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lunedì 11 novembre 2019

Buxton / Verdant Matters of Perspective

Qualche anno fa in Italia era scoppiata la moda delle collaborazioni tra birrifici e le novità erano all’ordine del giorno: il fenomeno è andato via via scemando e, sebbene sia ancora presente, lo è in maniera minore. Lo stesso non è invece accaduto in Inghilterra dove ancora oggi le collaborazioni sono il pane quotidiano: i nomi più alla moda, Northern Monk, Wylam, Verdant, Cloudwater, Verdant, Track, North, Left Handed, Deya Lost And Gounded e Burnt Mill realizzano continuamente spesso birre tra di loro a quattro, sei o anche otto mani.
Ma qui stiamo parlando di “giovani”.  Il birrificio Buxton, attivo dal 2009, è invece uno dei pionieri della rinascita della birra artigianale nel Regno Unito e per molti anni ha camminato con le proprie gambe, anche perché il proprio impianto è stato a lungo incapace di soddisfare la richiesta dei clienti per la Axe Edge che in quel periodo era una delle IPA più desiderate nel Regno Unito. Sono passati “solo” dieci anni ma la Craft Beer è cambiata molto in fretta.  La prima collaborazione di Buxton avvenne nel 2012 con The Kernel  (la NZ Pilsner), seguita nel 2013 da alcune birre fatte prima assieme a To Øl  e poi a BrewDog nel corso della BrewDog Collabfest 2013; birre subito passate nel dimenticatoio. 
Bisogna arrivare al 2014 per vedere nascere una collaborazione che è entrata nella storia (della birra artigianale):  Yellow Belly, imperial stout realizzata assieme ad Omnipollo che ha (purtroppo, aggiungo io) avuto un successo ed un’influenza micidiale nel nostro continente. Si aprivano le porte (dell’inferno) delle pastry stout. Da allora Buxton ha iniziato a premere l’acceleratore delle collaboration grazie anche all’aumentata capacità produttiva: nel 2015 con gli americani di Arizona Wilderness, Evil Twin, gli Olandesi di Oedipus, i soliti amici di To Øl , i norvegesi di Lervig e un’altra manciata di birre-dessert assieme ad Omnipollo. Nel 2016 i danesi di Dry & Bitter e ancora tante birre a due mani con Omnipollo; nel 2017 Stillwater (USA), To Øl, Omnipollo, Dugges (Svezia), Hawkshead, Fierce e Cromarty (UK), L’anno scorso solamente Stone Berlino, Tempest (UK) e Omnipollo, quasi un anno di pausa in preparazione di un 2019 che è stato molto intenso:  J.Wakefield (USA),  Van Moll (Olanda) e finalmente un po’ di UK:  Track, Verdant, Northern Monk, Wylam e Magic Rock.

La birra.
E’ nato “solo” nel 2014 ma in fatto di collaborazioni ha pochi rivali, almeno nel Regno Unito: parliamo di Verdant, uno dei birrifici attualmente più alla moda che abbiamo già incontrato in più di una occasione.  Il popolo di Untappd lo elegge attualmente come secondo miglior birrificio inglese dietro a Mills Brewing; Buxton si posiziona invece solamente al tredicesimo posto. Ma se guardiamo la classifica delle migliori birre, la situazione di capovolge e Buxton passa in testa: Yellow Belly Sundae BBA è al primo posto, Anniversary Coward al terzo e  Yellow Belly al quinto, in un trionfo di Pastry Stout.  Verdant è al sesto e al settimo posto con due Double NEIPA. 
La prima collaborazione Buxton-Verdant è datata agosto 2019: una Black IPA (6.6%) chiamata Everyone Was Spinning. La seconda arriva un mese dopo: identica gradazione alcolica ma colore chiaro: Citra, Mosaic, Simcoe ed Ekuanot i luppoli utilizzati per realizzare la IPA Matters of Perspective, praticamente “questione di punti di vista”. Perché, dicono i birrai coinvolti, “nulla è davvero un lavoro, a meno che tu non preferisca fare qualcos’altro”. 
Il suo colore è arancio torbido, la schiuma è cremosa, abbastanza compatta ed ha una buona ritenzione. L’aroma è molto coinvolgente: fresco, intenso e pulito, una macedonia che accoglie mango, passion fruit, papaia, melone, arancia e persino qualche suggestione di fragola (o Big Babol?). Una partenza in pompa magna che crea aspettative piuttosto elevate.  Colore e aroma ben corrispondono al protocollo NEIPA, mentre al palato l’effetto chewy/masticabile è solo accennato: non è tuttavia una IPA che scorre a tempo di record. Purtroppo al palato c’è solo una piccola percentuale di quel fruttato piacione e ruffiano dell’aroma: intensità, pulizia e definizione sono nettamente inferiori e la bevuta consiste in un dolce tropicale non ben definito che viene poi bilanciato da un amaro vegetale che non ricorda neppure, se non per intensità, il classico resinoso di una West Coast IPA. L’alcool si sente persino troppo rispetto a quanto dichiarato.
Aroma splendido, bevuta sotto le aspettative: una birra da annusare, soprattutto.
Formato 44 cl., alc. 6.6%, lotto 23/09/2019, scad. 23/06/2020, prezzo indicativo 7,00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 25 giugno 2018

Buxton / Omnipollo Original Rocky Road Ice Cream

2014: è questo l’anno in cui, a seconda dei punti di vista, inizia l’inferno o il paradiso delle cosiddette “birre dessert” di Omnipollo, beerfirm svedese della quale abbiamo già parlato più volte. E’ in quell’anno che Henok Fentie realizza assieme al birraio Colin Stronge di Buxton Brewery (UK) l’imperial stout Yellow Belly prodotta con arachidi e biscotti che, in versione barricata, diviene Yellow Belly  Sundae.  Dal sundae al gelato il passo è breve e l’idea viene inizialmente realizzata con birre “chiare”: sempre sugli impianti di Buxton nasce la Ice Cream Pale ovvero un’American Pale Ale realizzata con avena, lattosio e vaniglia, seguita ad inizio 2016 dalla Cloudberry Ice Cream IPA, nella quale il “gelato” (vaniglia e lattosio) viene arricchito con il camemoro, una sorta di lampone artico.  
A novembre 2016 Buxton e Omnipollo hanno annunciato l’arrivo di quattro nuove edizioni di quella che è stata chiamata la serie delle “Original Ice Cream”;  la Original Lemon Meringue Ice Cream Pie, versione liquida dell’omonima torta,  la Chocolate Ice Cream Brown Ale e  due imperial stout: Original Texas Pecan Ice Cream e Original Rocky Road Ice Cream. Le etichette sono realizzate da Karl randin, abituale collaboratore di Omnipollo; a voi decidere se quell’oggetto che cammina sia un gelato o un escremento.

La birra.
La Original Rocky Road Ice Cream si ispira all’omonimo gelato inventato nel 1929 da William Dreyer a Oakland, California: si dice che Dreyer usò le forbici da cucire della moglie per tagliare noci e marshmallow e aggiungerle al suo gelato al cioccolato. Lui, che era gelatiere, voleva replicare il dolce appena “inventato “ dal socio Joseph Edy: i due avevano fondato assieme la società Edy's Grand Ice Cream.  Si separarono nel 1947 e l ’azienda venne rinominata Dreyer's Grand Ice Cream: oggi è un marchio di proprietà della multinazionale Nestlé.
La ricetta elaborata da Buxton ed Omnipollo include marshmallow, lattosio, fave di cacao, baccelli di vaniglia e “aromi” (il virgolettato è mio). Nel bicchiere è quasi nera con una sottile patina di schiuma che si dissolve immediatamente. Al naso  arachidi, marshmallow alla vaniglia, cioccolato, Nesquik; c’è poca intensità e l’impressione è di avere il naso nel sacchetto di una merendina industriale. Il corpo è medio ma il mouthfeel non è particolarmente morbido o cremoso, in alcuni passaggi è un po’ slegata/sfuggente; le bollicine fini ma per il mio gusto un po’ troppo sostenute per questo tipi di birra.  Anche al palato è impossibile non pensare ad una merendina: un agglomerato dolce nel quale è inutile cercare pulizia o finezza. Arachidi, marshmallow e vaniglia, cioccolato al latte e nel finale c’è anche spazio per della frutta sotto spirito. E' una birra ovviamente (molto) dolce, ma con una chiusura abbastanza secca e un tocco amaricante luppolato che aiuta a ripulire un po’ il palato. L’alcool (10%) si sente ma non ci sono eccessi ad ostacolarne lo scorrimento che rimane abbastanza buono. 
E’ una  “porcheria” ma non pensate necessariamente in negativo: a tutti noi piace mangiare ogni tanto qualche schifezza/porcheria per poi magari avere subito sensi di colpa.  La Original Rocky Road Ice Cream di Buxton e Omnipollo  è una Pastry Stout di nome e di fatto ma in questo caso il dessert è industriale, anziché Pâtisserie Fine: ammetto di essere abbastanza prevenuto e di non amare particolarmente il genere, ma questa birra non mi pare proprio l’Omnipollo meglio riuscita.  
Formato 33 cl., scad. 25/10/2021, prezzo indicativo 9.00-10.00 Euro (beershop).

 NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 10 giugno 2017

Buxton Myrcia

A maggio 2016 il birrificio inglese Buxton e quello danese Dry & Bitter collaborano alla realizzazione di una Session IPA che viene chiamata Myrcia: mentre per il birrificio di Derbyshire si tratta della prima Session IPA, i danesi annoveravano già nella loro gamma la serie delle Bale Ale. Nello stesso periodo, soprattutto in Danimarca, circola anche qualche fusto di una birra chiamata  Myrcia Dreams che viene invece prodotta sugli impianti danesi della Ølkollektivet, stessa proprietà – ricordo - che gestisce il marchio Dry & Bitter e il locale Fermentoren di Copenhagen. 
Quest’anno i due birrifici hanno deciso di andare ciascuno per la propria strada e la Session IPA Myrcia è entrata in produzione stabile da Buxton, con una nuova ricetta che prevede l’utilizzo di avena (15%), frumento (10%) e una generosa luppolatura che se non erro dovrebbe includere citra, mosaic, chinook e  centennial, utilizzati con la tecnica dell’hopburst. Secondo quanto dichiara Buxton in etichetta sono stati utilizzati solo luppoli da aroma nel whirpool seguito da un massiccio dry-hopping nei fermentatori. Il nome scelto fa riferimento alla famiglia di piante delle Mirtacee che sono notoriamente molto ricche di oli aromatici; in etichetta i coni di luppolo vengono trasportati nell'aria dalle mongolfiere alle narici del vostro naso.

La birra.
Non è dichiaratamente una New England (Session) IPA ma l'utilizzo di avena e il colore arancio pallido opalescente rendono questa Myrcia non troppo distante da quelle birre che vanno tanto di moda in questo periodo. Anche l'aroma mette in campo un'intensità tipicamente juicy,  con un profilo sfacciatamente "succoso" e fruttato: l'ananas è spalleggiato dal pompelmo e, in secondo piano, arrancano mango e melone. La pulizia è ottima mentre l'eleganza del bouquet è un po' minacciata da qualche lieve nota di cipolla. L'avena riesce a donarle una sensazione palatale morbida e "rotonda", nonostante sia una Session IPA dal corpo ovviamente molto leggero: i malti (crackers) vengono rapidamente sopraffatti dalla frutta che ricalca grossomodo l'aroma tropicaleggiante anche se non riesce a riproporne la stessa pulizia. La chiusura amara, erbacea e leggermente resinosa, è piuttosto corta e d'intensità molto ridotta: bisogna lasciare che la birra si scaldi per veder salire intensità, lunghezza e, contemporaneamente, deteriorarsi l'eleganza. Per la gradazione alcolica che ha (4%) è comunque una birra dalla notevolissima intensità che tuttavia si porta dietro qualche imprecisione: livello molto buono ma non ai vertici di Buxton.
Formato 33 cl.,  alc. 4%, imbott. 19/04/2017, scadenza 19/01/2018, prezzi indicativo 3.80-4.50 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 3 febbraio 2017

Omnipollo / Buxton Original Texas Pecan Ice Cream

2014: è questo l’anno in cui, a seconda dei punti di vista, inizia l’inferno o il paradiso delle cosiddette “birre dessert” di Omnipollo, beerfirm svedese della quale abbiamo già parlato più volte. E’ in quell’anno che Henok Fentie realizza assieme al birraio Colin Stronge di Buxton Brewery (UK) l’imperial stout Yellow Belly prodotta con arachidi e biscotti che, in versione barricata, diviene Yellow Belly  Sundae.  Dal sundae al gelato il passo è breve e l’idea viene inizialmente realizzata con birre “chiare”: sempre sugli impianti di Buxton nasce la Ice Cream Pale ovvero un’American Pale Ale realizzata con avena, lattosio e vaniglia, seguita ad inizio 2016 dalla Cloudberry Ice Cream IPA, nella quale il “gelato” (vaniglia e lattosio) viene arricchito con il camemoro, una sorta di lampone artico. 
Lo scorso novembre Buxton e Omnipollo hanno annunciato l’arrivo di quattro nuove edizioni di quella che è stata chiamata la serie delle “Original Ice Cream”;  la Original Lemon Meringue Ice Cream Pie, versione liquida dell’omonima torta,  la Chocolate Ice Cream Brown Ale e  due imperial stout: Original Texas Pecan Ice Cream e   Original Rocky Road Ice Cream, quest’ultima ispirata all’omonimo gelato. 
Le etichette sono realizzate da Karl Grandin, abituale collaboratore di Omnipollo; a voi decidere se quell’oggetto che cammina sia un gelato o un escremento; le quattro birre debuttano alla metà di novembre 2016 con un’anteprima alla Buxton Tap House.

La birra.
Original Texas Pecan Ice Cream significa in concreto una imperial porter prodotta con avena, vaniglia, lattosio e salsa al caramello. Completamente nera, forma una cremosa testa di schiuma beige abbastanza compatta e dalla buona persistenza. 
L’aroma apre le danze di una birra dessert con dolci profumi di cioccolato al latte, noce pecan, caramello, fudge, vaniglia: più che ad una torta di pasticceria mi viene da pensare ad una barretta snack, ma nel complesso l’aroma non è così artificioso e, in un contesto “giocoso” dove non si cerca una birra, risulta credibile e pulito, con una buona intensità. Di birra ne trovo molta di più al palato: siamo sempre all’estremo, ma si percepisce che la base di fondo è una robusta imperial stout/porter che porta in dote un leggero carattere torrefatto; le caratteristiche principali sono tuttavia caramello, vaniglia, nocciola, cioccolato al latte e frutta secca, il cui dolce viene parzialmente contrastato da un finale nel quale oltre alle tostature emergono note di caffè e  - sorpresa – anche di resina/luppolo.  La sensazione palatale è ovviamente morbida e cremosa: poche bollicine, la birra scorre senza grosse difficoltà e l’alcool (10%) è molto ben dosato, riscaldando quanto basta senza mai esagerare. 
In un contesto di “birra dessert” (o di dessert con dentro una birra) la Original Texas Pecan Ice Cream convince:  ben fatta, pulita e senza eccessi artificiosi, si sorseggia con piacere e riesce a non stancare il palato dopo i primi due sorsi come spesso accade – almeno nel mio caso – con questa tipologia di birre. Dovete ovviamente calarvi nella situazione giusta quando ve la versate nel bicchiere: se desiderate un’imperial stout “leggermente” aromatizzata è meglio che lasciate perdere. Il "gioco" è  piuttosto caro, ma se avete voglia di giocare e di concedervi qualche divertente sfizio il marchio Omnipollo è ormai una certezza.
Formato: 33 cl., alc. 10%, scad. 25/10/2021, prezzo indicativo 10.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 2 settembre 2016

Buxton Guatemalan Coffee Extra Porter

Ancora una novità da Buxton, instancabile birrificio del Derbyshire, alle porte del Peak District National Park,  fondato da Geoff Quinn nel 2009 che vede attualmente in sala cottura il birraio  Colin Stronge,  ex Marble di Manchester e Black Isle (Scozia).  Lo scorso aprile 2016 debutta una robusta porter prodotta con fave di cacao, baccelli di vaniglia e caffè Bourbon di San Patricio El Limon (Guatemala) fornito dalla Has Been Coffee. 
Noto che Buxton produce già una stout “robusta” chiamata Stronge Extra Stout che ha la stessa gradazione alcolica (7.4%) di questa Extra Porter; la birra fu la prima ricetta sviluppata da Stronge al suo arrivo a Buxton nel 2013: non so questa porter sia in verità la stessa ricetta con la semplice aggiunta di cacao, caffè e vaniglia. Poco importa perché il risultato è davvero convincente, molto di più – opinione personalissima – della “geekissima” e tanto decantata Yellow Belly, altra birra-gourmet (arachidi e biscotti) che Buxton ha prodotto con Omnipollo.

La birra.
Molto bella nel bicchiere, quasi nera e con una cremosa e compatta testa di schiuma colore nocciola, dalla buona persistenza. L’aroma risulta molto pulito e piuttosto ben assemblato nella sua intenzione di “birra-dessert”: i profumi di vaniglia, cioccolato fondente e chicchi di caffè sono molto ben amalgamati tra di loro e, soprattutto, non sono afflitti da quell’artificiosità che spesso caratterizza questo tipo di birre. Ci sono invece sono eleganza, fragranza e intensità in una birra che ricorda quasi il tiramisù. 
Benissimo anche la sensazione palatale: poche bollicine, corpo medio e una splendida cremosità che avvolge tutto il palato: sorprendente, se si considera che questa Imperial Porter ha tutto sommato una gradazione alcolica contenuta.  Al palato tostature e caffè vengono sostenuti dal toffee/caramello e della vaniglia: amaro e dolce si scambiano il testimone più volte nella stessa sorsata mentre la birra scivola morbida accarezzando il palato con grande facilità. La leggera acidità donata dai malti scuri ripulisce per qualche attimo le papille gustative permettendole di assaporare al meglio l’intenso finale amaro ricco caffè, cacao e torrefatto; l’alcool si sente solamente a fine corsa, un caldo abbraccio o se preferite un saluto di quelli difficili da dimenticare.
Birra molto pulita e molto ben assemblata, intensa ma facile da bere: tutto quello che viene dichiarato in etichetta (vaniglia, cacao e caffè) si fa sentire con eleganza e raziocinio, senza mai strafare. Se la tipologia vi piace, la dovete provare assolutamente.
Formato: 33 cl., alc. 7.4%, imbott. 04/04/2016, scad. 04/04/2017, prezzo indicativo beershop  5.00/6.00 Euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 18 maggio 2016

Buxton Rain Shadow

Arriva a marzo 2014 la massiccia imperial stout Rain Shadow di Buxton, birrificio del Derbyshire, alle porte del Peak District National Park,  fondato da Geoff Quinn nel 2009 e che vede attualmente in sala cottura il birraio  Colin Stronge,  ex Marble di Manchester e Black Isle (Scozia). 
La Rain Shadow ha avuto una gestazione di circa otto mesi nel 2013 sino ad arrivare alla sua versione definitiva; si tratta di una delle birre più alcoliche di Buxton e probabilmente una versione potenziata della Stronge Extra Stout (7.4%) la prima birra realizzata dal birraio Colin Stronge al suo arrivo a Buxton.  La sua prima versione toccava un ABV di 11.8%, superato solo dalla Sede Vacante (12%), un’altra imperial stout di Buxton; l’ABV è stato poi abbassato  al 10% per l’edizione 2015.

La birra.
La sua imponenza si manifesta già al momento di versarla nel bicchiere: splendidamente nera, densa come olio motore, con una bella testa di schiuma color cappuccino fine, compatta e cremosa, dall’ottima persistenza.  A posteriori posso dire che non è l’aroma la caratteristica principale di questa birra: i profumi sono intensi  ma non c’è quella complessità e quella profondità che t’aspetteresti di trovare in una birra così importante. Un po’ di caffè e di tostature,  un tocco di cioccolato e di fruit cake: il tutto viene avvolto ed annaffiato da una decisa componente etilica che si fa sentire anche a diversi centimetri di distanza dal bicchiere. 
La sensazione palatale corrisponde invece perfettamente al suo aspetto: il corpo è pieno, la consistenza oleosa con una patina morbida e quasi setosa in superficie; poche bollicine per una bevuta avvolgente che accarezza l’intera cavità orale riscaldandola a più riprese.  Il gusto ripropone un percorso liquoroso nel quale trovano posto di nuovo caffè, tostature, cioccolato e fruit cake, con un velo di caramello dolce in sottofondo: la birra è potente, l’alcool è sempre presente a riscaldare obbligando ad un tranquillo sorseggiare che tuttavia non richiede particolari sforzi. Il finale regala qualche attimo di pausa per il palato grazie all’acidità dei malti scuri e alla luppolatura che aggiunge qualche nota amara resinosa prima dell’inevitabile retrogusto etilico, morbido, lungo e caldo che viene di nuovo accompagnato da caffè, cioccolato e tostature. 
Tanta roba in una birra che fa da sola serata, un'intensa compagna da dopocena capace di riscaldarvi in ogni centimetro del corpo: il livello di pulizia è molto buono, l’eleganza potrebbe essere migliore e viene un po’ messa in disparte dall’opulenza. Imperial Stout molto buona ma - almeno questa bottiglia 2014 - non al punto da risultare memorabile e non al livello delle migliori grandi Imperial Stout europee. Si fa invece ricordare, ahimè,  per il prezzo.
Formato: 33 cl., alc. 11.8%, imbott. 09/03/2014, scad. 09/03/2024, 8.00 Euro (beershop, Italia)

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 3 maggio 2016

Buxton / Omnipollo: Yellow Belly Sundae

La birra di oggi è legata a quella presentatavi qualche mese fa, la collaborazione tra il birrificio inglese Buxton e la beerfirm svedese Omnipollo chiamata Yellow Belly. 
"Yellow Belly" è un termine  che in inglese indica una persona priva di coraggio, un codardo; la birra nasce a settembre 2014, nell'ambito del progetto Rainbow Collaboration promosso da Ryan Witter-Merithew di Siren Craft Brewery: coivolgere quattordici birrifici per produrre sette birre collaborative a rappresentare i sette colori dell'arcobaleno. Colin Stronge di Buxton e Henok Fentie di Omnipollo scelgono il giallo, un colore che attribuiscono immediatamente alla codardia. L'ispirazione viene forse da Henok, il proprietario (di colore) della beerfirm svedese che rimane scioccato dal risultato di alcuni sondaggi politici effettuati nella sua nazione, secondo i quali il partito fascista Sverigedemokraterna potrebbe ottenere il 40% di consensi. 
Realizzata la birra, eccone la quasi inevitabile versione barricata che, per l’occasione, prende il nome di Yellow Belly Sundae:  per chi non lo sapesse, un sundae altro non è che un dessert composto da una base di gelato ricoperta da una guarnizione che spesso si compone di panna montata e altri ingredienti come sciroppo, granella di arachidi, ciliegie. Sono molte le cittadine americane che rivendicano l’invenzione di questo dolce avvenuta alla fine del diciannovesimo secolo: tra le varie storie, l’unica ad essere davvero documentate sembra essere quella di Itaca, città nello stato di New York, dove “John M. Scott, un ministro della Chiesa Unitaria, e Chester Platt, co-proprietario della Platt & Colt Pharmacy, crearono il primo sundae storicamente documentato. Platt ricoprì per un mero capriccio un piatto di gelato con sciroppo di ciliegie e ciliegie candite, e chiamò il piatto "Cherry Sunday"  in onore del giorno in cui era stato creato. La più antica prova scritta di un sundae è una inserzione per la "Cherry Sunday" della Platt e Colt's, pubblicato sull'Ithaca Daily Journalil 5 aprile 1892. Nel maggio dello stesso anno la Platt&Colt vendeva già "Strawberry Sundays" e, successivamente, "Chocolate Sundays". I "Sundays" della Platt&Colt arrivarono a divenire così popolari che, nel 1894, Chester Platt tentò di registrare il termine Sunday”. 

La birra.
La già ricca Yellow Belly, una massiccia (11%)  imperial stout  prodotta con "aromi" di arachidi e biscotti, lattosio e con aggiunta di vaniglia e fave di cacao in maturazione, viene invecchiata in botti di Bourbon, con l’ABV che sale a 12%; l’etichetta è affidata al solito collaboratore fidato di Omnipollo, Karl Grandin.  
Completamente nera, genera un dito di cremosa schiuma color nocciola, abbastanza fine e dalla buona persistenza. Il naso non può essere altro che dolce e reminiscente di un vero dessert: la sua ricchezza è comunque ben congeniata e riesce a mantenere un ottimo livello di pulizia e di eleganza, senza risultare artificioso. Biscotto al burro, caffelatte, gianduia, arachidi, vaniglia, cioccolato al latte, caramello e melassa sono alcuni dei descrittori che mi vengono in mente, ma ogni volta che il naso si avvicina al bicchiere nascono altre potenziali declinazioni di dessert; a completare l’effetto “sundae” c’è il lattosio che, unito alla vaniglia, rende davvero l’effetto panna montata (o yogurt alla vaniglia, se preferite). Il mouthfeel è quello atteso e, direi, indispensabile per una birra-dessert: corpo pieno, poche bollicine, una densità morbida e cremosa che comunque scorre senza grandi intoppi.  Il gusto ripropone quasi in toto l’aroma, passando per biscotto, fudge al caramello, cioccolato al latte, vaniglia, arachidi, caffelatte: l’alcool/bourbon dà un contributo  imprescindibile irrobustendo la bevuta e aiutando, in presenza di pochissimo amaro, ad asciugare un po’ il dolce del dessert. Immaginate di versare un goccio di bourbon in un dessert liquido, metteteci anche un cucchiaino di caffè a concludere il pasto ed il quadro è completato. 
Sundae, versione barricata indubbiamente molto più compiuta della Yellow Belly “normale”, che non mi aveva molto convinto: l’aroma risulta meno artificioso, e soprattutto al palato c’è il caldo del bourbon a contrastare maggiormente il dolce e a dare solide fondamenta all’impalcatura necessaria per sostenere l’opulenza di tutti gli elementi in gioco. E’ una birra-dessert che risulta convincente, nella sua tipologia: la differenza di prezzo tra Yellow Belly e Sundae non è particolarmente significativa, sono entrambe in fascia alta  e  se potete scegliere il mio consiglio è di optare senza dubbio per la versione barricata.
Formato: 33 cl., alc. 12%, lotto e scadenza non riportati.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 13 gennaio 2016

Buxton Ace Edge

Ci sono delle birre che fanno la fortuna di un birrificio e, nel caso degli inglesi di Buxton, questa è la Axe Edge. La birra è uno dei primi cambiamenti messi in atto a Buxton da James Kemp, birraio neozelandese proveniente da Thornbridge dove ha tra l’altro elaborato la ricetta della Black IPA Wild Raven: il mix originale di luppoli Cascade, Hallertau, Chinook e Golding viene sostituito da Nelson Sauvin, Citra ed Amarillo.  Kemp, annunciato proprio in questi giorni come nuovo birraio alla Marble di Manchester, giunse alla Buxton nel 2010 per poi essere sostituito nella primavera del 2013 da Colin Stronge: curiosamente, Stronge aveva lavorato in precedenza per nove anni proprio alla Marble. 
L’Axe Edge di Buxton prende il suo nome dall'omonimo altopiano a sud-ovest della località di Buxton; nel 2011, quando la “craft beer revoultion” inglese sta iniziando a diffondersi con più decisione,  viene definita come una “Double IPA” con un ABV di 6.8%: la percentuale di alcool è rimasta invariata ma attualmente sulla nuova etichetta compare solo la scritta India Pale Ale. Anche perché nel frattempo il birrificio del Peak District ha alzato di parecchio l’ABV delle sue “imperiali” con la Wyoming Sheep Ranch (8.4%) e soprattutto con la Two Ton (11%); nella stessa categoria (10%) si colloca la versione  celebrativa  e potenziata  (“on steroids”)  proprio della Axe Edge, chiamata Double Axe che viene prodotta una volta l’anno. 
Ma le celebrazioni della flagship beer Axe Edge non sono finite.  Nel 2014 Buxton annuncia l’arrivo di una nuova versione della birra chiamata Ace Edge: come il nome può far intuire, protagonista di questa variazione è il luppolo giapponese Sorachi Ace. Quello che onestamente non sono riuscito a capire è se sia stato utilizzato solamente questo luppolo o se, sia stato semplicemente aggiunto al mix;  l’unica certezza è che l’ispirazione per questa “variante” non è la nostra Zona Cesarini ma la birra Neapolitan che viene prodotta dal birrificio del Kent inglese Alpha State, una Dunkelweizen realizzata con Sorachi Ace.  A fine ottobre 2015 Buxton imbottiglia un nuovo lotto di Ace Edge, finalmente disponibile anche in Italia; in Inghilterra la birra è stata anche occasionalmente servita attraverso un Randall di Sorachi Ace e cocco. 
Il suo bel colore velato si colloca tra l’arancio ed il dorato, con un compatto e cremoso cappello di schiuma bianca che ha un’ottima persistenza.  Il naso ancora fresco e molto pulito, dispensa eleganti ed invitanti profumi di frutta appena tagliata: mango, ananas, pompelmo e arancio, melone retato, lychee e lampone, bubble-gum (Big Babol); in sottofondo qualche accenno di resina. Un aroma che – a memoria – non mi sembra molto differente da quello della sorella Axe Edge; per quanto mi sforzi, non riesco a trovare nessuna presenza di “cocco”, uno dei tratti caratteristici del Sorachi. Benissimo l’aroma e sullo stesso livello si mantiene il gusto, benché meno ruffiano: qui la componente “succosa e fruttata” è forse meno dominante rispetto alla Axe Edge, ma la bevuta risulta ugualmente gradevole. Si parte con un imbocco di leggero biscotto e miele per poi passare al dolce del tropicale, subito incalzato da un amaro vegetale, resinoso e “pepato”, quasi scevro della componente “zesty”. Il finale è in crescendo, incalzato da un delicato tepore etilico che sfocia in un retrogusto amaro piuttosto lungo ed intenso, elegante, sempre molto pulito. Ottima la sensazione palatale, o “mouthfeel” che dir si voglia; corpo medio, la giusta quantità di bollicine, presenza morbida che non ne rallenta affatto la scorrevolezza.  Una gran bella IPA profumata e molto ben fatta, ancora piuttosto fresca e quindi decidetevi in fretta se avete voglia di provarla, il trascorrere del tempo non le è affatto amico.
Formato: 33 cl., alc. 6.8%, lotto 27/10/2015, scad. 27/07/2016.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 10 gennaio 2016

Omnipollo / Buxton: Yellow Belly Peanut Butter Biscuit Stout

"Yellow Belly" è un termine  che in inglese indica una persona priva di coraggio, un codardo. Yellow Belly è il nome scelto per una birra collaborativa prodotta dagli inglesi di Buxton Brewery e dalla beerfirm svedese Omnipollo. L'idea nasce a settembre 2014, nell'ambito del progetto Rainbow Collaboration promosso da Ryan Witter-Merithew di Siren Craft Brewery: coivolgere quattordici birrifici per produrre sette birre collaborative a rappresentare i sette colori dell'arcobaleno.
Colin Stronge di Buxton e Henok Fentie di Omnipollo scelgono il giallo, un colore che attribuiscono immediatamente alla codardia. L'ispirazione viene forse da Henok, il proprietario (di colore) della beerfirm svedese che rimane scioccato dal risultato di alcuni sondaggi politici effettuati nella sua nazione, secondo i quali il partito fascista Sverigedemokraterna potrebbe ottenere il 40% di consensi. In parallelo c'è anche la crescita in altri paesi europei di partiti estremisti come il British National Party, EDL, Dansk Folkeparti, Vlaams Belang, la Lega Nord, Fremsrittspartiet, Sannfinländarna, Alba Dorata. 
Sviluppato il concetto, al fido collaboratore di Omnipollo Karl Grandin spetta l'intuizione dell'artwork: bellissima la scelta di incartare la bottiglia in modo da rappresentare un cappuccio del Ku Klux Klan.
La sostanza parla di una massiccia (11%) imperial stout prodotta con "aromi" di arachidi e biscotti: quella che teoricamente è una collaborazione si rivela essere nel bicchiere in tutto e per tutto una Omnipollo. Il canovaccio è quello già visto con la Noa Pecan Mud Cake (prodotta con pecan e caramello) con una variazione degli ingredienti aggiunti. Quasi nera nel bicchiere (in controluce appare più un marrone scurisimo), con una piccola schiuma nocciola cremosa ed un po' grossolana, non molto persistente. L'aroma è dominato dal burro d'arachidi affiancato da profumi di biscotto e vaniglia, gianduia, lattosio, cioccolato al latte, crema alla nocciola; il dolce è tanto, secondo me troppo, ai limiti della stucchevolezza. 
C'è intensità ma manca eleganza e l'impressione è a tratti quella di annusare una barretta snack industriale piuttosto che una torta fatta in casa. Non si discosta di molto da questi binari il gusto: si continua sul versante dolce con abbondanza di arachidi e di zucchero, vaniglia e toffee, cioccolato al latte, biscotto, caffè latte. Sontuosa è la sensazione palatale: corpo medio, poche bollicine, una consistenza che oscilla tra "il masticabile" e "l'oleoso" con una morbidezza davvero vellutata, simile ad un frappé. 
Ma per questa volta vado controcorrente e non mi unisco al coro delle lodi che la Yellow Belly riceve sui vari siti di beer-rating: passata la sorpresa (e la bontà) dei primi due sorsi mi è davvero venuta voglia di passare a bere qualcos'altro. Più che un birra prodotta con aromi, mi è parsa una sorta di liquore dolce con in sottofondo un vago ricordo di birra, che rimane troppo nascosta e schiacciata dagli "aromi" aggiunti. L'alcool (11%) è forse sin troppo nascosto, riscaldando leggermente ma risultando incapace di stemperare del tutto la componente dolce; anche l'amaro finale dato dai luppoli e non dalla tostature fallisce nel ridare un po' di equilibrio a questa bevanda/birra. Una bottiglia molto cara (siamo nei dintorni dei 30 euro/litro) che - passati i primi sorsi - a mio parere non vale assolutamente il prezzo del biglietto: forse meglio tentare la sorte con la versione barricata in botti ex-Bourbon chiamata Yellow Belly Sundae.
Formato: 33 cl., alc. 11%, imbott. 14/09/2015, scad. 01/09/2019. 

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 20 dicembre 2015

Buxton Double Axe (2015)

Nell'autunno del 2014 il birrificio inglese Buxton celebra una delle sue birre più famose, la Axe Edge IPA, realizzandone una versione speciale e potenziata in tutto e per tutto: malti e luppoli, gradazione alcolica che da 6.8% passa a 13.6%. Il risultato è una delle (Triple) IPA più alcoliche mai realizzate in Inghilterra, appena dietro alla BrewDog Anarchist/Alchemist (14%). Non è tuttavia questa la birra che ha ispirato il birraio di Buxton Colin Stronge: il suo sguardo si è invece rivolto alla Un-Human Cannonball (11%) di Magic Rock, birra che alzava ulteriormente l'asticella dell'alcool nella già poderosa (9.2%) Human Cannonball. 
La ricetta della Double Axe era in cantiere da tempo ma la mancanza di spazio libero alla Buxton ne ha ritardato la realizzazione sino all'Agosto del 2014, quando i fermentatori si sono finalmente svuotati per qualche settimana. Con i "second runnings" (ovvero il recupero del filtrato ottenuto dal lavaggio dei cereali a fine ammortamento) della Double Axe viene prodotta una "mild sour" chiamata Wolfscote.
La Double Axe è stata replicata nel 2015, con una ricetta leggermente modificata: viene abbassato il tenore alcolico (10%) e viene utilizzato un mix di luppoli diversi rispetto alla precedente, nello specifico Amarillo, Citra e Mosaic.
Si presenta nel bicchiere a metà strada tra il ramato e l'ambrato scarico, quasi limpida e con una bella e compatta testa di schiuma biancastra, cremosa, dall'ottima persistenza. La bottiglia ha appena un mese di vita sulle spalle e l'aroma ne riflette la freschezza, con pungenti profumi di mango e papaia, passion fruit, pompelmo, arancio, cedro, una suggestione di fragola; il bouquet è elegante, l'intensità non è esplosiva ma comunque di buon livello.
L'utilizzo dell'avena rende questa "belva" abbastanza morbida al palato, con poche bollicine, corpo medio ed una consistenza oleosa: un mouthfeel è piuttosto distante dal carattere della birra, duro e diretto. La macedonia di frutta dell'aroma è quasi assente al gusto, fatta eccezione per una lieve presenza di agrumi e di frutta candita: si passa dall'ingresso maltato (biscotto e miele) ad un amaro intenso e resinoso, pungente, che morde subito il palato. L'alcool c'è ma la sua presenza è probabilmente mitigata dalla morbida sensazione palatale: in sostanza, si beve senza troppe difficoltà. La birra è pulita, potente e ben fatta, ovviamente fresca ma, per quello che è il mio gusto personale, avverto la mancanza di una componente fruttata a bilanciare l'intensità dell'amaro e a rendere meno monotona la bevuta. Termina coerente con il suo percorso, con un lungo retrogusto amaro, resinoso, pungente ulteriormente potenziato dal calore etilico.  Non è una DIPA "succosa" dall'intenso finale amaro, ma piuttosto una DIPA amara, dall'inizio alla fine, la cui monotonia è resa attualmente piacevole e godibile dalla sua freschezza. 
Non intendo dire che sia una birra fatta male, anzi: semplicemente è dal di fuori delle mie corde. 
Formato: 33 cl., alc. 10%, imbott. 11/11/2015, scad. 11/08/2016.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 22 luglio 2015

Buxton SPA

L’acronimo SPA è oggi utilizzato in tutto il mondo per indicare genericamente un centro termale o uno stabilimento che offre trattamenti per la salute del corpo e della mente: in una parola, benessere. Solitamente si pensa alle iniziali della locuzione latina Salus Per Aqua (Sanitas Per Aquam/Aquas), ossia “salute per mezzo dell’acqua”, ma pare che si tratti di un retroacronimo: in realtà il termine originerebbe semplicemente dall’omonima stazione termale belga,  nella provincia di Liegi, conosciuta in tutta europa dal XIV secolo per le sue benefiche acque minerali e termali. La sua fama portò ad utilizzare il termina Spa come sinonimo del termalismo, dapprima in inglese e poi in altre lingue. 
Ma la birra che c'entra? Beh, in giornate calde come queste anche una rinfrescante bottiglia è sinonimo di benessere e quindi di SPA. Il passaggio è un po’ forzato ma un po’ di verità c’è. SPA è il nome scelto dagli inglesi di Buxton per identificare la propria Special Pale Ale; è una delle prime birre realizzate dal birrificio fondato nel 2009 da  Geoff e Debbie Quinn. 
Da quanto leggo la ricetta è stata profondamente rivisitata nel 2011 dal birraio James  Kemp, nei suoi due anni di permanenza a Buxton prima del passaggio di consegne del 2013 con Coling Stronge, attuale head brewer. La versione attuale della Buxton SPA è, utilizzando le parole del birrificio, uno “showcase” del luppolo americano Citra, anche se non credo si tratti di una single-hop: la sua gradazione alcolica (4.1%) rimane all’interno della soglia di sessionabilità: peccato solo per il formato da 33 centilitri, decisamente insufficiente in giornate come queste. E dire che qualche anno fa le Buxton erano tutte prodotte nel classico mezzo litro anglosassone. 
Dorata, leggermente velata, la Special Pale Ale di Buxton forma un bianco cappello di schiuma compatta e cremosa, dall’ottima persistenza. Mandarino, arancio, limone ed in tono minore altri rappresentanti della famiglia degli agrumi (cedro, pompelmo) vanno a comporre il fresco e pulito bouquet olfattivo con qualche sentore più dolce di pesca.  Molto bene la sensazione palatale, corpo leggero, la giusta quantità di bollicine ed una grande scorrevolezza senza nessun pericoloso scivolone nel “troppo acquoso”.  I malti regalano note di crackers e un leggerissimo mielato a supporto dell’abbondante carico di agrumi (soprattutto arancio, pompelmo e lime) che proseguono nella stesa direzione dell’aroma: molta scorza, lievissima presenza dolce di polpa, e finale spiccatamente zesty con delicate sfumatura erbacee.  Secca, pulitissima e ben profumata, ça va sans dire che questa SPA è una birra dall’elevatissimo potere rinfrescante e dissetante, perfettamente riuscita nella sua semplicità. Fa quello che deve fare andando dritto al sodo: è una di quelle birre che, quando la temperatura esterna si avvicina ai trenta gradi,  vorreste sempre avere nel bicchiere, con l’unico deplorevole inconveniente che vi toccherà andare a ripienarlo con elevata frequenza.
Formato: 33 cl., alc. 4.1%, lotto G:B14, imbott. 13/04/2015, scad. 13/01/2016.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 30 giugno 2015

Buxton Far Skyline

Nell’ormai sempre più vasto portfolio brassicolo di Buxton trova anche spazio la Far Skyline, rilettura in chiave moderna di una Berliner Weisse.  Per chi non fosse molto familiare con questo stile, ricordo brevemente che si tratta di una birra di frumento sulle cui origini ci sono varie ipotesi. Alcuni ritengono che la Berliner Weisse altro non sia che la semplice evoluzione di una birra marrone di frumento ed orzo (Halberstädter Broihans) che veniva prodotta ad Halberstadt  nel XVI secolo; per altri venne invece portata a Berlino alla fine del diciassettesimo secolo da un gruppo di Ugonotti  francesi in fuga dalle persecuzioni del Re Sole.  Nel XIX secolo questa birra era diventata popolarissima nella capitale tedesca, per poi andare incontro ad un progressivo declino: oggi è rimasta solo la Berliner Kindl Brauerei a produrla, ed è quindi l’unico birrificio che potrebbe utilizzare questa denominazione  (Berliner Weisse)  d’origine controllata:  il fatto che Buxton metta ugualmente le due parole in etichettta avrà delle conseguenze? 
Le sue caratteristiche sono l’impiego di una percentuale di frumento che varia tra il 25 ed il 50%, una bassa gradazione alcolica (2,8-3,8%), una vivacissima carbonazione e, soprattutto, una spiccata acidità ottenuta mediante una seconda fermentazione in bottiglia aggiungendo Delbrückii Lactobacillus: pare che Napoleone  occupando Berlino agli inizi del diciannovesimo secolo le definì “lo Champagne del nord”, mentre i più umili nativi si accontentavano di chiamarla “lo spumante dei lavoratori”. La loro forte acidità fa sì che raramente vengano bevute “pure” dai berlinesi: di solito vengono “tagliate” con un bicchierino di sciroppo dolce (Schuss) che, a seconda della varietà, impartisce alla birra un curioso colore verde (sciroppo di asperula) o rosso (lamponi).  Alla Buxton scelgono invece di contrastare l’acidità usando la mano pesante con il luppolo, ovvero “snaturando” uno stile che non vorrebbe la percezione di luppolo né all’aroma né al gusto; la soluzione adottata (dry-hopping) è un buon compromesso che (volutamente) impatta l’aroma senza rendere il gusto amaro.
All’aspetto si colloca tra il dorato e l’arancio, opaco, con una testa di bianca schiuma fine e cremosa, dalla buona persistenza. L’aroma, pulito e ancora abbastanza fresco, è ovviamente quanto di meno ti aspetteresti da una Berliner Weisse, regalando un fruttato bouquet composto da mandarino, arancio e melone retato con qualche nota tropicale di ananas e mango.   Al palato c’è invece una bella acidità (lieve lattico, limone, frumento) che si trova a convivere con il dolce dell’ananas, della pesca e del melone;  il risultato è una birra acida piuttosto accomodante, fruttatissima e  sicuramente fruibile senza traumi anche a chi non ha grossa familiarità con le “sour ales “. Un’invidiabile secchezza garantisce un estremo potere rinfrescante e dissetante, mentre il finale è aspro di limone e lime, ananas acerbo, uva spina, con una punta amara lattica appena percepibile. Il suo unico evidente “difetto” è la mancanza di bollicine: poche, davvero troppo poche anche per  un’interpretazione “moderna” di uno stile che invece ne richiederebbe moltissime.  
Convince? Sì, è una birra ruffiana che convince, prendendosi qualche rischio ma riuscendo ad amalgamare con successo l’acido con quel carattere fruttato che ormai troviamo protagonista in molte birre e che anche in questo bicchiere si ritaglia un ruolo principale;  limate quasi tutte le asprezze e le asperità lattiche, rimane una birra mansueta e leggermente acida che poco ha a che vedere con una Berliner ma che rimane comunque molto godibile e rinfrescante, quindi perfetta per la stagione estiva,. Formato da 33 decisamente insufficiente, perché una volta che entrate nel meccanismo del “dissetante succo di frutta" diventa difficile uscirne. Ah, per la cronaca ne esiste anche una versione (Very Far Skyline) invecchiata in botti ex-Chardonnay.
Formato: 33 cl., alc. 4.9%, lotto G:B138, imbott. 25/03/2015, scad. 25/12/2015.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 28 maggio 2015

Buxton Two Ton Double IPA

Lo scorso 10 Aprile 2015 viene lanciata in anteprima, in una quarantina di locali selezionati in tutta Europa, la nuova Imperial/Double IPA del birrificio inglese Buxton chiamata Two Ton. Oltre ai 25 locali del Regno Unito, è possibile berla anche in Polonia (Varsavia e Cracovia), in due locali di Lille, a Stoccolma e Oslo, al Biercab e all’Ale & Hop di Barcellona e all’Helsinki Beer Festival. In Italia ne viene omaggiato il Tuxedo Beer House di Piacenza e, credo, un locale a Roma che non sono riuscito ad identificare. Ma questa massiccia Double IPA (11%) viene prodotta soprattutto per la Copenhagen Beer Celebration che si tiene nel weekend del 01 Maggio; il nome scelto (Two Ton) si riferisce al fatto che per produrla sarebbero state usate circa due tonnellate di malto, ovvero tutto quello che il tino di ammostamento poteva contenere. Completano l’opera luppoli americani ed australiani. 
Premetto di non amare troppo questo genere di IPA (Double o Triple, a seconda di come volete chiamarle) dall’ABV a doppia cifra: ne ho trovate davvero poche veramente fatte bene e solo negli Stati Uniti (qui, qui, qui, qui e qui qualche esempio). Ma Buxton è un birrificio che mi ha dato sino ad ora delle buone soddisfazioni, e quindi ho voluto provare. Difficile infatti garantire una buona bevibilità in uno stile che prevede una robusta struttura maltata per sostenere l’abbondante luppolatura: bisogna nascondere bene l’alcool, scegliere bene i malti e, se l’attenuazione non è adeguata, spesso la bevuta diventa una mappazza difficile da digerire. Altra condizione fondamentale per una bevuta soddisfacente è la freschezza, in maniera ancora maggiore che in una IPA “normale”: se lasciate svanire l’abbondante luppolatura la birra diventerà molto probabilmente un dolcione molto poco equilibrato. Almeno questa condizione è rispettata: bottiglia nata il primo aprile 2015, età ancora accettabile. 
Nel bicchiere arriva di un bel colore ambrato, con intensi riflessi rossastri e arancio: la schiuma avorio è compatta e cremosa, dalla trama fine e dall’ottima persistenza. L’aroma è ovviamente ancora fresco, con un’ottima intensità che si avverte anche a diversi centimetri di distanza dal bicchiere: i profumi sono ovviamente quelli della frutta tropicale (mango, ananas, melone), con qualche incursione di fragola, di agrumi e, quando la birra si scalda, di caramello e di alcool. In bocca non ci sono sconti: corpo pieno, poche bollicine, una bella cremosità data dall’utilizzo di avena. L’alcool si fa però sentire sin da subito, e nonostante la morbida sensazione palatale questa Two Ton si sorseggia piuttosto lentamente.  Dopo le note maltate di caramello, fetta biscottata e miele, c’è un (troppo) breve intermezzo di frutta tropicale (mango e ananas) e subito un intenso amaro resinoso con qualche nota di pompelmo. L’alzarsi della temperature ne aumenta la dolcezza, con delle leggere sfumature di canditi e di marmellata, ma l’elevato livello di amaro riesce comunque a mantenere la birra in un sostanziale equilibrio. 
In conclusione?  Per quel che riguarda il mio gusto personale, che non ama particolarmente queste bombe alcoliche luppolate, avverto una presenza etilica troppo invadente, sento la mancanza di una maggiore componente fruttata e, soprattutto, ci vorrebbe più secchezza: caratteristiche che invece erano presenti in quelle poche DIPA americane dall’ABV in doppia cifra che mi erano davvero piaciute. Tralasciando “quel che piace a me”, la Two Ton di Buxton è oggettivamente una Double IPA molto pulita e ben fatta, intensa, con la quale sarete a posto per tutta la serata: il consiglio è ovviamente di berla  finché è fresca e finché le temperature non diventano davvero estive. Dopo tutto è stata realizzata pensando alla Copenhagen Beer Celebration di Maggio: chi ha orecchie per intendere, intenda.
Formato: 33 cl., alc. 11%, imbott. 01/04/2015, scad. 01/01/2016.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 10 maggio 2015

Buxton / Oedipus / Rooie Dop Ring Your Mother 1832 XXXX Mild

Il nome di questa birra (Ring your mother, "telefona a tua madre") rimane per me un mistero, mentre tutto il resto è abbastanza decifrabile. Si tratta dell'ennesima birra collaborativa - se ne sentivate il bisogno - che questa volta vedere protagonisti, oltre all'ottimo birrificio inglese Buxton, anche gli olandesi di Rooie Dop ed Oedipus, questi ultimi due da me conosciuti solo di nome ma non ancora di fatto.
Si tratta di una "imperial mild", basata su di una ricetta del 1832 realizzata dalla (ora defunta) Truman Brewery di Londra; la ricetta è stata ovviamente ricostruita dallo storico Ron Pattinson, utilizzando i cosiddetti "brewing logs" dell'epoca. A quel tempo la birra fu semplicemente chiamata con la designazione che si era soliti dare a quel tempo. Cerco di semplificare per i meno "esperti", cercando di non fare errori: in pratica le lettere X e K venivano utilizzate (con tutti i "se" ed i "ma" del caso) per designare rispettivamente ales e stock ales (quelle che oggi chiamiamo  old ales). Il numero delle lettere utilizzate ne definiva l'intensità della gradazione alcolica: una birra come questa, con quattro X, aveva un ABV piuttosto elevato, nel caso specifico del 10,45%.  Le informazioni necessarie per provare a farla a casa le trovate nel libro di Pattinson chiamato The Home Brewer's Guide to Vintage Beer, nel quale trovate anche una fotografia dell'etichetta originale di quasi duecento anni fa. 
L'idea di replicare questa birra del 1832 non è in verità originalissima, vedi il tentativo è già fatto nel 2014 dal birrificio olandese Butcher's Tears. Buxton,  Rooie Dop ed Oedipus scelgono, per la loro interpretazione, di utilizzare luppoli americani in grandi quantità, per un ABV finale di 9.5%.
La fotografia qui sopra non rende giustizia al suo colore, un bell'ambrato leggermente velato con nuances che spaziano dall'arancio al rossastro; la schiuma è ocra, fine, cremosa ed ha una buona persistenza. Il naso è pulito e non cerca di nascondere il suo voler essere dolce con una discreta intensità fatta di mango e passion fruit, melone retato, quasi canditi; la nota etilica è abbastanza evidente, mentre in sottofondo s'avverte anche la leggera presenza di sentori resinosi. La bevuta si rivela da subito piuttosto impegnativa: il corpo è quasi pieno, ci sono poche bollicine ed una consistenza morbida che però rallenta di molto la facilità di bevuta. Il gusto prosegue in linea retta senza nessuna variazione: piuttosto dolce e zuccherino, carico di biscotto, caramello, qualche frutto tropicale e candito: nel finale emerge l'amaro, prevalentemente resinoso, che riesce a bilanciare il dolce ma non a ritagliarsi un ruolo di primo piano. La birra è pulita, non ci sono difetti ma, almeno per il mio gusto, finisce per risultare stucchevole e da bere a piccole dosi, visto che l'alcool non si nasconde affatto.
Il risultato che deriva dall'interpretazione di una ricetta per una Imperial Mild del 1832 è in sostanza una Double IPA, molto orientata al dolce: impossibile sapere come fosse duecento anni fa, ma questa versione contemporanea è piuttosto noiosa e abbastanza superflua, se mi passate i termini.
Formato: 33 cl., alc. 9.5%, imbott. 24/02/2015, scad. 24/02/2016.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 12 aprile 2015

Buxton Tsar

Chi segue regolarmente il blog e ha letto il post riassuntivo sulle migliori birre bevute nel 2014 avrà senz'altro notato il nome di Buxton, birrificio dell'omonima cittadina del Derbyshire fondato nel 2009 da Geoff e Debbie Quinn  e da me incontrato per le prima volta nel 2011. Merito della crescita di Buxton è senz'altro da attribuire anche al birraio Colin Stronge che nel corso del 2013 ha rimpiazzato James Kemp, dopo aver passato nove anni alla Marble di Manchester e due alla Black Isle in Scozia.
Non tutte le ciambelle riescono con il buco, ed anche "i migliori" a volte sbagliano; mi tocca quindi registrare la prima delusione di Buxton, e proprio con una delle loro birre maggiormente rappresentative, la Imperial Stout chiamata Tsar. Prodotta dal 2011,  ne esistono anche un paio di versioni barricate: difficile reperire la Special Reserve No. One, ovvero la Tsar affinata sei mesi in botti di rovere e commercializzata in sole 112 bottiglie durante le Olimpiadi di Londra del 2012. Più interessante la Tsar Bomba, che non ho mai visto in Italia ma che mi piacerebbe provare: si tratta della Tsar che viene affinata per nove mesi in botti nelle quali viene inoculato lievito recuperato da fondi di vecchie bottiglie della Courage Imperial Russian Stout.
Ma veniamo alla sostanza della Tsar "normale", dall'aspetto tutt'altro che impeccabile: completamente nera, forma una piccola testa di schiuma marrone piuttosto grossolana, di modeste dimensioni e molto poco persistente.
Anche l'aroma è molto poco invitante e dall'intensità dimessa: ci sono orzo tostato e mirtilli, ma anche evidenti sentori salmastri e di salsa di soia che rendono poco gratificante avvicinare le narici al bordo del bicchiere. In bocca arriva oleosa, con poche bollicine ed un corpo medio: il gusto è leggermente migliore, avvicinandosi alla decenza. Orzo tostato, caffè, cioccolato amaro per una bevuta che tuttavia risulta molto slegata e caratterizzata da un'acidità del caffè fin troppo evidente e abbastanza fastidiosa. Non soddisfa neppure il finale, con tostature intense prive di eleganza ed un leggero warming etilico. 
Bottiglia con grossi problemi e bevuta ahimé insufficiente: al prossimo incontro, se e quando avverrà.
Formato: 33 cl., alc. 9.5%, imbott. 08/04/2014, scad. 08/04/2019, pagata 5.50 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 15 febbraio 2015

Buxton / To Øl Collateral Carnage

La prima collaborazione tra Buxton Brewery e la beerfirm danese To Øl risale a maggio 2013; Tobias Emil Jensen si reca una settimana in Inghilterra per alcune collaborazioni. Il punto di ritrovo è il pub Marble Arch di Manchester dove i birrai accettano l'ospitalità di Marble, birrificio inglese, per discutere davanti a qualche pinta di birra. Tobias è appena tornato da Magic Rock, dove ha realizzato una saison collaborativa chiamata The Juggler. 
Nel caso di Buxton, la collaborazione con To Øl porta un duplice risultato:  nascono la Collaboration Carnage (o Samarbejds Ødelæggelse, in danese) un'American IPA, e la Sky Mountain, una Berliner Weisse. 
Nel 2014 viene realizzata una nuova birra collaborativa o, per dirla con le parole dei birrai, un "effetto collaterale della Collaboration Carnage": nasce la muscolosa American Strong Ale chiamata Collateral Carnage.
All'aspetto è di un bell'ambrato carico, con riflessi ramati, leggermente velato; la schiuma color avorio è fine, cremosa e molto persistente. I tre mesi di vita della bottiglia si riflettono sull'aroma: ancora pungente e ben fresco, con una notevole intensità composta da aghi di pino ma soprattutto frutta: tropicale (mango, ananas, passion fruit), melone retato, pompelmo e pesca. In sottofondo ci sono anche lievi sentori di Big Babol, floreali e di marmellata d'agrumi.
Ottima la sensazione palatale: è una birra dal corpo pieno, con poche bollicine e molto morbida, forse un po' "ingombrante" in bocca ma stiamo comunque parlando di una birra muscolosa e parecchio alcolica (9.1%), che va sorseggiata. Gusto pulito e ben bilanciato, a partire dalla base maltata di biscotto e caramello molto ben integrata con il dolce della frutta  tropicale (mango e ananas) e, in maniera minore, dei canditi. La bevuta è però subito equilibrata da un amaro resinoso, "pizzichino", quasi balsamico, che morde subito ai lati della lingua; il livello di percezione dell'alcool è quello giusto: né troppo, né troppo poco, riscaldando quando serve, senza mai andare oltre le righe. Chiude discretamente secca, lasciando una lunga scia amara resinosa, intensa e elegante, ben spalleggiata da un discreto warming etilico di frutta sotto spirito.
Niente da eccepire su quanto c'è nel bicchiere: birra solida e pulita, molto ben fatta, che si sorseggia con buona soddisfazione e senza nessuna difficoltà. Non mi ha però trasmesso particolari emozioni, e non so che cosa aggiunga di nuovo al già ampio portfolio di Buxton e a quello, ancora più vasto, di To Øl: bevendola ho consapevolmente assecondato quella che sta diventano ormai la regola numero uno del marketing del mondo della "craft beer".  Far uscire sempre qualcosa di nuovo, one-shot, esperimenti, collaborazioni… perché sono ormai più quelli che corrono dietro alla novità di quelli che ritornano a bere regolarmente la stessa ottima birra. Io stesso mi rendo conto di essere dentro a questo circolo vizioso, in parte per via del blog: per lo meno questa è stata una buona bevuta.
Formato: 33 cl., alc. 9.1%, imbott. 18/11/2014, scad. 18/11/2015.

domenica 25 gennaio 2015

Buxton Saison

Chi segue regolarmente il blog e ha letto il post riassuntivo sulle migliori birre bevute nel 2014 avrà senz'altro notato il nome di Buxton, birrificio dell'omonima cittadina del Derbyshire fondato nel 2009 da Geoff e Debbie Quinn  e da me incontrato per le prima volta nel 2011. L'anno scorso Buxton è arrivato in Italia con buona regolarità e con bottiglie valorizzate da una grande freschezza; ma il merito della crescita di Buxton è senz'altro da attribuire anche al birraio Colin Stronge che nel corso del 2013 ha rimpiazzato James Kemp. Dopo aver passato nove anni alla Marble di Manchester e due alla Black Isle in Scozia, Colin è arrivato al birrificio che, a suo dire, produce una della sue birre preferite, la Axe Edge IPA. Studente di architettura a Liverpool, si manteneva lavorando in un brewpub; il birraio del locale si licenziò improvvisamente ed il proprietario chiese a lui, che lavorava da più tempo di tutti nel pub ma che non aveva assolutamente nessuna esperienza, se fosse interessato ad imparare a fare il birraio.
Colin accettò soprattutto perché aveva bisogno del denaro e, sebbene affascinato dal nuovo mestiere, dopo qualche anno decise di trasferirsi a Manchester per studiare giornalismo e sociologia. Alla ricerca di una lavoro part-time, trovò un impiego come barista al pub Marble Arch del birrificio Marble; non passò molto tempo che gli fu chiesto di sostituire in sala cottura a turno i vari birrai nel periodo delle loro ferie. E, segno del destino, il giorno stesso in cui terminò l'università ricevette una telefonata dalla Marble; uno dei loro birrai aveva appena dato le dimissioni e gli fu chiesto di sostituirlo permanentemente.
Negli ultimi anni la gamma di Buxton si è notevolmente ampliata, andando oltre i classici stili anglosassoni e arricchendosi di collaborazioni con altri birrifici, affinamenti in botte di produzioni in stile belga, inclusa qualche birra acida. 
Ecco quindi la saison secondo Buxton, ovvero una New World Saison con utilizzo di luppoli extraeuropei non specificati: Stati Uniti? Oceania? 
L'aspetto è classico, un bel arancio velato con qualche riflesso dorato e la generosa schiuma che si forma è molto persistente, bianchissima, quasi pannosa. L'aroma è davvero molto invitante: accanto ad una ben assortita macedonia di frutta fresca (ananas, melone retato, pompelmo, lime) c'è una delicata rusticità che richiama la campagna (fiori bianchi, paglia, erba tagliata), una lieve speziatura (sopratutto pepe) ed una leggera asprezza che suggerisce la mela acerba, l'uva bianca. In bocca è quasi perfetta, vivacemente carbonata,  con un corpo medio ed il giusto livello di acquosità per renderla scorrevolissima. Il gusto offre una leggera variazione dell'aroma, ospitando la crosta di pane, qualche nota di biscotto e sopratutto agrumi: passano in rassegna pompelmo, cedro e limone, mentre è la polpa dell'arancia a portare un po' di dolcezza. La generosa luppolatura le dona un finale decisamente amaro, un po' ruspante e ruvido, con note erbacee, di scorza d'agrumi ed un po' pepato: alcool molto ben nascosto, molto attenuata, la Saison di Buxton disseta il palato per poi riassetarlo. Pulitissima, molto ben bilanciata tra acidità e dolcezza, va un po' oltre gli standard dello stile per quel che riguarda l'amaro: a birra fresca la situazione è ancora sotto controllo, ma quando la temperatura si alza i luppoli catturano la scena tendendo ad eclissare gli altri elementi. Ma la vera sfida è quella di riuscire a far scaldare gli insufficienti trentatré centilitri, visto la velocità con la quale quest'altra ottima birra di Buxton scompare dal bicchiere.
Formato: 33 cl., alc. 6.3%, lotto 22/07/2014, scad. 22/04/2015.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 23 giugno 2014

Buxton Imperial Black

Ampia disponibilità di Buxton Brewery in Italia, in questi ultimi mesi, ed occasione da non farsi scappare per assaggiare le birre di un birrificio inglese che - almeno per quel che riguarda la mia esperienza - sta lavorando davvero molto bene. Impressioni molto positive sia per le "session beers", come l'ottima Rednik Stout, che per la freschissima Wyoming Sheep Ranch, giusto per citare le ultime due bevute. Per restare nella categoria "pesi massimi", ecco invece la Imperial Black, una sostanziosa Double Black IPA  (o American Black Ale, come sarebbe più appropriato chiamarla) rappresentante di uno stile che, superata la fase della novità e della "corsa a farla" da parte dei birrifici, sta cercando di trovare un senso al suo "continuare ad esistere". La prima ovvia variazione dello stile è stato quello di "imperializzarlo", vedremo se il futuro sarà lo stesso delle IPA, con la nascita magari delle "Session Black IPA".
La Imperial Black di Buxton è la sorella maggiore della Black Rocks, assaggiata un paio di anni fa nel più generoso formato da 50 centilitri con il quale Buxton arrivava in Italia in quel periodo. Si presenta di colore marrone scurissimo, ai confini del nero, con una compatta e cremosissima "testa" di schiuma beige chiaro, molto persistente. 
C'è un bel naso a dare il benvenuto, pulito ed ancora molto fresco e pungente: forti profumi di ananas, mango, pompelmo, melone. Qualche sfumatura di aghi di pino, frutti di bosco e pochissime concessioni al "nero", solamente a temperatura ambiente si avverte una lievissima presenza di tostature.  Ad occhi chiusi, nessuno dubiterebbe di avere davanti al naso un bicchiere di una profumatissima IPA. Se l'aroma è ottimo, la sensazione palatale è ancora meglio: il corpo è medio, la consistenza è cremosissima, quasi setosa: carbonazione tra il basso ed il medio, per una birra gradevolissima da far scorrere da un lato all'altro della bocca. Al gusto c'è un po' più di scuro, avvertibile nella base dei malti, terrosa e tostata, che fornisce morbido supporto ed equilibrio alle pungenti note resinose e di pompelmo dei luppoli. Completano il quadro alcune sfumature di frutta tropicale, le stesse dell'aroma, pulite ed eleganti, preludio ad un finale molto intenso ed amaro, lunghissimo, resinoso e leggermente tostato, con lieve  presenza di pompelmo ed un tiepido warming etilico. Per riassumere in poche parole: birra pulita e profumata, molto ben fatta, morbida ed appagante in bocca, molto intensa ma non impegnativa; un altro bel colpo di Buxton, ed un'altra gran birra da mettere subito sulla lista degli acquisti, finche è fresca.
Formato: 33 cl., alc. 7.5%, lotto C955, scad. 06/10/2014, pagata 4.00 Euro (beershop, Italia)