne ridurrete anche il suo potere dissetante. Direi che sia allora meglio seguire il consiglio. 
La prima chiave di lettura della Peroni sta tutta nell’informazione che trovate sul collo della bottiglia, nella foto in alto a sinistra; ingredienti: acqua, malto d’orzo, granoturco, luppolo. La seconda chiave la trovate sul sito ufficiale di Birra Peroni. “viene prodotta, oggi come allora, solo con ingredienti selezionati, come il malto 100% italiano, frutto di una speciale qualità di orzo cresciuto sotto il nostro sole e seguito con cura in tutte le fasi di crescita”.  L’enfasi è dunque sul malto: non ne metto in dubbio la qualità, ma piuttosto la quantità. Qual è la percentuale di malto e quale di granoturco utilizzata per fare questa birra? Nonostante l'elogio al malto italiano utilizzato, per me questa Peroni è una birra il cui gusto (leggero) è principalmente di mais. Detto questo, siete liberissimi di amarla, tracannarla gelata e dilettarvi nel fantozziano rutto libero o, in mancanza di alternative, considerate la possibilità di bere anche un rinfrescante bicchiere di acqua.
Formato 66 cl., alc. 4.7%, lotto L4 166 101, scad. 06/2015.