venerdì 15 febbraio 2019

Dry & Bitter Double Dippy Doo

Del birrificio danese Dry & Bitter abbiamo già parlato in più di un’occasione. Alla guida ci sono Søren Wagner e Jay Pollard, proprietari anche del noto beer bar di Copenhagen chiamato Fermentoren,  24 spine tutte dedicate al craft e una succursale aperta di recente ad Aarhus. Nel 2015 i due soci rilevarono anche il birrificio Ølkollektivet che produce per moltissime beer firm danesi ed ora lo utilizzano, oltre che per realizzare le birre destinate al Fermentoren, anche per il loro marchio Dry & Bitter, lanciato nello stesso anno. Da notare che Wagner possiede già un'altra beefirm, Croocked Moon. 
IPA e dintorni la fanno da padrone nel portfolio di un birrificio che opera in una città molto attenta alle mode: in questo senso sorprendeva, fino a pochi mesi fa, la completa assenza del sotto-stile di IPA più in voga al momento, ovvero il New England/Hazy/Juicy. Una mancanza alla quale Dry & Bitter ha rimediato solo lo scorso novembre quando sono arrivate quasi contemporaneamente le Double NEIPA Juicy Gotcha Krazy, realizzata in collaborazione con gli americani di Interboro Spirits & Ales, e la Double Dippy Doo. Qualche settimana fa ha invece debuttato la NEIPA /JU:-DAB/  (6.3%) e, prossimamente, sarà disponibile la NEIPA Yoga Dog, collaborazione con il birrificio italiano Vento Forte.

La birra.
E' arrivata il  15 novembre 2018 alle spine del Dispensary e di altri bar selezionati a Copenhagen la NEIPA Double Dippy Doo: Citra e Simcoe sono i luppoli protagonisti di una birra la cui ricetta annovera anche una buona percentuale di avena e frumento. I due dinosauri protagonisti della grafica alle spine sono stati sostituiti, sull’etichetta delle lattine, da una serie di psichedeliche montagne, o forse onde sonore? 
Nel bicchiere assomiglia visivamente ad un torbido succo alla frutta, pera nello specifico: arancio pallido, schiuma scomposta ma dalla buona persistenza. L’aroma non lo definirei esattamente elegante o raffinato ma c’è quell’esplosività, quella sfacciataggine che t’aspetti di trovare in questo tipo di birre: un carattere tropicaleggiante non troppo definito nel quale emergono soprattutto ananas e mango, affiancati da arancia e mandarino. Il protocollo NEIPA prevede anche una sensazione palatale morbida e quasi masticabile, obiettivo in questo caso raggiunto solo a metà. C’è effettivamente una che di  chewy/masticabile ma è ingombrante piuttosto che vellutato o setoso: d’accordo, è una Double IPA (7.5%) e nessuno vorrebbe tracannarla, ma si potrebbe onestamente fare di meglio. Neppure il gusto mi convince del tutto: ci trovo la stessa scarsa definizione dell’aroma ma con un’intensità minore. La prima parte della bevuta è un gradevole tappeto tropicale dolce che pian piano va sfumando in un finale leggermente aspro di frutta acerba; la chiusura è abbastanza secca, l’amaro resinoso è molto delicato ma riesce tuttavia a provocare un leggero bruciore al palato. 
Ad un mese dalla messa in lattina la freschezza di questa Double Dippy Doo è fuori discussione ma il risultato è solo discreto, soprattutto in bocca: non c’è quell’intensità fruttata e sfacciata tale da poterle perdonare la scarsa pulizia e il lieve “effetto pellet” finale. Per entrare nell’olimpo delle NEIPA europee c’è ancora da lavorare.
Formato 44 cl., alc. 7.5%, imbott. 16/01/2019, scad. 16/07/2019, prezzo indicativo 7.00-8.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

giovedì 14 febbraio 2019

Prairie Bomb! Deconstructed: Coffee

Bomb!, massiccia imperial stout prodotta con chicchi di caffè, fave di cacao, baccelli di vaniglia e peperoncino Ancho che ha contribuito in maniera determinante a decretare il successo del birrificio Prairie Artisan Ales, Okhlahoma. Ne avevamo già parlato qui. Una birra di successo, soprattutto se una imperial stout,  fa inevitabilmente proliferare numerose varianti: nel caso della Bomb! ce ne sono circa una decina, le più famose delle quali sono Christmas Bomb!  (spezie natalizie), Pirate Bomb! (invecchiata in botti ex-rum), Barrel-Aged Bomb! (botti whiskey) e Birthday Bomb! (ai classici ingredienti s’aggiunge una nuova e speciale “salsa di caramello”). 
Birra artigianale è sempre più sinonimo di novità: la gente cerca continuamente qualcosa di nuovo da provare e le varianti citate sopra rispondono perfettamente a queste esigenze. A chi si domanda cosa sia possibile aggiungere ad una imperial stout che già contiene chicchi di caffè, fave di cacao, baccelli di vaniglia e peperoncino Ancho, Prairie risponde con un’operazione inversa:  la scomposizione.  A marzo del 2013 viene annunciato l’arrivo della serie Deconstructed Bomb!, una confezione da quattro bottiglie di altrettante versioni di Bomb! ciascuna delle quali contenente solamente uno degli ingredienti: Deconstructed Bomb! Cacao Nibs, Deconstructed Bomb! Chili Peppers , Deconstructed Bomb! Coffee e Deconstructed Bomb! Vanilla.  
L’etichetta di ogni birra raffigura una delle quattro lettere della parola Bomb; mettetele in fila e ricomporrete come per magia la birra originale. Le quattro bottiglie vi danno anche la possibilità di assemblare il vostro “blend” preferito, creando ad esempio una Bomb! con solo due ingredienti o variando a piacimento le percentuali dei quattro per avere una Bomb! nella quale si senta più la vaniglia piuttosto che caffè, peperoncino o cioccolato. Le possibilità sono potenzialmente infinite.
Da notare che le quattro Deconstructed Bomb! erano già uscite nel 2017, solamente in fusto.

La birra.
Deconstructed Bomb! Coffee si presenta completamente nera con un discreto cappello di schiuma cremosa dalla buona persistenza. E impossibile risalire alla data di nascita di questa bottiglia ma al naso il caffè è ancora protagonista, affiancato da accenni di cioccolato fondente e tostature, note terrose e di pelle/cuoio. La sensazione palate è gradevole, il corpo tra il medio e il pieno: non ci sono particolari concessioni cremose, caratteristica che ritrovo in tutte le Prairie prodotte negli ultimi anni. Ricordo che il marchio è stato ceduto nel 2016 dai fratelli Healey alla Krebs Brewing Company. La bevuta è scura ed intensa come il colore: caffè e tostature dominano un palcoscenico sul quale s’affacciano anche melassa, liquirizia, caramello, frutta sotto spirito. L’alcool (13%) riscalda ogni sorso con vigore e sfocia in un lungo finale nel quale caffè, cioccolato e torrefatto compongono una gran bella armonia, molto bilanciata e pulita. Lasciando stare il confronto con la Bomb! normale, improponibile per ovvie ragione, questa Deconstructed Coffee in quanto “imperial stout al caffè” è ben fatta e gradevole ma non lascia particolari ricordi o emozioni. Ci sono altre birre che si lasciano preferire per precisione, complessità e profondità. A prezzo pieno (10 €) il rapporto qualità-prezzo inizia a divenire non del tutto soddisfacente: meglio approfittare degli sconti che sulla serie Deconstructed vengono spesso offerti su alcuni negozi on-line.
Formato 35.5 cl., alc. 13%, lotto e scadenza non riportati, pagata 5,73 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 13 febbraio 2019

Tux 1280 Mountain Porter

Tux-Lanersbach, comune tirolese e stazione sciistica nel distretto di Schwaz nel quale risiedono circa 2000 abitanti, oltre a numerosi turisti:  tra questi anche gli inglesi Neil Vousden e Tim Jones, che dopo aver soggiornato per quasi vent’anni in inverno a Tux per divertimento hanno deciso di venirci a vivere con le rispettive famiglia lavorando nel settore alberghiero e nel soccorso alpino.  Neil porta con sé anche le pentole e tutto il necessario per continuare anche in Austria il suo hobby dell’homebrewing, monopolizzando la cucina di casa al punto da provocare le ira della moglie; gli esperimenti continuano allora nel seminterrato della casa di Tim. 
Nell’autunno del 2016 debutta il microbirrificio Tuxertal Brauerei che, trovandosi a 1280 metri sul livello del livello, dichiara di essere “il più alto” birrificio dell’Austria. Impiantino da 1000 litri, distribuzione di fusti principalmente nei ristoranti e nei locali dei dintorni, imbottigliamento ed etichettatura manuale: il tutto viene svolto da Vousden e Jones nel dopo-lavoro. Nella primavera del 2017 la capacità è stata raddoppiata. La  gamma Tux 1280 è composta da cinque birre ad alta fermentazione, nessuna rappresentativa della tradizione tedesca: American Pale Ale, Amber Ale, Porter, Fruit beer ai lamponi e Witbier.

La birra.
Tux 1280 Mountain Porter: l’etichetta elenca luppoli Eask Kent Goldings e Fuggles, cioccolato e vaniglia.  Nel bicchiere è quasi nera, la schiuma è cremosa è abbastanza compatta, anche se poco generosa. Al naso emergono profumi di caffè e tostature, accenni di tabacco: c’è un buon livello di pulizia, mentre per quel che riguarda ampiezza dello spettro aromatico e finezza  ci sarebbero ampi margini di miglioramento. Ma non sono quelli i veri problemi di questa Mountain Porter: purtroppo la bevuta è debole, con pericolose derive acquose ed un gusto a tratti quasi inesistente. Si parte benino con un ingresso di caffè e tostature la cui intensità crolla in verticale per scomparire in un finale completamente acquoso che riesce ad essere anche leggermente astringente. Quel poco che c’è non riesce neppure a replicare la discreta pulizia dell’aroma: sinceramente faccio davvero fatica a finire il bicchiere di questa porter che – spiace a dirlo – sembra quasi acqua di colore scuro. Bottiglia o lotto sfortunato, per quello che trovo nel bicchiere c’è davvero tanto, tanto lavoro da fare. 
Formato 33 cl., alc. 5.4%, scad. 05/2019.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 12 febbraio 2019

DALLA CANTINA: AleSmith Old Numbskull 2014

Del birrificio AleSmith (San Diego, California) trovate diverse tracce sul blog: non dovete far altro che seguirle.  Fondato nel 1995 dall’ex-homebrewer Skip Virgilio e Ted Newcomb quando a San Diego era attivo solamente un altro birrificio artigianale, Karl Strauss, AleSmith è stato rilevato nel 2002 da Peter Zien, ex-homebrewer ed appassionatissimo beer-hunter che lo ha portato ai fasti odierni. Nel 2014 un piano di espansione da 15 milioni di dollari ha permesso di inaugurare il nuovo impianto da 80 HL in uno stabilimento da 10.000 metri quadri in Empire Road, poi rinominata AleSmith Court dalla città di San Diego, a pochi isolati di distanza dallo storico capannone dove tutto è iniziato. Il potenziale annuale arriva oggi a 250.000 ettoltri e, finalmente, le tipiche ma poco pratiche bottiglie da 75 centilitri sono state affiancate da più piccoli e pratici formati: lattine (50 e 35.5 cl) e bottigliette. 
Il Barley Wine d’ispirazione americana Old Numbskull non è sicuramente il maggior successo commerciale di AleSmith ma è una birra che ha regalato a Peter Zien molte soddisfazioni e riconoscimenti:  medaglia d’argento al Great American Beer Festival del 2008 e del 2011, oro nell’edizione 2013, oro alla World Beer Cur del 2008, bronzo alla  World Beer Cup 2012 e alla  San Diego International Beer Competition del 2014.  Ne esistono ovviamente diverse versioni passate in botti di Bourbon, Brandy, Rum e Rye Whiskey, giusto per elencare quelle presenti sui siti di beer-rating.   Il perché del nome è presto detto: “i barley wine si rifanno alla tradizione inglese e la tradizione vuole che il nome inizi con la parola Old. Old Nick (Young's), Old Jack…  dopo averne bevuti una paio di bicchieri sarete anche voi d’accordo che Old Numbskull   (il vecchio sciocco, stupido) è un nome abbastanza appropriato. Inoltre ci ricorda  I tre marmittoni, una delle più belle commedie di tutti i tempi: vi farà sorridere ancora prima d’averlo assaggiato". 

La birra.
A quattro anni dall’imbottigliamento Old Numbskull si presenta ancora splendida anche se la foto non le rende giustizia: vestita di ambrato carico, molto luminoso e ravvivato da profondi riflessi color rubino, forma una cremosa e compatta testa di schiuma piuttosto generosa. Al naso emergono profumi di toffee, prugna e uvetta, ciliegia, frutta secca a guscio, mela, accenni di marzapane e  di cartone bagnato, questi ultimi molto sotto traccia. Il mouthfeel è piuttosto morbido, il corpo si mantiene sul versante medio e la bevuta prosegue in piena corrispondenza con l’aroma. Frutta sotto spirito, caramello, biscotto e qualche accenno nutty delineano un profilo maltato intenso e piuttosto dolce che viene bilanciato da una chiusura amara nella quale si fanno ancora notare, dopo quatto anni, le note resinose dei luppoli americani; non l'ho mai provata "giovane" ma da quanto leggo in giro l'amaro si farebbe sentire parecchio. L’alcool si sviluppa in un crescendo armonico che parte quasi in sordina e sfocia in un finale molto caldo e coinvolgente, potente, lunghissimo. Pulito, bilanciato, intenso: nulla da eccepire su questo American Barley Wine di AleSmith. 
Devo però fare qualche considerazione personale strettamente legata al mio gusto: le interpretazioni americane dello stile continuano a non convincermi. Non riesco a digerire completamente le note resinose dei luppoli americani in un contesto che tende quasi a respingerle, anziché accoglierle. Fino ad ora pochissimi American Barley Wine  - benché ottimi - sono riusciti a trasmettermi sensazioni paragonabili  a quelle dei grandi Barley Wine inglesi. 
Formato 75 cl., alc. 11%, imbott. 14/12/2014, prezzo indicativo 14.00-20.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 11 febbraio 2019

De Ranke Simplex

Il birrificio belga De Ranke non ha certamente bisogno di presentazioni ed ogni appassionato di birra dovrebbe conoscerlo: qui trovate tutte le birre che sono transitate sul blog negli anni. Guidato da Nino Bacelle e  Guido Devos, De Ranke ha operato per una decina d’anni come beerfirm sino al 2005 quando ha finalmente messo in funzione il proprio impianto a Dottignies; solamente 5000 gli ettolitri prodotti all’anno, quantitativo insufficiente a soddisfare tutte le richieste dei clienti. 
Problema momentaneamente risolto nel 2017 quando De Ranke ha installato il nuovo impianto capace di raddoppiare la capacità portandola a 10.000 ettolitri.   Per l’occasione è stato anche effettuato il restyling di tutte le grafiche delle etichette, iniziando dalle due birre che venivano prodotte ininterrottamente da venti anni: XX Bitter e Guldenberg. Ma non solo: “la nostra capacità era completamente dedicate a produrre le birre classiche e non ci lasciava spazio per aggiungerne altre”, ammette Bacelle. 
Assieme al nuovo impianto sono arrivate anche tre novità: Simplex, Vieille Provision (una farmhouse ale assemblata con altre birre invecchiate un anno in botti di legno; si tratta in sostanza della birra utilizzata anche per realizzare la Cuvée De Ranke e la  Kriek De Ranke) e Back to Black  (una robusta birra scura(maturata per nove mesi in foeder di legno).  Alla fine di marzo 2018 è infine stata inaugurata anche la nuova Taproom De Ranke, aperta ogni venerdì e sabato da pomeriggio a sera.

La birra.
Era dal 2013 che De Ranke non aggiungeva una nuova birra a quelle che già vengono prodotte tutto l’anno. Il nuovo impianto ha reso possibile la nascita della Simplex, una birra “quotidiana”, “chiara” dalla bassa gradazione alcolica, ispirata “dalla nostalgia per le Plis che si trovavano negli anni sessanta: non filtrate, non pastorizzate e amare. Oggi sono invece tutte pastorizzate e più dolci”. Simplex non è tuttavia una Pilsner anche se ne vuole svolgere la stessa funzione rinfrescante e dissetante; il lievito belga è quello “della casa”, i luppoli utilizzati sono Brewers Gold, Hallertau Mittelfrüh e Warneton 7784, quest’ultimo un luppolo sperimentale chiamato con il codice postale e il nome della città belga nella quale si trova la fattoria che lo ha sviluppato. L’etichetta riprende la grafica delle sorelle maggiori (per intensità d’amaro) XX e XXX Bitter. Trovo superflua la descrizione “this is not a Pils”…  cosa significa? Solo perché una birra è bionda e leggera dovrei pensare che sia una pils?
Il suo colore ricorda l’arancio pallido ed è piuttosto velato:  la schiuma pannosa è molto generosa, compatta ed ha ottima ritenzione. Il naso apre con bei profumi floreali, erbacei e terrosi: c’è una delicata speziatura, ci sono ricordi di frutta a pasta gialla e di mandarino, arancia. Copro medio, vivaci bollicine, buona scorrevolezza: la sensazione tattile è però un po’ più ingombrante di quanto ti aspetteresti di trovare in una sessione beer. Crackers e pane, frutta a pasta gialla, arancia, spezie: la bevuta prosegue il percorso aromatico accentuandone la componente fruttata. E’ una birra dal DNA inequivocabilmente belga, dove il lievito lavora e si esprime bene, che si chiude con un bel finale secco e piuttosto amaro nel quale s’intrecciano note erbacee, terrose e di scorza d’agrumi.  
Nomen omen, Simplex è semplice ma piuttosto gradevole: fruttata, secca, dissetante e rinfrescante, pulita. Fa quello che deve fare e lo fa piuttosto bene: pensate ad una XX Bitter meno amara e un po’ più ruffiana, contemporanea.  Promossa.
Formato 33 cl., alc. 4.5%, IBU 50, imbott. 27/06/2018, scad. 15/06/2020

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 7 febbraio 2019

Oskar Blues Ten FIDY vs Ten FIDY Bourbon Barrel Aged


Il birrificio del Colorado Oskar Blues è già transitato sul blog in diverse occasioni;  inaugurato come brewpub a Lyons nel 1997 da Dale Katechis e sua moglie Christi, Oskar Blues è oggi divenuto uno dei maggiori produttori artigianali degli Stati Uniti grazie a numerose espansioni. Dale’s Pale Ale fu (molto probabilmente) la prima birra artigianale americana in lattina: era il 2002 e il birrificio produceva 840 ettolitri all’anno. Da allora Oskar ha utilizzato esclusivamente quel contenitore: nel 2011 gli ettolitri erano già diventati 70.000, salendo a 170.000 nel 2013 e superando quota 200.000 nel 2017. Al brewpub di Lyon (contea di Boulder, 45 spine operative) si sono affiancati nel 2008 il birrificio di Longmont (Colorado) con relativa taproom,  nel 2012 quello di Brevard (Carolina del Nord) e nel 2016 il brewpub di Austin, Colorado. Nel 2015 il birrificio è confluito nella società CANarachy, con Fireman Capital Partners come azionista di maggioranza, assieme a Cigar City Brewing, Perrin Brewing Company, Squatters Craft Beers and Wasatch Brewery, Deep Ellum Brewing and Three Weavers Brewing: un’associazione "sinergica" tra birrifici artigianali  che ha chiuso il 2017 producendo 420.000 ettolitri, distribuendoli in tutti gli stati americani ed in una ventina di paesi all’estero. 

La birra.
Ten Fidy è quasi certamente la prima imperial stout in lattina prodotta negli Stati Uniti: o forse nel mondo? L’avevamo già incontrata qualche anno fa. Sul suo nome si sono fatte alcune supposizioni: la prima riguarda ovviamente il suo contenuto alcolico, 10.5%. Ten Fidy dovrebbe riferirsi a quello (“fidy” sarebbe una sorta di slang per “fiity”), non fosse che per molti anni la birra ha avuto un contenuto alcolico del 9.5%; altri pensano sia ispirata ad un tipo di olio motore (10W-50) che visivamente ricorda la birra. Dal birrificio voci ufficiose dicono invece che FIDY è l’acronimo di  “Fuck the Industry, Do it Yourself”.
Ten FIDY è stata per molti anni una produzione stagionale autunnale, disponibile ogni anno in settembre; credo che ora sia invece prodotta tutto l’anno, o più volte nel corso dell’anno. La ricetta non è nota ma il birrificio ammette che è una birra estremamente laboriosa da fare, prodotta con il 50% di malti speciali (two-row, chocolate, roasted) e fiocchi d’avena. 
Nel bicchiere è bellissima, assolutamente nera con un generoso cappello di schiuma cremosa e compatta. Aroma ricco, goloso, intenso; ci convivono fruit cake, melassa, prugna e uvetta sotto spirito, cioccolato, qualche nota di caffè e di torrefatto. Al palato non ci sono particolari viscosità ma il mouthfeel è comunque morbido, il corpo tra il medio ed il pieno. Il gusto è ricalca in pieno l’aroma e ne mantiene in pieno le promesse: è un’imperial stout pulita, intensa ed elegante, nella quale il dolce iniziale del fruit cake, del caramello e della frutta sotto spirito viene progressivamente bilanciato dall’amaro del caffè e del torrefatto, con suggestioni  di cioccolato fondente. L’alcool riscalda ogni sorso con vigore senza far mai male e nel finale arriva anche una spolverata di tabacco. Non ho mai avuto l’opportunità di berla “fresca” ma i due anni passati dalla messa in lattina non le hanno fatto sicuramente male: è ancora una birra vigorosa, molto amalgamata tra le varie componenti, che riscalda corpo e anima, emozionando. 

Nel 2015 arrivò anche la naturale evoluzione della Ten Fidy, ovvero il suo invecchiamento in botte: per la precisione un blend di diversi botti che avevano ospitato vari bourbon e whiskey.  Anch’essa produzione stagionale (novembre) la Barrel Aged Ten Fidy è stata prodotta per un paio di anni in quantità piuttosto limitata e distribuita solo alla taproom birrificio, guadagnandosi quindi un po’ di hype e di beergeeks in fila a sfidare i freddi inverni del Colorado.  L’espansione del programma Barrel Aging, avvenuto nel 2017, ha poi permesso a Oskar Blues di distribuirla in tutta la nazione in quantità maggiori; l’hype è scemato, buon per noi europei ai quali è arrivata qualche lattina. Incomprensibilmente alla potente versione Barrel Aged (12.9%) è stata dedicato un formato “pinta imperiale” (56.8 cl.): impegnativo, se dovete berla in solitudine.  L’hype (se di hype vero e proprio si può parlare) si è oggi spostato sulle edizioni limitate come la Barrel Aged Ten Fidy Java (caffè) o altre invecchiate in particolari botti di bourbon o whisky. 
Anch’essa splendida e del tutto simile alla sorella, anche se la schiuma è un po' meno compatta, la  Barrel Aged Ten Fidy regala un aroma altrettanto pulito e complesso, caldo, avvolgente: a fruit cake e frutta sotto spirito, protagonisti della versione  “normale”, s’aggiungono note di vaniglia e bourbon, legno, cocco tostato, cioccolato e caffè. Una festa che continua al palato, partendo da una sensazione palatale leggermente oleosa ed un po’ più morbida rispetto alla sorella. La bevuta è potenziata dal calore del bourbon ma non ci vuole molto a trovarsi con il bicchiere vuoto a forza di piccoli ma frequenti sorsi: il distillato è accompagnato da fruit cake e melassa, cioccolato fondente, caffè e torrefatto, vaniglia. Non c’è molto amaro, il finale è lunghissimo e nuovamente dominato dal bourbon, nel quale si tuffa un pezzo di fruit cake al cioccolato fondente.  Splendida birra, davvero ben fatta, che emoziona e conquista come la versione base, potenziandola ed elevandola di qualche gradino: difficile resisterle e difficile dimenticarla. Dopo averla bevuta scoprirete che la lattina formato pinta imperiale era un finto problema.
Livello molto alto per queste due imperial stout di Oskar Blues: per chi ama il genere e le sue interpretazioni classiche, lontano dalle derive pastry/dessert, è un doppio appuntamento da non mancare.
Nel dettaglio:
Ten FIDY,  35.5 cl., alc. 10,5%, IBU 65, imbott. 19/01/2017, prezzo indicative 8,00 euro (beershop)
Ten FIDY - Bourbon Barrel Aged, 56.8 cl.,  alc. 12,9%, IBU 75, imbott. 10/11/2017, prezzo indicative 18.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 5 febbraio 2019

DALLA CANTINA: Anders Strong Dark Oak Aged 2014

Il birrificio Anders!  nasce nella primavera del 2012 ad Halen, in Belgio, con un obiettivo ben preciso: produrre birra per conto terzi. A fondarlo sono Bart Durlet e Davy Daniëls, birrai supportati finanziariamente dagli imprenditori Armand Schellens e Hilde Peeters, entrambi operanti nel settore alimentare con le aziende Eurodesserts e Debic-Madibic. Ad ispirare i due birrai è il birrificio che produce per conto terzi più grande e famoso del Belgio, ovvero De Proef: “sarò sempre grato a Dirk Nauts, mi ha insegnato tutto” ammette Durlet.  
Sono 3600 gli ettolitri prodotti nel primo anno d’attività grazie a 64 birre diverse; il business plan iniziale prevedeva di arrivare a 6000 ettolitri entro il terzo anno d’attività, ma alla fine 2014 gli ettolitri prodotti erano già 10.000 ed erano stati necessari investimenti per acquistare nuovi fermentatori.
Una volta avviato il birrificio Durlet e Daniels salpano per altri lidi lasciando il controllo a Armand Schellens e Hilde Peeters, subito pronti a fare ulteriori investimenti per aumentare gli ettolitri prodotti a 36.000  (2016) e a 75.000 (2018) con la costruzione di un secondo e più ampio sito produttivo a cinquecento metri di distanza da quello originale.  Bart Durlet dopo aver lasciato Anders! ha lavorato per un periodo come consulente per altri birrifici prima di essere assunto come birraio dalla Heineken;  Davy Daniëls si è invece dedicato allo sviluppo della Amburon, lanciata come beerfirm nel 2009  e trasformata oggi in un birrificio a Tongeren che produce anche per conto terzi. 
Tra le beerfirm che si sono affidate ad Anders! in questi anni ricordo Beer52 (Scozia), BIIR, Zonderik/Columbus, Brussels Beer Project, De Eeuwige Jeugd, De Natte Gijt, De Lustige Brouwers, Enigma, Flanders Fields Brewery, Inglorious Brew Stars, Broeder Jacob, Mobius, Oedipus (Olanda), BOMBrouwerij  (Triporteur), Henricus (Paljas), i supermercati Delhaize, Dal 2016 Anders! ha anche iniziato a produrre regolarmente anche alcune birre a suo nome: IPA, Quadrupel, Saison De Mai, Summer Rye / Wheat Ale e persino una modaiola Tropical Milkshake (NEIPA). Negli anni precedenti il birraio  Bart Durlet aveva sporadicamente utilizzato il nome Anders! per realizzare solo due   interessanti esperimenti in piccole quantità: la Anders Strong Dark Oak Aged e la Brett and Oak.

La birra.
Anders Strong Dark Oak Aged 2014: nel nome c’è tutto o quasi. Trattasi di una potente Belgian Strong Dark Ale (12.5%) invecchiata sei mesi in barili che avevano in precedenza ospitato vino rosso del produttore Wijnkasteel Genoels-Elderen: i suoi 25 ettari costituiscono il vigneto più grande di tutto il Belgio. 
E’ vestita di marrone piuttosto scuro impreziosito da intense venature bordeaux reminiscenti del liquido che ha abitato le botti prima di lei. Il vino rosso è evidente anche al naso, in un aroma ricco di uvetta e prugna, frutti di bosco; in secondo piano dolci note di melassa, una piacevole ossidazione che richiama i vini marsalati. Al palato scorre abbastanza bene, considerata la gradazione alcolica: la tradizione belga è rispettata e le bollicine, a quattro anni dalla messa in bottiglia, sono ancora ben presenti. La bevuta segue con buona precisione l’aroma, iniziando un percorso molto dolce e fruttato che viene poi fortunatamente contrastato da note vinose asprigne, da una piacevole acidità e da un finale molto secco, ricco di legno e tannini. Tra le due componenti quella che maggiormente convince è quella aromatica, mentre al gusto il passaggio dolce-aspro è un po’ ruvido e spigoloso: lasciandola scaldare la componente vinosa prende il sopravvento, con l’effetto del passaggio in botte che mette un po’ in secondo piano la birra base. E’ comunque una bevuta piacevole, sebbene non raggiunga particolari profondità e complessità. Un esperimento credo mai più ripetuto, ma qualche bottiglia si trova ancora in giro e sembra ancora reggere piuttosto bene.
Formato 33 cl., alc. 12.5%, imbottigliata 04/2014, pagata 3,00 euro (beershop, Belgio)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 4 febbraio 2019

Munich Brew Mafia Das Kriminelle Helle

Munich Brew Mafia: un nome che potrebbe sembrare minaccioso ma che è in realtà un filosofia produttiva. “Vogliamo fare birra al limite dell’Editto di Purezza, rompere gli standard, fare una rivoluzione dal basso: sino ad oggi “la mafia della birra di Monaco” riguardava sei grandi birrifici che erano accusati di fare cartello sui prezzi, ma ora siamo arrivati noi!” Con queste parole il venticinquenne Dario Stieren annunciava nel 2016 la nascita di una beerfirm che vuole seguire i passi di altri due outsiders della capitale della Baviera: Giesinger e Crew Republic
Dario coltiva il sogno di diventare birraio da quando aveva sedici anni ma per inseguirlo deve attendere la fine della scuola dell’obbligo quando con un lavoro part-time da barista riesce a finanziare i suoi studi all’Università di Weihenstephan. Le pentole di casa iniziano a bollire dal 2010 e nel 2014 va a lavorare alla TapHouse Munich, locale devoto al craft di proprietà del birrificio Camba Bavaria. E il tempo libero? Utile per fare un tirocinio pratico presso il birrificio Geisinger. Alla TapHouse lo raggiunge l’amico d’infanzia Niklas Zerhoch, anch’esso bisognoso di risorse economiche per i propri studi di Storia e Sociologia alla LMU di Monaco:  i due sviluppano interesse per l’analisi sensoriale delle birre e Dario ottiene il diploma alla DLG e alla Doemens. Alla TapHouse i due realizzano anche alcune cotte davanti ai propri colleghi. 
A settembre 2016 è tutto pronto per il debutto di Munich Brew Mafia che avviene con la Don Limone, una Pils con abbondante luppolatura di Citra: la produzione avviene sugli impianti del vecchio birrificio di Camba Bavaria (Old Factory) a Gundelfingen, 130 chilometri di distanza da Monaco.  Dopo qualche mese arriva l’affumicata Habemus Cervesiam seguita da una Red Ale e dalla fresh-hop (Hallertauer  Blanc) Green Business; in poco più di due anni di attività “la Mafia” ha prodotto una trentina di birre tre le quali spiccano i nomi Boppeldock, Il Capo (Porter), Gangsters Paradise Session IPA, Due Fortuna (IPA), La Dolce Vita (Bock) ed El Capitano (Imperial Stout).

La birra.
Monaco + birra = Helles. Anche Munich Brew Mafia si cimenta nello stile più bevuto nella capitale della Baviera con la propria Kriminelle, simpatico gioco di parole. La birra prevede una luppolatura di Callista, Hersbrucker, Hallertauer Tradition e Mistral. 
E' dorata e velata, la candida schiuma è cremosa, compatta e mostra ottima ritenzione. Al naso emergono profumi floreali, di crosta di pane, miele e cereali, quest'ultimi un po' troppo invadenti; c,è tuttavia un buon livello di pulizia e di fragranza. Al palato la sento una po' più pesante dal dovuto, per quel che riguarda la sensazione tattile: la scorrevolezza non è tuttavia in discussione, anche se il corpo è verso il punto medio della scala. La bevuta è semplice come da manuale: pane, cereali e un tocco di miele; pulizia e finezza non sono esemplari anche se, rispetto alle helles industriali che dominano Monaco, l'intensità dei sapori è indiscutibilmente maggiore. La chiusura amara erbacea è abbastanza  pronunciata per i parametri dello stile, a rovinare la festa arriva però una leggera ma fastidiosa astringenza che non vorresti mai trovare in una birra nata per scorrere come l'acqua.  Difficile perdonare questo peccato in una birra semplice, quasi nuda, nella quale ogni minima imprecisione finisce sotto i riflettori. Il risultato è discreto ma, se si vuole insidiare le sei sorelle di Monaco, bisogna fare di più. 
Formato 50 cl., alc. 5.0%, scad. 28/06/2019.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.