giovedì 11 ottobre 2018

Filodilana Borgna & Filodilana Peura Neira


Debutta sul blog Filodilana Laboratorio Birrario, giovane beerfirm piemontese (Chieri / Carmagnola) operativa dal 2016. A fondarla Matteo Pellis, Alberto Bodritti e Diana Vergnano, i primi due alle prese con l’homebrewing dal 2011 con diverse partecipazioni ai concorsi nazionali organizzati da Hobby Birra e Mobi.  Le etichette delle bottiglie prodotte in casa raffiguravano spesso delle pecore ed ecco in parte spiegata la scelta del nome Filodilana: l’altra motivazione ha a che fare con il territorio locale di Chieri, nel quale sin dal quindicesimo secolo l'artigianato tessile risultava tra le attività economiche principali.  
Il territorio è presente non solo nelle parole ma anche nei fatti, ovvero negli ingredienti di alcune birre: una Quadrupel prodotta con pere Martin Sec (prodotto tradizionale piemontesi) due Italian Grape Ale che utilizzano uva Arneis e Nebbiolo, una Imperial Stout con al caffè Vergnano di Chieri: la gamma è poi completata dall’American Pale Ale Lupo Alberto, dalla bitter Borgna, dalla Belgian Ale Beela e dalla Tripel Dolly. La produzione avviene sugli impianti del birrificio Birrificio Castagnero di Rosta ed il Birrificio Sabaudo di Carmagnola. 
Quando si parla di beerfirm si pensa subito al passo successivo, ovvero a diventare un birrificio dotato di impianti propri. Non è questo un progetto a medio-breve termine per Filodilana: in cantiere c’è invece l’idea di aprire un locale per la somministrazione diretta delle birre, una sorta di “taproom”. 

Le birre.
Belgio ed Inghilterra sono le due tradizioni brassicole maggiormente rappresentate nell’offerta attuale di Filodilana. Partiamo dalla Borgna, una (extra special) bitter che si prende la licenza poetica di utilizzare luppolo ceco Saaz, anche in dry-hopping. La parola borgna, che in dialetto piemontese significa “cieca”,  si riferisce indirettamente proprio al paese d’origine del luppolo.  Il suo colore è un bell’ambrato carico con riflessi rosso rubino; la schiuma è fine, compatta e rivela ottima persistenza. Frutta secca a guscio, ciliegia, biscotto e caramello danno forma ad un aroma rispettoso dello stile e caratterizzato da buona pulizia ed intensità: in sottofondo qualche nota terrosa ed erbacea.  La bevuta ripropone lo stesso canovaccio passando dal dolce di biscotto e caramello, qualche estero fruttato, ad un amaro terroso di discreta intensità con qualche accenno di pane. I descrittori sono quelli giusti, ma in bocca c’è qualche problemino a rendere questa bitter meno godibile di quello che potrebbe essere:  troppe bollicine a disturbare la flemma inglese, qualche cedimento acquoso di troppo, una lieve astringenza,. C’è equilibrio ma manca armonia e i passaggi dolce-amaro risultano un po’ troppo bruschi. 

Peura neira in alcune aree del Piemonte significa pecora: per quel che riguarda la birra si tratta invece di una Imperial Stout prodotta con malti Maris Otter, Cara Vienna, Special B, Chocolate e Roasted, fiocchi di frumento, luppolo e lievito americano, una selezione di caffè Arabica e Robusta di Vergnano 1882 
Si veste di nero, la schiuma cremosa è abbastanza compatta ed ha una buona persistenza. L’aroma parla di caffè liquido, moca, orzo tostato, liquirizia, qualche accenno di pelle/cuoio: c’è pulizia e l’intensità è di livello, da migliorare è invece la finezza dell’ingrediente caffè. Anche in questa bottiglia ci sono troppe bollicine: la sua consistenza non presenta particolari densità o viscosità, caratteristica che accomuna la maggior parte delle Imperial Stout prodotte nel nostro paese. La scorrevolezza è chiaramente avvantaggiata, ma personalmente preferisco un po’ più di “ciccia” quando decido di bere una birra di questo tipo.  Caffè ed intense tostature caratterizzano il gusto di una birra dura e tosta, che procede senza esitazioni: liquirizia, caramello e qualche nota fruttata (prugna, uvetta) restano in sottofondo, l’acidità dei malti scuri anticipa un finale ricco di intense tostature e di una nota luppolata resinosa che  amplifica ulteriormente la percezione dell’amaro. L’alcool (9.5%) riscalda ogni sorso senza disturbare la bevuta;  è una imperial stout che piacerà a chi ama le interpretazioni più dure dello stile, alla Yeti di Great Divide giusto per darvi un punto di riferimento.  Anche questa birra ha qualche calo di tensione ma necessita soprattutto di maggior pulizia e precisione al palato: in questo c’è ancora parecchia strada da fare se si vuole realizzare un’imperial stout capace di “competere” con le migliori produzioni nazionali e (soprattutto) internazionali.
Nel dettaglio:
Borgna, 33 cl., alc. 5%, IBU 32, lotto 06/02/2018  (?), scad. 06/09/2019, prezzo indicativo 4.00 Euro
Peura Neira, 33 cl., alc. 9.5%, IBU 80,  06/02/2018, scad. 06/02/2028, prezzo indicativo 4.50 Euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

mercoledì 10 ottobre 2018

Stone Barrel C No Evil & Third Barrel Shut Up Juice

Proseguiamo il nostro viaggio in Irlanda, nello specifico nella zona industriale a sud-ovest di Dublino: è qui che ha trovato casa il birrificio Stone Barrel, aperto alla fine del  2013 da Niall Fitzgerald e Kevin McKinney. I due erano colleghi di lavoro nel settore finanziario, poi la crisi economica li ha costretti a cercare alternative:   “andai per un periodo all’esteroricorda Niall – e al mio ritorno trovai Kevin alle prese con un nuovo hobby, l’homebrewing. Mi conquistò subito e passammo ogni sabato libero a fare birra e ad assaggiare le nostre produzioni: nel 2012 ci iscrivemmo ad un concorso per homebrewers e la nostra Milk Stout vinse una medaglia. Prendemmo coraggio e dopo un anno eravamo pronti a partire. Il nostro obiettivo era semplicemente di fare quelle birre che ci piacevano bere”. 
Nell’attesa di ricevere e mettere in funzione il proprio impianto Stone Barrel opera per qualche mese come beerfirm producendo in Inghilterra: il debutto avviene con la Session IPA BOOM seguita dalla IPA C No Evil.  L’impianto di seconda mano che ha trovato casa nella periferia di Dublino ha una capacità di 11 ettolitri e proviene dalla Repubblica Ceca. Qualche mese fa è stato effettuato un pesante restyling delle etichette e sono anche arrivate le ormai irrinunciabili lattine.

Le birre.
Nasce nel 2013 come produzione occasionale (quaranta fusti prodotti in tutto) ma è ora disponibile tutto l’anno la IPA chiamata “C No Evil”: il suo nome è l’iniziale di tre famosi luppoli americani: Centennial, Cascade e Citra, questi ultimi due usati solo in late e dry hopping. Aspetto impeccabile, schiuma cremosa e compatta, livrea che oscilla tra il dorato e l’arancio. La lattina recita “drink fresh” ma non c’è nessuna data di confezionamento a dare punti di riferimento precisi: l’aroma è tuttavia fresco e pulito, una bella intensità composta da ananas e mango, pompelmo e arancia, qualche traccia resinosa e vegetale.  Al palato scorre con buona velocità non disdegnando qualche allusione morbida e cremosa: il gusto mostra piena corrispondenza con l’aroma e ne mantiene gli stessi elevati standard qualitativi. Pane, un accenno biscottato, un fruttato tropicale dolce e delicato, un anticipo di pompelmo prima di un bel finale amaro, resinoso e pungente di buona intensità e durata. L’alcool (6%) è piuttosto ben gestito e tuttavia è una IPA che sembra essere “più grande” di quanto dichiara: merito di un’intensità piuttosto elevata. Non regala molte emozioni ma è una IPA precisa e pulita, ben definita, con ogni cosa al posto giusto: moderna ma non modaiola, bilanciata, fatta davvero  bene. Di quelle che ti trovi sempre volentieri nel bicchiere.

