giovedì 11 ottobre 2018

Filodilana Borgna & Filodilana Peura Neira


Debutta sul blog Filodilana Laboratorio Birrario, giovane beerfirm piemontese (Chieri / Carmagnola) operativa dal 2016. A fondarla Matteo Pellis, Alberto Bodritti e Diana Vergnano, i primi due alle prese con l’homebrewing dal 2011 con diverse partecipazioni ai concorsi nazionali organizzati da Hobby Birra e Mobi.  Le etichette delle bottiglie prodotte in casa raffiguravano spesso delle pecore ed ecco in parte spiegata la scelta del nome Filodilana: l’altra motivazione ha a che fare con il territorio locale di Chieri, nel quale sin dal quindicesimo secolo l'artigianato tessile risultava tra le attività economiche principali.  
Il territorio è presente non solo nelle parole ma anche nei fatti, ovvero negli ingredienti di alcune birre: una Quadrupel prodotta con pere Martin Sec (prodotto tradizionale piemontesi) due Italian Grape Ale che utilizzano uva Arneis e Nebbiolo, una Imperial Stout con al caffè Vergnano di Chieri: la gamma è poi completata dall’American Pale Ale Lupo Alberto, dalla bitter Borgna, dalla Belgian Ale Beela e dalla Tripel Dolly. La produzione avviene sugli impianti del birrificio Birrificio Castagnero di Rosta ed il Birrificio Sabaudo di Carmagnola. 
Quando si parla di beerfirm si pensa subito al passo successivo, ovvero a diventare un birrificio dotato di impianti propri. Non è questo un progetto a medio-breve termine per Filodilana: in cantiere c’è invece l’idea di aprire un locale per la somministrazione diretta delle birre, una sorta di “taproom”. 

Le birre.
Belgio ed Inghilterra sono le due tradizioni brassicole maggiormente rappresentate nell’offerta attuale di Filodilana. Partiamo dalla Borgna, una (extra special) bitter che si prende la licenza poetica di utilizzare luppolo ceco Saaz, anche in dry-hopping. La parola borgna, che in dialetto piemontese significa “cieca”,  si riferisce indirettamente proprio al paese d’origine del luppolo.  Il suo colore è un bell’ambrato carico con riflessi rosso rubino; la schiuma è fine, compatta e rivela ottima persistenza. Frutta secca a guscio, ciliegia, biscotto e caramello danno forma ad un aroma rispettoso dello stile e caratterizzato da buona pulizia ed intensità: in sottofondo qualche nota terrosa ed erbacea.  La bevuta ripropone lo stesso canovaccio passando dal dolce di biscotto e caramello, qualche estero fruttato, ad un amaro terroso di discreta intensità con qualche accenno di pane. I descrittori sono quelli giusti, ma in bocca c’è qualche problemino a rendere questa bitter meno godibile di quello che potrebbe essere:  troppe bollicine a disturbare la flemma inglese, qualche cedimento acquoso di troppo, una lieve astringenza,. C’è equilibrio ma manca armonia e i passaggi dolce-amaro risultano un po’ troppo bruschi. 

Peura neira in alcune aree del Piemonte significa pecora: per quel che riguarda la birra si tratta invece di una Imperial Stout prodotta con malti Maris Otter, Cara Vienna, Special B, Chocolate e Roasted, fiocchi di frumento, luppolo e lievito americano, una selezione di caffè Arabica e Robusta di Vergnano 1882 
Si veste di nero, la schiuma cremosa è abbastanza compatta ed ha una buona persistenza. L’aroma parla di caffè liquido, moca, orzo tostato, liquirizia, qualche accenno di pelle/cuoio: c’è pulizia e l’intensità è di livello, da migliorare è invece la finezza dell’ingrediente caffè. Anche in questa bottiglia ci sono troppe bollicine: la sua consistenza non presenta particolari densità o viscosità, caratteristica che accomuna la maggior parte delle Imperial Stout prodotte nel nostro paese. La scorrevolezza è chiaramente avvantaggiata, ma personalmente preferisco un po’ più di “ciccia” quando decido di bere una birra di questo tipo.  Caffè ed intense tostature caratterizzano il gusto di una birra dura e tosta, che procede senza esitazioni: liquirizia, caramello e qualche nota fruttata (prugna, uvetta) restano in sottofondo, l’acidità dei malti scuri anticipa un finale ricco di intense tostature e di una nota luppolata resinosa che  amplifica ulteriormente la percezione dell’amaro. L’alcool (9.5%) riscalda ogni sorso senza disturbare la bevuta;  è una imperial stout che piacerà a chi ama le interpretazioni più dure dello stile, alla Yeti di Great Divide giusto per darvi un punto di riferimento.  Anche questa birra ha qualche calo di tensione ma necessita soprattutto di maggior pulizia e precisione al palato: in questo c’è ancora parecchia strada da fare se si vuole realizzare un’imperial stout capace di “competere” con le migliori produzioni nazionali e (soprattutto) internazionali.
Nel dettaglio:
Borgna, 33 cl., alc. 5%, IBU 32, lotto 06/02/2018  (?), scad. 06/09/2019, prezzo indicativo 4.00 Euro
Peura Neira, 33 cl., alc. 9.5%, IBU 80,  06/02/2018, scad. 06/02/2028, prezzo indicativo 4.50 Euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

mercoledì 10 ottobre 2018

Stone Barrel C No Evil & Third Barrel Shut Up Juice

Proseguiamo il nostro viaggio in Irlanda, nello specifico nella zona industriale a sud-ovest di Dublino: è qui che ha trovato casa il birrificio Stone Barrel, aperto alla fine del  2013 da Niall Fitzgerald e Kevin McKinney. I due erano colleghi di lavoro nel settore finanziario, poi la crisi economica li ha costretti a cercare alternative:   “andai per un periodo all’esteroricorda Niall – e al mio ritorno trovai Kevin alle prese con un nuovo hobby, l’homebrewing. Mi conquistò subito e passammo ogni sabato libero a fare birra e ad assaggiare le nostre produzioni: nel 2012 ci iscrivemmo ad un concorso per homebrewers e la nostra Milk Stout vinse una medaglia. Prendemmo coraggio e dopo un anno eravamo pronti a partire. Il nostro obiettivo era semplicemente di fare quelle birre che ci piacevano bere”. 
Nell’attesa di ricevere e mettere in funzione il proprio impianto Stone Barrel opera per qualche mese come beerfirm producendo in Inghilterra: il debutto avviene con la Session IPA BOOM seguita dalla IPA C No Evil.  L’impianto di seconda mano che ha trovato casa nella periferia di Dublino ha una capacità di 11 ettolitri e proviene dalla Repubblica Ceca. Qualche mese fa è stato effettuato un pesante restyling delle etichette e sono anche arrivate le ormai irrinunciabili lattine.

Le birre.
Nasce nel 2013 come produzione occasionale (quaranta fusti prodotti in tutto) ma è ora disponibile tutto l’anno la IPA chiamata “C No Evil”: il suo nome è l’iniziale di tre famosi luppoli americani: Centennial, Cascade e Citra, questi ultimi due usati solo in late e dry hopping. Aspetto impeccabile, schiuma cremosa e compatta, livrea che oscilla tra il dorato e l’arancio. La lattina recita “drink fresh” ma non c’è nessuna data di confezionamento a dare punti di riferimento precisi: l’aroma è tuttavia fresco e pulito, una bella intensità composta da ananas e mango, pompelmo e arancia, qualche traccia resinosa e vegetale.  Al palato scorre con buona velocità non disdegnando qualche allusione morbida e cremosa: il gusto mostra piena corrispondenza con l’aroma e ne mantiene gli stessi elevati standard qualitativi. Pane, un accenno biscottato, un fruttato tropicale dolce e delicato, un anticipo di pompelmo prima di un bel finale amaro, resinoso e pungente di buona intensità e durata. L’alcool (6%) è piuttosto ben gestito e tuttavia è una IPA che sembra essere “più grande” di quanto dichiara: merito di un’intensità piuttosto elevata. Non regala molte emozioni ma è una IPA precisa e pulita, ben definita, con ogni cosa al posto giusto: moderna ma non modaiola, bilanciata, fatta davvero  bene. Di quelle che ti trovi sempre volentieri nel bicchiere.

Sugli impianti di Stone Barrel vengono attualmente prodotte anche le birre della beerfirm Third Circle lanciata nel 2015 dall’homebrewer Jon Grennan. Non sono riuscito a capire se Grennan ha anche partecipato economicamente all’acquisto dell’impianto ma quello che è certo è che  Thrid Circle e Stone Barrel hanno poi congiuntamente creato nel 2017 la beerfirm Thrid Barrel, una ventina di birre già all’attivo. 
Shut Up Juice viene definita una New World Pale Ale prodotta con Citra, Vic Secret, El Dorado e  Simcoe. Nel bicchiere è di un bel color dorato/arancio piuttosto velato; la schiuma ha una buona persistenza ma risulta un po’ scomposta. Buona intensità ma pulizia solo discreta al naso: c’è una generale sensazione di dolce frutta tropicale, di arancia zuccherata, pompelmo. L’insieme è indubbiamente gradevole ma i singoli elementi non sono ben definiti. Un eccesso di bollicine disturba un po’ quella che è una bevuta dall’ottima intensità se si considera la gradazione alcolica (5%). Domina la frutta tropicale con qualche incursione di pompelmo e arancio, il finale è piacevolmente secco con un veloce passaggio amaro resinoso che lascia il palato ben pulito.  Nonostante le imprecisioni c’è equilibrio e carattere in questa Shut Up Juice: anche qui siamo davanti ad una IPA moderna ma non modaiola, ovvero non a una birra che “sa di birra” e non ad un succo di frutta. Si vede una mano abile (la stessa di Stone Barrel, presumo) e un bel potenziale parzialmente inespresso sul quale si può lavorare con ottimismo. 
Nel dettaglio:
Stone Barrel C No Evil, 44 cl., alc. 6%, lotto #0049, scad. 27/04/2019, prezzo indicativo 4.00 euro (beershop, Irlanda)  
Third Barrel Shut Up Juice, 44 cl., alc. 5%, lotto 0052, scad. 02/06/2019, prezzo indicativo 4,30 euro (beershop, Irlanda)  

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 9 ottobre 2018

Founders DankWood

Rieccoci a parlare – sempre con piacere – della Barrel Aged Series del birrificio Founders di Grand Rapids, Michigan. Sei birre l’anno provenienti dall’enorme “cantina” (virgolette d’obbligo), ovvero una vecchia cava di gesso ora in disuso che si trova a 5 chilometri di distanza dal birrificio. E’ qui dove oggi riposano circa 20.000  barili a 25 metri di profondità e ad una temperatura costante di 3-4 gradi centigradi: inaugurata nel 1890 dalla  Alabastine Mining Company, la cava fu utilizzata sino al 1943 quando la società fallì; nel 1957 il dedalo di corridoi e passaggi che si snoda per una decina di chilometri fu acquistato dalla Michigan Natural Storage Company e riconvertito in un magazzino di stoccaggio “naturalmente refrigerato” che viene utilizzato da numerose aziende, oltre che da Founders.    La “cantina” di Founders non è visitabile, se non in rare occasioni speciali:  nonostante la temperatura delle cave sia bassa, le botti sono state collocate in una zona nella quale operano condizionatori d’aria che permettono di regolare anche l’umidità. I barili vengono riportati in superficie con un montacarichi, caricati su di un camion e consegnati al birrificio; dalle botti la birra viene trasferita in serbatoi d’acciaio e centrifugata per rimuovere i sedimenti.  La Barrel Aged Series 2018 ci ha portato KBS (marzo), Backwoods Bastard (aprile),  Dankwood (Maggio), Barrel Runner (giugno) e Curmudgeon’s Better Half (agosto): l’ultima birra prevista per novembre sarà annunciata nelle prossime settimane. 
Ricordo che la partnership (30%) con il birrificio industriale spagnolo Mahou San Miguel ha tolto nel 2014 a Founders lo status di birrificio artigianale secondo le linee guida dell’American Brewers Association: ma è soprattutto grazie a  (o per colpa di) ciò che è oggi possibile assaggiare queste birre anche alle nostre latitudini.

La birra.
Facciamo un salto indietro all’agosto del 2015 quando Founders annunciava l’arrivo della reDANKulous, un’Imperial Red IPA luppolata con Chinook, Mosaic e Simcoe: faceva parte della Backstage Series, ovvero birre sperimentali/occasionali precedentemente disponibili solo alla taproom di Grand Rapids e distribuite per la prima volta in bottiglie da 75 cl.  Inevitabile anche sperimentarne il suo invecchiamento, visto che alla Founders non mancano spazio e botti: nel 2016, dopo 485 giorni passati in botti di bourbon, alla spina della taproom veniva attaccato qualche fusto di Barrel Aged reDANKulous. A luglio del 2017 chi passava da Grand Rapids poteva invece assaggiare per la prima volta un bicchiere di Brandankulous, ovvero reDANKulous invecchiata per 380 giorni in botti di brandy: è attaccata alla spina anche oggi, se siete da quelle parti. I due esperimenti hanno evidentemente convinto il birraio Jeremy Kosmicki sulla validità di una Imperial Red IPA barricata: la produzione è stata incrementata e sono state riempite molte botti di bourbon. Il risultato che possiamo assaggiare oggi in bottiglia, anche dall’altra parte dell’oceano, è stato chiamato Dankwood: “questa birra è un esempio della nostra volontà di spingerci sempre oltre: molti birrifici si limitano ad invecchiare in botte uno o due stili di birra, noi invece non mettiamo limiti alla curiosità e alla sperimentazione”. 
Nel bicchiere c’è un bel tramonto infuocato, ambrato carico con intense venature rossastre: in superficie una nuvola di schiuma cremosa e compatta, color ocra, dalla buona persistenza. La contemplazione estetica è però ben presto interrotta da un aroma potente e indicativo del contenuto alcolico di questa Imperial Red IPA: 12.2%. Il bourbon è protagonista ed è affiancato (ovviamente) da quei profumi tipici di una IPA “poco fresca”: il dank qui è diventato un misto resinoso-vegetale, marmellata d’arancia,  caramello e biscotto. In sottofondo un velo dolce di vaniglia.  La bevuta non è da meno e i primi sorsi sono piuttosto impegnativi: l’alcool si fa sentire sin dall’ingresso, affiancando il dolce di caramello, biscotto e marmellata d’arancia prima dell’arrivo di un’ondata amara resinosa e vegetale, pungente. Un attimo di tregua ed il bourbon è nuovamente protagonista di un retrogusto lunghissimo, intenso, caldo. Alla potenza si contrappone il mouthfeel, docile e a tratti quasi morbido. 
E’ indubbiamente ben fatta ma non rientra esattamente nelle mie preferenze la DankWood di Founders: il binomio amaro resinoso e bourbon è per me piuttosto pesante da smaltire e mi obbliga a centellinare il liquido molto lentamente.  Dopo un po’ il palato s’abitua e le cose migliorano leggermente, ma personalmente preferisco abbinare il bourbon al profilo dolce di una scotch ale (Backwood Bastard) o all’amaro del tostato/caffè (KBS).
Formato 35,5 cl., alc. 12.2%, IBU 65, imbott. 10/04/2018, prezzo indicativo 5.00-6.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 8 ottobre 2018

Reel Deel Say Nowt Stout

Continuiamo il nostro viaggio all’interno della Craft Beer Revoultion irlandese recandoci a Crossmolina, contea di Mayo: è qui che nel 2014 Marcus Robinson ha fondato la Reel Deel Brewery. Inglese di nascita, Robinson si trasferisce dallo Yorkshire in Irlanda nel 2007 assieme alla moglie Catherine, nata e cresciuta invece nella contea di Mayo: l’homebrewing è un hobby che praticava sin dai tempi della scuola superiore, alla metà degli anni ’80. L’idea di aprire un birrificio è una conseguenza della crisi dell’industria edilizia, ramo in cui operava, che colpisce l’Irlanda nel 2009: ci vogliono però quasi 5 anni prima di vedere in funzione il nuovo impianto da 16 ettolitri  della Reel Deel, birrificio che prende il nome dal fiume (Deel) che scorre nei dintorni. Il debutto avviene con la Irish Blond, una piccola rivoluzione locale: “fino a sei mesi fa in questa zona non si trovava nessuna birra artigianale. Ora i bar iniziano a tenere qualche bottiglia, proveniente principalmente da birrifici di Cork e Dublino; la mia speranza è che la gente voglia anche comprare qualche birra locale”. 
A Marcus e al birraio Paul Williams non interessa però seguire le mode: a testimoniarlo le sole sette etichette realizzate in quattro anni d’attività. L’unica concessione sono le grafiche delle bottiglie che ultimamente hanno subito un restyling per renderle moderne e in grado di competere sugli scaffali sempre più affolati di beershop e supermercati. Dallo scorso maggio Reel Deel è distribuito nella capitale Dublino e ha raggiunto poche settimane fa un accordo con la catena di supermercati Lidl nell’ambito di un progetto che mira alla valorizzazione e alla crescita di medie e piccole imprese irlandesi. E se non erro sono arrivate anche le prime lattine.

La birra.
“Is binn béal ina thost”  (letteralmente “una bocca silenziosa è dolce”) è un proverbio irlandese che potremmo tradurre come “il silenzio è d’oro”: questo il motto che Reel Deel ha scelto per la propria stout chiamata Say Nowt, prodotta con malti tostati irlandesi, frumento, luppolo Bramling Cross. 
Nel bicchiere si presenta di color ebano scuro con una generosa schiuma cremosa e compatta dalla buona persistenza. L’aroma è un ottimo biglietto da visita, pulito ed elegante:  profumi di cioccolato al latte, caffè, caramello brunito, qualche accenno di frutti di bosco. Qualche bollicina in eccesso disturba un po’ quello che è comunque un mouthfeel scorrevole e leggero, senza velleità cremose o morbide. Il gusto cerca di replicare l’aroma ma purtroppo non lo fa con la stessa pulizia e precisione: una generale sensazione di torrefatto e caffè scorre al palato senza lasciare un grande ricordo, di tanto in tanto fa capolino qualche traccia di cioccolato. C’è una buona secchezza, l’intensità è discreta con un sussulto finale nel quale l’amaro terroso del luppolo affianca quello delle tostature: spunta anche qualche nota di cenere, quasi di affumicato. Say Nowt Stout, discreta interpretazione dello stile che tuttavia mi ha lasciato un po' perplesso: ero rimasto maggiormente impressionato dalla Pale Ale Jack The Lad, una session beer fresca, secca e pulita, godibilissima, con un carattere gentilmente fruttato donatele dall’utilizzo del Citra. 
Formato 50 cl., alc. 4.8%, lotto BAT10, scad. 20/10/2018, pagata 3,70 euro (supermercato, Irlanda)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

venerdì 5 ottobre 2018

Firestone Walker Nitro Merlin Milk Stout

Della Velvet Merlin di Firestone Walker (Paso Robles, California) vi avevo parlato in questa occasione. Una stout all’avena che il birraio Matt Brynildson aveva ideato ispirandosi al The Real Ale Almanac di Roger Protz: la birra aveva superato il giudizio dei fondatori Adam Firestone e David Walker ed era stata lanciata come produzione autunnale disponibile solo alla taproom del birrificio: il nome scelto fu Velvet Merkin. L’aumento delle richieste da parte dei clienti ne permise qualche anno dopo anche la produzione su grande scala e la conseguente messa in bottiglia: c’era solo d’affrontare il problema del nome.  Il termine “merkin” in inglese indica infatti una  piccola parrucca per coprire i genitali  utilizzata soprattutto dall’industria cinematografica nelle scene di nudo.  La stout fu allora rinominata Velvet Merlin, con riferimento al mago Merlino ma anche al soprannome del birraio Brynildson: “inizialmente non ero contento, ma poi ho dovuto ammettere che potevano sorgere dei problemi a distribuire una birra chiamata Velvet Merkin. Dopo tutto la parola davvero importante nel nome è Velvet (velluto) in quanto descrive la consistenza che ho voluto dare a questa birra”.  
Il nome Velvet Merkin  è stato riesumato quando il birrificio ha deciso di far uscire una versione barricata della Velvet Merkin, leggermente modificata con aggiunta di lattosio. Nel 2016 il lattosio, assieme all’avena, è stato il protagonista della prima birra al carboazoto di Firestone: la Nitro Merlin, variante della Velvet Merlin, era sino alla fine dello scorso anno disponibile solamente in fusto.  A gennaio 2018 l’annuncio delle prime lattine: “volevamo replicare l’esperienza della spinatura al carboazato, dalla bellissima schiuma al mouthfeel cremoso. Abbiamo inizialmente pensato ad introdurre la solita pallina nella lattina ma il suo utilizzo comportava anche l’immissione di una percentuale di ossigeno che avrebbe influito negativamente sulla freschezza e sulla shelf life del prodotto. C’è voluto molto lavoro sulla linea di produzione delle lattine, ma siamo molto soddisfatti del risultato”. Alla Firestone hanno risolto il problema posizionando al termine della linea d’inlattinamento una macchina che immette alcune gocce di nitrogeno: immediatamente il nitrogeno liquido rilascia una componente gassosa che va a riempire la lattina occupando il vuoto che si crea tra il liquido ed il coperchio. 
L’esperienza nitro si completa con il “surge pour”: le istruzioni grafiche vi invitano a capovolgere la lattina per tre volte prima di stapparla e poi versarla con vigore in verticale al centro del bicchiere. In questo modo potete ammirare la risalita dal basso verso l’alto delle bollicine di nitrogeno che colorano momentaneamente la birra di bianco e vanno a poi a formare la cremosa schiuma.

La birra. 
Lattosio escluso, la ricetta della Nitro Merlin è la stessa della Velvet Merlin: malti Maris Otter, 2-Row Pale, Roast Barley, English Dark Caramel, Medium Caramel, Carafa  e avena (15%); l’unico luppolo utilizzato è il Fuggle (coltivato negli Stati Uniti). 
Il suo colore è un ebano scurissimo e forma un generoso cappello di schiuma cremosa e compatta, dall'ottima persistenza. Pulito ed elegante, l’aroma regala profumi di chicchi di caffè, orzo tostato e caffelatte; in secondo piano si scorgono note di cacao e tabacco, frutti di bosco. La sensazione palatale che è il fulcro delle birre al carboazoto è davvero gratificante: poche bollicine, consistenza morbida e vellutata, cremosissima. La bevuta è intensa e perfettamente bilanciata: si parte dal dolce di caramello, caffelatte e cioccolato al latte per poi arrivare all’amaro del caffè e delle tostature.  Chi non ama l’acidità portata dai malti scuri troverà qui un grande alleato nel lattosio, capace di addomesticare ogni spigolo e garantire un percorso liscio e morbido dall’inizio alla fine. Equilibrata, semplice, facilissima da bere, ogni cosa al posto giusto: livello davvero elevato per la  Nitro Merlin Milk Stout di Firestone Walker.
Formato 35.5 cl., alc. 5.5%, IBU 27, lotto 06/04/2018, prezzo indicativo 4.50-5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

giovedì 4 ottobre 2018

Faxe Mosaic IPA

La Craft Beer Revolution non ha portato solamente benefici a noi appassionati ma ha anche involontariamente contribuito a creare dei piccoli “mostri”.  Mi riferisco ai tentativi dei grandi birrifici industriali e delle multinazionali di realizzare dei prodotti “crafty”: è “colpa” della birra artigianale se oggi abbiamo sugli scaffali dei supermercati le IPA di Moretti, Poretti e Ceres, tanto per citarne alcune! 
Per molti anni nel mio immaginario (e a quanto leggo non solo nel mio)  la Faxe è stata la “birra dell’autogrill”: la trovavo quasi solo lì, perennemente in offerta nella sua esagerata lattina da un litro. Decenni fa, quando per me la birra era solo un liquido giallo col quale inebriarsi, la Faxe rappresentava una variante esotica e ricercata rispetto alla più diffuse birre danesi Ceres e Carlsberg: incontrare occasionalmente il lattinone da un litro anche al supermercato era un evento gioioso. 
Dietro “alla birra dell’autogrill” c’è però una storia da raccontare: Faxe è un comune della Zelanda, Danimarca, dove nel 1901 Nikoline and Conrad Nielsen fondarono la Fakse Dampbryggeri; dopo la morte del marito, avvenuta nel 1914, la vedova Nielsen cambiò il nome in Faxe Bryggeri e continuò a gestire il birrificio con ottimi risultati grazie alla produzione di lager e strong lager, queste ultime destinate principalmente all’esportazione verso la vicina Germania. Nel 1956 Faxe fu trasformata in una società per azioni la cui maggioranza passò nelle mani dei tre figli di Nikoline e, a partire dal 1960, del nipote Bent Bryde-Nielsen: i suoi investimenti consentirono all’azienda di espandersi e di ottenere un grande successo nel ventennio 1970-1980, soprattutto con l’esportazione in Svezia e Germania del “Grande Danese” (così veniva reclamizzata la lattina da un litro) e alla produzione di soft drinks (Faxe Kondi).  Nel 1989 avvenne la fusione con la Jyske Bryggerier (Ceres, Urban e Thor) per formare la Royal Unibrew secondo maggior produttore danese dietro al colosso Carlsberg; alla fine degli anni 90 vennero inglobati anche i birrifici delle ex-repubbliche baltiche Vilniaus Tauras, Kalnapilis e Lāčplēša Alus. Oggi Royal Unibrew produce quasi 5 milioni di ettolitri l’anno ed ha una forte presenza in Danimarca, Finlandia, Italia (soprattutto con la Ceres Strong Ale), Germania, Lituania, Estonia e Lettonia. Alla guida della divisione “craft & specialty beers”, che attualmente vale il 2% dell’intero fatturato, c’è una vecchia conoscenza: Anders Kissmeyer. Al nostro paese sono destinate le gamme Nørden/Ceres e Polar Monkey; all’inizio dell’estate è arrivata un po’ in sordina anche la Faxe IPA.

La birra.
Il marchio Faxe non dovrebbe accendere entusiasmi tra gli appassionati di birra artigianale, anche se affiancato dalle parole magiche IPA, Mosaic e IBU, le ultime due sconosciute alla stragrande maggioranza di coloro che acquisteranno questa lattina. Il problema è sempre il solito, ovvero il prezzo: immaginate di organizzare una grigliata tra amici e di volerla annaffiare con litri di buona birra. L’opzione “vera artigianale” è molto, troppo cara, direi inaffrontabile. Escludete anche a priori la classica lager scialba e insapore.  Ci sono queste lattine da mezzo litro che costano 1,50 Euro: possono essere un’alternativa ?  
La IPA di Faxe, prodotta con “generose quantità di luppolo Mosaic” (sic) è di un limpido color oro antico: schiuma ineccepibilmente compatta e cremosa, dall’ottima persistenza. L’aroma non è ovviamente un manifesto di fragranza e freschezza ma tutto sommato è accettabile; marmellata d’agrumi, resina, caramello, c’è anche qualche suggestione di quei frutti di bosco tipici del Mosaic e di alcool. La bevuta prosegue in linea retta senza nessuna sorpresa: si passa dal dolcione biscotto - caramello -  marmellata a un tocco amaro resinoso e vegetale che pungola il palato, sospinto da una percezione dell’alcool (5.7%) molto più elevata di quanto dichiarato. E’ la birra del vichingo, che credevate? Il retrogusto è accondiscendente e ovviamente dolciastro, le manca secchezza, freschezza e fragranza ma nel complesso non è così disastrosa come pensavo e soprattutto priva di quelle sfumature ematiche/metalliche spesso presenti nelle lattine di Faxe. Si beve e meglio di altre IPA industriali, in primis della sorella Ceres al rosmarino: peccato per quella fastidiosa nota etilica. Non la disdegnerei come accompagnamento quantitativo (anziché qualitativo) dell’ipotesi grigliata descritta in precedenza. 
Ovviamente se volete bere una “vera” IPA fatta come dio comanda non dovete cercarla in questa lattina: la qualità si paga (spesso troppo) e in questo caso bisogna accontentarsi. Le alternative low cost oggi non mancano, supermercati e discount sono pieni di proposte alternative alle costose “artigianali”: alcune sono meno peggio di altre e questa IPA di Faxe mi sembra potersi giocare la sua partita. Sul fondo della lattina è anche stampigliata la data di nascita, quindi dateci un'occhio prima dell'acquisto: io ho avuto la fortuna di trovare un esemplare con poco più di un mese di vita.
Formato 50 cl., alc. 5.7%, IBU 45, lotto 23/05/2018, scadenza 21/08/2019, prezzo 1,49 euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

mercoledì 3 ottobre 2018

O Brother Brewing: The Dreamcatcher Session IPA & The Rainmaker IPA


Dicono di non essere mai andati d’accordo fra di loro tranne che su di una cosa: la volontà di aprire un birrificio.  Sono i fratelli Barry, Brian e Padhraig O'Neill, in arte O Brother Brewing: iniziano nel 1997  a dilettarsi con l’homebrewing con un kit da 25 litri nella loro casa di Bray, contea di Wicklow, località costiera che si trova  a circa 20 km a sud di Dublino. Tutti e tre hanno saltuariamente lavorato nell’Off-Licence (rivendita di alcolici) dello zio e sono stati conquistati dalla craft beer revolution: “in Irlanda stava finalmente iniziando a prendere piede e, da appassionati bevitori, eravamo eccitati da tutte quelle birre prodotte localmente e non provenienti dagli Stati Uniti, ad esempio. Avevamo tutti un lavoro fisso ma volevamo dedicarci a qualcosa che ci appassionava davvero, anche se non c’era nessuna garanzia che il nostro birrificio avrebbe funzionato”. 
Nel 2011, mentre stanno partecipando all’Irish Craft Beer Festival, i tre fratelli decidono di voler fare sul serio: affittano un piccolo locale in una zona industriale dove vi posizionano un impianto pilota da 100 litri sul quale testano le loro ricette.  Dopo tre anni di “intenso homebrewing”  e di formazione  è pronto al debutto il birrificio O Brother, nome non proprio originale, che trova casa a Kilcoole, una quindicina di chilometri a su di Bray. Le prime due birre vengono commercializzate a dicembre 2014 nei pub della cittadina d’origine:  l’American Pale Ale The Chancer e la Red Ale The Fixer che ho personalmente avuto modo di provare in loco. In quest’ultima l’uso di luppoli americani non cancella completamente la tradizione irlandese ma porta una piacevole ventata di novità. 
Dei tre è attualmente solo Brian a dedicarsi tempo pieno al birrificio, mentre Barry e Phadraig hanno mantenuto le loro precedenti occupazioni e lo aiutano negli orari serali e nei weekend; la capacità produttiva di O Brother si è mostrata rapidamente insufficiente a soddisfare tutte le richieste e i fratelli O'Neill hanno già dovuto far ricorso a finanziamenti per espandersi. Nell’ambito di questo progetto, all’inizio della scorsa estate, sono anche arrivate le prime lattine.

Le birre.
Non c’è molta tradizione nella gamma O Brother che vuole invece seguire le moda: sono dunque i luppoli americani a caratterizzare la maggior parte della produzione che ovviamente non disdegna di gettare uno sguardo allo stile più inflazionato del momento, quello delle NEIPA. 
Partiamo dalla Dreamcatcher, una “New England style Session IPA” (4.5%) infarcita di Citra, Simcoe e Mandarina Bavaria.  Il suo colore è un dorato velato ma non particolarmente hazy: la schiuma, cremosa e compatta, ha una buona persistenza. Il naso rivela una discreta intensità e una buona pulizia che permette d’apprezzare i profumi di ananas e mango, pompelmo, qualche nota dank. La bevuta è equilibrata e priva di eccessi: è un fruttato tropicale educato e non estremo, ben integrato con i malti (pane e crackers, miele);  una buona secchezza e un leggero amaro zesty/erbaceo chiudono un percorso che ha una buona intensità per una “session” beer, facile da bere e molto scorrevole. Non ci sono difetti ma non ci sono nemmeno particolari spunti: le manca un po’ di definizione e di carattere, soprattutto a fine corsa, dove la bevuta perde un po’ di verve.  

Passiamo alla sorella maggiore (7%) The Rainmaker, IPA prodotta  con Citra, Mosaic e Galaxy. Anche lei opaca ma non torbida, accoglie il bevitore con profumi floreali e resinosi, qualche nota tropicale e di pompelmo, un tocco dank. L’intensità è discreta, pulizia e fragranza lasciano invece un po’ a desiderare: data di messa in lattina non pervenuta. Nonostante il birrificio la definisca una  New England il risultato s’avvicina molto al concetto di West Coast IPA: pane e miele, qualche nota tropicale, pompelmo, un finale amaro resinoso intenso e pungente, di buona durata. Rispetto all’aroma c’è un bel passo in avanti per quel che riguarda pulizia e definizione, mentre la sensazione palatale è morbidissima, quasi setosa, grazie all’utilizzo di avena.  Pochi elementi in gioco ma molto ben dosati: la semplicità paga e questa Rainmaker di O Brother sarebbe davvero ottima se avesse po’ più secchezza e se riuscisse a nascondere meglio l’alcool. 
Due birre dall'approccio interessante da questo giovane birrificio irlandese: c’è ovviamente spazio per migliorare ma si vede che in sala cottura c’è un mano educata e “pensante”, alla ricerca di equilibrio e facilità di bevuta e non di fuochi d’artificio o inutili esagerazioni. Buon livello, niente da invidiare a nomi già noti della scena craft irlandese come Whiplash o Yellowbelly.
Nel dettaglio:
The Dreamcatcher, 44 cl., alc. 4.5%, lotto C2018G119, scad.  26/04/2019, prezzo indicativo 4.00 euro (beershop)
The Rainmaker, 44 cl., alc. 7,0%, lotto C2018G115, scad. 26/04/2019, prezzo indicativo 4.50 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 2 ottobre 2018

Hilltop Un Americano

Torna sul blog il birrificio Hilltop di Bassano Romano (Viterbo)  a pochi chilometri dal lago di Bracciano; il suo impianto s'accende nell'agosto 2014 ma in precedenza, nell'attesa della messa in funzione, le birre erano stato prodotte per un breve periodo presso impianti terzi. Il birrificio è gestito interamente dalla famiglia irlandese/inglese Gallagher-Deeks, residente in Italia da trent'anni: i genitori  Barry  ed Eithne si occupano della parte gestionale ed amministrativa lasciando libero in sala cottura il figlio Conor, la cui formazione passa dall'homebrewing al diploma all'Institute of Brewing & Distilling per terminare con un praticantato di quasi tre anni presso Birra del Borgo. Alle operazioni (grafica e critica, dicono) partecipano anche le sorelle Tess ed Aisling. E' su di un impianto da sei barili proveniente da Manchester che ha preso vita la Barry's Bitter, birra dell'esordio che viene realizzata con malti e luppoli inglesi; la seguono la American IPA chiamata Hop Hill, la Belgian Strong Ale ZenZero e la Golden Ale Bella Blonde. Il portfolio è stato poi arricchito da diverse collaborazioni, birre stagionali e occasionali: al momento il database di Untappd ne elenca trentasette. 
Hilltop ha radici irlandesi e una delle sue produzioni meglio riuscite è la Gallagher Stout che abbiamo assaggiato in questa occasione. Una birra che è stata utilizzata in seguito come base di partenza per piacevoli divagazioni come ad esempio la Americano, versione “corretta” con aggiunta di lattosio, caffè e sciroppo d’acero; la sua edizione 2.0 ha introdotto la variante caffè d’orzo, mentre è da poco arrivata la sorella “maggiore” e potenziata chiamata Un Americano. Stessi ingredienti dell’Americano ma contenuto alcolico in percentuale che sale da 5.5 a 7.3.

La birra.
Il suo vestito è prossimo al nero, la schiuma è cremosa, compatta ed ha un’ottima persistenza. Caffelatte, cioccolato al latte e orzo tostato sono al centro di un bouquet aromatico pulito ed elegante: in secondo piano si scorgono lo sciroppo d’acero, la frutta sotto spirito, un tocco di fumo/cenere.  La leggera morbidezza  donatale dal lattosio è un po’ disturbata da qualche bollicina di troppo:  la facilità di bevuta non è però in discussione e questa “Americano” procede bilanciata tra un inizio dolce di caramello e cioccolato al latte e un amaro nel quale si fanno strada caffè, tostature e qualche sfumatura di cenere/tabacco. Il lattosio riduce ai minimi termini l’acidità tipica dei malti scuri e, dopo una chiusura ricca di caffè, c’è un delicato strascico di caffelatte, cioccolato e sciroppo d’acero. Non fatevi ingannare dai descrittori: non siamo davanti ad una di quelle “finte” birre dessert che stanno purtroppo invadendo sempre di più il mercato. L’Americano di Hilltop è una birra in tutto è per tutto nella quale c’è pulizia, intensità ed equilibrio, l’alcool è perfettamente nascosto e manca solo un po’ più di definizione. Il livello rimane comunque alto, la colazione è servita e la giornata può iniziare nel migliore dei modi.
Formato 33 cl., alc. 7.3%, lotto 18006, scad. 01/02/2019, prezzo indicativo 5.50-6.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 1 ottobre 2018

Whiplash / Wylam Do You Wanna Touch Me

Whiplash e Wylam, due nome “caldi” nella scena craft dei rispettivi paesi di provenienza, Irlanda e Inghilterra.  Whiplash è una beerfirm guidata da  Alex Lawes e Alan Wolfe, entrambi provenienti dalla Rye River Brewing Company, uno dei più grandi birrifici indipendenti irlandesi. Lawes, a quel tempo homebrewer,  vi era arrivato nel 2014 come apprendista e la sua permanenza doveva durare solamente un anno. Ma nel 2015 la Rye River si era trovata improvvisamente senza birraio e, dopo alcuni infruttuosi colloqui, Wolfe aveva implorato a Lawes di accettare il ruolo di head brewer offrendogli carta bianca sulle ricette e dandogli la possibilità di produrre sugli stessi impianti anche la propria neonata (2016) beerfirm Whiplash. Alla fine del 2017 i due hanno lasciato definitivamente la Rye River per lavorare a tempo pieno al progetto Whiplash:  le birre sono attualmente prodotte sugli impianti del birrificio Larkin di Wicklow. 
Il birrificio Wylam è invece operativo dal 2000 nel piccolo e omonimo villaggio del Northumberland  e  ha “cambiato pelle” nel 2010  grazie all’arrivo di  nuovi soci portatori di liquidità e capacità imprenditoriale: Dave Stone e Rob Cameron. I due sono proprietari di altrettanti gastropub a Newcastle e iniziano a collaborare con Wylam che li rifornisce di birra.  Nel 2015 la collaborazione si trasforma in una vera e propria partnership con la ristrutturazione del Palace of Arts dell’Exhibition Park di Newcastle nel quale trovano posto un impianto 35 ettolitri,  taproom con 12 spine e 6 casks, bar, beer-garden, ristorante ed un spazio per organizzare eventi, matrimoni, concerti. 
Lo ripeto ancora una volta: oggi “birra artigianale” coincide sempre più con il concetto di “novità”. Non bisogna fermarsi mai e offrire sempre qualcosa di nuovo da provare agli appassionati. In quest’ottica le collaborazioni tra birrifici sono uno strumento perfetto: si mettono assieme due nomi alla moda, si produce una IPA/DIPA magari apportando solo qualche modifica ad una ricetta pre-esistente, la si vende.

La birra.
Dall’incontro tra Whiplash e Wylam nasce Do You Wanna Touch Me, una Double IPA prodotta con malti Maris Otter e  Carapils, avena, zucchero candito belga, luppoli Vic Secret e Citra nel whirlpool, doppio dry-hopping di Citra, BRU-1, Vic Secret e Galaxy, lievito London Ale III.  Sul nome scelto non credo ci siano dubbi: Do You Wanna Touch Me? (1973) è stato uno dei successi di  Gary Glitter, glam rocker inglese dalla vita piuttosto turbolenta che sta attualmente scontando 16 di carcere per abusi sessuali nei confronti di tre minorenni avvenuti negli anni ’70. 
Il suo aspetto è quello di un torbido succo alla pera: piuttosto bruttina, ma così vuole il protocollo Hazy/Juicy/NEIPA. La schiuma è invece abbastanza compatta e persistente per lo stile.  L’effetto “succo di frutta” è presente anche al naso, sebbene con poca pulizia e finezza: il risultato è una generale sensazione tropicaleggiante (mango, papaia?) intensa ma un po’ cafona. Il mouthfeel è piuttosto gradevole: morbido e quasi cremoso, senza degenerare in consistenze troppo ingombranti che di fatto penalizzano troppo la bevibilità. La bevuta è tutta via molto meno fruttata di quanto l’aroma potesse far immaginare e, ahimè, abbastanza deludente: il tropicale è poco definito e confuso, l’alcool (8.4%) si sente anche più del necessario e di fatto costringe a rallentare drammaticamente il ritmo dei sorsi. Poteva questa Do You Wanna Touch Me farsi mancare il tipico “bruciore/effetto pellet” delle mediocri interpretazioni dello stile?  Certo che no ed ecco un finale amaro resinoso  e poco gradevole, fortunatamente di modesta intensità e durata. 
Collaborazione poco riuscita tra Whiplash e Wylam:  Double NEIPA confusa, noiosa, bevibile ma pesante da mandare giù.  Non si può nemmeno chiamare in causa l’età anagrafica: un mese al momento della bevuta. Se mi fidassi del beer-rating dovrei piuttosto invocare la teoria della “lattina sfortunata”.
Formato 44 cl., alc. 8,3%, lotto 3071, scad. 13/02/2019, prezzo indicativo 5.50-6.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio