venerdì 14 dicembre 2018

Alchemist The Crusher

A pochi giorni di distanza torniamo in Vermont per parlare del birrificio The Alchemist:  “drink fresh – drink from the can” è il loro motto stampato su ogni lattina e quindi non è il caso di perdere tempo. Heady Topper è la birra che ha reso famoso il birrificio fondato da  John e Jen Kimmich e che ha fatto spuntare il Vermont – sino ad allora pressoché ignorato -  sulle mappe dei beer geeks americani.  Ed è anche la birra che ha salvato The Alchemist da una fine prematura, dopo l’alluvione del 2011 che provocò la chiusura del brewpub, mai più riaperto; fortunatamente John aveva seguito i consigli insistenti della moglie e aveva acquistato una linea per la messa in lattina posizionandola in un altro edificio preso in affitto che fu risparmiato dalla violenza delle acque. Ed è solo grazie alla vendita delle lattine che The Alchemist è riuscito a risollevarsi dal baratro e a sopravvivere; per un paio di anni l’intera produzione è stata focalizzata a soddisfare soprattutto l’hype per Heady Topper  (e Focal Banger) a scapito di tutte altre birre che venivano prodotte al brewpub. 
E’ stato solo in un secondo tempo che Kimmich ha deciso di tirare fuori dal cassetto le ricette delle vecchie birre. Così diceva in un’intervista del 2013, due anni dopo l’alluvione: “ho recuperato le mie dodici ricette preferite con l’idea di farne una diversa ogni mese. Lo so… otto o nove di loro sono variazioni di IPA… ma è quello che maggiormente mi appassiona. Ma non voglio che ci sia ulteriore pressione di su di noi; quando saremo pronti, le faremo”. Tra queste birre c’è anche The Crusher, sorella “maggiore” della Heady Topper e un tempo disponibile solo in alcuni periodi dall’anno al vecchio brewpub: una Double IPA che ha avuto negli anni un ABV variabile tra il 9.7 e il 9%, per poi entrare in produzione tutto l’anno con la messa in funzione del nuovo impianto a Stowe, assestandosi attualmente all’8%.

La birra.
Benché opalescente, ha un bel colore luminoso che oscilla tra l’arancio ed il dorato: la schiuma biancastra è cremosa, compatta ed ha ottima ritenzione. L’aroma è ancora fresco, molto pulito ed elegante: è stato trovato un equilibrio molto ben riuscito tra tutti gli elementi in gioco. Ananas, arancio e mandarino, qualche nota tropicale e floreale, qualche lieve accenno dank.  Il mouthfeel è molto diverso da quello della Heady Topper: non ci sono particolari cremosità o morbidezze. Come il nome suggerisce, The Crusher è una Double IPA potente che colpisce duro:  pane, qualche nota biscottata, agrumi e frutta tropicale sono l’anticamera di un lungo finale amaro, pungente e pepato, resinoso, potenziato dalla componente etilica. La bevibilità è comunque buona grazie anche ad un’ottima attenuazione. Molto più orientata sul resinoso rispetto al dank della Heady Topper, questa Double IPA di The Alchemist è una gran bella bevuta, lontano anni luce da quei succhi-di-frutta, torbidi frullati che hanno reso celebre il New England e che oggi il mercato richiede: amaro intenso ma bilanciato da una bella controparte tropicale, pulizia e precisione, niente miracoli ma c’è tutto quello che basta per essere soddisfatti.
Formato 47,3 cl., alc. 8%, IBU 110 (?), lotto 11/2018, prezzo indicativo 10 -11 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 13 dicembre 2018

Birra del Carrobiolo Porcini Imperial Stout

Chi segue la birra artigianale italiana da un po’ di tempo ricorderà come sei-sette anni fa proliferavano le birre con gli ingredienti più inusuali: in una sorta di gara al “famolo strano” alcuni birrifici aggiungevano carciofi, basilico, cicoria, spaghetti, radicchi e tartufi, giusto per citare i primi che mi vengono in mente. Nelle occasioni “fortunate” ai festival  vi chiedevano se volevate assaggiare una birra alla liquirizia, ai petali di rosa, all’amaretto. Negli ultimi anni la tendenza ad utilizzare ortaggi e altri ingredienti ameni è fortunatamente diminuita e i birrai italiani si sono allineati ai loro colleghi stranieri orientandosi soprattutto sui classici: spezie, frutta, cacao,  cioccolato, vaniglia e caffè. 
Del Piccolo Opificio Brassicolo del Carrobiolo – Fermentum di Monza attivo dal 2008 e guidato dal birrario Pietro Fontana ne abbiamo già parlato in più di un’occasione, dal debutto nei locali all’interno del convento in Piazza Carrobiolo all’apertura (2014) del nuovo brewpub nella vicina piazza Indipendenza. Il Carrobiolo si è sempre contraddistinto per le sue produzioni pulite e abbastanza rigorose, senza abusare di quelle fantasiose licenze poetiche che ho descritto precedentemente. Nel 2016 Pietro Fontana è andato in controtendenza presentando al festival di EurHop tre novità abbastanza curiose:  la ITA (Italian Tomato Ale), la AmanIPA Phalloides e la PIS (Porcini Imperial Stout).  Pomodori e funghi. Ecco le parole del birraio nell’intervista concessa in quel periodo a Cronache di Birra:  “ho voluto fare tre birre strane ma equilibrate ed eleganti. Volevo cimentarmi in qualcosa di diverso, non esattamente in stile Carrobiolo, distante quindi dalla pils e dalla keller. Ho avuto un’intuizione, come una scintilla che è scoccata. Il gusto in cucina ti porta ad associare i sapori e a capire quali possono stare insieme e quali no. Ho pensato, quindi, di unire questi gusti in tre birre innovative”.

La birra.
Ho personalmente amato l’imperial Stout Coffee Brett (11%) del Carrobiolo e a tutt’oggi la trovo ancora una tra le migliori interpretazioni italiane dello stile; oltre a questa il birrificio produce anche un’imperial stout “normale” (9.7%) sulla quale credo sia basata la sorella “Porcini”  che riceve un “dry-hopping” di boletus edulis secchi. 
Si presenta vestita quasi di nero, la schiuma è cremosa ma abbastanza modesta ed ha una persistenza solo discreta. L’aroma è praticamente assente: s’avverte una leggerissima presenza di torrefatto, terroso, etilico. Fortunatamente le cose vanno molto meglio al palato: la Porcini del Carrobiolo è un’interpretazione “aggressiva” dello stile che fa pochi sconti. Il torrefatto morde da subito e il suo amaro è potenziato da una generosa luppolatura che sfocia in un finale resinoso, quasi balsamico, nel quale spuntano tracce terrose e – quasi rinfrescanti - di anice stellato.  La controparte dolce è ridotta ai minimi termini: qualche traccia caramellata, prugna sotto spirito, liquirizia. 
Pochi gli elementi in gioco in una birra potente che non raggiunge grandi profondità e batte sempre sugli stessi tasti: sarà apprezzata soprattutto dagli amanti delle imperial stout “pure e dure”, molto spinte sul torrefatto. Per quel che mi riguarda preferisco interpretazioni in cui l’amaro, anche se intenso, presenta un ventaglio più ampio di sfaccettature (caffè, cacao…). Il naso quasi assente penalizza un po’ l’esperienza di chi se la versa nel bicchiere: un peccato, perchè credo che l'utilizzo dell'ingrediente fungo fosse stato pensato proprio per questo aspetto.
Formato 33 cl., alc. 9.7%, IBU 60, lotto i17109P, scad. 01/12/2021, prezzo indicativo 7.00-8.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 11 dicembre 2018

Nothhaft Rawetzer Zoigl

Marktredwitz (15.000 abitanti), un tempo nota come Radewitze e Redwitz è una municipalità dell’Alta Franconia che si trova ad un centinaio di chilometri ad est di Bamberga e a soli 15 dal confine con la Repubblica Ceca. Nel suo massimo splendore “brassicolo” ospitava una decina di birrifici ma solamente uno è ancora attivo: la Privatbrauerei Nothhaft. 
Le prime notizie sulla produzione di birra in quest’edificio di Ottostraße risalgono al 1540, quando venne costruita una Kommunbrauhaus, ovvero un birrificio “comunale” dove le famiglie in possesso di licenza potevano andare a produrre le proprie birre.  Nel 1882 il birrificio fu acquistato dal macellaio e birraio Otto Nothhaft la cui famiglia, dopo quattro generazioni di discendenti, ne detiene ancora la proprietà. A lui sono succeduti Wilhelm (1883-1958) ed  August (1913-1998); dal 1994 vi è al comando il pro-pronipote Otto, aiutato dalla figlia Carolin,  dal marito Andreas e dal birraio Frank Seyferth. La produzione annua è di circa 15.000 ettolitri. Dal 1927 Nothhaft produce anche limonate e altre bibite. Nel 1990 le vecchie vasche di fermentazione aperte sono state sostituite da serbatoi in acciaio; la famiglia possiede anche i ristoranti  Forsthaus e Am Strand, la spiaggia (Strand) è ovviamente quella sul fiume Kössein.  Nel 2014 il birrificio ha lanciato il  marchio Zwitscher, una Helles in bottiglia da 33 centilitri con tappo svitabile: secondo Ratebeer si tratta di una semplice rietichettatura della Nothhaft Ur-Hell.

La birra.
Ho accennato poco fa ai Kommunbrauhaus. A chi volesse approfondire consiglio questo bel resoconto di Angelo sul blog Berebirra: "in alcuni villaggi dell'Alto Palatinato  esistono birrifici comunali in cui famiglie in possesso di licenza brassano la propria birra secondo un calendario. E sempre secondo un calendario possono spillarla presso il loro locale di mescita.” Queste birre vengono chiamate Zoigl e, come riporta Andrea Camaschella su Fermento Birra “girando per questi villaggi capita di trovare fuori da qualche casa lo Zoigl, una stella a sei punte  che simboleggia l’alchemia del birraio attraverso quattro elementi: aria, cioè la fermentazione, fuoco, che serviva per la bollitura e ancora acqua e terra a richiamare orzo e luppolo. Questo significa che la birra è disponibile per l’acquisto, da asporto o anche per essere consumata sul posto, in casa, dove è possibile trovare alcune famiglie che hanno allestito dei veri e propri pub per i clienti, o vicini di casa che dir si voglia”.  Le Zoigl non sono quindi uno stile brassicolo ma solamente una modalità produttiva: benché ogni famiglia la produca secondo la propria ricetta, si tratta solitamente di lager le cui caratteristiche le avvicinano alle Kellerbier. 
Rawetzer Zoigl, ovvero la Zoigl di Marktredwitz: il nome scelto dal birrificio Nothhaft mi pare inappropriato e fuorviante in quanto questa Kellerbier non è prodotta attualmente in nessun birrificio comunale. Il fatto che svariati secoli l’edificio che oggi ospita Nothhaft lo fosse non mi pare una motivazione sufficiente. 
Detto questo la birra si presenta di color ambrato piuttosto scarico, leggermente velata e con una testa di schiuma biancastra cremosa e compatta. Al naso emergono profumi di miele d’arancio, mollica di pane, cereali, qualche accenno biscottato e floreale, lieve diacetile. Il percorso continua senza nessuna deviazione anche al palato: è una Kellerbier ovviamente facile da bere che anche al palato mette in evidenza un bel parterre di malti. Al gusto il miele è meno evidente e sono le note di panificazione e biscottate a guidare una bevuta dolce bilanciata da un delicato amaro erbaceo, abbastanza elegante, nel quale ci sono quasi accenni di frutta secca a guscio. Diacetile presente in quantità moderata e quindi perdonabile; bevuta facile e anche piacevolmente quasi rustica, benchè non sia stata prodotta in un vero  Kommunbrauhaus.  E’ un po’ strano a dirsi, ma un po’ di cuore comunque c’è.
Formato 50 cl., alc 5%, scad. 12/04/2019, prezzo indicativo 3.50-4.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 10 dicembre 2018

Alchemist Heady Topper

John Kimmich scopre la birra artigianale all’inizio degli anni ’90 quando frequenta il college a Pittsburgh, Pennsylvania, e sta lavorando ad una ricerca sull’industria della birra. Al termine degli studi utilizza tutti i suoi risparmi per acquistare una macchina usata e andare in Vermont dall’amico  e “mentore” Greg Noonan (prematuramente scomparso nel 2009), proprietario e birraio del Vermont Pub and Brewery di Burlington nonché autore di molti libri e figura di riferimento per il movimento craft del New England. 
Greg gli insegna a fare il birraio e in cambio John lavora nei weekend come cameriere, senza stipendio: dopo un anno d’addestramento viene promosso e mandato in sala cottura. Ma al Vermont Pub John incontra anche Jennifer, a quel tempo cameriera: “ci sposammo e iniziammo a viaggiare in Wyoming, Idaho, Boston. Feci il birraio, il portiere negli hotel (belle mance!) e in quei sei anni pianificammo e mettemmo da parte ogni dollaro guadagnato per poter aprire il nostro brewpub in Vermont. Inaugurammo The Alchemist Pub and Brewery il 29 Novembre 2003, era un venerdì sera e il sabato mattina successivo Jen scoprì di essere incinta! Furono le ventiquattr’ore più intense della nostra vita. Il nome ci fu ispirato dal Vermont Pub, nel cui logo c’era anche raffigurato un piccolo alchimista.” 
Quello che oggi è uno dei nomi più ricercati dai beergeeks americani inizia la sua avvenuta come un semplice brewpub del paese di Waterbury, 5000 abitanti; 60 posti a sedere, un biliardo e il piccolo impianto da 10 ettolitri nel seminterrato dal quale escono soprattutto birre d’ispirazione anglosassone: Pappy’s Porter, Piston Bitter e  Bolton Brown. Ma a due mesi dall’apertura  John vuole anche iniziare a giocare con i luppoli: alle spine del pub viene servita per la prima volta una Double IPA chiamata Heady Topper, una birra destinata a cambiare la vita ai coniugi Kimmich.  A quei tempi le IPA non erano molto diffuse nella zona: “la gente era sconvolta – ricorda John – non avevano mai bevuto nulla del genere e impazzivano”. 
La Heady Topper veniva prodotta occasionalmente 3-4 volte l’anno, era possibile berla solo al brewpub ma il passaparola tra gli appassionati americani era ormai iniziato: nel giro di pochi anni, senza nessuna pubblicità o marketing, The Alchemist era diventato una mecca per i beergeeks. Alcuni di loro si portavano i bicchieri in bagno, riempivano delle bottiglie di vetro, le tappavano e le portavano via di nascosto per scambiarle o rivenderle con altre birre.  Fu Jen Kimmich a dare la svolta: “per me era inconcepibile ricorda John Io stavo nel seminterrato a fare birra tutto il giorno e Jen mi diceva che dovevamo aprire una seconda location per mettere la birra in lattina. Pensavo che fosse impazzita, eravamo già troppo impegnati. Ne discutemmo per oltre un anno ma alla fine mi convinse che era la cosa giusta da fare”. 

Domenica 28 agosto 2011:  è ormai tutto pronto per il debutto della lattine di Heady Topper quando la tempesta tropicale Irene colpisce Waterbury e le acque del fiume Winooski tracimano allagando anche il brewpub The Alchemist. Tutto quello che si trova nel seminterrato (impianto, fermentatori, uffici, materie prime) è perduto e inutilizzabile. Per i Kimmich che avevano appena investito in una seconda sede  (fortunatamente in collina e quindi risparmiata dalle acque) è il momento di decidere se mollare tutto per ricominciare altrove o andare avanti. Due giorni dopo vengono confezionate le prime lattine: quello che John pensava fosse una mozza azzardata era ora la loro unica fonte di reddito: “la gente arrivò da ogni luogo per comprare le lattine di Heady e supportarci; furono giorni molto emotivi. In pochissimo tempo riuscimmo a ripartire con la produzione e ad assumere alcuni dei vecchi dipendenti del pub”. Le assicurazioni però non intendono coprire la ricostruzione di un birrificio in un seminterrato e così la  “cannery” in collina viene dotata di una piccola tasting room e di un punto vendita che vengono subito presi d’assalto: la produzione passa dai 470  ettolitri/anno del brewpub a 1760 ettolitri  e dopo un anno sale a 10500  ma non è ancora sufficiente a soddisfare tutte le richieste per una Double IPA che è ai primi posti delle classifiche dei siti di beer rating.  Il parcheggio antistante lo stabilimento non riesce a contenere il flusso delle macchine dei beergeeks che si riversa sulle strade circostanti creando ingorghi: i vicini e la municipalità si lamentano e, dopo solo due anni, i Kimmich sono costretti a prendere la decisione di chiudere la “cannery” al pubblico. In realtà pare che il birrificio fosse anche privo dei permessi necessari per la vendita al dettaglio.  
Lo stato dal Vermont consente ai birrifici di auto distribuirsi le birre e la caccia dei beergeeks alla Heady continua nel raggio di 25 miglia attorno a Waterbury, dove The Alchemist distribuisce regolarmente.  Alcuni seguono i camion che partono dal birrificio per arrivare prima di tutti nei luoghi (soprattutto alimentari e stazioni di servizio) dove poi saranno messe in vendita le lattine:  i fans creano il sito Heady Spotter (non più aggiornato da marzo 2017 con l’inizio delle vendite on-line da parte di Alchemist)  per far conoscere in anticipo il giro delle consegne dei furgoni e organizzare gli appostamenti fuori dai negozi.  Non è però questo a  preoccupare maggiormente John: “fu una battaglia educare i nostri rivenditori alla catena del freddo. Per loro era qualcosa di inusuale, tenevano in frigo solo qualche birra ma la maggior parte era sugli scaffali”. 
A luglio 2016 The Alchemist inaugura un secondo e più grande birrificio a Stowe, una ventina di chilometri di distanza: 1500 metri quadrati, ampio parcheggio, giardino con vista sulle montagne circostanti. E’ su questo impianto da 30 barili (47 hl) che oggi sono prodotte quasi tutte le birre per un totale di circa 15000 ettolitri all’anno. Tutte tranne la Heady Topper: a Stowe la vendono ma John assicura che lei è ancora prodotta solo a Waterbury, assieme ad altre birre prototipali o sperimentali.  Le due location danno oggi lavoro ad una cinquantina di persone. Il brewpub originale di Waterbury non è mai rinato: i Kimmich avevano iniziato a ristrutturarlo ma hanno poi deciso di venderlo e al suo posto vi è oggi il Prohibition Pig Brewpub.

La birra.
“Una birra che sapesse di erba (marijuana) buona: questo era più o meno il mio obiettivo quando ho ideato la Heady Topper”,  “a beautiful tribute to dank American hops “. Così la definisce John, ma non è stata questa la caratteristica che l’ha resa così famosa: in una nazione abituata alle birre (artigianali) limpide e cristalline, quello che ha attirato l’attenzione dei beergeeks è stato soprattutto “l’haze”, il suo colore torbido. “E’ da sempre che educo la gente sulle birre torbide, non filtrate: provatele, assaggiatele e poi vediamo se ancora le criticherete. Andate a rileggere le prime recensioni della Heady su BeerAdvocate; tutti dicevano che era fantastica ma brutta e torbida, tutte quelle particelle in sospensione! Chi se ne frega, io volevo essere diverso dagli altri.  Sin da quando le facevo negli anni 90 con Greg Noonan la gente ci prendeva per il culo perché le nostre IPA erano solo velate; la cosa è abbastanza divertente se si pensa a tutte quelle birre fangose che vengono vendute oggi.  A quel tempo c’erano solo le Hefeweizen d’ispirazione tedesca: noi volevamo che la gente si liberasse di quel concetto di birra limpida e cristallina, capace di resistere per 12 mesi sugli scaffali al caldo, alla quale era abituata.  Non ho mai voluto fare una IPA intenzionalmente opalescente; è solo un risultato del processo usato per ottenere i profumi e i sapori che avevo in mente”. 
La Heady Topper viene spesso considerata la capostipite delle New England IPA, ma John non è  d’accordo: “E’ solo una IPA, non si merita una categoria tutta sua come quella delle Vermont IPA! Quelle che chiamano New England IPA sono molto diverse dalle nostre birre, oggi i birrai cercano di ridurre al massimo l’amaro mentre io voglio che l’amaro si percepisca per avere equilibrio.  Oggi il fattore “hazy” è sfuggito di mano. La gente vende dei milkshake con due dita di lievito sul fondo della lattina.  La nostra opalescenza non è data dal lievito, ma dai cereali e da altre tecniche. Oggi la gente usa le tecniche più bizzarre per rendere la birra torbida, ma noi non usiamo trucchi: sono solo quattro ingredienti. Non ho intenzione di rivelare i dettagli, è fondamentale il momento in cui so utilizzano i luppoli. Il momento, non la quantità. Vedo birrifici usarne quantità doppia rispetto a noi: questo rende la loro birra due volte più buona? No. Stanno sprecando una grande quantità di luppolo?  Assolutamente sì". 
Nessuna formula segreta, quindi. Nonostante la ricetta della Heady Topper non sia mai stata rivelata, sappiamo che utilizza malti di origine inglese e luppoli americani, soprattutto Simcoe proveniente dallo  Yakima Chief Ranch di Washington. Il lievito è un regalo fatto a John da Greg Noonan, che lo aveva reperito in Inghilterra negli anni ’80. La preoccupazioni di Kimmich sono altre: come ridurre al minimo la presenza di ossigeno, fonte di ossidazione? Come ottenere il massimo dai luppoli?  E che dire dello slogan “drink from the can” che ha reso The Alchemist famoso?  “All’inizio pensavano che non volessimo far vedere alla gente che non era una birra limpida. Ma ha a che vedere con gli aromi e il contatto con l’ossigeno. Se la verso nel bicchiere per qualche minuto avrà un aroma esplosivo ma dopo mezz’ora sarà una merda. La carbonazione, gli olii essenziali dei luppoli saranno svaniti; a me piace godermi la birra con calma. Se la lascio nella lattina, sarà ancora esplosiva”.

Dopo tutte queste parole, è il momento di bere…  versandola nel bicchiere!  Dan Blakeslee, vecchio amico di John, è l’autore di tutte le grafiche di The Alchemist. La Heady Topper è piuttosto velata ma non è neppure lontanamente paragonabile alla maggior parte delle torbide New England IPA. Il suo colore che oscilla tra l’arancio e il dorato è luminoso, la schiuma è abbastanza compatta ed ha un’ottima persistenza. E’ bella, insomma. Da quanto ne so questa lattina ha all’incirca un mese di vita e l’aroma è pungente e pulito, anche se la freschezza non sembra essere ottimale. C’è un bell’equilibrio tra dank, pompelmo e arancia, frutta tropicale, soprattutto ananas. L’intensità non è però esattamente esplosiva.  La sensazione palatale è invece davvero sorprendente: è una Double IPA (8%) leggera e setosa, quasi impalpabile, una carezza per il palato.  Il gusto è ben bilanciato tra tutte le sue componenti: pane, qualche lievissimo accenno biscottato, frutta tropicale (ananas e mango), accenni di agrumi e un bel finale amaro, dank e resinoso, piuttosto intenso e potente. E’ solo qui che l’alcool fa sentire la sua presenza: una grande secchezza contribuisce poi in maniera determinante ad assicurare una grande facilità di bevuta. 
Livello indubbiamente alto per questa lattina di Heady Topper che tuttavia mi sembra mostrare già qualche cedimento di freschezza dopo solo un mese di vita. John Kimmich vorrebbe che fosse tenuta sempre al freddo e giura di saper distinguere quelle lattine che hanno passato del tempo fuori dal frigo. Indubbiamente sono birre delicate che non dovrebbero viaggiare: per chi non è ancora riuscito ad andare alla fonte, le lattine che arrivano ogni tanto anche in Europa sono comunque un accettabile compromesso per soddisfare la curiosità. Per quel che riguarda l’hype, è bene ricordare che è fomentato da dinamiche fuori controllo generate da vari fattori. In questo caso  mi trovo d’accordo con il birraio Kimmich che vuol mantenere un basso profilo: è un’ottima IPA, pulita e bilanciata, ma come lei ce ne sono tante altre: con la riserva di poterla riprovare un giorno direttamente alla fonte. 
Formato  47,3 cl., alc. 8%,  inlatt. 05/11/2018 (?), prezzo indicativo 10,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 7 dicembre 2018

De Molen Hel & Verdoemenis (Hell & Damnation)

I lettori regolari del blog ricorderanno forse che il birrificio olandese De Molen era finito sulla mia personale black list: troppe le delusioni e le birre non a posto prodotte nel triennio 2012-2015. Colpa del cambio d’impianto avvenuto nel 2011? Può darsi, ma visto che le alternative sul mercato non mancano, la pazienza ha un limite. 
Nel frattempo Menno Olivier and John Brus, fondatori e proprietari del  ”mulino”, hanno dovuto stringere un patto col “diavolo” per portare avanti i loro affari; aumentare i volumi senza una struttura commerciale e distributiva idonea a collocarli non è cosa buona, soprattutto se non si  riesce a vivere di solo export. A maggio 2015 apparvero le prime indiscrezioni sulla cessione di una quota del birrificio al gruppo olandese Bavaria. Olivier e John  furono costretti a smentire pubblicamente affermando di aver invece raggiunto un accordo con i monaci trappisti dell’abbazia di De Koningshoeven, alias La Trappe. I due birrifici avrebbero usato lo stesso canale distributivo e la stessa rete commerciale per vendere i rispettivi prodotti sul territorio olandese; l’equivoco era nato soltanto perché La Trappe utilizzava fisicamente i camion della Bavaria. “Non siamo stati comprati; siamo ancora noi i proprietari e continueremo a gestire in prima persona l’export. In più saremo fnalmente anche presenti in tutto il nostro paese. Questo era il nostro obiettivo”. 
Le cose non sarebbero però andate esattamente così, secondo quanto poi svelato nell’aprile 2016 dal blog olandese Mylifewithbeer, una delle poche fonti in inglese che ha parlato della vicenda: “all’inizio del 2015 Bavaria aveva già acquistato il 35% di De Molen tramite una società da lei controllata nella quale partecipava anche il birrificio di De Koningshoeven. Le azioni sono state rilevate da tanti azionisti minoritari di De Molen; questa transazione non ha comportato nessun investimento diretto di denaro da parte di Bavaria a De Molen; Bavaria ha solamente ottenuto in cambio il diritto di distribuzione in esclusiva per tutto il BeNeLux. Per aumentare la propria capacità produttiva ed acquistare nuovi fermentatori, De Molen si è autofinanziato vendendo l’edificio “Formido” acquistato nel 2011 per poi affittarlo con un contratto di leasing”.

La birra.
A due anni dall’ultima De Molen bevuta ritento la sorte: saranno migliorate le birre? E’ tornato il De Molen di una volta, diventato famoso per le sue imperial stout e i suoi barley wine capaci tra l’altro d’invecchiare anche piuttosto bene? 
Nel & Verdoemenis (10%), ovvero “Inferno e Dannazione”: arrivata dopo i fasti della Rasputin e della la Tsarina Esra, è oggi diventata la imperial stout più venduta di De Molen. Ne esistono ovviamente sterminate varianti prodotte con aggiunta di ingredienti (caffè, nocciole, Oreo…) o invecchiate in diverse botti. La più nota – forse per il numero) è probabilmente la Hel & Verdoemenis 666,  prodotta con chips di legno imbevute in Cognac di 40 anni. La ricetta della Hel & Verdoemenis prevede malti Pale, Brown, Chocolate, Caramel e Roasted, luppoli Premian e Saaz. 
Il suo vestito è quasi nero, la schiuma cremosa non ha bolle molto fine ma mostra una buona persistenza. Il naso è ricco e complesso: caffè, orzo tostato, cioccolato, biscotto e liquirizia, qualche accenno di fruit cake e cenere/tabacco. Pulizia e finezza non sono i suoi punti di forza ma il risultato è comunque piuttosto gradevole. Non ci sono particolari densità o cremosità al palato e il corpo è medio: la scorrevolezza ci guadagna ma un po’ di “ciccia” in più non le avrebbe fatto male secondo me.  La bevuta parte dolce di caramello, prugna sotto spirito e  liquirizia per poi iniziare una bella e intensa progressione nell’amaro del caffè, delle tostature e del cacao. L’alcool è molto ben gestito e riscalda senza far male: il retrogusto è lungo ma quasi delicato e stempera l’amaro con un bel mix di frutta sotto spirito, caffè zuccherato, cioccolato. 
Il De Molen di una volta è tornato?  Non proprio ma questa Hel & Verdoemenis del 2017 è una bella bevuta: non è un mostro di eleganza e precisione ma è molto bilanciata e soddisfa pienamente chi se la trova nel bicchiere. Peccato solo per quel dito (abbondante) di fondazza nel bicchiere. Dopo anni di buio De Molen, finalmente vedo un po’ di luce.
Formato 33 cl., IBU 102 (?), alc. 10%, imbott. 20/06/2017, scad. 20/06/20142, prezzo indicativo 5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 6 dicembre 2018

HOMEBREWED! Tommaso Mainardi - Drink Sleep Weepeat

Con frequenza ormai quasi quadrimestrale rieccoci a parlare di produzioni casalinghe nell’ambito della rubrica HOMEBREWED! Diamo oggi il benvenuto a Tommaso Mainardi, homebrewer operativo a Castelvetro sulle colline modenesi e attivo dal 2014. Il suo percorso inizia come quello di tanti con un kit da estratti per poi passare, dopo qualche anno all’e+g; da inizio 2017 il passaggio definitivo al metodo All Grain.  Nel caso di Tommaso la passione per la birra artigianale si è sviluppata in parallelo (e non prima) al proprio hobby: la sua produzione è di circa 8-10 birre all’anno mediante una pentola inox da 50 litri,  un frigorifero "da campeggio" da 46 litri per l'ammostamento  (single step) e  abbattimento dei  tempi con la tecnica del no-sparge. Per la fermentazione utilizza un frigo  controllato da termostato esterno. Nel suo giardino – come credo in quello di ogni homebrewer – c’è anche qualche piantina di luppolo. Tommaso mi ha inviato per l’assaggio una bottiglia di Wee Heavy / Strong Scotch Ale prodotta con la variante “malto torbato”; è la prima volta che si cimenta con questo stile. La ricetta, oltre al Peated, include malti Pale, Crystal, Biscuit e Roasted, lieveito Safale S-33 e luppolo Polaris in amaro. Nome ed etichetta creati ideati appositamente per l’apparizione sul blog: Drink, Sleep and Weepeat (7.2%).

La birra.
Dalla foto non si direbbe, ma nel bicchiere si presenta  di un bel color ambrato piuttosto carico ed illuminato da intense venature rossastre; la schiuma è fine, compatta ed ha una buona persistenza. L’aroma è abbastanza intenso e dominato dal torbato, la cui finezza lascia però un po’ a desiderare; note fenoliche ricordano la plastica bruciata e c’è più di un accenno di formaggio (affumicato). Le note maltate (biscotto e caramello) sono sovrastate dagli esteri fruttati che appaiono un po’ fuori controllo, con qualche eccesso di mela verde.
Le cose migliorano al palato, a partire da un mouthfeel morbido e poco carbonato che permette a questa Wee Heavy di scorrere con buona facilità nonostante la gradazione alcolica. Il gusto risulta maggiormente equilibrato dell’aroma, anche se personalmente cercherei di far risaltare maggiormente le note caramellate, biscottate e quel carattere “nutty” tipicamente anglosassone rispetto agli esteri (prugna, uvetta e anche un po’ di mela). Il torbato arriva soprattutto nel finale ma anche qui si porta dietro qualche leggera deriva di plastica bruciata; una breve parantesi amaricante, terrosa e leggermente tostata, anticipa il tiepido retrogusto di frutta sotto spirito. Si potrebbe dire “buona intensità ma non altrettanto controllo” in questa Scotch che necessita di diversi aggiustamenti; come primo tentativo con lo stile il risultato è comunque discreto e la birra si lascia bere senza grossi problemi.  Oltre a pulizia e definizione, migliorabili entrambi, c’è secondo me da lavorare soprattutto su lievito/esteri e sulla qualità del torbato; nella speranza che questi miei appunti siano utili a Tommaso per migliorare la propria birra. Nel frattempo un grazie per avermela fatta assaggiare e la solita  “pagellina” su scheda BJCP: 32/50 (Aroma 5/12, Aspetto 3/3, Gusto 13/20, Mouthfeel 4/5, impressione generale 7/10).
Formato 50 cl., alc. 7.2%, IBU 30, imbott. 07/10/2018.

mercoledì 5 dicembre 2018

Eastside Fumo Lento

Le giornate si fanno sempre più corte e fredde, non c’è niente di meglio che concluderle versandosi nel bicchiere qualcosa che riscaldi e che ci faccia compagnia per quasi tutta la serata. Non è un caso che il consumo delle birre “scure” sia molto più elevato nei mesi più freddi dell’anno, soprattutto nelle loro versioni “robuste” o imperiali: Baltic Porter, ad esempio, il cui nome evoca già il freddo e un possibile rimedio. 
Birre scure dalla sostenuta gradazione alcolica erano prodotte nei paesi baltici da secoli ma fu Michael Jackson (il beerhunter, non il cantante… per i meno esperti in materia) a rivendicare la paternità di quella che, dice, è “una categoria nata dopo una serie di articoli che scrissi nel 1990, dopo un viaggio in Estonia“. Una quindicina di anni prima, nel libro World Guide to Beer del 1977, Jackson si limitava a raccontare che “le Porter prodotte in Polonia hanno corpo medio, sono potenti e forti con una gradazione alcolica di circa il 7.5%”. 
E’ noto che nel diciottesimo secolo l’Inghilterra era una potenza industriale e anche la birra era oggetto di commercio verso l’estero: i paesi scandinavi e baltici apprezzavano “in particolare birre di colore scuro, alcoliche e dolci”.  Una su tutte? Quella che il birrificio Barclay Perkins dedicò all’imperatrice di Russia Caterina la Grande: nacque la prima “Russian Imperial Stout”.  Ovviamente i birrai locali non rimasero con le mani in mano ed iniziarono ad imitare le birre provenienti dall’Inghilterra adattando le ricette per i lieviti a bassa fermentazione che utilizzavano abitualmente.

La birra.
Questo breve excursus storico ha lo scopo d'introdurre la Baltic Porter del birrificio di Latina Eastside, presenza abbastanza regolare sul blog. Fumo Lento ha debuttato a cavallo tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017: la sua bella etichetta raffigura quei velieri che nel diciottesimo secolo salpavano dai porti inglesi verso i mari del Nord. Sotto di lui la “nebbia di mare” o, se preferite, il fumo “lento” di un sigaro al quale potete abbinare questa birra. La ricetta prevede il 50% di malto affumicato, malti Chocolate, Carafa 3 Special, Brown e luppolo Chinook sia in amaro che a fine bollitura. L’ispirazione? Probabilmente la Baltic Porter più amata dagli appassionati: quella del birrificio Alaskan.  
All’aspetto è di color ebano scuro, la schiuma è cremosa e compatta ed ha buona ritenzione.  Il legno affumicato è protagonista di un aroma ricco e pulito nel quale appaiono profumi di pane nero, orzo tostato, fondi di caffè, speck, qualche suggestione di cacao amaro. Al palato è morbida e poco carbonata, la scorrevolezza è ottima. Passano in rassegna dapprima caramello, pane nero, accenni biscottati e frutta sotto spirito, mentre nel finale s’intensificano tostature e caffè. Il fumo è più in secondo piano rispetto all’aroma ma – come in una sinfonia – entra ed esce di scena a più riprese dialogando con gli altri elementi. C’è anche spazio per suggestioni di cioccolato, l’alcool (7.5%) è molto ben dosato, il retrogusto abboccato è caldo, accomodante e invitante. Gran bella Baltic Porter questa di Eastside: pulita, definita, intensa, precisa e molto bilanciata. Scorre con pericolosa facilità ma sarebbe un vero peccato non gustarla con calma, sorso dopo sorso. Ogni cosa al posto giusto in una birra da non mancare se la trovate: per me una delle migliori produzioni del birrificio di Latina, che ringrazio per avermela fatta assaggiare. 
Formato 33 cl., alc. 7.5%, lotto 15 18, scad. 12/2020, prezzo indicativo 5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 3 dicembre 2018

Vivant Love Shadow (Bourbon Barrel Aged) 2017

Quello di Jason Spaulding è un nome già noto. Fu lui a fondare nel 1997 la New Holland Brewing Company  (Michigan, USA) assieme al compagno di homebrewing Brett VanderKamp: ne avevamo parlato in questa occasione. Dopo otto anni i soci si separarono per divergenze di vedute e alla fine del 2005 Spaulding lasciò l’azienda ricevendo la liquidazione della propria quota. Ma negli anni successivi non rimase con le mani in mano a godersi i soldi: prima il matrimonio con Kris, conosciuta ai tempi della New Holland della quale era un cliente regolare (“mi disse che le nostre birre non erano buone come la Amber di Bell’s” – ricorda) e poi un viaggio formativo e ispiratore in Belgio, in quella Vallonia terra d’origine delle cosiddette Farmhouse Ales. 
Al ritorno i due coniugi redigono il business plan per un nuovo birrificio: tre milioni di dollari d’investimento l’installazione di un impianto nei locali ristrutturati di un edificio nel quartiere East Hills di Grand Rapids, Michigan, dove un tempo vi era la cappella della più grande impresa di pompe funebri della città. Una location inusuale ma perfetta per lo scopo:  “chi entra nel nostro pub si sentirà come in un monastero belga”.  Il gallo (simbolo della Vallonia) viene scelto come logo del nuovo birrificio Vivant, un inno “al godersi le cose buone della vita (bon vivant), a partire da una buona birra”
Ma non solo:  “la cultura del cibo negli Stati Uniti è profondamente cambiata negli ultimi 10-15 anni. Quando abbiamo iniziato tutti i birrifici avevano lo stesso menu e la gente che arrivava da noi era sconvolta; si aspettavano pizza, hamburger e alette di pollo piccanti mentre noi avevamo lumache e petto d’anatra! Ora la gente vuole cibo fresco e locale, fa molta più attenzione a quello che mangia. Vogliamo restare un piccolo birrificio locale, non vogliamo che la nostra birra arrivi dappertutto ma piuttosto che la gente venga a trovarci da lontano e si porti a casa con sé le nostre birre. Vogliamo costruire un marchio che la gente possa associare alla città di Grand Rapids a al Midwest”. 
Alla guida dell’impianto viene chiamato Jacob Derylo, birraio con esperienza decennale presso la New Holland e vecchia conoscenza di Jason; ad affiancarlo c’è anche  Brian "the bomber" Kuszynski deputato alla gestione degli invecchiamenti in botte e dei tre grandi foeders da 45 ettolitri dedicati alle birre acide.  La produzione ruota intorno ad un nucleo di birre disponibili tutto l’anno (Farm Hand Farmhouse Ale, Hop Field Farmhouse IPA e Big Red Coq Hoppy Farmhouse Red Ale) affiancate da numerose produzioni stagionali e occasionali per un totale di circa 6000 ettolitri l’anno (2017).  Qualche mese fa Vivant ha annunciato l’acquisto di un edificio da 2000 metri quadrati a Kentwood, a una decina di chilometri di distanza, nel quale sarà installato quello che è attualmente utilizzato come impianto pilota a Grand Rapids. Questa seconda location sarà dedicata alla produzione di birre “alla moda” (NEIPA ?) che non rientrano nella tradizione belga e per le quali sarà probabilmente creato un nuovo “sotto-marchio” di Vivant. 

La birra.
Love Shadow è una delle tante produzioni stagionali di Vivant ed è commercializzata una sola volta all’anno: quest’anno è arrivata in febbraio, mentre la lattina che andiamo a stappare si riferisce all’edizione 2017, messa in vendita credo in agosto.  
Si tratta di una Imperial Stout (11.7%) d’ispirazione belga invecchiata in botti di bourbon. Il suo colore è prossimo al nero, in superficie si forma una modesta quantità di schiuma abbastanza grossolana e rapida nel dissiparsi. L’aroma è profondamente marcato dal passaggio in botte: bourbon, legno e accenni di vaniglia accompagnano i profumi di melassa e fruita cake, cioccolato al latte, liquirizia, prugna e uvetta. Un aroma intenso, caldo ed avvolgente, ricco e pulito. La bevuta è inizialmente un po’ disturbata da una carbonazione sottile ma un po’ troppo presente: meglio attendere un po’ per poter apprezzare in pieno la consistenza leggermente oleosa e morbida di questa imperial stout. Al palato Love Shadow conferma solo in parte le splendide premesse dell’aroma: il gusto si muove sugli stessi passi ma lo fa con meno precisione e profondità. E’ tutta via un bel bere, non fraintendetemi. Avrei però gradito trovare un po’ più di “stout” nel bicchiere, anche a  discapito dell’intensità del carattere barricato: tostature e caffè sono praticamente assenti.  Melassa, uvetta e prugna sotto spirito, tanto bourbon: il dolce è comunque ben attenuato da un finale asciutto di legno e tannini, terroso.  L’alcool non fa sconti ed è un mezzo litro che va sorseggiato con calma e possibilmente condiviso: se non potete farlo, prendetevi tutta la serata e lasciatevi riscaldare da una birra che non teme i rigidi inverni del Michigan.
Formato 47,3 cl., alc. 11.7%, lotto 2017, prezzo 5,39 dollari (beershop)

venerdì 30 novembre 2018

Benaco 70 India Pale Ale & Porter


Il Birrificio Benaco 70 nasce nel 2013 ad Affi, provincia di Verona, sulle colline sottostandi il monte Moscal a pochi chilometri dalle sponde meridionali del Lago di Garda. A fondarlo i coniugi Erica Zovi e Riccardo Costa, rispettivamente con lauree in lauree in Viticoltura ed Enologia e Statistica: tutta colpa di un kit da homebrewing che Erica regalò al marito verso la fine degli anni ’90: un lungo percorso che è sfociato nell’acquisto di un impianto da 10 Hl a cotta della ditta vicentina Impiantinox – Easybrau, quattro serbatoi verticali troncoconici e due celle frigorifere per la fermentazione e la maturazione. Il perché del nome scelto è presto detto: Benaco è l’antico nome latino del lago di Garda, 70 era la somma delle età dei componenti della famiglia al momento dell’apertura del birrificio.
Attualmente l’offerta brassicola si compone di sette etichette disponibili tutto l’anno (Brown Ale, Porter, Helles, India Pale Ale, Honey Ale, Blanche e ColoniAle) più qualche produzione occasionale e stagionale:  tutte birre volutamente semplici e facili da bere. “Attualmente lasciamo le acide a chi le sa fare ed il vino ai tanti produttori della Valpolicella che ci circonda” dice Riccardo. “Birre maggiormente alcoliche sarebbero interessanti, ma in controtendenza rispetto a quello che i nostri clienti ci chiedono”.  I due coniugi si occupano di ogni aspetto: Riccardo segue la produzione e l’approvisionamento delle materie prime mentre Erica si occupa della parte amministrativa e commerciale. Particolarmente ricca di soddisfazioni è stata la partecipazione all’ultima edizione del concorso Birra dell’Anno 2018: lo scorso febbraio a Rimini sono state premiate Blanche (secondo posto in categoria 24), Helles (prima in categoria 2) e Coloniale (prima in categoria 5).
Adiacente all’impianto vi è lo spaccio e la cosiddetta “taproom”:  una piccola cucina e sette spine che occasionalmente ospitano anche qualche altro birrificio. E’ aperta dal martedì  al giovedì dalle 16 alle 21 e, venerdì e sabato sino a mezzanotte.

Le birre.
Birra di qualità anche sugli scaffali del supermercato, a buon prezzo:  possibile?  E’ una sfida nella quale mi sono cimentato più volte: Benaco 70 propone da poco nella GDO le proprie bottiglie a 9 euro al litro, prezzo sicuramente interessante se si guarda al costo medio di un litro di birra artigianale nei negozi e nei beershop italiani. 
La India Pale Ale si presenta velata e di color ramato/ambrato scarico: la schiuma è piuttosto generosa, compatta ed ha un’ottima persistenza. Profumi di pompelmo, mandarino, arancia e resina anno a formare un’aroma fresco e di buona intensità; il bouquet è gradevole anche se non particolarmente raffinato o definito. La bevuta è un po’ disturbata da qualche bollicina in eccesso e anche a livello tattile la birra potrebbe essere meno pesante. La bevuta è piacevole e priva di difetti ma anch’essa caratterizzata da poca finezza: caramello, biscotto e un breve passaggio agrumato anticipano un finale amaro resinoso e pungente di buona intensità nel quale l’alcool  (7%) dà il suo contributo senza fare sconti.  Una IPA abbastanza secca ma un po’ ruvida, ancora da sgrezzare e raffinare, comunque una proposta positiva soprattutto per chi sta muovendo i primi passi nel mondo dell’artigianale e non ha aspettative particolarmente elevate. 

La Porter di Benaco 70 è di un bel color ebano scuro illuminato da riflessi rossastri: cremosa, compatta e dalla trame fine, la schiuma mostre buona ritenzione. Orzo tostato, qualche estero fruttato (bosco), accenni di caffè: al naso c’è il minimo indispensabile. Al palato ci sono invece troppi alti e bassi in un percorso che parte con una buona intensità per poi scivolare in pericolosi abissi acquosi. Caramello, tostature e fondi di caffè vengono quasi portati via da un’ondata acquosa che ripulisce il palato ma annulla anche il gusto: la porter si spegne improvvisamente per poi tornare timidamente in vita in un retrogusto di caffè e tostature che non brilla di eleganza. Gusto ed acqua sembrano quasi viaggiare su due binari paralleli, senza coesione. Nessuno si aspetta una bomba da una porter “sessionabile” (4.5%) ma gli esempi di birre “con poco alcool e tanto gusto” (semplificando) non mancano e qui il risultato è davvero molto mediocre: spiace dirlo ma, anche in assenza di difetti o off-flavours, il lavoro da fare su questa bottiglia è davvero tanto.
Nel dettaglio:
India Pale Ale, 33 cl., alc. 7.0%, IBU 60, lotto 18219, scad. 01/12/2019, prezzo indicativo 2.99 Euro (supermercato)
Porter, 33 cl., alc. 4.5%, IBU 32, lotto 18254, scad. 01/02/2020, prezzo indicativo 2.99 Euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 29 novembre 2018

Spezial Rauchbier Märzen

E’ stato fondato nel 1536 da Büttner Linhard Großkopf e dal 1898 è nelle mani della famiglia Merz: birrificio Spezial, Obere Königstraße 10, Bamberga. Un’importantissima via commerciale che nel medioevo collegava Erfurt, Bamberga, Norimberga e Augusta per poi proseguire a sud oltre le Alpi, collegandosi all’antica Via Augusta sino a Verona:  nei tipici edifici a graticcio sulla Königstraße che attraversava Bamberga vi erano un tempo oltre 22 birrifici e Spezial è uno dei pochi ancora rimasti in attività. 
Il nome deriva probabilmente dalla parola francone Spezeln  che significa “ritrovo di amici”; Spicial genannt, eyn Bräuer und auch Büttner gewesten ist  era il motto collegato al birrificio durante la gestione (1631-1664) del proprietario Nikolas Delscher. 
Come detto, la famiglia Merz ne detiene la proprietà dal 1898: alla guida è il birraio Christian Merz, discendente di quarta generazione che supervisiona una produzione annuale che si aggira sui 6-7000 ettolitri. 
Al numero civico adiacente (Obere Königstraße 8) dove vi era un tempo il birrificio Schwarzer Bär, vi è oggi la Gasthof di Spezial aperta ogni giorno dalle 9 alle 23, il sabato solo sino alle 14. Lager, Märzen, Weissbier,Ungespundetes e Bockbier formano una gamma classica e rispettosa della tradizione locale. Per chi non lo sapesse Bamberga è la città delle Rauchbier, birre affumicate; la leggenda racconta che a causa di un incendio un birraio si ritrovò con le proprie scorte di malto accidentalmente affumicate e, non potendo acquistarne altro, fu costretto ad utilizzarlo ugualmente. I motivi reali erano invece molto più pratici: l’orzo doveva essere in qualche modo essiccato e spesso non era possibile farlo lasciandolo all’aria aperta, sotto al sole. Per questo si utilizzava il fuoco che, assieme al fumo sprigionato dal legno, rendevano il malto affumicato. E’ solo grazie al processo tecnologico che è stato possibile utilizzare combustibili e tecniche diverse (i forni moderni) per essiccare il malto senza renderlo affumicato. Ma a Bamberga la tradizione  del malto affumicato tramite tizzoni ardenti di legno di faggio è ancora viva e, nel caso della Spezial, avviene ancora all’interno del birrificio stesso.

La birra.
La Märzen affumicata di Spezial si veste di color ebano con accesi riflessi ambrati; la schiuma, cremosa e compatta, ha un'ottima ritenzione. Difficile chiedere di più all'aroma di una Rauchbier:  ci sono profumi di speck (o geraucht Schinken per restare in zona), di camino acceso, caramello, legno, qualche nota terrosa. La scuola tedesca vuole birre facili da bere e questa non fa eccezione: la bassa carbonazione le permette di scorrere senza nessuno spigolo. Caramello, pane nero, qualche lieve nota biscottata sono il supporto sul quale s'appoggia l'intensa affumicatura: c'è più legno che speck in una bevuta intensa al cui equilibrio contribuiscono una discreta attenuazione, una lieve acidità ed un accenno d'amaro terroso. Tutti gli elementi elencati sino ad ora ritornano delicatamente anche nel retrogusto, un piccolo compendio di una una Rauchbier davvero ben fatta, pulita e precisa. Un piccolo gioiello da vedere, odorare e gustare, sopratutto se amate lo stile.
Formato 50 cl., alc. 5.3%, scad. 20/12/2018, prezzo indicativo 3.50-4.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 28 novembre 2018

De Halve Maan Straffe Hendrik Wild 2015

La Brouwerij Halve Maan venne fondata nella splendida città belga nel 1856 da Leon Maes,  conosciuto anche come Henri I, capostipite della famiglia che ancora oggi la guida. Il marchio Straffe Hendrik fu inventato nel 1981 da Veronica Maes per celebrare la statua eretta a Bruges di St. Arnoldus, patrono di tutti i birrai; la birra (una Tripel) divenne molto popolare e si dice che il sindaco di Bruges l'avesse fatta divenire la bevanda ufficiale di tutte le ""celebrazioni"". Il calo dei consumi e le conseguenti difficoltà economiche costrinsero la famiglia Maes a cedere il marchio, nel 1988, alla Riva NV. E mentre la Riva era impegnata a fare altri acquisti (nel 2001 comprò anche la Liefmans), a Bruges Xavier Vanneste, figlio di Veronica Maes, si occupava della ristrutturazione e dell'ammodernamento della Halve Maan, che culminò nel lancio della Brugse Zot (2005). 
Nel 2007 la Riva dichiarò fallimento, ed i suoi marchi furono rilevati dalla Duvel Moortgat; l'anno successivo, Xavier riuscì a riacquistare dalla Duvel il brand Straffe Hendrik, riportandolo a casa. Brugge riebbe così la sua tripel: ""per me fu molto importante riprendere il marchio, dopo esattamente venti anni. Straffe Hendrik (“Henri il forte”) parla della dinastia della famiglia Maes, nella quale ci sono stati ben cinque Henri che hanno prodotto birra a Bruges"". Xavier adattò la ricetta originale agli impianti più moderni e capienti, che consentirono anche la nascita di una seconda  Straffe. Nel 2010 fu infatti lanciata la Quadrupel, una sostanziosa Belgian Strong Ale dall'importante contenuto alcolico (11%), seguita nel 2014 dalla Straffe Hendrik Wild, ovvero una tripel rifermentata con brettanomiceti.

La birra.
Viene proposta al pubblico per la prima volta nell’aprile del 2014 la versione “wild” della tripel Straffe Hendrik: i brettanomiceti vengono utilizzati per la rifermentazione nelle bottiglie che maturano per tre mesi nel magazzino del birrificio prima di essere messe in vendita. La ricetta della tripel annovera un mix di sei diverse varietà di malto, luppoli Saaz e Styrian. Da allora la Straffe Hendrik Wild viene prodotta ogni anno; vediamo che effetto hanno avuto sul millesimo  2015 i tre anni passati in cantina. 
Il suo colore è un arancio piuttosto velato, mentre l’esuberante schiuma pannosa è tipica espressione dei lieviti selvaggi, assoluti protagonisti al naso: cuoio, sudore e  pelle di salame disegnano un profilo “funky”  nel quale c’è davvero poco spazio per i ricordi sbiaditi di una tripel, ovvero biscotto e frutta candita. Molte, forse troppe bollicine rendono la bevuta molto vivace ma un po’ ruvida: ai brettanomiceti il compito di renderla molto secca e di nascondere l’alcool (9%) in maniera quasi diabolica. Il gusto rispecchia completamente l’aroma e il risultato non rientra particolarmente nelle mie corde: tanto funky, cuoio e terra, qualche nota pepata, mancano quei contrappunti e quei contrasti che dovrebbero provenire dalla componente tripel, quasi completamente sparita. Solo nel finale l’alcool mette la testa fuori dal guscio riscaldando gli ultimi istanti di una birra che mi pare troppo monocorde e noiosa, priva di spunti.
Formato 33 cl., alc. 9%, lotto 2015, scad. 09/03/2020

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 27 novembre 2018

Firestone Walker Velvet Merkin 2017

Velvet Merlin, Nitro Merlin e Velvet Merkin; chiudiamo il cerchio con la birra che ha dato origine a tutto. Nel 2004 il birrificio californiano Firestone Walker aveva lanciato la sua prima stout all’avena, elaborazione di una ricetta che il birraio Matt Brynildson aveva realizzato da homebrewer traendo ispirazione dal libro The Real Ale Almanac di Roger Protz. La birra, come prevede la prassi, venne “benestariata” dai proprietari Adam Firestone e David Walker che decisero di introdurla inizialmente come produzione autunnale disponibile solo alla taproom del birrificio: il nome scelto fu Velvet Merkin. Solo in seguito, quando la crescente  domanda dei clienti per birre “scure” ne permise la produzione su grande scala, venne decisa la messa in bottiglia: a quel punto il problema era nome.  Il termine “merkin” in inglese indica infatti una “mini parrucca" che viene utilizzata per coprire i genitali e che, al giorno d’oggi, viene utilizzata dall’industria cinematografica quando bisogna girare delle scene di nudo.  Per la distribuzione al grande pubblico la birra fu allora rinominata Velvet Merlin, un riferimento al mago Merlino ma anche al soprannome del birraio Brynildson: “inizialmente non ero contento, ma poi ho dovuto ammettere che potevano sorgere dei problemi a distribuire una birra chiamata Velvet Merkin. Dopo tutto la parola davvero importante nel nome è Velvet (velluto) in quanto descrive la consistenza che ho voluto dare a questa birra”. 
Scomparso dai radar, il nome Velvet Merkin è stato assegnato alla versione invecchiata in botti di bourbon della stessa birra: una variante che è sporadicamente apparsa per molti anni solo in fusto alla taproom del birrificio e che veniva principalmente utilizzata per formare l’Anniversary Ale (blend di birre barricate) con la quale ogni anno Firestone festeggia il proprio compleanno. Ciò non le ha comunque impedito di racimolare nel 2010 e nel 2011 due medaglie d’oro al Great American Beer Festival. 
E’ soltanto a settembre 2013 che Firestone Walker si decide ad imbottigliare la birra nell’ambito della Proprietor’s Reserve; questo l’annuncio del birraio Matt Brynildson: “sino ad ora si poteva assaggiare la Velvet Merkin solo in occasione di eventi speciali o alla nostra tasting room. Questa birra è diventata oggetto di culto e la gente ci perseguitava per averla. Quando si parla d’invecchiamenti in botte è facile orientarsi su birre dall’elevato contenuto alcolico, almeno 10%,  perché ciò favorisce la stabilità nel tempo della birra all’interno della botte. Ma col tempo siamo diventati sempre più bravi a gestire in botte anche birre dal contenuto alcolico più basso. L’alcool gioca un ruolo fondamentale nel carattere di una birra barricata, e se riesci ad abbassarlo tutti gli altri sapori emergono maggiormente. Nel caso della Velvet Merkin, nella birra di partenza dominano il caffè e il cioccolato fondente ma dopo un anno in botte emergono cioccolato al latte e vaniglia; per questo utilizziamo solamente botti ex-bourbon”. Per l’occasione vennero messe in vendita 3500 casse di bottiglie da 65 centilitri. Nel 2015 la terza edizione della Velvet Merkin vede una piccola modifica: “abbiamo aggiunto in botte una piccola percentuale di Milk Stout per arrotondare la sensazione palatale – dice Brynildson - E’ difficile da percepire, ma fa la differenza; avremmo potuto evitare di rivelare questo dettaglio, ma vogliamo essere trasparenti”. Anche nel 2015 furono commercializzate 3500 casse di bottiglie da 65 centilitri.

La birra. 
Non è ben chiaro quale percentuale di Firestone Walker sia rimasta in mano ai fondatori Adam e David dopo la “fusione” del 2015 con i belgi della Duvel Moortgat. L’aumentata capacità produttiva ha comunque permesso a noi europei di mettere le mani su birre un tempo inaccessibili per chi non si trovasse in California al momento della mesa in vendita. In Italia sono di recente arrivate bottiglie della edizione 2017 di Velvet Merkin, apparsa negli Stati Uniti nel settembre dello scorso anno nel nuovo e ridotto formato da 35,5 centilitri. La birra è stata invecchiata in varie botti di bourbon provenienti dalla distilleria Heaven Hill ed utilizzate per produrre marchi come Elijah Craig e Old Fitzgerald;  la ricetta (della Velvet Merlin) include malti Maris Otter, 2-Row Pale, Roast Barley, English Dark Caramel, Medium Caramel, Carafa  e avena (15%); l’unico luppolo utilizzato è il Fuggle coltivato negli Stati Uniti. 
Vestita di ebano scuro, forma un bel cappello di schiuma cremosa e compatta che mostra buona ritenzione. Il naso è pulito ma poco intenso; orzo tostato, caramello e caffè sono in primo piano e il contributo del passaggio in botte è un po’ sotto traccia. Si avvertono comunque sfumature di bourbon, legno, cocco tostato. Nonostante l’utilizzo dell’avena la sensazione palatale non è particolarmente cremosa e risulta meno morbida rispetto alla sorella non barrel-aged. Il carattere barricato è molto più evidente al palato dove il bourbon è subito protagonista e costringe al ruolo di semplice comparsa caramello, tostature, caffè, cioccolato. La chiusura  (legno e tannini) è abbastanza secca, il retrogusto di bourbon è caldo e avvolgente. Naso meno intenso ma più interessante e complesso di un gusto intenso che tuttavia risulta un po’ troppo monocorde:  la Velvet Merkin 2017 di Firestone Walker si sorseggia con piacere ma suscita qualche interrogativo, soprattutto perché il prezzo del biglietto è di prima fascia.
Formato 35.5 cl., alc. 8.5%, IBU 33, imbott. 21/08/2017, prezzo indicativo 12.00-20.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 26 novembre 2018

DALLA CANTINA: Extraomnes Quadrupel 2018 vs 2013


Sembra ieri ma sono già passati otto anni. Correva l’anno 2010 e debuttava uno dei birrifici italiani più attesi al varco: Extraomnes capitanato dal sanguigno Luigi “Schigi” D'Amelio. Blond, Saison, Bruin e Tripel  le birre scelte per iniziare un percorso che vide, per le festività natalizie dello stesso anno, l’arrivo della Kerst “qui pensiamo di fermarci per un bel po’, ci concentreremo per migliorare sempre di più queste piuttosto che ad allungare la lista delle referenze”. Così dichiarava D’Amelio in un intervista a Cronache di Birra, ma a pochi mesi di distanza, nella primavera del 2011, fu presentata all’Italian Beer Festival di Milano una birra destinata a diventare in poco tempo uno dei grandi successi del birrificio di Marnate, Varese:  la Zest. Nello stesso anno arrivarono anche la imperial stout al caffè Donker e, a Natale, la prima Kerst Reserva. 
Facciamo ora un salto in avanti nel tempo, tralasciamo altre novità arrivando al 2013 quando il birrificio festeggiava la cotta numero 200. Le celebrazioni per la numero cento erano state affidate alla Hond.erd, ma questa volta a Marnate decisero di fare le cose più in grande andando a colmare un importante vuoto nella gamma di un birrificio che si rispecchia nella tradizione belga: quella delle grandi Belgian Strong Dark Ales, o Quadrupel che dir si voglia. Una birra celebrativa ma non solo, come riportava a suo tempo il blog Varesenews: “vogliamo che la Quadrupel entri nella produzione standard; ovviamente aspettiamo il responso del mercato ma da questa birra ci attendiamo molto”.  Così è stato oggi la Quadrupel è una presenza fissa anche alle spine dei due locali di Extraomnes:  il Bier & Cibo a  Castellanza (Varese) e l’ultimo nato a Savona.

La birra.
Come ogni Quadrupel che si rispetti anche quella di Extraomnes  dovrebbe essere una buona candidata per passare del tempo in cantina. Mesi, anni? A voi la decisione e la scelta di correre il rischio che ogni invecchiamento porta inevitabilmente con sé.  Ho voluto oggi mettere a confronto una delle prime bottiglie prodotte nel 2013 con una nata all’inizio di quest’anno. 
Partiamo con la Quadrupel 2018 (9.3%) che si presenta vestita con la classica tonaca di frate (cappuccino, per i pignoli) la cui torbidità è illuminata da bagliori rossastri; la schiuma non è particolarmente generosa ma è cremosa, compatta ed ha una discreta ritenzione. Il naso è ricco, dolce, piacevolmente complesso: uvetta e datteri, prugna,  pera, miele e biscotto, caramello e zucchero candito, qualche accenno di pasticceria, una delicata speziatura infusa dal lievito trappista. La bevuta è perfettamente coerente con l’aroma anche se risulta un po’ meno definita e seducente:   il dolce è ben attenuato e bilanciato da un lieve amaro finale nel quale convivono note di frutta secca a guscio e delicate tostature, il congedo è un morbido e caldo ricordo etilico di frutta sotto spirito. Gran bel naso, interessante e complesso,  bevuta che forse non mantiene tutte le aspettative ma che rimane di ottimo livello. Alcool abbastanza ben gestito ma piuttosto evidente in alcuni passaggi.

La Quadrupel 2013 è visivamente più torbida della 2018  ed è sporcata da piccolissime particelle di lievito in sospensione; la schiuma  fa molta fatica a formarsi e si dissolve molto rapidamente. Dopo cinque anni in cantina l’aroma non regala piacevoli note ossidative che portano alla mente vini marsalati e liquorosi: scomparse le spezie, sono protagonisti gli esteri fruttati (prugna, uvetta, fico), lo zucchero candito e il caramello. Il naso è gradevole ma per eleganza ed ampiezza dello spettro aromatico la mia preferenza va alla bottiglia più giovane. Al palato la birra risulta molto morbida e tutti gli elementi molto ben amalgamati tra di loro; l’alcool è meno in evidenza ma la bevuta è ancora potente e vigorosa. Dominano prugna e uvetta ma numerose sono le suggestioni di vino fortificato e liquorose; anche in questa bottiglia il dolce è molto ben attenuato e bilanciato da leggere tostature ed è un piacere abbandonarsi alla lunga scia etilica che accompagna ogni sorso. Questa “vecchietta” di cinque anni è ancora in ottima forma anche se più mansueta rispetto alla giovane nipote: ogni spigolo è stato smussato e per quel che mi riguarda vince il confronto. E’ davvero un piacere passare una serata assieme a lei, come ad ascoltare il racconto dei nonni su di un tempo che non c’è più ma che sembra essere sempre più affascinante di quello in cui viviamo oggi.
Il verdetto? Lasciate qualche anno in cantina questa Quadrupel e lei saprà ricompensarvi.
Nel dettaglio:
Quadrupel 2018, 33 cl., alc. 9,3%, lotto 015 18, scad. 01/01/2020 
Quadrupel 2013, 33 cl., alc. 9,3%, lotto 136 13, scad. 31/05/2016
Prezzo indicativo 4.00-5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 23 novembre 2018

Hoppin’ Frog Rocky Mountain DORIS

Ammetto il mio debole per le imperial stout di  Hoppin’ Frog, birrificio guidato dal 2006 da Fred “la rana” Karm ad Akron, Ohio.  BORIS The Crusher, DORIS The Destroyer  e TORIS The Tyrant rappresentano per me una delle massime espressioni dello stile: pochi fronzoli, tanta sostanza, e lontane dall’ondata di birre-dessert che ha invaso negli ultimi tempi il mondo della birra artigianale, soprattutto americana. BORIS viene prodotta dal 2006 ed è la birra che ha portato a Karm i primi riconoscimenti e le prime medaglie (oro nel 2008 e nel 2011) al Great American Beer Festival, contribuendo in maniera decisiva al successo di Hoppin’ Frog:  le sue sorelle maggiori DORIS e TORIS non sono da meno.
Giusto sfruttarne il successo realizzando quelle molteplici varianti che rappresentano uno strumento indispensabile per assecondare la sete di novità dei beer geeks: in questa occasione avevamo passato in rassegna quelle di BORIS; per quel che riguarda DORIS il proliferare è stato meno evidente. Oltre a tre diversi invecchiamenti (Barrel Aged DORIS, Barrel Aged DORIS Royale e Rocky Mountain DORIS) abbiamo le derive Marshmallow DORIS e Peanut Butter DORIS, avvistate sporadicamente solo alle spine della taproom.

La birra.
Fred  Karm è notoriamente molto restio nel divulgare informazioni sulle proprie birre e quindi nulla sappiamo sulla ricetta di DORIS; non è neppure mai stata rivelata la provenienza delle botti di whiskey (Heaven Hill?, si mormora) utilizzate per produrre la versione “standard” della Barrel Aged DORIS.  Nel 2016 Hopping Frog ha comunque messo in vendita due nuove edizioni “Rocky Mountain” di BORIS e DORIS, realizzate con botti ex-whiskey single malt provenienti, come il nome suggerisce, dal Colorado. Rocky Mountain DORIS debutta al birrificio il 14 maggio 2016 con, garantisce Karm, un “carattere molto più assertivo rispetto alla nostra standard Barrel-Aged D.O.R.I.S. Questa versione è una dimostrazione di come lavoriamo duro per dare ai nostri clienti solo il meglio”.   
DORIS è vestita completamente di nero ma come al solito ad impressionare è il colore scuro e minaccioso della propria schiuma che, in questa versione, ha una discreta ritenzione. Il naso è ricco e caldo, avvolgente: il whisky bagna delicatamente fruit cake, cioccolato, toffee, prugne e uvetta, tostature e qualche accenno di vaniglia. La sensazione palatale è oleosa e densa, ma leggermente meno morbida e “delicata” (per quanto può essere una imperial stout da 10.5%) della versione non barricata. Potente ed esuberante, bilanciata e non priva di una certa eleganza: nessuna sorpresa nel bicchiere, anche questa versione di DORIS regala grandi soddisfazioni a colpi di melassa, fruit cake, vaniglia, cioccolato e frutta sottospirito; l’amaro delle tostature e qualche ricordo di caffè viene enfatizzato dalla generosa luppolatura. Lascia una calda, lunga e morbida scia etilica ricca di whisky, legno e frutta sotto spirito. 
Il modus operandi è sempre quello: comodi in poltrona, bicchiere tra le mani, sorseggiare in tutta tranquillità, riscaldati e coccolati. I due anni dalla messa in bottiglia l’hanno ammorbidita e resa un po’ più mansueta: amaro, tostature ed alcool sono molto ben amalgamati tra di loro e nessuno cerca di prevalere. Livello alto e, anche se impegnativa, delizia per il palato e piacere per i sensi. 
Formato 65 cl., alc. 10.5%, imbott.05/2016, prezzo indicativo 19,00-27,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

mercoledì 21 novembre 2018

Electric Bear Above the Clouds IPA & Inspector Remorse Porter

Liquidata nel 2012 la propria società di informatica, Chris Lewis ha deciso d’investire 300.000 sterline per trasformare l’hobby dell’homebrewing in una professione.  Nell’estate del 2015 nella bella Bath,Somerset inglese, nasce il birrificio Electric Bear: 450 metri quadrati in un edificio industriale (curiosamente chiamato The Maltings) nel quale ha trovato posto un impianto da 23 ettolitri. Il nome scelto è un tributo al vecchio birrificio Bear che ha operato nella stessa area sino all’aprile del 1942, quando fu distrutto da un bombardamento tedesco. I maligni vociferano che le produzioni casalinghe di Lewis non fossero granché: che sia vero o no, per avviare il birrificio viene assunto Guillermo Alvarez giovane birrario predestinato. Suo nonno era uno dei proprietari del Gruppo Modelo in Messico (quelli della Corona, per intenderci) e suo zio possiede tre birrifici (BridgePort  in Oregon, Trumer in California e Spoetzl in Texas) nonché un distributore di birra negli Stati Uniti. Tra le precedenti esperienze professionali di Alvarez nel Regno Unito si sono St Austell e Rebel Brewing in Cornovaglia. All’agenzia media Clarity viene affidata la campagna #BuildingaBrewery che documenta su tutti i social media la costruzione e il debutto del birrificio: “mi ha facilitato il lavoro, era come se i clienti mi stessero già aspettando – dice  Justin Roberts, Electric Bear sales manager – ci avevano visto su Twitter ed erano già ansiosi di conoscere le nostre birre”. 
Il birrificio festeggia il primo compleanno aggiungendo due fermentatori da 4000 litri e aumentando il ritmo da due a quattro cotte la settimana per poter soddisfare tutta la domanda; la Milk Stout Mochachocolata Ya Y0, la Heisenberg Doppelbock e la lager alla segale SamuRye portano a casa medaglie ai World Beer Awards del 2016.  Nello stesso anno viene anche inaugurata la taproom dove viene attivato lo Speidel Braumeister da 20 litri un tempo usato da Lewis nel proprio garage di casa: a lui il compito di produrre birre sperimentali e in esclusiva per la taproom, aperta sabato e domenica da mezzogiorno alla sera.  Tutti i giorni è comunque possibile recarsi in birrificio per acquistare direttamente bottiglie, lattine e merchandising. 
A gennaio del 2017 Alvarez viene sostituito dal nuovo head brewer Ian Morris, proveniente da Arbor Ales e Bingham Brewery: assieme al nuovo birrario arrivano anche le prime lattine, formato ormai imprescindibile per competere nella scena UK. In quasi tre anni d’attività sono già state commercializzate un centinaio di diverse etichette.

Le birre.
Debutta nel febbraio del 2017 la Above the Clouds (6.2%) una IPA che il birrificio promette essere poco amara, morbida e più facile da bere di un succo di mango. La ricetta prevede malti Pale e Cara Light, frumento, luppoli Summit, Citra e Chinook. Il suo colore è dorato e piuttosto velato, la schiuma generosa schiuma candida è compatta e mostra buona ritenzione.  Ananas, arancia, lime, litchi e mango formano un aroma pulito e di buona intensità anche se non troppo definito. Le premesse comunque positive non vengono completamente soddisfatte al palato: gli elementi in gioco sono sempre gli stessi ma l’intensità subisce un calo, soprattutto per quel che riguarda la componente fruttata. C’è poca secchezza e non metterei la mano sul fuoco del diacetile, ma l’impressione c’è: l’amaro è abbastanza intenso ma di breve durata, l’alcool non è in evidenza ma potrebbe essere celato maggiormente. Nel complesso è una IPA discreta ma ancora poco definita, la bevuta è piacevole ma risulta un po’ anonima e priva di personalità. Difficile ricordarsela in un mercato sempre più affollato di birre più o meno simili. 

Passiamo ora alla Inspector Remorse (4.7%), prima Porter prodotta dal birrificio di Bath:  il nome “ispettore rimorso” è abbastanza singolare ma non sono riuscito a capire se dietro a questa scelta ci sia un riferimento cinematografico, musicale o cos’altro.  Non ci sono ingredienti aggiunti ma il birrificio asserisce di aver prodotto una specie di biscotto (digestive) al cioccolato in forma liquida; la ricetta elenca malti Pale, Chocolate, Biscuit, Crystal, avena, frumento e luppolo Willamette. 
Nel bicchiere si presenta di color ebano, la schiuma è cremosa, compatta ed ha buona persistenza. Annusando il bicchiere “alla cieca” punterei sicuro su di una Brown Ale: affiorano profumi di biscotto e pane nero, frutta secca, caramello, qualche remoto accenno di frutti di bosco e di caffè. Nonostante l’utilizzo di avena Electric Bear realizza una Porter che asseconda la sua gradazione alcolica quasi sessionabile, puntando a scorrere veloce senza nessun impedimento. Il gusto è invece molto più “in stile” e offre una buona intensità nella quale caramello e tostature trovano un ottimo equilibrio per supportare l’amaro del caffè  (e mi ritrovo perfettamente con la descrizione dell’etichetta) estratto a freddo. Il percorso va poi via via scemando in un finale meno amaro nel quale si fanno strada biscotto e cioccolato: pulizia ed equilibrio non mancano in una bevuta facile ma non banale, piuttosto gradevole. Una birra ben riuscita, ha quella personalità che manca alla IPA, ma secondo me si potrebbe osare ancora un po’ di più.
Nel dettaglio
Above the Clouds IPA, 44 cl., alc.6,2%, lotto 1193, scad. 10/04/2019, prezzo indicativo 6,00 euro (beershop)
Inspector Remorse, 44 cl., alc. 4,7%, lotto 1191, scad. 03/04/2019,  prezzo indicativo 6,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio