venerdì 15 giugno 2018

Central Waters Brewer's Reserve Bourbon Barrel Stout

Del birrificio del Wisconsin Central Waters avevamo rapidamente parlato in questa occasione:  Rift IPA e Satin Solitude Imperial Stout le due birre assaggiate. Il birrificio nasce nel 1997 a Junction City, duecento chilometri a nord ovest di Milwaukee: lo fondano gli amici Mike McElwain e Jerome Ebel  adattando un vecchio impianto di un caseificio in uno stabile che nel 1920 ospitava un concessionario della mitica Ford Model A.  I soldi a disposizione erano pochi e il fai-da-te”era la parola d’ordine: l’impianto fu assemblato dai soci fondatori, inclusi collegamenti idraulici ed elettrici, e le birre venivano auto-distribuite nel Wisconsin. 
Paul Graham era  a quel tempo ancora un homebrewer e venne inizialmente chiamato a dare una mano part-time in birrificio, ma dopo sei mesi era già lui a gestire tutta la fase produttiva.  Per crescere c’era però bisogno di finanziamenti: ottenuto credito dalle banche, nel 2003  Paul Graham e il socio Anello Mollica rilevano il birrificio dai due fondatori. Nel 2007 avviene il trasloco nella location attuale di Amherst dove viene messo in funzione un nuovo impianto dalla capacità di 17 ettolitri barili che nel 2016 è stato sostituito con uno da 60; attualmente la produzione è di circa 18.000 ettolitri l’anno.   
Il mutuo viene ripagato grazie alle vendite delle birre “quotidiane” (la più venduta è la Mudpuppy Porter), ma la novità principale introdotta da Graham è l’inizio degli invecchiamenti in botte; oggi le birre barricate racchiuse nella gamma “Brewer’s Reserve” hanno raggiunto il 30% della produzione e aumentato i margini di profitto. “Le prime due botti usate – ricorda Graham – le acquistammo con 25 dollari. Consegnammo una busta con 50 dollari ad un autista di camion diretto in Kentucky che passava di qua per caso e lui ci portò le botti. Oggi per comprarne una ce ne vogliono 190”! Central Waters è attualmente uno dei birrifici americani, dietro a  Goose Island, New Holland, Firestone Walker e Founders, che possiede il maggior numero di botti usate. 
Le botti hanno anche contribuito a creare un po’ di “hype” attorno al nome Central Waters, cosa che negli Stati Uniti non deve mai mancare. Ogni anno, alla fine di gennaio, centinaia di persone sfidano il freddo del Wisconsin  per accaparrarsi qualche bottiglia della birra con la quale il birrificio festeggia il proprio compleanno, solitamente una imperial stout invecchiata in botti ex bourbon. Nel 2016 è andata esaurita in poche ore la Ardea Insignis, una imperial stout invecchiata per tre anni in botti che avevano ospitato per 25 anni bourbon: la potete ancora trovare sul mercato secondario alla modica cifra di 300 dollari.

La birra.
Se non capitate nel periodo in cui vengono messe in vendita, ovvero nei mesi più freddi dell’anno, può diventare abbastanza difficile reperire negli Stati Uniti una delle imperial stout invecchiate in botti di bourbon di Central Waters. Per fortuna qualcuna è inaspettatamente arrivata anche dalle nostre parti nei mesi scorsi.  Parliamo della Brewer's Reserve Bourbon Barrel Stout che il birrificio del Winsconsin mette in vendita una volta l’anno, nel caso specifico a novembre 2017. 
Si veste di un bell’ebano scuro e forma una piccola testa di schiuma cremosa e compatta che ha una discreta persistenza. Al naso pulizia ed eleganza non mancano e il bouquet olfattivo è notevole: il bourbon traina un carico di uvetta e prugna, fruit cake, frutti di bosco. In secondo piano ci sono note di vaniglia e cocco, accenni di cioccolato, legno.  La gradazione alcolica non è riportata in etichetta ma dovrebbe corrispondere al 10.5%: a supportarla c’è tuttavia un mouthfeel abbastanza leggero che avvantaggia la scorrevolezza ma lascia qualche rimpianto per quel che riguarda la densità. E’ questo l’unico appunto che mi sento di fare ad una imperial stout molto ben eseguita, pulita e intensa, nella quale il gusto risulta tuttavia un po’ meno profondo e complesso rispetto all’aroma. Del “nero” di una stout in verità non ci sono molte tracce e la bevuta è marcata dal calore del bourbon e  della frutta sotto spirito: ciliegia, prugna, uvetta. Ad asciugare il dolce ci pensa la componente etilica e un finale abbastanza secco nel quale emerge una netta nota legnosa. Sul taccuino bisogna annotare anche la vaniglia e, in fondo in fondo, un ricordo di cioccolato. 
E’ un po’ leggerina di corpo ma è una imperial stout molto ben fatta e raffinata questa Brewer's Reserve Bourbon Barrel Stout di Central Waters: perfetta per i  gelidi inverni del Midwest americano.
Formato 35.5 cl., alc. 10.5% (?), IBU 48, lotto 29017, prezzo indicativo 7.00-8.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 14 giugno 2018

CRAK Guerrilla Celebration 2018 NEIPA

Terzo cambio d’abito, anche se questa volta temporaneo, per la Guerrilla IPA del birrificio padovano CRAK.  Nel 2013 faceva il suo esordio “rivoluzionario” con la beerfirm Olmo che la descriveva come “una bionda luppolata da assalto, artigianale non filtrata nè pastorizzata che esorta a combattere l’iniquità della giustizia. E’ intollerante verso i politici che tramano intese segrete nel buio del palazzo e che si cuciono addosso il loro diritto su misura. Detesta i giochi pubblicitari delle false industrie che tra giri di parole, false metriche e tattiche verbali ci propinano i loro prodotti al solo fine di arricchire il proprio business. Sazia la sete degli attivisti che si alzano in piedi e rompono le regole del consueto. Le sue armi sono malto e tanto luppolo che, invece di mietere vittime, risvegliano coscienze”. 
Nel passaggio da Olmo (beerfirm) a CR/AK (birrificio) è arrivata la nuova etichetta e la ricetta ha subìto qualche necessario aggiustamento, pur mantenendo gli stessi luppoli: Mosaic, Galaxy e Simcoe. Meno amaro e più frutta tropicale: “le sue armi sono malto ed un’invasione di luppoli americani, Simcoe e Mosaic, e l’ australiano Galaxy che le donano uno spiccato aroma tropicale, mango, ananas e pompelmo su tutti”.  E Guerrilla è stata la protagonista della festa per  il terzo compleanno di Crak che si è tenuta alla fine di maggio al Parco Fenice di Padova: nei due giorni della Woodscrak Guerrilla Celebration una ventina di birrifici italiani e stranieri hanno animato un evento arricchito da musica live, offerta culinaria e possibilità di piantare letteralmente le tende per la notte. Questi i protagonisti delle spine: Beavertown, Birra Mastino,  Birrificio Italiano, Brasserie du Mont Saleve, Brekeriet, BrewFist, Brewski, Cerveja Letra, Extraomnes, Fox Farm, Fyne Ales, Garage Beer, Hammer, Jester King, Lervig,  Magic Rock, Mean Sardine, MØM Brewers, Other Half, Sleeping Village, Vento Forte.

La birra.
Per l’occasione la Guerrilla si è vestita di nuovo non una ma ben sei volte: sei infatti le differenti etichette con cui è stata commercializzata l’edizione Celebratrion NEIPA 2018.  “Lotta per ciò in cui credi, tutti possono e devono farlo! Per questa versione abbiamo pensato non ad una ma a sei vesti grafiche, ognuna con un diverso pugno Guerrilla in primo piano, per sottolineare ancora una volta che Guerrilla è per tutti.” Nella lattina il contenuto è invece lo stesso: si tratta di una versione New England della Guerrilla, con lievito Vermont ed un  massiccio Double Dry Hopping di Citra ad affiancare i luppoli tradizionali Mosaic, Galaxy e Simcoe. 
Nel bicchiere è di colore arancio pallido, opalescente ma non torbido da sembrare un succo di frutta: la schiuma un po’ scomposta ha una discreta persistenza. A dare il benvenuto c’è un aroma molto intenso e ricco di mango e ananas, pesca, arancia e pompelmo: in secondo piano qualche profumo “dank” ma anche qualche leggero odore meno nobile che richiama il vegetale e l’aglio.  Pulizia ed eleganza, come non di rado accade quando ci si cimenta col New England, non sono impeccabili. Il mouthfeel richiama le caratteristiche delle NEIPA senza tuttavia estremizzarle: c’è una leggera morbidezza, una delicata sensazione “chewy” che non influisce in maniera negativa sulla facilità di bevuta. Anche il fruttato (l’asse mango-ananas-pesca) non è esasperato e ciò sarà apprezzato da chi non ama molto le “juicy”; si chiude con un amaro dank/resinoso di breve durata ma buona intensità: non c’è il tanto temuto “grattare” in gola del pellet/vegetale ma ci andiamo vicino.  Il “problema” (virgolette obbligatorie) di questa lattina si chiama invece alcool, percepibile ben oltre quel  7.5% dichiarato in etichetta e più consono a una Double IPA: la bevibilità ne soffre e la componente etilica si fa sentire dall’inizio alla fine, riscaldando quello che di fatto è un succo di frutta. Non so voi, ma io un succo di frutta lo preferisco fresco e non ”caldo”. 
Bene ma non benissimo la Guerrilla Celebration 2018 NEIPA: qualche imprecisione di troppo e  qualche spigolo dovuto allo stile scelto che, se non viene eseguito con maestria, inevitabilmente scopre sempre qualche tasto dolente.
Formato 40 cl., alc. 7.5%, imbott. 17/05/2018, scad. 17/10/2018, prezzo indicativo 6.00 euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 13 giugno 2018

Cervisiam S'Morbidly Obese

La beerfirm norvegese Cervisiam l’avevamo già incontrata a Natale: fondarla sono tre homebrewers, Pushkin Hama, Shea Martinson e Martin Borander.    Dopo alcuni anni passati a trafficare con le pentole in casa, all'inizio del 2013 installano nel garage di Martin, nella periferia di Oslo, un impianto Braumeister da cento litri. Con il nome di Brewmance partecipano a numerosi concorsi per homebrewer, vincendone alcuni: uno dei premi in palio è la possibilità di produrre una birra su di un impianto professionale e i tre ragazzi realizzano la loro Citrus Lager (aromatizzata con lemon grass e scorza d'arancia) alla Crow Bryggeri di Oslo. I mille litri che vanno esauriti in tre settimane sono la molla che fa scattare in loro la decisione di entrare nel mondo dei professionisti con la beerfirm Cervisiam. 
Inizialmente si appoggiano al birrificio Ego, cento chilometri a sud di Oslo, per poi spostarsi alla Arendals e alla Amundsen, dove viene tutt'oggi prodotta la maggior parte delle birre.  Anziché dotarsi d'impianti di proprietà, i Cervisiam hanno preferito concentrarsi su marketing e distribuzione e, soprattutto,  sull'apertura del locale Oculus a Oslo, un pub con venti spine la maggior parte delle quali riservate alle proprie birre e una buona selezione di bottiglie provenienti da tutto il mondo. 
IPA, Double IPA e Imperial Stout sono ancora gli stili prediletti da una certa fascia di consumatori e Cervisiam ha scelto di battere il chiodo finche è caldo: le “pastry stout”  (Omnipollo docet) vanno forte sul mercato scandinavo e ad Oslo non stanno con le mani in mano.

La birra.
All’interno del variegato mondo delle “pastry stout” si sta facendo lentamente strada la sub-categoria delle “s’more stout”. Si tratta di birre ispirate da  un dolce tradizionale di Stati Uniti e Canada nonché delizia di ogni campeggiatore: un marshmallow arrostito con uno stecchino su di un falò,  poi tolto e infilato dentro due graham crackers assieme ad un pezzetto di cioccolata.   Ne avevamo già assaggiata l’interpretazione liquida fatta dal birrificio Pipeworks, vediamo ora quella norvegese chiamata S'Morbidly Obese. 
All’aspetto è quasi nera, la schiuma è cremosa e compatta ed ha una (sorprendente) buona persistenza. Ammetto di essere un po’ prevenuto, di non amare alla follia questo tipo di birre e non andrò quindi a cercare in lei particolari finezze: i profumi ricordano un po’ quello di uno dei tanti snack industriali, ricchi di cioccolato al latte, marshmallow, toffee e caramella mou, biscotto. Mi viene in mente la barretta Mars, non fosse per una leggerissima nota affumicata che sconfina però un po’ nella plastica. Indubbiamente goduriosa è la sensazione palatale:  è una birra molto densa e viscosa, con poche bollicine, che avvolge il palato come fosse una tazza di cioccolata calda. Anche il gusto è un po’ artificioso ma  per il genere devo riconoscere d’aver visto ben di peggio. La bevuta è una piccola orgia di caramella mou, cioccolato al latte, biscotto e marshmallow, ma rimane tuttavia in sottofondo una parvenza di birra. L’alcool (10%) riscalda senza eccessi e nel finale c’è quell’amaro necessario (più luppolo che malti tostati) a bilanciare asciugando il dolce e a ripulire il palato. Nel retrogusto un po’ di frutta sotto spirito, cioccolato,  caramello e marshmallow. 
Se vi piace il genere, questa S'Morbidly Obese mi sembra proprio ben fatta e “finta “ quanto basta per divertire chi ha il bicchiere in mano: un giochino, uno scherzetto, una birra dessert, chiamatela come volete.  A tutti gli altri credo basteranno un paio di sorsi prima di dire “basta, grazie”.
Formato 33 cl., alc. 10%, lotto AB074?, scad. 21/08/2018, prezzo indicativo 6.00-7.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 12 giugno 2018

[Le birre rivisitate] De Ranke XX Bitter

Torniamo a parlare di “birre rivisitate”, ovvero di quei classici che a volte mettiamo un po' in disparte perché troppo impegnati a correre dietro alle novità. La birra di oggi è un pezzo di storia del Belgio moderno: parliamo della XX Bitter del birrificio De Ranke, nata nel 1997 e antesignana di  tutte quelle Belgian Ale molto luppolate (qualcuno parla anche di Belgian IPA) che oggi stanno incontrando i favori del pubblico. Ammetto di non berla da un po’ di tempo anche se non da quel 2010 in cui la birra fu presentata sul blog.
Come riporta Berebirra citando una vecchia di Mobi, la XX Bitter fu ispirata dalla Verdraagzaam  (“troppo amaro”), birra del birrificio Steedje che chiuse i battenti nel 1999. Nino Bacelle e Guido Devos vollero portare l’amaro di quella birra all’estremo e per lo scopo utilizzarono coni di luppolo Brewers Gold e Hallertau Hersbrucker. “Quando la lanciammo  alla fine del 1996  - ricorda Nino   -    molti colleghi ci dissero: "è la classica birra che piace ad un birraio, mi piace, ma non penso possiate riuscire a venderla al pubblico". 
Le cose sono però andate in maniera diversa: la XX Bitter ha contribuito in maniera determinante al successo di De Ranke e ha dato seguito a numerosi tentativi d’ispirazione, se non d’imitazione. “E’ la nostra birra più famosa e, anche se non è più la birra belga con il maggior numero di IBU, è ancora quella più amara al gusto. Le altre birre sono delle specie di IPA con maggior contenuto alcolico e una maggior componente zuccherina per bilanciare l’amato del luppolo in pellet”. 
Nel 2013 l’importatore americano Shelton Brothers chiese al birrificio belga di alzare ulteriormente l’asticella a nacque la XXX Bitter: 50% di luppolo in più per elevare gli IBU da 65 a 70 e, soprattutto, darle un profilo aromatico più intenso. 

La birra.
Ritrovo la XX Bitter oggi con una veste grafica leggermente rinnovata, mentre il suo colore è dorato e leggermente velato; la schiuma pannosa. fine e compatta fa una buona persistenza. Sin dall’aroma non ci sono dubbi che questa sia una birra dedicata al luppolo: ci sono intensi profumi speziati e floreali, erbacei, terrosi. La finezza non è la caratteristica principale di questa bottiglia e quello che emerge è una carattere quasi rustico e un po’ scorbutico. La sua scorrevolezza è piuttosto buona anche se onestamente la ricordavo un po’ più leggera dal punto di vista tattile: bollicine vivaci quando basta le donano una bella vitalità. La festa del luppolo continua anche al palato, eccezion fatta per il necessario supporto dei malti (pane e miele): la bevuta s’incammina subito sull’amaro erbaceo e terroso, delicatamente speziato ma anche ruvido. L’intensità dell’amaro tende progressivamente ad opprimere il mio palato:  questa bottiglia manca un po’ di quella componente fruttata che ricordavo esserci, sebbene non in primo piano.  Il risultato è una birra carica di verde, non del tutto sbilanciata ma un po’ troppo monotematica: la bevibilità è giocoforza ridotta anche se l’alcool è ben nascosto e la bottiglia  rimane tuttavia godibile. 
E’ cambiata lei o è cambiato il mio palato? Non la conoscessi direi che avrebbe paradossalmente bisogno di ammodernarsi un po’ per avvicinarsi magari ad alcuei produzioni di quel birrificio De La Senne che indicò la XX Bitter proprio come una delle proprie muse ispiratrici.
Formato 33 cl., alc. 6%, IBU 65, lotto B155T13, imbott. 11/2017, scad. 30/11/2022, prezzo indicativo 3.50-4.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 11 giugno 2018

Birrificio dell'Aspide: Belle Saison & Gairloch Scotch Ale


Il birrificio dell’Aspide nasce nel 2011 a Roccadaspide, in provincia di Salerno. Alla guida il birraio Vincenzo “Enzo” Serra: è lui stesso a raccontare come la sua avventura nella birra artigianale sia iniziata nel 2002, quando partecipava come espositore (formaggi) al Salone del Gusto. Vicino al proprio stand c’era quello della Real Ale Society con una bella selezione di Real Ales britanniche: birre completamente differenti da quelle industriali che aveva conosciuto sino ad allora. Da quell’incontro all’homebrewing il passo è breve e Serra inizia a fare la birra in casa al ritmo di venti litri al mese, quantità ben presto insufficiente a soddisfare le richieste provenienti da amici e conoscenti.  L’impianto “casalingo” viene lentamente potenziato, raggiunge la capacità di 300 litri e viene pian piano completato con tutti gli altri strumenti necessari: imbottigliatrice, mulino, frigorifero, fermentatori. C’è ormai tutto quello che serve per passare nel mondo dei professionisti. Manca solo la licenza, che arriva a luglio 2011: nell’attesa Serra si reca a Cracovia a seguire un corso di formazione in un birrificio polacco. 
E' l’animale simbolo di Roccadaspide a dare il nome al birrificio di Serra, ma il suo logo è invece un incrocio tra la vipera e il dragone di Cracovia, città d’origine della moglie del birraio, oltre che della sua formazione brassicola. Nel 2015 l’impianto è stato sostituito con uno da 7 ettolitri ma  il birraio ha voluto dare continuità al proprio metodo di lavoro rinunciando alla classica caldaia a vapore per mantenere la sala di cottura a fuoco vivo e i tini di fermentazione aperti: la produzione è attualmente di circa 400 ettolitri all’anno. La gamma dell’Aspide è composta da una serie di birre prodotte regolarmente (la Golden Ale Blonde, la Scotch Ale Gairloch, la Belgian Strong Ale Nirvana, la IPA Jurmanita e l’American Pale Ale Fenix, la Belle Saison) affiancate da altre etichette occasionali o stagionali.

Le birre.
Partiamo dalla Belle Saison, una farmhouse ale dedicata all’omonimo ceppo di lievito: non è tuttavia l’unico protagonista di una ricetta molto semplice che dovrebbe prevedere  malto pils, luppolo Hallertau Hersbrucker e, inizialmente, un ceppo di lievito autoctono prelevato dalla buccia di mela cotogna che cresce vicino al birrificio. Il lievito Belle Saison viene aggiunto in un secondo momento, dopo un paio di giorni. La birra ha conquistato il secondo posto nella categoria di riferimento all’ultima edizione di Birra dell’Anno 2018.
Nel bicchiere è solare: sul suo manto dorato, leggermente velato, si forma una generosa schiuma pannosa che è però piuttosto rapida nel dissiparsi. C'è un bel naso fresco e pulito, ricco di pepe e coriandolo, fiori bianchi, scorza d'arancia, zucchero candito e biscotto. Le bollicine non devono mai mancare in una saison ma in questo caso ce ne sono davvero troppe: bisogna avere un po' di pazienza per placare la loro aggressività. La bevuta mi sembra un po' meno espressiva rispetto al naso, anche se ne ripropone buona parte degli elementi. Crosta di pane, un tocco di miele, un rapido passaggio di frutta a pasta gialla, un accenno di pera prima di un finale abbastanza secco. C'è una discreta acidità che porta una ventata di fresco e riesce a contrastare un leggero residuo zuccherino che avvolge un po' il palato. Un amaro terroso, discreto e delicato, chiude un percorso che vede un ritorno dolce e maltato nel retrogusto. E' una saison piacevole e gradevole da bere che tuttavia trovo un po' troppo carente in quella che dovrebbe invece essere la sua caratteristica principale: essere ruspante, rustica, bucolica. 

E’ dedicata all’omonima cittadina costiera delle Highlands, la Scotch Ale della casa che si presenta di color ambrato piuttosto carico e velato con belle venature rosso rubino; la schiuma è compatta e cremosa ma non molto persistente. Al naso c’è una bella pulizia che permette d’apprezzare i profumi di ciliegia e prugna, caramello e biscotto, uvetta e mela. E' una Scotch Ale che vuole privilegiare la bevibilità e non ha nessun interesse nel mostrare anche il più piccolo accenno muscolare: la gradazione alcolica (7%) secondo me però necessiterebbe di un po’ di corpo in più. La bevuta prosegue nella stessa direzione dell’aroma e delinea un percorso pulito e abbastanza preciso che chiama in causa gli stessi elementi aggiungendo anche qualche nota di frutta secca a guscio. Il dolce viene bilanciato da una bella attenuazione e non c’è praticamente amaro: l’alcool è appena accennato e favorisce la facilità di bevuta e riscalda forse in maniera un po’ troppo timida.  Gli esteri fruttati sono molto in evidenza e personalmente avrei gradito maggior equilibrio con la componente maltata: è comunque una Scotch Ale ben fatta e piuttosto gradevole da bere, alla quale manca però un po’ di personalità.
Nel dettaglio:
Belle Saison, 75 cl., alc. 6,2%, lotto 2817, scad. 31/12/2018, prezzo indicativo 9.00 Euro (beershop)  Gairloch, 33 cl., alc. 7,0%, lotto 3117, scad. 11/10/2019, prezzo indicativo 4.50 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 10 giugno 2018

Lagunitas DogTown Pale Ale

1993, 2015 e 2017: sono questi gli anni che hanno fatto la storia di Lagunitas Brewing Company, birrificio fondato nel 1993 da Tony Magee nell'omonima cittadina californiana, una settantina di chilometri a nord di San Francisco. Nel 2015 Magee, che aveva sempre pubblicamente criticato le cessioni di birrifici indipendenti alle multinazionali, vendette il 50% delle azioni alla Heineken per una cifra - si vociferava - di 1 miliardo di dollari. A maggio 2017 il colosso olandese ha completato l'acquisizione rilevando il restante 50%. Magee mantiene il suo ruolo di direttore generale della sezione "craft" di tutto il gruppo Heineken; Lagunitas ha concluso il 2017 superando il milione di ettolitri prodotti ed ha anche acquistato il 50%  di due birrifici artigianali. E in programma ci potrebbe anche essere la costruzione di un birrificio in Europa che andrebbe ad affiancare quelli di Petaluma (California) e di Chicago.
Il primo effetto della vendita ad Heineken è stato ovviamente l'ingresso del marchio Lagunitas nei canali della grande distribuzione, sia negli Stati Uniti che in Europa. A fine 2016 passammo in rassegna le prime tre bottiglie arrivate sugli scaffali dei nostri supermercati: di tanto in tanto dalla California arriva qualche altra etichetta, come la DayTime Session IPA e l'ultima arrivata DogTown Pale Ale.

La birra. 
La DogTown Pale Ale è un importante pezzo di storia di Lagunitas, essendo stata la prima birra prodotta nel lontano 1993, quando Magee si era da poco trasferito dalla cucina di casa ai locali commerciali del Richards Grocery Store di Forest Knolls. Quella che potete bere oggi non è però la stessa birra ma, come racconta il birrificio in etichetta, una nuova versione migliorata e "rinata" nel 2008: "la vecchia sapeva di broccoli e kerosene e la carbonazione ti scioglieva lo stomaco nelle budella". Un tempo chiamata "New DogTown Pale Ale", ha oggi definitivamente perso l'aggettivo "nuova". 
La data di scadenza impressa con il laser sul collo della bottiglia mi fa pensare ad un esemplare nato lo scorso gennaio 2018. Nel bicchiere è dorata, limpida e forma una testa di schiuma cremosa e compatta dall'ottima persistenza. L'aroma è pulito ed ha una buona intensità: a quasi sei mesi dalla messa in bottiglia non si può parlare di freschezza ma i profumi sono comunque ancora accettabili e gradevoli: note floreali, aghi di pino, frutta tropicale, pesca e pompelmo si mescolano a quel dank tipico della West Coast. E' una Pale Ale che al palato scorre bene pur mostrando qualche muscolo: se in etichetta ci fosse scritto IPA, in pochi avrebbero qualcosa da obiettare. Il gusto riprende il percorso dell'aroma con un bell'equilibrio e una bella intensità: alle note maltate di pane e miele il compito di sorreggere la generosa luppolatura che si esprime prima con un tocco di frutta tropicale e poi con un bel finale amaro, resinoso e pungente, dank.  E' ancora in buona forma questa bottiglia di DogTown che - parliamo di 8 euro al litro, promozioni escluse - rappresenta un'ottima risorsa sugli scaffali del supermercato. Profumata e pulita, intensa, amara ma bilanciata: la trovo in condizioni ancora accettabili e se non cercate in lei l'espressione massima della freschezza ne ricaverete ben più di una soddisfazione.
Formato 35.5 cl., alc. 6.2%, IBU 62, lotto 2574 1848, scad, 23/01/2019, prezzo indicativo 2.49 Euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 8 giugno 2018

Pelican Tsunami Stout

Jeff Schons e Mary Jones, marito e moglie, sono cresciuti a Portland (Oregon) e provengono dal settore edile; all’inizio degli anni 90 lasciano la città per spostarsi sulla costa nella minuscola Pacific City, dove vivono un migliaio di persone. Aprono un ristorante (Fishes Seafood & Steaks) che non riscuote però molto successo: “è stata la nostra università nella quale abbiamo imparato tutto quello che non bisogna fare nel campo della ristorazione”, ammetteranno poi. A poche decine di metri dal loro ristorante, proprio sulla spiaggia di Pacific City, c’è un edificio ormai abbandonato da dieci anni ma con un’impagabile vista sull’oceano e sulla suggestiva Haystack Rock; nel 1995 un agente immobiliare li convince ad acquistarlo ma, la mattina dopo, la coppia sta già pensando ad un modo per cancellare il contratto appena firmato. E’ in quel momento di disperazione che Jeff ha una “visione”: trasformarlo in un birrificio sulla spiaggia. Qualche mese dopo lui e Mary visitano la Northwest Brewers Conference di Portland e appendono un annuncio su una bacheca: “birrificio sulla spiaggia a Pacific City cerca birraio”. 
A quella conferenza partecipa anche Darron Welch birraio “esule” in Wisconsin e desideroso di ritornare a casa in Oregon:  lavorava in un’azienda che costruiva organi a canne ed era stato inviato ad Appleton, Wisconsin, ad installarne uno. Darron aveva conosciuto la birra “buona” dopo gli studi universitari, nel periodo passato in Europa tra Germania e Ungheria; rientrato negli Stati Uniti aveva iniziato a farsela in casa per cercare di replicarla.  Mentre si trovava ad Appleton iniziò a lavorare nei weekend come aiuto birraio alla Appleton Brewing Company. Terminata la costruzione dell’organo, gli fu chiesto di restare a tempo pieno al birrificio ma dopo alcuni anni passati nel Wisconsin aveva nostalgia di casa.  Quell’annuncio di lavoro trovato alla Northwest Brewers Conference era esattamente quello che cercava. Nel settembre del 1995 Darron Welch viene nominato birrario (e successivamente anche azionista) del nuovo Pelican Pub and Brewery che apre le porte debuttando con una birra al frumento per competere la Hefeweizen della Widmer Brothers, a quel tempo una delle birre più popolari in Oregon. 
Dopo qualche anno di rodaggio la Pelican inizia a raccogliere i primi riconoscimenti che arrivano sotto forma di medaglie al Great American Beer Festival del 1998: bronzo per la Tsunami Stout e argento per la Brown Ale chiamata Doryman’s Dark, birra premiata poi con l’oro nell’anno seguente. In totale saranno ben 43 le medaglie vinte al GBAF dal 1998 ad oggi, incluse due vittore come miglior  “Small Brewpub of the Year” (2000 e 2005) e “Large Brewpub of the Year” (2006 e 2013). Nel 2003 viene completata una prima espansione del brewpub e nel 2013 viene inaugurata la nuova sede operativa nella vicina città di  Tillamook che consente di quadruplicare la produzione portandola da 4.000 a 18.000 ettolitri (2016). E’ qui dove oggi sono prodotte e imbottigliate la maggior parte delle birre; il brewpub di Pacific City è ancora funzionante e viene utilizzato per piccole produzioni stagionali o occasionali disponibili solamente in fusto. Lo scorso anno è stato inaugurato anche un secondo brewpub a Cannon Beach, 100 chilometri più a nord davanti al quale nell’Oceano Pacifico si trova curiosamente un’altra Haystack Rock.

La birra.
I concorsi hanno sempre una valenza relativa, ma sei medaglie al GABF (oro nel 2000 e 2006, argento nel 2004, bronzo nel 1998, 2010 e 2013) sono comunque un ottimo biglietto da visita: parliamo della Tsunami Export Stout, la cui ricetta prevede malti Pale, Chocolate e Black Patent, orzo tostato, orzo in fiocchi, luppoli Magnum e Willamette. 
Il suo aspetto è inappuntabile: color ebano scurissimo, prossimo al nero, schiuma cremosa e compatta dalla buona persistenza. Pulizia e finezza non mancano in un aroma moderatamente ricco di orzo tostato e caffè, nocciola, frutti di bosco; in secondo piano c’è anche qualche nota di cioccolato fondente. Al palato è leggermente vellutata ma la sua consistenza non è affatto ingombrante e le permettere un’ottima scorrevolezza. La bevuta è molto semplice e pulita: il dolce del caramello supporta l’amaro del caffe, del cioccolato fondente e delle eleganti tostature: nel finale le note terrose del luppolo affiancano l’amaro del torrefatto. L’alcool scalda in maniera delicata e questa Tsunami, al di là del roboante nome, è in realtà una stout molto bilanciata e facile da bere. 
Profumi eleganti, gusto intenso, precisione e definizione, semplicità: ogni cosa al posto giusto. Davvero una gran bella stout questa di Pelican.
Formato 35.5 cl., alc. 7.0%, IBU 45, lotto 08/02/2017, prezzo indicativo 5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 7 giugno 2018

Extraomnes Z

La lettera Z in questo caso non è quella di Zorro ma di Zuur, ovvero “acido” in fiammingo. Questo il nome scelto da Extraomnes per una imponente (12.3%) Sour Ale con aggiunta di albicocche; un frutto che si aggiunge a ciliegia, mango e pesca,  già utilizzati dal birrificio di Marnate per produrre rispettivamente Bloed, Guld e Mad Peach.  Il birrificio la descrive come una “gently sour con un finale che ricorda la settima tromba”; nei negozi arriva a febbraio del 2016. 
Secondo l’Apocalisse (8:6-21) “la prima tromba causa grandine e fuoco che distruggono buona parte della vegetazione mondiale,  la seconda e la terza tromba portano una massa simile ad una grande montagna ardente che finisce in mare, nei laghi e nei fiumi, causando la morte di un terzo delle creature viventi marine;  la quarta tromba causa l’oscuramento del sole e della luna, la quinta provoca l’arrivo di cavallette e la sesta chiama un esercito demoniaco che uccide un terzo dell’umanità. La settima tromba chiama i sette angeli con le sette coppe dell’ira di Dio: il primo la versa sulla terra provocando una dolorosa ulcera agli uomini, la seconda coppa causa la morte di ogni creatura marina, la terza trasforma i fiumi in sangue, la quarta viene versata sul sole che inizia a bruciare gli uomini col suo calore, la quinta porta le tenebre, la sesta provoca il prosciugamento dell’Eufrate e il raduno delle truppe dell’Anticristo per la battaglia di Armageddon.  Il settimo angelo versa il contenuto della sua coppa nell’aria, provocando un catastrofico terremoto capace di far scomparire ogni isola e ogni montagna, seguito da una pioggia di enormi chicchi di grandine da 40 chili l’uno. “È fatto” è l’espressione con cui si annuncia il compimento dell’ira di Dio sopra coloro che hanno rifiutato la croce".

La birra.
Nel bicchiere (la settima coppa?) Z si presenta di un color arancio piuttosto carico, con riflessi ambrati; più che di schiuma sarebbe corretto parlare di una serie di bolle grossolane che si formano in superfice e svaniscono rapidamente.  Il frutto disegnato in etichetta è assoluto protagonista in un aroma ancora intenso: albicocca candita e marmellata d’albicocca vengono affiancati da profumi floreali e altre suggestioni fruttate che sembrano richiamare pesca nettarina, forse fragola. Leggo alchechengi tra le note  descrittive del birrificio e lo trovo subito; c’è una velata presenza di solvente che tuttavia viene subito messo in secondo piano dalla frutta.   Al palato è morbida e gradevole, anche se qualche bollicina in più le avrebbe sicuramente donato un po’ più di vitalità. La bevuta è abbastanza monotematica (albicocca) ma non per questo noiosa: è interessante sentir passare in rassegna tutte le diverse sfumature del frutto, dall’asprezza dell’acerbità al dolce del candito, della marmellata e della frutta cotta.  Ma ci sono anche suggestioni di frutti di bosco, alchechengi e vinose. E’ una birra potente ma inizialmente agile, snella e fresca, piacevolmente aspra ma bilanciata da una controparte dolce; nel finale, molto secco e leggermente astringente, c’è un’improvvisa vampata etilica a ricordare il contenuto alcolico impresso in etichetta. L’albicocca, questa volta sotto spirito, è protagonista del caldo e lungo retrogusto. 
Non immune da imprecisioni, che comunque le conferiscono un nonsoché di rustico, la Z di Extraomnes è un’interessante e piacevole divagazione sul tema albicocca: sorprendentemente rinfrescante, se bevuta fresca, rincuorante se lasciata raggiungere la temperatura ambiente. In cantina da due anni, sta ancora benissimo e sembra aver voglia di continuare. 
Formato 33 cl., alc. 12.3%, lotto 007 16, scad. 02/04/2016, prezzo indicativo 5.00-6.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 6 giugno 2018

Grafters IPA

Ritorna sul blog il birrificio irlandese Rye River fondato a Celbridge nel 2013 da Phelan e Alan Wolfe, entrambi fuggiti da due multinazionali per dar vita ad un proprio progetto indipendente. In sala cottura ha iniziato Alex Lawes, birraio che alla fine del 2017 se n’è andato per dar vita alla propria beerfirm Whiplash. Lo ha sostituito l’americano Bill Laukitis: nato nel Michigan e formatosi bevendo New Holland e Bell’s, ha poi iniziato con l’homebrewing nel corso di un soggiorno in Nuova Zelanda; la sua formazione professionale si è svolta con un corso a birrificio St. James's Gate (Guinness) di Dublino. Nel 2014 è entrato alla Rye River come assistente birraio ed è stato ora promosso ad Head Brewer. 
Rye River sta facendo un rapido percorso di crescita e alla fine del 2016 ha portato la produzione a superare i due milioni di litri all’anno  al ritmo di 6-8 cotte alla settimana su di un impianto da 2500 litri. La produzione è organizzata in tre gamme/marchi:  McGargles, cognome che dovrebbe essere quello dei primi produttori di birra (1709) nella città di Celbridge; Solas, una serie di birre destinate alla grande distribuzione Tesco; Grafters, tre birre realizzate per essere vendute nei punti vendita irlandesi Dunnes. All’inizio del 2018 è stato anche inaugurato il marchio Rye River, birre prodotte occasionalmente in piccoli lotti e in lattina: il debutto è avvenuto con una Belgian Imperial Stout. 

La birra.
Evidentemente il marchio Grafters (Pale Ale, Koelsch-syle e IPA) non è rimasto confinato a quei negozi Dunnes per i quali era stato inizialmente concepito; per lo meno non al di fuori dei confini italiani.  Le birre sono anche arrivati sugli scaffali della grande distribuzione italiana.  Vediamo allora questa Grafters IPA la cui ricetta dovrebbe prevedere l’utilizzo di luppoli Cascade e Vic Secret. La sfida è sempre quella: è possibile bere bene e spendendo “il giusto” acquistando sugli scaffali del supermercato?  Il mezzo litro di questa bottiglia è proposto a 2,99 Euro.
L'immagine inganna un po' ma il suo colore è quello di una classica West Coast IPA: dorato con venature arancio, testa di schiuma generosa, compatta e cremosa, dall'ottima persistenza. Al naso profumi di aghi di pino, pompelmo e arancia, qualche accenno tropicale: si evoca più la marmellata che la frutta fresca, ma il complesso è ugualmente gradevole con un buon livello du pulizia. La sensazione palatale è morbida, con una buona scorrevolezza e il giusto livello di bollicine. In bocca c'è una corrispondenza pressoché perfetta con l'aroma: una base maltata abbastanza leggera (biscotto e caramello), marmellata d'agrumi, una chiusura amara resinosa di buona intensità e media durata che pungola un po' il palato. L'alcool si sente tanto quanto dichiarato (6.5%)  e la bevuta procede senza intoppi anche se non ad altissima velocità. Le manca senz'altro un po' di "sprint" e di fragranza ma la Grafters IPA è pulita e fa il suo lavoro con buona pulizia ed intensità. Per trovarsi sullo scaffale di un supermercato si difende con dignità ed è una opzione da considerare per bere qualcosa di decente con un buon rapporto qualità prezzo. Stiamo parlando di sei euro al litro: con i tempi che corrono in Italia, non ci si può lamentare.
Formato 50 cl., alc. 6.5%, lotto 18038, scad. 01/02/2019, prezzo 2.99 Euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 5 giugno 2018

US Wee Heavy: Great Divide Claymore, Oskar Blues Old Chub & Dark Horse Scotty Karate


Oggi cambiamo un po’ la solita routine di Unabirralgiorno e vediamo tre differenti interpretazioni dello stesso stile: Wee Heavy o Strong Scotch Ales che dir si voglia. A questa “orizzontale” tutta americana partecipano due birrifici del Colorado (Great Divide e Oskar Blues) e uno del Michigan (Dark Horse). 

Procediamo in ordine crescente di gradazione alcolica partendo dalla Claymore (7.7%) Scotch Ale di Great Divide, birra che prende il nome dalla omonima spada a due mani usata dai guerrieri scozzesi tra Medioevo ed Età Moderna: ma al contrario della pesante arma, dicono, per berla avrete bisogno di solamente una mano. 
Nel bicchiere è di un bel color ebano scuro con accese venature rossastre, la schiuma è compatta e cremosa ed ha una discreta persistenza. Il suo percorso mostra perfetta corrispondenza tra aroma e gusto: biscotto, pane nero e caramello sono affiancati da esteri fruttati che richiamano prugna e uvetta. L’amaro è praticamente assente se si eccettua la quantità strettamene necessaria a bilanciare il dolce. Il percorso si conclude con una buona attenuazione e un leggero tepore etilico che riscalda il retrogusto di frutta sotto spirito. Poche bollicine rendono la bevuta scorrevole e morbida al palato: non c’è molta profondità, personalità o “cuore” in questa Claymore ma è comunque una birra che si beve con buona soddisfazione. Precisa, dolce ma ben bilanciata, pulita, facile da bere: la bottiglia in questione è “nata” ad ottobre 2016. 

Restiamo in Colorado e spostiamoci al birrificio Oskar Blues dove ci aspetta una lattina  (ovviamente) di Old Chub (8%): questo il nome per la Scottish Strong Ale della casa la cui ricetta prevede anche una piccolissima percentuale di malto affumicato. 
Il suo vestito è leggermente più scuro rispetto a quello della Claymore, così come le splendide venature color rubino. Il naso è caldo e avvolgente; toffee, biscotto, prugna e uvetta, ciliegia,  accenni di pane tostato e terrosi, tutti avvolti da una delicata presenza etilica. La bevuta procede nella stessa direzione senza divagazioni: è dolce ma ben bilanciata da un finale abbastanza secco e da un tocco amaricante che richiama il terroso e il tostato. Un morbido ma percepibile alcohol warming regala anche un lungo retrogusto che scalda cuore e anima e anche una suggestione di fumo. Un anno o poco più di vita per questa lattina di Oskar Blues che si sorseggia senza grosse difficoltà;  l’interpretazione dello stile mi sembra molto più convincente di quella di Great Divide, sia per intensità che per personalità. 

Il birrificio del Michigan Dark Horse dedica la propria Wee Heavy al musicista e concittadino Scotty Karate, un “one man band” nato a Marshall: anche la ricetta di questa birra prevede una piccola percentuale di malto affumicato su legno di ciliegio. Dark Horse non scherza e porta l’ABV all’estremità alta dei parametri dello stile: 9.75%. 
Un leggero gushing all’apertura fa temere il peggio ma si tratta solo di un eccesso di carbonazione: il suo colore è simile a quello della Old Chub ma già dall’aroma si può intuire che il livello si è innalzato. I profumi sono ricchi ed intensi, caldi e avvolgenti: volendo fare una critica gli esteri fruttati quasi annullano la percezione della componente maltata, ma il bouquet olfattivo è comunque molto gradevole. Ciliegia, fragola, fico, prugna e uvetta, mela al forno e frutti di bosco, melassa, accenni di vino marsalato che potrebbero essere dovuti all’età anagrafica della bottiglia (2015).  Ci sono ovviamente troppe bollicine al palato e bisogna avere la pazienza di lasciarle calmare per poter apprezzare la sensazione palatale morbida, quasi piena di questa birra. Al palato c’è un maggior equilibrio tra malti (biscotto e caramello) e quegli esteri protagonisti dell’aroma, l’alcool riscalda senza eccessi tutta la bevuta da capo a coda. E’ una Strong Scotch Ales molto intensa  il cui dolce viene bilanciato dall’alcool, da una buona secchezza e da una nota amaricante terrosa e leggermente tostata. Profondità e complessità non le mancano e si congeda lasciando una lunghissima scia etilica di frutta sotto spirito. 
Problema “bollicine” a parte, la Scotty Karate di Dark Horse vince a mani basse questa mini sfida; mi sembra una birra con un interessante potere d’invecchiamento: a tre anni dalla messa in bottiglia è ancora potente e mostra alcune belle note ossidative che la portano nel terreno dei vini marsalati.
Nel dettaglio:
Claymore Scotch Ale, 35.5 cl., alc. 7.7%, imbott. 18/10/2016, prezzo indicativo 4.50-5.00 euro
Old Chub, 35.5 cl., alc. 8.0%, IBU 25, imbott. 07/02/2017,  prezzo indicativo 5.00 euro
Scotty Karate Scotch Ale, 35.5 cl., alc. 9.8%, lotto KAR138, imbott. 30/10/2015 (?),prezzo indicativo 5.00 euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 4 giugno 2018

CRAK / Fyne Ales The Hunchback

Tra i birrifici italiani CRAK è probabilmente quello che sta facendo un percorso più simile, con le dovute proporzioni, a quello dei birrifici internazionali sulla cresta dell’onda: utilizzo del formato lattina anziché bottiglia, collaborazioni con birrifici europei ed americani, partecipazioni a festival internazionali (pensate al Hunahpu's Day di Cigar City in Florida) e una festa di compleanno (WoodsCRAK) tenutasi poche settimane fa alla quale hanno preso parte colleghi provenienti da tutto il mondo. Tra i più noti Jester King , Magic Rock, Other Half  e Beavertown.  Senza dimenticare il riconoscimento tutto italiano ottenuto lo scorso febbraio quando all’ultima edizione di Birra dell’Anno CR/AK è stato eletto birrificio dell’anno in virtù delle medaglie ottenute nelle rispettive categoria dalla Mundaka, dalle NEIPA DDH Amarillo e DDH Mosaic, da Cantina BV05, Dark Chili Pond e IGA Tap Crak. 
Una delle ultime nate in casa CR/AK è la Session IPA chiamata The Hunchback (il gobbo) realizzata assieme agli scozzesi di Fyne Ales e disponibile da inizio maggio. Il sodalizio tra i due birrifici si è poi ulteriormente rafforzato nel corso FyneFest che si è tenuto lo scorso weekend: una tre giorni di birra, cibo e musica organizzata sul terreno di proprietà di Fyne. Duecento le birre disponibili alla spina e una buona rappresentanza del nostro paese curata dal Ma Che Siete Venuti a Fa': Bionoc, Ca’ Del Brado, CR/AK, Extraomnes, Hammer, Hilltop, Lambrate, Rebel’s, Ritual Lab e Vento Forte.

La birra.
Ekuanot, Loral e Citra sono i protagonisti di questa Session IPA che riceve poi l’immancabile DDH – Double Dry Hopping (per stare al passo coi tempi) di Citra. 
Nel bicchiere si presenta di color arancio pallido opalescente, mentre la schiuma non è proprio il massimo alla vista: scomposta e grossolana, svanisce piuttosto velocemente. L’aroma è invece piuttosto gradevole, con intensi e freschi profumi di ananas, arancia e pompelmo, pesca, forse mango: c’è un buon livello di pulizia anche se ogni tanto nella macedonia di frutta fa capolino qualche lieve nota vegetale. Le intenzioni dei due birrifici erano di produrre una birra da bere e ribere, dal basso contenuto alcolico (3%) e con un corpo appagante: l’obiettivo è stato raggiunto è questa  Hunchback scorre a grande velocità senza derive acquose con un mouthfeel effettivamente gradevole. Anche il gusto mostra un’ottima intensità e un buon equilibrio; è una Session IPA “intelligente” nella quale i malti (pane e crackers) fanno sentire la loro presenza e la luppolatura disegna un educato fruttato tropicale seguito da un bel finale secco e un amaro (erbaceo e scorza d’agrumi) dall’intensità giusta da non stancare il palato ed invogliarlo subito a bere un altro sorso. 
Personalmente ad una session beer non chiedo altro che essere pulita e facile da bere pur mantenendo una buona intensità di profumi e sapori: missione compiuta per la Hunchback da CR/AK e Fyne Ales: una birra gradevole, dissetante e rinfrescante, ideale per i mesi che stanno arrivando.

Formato 44 cl., alc. 3.0%, imbott. 04/05/2018, scad. 04/10/2018, prezzo indicativo 5.00-6.00 euro (beershop)                 
      
NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 31 maggio 2018

Northern Monk / Other Half / Equilibrium Patrons Project 13.01 Infinity Vortex

Una parte della craft beer vive di facili entusiasmi e di mode che consumano una novità dietro l’altra a ritmo sempre più veloce. La domanda alla quale i birrifici di tendenza sono chiamati a rispondere non è “che cosa c’è di buono?” ma  “che cosa c’è di nuovo?”. Leggere varianti della stessa ricetta, limited edition e collaborazioni con altri birrifici sono lo strumento ideale per soddisfare le richieste del mercato e, contemporaneamente, guidarne le tendenze: nuove belle etichette, meglio se appiccicate su di una lattina, ed il prodotto è servito. 
Fortunatamente non tutta la birra è questo, ma è innegabile che questo muova una buona parte di business: i social network sono  lo strumento ideale per propagare rapidamente le nuove birre generando subito la corsa all’acquisto da parte di chi vuole seguire la moda. In Europa ancora non abbiamo raggiunto alcuni eccessi della scena craft statunitense, nella quale centinaia di persone si mettono in coda davanti ad un birrificio la notte prima della release di una nuova birra. O pagano persone (i “muli”) per farlo. Spesso acquistano birre che neppure berranno solamente per venderle a prezzi maggiorati sul mercato secondario. 
Non è dunque questo quello che è accaduto all’uscita di una delle ultime birre del birrificio inglese Northern Monk: l’entusiasmo dei beergeeks sui social network ha tuttavia contribuito a farne esaurire rapidamente le scorte in tutta Europa e anche l’Italia, nel suo piccolo, ha in parte contribuito. Del progetto Patrons Project di Northern Monk avevamo già parlato in questa occasione, così come del festival Hop City che il birrificio di Leeds organizza ogni anno. 
Ed è proprio all’ultima edizione di questo festival che si è materializzata questa collaborazione a sei mani chiamata  Infinity Vortex: tra gli invitati alla Hop City 2018 vi erano infatti i birrifici americani Other Half ed Equilibrium. Northern Monk ed Other Half avevano già collaborato nel 2017 realizzando con ciliegie e caffè l’imperial porter Leeds Lurking ma questa volta vogliono produrre qualcosa di luppolato. Nasce così la una DDH IPA (ovviamente New England style) nella quale sono protagonisti luppoli Citra (30 g/l), El Dorado e Cashmere. La splendida etichetta è realizzata dall’artista di strada polacco Tankpetrol che aveva già lavorato alla grafica della IPA Projects 2.03 City of Industry.

La birra.
Protocollo New England / Juicy rispettato: nel bicchiere ricorda un torbido succo e di frutta e la schiuma, un po’ scomposta, è rapida a dissolversi. L’aroma è fresco ed esplosivo ma come spesso accade con queste birre l’eleganza lascia un po’ a desiderare: c’è comunque quanto basta per restare piacevolmente sorpresi. Tanto ananas, un po’ di mango, forse passion fruit, pompelmo zuccherato. Al palato c’è quella sensazione chewy (masticabile) tipica delle NEIPA: morbida al palato, poche bollicine, gradevole ma ovviamente un po’ penalizzata per quel che riguarda la scorrevolezza.  La bevuta è perfettamente coerente con l’aroma, un succo di frutta all’ananas nel quale fa capolino un po’ di mango e di pompelmo; nel finale c’è un amaro resinoso di breve durata, ma dall’intensità un po’ superiore a quello solitamente riscontrato nelle NEIPA. E’ qui che viene a galla qualche problemino, con qualche nota vegetale che “raschia” un pochino in gola mescolandosi al lieve tepore etilico (7.4%). Niente di drammatico, sia chiaro, ma impossibile negarne la presenza. 
Questa Infinity Vortex  anglo-americana non suscita in me grandi entusiasmi ma è indubbiamente un’ottima bevuta se siete amanti dello stile: pulizia ed eleganza non sono encomiabili ma ho sinceramente visto molto di peggio in questo tipo di birre. Facile da bere, o meglio da sorseggiare, ma non al livello di alcune NEIPA americane che mi è capitato di bere recentemente: quelle di Old Nation e proprio quelle di Equilibrium coinvolto anche in questa ricetta.
Formato 44 cl., alc. 7.4%, lotto SYD 116/117, scad. 01/08/2018, prezzo indicativo 8.00-9.00 euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 30 maggio 2018

Jackie O's Bourbon Barrel Champion Ground

Ritrovo sempre con piacere Jackie O’s Pub & Brewery (qui la storia), birrificio dell’Ohio che negli ultimi mesi è transitato sul blog con buona frequenza anche a causa delle ammissioni del fondatore Art Oestrike, costretto a dichiarare possibili infezioni su un certo numero di bottiglie prodotte nel 2017, alcune delle quali arrivate anche in Europa.  La birra di oggi (la imperial stout Bourbon Barrel Champion Ground) è fra queste e quindi conviene anticipare la bevuta per  cercare di limitare i possibili danni.
“In birrificio ascoltiamo molte musica reggae e l’accompagniamo con buone dosi di caffè” dicono alla  Jackie O's. “Avevamo una imperial stout che stava invecchiando in botti ex-bourbon da 11 mesi ma che aveva bisogno di qualche aggiustamento. Così la torrefazione  Stauf’s Coffee Roasters di Athens ci fornì  del caffè giamaicano varietà Blue Mountain”. 
Sull’etichetta viene raffigurato il negozio di dischi ambulante Swing a Ling di proprietà di Charlie Ace. Charlie era un Dj giamaicano attivo a partire dalla fine degli anni ’60: la figura del Dj giamaicano non è da confondere con quella del DeeJay che conosciamo noi. Era un’artista che improvvisava toasting, uno stile vocale mezzo parlato e mezzo cantato, su di una base musicale di musica reggae già esistente. Charlie Ace non raggiunse la notorietà di altri Dj giamaicani come U-Roy, Big Youth, Dennis Alcapone  e fu assassinato a Kingston all’inizio degli anni ’80. Possedeva anche una piccola etichetta discografica (Swing a Ling) e vendeva i propri dischi per le strade con un negozio ambulante ricavato da un vecchio furgone Morris.

La birra.
Il suo vestito è di un color marrone prossimo al nero, mentre la schiuma cremosa e compatta ha un’ottima persistenza. L’aroma è pulito e abbastanza intenso, gli elementi “giusti” ci sono tutti: caffè, tostature, legno e bourbon, vaniglia, qualche suggestione di cocco, uvetta e prugna. Il mouthfeel è quello tipico delle produzioni Jackie O’s: non cercate densità  o particolari intenzioni edonistiche, è una birra dal corpo medio-pieno che risulta gradevole ma che forse necessiterebbe di un po' più di "ciccia”. Il passaggio in botte caratterizza la bevuta imprimendole bourbon e una componente etilica che potenzia e riscalda dall’inizio alla fine: frutta sotto spirito e vaniglia accompagnano ogni sorso, mentre il caffè rimane sorprendentemente in secondo piano. Nel finale emerge qualche suggestione di cioccolato e di tabacco.  Nel bicchiere c’è un liquido intenso e potente che tuttavia riesce ugualmente ad esprimere una buona eleganza:  il bourbon limita abbastanza la velocità di bevuta obbligando ad un lento sorseggiare che non va visto così negativamente. E’ una birra da bere con calma, nel corso di tutta la serata: le manca sicuramente un po’ di profondità, soprattutto al palato, il caffè sbandierato in etichetta non brilla di gloria ma alla fine riesce comunque a regalare belle soddisfazioni.
Formato 37.5 cl., alc. 12%, lotto 2017, prezzo indicativo 17.00-20.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 29 maggio 2018

Bernard Jantarový Ležák 12°

Il birrificio ceco Bernard nasce dalle ceneri dello storico birrificio Humpolec che operava sin dal 1597 e, dopo la fine della seconda guerra mondiale, era stato incorporato prima nell’azienda statale Horácké pivovary Jihlava e poi,  negli anni ’60, nella České Budějovice. Con la caduta del regime comunista il birrificio era confluito nella società statale Pivovary České Budějovice, per nulla in grado di fare gli investimenti necessari alla sua riqualificazione: nell’ambito del vasto processo di privatizzazione delle imprese statali il birrificio fu venduto all’asta il 26 ottobre del 1991 e acquistato da Stanislav Bernard, Josef Vávra e Rudolf Šmejkal, che lo rinominano Rodinný pivovar Bernard (Birrificio Famigliare Bernard). Sono loro ad avviare quell’inderogabile processo di rinnovamento che ha lentamente salvato il birrificio dalla definitiva scomparsa: nel 2000 Bernard era già riuscito a conquistare il 15% del mercato domestico. 
Nel 2001 il colosso belga Duvel Moortgat ha rilevato il 50% delle quote azionarie e apporta il capitale necessario a finanziare un ulteriore piano di crescita: attualmente il birrificio che si trova ad Humpolec, a metà strada tra Praga e Brno, produce circa 315.000 ettolitri all’anno ed esporta in 35 paesi.  Le birre della tradizione ceca sono oggi affiancate da qualche estemporanea incursione nel mondo anglosassone (la Bernard India Pale Ale)  e belga.

La birra.
La  Jantarový Ležák 12° (5%) di Bernard è una classica lager ambrata ceca ovvero una  Polotmavé Pivo, letteralmente una “mezza scura”. Il suo limpido color ambrato è agitato da intense venature rosso rubino: la schiuma è perfettamente compatta e cremosa ed ha una lunghissima persistenza.  Al naso troviamo crosta di pane bianco, accenni di pane nero e caramello, una lieve speziatura donata dal luppolo Saaz  e una poco gradevole nota metallica: l’intensità non è granché ma quello che colpisce non in positivo è la scarsa finezza e fragranza. Il gusto prosegue nella stessa  direzione apportando al bouquet qualche estero fruttato che chiama in causa prugna e frutti di bosco, ma anche qui c’è una fastidiosissima presenza metallica che disturba la bevuta; la birra termina bilanciata da un finale amaro nel quale s’incontrano note terrose, erbacee e di frutta secca a guscio. Ottima scorrevolezza e facilità di bevuta per questa Jantarový Ležák che tuttavia non brilla per l’intensità dei sapori e che, in questa bottiglia, viene fortemente penalizzata da una presenza metallica che ne annulla buona parte della capacità rinfrescante. La dignitosa sufficienza non è raggiunta, peccato.
Formato 50 cl., alc. 5%, lotto T26, scad. 20/07/2018.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 28 maggio 2018

Harviestoun Old Engine Oil Engineer's Reserve

Inizia nel 1986 l’avventura del birrificio scozzese Harviestoun fondato da Ken Brooker, un ex-homebrewer che coltivava questo sogno da almeno tre anni. Con pochissimi fondi a disposizione Brooker riesce a ristrutturare una vecchia fattoria a Dollarfield e a riciclare/riconvertire attrezzature di seconda (o terza) mano: il tino di ammostamento era stato usato in precedenza da un produttore di marmellate, il bollitore veniva invece utilizzato nella sua vita precedente per la tintura della lana. Un topo, divenuto poi il logo aziendale, sembra essere la sua unica compagnia  nelle giornate passate in sala cottura: il debutto avviene con la Harviestoun Real Ale. 
I primi investimenti per gli indispensabili ammodernamenti iniziano nel 1989, quando il birrificio si dota finalmente di un vero e proprio impianto per la produzione della birra; il successo della Schiehallion Lager, che ottiene numerosi riconoscimenti da parte del CAMRA e della Bitter & Twisted convincono Brooker a fare ulteriori investimenti e a portare in sala cottura il birraio inglese Stuart Cail che ancora oggi riveste il ruolo di Head Brewer. Nel 2000 debutta la porter Old Engine Oil, nata per partecipare al bando organizzato dalla catena di supermercati Tesco: la birra si piazza al primo posto ed inizia così ad essere distribuita in tutti i loro punti venditae.  Sarà lei la base di partenza per altre birre di successo del birrificio scozzese che vengono espressamente richieste dall’importatore americano: la serie delle Ola Dubh, invecchiate in botti di whisky e la Engineers' Reserve, versione potenziata della Old Engine Oil. Nel 2004 debutta la nuova sede operativa di Alva, a poche miglia di distanza da quella originale, dove entra in funzione il nuovo impianto da 60 barili:  dopo neppure due anni Harviestoun viene acquistato dalla Caledonian Brewing Company che a sua volta, nel 2008, viene venduta alla  Scottish & Newcastle da poco divenuta di proprietà Heineken. Nell’accordo commerciale viene tuttavia esclusa la Harviestoun che viene invece rilevata da un gruppo di azionisti che fuoriescono dalla Caledonian:  Stephen Crawley (già vecchio azionista di Harviestoun), Sandy Orr e Donald MacDonald.  Dopo solo due anni Harviestoun ritorna ad essere un birrificio indipendente e continua a crescere: nel 2009 i cask vengono affiancati anche dai fusti in acciaio e  nel 2016 arrivano anche le prime lattine.

La birra.
La Old Engine Oil Engineer's Reserve nasce su specifica richiesta dell’importatore americano  B. United International: il titolare Matthias Neidhart apprezzava molto la Old Engine Oil (6%) ma pensava che fosse un po’ troppo debole per i palati degli americani. A questo scopo fu quindi elaborata una ricetta più robusta (9.5%) che utilizza lo stesso mix di malti e di luppoli (Fuggles, East Kent Goldings  e Galena).
Il liquido non è esattamente denso come l'olio motore ma un po' lo ricorda: prossimo al nero, forma una bella testa di schiuma cremosa e compatta dall'ottima persistenza. Una discreta intensità permette d'apprezzare i profumi delle tostature e del caffè, del pane nero, della liquirizia e del tabacco. Al palato c'è una leggera viscosità ed è una coltre morbida quella che avvolge il palato ad ogni sorso: poche bollicine, sensazione tattile ottima e non particolarmente ingombrante. Nera (o quasi) alla vista, nera al naso e ancora più nera al gusto: la Old Engine Oil Engineer's Reserve è una black ale (o imperial porter) che non fa sconti e prende subito con decisione la strada dell'amaro e del torrefatto, con una generosa luppolatura a incrementare ulteriormente la dose. La componente dolce, che chiama in causa caramello ed esteri fruttati, è solamente a supporto e rimane nelle retrovie. Nel finale emergono ricami di cacao amaro, tabacco e liquirizia: l'alcool riscalda senza eccessi e il sorseggiarla non richiedere particolari sforzi. 
Una birra pensata per il mercato americano e che ricorda per alcuni aspetti proprio interpretazioni americane  "dure e pure" di imperial stout/porter, per palati forti: penso ad esempio alla Yeti di Great Divide o alla Ten Fidy di Oskar Blues. Birre che battono con vigore sul tasto del torrefatto e rincarano la dose con una generosa luppolatura: le manca profondità ma questa Old Engine Oil Engineer's Reserve è intensa e ben fatta, una bevuta di livello anche se avara nel regalare emozioni.
Formato 33 cl., alc. 9.5%, lotto 1902, scad. 01/03/2019, prezzo indicativo 5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 27 maggio 2018

Põhjala Talveöö

Põhjala, birrificio estone attivo dal nel 2011 come beerfirm e  dal 2014 come birrificio, sta ottenendo sempre più successo e il mezzo milione di ettolitri attualmente prodotto sarà presto incrementato dalla messa in funzione del nuovo impianto di Kalamaja, quartiere periferico di Tallinn: un ambizioso piano d’espansione da quattro milioni di euro lanciato dai fondatori Enn Parel e Peter Keek, assieme ad altri soci. 
“Põhjala  no solo IPA”, potremmo dire: sono le birre “scure”, che nel nostro paese non hanno una grande diffusione, ad aver maggiormente contribuito all’affermazione del birrificio guidato in sala cottura da Chris Pilkington ed il suo team di birrai;  il mercato del nord europa, nel quale Põhjala è molto attivo, ama stout e porter, meglio se in versione “imperial” o affinate in botte e,  ça va sans dire, le baltic porter delle quali i paesi affacciati sul mar Baltico ne sono stati la culla. 
Sono quattro le (imperial) baltic porter prodotte da Põhjala e note con il nome di Öö: la versione base (10.5%) l’avevamo assaggiata in questa occasione, all’appello mancano la sua versione invecchiata in botti di Cognac (Öö XO, 13.9%), la sua variazione al ribes nero chiamata Öö Cassis (10.5%) e la
la più “leggera” Talveöö (9%, con aggiunta di cocco, vaniglia e cardamomo). Stappiamola.

La birra.
"Notte d'inverno", questo il significato di Talveöö. La sua ricetta elenca malti Pale, Monaco, Carafa 2 Special, Cara Pale, Chocolate, Cara 150, avena in fiocchi, zucchero Demerara, luppoli Magnum e Northern Brewer, cocco tostato, baccelli di vaniglia e semi di cardamomo. Il suo colore è prossimo al nero, mentre la schiuma è cremosa, compatta ed ha una buona persistenza. Al naso pane nero, vaniglia e cioccolato al latte, cocco, un po' di effetto bounty: a dominare è però inaspettatamente il cardamomo. Chi conosce le "birre scure" di Põhjala sa come a volte siano un po' troppo sbilanciate sul dolce: non è il caso di questa Talveöö. Pane nero, caramello e vaniglia, cioccolato al latte, cocco e prugna definiscono una bevuta dolce, movimentata dal cardamomo e che sfuma gradatamente nell'orzo tostato, con qualche accenno di caffè. C'è quasi equilibrio ma non c'è quella pulizia e quella definizione che vorresti trovare in una baltic porter che è invece un po' "sporcata" e confusa dagli ingredienti aggiunti. Poche bollicine attraversano una birra molto morbida al palato, quasi vellutata, dal corpo medio. C'è una leggera astringenza finale, l'alcool (9%) è ben nascosto e regala solo un delicato tepore a fine corsa.
La "notte d'inverno" di Põhjala è una buona e soddisfacente bevuta, discretamente speziata: non è esente da imprecisioni, ma il bilancio è comunque positivo.
Formato 33 cl., alc. 9%, IBU 40, lotto 499, scad. 27/08/2018, prezzo indicativo 5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 25 maggio 2018

Nix Malle

Torniamo a parlare di Nix Beer, nuovo progetto dell’instancabile birraio Nicola Grande, in arte Nix: dopo le esperienze al birrificio al Birrificio Settimo (ex Siebter Himmel) e al Birrificio Etnia, questa volta scende in campo in prima persona con la propria beer firm utilizzando il proprio soprannome e il proprio volto stilizzato sulle etichette. Nix Beer debutta a maggio del 2017 con cinque etichette tutte ispirate alla tradizione belga, quella con cui il birraio Nix ha già dimostrato di sapersi ben destreggiare nelle esperienze precedenti. Dopo la Xelles (una “hoppy blond ale” leggere e moderna) assaggiata qualche settimana fa, è il momento di alzare l’asticella e stappare Malle, la tripel della casa. 
Se il nome scelto vi può sembrare strano ad una lettura superficiale, basta poco per collegarlo a quella che è considerata “la madre di tutte le tripel”, ovvero la Westmalle. Malle è una municipalità (15.000 abitanti) che si trova ad una quarantina di chilometri di Anversa e che comprende i villaggi di Oostmalle e Westmalle, dove si trova l'abbazia di Nostra Signora del Sacro Cuore. Della Westmalle Tripel ne avevamo già parlato in questa occasione: venne sviluppata da frate Thomas assieme al consulente birraio Hendrik Verlinden, proprietario del birrificio Drie Linden, per festeggiare nel 1934 l’inaugurazione del nuovo birrificio del monastero che allora produceva solo due birre scure, Extra Gersten e Dubbel Bruin. 
Verlinden viene considerato da Michael Jackson come l'artefice della prima tripel belga, lanciata nel 1932 con il nome di Witkap Pater: l’aver anticipato di qualche anno quella di Westmalle non le è comunque bastato per guadagnarsi l’appellativo di “madre di tutte le tripel”.

La birra.
Rientriamo in Italia e stappiamo la Malle di Nix. Ringrazio innanzitutto il beershop on-line Ubeer che mi ha inviato la bottiglia d’assaggiare. Il bicchiere si colora di arancio, velato ma luminoso, e si colma con una generosa testa di schiuma pannosa e compatta, dall'ottima persistenza. Una delicata speziatura che richiama il pepe bianco ed il coriandolo apre un naso pulito e ricco di biscotto e pasticceria, scorza d'arancia candita. E' una tripel con vivaci bollicine, come da manuale, corpo medio e una buona scorrevolezza se confrontata con l'importante gradazione alcolica (9.7%). Il gusto prosegue in linea retta il percorso aromatico riproponendo biscotto e frutta candita gialla, una delicata speziatura e un finale amaro dall'intensità abbastanza  sostenuta per lo stile, nel quale trovano posto note terrose e di scorza d'arancia. Il retrogusto è di nuovo dolce, ricco canditi e frutta sotto spirito. C'è un ottimo equilibrio, favorito da una bella secchezza e da una gradevole acidità che stempera il dolce: non fosse per la componente etilica, la si potrebbe quasi definire una birra sorprendentemente rinfrescante. Niente da eccepire per quel che riguarda pulizia e finezza, qualche appunto invece devo invece farlo proprio per quel che riguarda l'alcool che non è subdolamente nascosto come nei migliori esempi belgi. Non presenta una grossa asperità ma indubbiamente rallenta il ritmo di bevuta di quella che è comunque un'ottima interpretazione della tradizione belga. Per chi volesse provarla ma non riesce a trovarla, ecco un utile link all’acquisto diretto.
Formato 33 cl., alc. 9.7%, lotto 6417, scad. 28/09/2019.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.