Sugli impianti di Stone Barrel vengono attualmente prodotte anche le birre della beerfirm Third Circle lanciata nel 2015 dall’homebrewer Jon Grennan. Non sono riuscito a capire se Grennan ha anche partecipato economicamente all’acquisto dell’impianto ma quello che è certo è che  Thrid Circle e Stone Barrel hanno poi congiuntamente creato nel 2017 la beerfirm Thrid Barrel, una ventina di birre già all’attivo. 
Shut Up Juice viene definita una New World Pale Ale prodotta con Citra, Vic Secret, El Dorado e  Simcoe. Nel bicchiere è di un bel color dorato/arancio piuttosto velato; la schiuma ha una buona persistenza ma risulta un po’ scomposta. Buona intensità ma pulizia solo discreta al naso: c’è una generale sensazione di dolce frutta tropicale, di arancia zuccherata, pompelmo. L’insieme è indubbiamente gradevole ma i singoli elementi non sono ben definiti. Un eccesso di bollicine disturba un po’ quella che è una bevuta dall’ottima intensità se si considera la gradazione alcolica (5%). Domina la frutta tropicale con qualche incursione di pompelmo e arancio, il finale è piacevolmente secco con un veloce passaggio amaro resinoso che lascia il palato ben pulito.  Nonostante le imprecisioni c’è equilibrio e carattere in questa Shut Up Juice: anche qui siamo davanti ad una IPA moderna ma non modaiola, ovvero non a una birra che “sa di birra” e non ad un succo di frutta. Si vede una mano abile (la stessa di Stone Barrel, presumo) e un bel potenziale parzialmente inespresso sul quale si può lavorare con ottimismo. 
Nel dettaglio:
Stone Barrel C No Evil, 44 cl., alc. 6%, lotto #0049, scad. 27/04/2019, prezzo indicativo 4.00 euro (beershop, Irlanda)  
Third Barrel Shut Up Juice, 44 cl., alc. 5%, lotto 0052, scad. 02/06/2019, prezzo indicativo 4,30 euro (beershop, Irlanda)  

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 9 ottobre 2018

Founders DankWood

Rieccoci a parlare – sempre con piacere – della Barrel Aged Series del birrificio Founders di Grand Rapids, Michigan. Sei birre l’anno provenienti dall’enorme “cantina” (virgolette d’obbligo), ovvero una vecchia cava di gesso ora in disuso che si trova a 5 chilometri di distanza dal birrificio. E’ qui dove oggi riposano circa 20.000  barili a 25 metri di profondità e ad una temperatura costante di 3-4 gradi centigradi: inaugurata nel 1890 dalla  Alabastine Mining Company, la cava fu utilizzata sino al 1943 quando la società fallì; nel 1957 il dedalo di corridoi e passaggi che si snoda per una decina di chilometri fu acquistato dalla Michigan Natural Storage Company e riconvertito in un magazzino di stoccaggio “naturalmente refrigerato” che viene utilizzato da numerose aziende, oltre che da Founders.    La “cantina” di Founders non è visitabile, se non in rare occasioni speciali:  nonostante la temperatura delle cave sia bassa, le botti sono state collocate in una zona nella quale operano condizionatori d’aria che permettono di regolare anche l’umidità. I barili vengono riportati in superficie con un montacarichi, caricati su di un camion e consegnati al birrificio; dalle botti la birra viene trasferita in serbatoi d’acciaio e centrifugata per rimuovere i sedimenti.  La Barrel Aged Series 2018 ci ha portato KBS (marzo), Backwoods Bastard (aprile),  Dankwood (Maggio), Barrel Runner (giugno) e Curmudgeon’s Better Half (agosto): l’ultima birra prevista per novembre sarà annunciata nelle prossime settimane. 
Ricordo che la partnership (30%) con il birrificio industriale spagnolo Mahou San Miguel ha tolto nel 2014 a Founders lo status di birrificio artigianale secondo le linee guida dell’American Brewers Association: ma è soprattutto grazie a  (o per colpa di) ciò che è oggi possibile assaggiare queste birre anche alle nostre latitudini.

La birra.
Facciamo un salto indietro all’agosto del 2015 quando Founders annunciava l’arrivo della reDANKulous, un’Imperial Red IPA luppolata con Chinook, Mosaic e Simcoe: faceva parte della Backstage Series, ovvero birre sperimentali/occasionali precedentemente disponibili solo alla taproom di Grand Rapids e distribuite per la prima volta in bottiglie da 75 cl.  Inevitabile anche sperimentarne il suo invecchiamento, visto che alla Founders non mancano spazio e botti: nel 2016, dopo 485 giorni passati in botti di bourbon, alla spina della taproom veniva attaccato qualche fusto di Barrel Aged reDANKulous. A luglio del 2017 chi passava da Grand Rapids poteva invece assaggiare per la prima volta un bicchiere di Brandankulous, ovvero reDANKulous invecchiata per 380 giorni in botti di brandy: è attaccata alla spina anche oggi, se siete da quelle parti. I due esperimenti hanno evidentemente convinto il birraio Jeremy Kosmicki sulla validità di una Imperial Red IPA barricata: la produzione è stata incrementata e sono state riempite molte botti di bourbon. Il risultato che possiamo assaggiare oggi in bottiglia, anche dall’altra parte dell’oceano, è stato chiamato Dankwood: “questa birra è un esempio della nostra volontà di spingerci sempre oltre: molti birrifici si limitano ad invecchiare in botte uno o due stili di birra, noi invece non mettiamo limiti alla curiosità e alla sperimentazione”. 
Nel bicchiere c’è un bel tramonto infuocato, ambrato carico con intense venature rossastre: in superficie una nuvola di schiuma cremosa e compatta, color ocra, dalla buona persistenza. La contemplazione estetica è però ben presto interrotta da un aroma potente e indicativo del contenuto alcolico di questa Imperial Red IPA: 12.2%. Il bourbon è protagonista ed è affiancato (ovviamente) da quei profumi tipici di una IPA “poco fresca”: il dank qui è diventato un misto resinoso-vegetale, marmellata d’arancia,  caramello e biscotto. In sottofondo un velo dolce di vaniglia.  La bevuta non è da meno e i primi sorsi sono piuttosto impegnativi: l’alcool si fa sentire sin dall’ingresso, affiancando il dolce di caramello, biscotto e marmellata d’arancia prima dell’arrivo di un’ondata amara resinosa e vegetale, pungente. Un attimo di tregua ed il bourbon è nuovamente protagonista di un retrogusto lunghissimo, intenso, caldo. Alla potenza si contrappone il mouthfeel, docile e a tratti quasi morbido. 
E’ indubbiamente ben fatta ma non rientra esattamente nelle mie preferenze la DankWood di Founders: il binomio amaro resinoso e bourbon è per me piuttosto pesante da smaltire e mi obbliga a centellinare il liquido molto lentamente.  Dopo un po’ il palato s’abitua e le cose migliorano leggermente, ma personalmente preferisco abbinare il bourbon al profilo dolce di una scotch ale (Backwood Bastard) o all’amaro del tostato/caffè (KBS).
Formato 35,5 cl., alc. 12.2%, IBU 65, imbott. 10/04/2018, prezzo indicativo 5.00-6.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 8 ottobre 2018

Reel Deel Say Nowt Stout

Continuiamo il nostro viaggio all’interno della Craft Beer Revoultion irlandese recandoci a Crossmolina, contea di Mayo: è qui che nel 2014 Marcus Robinson ha fondato la Reel Deel Brewery. Inglese di nascita, Robinson si trasferisce dallo Yorkshire in Irlanda nel 2007 assieme alla moglie Catherine, nata e cresciuta invece nella contea di Mayo: l’homebrewing è un hobby che praticava sin dai tempi della scuola superiore, alla metà degli anni ’80. L’idea di aprire un birrificio è una conseguenza della crisi dell’industria edilizia, ramo in cui operava, che colpisce l’Irlanda nel 2009: ci vogliono però quasi 5 anni prima di vedere in funzione il nuovo impianto da 16 ettolitri  della Reel Deel, birrificio che prende il nome dal fiume (Deel) che scorre nei dintorni. Il debutto avviene con la Irish Blond, una piccola rivoluzione locale: “fino a sei mesi fa in questa zona non si trovava nessuna birra artigianale. Ora i bar iniziano a tenere qualche bottiglia, proveniente principalmente da birrifici di Cork e Dublino; la mia speranza è che la gente voglia anche comprare qualche birra locale”. 
A Marcus e al birraio Paul Williams non interessa però seguire le mode: a testimoniarlo le sole sette etichette realizzate in quattro anni d’attività. L’unica concessione sono le grafiche delle bottiglie che ultimamente hanno subito un restyling per renderle moderne e in grado di competere sugli scaffali sempre più affolati di beershop e supermercati. Dallo scorso maggio Reel Deel è distribuito nella capitale Dublino e ha raggiunto poche settimane fa un accordo con la catena di supermercati Lidl nell’ambito di un progetto che mira alla valorizzazione e alla crescita di medie e piccole imprese irlandesi. E se non erro sono arrivate anche le prime lattine.

La birra.
“Is binn béal ina thost”  (letteralmente “una bocca silenziosa è dolce”) è un proverbio irlandese che potremmo tradurre come “il silenzio è d’oro”: questo il motto che Reel Deel ha scelto per la propria stout chiamata Say Nowt, prodotta con malti tostati irlandesi, frumento, luppolo Bramling Cross. 
Nel bicchiere si presenta di color ebano scuro con una generosa schiuma cremosa e compatta dalla buona persistenza. L’aroma è un ottimo biglietto da visita, pulito ed elegante:  profumi di cioccolato al latte, caffè, caramello brunito, qualche accenno di frutti di bosco. Qualche bollicina in eccesso disturba un po’ quello che è comunque un mouthfeel scorrevole e leggero, senza velleità cremose o morbide. Il gusto cerca di replicare l’aroma ma purtroppo non lo fa con la stessa pulizia e precisione: una generale sensazione di torrefatto e caffè scorre al palato senza lasciare un grande ricordo, di tanto in tanto fa capolino qualche traccia di cioccolato. C’è una buona secchezza, l’intensità è discreta con un sussulto finale nel quale l’amaro terroso del luppolo affianca quello delle tostature: spunta anche qualche nota di cenere, quasi di affumicato. Say Nowt Stout, discreta interpretazione dello stile che tuttavia mi ha lasciato un po' perplesso: ero rimasto maggiormente impressionato dalla Pale Ale Jack The Lad, una session beer fresca, secca e pulita, godibilissima, con un carattere gentilmente fruttato donatele dall’utilizzo del Citra. 
Formato 50 cl., alc. 4.8%, lotto BAT10, scad. 20/10/2018, pagata 3,70 euro (supermercato, Irlanda)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

venerdì 5 ottobre 2018

Firestone Walker Nitro Merlin Milk Stout

Della Velvet Merlin di Firestone Walker (Paso Robles, California) vi avevo parlato in questa occasione. Una stout all’avena che il birraio Matt Brynildson aveva ideato ispirandosi al The Real Ale Almanac di Roger Protz: la birra aveva superato il giudizio dei fondatori Adam Firestone e David Walker ed era stata lanciata come produzione autunnale disponibile solo alla taproom del birrificio: il nome scelto fu Velvet Merkin. L’aumento delle richieste da parte dei clienti ne permise qualche anno dopo anche la produzione su grande scala e la conseguente messa in bottiglia: c’era solo d’affrontare il problema del nome.  Il termine “merkin” in inglese indica infatti una  piccola parrucca per coprire i genitali  utilizzata soprattutto dall’industria cinematografica nelle scene di nudo.  La stout fu allora rinominata Velvet Merlin, con riferimento al mago Merlino ma anche al soprannome del birraio Brynildson: “inizialmente non ero contento, ma poi ho dovuto ammettere che potevano sorgere dei problemi a distribuire una birra chiamata Velvet Merkin. Dopo tutto la parola davvero importante nel nome è Velvet (velluto) in quanto descrive la consistenza che ho voluto dare a questa birra”.  
Il nome Velvet Merkin  è stato riesumato quando il birrificio ha deciso di far uscire una versione barricata della Velvet Merkin, leggermente modificata con aggiunta di lattosio. Nel 2016 il lattosio, assieme all’avena, è stato il protagonista della prima birra al carboazoto di Firestone: la Nitro Merlin, variante della Velvet Merlin, era sino alla fine dello scorso anno disponibile solamente in fusto.  A gennaio 2018 l’annuncio delle prime lattine: “volevamo replicare l’esperienza della spinatura al carboazato, dalla bellissima schiuma al mouthfeel cremoso. Abbiamo inizialmente pensato ad introdurre la solita pallina nella lattina ma il suo utilizzo comportava anche l’immissione di una percentuale di ossigeno che avrebbe influito negativamente sulla freschezza e sulla shelf life del prodotto. C’è voluto molto lavoro sulla linea di produzione delle lattine, ma siamo molto soddisfatti del risultato”. Alla Firestone hanno risolto il problema posizionando al termine della linea d’inlattinamento una macchina che immette alcune gocce di nitrogeno: immediatamente il nitrogeno liquido rilascia una componente gassosa che va a riempire la lattina occupando il vuoto che si crea tra il liquido ed il coperchio. 
L’esperienza nitro si completa con il “surge pour”: le istruzioni grafiche vi invitano a capovolgere la lattina per tre volte prima di stapparla e poi versarla con vigore in verticale al centro del bicchiere. In questo modo potete ammirare la risalita dal basso verso l’alto delle bollicine di nitrogeno che colorano momentaneamente la birra di bianco e vanno a poi a formare la cremosa schiuma.

La birra. 
Lattosio escluso, la ricetta della Nitro Merlin è la stessa della Velvet Merlin: malti Maris Otter, 2-Row Pale, Roast Barley, English Dark Caramel, Medium Caramel, Carafa  e avena (15%); l’unico luppolo utilizzato è il Fuggle (coltivato negli Stati Uniti). 
Il suo colore è un ebano scurissimo e forma un generoso cappello di schiuma cremosa e compatta, dall'ottima persistenza. Pulito ed elegante, l’aroma regala profumi di chicchi di caffè, orzo tostato e caffelatte; in secondo piano si scorgono note di cacao e tabacco, frutti di bosco. La sensazione palatale che è il fulcro delle birre al carboazoto è davvero gratificante: poche bollicine, consistenza morbida e vellutata, cremosissima. La bevuta è intensa e perfettamente bilanciata: si parte dal dolce di caramello, caffelatte e cioccolato al latte per poi arrivare all’amaro del caffè e delle tostature.  Chi non ama l’acidità portata dai malti scuri troverà qui un grande alleato nel lattosio, capace di addomesticare ogni spigolo e garantire un percorso liscio e morbido dall’inizio alla fine. Equilibrata, semplice, facilissima da bere, ogni cosa al posto giusto: livello davvero elevato per la  Nitro Merlin Milk Stout di Firestone Walker.
Formato 35.5 cl., alc. 5.5%, IBU 27, lotto 06/04/2018, prezzo indicativo 4.50-5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

giovedì 4 ottobre 2018

Faxe Mosaic IPA

La Craft Beer Revolution non ha portato solamente benefici a noi appassionati ma ha anche involontariamente contribuito a creare dei piccoli “mostri”.  Mi riferisco ai tentativi dei grandi birrifici industriali e delle multinazionali di realizzare dei prodotti “crafty”: è “colpa” della birra artigianale se oggi abbiamo sugli scaffali dei supermercati le IPA di Moretti, Poretti e Ceres, tanto per citarne alcune! 
Per molti anni nel mio immaginario (e a quanto leggo non solo nel mio)  la Faxe è stata la “birra dell’autogrill”: la trovavo quasi solo lì, perennemente in offerta nella sua esagerata lattina da un litro. Decenni fa, quando per me la birra era solo un liquido giallo col quale inebriarsi, la Faxe rappresentava una variante esotica e ricercata rispetto alla più diffuse birre danesi Ceres e Carlsberg: incontrare occasionalmente il lattinone da un litro anche al supermercato era un evento gioioso. 
Dietro “alla birra dell’autogrill” c’è però una storia da raccontare: Faxe è un comune della Zelanda, Danimarca, dove nel 1901 Nikoline and Conrad Nielsen fondarono la Fakse Dampbryggeri; dopo la morte del marito, avvenuta nel 1914, la vedova Nielsen cambiò il nome in Faxe Bryggeri e continuò a gestire il birrificio con ottimi risultati grazie alla produzione di lager e strong lager, queste ultime destinate principalmente all’esportazione verso la vicina Germania. Nel 1956 Faxe fu trasformata in una società per azioni la cui maggioranza passò nelle mani dei tre figli di Nikoline e, a partire dal 1960, del nipote Bent Bryde-Nielsen: i suoi investimenti consentirono all’azienda di espandersi e di ottenere un grande successo nel ventennio 1970-1980, soprattutto con l’esportazione in Svezia e Germania del “Grande Danese” (così veniva reclamizzata la lattina da un litro) e alla produzione di soft drinks (Faxe Kondi).  Nel 1989 avvenne la fusione con la Jyske Bryggerier (Ceres, Urban e Thor) per formare la Royal Unibrew secondo maggior produttore danese dietro al colosso Carlsberg; alla fine degli anni 90 vennero inglobati anche i birrifici delle ex-repubbliche baltiche Vilniaus Tauras, Kalnapilis e Lāčplēša Alus. Oggi Royal Unibrew produce quasi 5 milioni di ettolitri l’anno ed ha una forte presenza in Danimarca, Finlandia, Italia (soprattutto con la Ceres Strong Ale), Germania, Lituania, Estonia e Lettonia. Alla guida della divisione “craft & specialty beers”, che attualmente vale il 2% dell’intero fatturato, c’è una vecchia conoscenza: Anders Kissmeyer. Al nostro paese sono destinate le gamme Nørden/Ceres e Polar Monkey; all’inizio dell’estate è arrivata un po’ in sordina anche la Faxe IPA.

La birra.
Il marchio Faxe non dovrebbe accendere entusiasmi tra gli appassionati di birra artigianale, anche se affiancato dalle parole magiche IPA, Mosaic e IBU, le ultime due sconosciute alla stragrande maggioranza di coloro che acquisteranno questa lattina. Il problema è sempre il solito, ovvero il prezzo: immaginate di organizzare una grigliata tra amici e di volerla annaffiare con litri di buona birra. L’opzione “vera artigianale” è molto, troppo cara, direi inaffrontabile. Escludete anche a priori la classica lager scialba e insapore.  Ci sono queste lattine da mezzo litro che costano 1,50 Euro: possono essere un’alternativa ?  
La IPA di Faxe, prodotta con “generose quantità di luppolo Mosaic” (sic) è di un limpido color oro antico: schiuma ineccepibilmente compatta e cremosa, dall’ottima persistenza. L’aroma non è ovviamente un manifesto di fragranza e freschezza ma tutto sommato è accettabile; marmellata d’agrumi, resina, caramello, c’è anche qualche suggestione di quei frutti di bosco tipici del Mosaic e di alcool. La bevuta prosegue in linea retta senza nessuna sorpresa: si passa dal dolcione biscotto - caramello -  marmellata a un tocco amaro resinoso e vegetale che pungola il palato, sospinto da una percezione dell’alcool (5.7%) molto più elevata di quanto dichiarato. E’ la birra del vichingo, che credevate? Il retrogusto è accondiscendente e ovviamente dolciastro, le manca secchezza, freschezza e fragranza ma nel complesso non è così disastrosa come pensavo e soprattutto priva di quelle sfumature ematiche/metalliche spesso presenti nelle lattine di Faxe. Si beve e meglio di altre IPA industriali, in primis della sorella Ceres al rosmarino: peccato per quella fastidiosa nota etilica. Non la disdegnerei come accompagnamento quantitativo (anziché qualitativo) dell’ipotesi grigliata descritta in precedenza. 
Ovviamente se volete bere una “vera” IPA fatta come dio comanda non dovete cercarla in questa lattina: la qualità si paga (spesso troppo) e in questo caso bisogna accontentarsi. Le alternative low cost oggi non mancano, supermercati e discount sono pieni di proposte alternative alle costose “artigianali”: alcune sono meno peggio di altre e questa IPA di Faxe mi sembra potersi giocare la sua partita. Sul fondo della lattina è anche stampigliata la data di nascita, quindi dateci un'occhio prima dell'acquisto: io ho avuto la fortuna di trovare un esemplare con poco più di un mese di vita.
Formato 50 cl., alc. 5.7%, IBU 45, lotto 23/05/2018, scadenza 21/08/2019, prezzo 1,49 euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

mercoledì 3 ottobre 2018

O Brother Brewing: The Dreamcatcher Session IPA & The Rainmaker IPA


Dicono di non essere mai andati d’accordo fra di loro tranne che su di una cosa: la volontà di aprire un birrificio.  Sono i fratelli Barry, Brian e Padhraig O'Neill, in arte O Brother Brewing: iniziano nel 1997  a dilettarsi con l’homebrewing con un kit da 25 litri nella loro casa di Bray, contea di Wicklow, località costiera che si trova  a circa 20 km a sud di Dublino. Tutti e tre hanno saltuariamente lavorato nell’Off-Licence (rivendita di alcolici) dello zio e sono stati conquistati dalla craft beer revolution: “in Irlanda stava finalmente iniziando a prendere piede e, da appassionati bevitori, eravamo eccitati da tutte quelle birre prodotte localmente e non provenienti dagli Stati Uniti, ad esempio. Avevamo tutti un lavoro fisso ma volevamo dedicarci a qualcosa che ci appassionava davvero, anche se non c’era nessuna garanzia che il nostro birrificio avrebbe funzionato”. 
Nel 2011, mentre stanno partecipando all’Irish Craft Beer Festival, i tre fratelli decidono di voler fare sul serio: affittano un piccolo locale in una zona industriale dove vi posizionano un impianto pilota da 100 litri sul quale testano le loro ricette.  Dopo tre anni di “intenso homebrewing”  e di formazione  è pronto al debutto il birrificio O Brother, nome non proprio originale, che trova casa a Kilcoole, una quindicina di chilometri a su di Bray. Le prime due birre vengono commercializzate a dicembre 2014 nei pub della cittadina d’origine:  l’American Pale Ale The Chancer e la Red Ale The Fixer che ho personalmente avuto modo di provare in loco. In quest’ultima l’uso di luppoli americani non cancella completamente la tradizione irlandese ma porta una piacevole ventata di novità. 
Dei tre è attualmente solo Brian a dedicarsi tempo pieno al birrificio, mentre Barry e Phadraig hanno mantenuto le loro precedenti occupazioni e lo aiutano negli orari serali e nei weekend; la capacità produttiva di O Brother si è mostrata rapidamente insufficiente a soddisfare tutte le richieste e i fratelli O'Neill hanno già dovuto far ricorso a finanziamenti per espandersi. Nell’ambito di questo progetto, all’inizio della scorsa estate, sono anche arrivate le prime lattine.

Le birre.
Non c’è molta tradizione nella gamma O Brother che vuole invece seguire le moda: sono dunque i luppoli americani a caratterizzare la maggior parte della produzione che ovviamente non disdegna di gettare uno sguardo allo stile più inflazionato del momento, quello delle NEIPA. 
Partiamo dalla Dreamcatcher, una “New England style Session IPA” (4.5%) infarcita di Citra, Simcoe e Mandarina Bavaria.  Il suo colore è un dorato velato ma non particolarmente hazy: la schiuma, cremosa e compatta, ha una buona persistenza. Il naso rivela una discreta intensità e una buona pulizia che permette d’apprezzare i profumi di ananas e mango, pompelmo, qualche nota dank. La bevuta è equilibrata e priva di eccessi: è un fruttato tropicale educato e non estremo, ben integrato con i malti (pane e crackers, miele);  una buona secchezza e un leggero amaro zesty/erbaceo chiudono un percorso che ha una buona intensità per una “session” beer, facile da bere e molto scorrevole. Non ci sono difetti ma non ci sono nemmeno particolari spunti: le manca un po’ di definizione e di carattere, soprattutto a fine corsa, dove la bevuta perde un po’ di verve.  

Passiamo alla sorella maggiore (7%) The Rainmaker, IPA prodotta  con Citra, Mosaic e Galaxy. Anche lei opaca ma non torbida, accoglie il bevitore con profumi floreali e resinosi, qualche nota tropicale e di pompelmo, un tocco dank. L’intensità è discreta, pulizia e fragranza lasciano invece un po’ a desiderare: data di messa in lattina non pervenuta. Nonostante il birrificio la definisca una  New England il risultato s’avvicina molto al concetto di West Coast IPA: pane e miele, qualche nota tropicale, pompelmo, un finale amaro resinoso intenso e pungente, di buona durata. Rispetto all’aroma c’è un bel passo in avanti per quel che riguarda pulizia e definizione, mentre la sensazione palatale è morbidissima, quasi setosa, grazie all’utilizzo di avena.  Pochi elementi in gioco ma molto ben dosati: la semplicità paga e questa Rainmaker di O Brother sarebbe davvero ottima se avesse po’ più secchezza e se riuscisse a nascondere meglio l’alcool. 
Due birre dall'approccio interessante da questo giovane birrificio irlandese: c’è ovviamente spazio per migliorare ma si vede che in sala cottura c’è un mano educata e “pensante”, alla ricerca di equilibrio e facilità di bevuta e non di fuochi d’artificio o inutili esagerazioni. Buon livello, niente da invidiare a nomi già noti della scena craft irlandese come Whiplash o Yellowbelly.
Nel dettaglio:
The Dreamcatcher, 44 cl., alc. 4.5%, lotto C2018G119, scad.  26/04/2019, prezzo indicativo 4.00 euro (beershop)
The Rainmaker, 44 cl., alc. 7,0%, lotto C2018G115, scad. 26/04/2019, prezzo indicativo 4.50 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 2 ottobre 2018

Hilltop Un Americano

Torna sul blog il birrificio Hilltop di Bassano Romano (Viterbo)  a pochi chilometri dal lago di Bracciano; il suo impianto s'accende nell'agosto 2014 ma in precedenza, nell'attesa della messa in funzione, le birre erano stato prodotte per un breve periodo presso impianti terzi. Il birrificio è gestito interamente dalla famiglia irlandese/inglese Gallagher-Deeks, residente in Italia da trent'anni: i genitori  Barry  ed Eithne si occupano della parte gestionale ed amministrativa lasciando libero in sala cottura il figlio Conor, la cui formazione passa dall'homebrewing al diploma all'Institute of Brewing & Distilling per terminare con un praticantato di quasi tre anni presso Birra del Borgo. Alle operazioni (grafica e critica, dicono) partecipano anche le sorelle Tess ed Aisling. E' su di un impianto da sei barili proveniente da Manchester che ha preso vita la Barry's Bitter, birra dell'esordio che viene realizzata con malti e luppoli inglesi; la seguono la American IPA chiamata Hop Hill, la Belgian Strong Ale ZenZero e la Golden Ale Bella Blonde. Il portfolio è stato poi arricchito da diverse collaborazioni, birre stagionali e occasionali: al momento il database di Untappd ne elenca trentasette. 
Hilltop ha radici irlandesi e una delle sue produzioni meglio riuscite è la Gallagher Stout che abbiamo assaggiato in questa occasione. Una birra che è stata utilizzata in seguito come base di partenza per piacevoli divagazioni come ad esempio la Americano, versione “corretta” con aggiunta di lattosio, caffè e sciroppo d’acero; la sua edizione 2.0 ha introdotto la variante caffè d’orzo, mentre è da poco arrivata la sorella “maggiore” e potenziata chiamata Un Americano. Stessi ingredienti dell’Americano ma contenuto alcolico in percentuale che sale da 5.5 a 7.3.

La birra.
Il suo vestito è prossimo al nero, la schiuma è cremosa, compatta ed ha un’ottima persistenza. Caffelatte, cioccolato al latte e orzo tostato sono al centro di un bouquet aromatico pulito ed elegante: in secondo piano si scorgono lo sciroppo d’acero, la frutta sotto spirito, un tocco di fumo/cenere.  La leggera morbidezza  donatale dal lattosio è un po’ disturbata da qualche bollicina di troppo:  la facilità di bevuta non è però in discussione e questa “Americano” procede bilanciata tra un inizio dolce di caramello e cioccolato al latte e un amaro nel quale si fanno strada caffè, tostature e qualche sfumatura di cenere/tabacco. Il lattosio riduce ai minimi termini l’acidità tipica dei malti scuri e, dopo una chiusura ricca di caffè, c’è un delicato strascico di caffelatte, cioccolato e sciroppo d’acero. Non fatevi ingannare dai descrittori: non siamo davanti ad una di quelle “finte” birre dessert che stanno purtroppo invadendo sempre di più il mercato. L’Americano di Hilltop è una birra in tutto è per tutto nella quale c’è pulizia, intensità ed equilibrio, l’alcool è perfettamente nascosto e manca solo un po’ più di definizione. Il livello rimane comunque alto, la colazione è servita e la giornata può iniziare nel migliore dei modi.
Formato 33 cl., alc. 7.3%, lotto 18006, scad. 01/02/2019, prezzo indicativo 5.50-6.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 1 ottobre 2018

Whiplash / Wylam Do You Wanna Touch Me

Whiplash e Wylam, due nome “caldi” nella scena craft dei rispettivi paesi di provenienza, Irlanda e Inghilterra.  Whiplash è una beerfirm guidata da  Alex Lawes e Alan Wolfe, entrambi provenienti dalla Rye River Brewing Company, uno dei più grandi birrifici indipendenti irlandesi. Lawes, a quel tempo homebrewer,  vi era arrivato nel 2014 come apprendista e la sua permanenza doveva durare solamente un anno. Ma nel 2015 la Rye River si era trovata improvvisamente senza birraio e, dopo alcuni infruttuosi colloqui, Wolfe aveva implorato a Lawes di accettare il ruolo di head brewer offrendogli carta bianca sulle ricette e dandogli la possibilità di produrre sugli stessi impianti anche la propria neonata (2016) beerfirm Whiplash. Alla fine del 2017 i due hanno lasciato definitivamente la Rye River per lavorare a tempo pieno al progetto Whiplash:  le birre sono attualmente prodotte sugli impianti del birrificio Larkin di Wicklow. 
Il birrificio Wylam è invece operativo dal 2000 nel piccolo e omonimo villaggio del Northumberland  e  ha “cambiato pelle” nel 2010  grazie all’arrivo di  nuovi soci portatori di liquidità e capacità imprenditoriale: Dave Stone e Rob Cameron. I due sono proprietari di altrettanti gastropub a Newcastle e iniziano a collaborare con Wylam che li rifornisce di birra.  Nel 2015 la collaborazione si trasforma in una vera e propria partnership con la ristrutturazione del Palace of Arts dell’Exhibition Park di Newcastle nel quale trovano posto un impianto 35 ettolitri,  taproom con 12 spine e 6 casks, bar, beer-garden, ristorante ed un spazio per organizzare eventi, matrimoni, concerti. 
Lo ripeto ancora una volta: oggi “birra artigianale” coincide sempre più con il concetto di “novità”. Non bisogna fermarsi mai e offrire sempre qualcosa di nuovo da provare agli appassionati. In quest’ottica le collaborazioni tra birrifici sono uno strumento perfetto: si mettono assieme due nomi alla moda, si produce una IPA/DIPA magari apportando solo qualche modifica ad una ricetta pre-esistente, la si vende.

La birra.
Dall’incontro tra Whiplash e Wylam nasce Do You Wanna Touch Me, una Double IPA prodotta con malti Maris Otter e  Carapils, avena, zucchero candito belga, luppoli Vic Secret e Citra nel whirlpool, doppio dry-hopping di Citra, BRU-1, Vic Secret e Galaxy, lievito London Ale III.  Sul nome scelto non credo ci siano dubbi: Do You Wanna Touch Me? (1973) è stato uno dei successi di  Gary Glitter, glam rocker inglese dalla vita piuttosto turbolenta che sta attualmente scontando 16 di carcere per abusi sessuali nei confronti di tre minorenni avvenuti negli anni ’70. 
Il suo aspetto è quello di un torbido succo alla pera: piuttosto bruttina, ma così vuole il protocollo Hazy/Juicy/NEIPA. La schiuma è invece abbastanza compatta e persistente per lo stile.  L’effetto “succo di frutta” è presente anche al naso, sebbene con poca pulizia e finezza: il risultato è una generale sensazione tropicaleggiante (mango, papaia?) intensa ma un po’ cafona. Il mouthfeel è piuttosto gradevole: morbido e quasi cremoso, senza degenerare in consistenze troppo ingombranti che di fatto penalizzano troppo la bevibilità. La bevuta è tutta via molto meno fruttata di quanto l’aroma potesse far immaginare e, ahimè, abbastanza deludente: il tropicale è poco definito e confuso, l’alcool (8.4%) si sente anche più del necessario e di fatto costringe a rallentare drammaticamente il ritmo dei sorsi. Poteva questa Do You Wanna Touch Me farsi mancare il tipico “bruciore/effetto pellet” delle mediocri interpretazioni dello stile?  Certo che no ed ecco un finale amaro resinoso  e poco gradevole, fortunatamente di modesta intensità e durata. 
Collaborazione poco riuscita tra Whiplash e Wylam:  Double NEIPA confusa, noiosa, bevibile ma pesante da mandare giù.  Non si può nemmeno chiamare in causa l’età anagrafica: un mese al momento della bevuta. Se mi fidassi del beer-rating dovrei piuttosto invocare la teoria della “lattina sfortunata”.
Formato 44 cl., alc. 8,3%, lotto 3071, scad. 13/02/2019, prezzo indicativo 5.50-6.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

venerdì 28 settembre 2018

Wicked Weed El Paraiso Bourbon Barrel Imperial Stout 2018

Il birrificio Wicked Weed di Asheville, Carolina del Nord, era arrivato sul blog quando le acque erano ancora calme: era l’aprile del 2017, esattamente un mese prima che arrivasse la tempesta. Non per Walt e Luke Dickinson e per la famiglia Guthy, proprietari del birrificio, ma per tutti gli aficionados della craft beer: la vendita alla multinazionale AB-InBev. Wicked Weed andava quindi a far compagnia agli altri ex-birrifici artigianali che compongono il segmento “High End” di Ab-Inbev: Goose Island, Blue Point, 10 Barrel,  Elysian, Golden Road,  Breckenridge, Four Peaks, Devils Backbone e Karbach. Le cifre dell’acquisizione non sono mai state rivelate ma le dichiarazioni post-vendita sono le stesse che abbiamo sempre letto: “siamo la stessa gente di prima, gli stessi birrai, lavoriamo duro e le birre resteranno identiche a prima. Anzi, saranno migliori grazie al nostro nuovo partner strategico”
Duecento impiegati, quattro locations operative nei dintorni di Asheveille: il brewpub/ristornare downtown dove tutto è iniziato, il Funaktorium dedicato alle birre acide, un magazzino per gli invecchiamenti in botte e  il birrificio da 80 HL nella periferia ad ovest. Operazioni che hanno richiesto grossi investimenti da parte della famiglia Guthy, sino ad allora principale finanziatore dei birrari Walt e Luke Dickinson: difficile resistere alle lusinghe e ai danari di una multinazionale. Quello che ha invece impressionato è stata la reazione immediata della comunità della craft beer: 52 dei 74 birrifici annunciati al festival Funkatorium hanno immediatamente declinato l’invito costringendo Wicked Weed dapprima a posticiparne la data da luglio a settembre e poi a cancellarlo definitivamente
Il 2017 si è comunque concluso in maniera gloriosa per il birrificio di Asheville: oltre 60.000 gli ettolitri prodotti con un clamoroso aumento del 470% rispetto al 2015. Nell’autunno del 2016 qualche bottiglia era arrivata anche nel nostro continente; all’inizio dell’estate ne è arrivata una quantità ben più vasta e variegata. 

La birra.
El Paraiso (9.5%) è un’imperial stout prodotta con fave di cacao e caffè colombiano della Mountain Air Roasting di Asheville; si tratta dell’evoluzione della Red Eye (8.6%), altra imperial stout al caffè che Wicked Weed aveva prodotto nel 2013 ed era disponibile solamente alla spina. I primi fusti di El Paraiso (arricchita con bacche di Goji e peperoncini Ancho) iniziano ad apparire nel corso della seconda festa di compleanno del birrificio. La commercializzazione in bottiglia avviene solamente a partire da aprile 2016
Noi andiamo invece ad assaggiare la sua versione barricata in botti ex-bourbon, edizione 2018. Si presenta di un bel color marrone scuro e una schiuma cremosa e compatta che mostra una buona persistenza. Il bourbon non esita a conquistare il palcoscenico: l’aroma è intenso, elegante, pulito, con piacevoli sfumature di vaniglia e legno, prugna e uvetta sotto spirito, cioccolato al latte. All’appello manca solamente il caffè, relegato un po’ troppo in secondo piano. E’ un’imperial stout molto morbida, quasi setosa, senza particolari viscosità e indelebilmente segnata dal passaggio in botte di bourbon anche al palato. Uvetta e prugna sotto spirito, pochissime tostature, qualche accenno di cioccolato e vaniglia nel finale, un po’ di liquirizia: il finale è una lunga scia etilica ricca di bourbon che riscalda e rincuora senza mai andare oltre le righe. Es un medio paraiso, un paradiso a metà quello di Wicked Weed: gran bel naso che non trova corrispondenza al palato dove arriva invece una birra molto meno interessante, poco espressiva, meno pulita e meno elegante. Passaggio in botte e bourbon eleganti ma troppo caratterizzanti al punto di eclissare quasi completamente l’imperial stout: si sorseggia con piacere ma lascia qualche rimpianto per quello che poteva essere ma che non è stato.
Formato 37.5 cl., alcool 11.5%, imbott. 09/02/2018, prezzo indicative 10.00-12.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

giovedì 27 settembre 2018

YellowBelly: Citra Pale Ale & Hopped In Space IPA


Il birrificio YellowBelly è abbastanza giovane (2015) ma alle sue spalle c’è una storia molto più lunga. Era il 1965 quando Simon Lambert acquistò un pub nel centro di Wexford, capoluogo dell’omonima contea dell’Irlanda sud-orientale: alla sua morte, avvenuta nel 2006, gli sono succeduti i figli Nicky e Simon, oggi gestori del Simon Lambert & Sons Pub & Restaurant.  La crisi economica del 2008  impose dei cambiamenti per cercare di sopravvivere: “dovevamo differenziarci dagli altri 20 pub di Wexford che servivano tutti le stesse sette birre. Iniziammo a proporre birre d’importazione, in Irlanda non c’erano molti birrifici artigianali e così nel 2009 prendemmo la decisione di provare a fare noi la birra” ricorda Nicky.   Dopo un periodo di formazione, nel pub entra in funzione un impiantino da 200 litri che viene affidato al birraio Declan Nixon, che ricorda: "era una specie di kit da hombrewer su grossa scala e dopo un po’ di tempo mi trovai costretto a  fare due cotte al giorno per cinque giorni alla settimana se volevamo soddisfare tutte le richieste”. Nel seminterrato viene allora installato un nuovo impianto da 1000 litri che serve al lancio commerciale del marchio YellowBelly, avvenuto all’inizio del 2016; ma in cantiere c’è già un trasloco, completato l’anno successivo, nel nuovo sito produttivo da 1000 metri quadri sulle colline (Whiterock Hill) che circondano Wexford, dove trova posto un impianto personalizzato proveniente da BrewDog e una Wild Goose Canning Line. Il potenziale è di circa 1000 ettolitri a settimana. 
A YellowBelly non interessa la tradizione irlandese ricca di Red Ale e Stout: la parola d’ordine è innovare, stare al passo coi tempi con focus sulle birre luppolate ed acide, produzioni stagionali e occasionali.  Il progetto è ambizioso: “vogliamo creare un brand internazionale, i nostri concorrenti sono  produttori craft globali come Sierra Nevada, Stone, Founders (sic). Per farci notare non potevamo raccontare che eravamo solamente un pub che produceva birra: dovevamo avere una storia che potesse interessare la gente. Così ci siamo rivolti all’illustratore Paul Reck (oggi Creative Director per YellowBelly) che ha creato per noi i personaggi che vedete su lattine e grafiche”. 
E’ lui l'ideatore delle belle etichette, i fumetti che potete scaricare e leggere dal sito del birrificio e anche del video gioco on line chiamato Hop Rocket.

Le birre.
Come detto YellowBelly ama sperimentale e seguire le tendenze della craft beer, la cui parola d’ordine sembra essere una sola: novità. Ma c'è anche una serie di birre disponibili tutto l'anno, delle quali ne andiamo ad assaggiare due. 
Partiamo dalla Citra Pale Ale (4.8%) nella quale è ovviamente protagonista l’omonimo luppolo americano assieme a malti di provenienza tedesca e belga.  Dorata, leggermente velata, bella schiuma candida, cremosa e compatta. L’aroma ha buona intensità ed espressività (fiori bianchi, ananas, pompelmo, arancia e limone) ma pulizia ed eleganza potrebbero essere migliori.  La bevuta è snella e leggera, scorre come dovrebbe sempre fare una “quasi” session beer: pane, crackers e frutta a pasta gialla sono gli elementi complementari a quegli agrumi che ovviamente dominano questa Citra Pale Ale. Finisce secca con un amaro di media intensità e lunghezza nel quale convivono note zesty ed erbacee. Bel carattere fruttato, buona intensità, bevuta che risulta piacevole e gradevole, poco impegnativa, rinfrescante: sebbene ci sia spazio per migliorare definizione ed eleganza, il livello mi sembra piuttosto buono.

Mi ha convinto meno la IPA chiamata Hopped In Space (5.9%): malti Red X, Vienna, Monaco, Pilsner e Cara Clair, luppolo Mandarina in whirlpool, Simcoe e Summit in un generoso dry-hopping. 
Il suo colore è tra l’arancio e l’ambrato, le note dank, resinose e di pompelmo dell’aroma annunciano un profilo “classico” e non contemporaneo.  In sottofondo qualche nota più dolce che richiama la frutta tropicale; bene intensità e pulizia, migliorabili eleganza e ampiezza del bouquet olfattivo.  Al palato arrivano leggere note biscottate e caramellate subito incalzate da frutta tropicale. E’ una IPA che parte bene con il giusto livello d’intensità ma che si perde un po’ per strada, spegnendosi quando sarebbe il momento d’accendersi: la trilogia amara finale pompelmo/resinoso/vegetale non morde e non spinge come dovrebbe.  La bevuta fa qualche passo indietro rispetto all’aroma: meno intensa, meno pulita e meno definita. Insomma, questa lattina di Hopped in Space non riesce proprio a decollare nello spazio e s’accontenta di  viaggiare a velocità di crociera.  Peccato.
Nel dettaglio:
Citra Pale Ale, formato 44 cl., alc. 4,8%, lotto CBK62, scad. 01/06/2019
Hopped In Space, format 44 cl., alc. 5.9%, lotto CBK59, scad. 01/05/2019

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

mercoledì 26 settembre 2018

Brewski / Angry Chair Ben & Brewski / Cycle Eric


Mancava dal blog da oltre un anno e mezzo, ma rieccolo qui: Brewski, birrificio svedese nato nel 2014 ad Helsingborg, nei locali di un ex-macello, per volere di Marcus Hjalmarsson, Johan Britzén, Alfred Olsson e Robin Skoglund. Dei  quattro il birraio è Marcus, anche lui folgorato dalla craft beer revolution statunitense durante una vacanza nel 2010.   Ritornato in Svezia Marcus inizia a frequentare i festival europei assieme ad alcuni amici; l'incontro con alcuni birrai al Borefts Festival 2013 organizzato da De Molen in Olanda è la molla che fa scattare in lui la voglia di farsi la birra. A casa, su di un impianto da 30 litri, i quattro futuri Brewski iniziano a mettere a punto le proprie ricette; nel ottobre 2013 Marcus liquida la propria attività e porta un impiantino presso la Höganäs Bryggeri dove inizia anche una sorta di praticantato, lavorando in parallelo alle proprie ricette.   
E' in quel periodo che nasce la beerfirm High Nose Brew le cui prime produzioni debuttano prima al compleanno del bar Mikkeller & Friends (marzo 2014) e poi compaiono sia alla Copenhagen Beer Celebration che al Öl & Whiskymässa di Göteborg. I riscontri positivi ottenuti dal pubblico li convincono a fare il grande passo con un investimento da mezzo milione di euro per lanciare il birrificio Brewski, nome credo ispirato dall'omonimo slang canadese che significa "birra".  
Brewski ha costruito il suo successo soprattutto grazie alle birre alla frutta, IPA e APA, nate dal desiderio di Marcus di replicare le birre californiane che tanto amava ma che non riusciva a riprodurre a causa della modesta qualità dei luppoli a sua disposizione. Possiamo considerarlo nel nostro continente uno dei precursori delle “Juicy IPA”: a voi stabilire se sia un merito o una colpa. Dal 2016 anche Brewski organizza il proprio festival chiamato Brewskival che si svolge solitamente l’ultimo weekend di Agosto ad Helsingborg: l’ultima edizione ha visto la partecipazione di oltre 6000 appassionati e quasi 90 birrifici, dei quali solamente uno italiano, CRAK.  
Per introdurre le due birre di oggi dobbiamo però fare un passo indietro all’edizione 2017 alla quale presero parte due gettonatissimi birrifici della Florida, Angry Chair e Cycle Brewing. Entrambi circondati da hype ed entrambi forti su quelle “pastry stout” che spingono la gente a mettersi in coda davanti al birrificio la notte prima della messa in vendita: non necessariamente per berle ma magari rivenderle subito dopo a prezzi inflazionati sul mercato secondario.

Le birre.
Due collaborazioni Svezia-Florida che rappresentano anche due diverse interpretazioni della stessa ricetta: una Imperial Milk Stout prodotta con lattosio e caffè brasiliano fornito dalla torrefazione svedese Koppi. 
Partiamo dalla versione (9.5%) realizzata con il birrificio di Tampa  Angry Chair guidato dal birraio Ben Romano (ex Cigar City); non è la prima volta che i due birrifici lavorano assieme ad una birra. Sugli impianti svedesi era stata prodotta la saison al pepe Head Spin e su quelli americani la Yah Yah (Double IPA con guava). Nel bicchiere è quasi nera mentre la piccola testa di schiuma che si forma è molto rapida a dissolversi. Il caffè non è dominante ma solamente uno degli elementi che  compongono un aroma poco pulito, poco elegante e di modesta intensità: ci sono note terrose, di liquirizia, pelle e cuoio. Le cose migliorano un po’ al palato, a partire da un mouthfeel pieno e denso, quasi masticabile ma un po’ disturbato da qualche bollicina di troppo. La bevuta è tutto sommato equilibrata tra il dolce di toffee e liquirizia, cioccolato al latte e l’amaro del caffè e delle tostature. Il risultato è un amalgamato intenso nel quale tuttavia mancano finezza, definizione, eleganza: gradevole, se vogliamo, ma ben lontano dall’eccellenza. L’alcool riscalda quanto basta senza mai esagerare, nel finale le note resinose e terrose di luppolatura (e un po’ d’anice) vengono ad intensificare l’amaro ripulendo un po’ il palato. 

Spostiamoci ora idealmente a St. Petersburg, cittadina della Florida dove ha sede il Cycle Brewing, uno dei tre marchi lanciati dell’eclettico Doug Dozark e guidato dal birraio Eric Trinosky. Eric è anche il nome della Imperial Milk Stout realizzata sugli impianti di Brewski. 
L’aspetto della birra è pressoché identico, con la schiuma che fatica a formarsi e scompare molto rapidamente.  Il naso evidenzia gli stessi “problemini” della Ben: uno scenario gradevole ma pacchiano nel quale pulizia e definizione sono assenti: caffè, alcool, liquirizia, tostature, un po’ di cioccolato. Nessuna sorpresa al palato, dove anche qui il moutfeel pieno e viscoso è molestato da una carbonazione “sottile” ma troppo in evidenza.  Nel bicchiere c’è molta liquirizia alla quale fanno compagnia caramello e cioccolato al latte, qualche estero fruttato che ricorda la prugna e l’uvetta, una lieve nota salmastra che avrei preferito non trovare.  In questo agglomerato dolce trova spazio l’amaro del caffè che, assieme a qualche tostatura, porta un po’ di equilibrio prima di un retrogusto nel quale ritornano prepotenti caramello, liquirizia, lattosio.  Imperial stout potente ed intensa, riscaldata da un vigoroso alcool warming, ma non basta: è una birra grossolana priva di eleganza e finezza. “Nessun additivo aggiunto” viene dichiarato in grassetto in etichetta, ma l’impressione in alcuni passaggi è di bere qualcosa di artificioso. 
Due birre prive di imprecisioni che si muovono più o meno sulla falsa riga e che sono accumunate dallo stesso aggettivo: deludenti.
Nel dettaglio:
Ben, 33 cl., alc. 9,5%, lotto B1 Romano, scad. 29/11/2019, prezzo indicativo 5.00 Euro (beershop)
Eric, 33 cl., alc. 11%, lotto B1 Trinoskev, scad. 29/05/2023, prezzo indicativo 6.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 24 settembre 2018

Porterhouse: Hillstown Hazy Border & Celebration Stout

Anche l’Irlanda sta oggi vivendo la sua craft beer revolution e s’intravede qualche spiraglio di luce in un mercato dominato da troppo tempo dai marchi della Diageo (Guinness, Smithwicks, Harp) e della Heineken (Murphy's).  Alla metà degli anni ’80 i cugini Liam La Hart e Oliver Hughes lanciarono la loro piccola sfida aprendo il microbirrificio Dempsey’s Ale che tuttavia non ebbe grande fortuna; nel 1989 rieccoli tentare la sorte con la ristrutturazione di un dilapidato edificio a Bray, County Wicklow, dove aprirono un “pub” (con sedici camere) focalizzato principalmente su birre d’importazione: nasceva il Porterhouse Inn. 
Era la prima tappa di un successo destinato a crescere in fretta: nel 1996 venne inaugurato in centro a Dublino il primo Porterhouse Temple Bar, nel quale vennero proposte per la prima volta anche le birre autoprodotte. Quattro anni dopo arrivarono la filiale di Covent Garden a Londra ed una seconda Location a Dublino (Parliament Street); per alimentare tutte quelle spine era necessario aumentare la capacità e a questo scopo fu inaugurata la sede produttiva di  Ballycoolin, nei dintorni della capitale. La prematura scomparsa (2016) di Oliver Hughes non ha fermato la crescita di quello che è oggi un franchising da oltre venti milioni di euro di fatturato: ad affiancare Liam La Hart c’è Elliot, figlio di Oliver, mentre il birrificio è da sempre nella mani dell’esperto Peter Mosley.  Oltre alla location originale di Bray, Porterhouse oggi gestisce quattro pub a Dublino, uno a Londra, uno a Manhattan (New York), un paio di club notturni, tre tapas bar. 
Come crescere ancora? Inaugurando (aprile 2018) un nuovo birrificio da sei milioni di sterline: “eravamo privi di flessibilità, quando produci 10.000 ettolitri l’anno e 7.000 sono richiesti dai tuoi bar e pub non hai molto spazio di manovra”, ammette Elliot Hughes. Il nuovo impianto da 100 ettolitri, che si trova nella periferia nord-ovest di Dublino a sei chilometri dal Temple Bar, consentirà di triplicare la produzione arrivando a circa 30.000 ettolitri l’anno: “era assolutamente necessario. Siamo forti a Dublino, ma al di fuori della capitale la nostra visibilità cala in modo drammatico: la gente non ci conosce perché sino ad ora non siamo stati in grado di esportare con regolarità”.

Le birre.
Flessibilità è effettivamente un concetto fondamentale se si vuole essere alla moda e sempre sul pezzo: il mercato richiede continuamente novità, birre stagionali, one shot, collaborazioni.  Ancora meglio se in lattina: è questo il formato scelto da Porterhouse per la loro prima birra collaborativa realizzata assieme al birrificio Hillstown di Randlestown (Antrim). 
Hazy Border è, come il nome suggerisce, una New England IPA realizzata con malto Maris Otter, avena, maltodestrine, frumento maltato, luppoli Aurora, Amarillo, Citra e Simcoe, lievito Lallemand New England. Il  suo colore è arancio chiaro e velato ma abbastanza distante dagli estremi hazy di alcune NEIPA: l’aroma è discretamente intenso ma abbastanza carente in pulizia e definizione. Il risultato è un agglomerato non ben definibile che comunque veicola profumi tropicaleggianti e di agrumi. Le cose non migliorano di molto al palato, dove la componente “juicy/tropicale” è relegata in secondo piano dai malti (biscotto, frutta secca); il mouthfeel è gradevole, morbido e la birra scorre con quella velocità che una IPA da 4.4% dovrebbe avere. Da dimenticare invece il finale, sgraziato e astringente, con un amaro terroso che per fortuna ha breve intensità e durata; il risultato è bevibile ma ben lontano da quello che dovrebbe essere una Neipa o qualcosa di simile. Lattina con un mese di vita alle spalle nella quale tuttavia la luppolatura sembra aver già perso tutto il suo smalto, ammesso che ne avesse mai avuto.

Da un tentativo di seguire le mode passiamo ad un classico: Celebration, imperial stout che ci riporta nella Dublino più classica a colpi di malti Pale, Black, Crystal, orzo tostato, orzo in fiocchi, luppoli Galena, Nugget ed E.K. Goldings. Il contenuto alcolico di questa birra è andato man mano riducendosi nel corso degli anni: dal 10% della prima edizione del 2006 si è arrivati ai 6.5% di quella attuale.   

E’ un bel bicchiere colorato di ebano scuro e sormontato da un cremoso cappello di schiuma compatta e dalla buona persistenza. Il naso è pulito e abbastanza elegante: orzo tostato, fondi di caffè, tabacco e cenere, qualche suggestione di cacao amaro.  Non ci sono densità né particolari concessioni cremose al palato: è una birra che punta alla facilità di scorrimento e riesce nel suo intento senza tuttavia sacrificare l’intensità dei sapori.  Una bevuta nera e amara che prosegue il suo percorso in linea retta, ricca di torrefatto, fondi di caffè, tabacco qualche filo di fumo, cioccolato fondente: un velo di caramello brunito e l’acidità dei malti scuri cercano di stemperare un po’ il carattere di una birra “sporca”  nella quale sembrano rivivere idealmente i fasti del diciottesimo secolo, quando le porter/stout erano le birre più popolari nel Regno Unito. Se pensate che una Imperial Stout debba per forza avere un ABV in doppia cifra per essere degna di tale nome, questa e quella di Samuel Smith esistono apposta per farvi cambiare idea. Altro che Guinness: è la Celebration di Porterhouse che dovrebbe essere eletta a simbolo di Dublino.

Nel dettaglio :
Hazy Border, formato 44 cl., alc. 4.4%, scad. 01/12/2018, prezzo indicativo 5.50 Euro (beershop, Irlanda)
Celebration Stout, formato 33 cl., alc. 6.5%, scad. 01/09/2019, prezzo indicativo 2.30 Euro (beershop, Irlanda)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

giovedì 20 settembre 2018

DALLA CANTINA: Prairie Okie 2015

Rieccoci a parlare di Prairie Artisan Ales, marchio ora di proprietà della Krebs Brewing  (Oklahoma) birrificio sui cui impianti aveva iniziato a produrre come beerfirm dal 2012; dopo aver inaugurato il proprio brewpub (2015) e quindi aver trasformato la beerfirm in un birrificio, il fondatore di Prairie Chase Healey ha ceduto alle lusinghe di  Zach Prichard, presidente di Krebs, vendendogli a giugno 2016 il marchio. Una scelta “di vita”: Healey non se la sentiva di affrontare gli investimenti necessari per aumentare la capacità produttiva di Prairie  e, soprattutto, non aveva intenzione di “gestire un azienda di grosse dimensioni. Volevo soltanto continuare a fare birra”.  Con parte del ricavato della vendita Healey ha messo in piedi un nuovo microbirrificio a Tulsa chiamato American Solera, concentrandosi sulla  produzione di birre acide e sull'utilizzo di lieviti selvaggi. 
Non vorrei scadere nel cliché de “le birre non sono più quelle di una volta” ma gli ultimi assaggi della nuova proprietà Prairie mi hanno lasciato un po’ meno soddisfatto: parliamo sempre di prodotti di alto livello, ma mi sembra che le “vecchie” Prairie avessero una marcia in più. Per correre ai ripari c’è sempre la cantina dalla quale riesumare qualcosa dal passato. Parliamo della Okie, annata 2015, una Imperial (12%) Brown Ale invecchiata in botti di whiskey che è anche una delle preferite di Chase Healey: “è una birra che invecchia benissimo, stiamo  cercando di creare delle birre che possano migliorare col tempo in modo che valga la pena tenerle in cantina per un paio di anni”
Okie fu commercializzata per la prima volta nel 2013, quando Prairie utilizzava solamente il formato 75 centilitri con tappo a gabbietta: l’anno successivo fu replicata nel più pratico formato da 35.5 cl.  L’etichetta è come al solito opera del fratello di Chase, Colin Healey, che in questo caso ha deciso di farsi un autoritratto.  A quel tempo Prairie aveva finanziato il suo progetto d’invecchiamenti in botti grazie ad una campagna di Kickstarter che aveva raccolto 23.000 dollari a fronte di un obiettivo di 10.000. Nel 2015 è stata realizzata la sua prima variante al caffè e nel 2017 sono arrivate 2500 bottiglie di Okie Paradise (due anni in botte di whiskey, successivo blend con una parte di imperial stout Pirate Paradise e aggiunta finale  di cocco tostato e vaniglia) e 400 bottiglie di Bromance (“solo” due anni d’invecchiamento in botti ex-whiskey).

La birra.
Il suo torbido color ambrato e la scomposta schiuma biancastra non sono un bel biglietto da visita ma basta avvicinare le narici al bordo del bicchiere per sorridere. Prugna e uvetta, fichi, frutti di bosco, ciliegia e caramello  sono avvolti da note di whiskey e di legno: le note ossidative apportano belle suggestioni di vino fortificato (porto) e una lieve presenza di cartone bagnato che viene immediatamente perdonata e dimenticata. A tre anni dalla messa in bottiglia la Okie di Prairie è ancora una signora birra, dal corpo vigoroso (medio-pieno) e dal mouthfeel ancora avvolgente e quasi cremoso:  la bevuta ripropone l’aroma in una splendida progressione di “dark fruits”, caramello e vino fortificato: il calore del whiskey e del legno asciugano il dolce in un finale caldo che rincuora e riscalda senza mai bruciare.  Equilibrio, pulizia ed eleganza non mancano ed è un emozionante piacere sorseggiare con calma questa Okie 2015 e passare in sua compagnia la serata. Una meraviglia, uno di quei casi in cui non rimpiangi di aver tentato la sorte abbandonando la birra in cantina: anzi, vorresti avercene messe altre.
Formato 35.5 cl., alc. 12%, lotto 15215, prezzo indicativo 13,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 18 settembre 2018

Stone (Berlin) / Hanscraft & Co Quince-Essential

Sono passati ormai due anni dallo sbarco di Stone Brewing sul continente europeo, avvenuto nell’estate del 2016 a Berlino, location scelta dal birrificio come quartier generale per le proprie operazioni: per noi europei era l’opportunità di bere le aggressive e muscolose birre californiane fresche e senza doverle far attraversare l’oceano. Tutto bene? No, perché l’avventura europea di Stone non è iniziata col piede giusto e, a due anni di distanza, le birre che escono da Berlino sono ancora delle lontane parenti di quelle che vengono prodotte ed Escondido (o almeno che lo erano: è da qualche anno che non bevo le Stone luppolate americane). 
L’ambizioso progetto europeo di Stone ha già subito qualche accorgimento: enorme (americana!) e bellissima la sede di Berlino, ma terribilmente isolata nel quartiere periferico di Mariendorf che si trova a 12 chilometri dal “centro” (virgolette obbligatorie, per la capitale tedesca).  Nel frattempo, grazie anche al traino di Stone stessa, la craft beer è cresciuta e a Berlino sono spuntati molti altri locali dove bere bene in zone molto meno periferiche: alla Stone sono corsi ai ripari inaugurando la Stone Brewing Tap Room nel più comodo quartiere di Prenzlauer Berg, in prossimità del quale si sono posizionati anche Mikkeller, BrewDog e l’italiano Birra. Anche la distribuzione ha subito inevitabili modifiche: dalle rigorose intenzioni del debutto di utilizzare solo locali selezionati che avrebbero garantito la catena del freddo si è arrivati alla grande distribuzione e oggi le lattine di Stone si trovano (al caldo) sugli scaffali di alcuni supermercati europei.  Lattine: la craft beer non era ancora stata contagiata dalla “lattina-mania”  e in questo senso alla Stone ci avevano azzeccato e avevano anticipato un po’ i tempi. Per restare al passo con la moda è bastato solo qualche accorgimento: ampliare il formato del contenitore (50 cl.) e variarne il contenuto con la maggior frequenza possibile per accontentare chi è sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo da bere. 
E’ questo il concetto dietro alla nuova serie Uniqcan che ha debuttato lo scorso giugno: edizioni limitate (Uniq) in lattina (can), una novità al mese, nessuna replica futura?  Il progetto altro non è che l’evoluzione della Stone Berlin Pilot Series, collaborazioni, edizioni limitate e esperimenti disponibili solamente alle spine di Berlino o in pochi locali selezionati.  Ad inaugurarla è stata la Stone Tangerine Express IPA, versione europea di quella lanciata negli USA nel 2017 e precedentemente nota come Stone Pilot Series 2018 IPA Tangerine, una IPA prodotta con mandarino ed ananas; a luglio è arrivata la Quince-Essential Hazy Ale, seguita in agosto dalla CoCo-POW! Porter, altresì nota come Pilot Series 2018 Coconut Coffee Porter.

La birra.
La Uniqcan di luglio 2017 è una “Hazy Ale” che abbraccia il protocollo New England ma che vede l’inusuale aggiunta di cotogne; la ricetta viene elaborata da Thomas Tyrell, headbrewer di Stone Berlino e Christian Hans Müller del birrificio francone Hanscraft & Co. Nel bicchiere è di colore arancio pallido, opaco ma non torbido: la schiuma è abbastanza compatta ed ha una buona persistenza. L’aroma è pulito e piuttosto gradevole e sul trenino di frutta tropicale che sfreccia davanti alle narici identifico ananas, papaia e mango, maracuia o forse la mela cotogna; tra gli agrumi, cedro e lime, c’è una netta sensazione di candito. La sensazione palatale è morbida e gradevole (o “cremosa”, secondo le intenzioni del birrificio) senza raggiungere un livello tale da rallentare troppo la bevuta e rispettare quindi la tradizione tedesca. Il gusto è tuttavia meno pulito, meno definito e meno intenso dell’aroma: pane, miele, frutta candita e tropicale delineano una bevuta piuttosto dolce e poco secca che termina con un amaro resinoso e zesty, corto e di bassa intensità. Un delicato tepore etilico fa capolino in conclusione di una birra che risulta molto meno rinfrescante di quello che potrebbe essere e, soprattutto, poco esplosiva, timida, col freno a mano tirato. Più o meno gli stessi appunti fatti su altre Stone europee bevute tempo fa: niente di nuovo da Berlino, insomma.
Formato 50 cl., alc. 6.3%, IBU 35, lotto 18/07/2018, scad. 15/11/2018, prezzo indicativo 6.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio