giovedì 21 giugno 2018

Pinta / O'Hara's Lublin to Dublin 2017

Sono duemila i chilometri che separano Lublino (Polonia)  da Dublino  (Irlanda) ma basta una birra per accorciare le distanze. Lublin to Dublin è il nome scelto dal birrificio irlandese Carlow/O’Hara (qui la loro storia) e dalla beerfirm polacca Pinta (eccoli qui) per una collaborazione datata 2014 e ripetuta poi negli anni a seguire. 
Entrambi possono essere considerati come dei precursori della craft beer revolution nei loro rispettivi paesi: la famiglia O’Hara ha avuto il coraggio di fondare il microbirrificio nel 1996, in un periodo in cui il mercato era un deserto completamente dominato dalle multinazionali. Browar Pinta ha invece realizzato nel 2011 la prima IPA polacca (Atak Chmielu), birra “colpevole” di aver poi ispirato decine di altre beerfirm polacche a gettare quanto più luppolo possibile nei bicchieri.  
Non ho trovato notizie su come sia nato questo incontro ma non credo sia importante quanto il risultato: una Foreign Extra Stout (6.5%) prodotta con malti irlandesi, avena e luppoli polacchi, nello specifico  Marynka e Lubelski. Nel 2015, ovviamente sempre sugli impianti irlandesi di Carlow, viene invece realizzata una Robust Milk Stout (6%) con anice stellato e lattosio che s’aggiungono agli ingredienti già elencati.  La terza collaborazione datata 2016 vede invece un ritorno della Lublin to Dublin  Foreign Extra Stout ma con un ABV leggermente ritoccato al rialzo (7%).  Lo scorso anno è invece stata realizzata la Lublin to Dublin Rye Stout  (6.5%): malti inglesi ed irlandesi, malto di segale (20%), fiocchi di segale e i soliti luppoli polacchi Marynka and Lubelski. Proprio in queste settimane è stata infine commercializzata la nuova Lublin to Dublin 2018, una Turkish Coffee Stout che utilizza caffè appena macinato proveniente dalla Turchia.

La birra.
Irlanda e Polonia hanno entrambe una tradizione brassicola “scura”:  stout irlandesi e baltic porter polacche non hanno certo bisogno di presentazioni.  La Lublin to Dublin 2017 si presenta di un bel color ebano scuro sul quale si forma un’impeccabile testa di schiuma cremosa e compatta dalla buona persistenza.  L’aroma è pulito e abbastanza intenso: caffèlatte, orzo tostato e fondi di caffè sono i protagonisti su di un palcoscenico che ospita anche note terrose e di cenere. Al palato c’è un leggero eccesso di bollicine ma per il resto il mouthfeel è perfetto: è una stout morbida e quasi cremosa che tuttavia scorre senza nessun intoppo. Il gusto conferma quanto di positivo espresso al naso e disegna una bevuta intensa e ricca, molto pulita ed elegante: il caramello è l'unica controparte dolce ad una bevuta che s'incammina subito nel territorio scuro del torrefatto, del caffè e del terroso: accenni di cenere e di cioccolato amaro non modifica la palette dei colori di una stout "nera", precisa e definita. L'acidità dei malti scuri è solo accennata, i luppoli supportano le tostature ripulendo bene il palato e regalando un finale amaro abbastanza secco e delicatamente riscaldato dall'alcool.
Ogni cosa è al posto giusto in questa stout davvero ben fatta che si lascia bere con grande soddisfazione: una collaborazione ben riuscita che vale la pena d'andare a cercare.
Formato 50 cl., alc. 6.5%, lotto 7216, scad. 28/02/2019.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 20 giugno 2018

DALLA CANTINA: BFM Abbaye de Saint Bon-Chien 2011

BFM, ovvero Brasserie des Franches Montagnes, fondata nel 1997 dall'eclettico Jérôme Rebetez (classe 1974) a Saignelégier, nella Svizzera occidentale, a pochi passi dal confine francese e dal lago di Neuchatel. Jérôme, allora solamente ventitreenne e con studi di enologia alle spalle, aveva appena vinto un concorso svizzero per homebrewers; pieno di entusiasmo ma privo di soldi, si vede aiutare dalla dea bendata. Vince un premio al programma televisivo svizzero "Le rêve de vos 20 ans" e con i soldi intascati mette in piedi il birrificio; non intende però seguire la tradizione tedesca alla quale si rifanno la maggior parte delle birre bevute in Svizzera. A lui piace sperimentare con ingredienti inusuali e, soprattutto, trasferire le sue conoscenze enologhe in ambito brassicolo. Nel 2009 grazie all’arrivo di un nuovo socio investitore il birrificio è stato trasformato in una Société Anonyme e oggi impiega circa 25 dipendenti: è imminente l’inaugurazione di nuovi locali adiacenti a quelli attuali che permetteranno di aumentare la capacità produttiva, della quale una buona parte è destinata all'export verso gli Stati Uniti. 
Punta di diamante della produzione BFM è la sour ale Abbaye de Saint Bon-Chien: non deve il suo nome alla tradizione monastica ma ad un gatto, ospite fisso in birrificio sino alla sua morte nel 2002. Il suo nome era “buon cane” (Bon Chien) e alla morte è stato santificato con una birra, per l’appunto Saint Bon-Chien. 
Viene prodotta dal 2004 una volta l’anno assemblando con cura il contenuto di numerosi botti: Rebetez ne possiede oggi più di 500 che hanno ospitati diverse varietà di vini e distillati. La classica Abbaye de Saint Bon-Chien viene poi occasionalmente affiancata da edizioni speciali realizzate con il contenuto di una sola botte o dalla versione Grand Cru, un blend fatto con il contenuto di botti speciali come ad esempio rum. L'Abbaye de Saint Bon-Chien del 2005 venne ad esempio realizzata con un blend derivante da una botte ex-grappa, tre di Pinot Noir e sei di Merlot che erano state precedentemente usate per la Saint Bon-Chien del 2004.

La birra.
Grazie all’importante contenuto alcolico (11%) l’ Abbaye de Saint Bon-Chien è una birra che non teme il trascorrere del tempo e che potete tranquillamente dimenticare in cantina per qualche anno. Splendido esempio ne è questo millesimo 2011 del quale però non ho trovato informazioni sul processo produttivo.
A sette anni dalla messa in bottiglia si presenta di colore ambrato, opaco e non molto luminoso: la piccola schiuma biancastra che si forma è un po’ grossolana e piuttosto rapida a dissolversi.  L’aroma è splendido, avvolgente, ricco di amarena e marasca, ribes rosso, vino bianco, legno, mela acerba, legno; c’è una controparte dolce che richiama l’albicocca disidratata e il caramello. L’acetico (mela) è fortunatamente molto in secondo piano. Al palato è perfetta: morbida, quasi “piena”,  leggermente oleosa e ancora piuttosto carbonata. La bevuta ripropone l’aroma con identica pulizia ed eleganza: l’asprezza dei frutti rossi è meno evidente e la birra è quasi gently sour, con una componente dolce che chiama in causa vini fortificati, caramello, prugna e frutti di bosco. In sottofondo note legnose e vinose, tannini, un accenno amaricante. L’acetico fa una bellissima virata sul balsamico, la chiusura è secca e riscaldata da una morbida presenza alcolica. 
Complessa, elegante ed intrigante, intensa ma soprattutto emozionante questa Abbaye de Saint Bon-Chien 2011: il tempo sembra quasi non averla scalfita e lei si diverte a regalare diverse sfaccettature al variare della temperatura nel bicchiere. Può rinfrescare o riscaldare, a voi scegliere come berla.
Formato 75 cl., alc. 11%, lotto  2, bottiglia nr. 276, scad. 27/06/2021, pagata 17.00 Euro (foodstore, Svizzera)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 19 giugno 2018

Birra Antoniana IPA

Debutta a giugno 2013 il Birrificio Antoniano di proprietà di Sandro e Michele Vecchiato già fondatori negli anni ’80 di Interbrau, uno dei maggiori distributori di birra sul territorio nazionale.  L’idea di aprire un birrificio era un progetto che i Vecchiato accarezzavano da molto tempo e che si concretizza sotto forma di società agricola: la legge impone che almeno il 51% delle materie prime utilizzate siano autoprodotte, per poter godere dei benefici previsti dalla legge. Il birrificio gestisce infatti direttamente la coltivazione dell'orzo in più di 90 ettari di terreno nel Nordest d'Italia.
Si parte con una capacità produttiva di 4000 hl annui che viene poi portata, con un cospicuo piano d’investimenti, agli attuali 15.000 grazie ad un impianto Flex-Bräu  da 20 hl. In sala di cottura c’è oggi l’esperto birraio Luciano Masocco:  nonostante le dimensioni ancora modeste, ai termini di legge il Birrificio Antoniano non può tuttavia considerarsi “artigianale” in quanto ricorre a tecniche industriali (pastorizzazione e/o microfiltrazione). 
Le birre sono attualmente suddivise in tre gamme: “Le Classiche nascono dalla reinterpretazione italiana della tradizione brassicola internazionale, rendendo omaggio alle bellezze paesaggistiche e naturali dell’Italia, dove arte, gusto e cultura si fondono; Le Valoriali esaltano le materie prime (…)  e di questa gamma fanno parte le “Birre dei Presidi”, nate in stretta collaborazione con Slow Food. Della stessa gamma fa parte Birra Antoniana La Veneta a Km 0, la prima birra ad essere certificata “Km 0” da Coldiretti Veneto”. L’ultima nata è invece la linea Craft, “una gamma nuova dove la tradizione birraria incontra l’estro e la fantasia del birraio”:  IPA e American IPA, Strong Ale, Dubbel e Keller, tutte non filtrate e rifermentate in bottiglia.  Disponibili nel canale Ho.Re.Ca ma anche nella presso la grande distribuzione.

La birra.
Non ci sono molte informazioni in etichetta ma il birrificio la descrive come “delicata dall'accentuato aroma floreale di luppolo. I luppoli, aggiunti in  fase di Whirpool,  le conferiscono un aroma persistente e piacevole, con note agrumate e speziate.  Il finale è piacevole, con note di frutta esotica”. Questa IPA non è tuttavia da confondersi con l’American IPA
Nel bicchiere è piuttosto bella, con un colore appena velato che si colloca tra il dorato e l’arancio: la schiuma è cremosa, compatta e molto persistente. L’aroma non è però altrettanto invitante e poco corrispondente a quanto promesso: qualche nota terrosa e floreale ma con intensità scarsa, quasi inesistente. Le cose vanno fortunatamente un po’ meglio al palato: è una IPA semplice e di vecchia scuola che disegna una bevuta semplice ma con l’alcool (6.7%) che si fa sentire anche più del valore dichiarato. Pane, miele e qualche accenno caramellato hanno il compito di bilanciare un amaro luppolato intenso ma non particolarmente aggraziato, resinoso e terroso; c’è qualche remota suggestione di frutta a pasta gialla. Non ci sono difetti e off-flavors ma la bevuta è piuttosto monocorde e noiosa, poco definita e caratterizzata da una scarsa secchezza. La bevibilità inevitabilmente ne risente e non procede a passo spedito. 
Dalla sua ha il prezzo: sei euro al litro sono (purtroppo) quasi una manna per i tempi che corrono. Ma alla domanda fondamentale “la ricompreresti?”  la mia risposta sarebbe negativa: le alternative sugli scaffali del supermercato ormai non mancano, italiane ed estere. Ed è doveroso aspettarsi di più da birre che non hanno attraversato l'oceano per arrivare a noi. 
Formato 33 cl., alc. 6.7%, IBU 44, lotto 2018 13, scad. 11/04/2019, prezzo 1,99 Euro (supermercato).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 18 giugno 2018

Au Baron / Jester King Noblesse Oblige

La Brasserie Au Baron si trova in Francia a Gussignies (Nord-Passo di Calais) ma il confine con il Belgio è letteralmente a poche decine di metri. E’ qui che Alain Bailleux ha finalmente realizzato il sogno di famiglia, possedere un microbirrificio. Ci aveva già provato il padre Roger, impiegato prima presso il birrificio belga Cavenaile e poi in giro per il mondo come tecnico per una multinazionale: nel suo lavoro vedeva spesso piccoli birrifici chiudere dopo essere stati acquistati dai grandi marchi. 
Non è riuscito a concretizzare il suo sogno di aprirne uno, ma a quello ci ha pensato il figlio Alain. Diplomato in chimica, acquista una casa di campagna nel villaggio di Gussignies: a pochi metri di distanza c’è un’ estaminet, un café  chiamato Au Baron il cui proprietario, ormai anziano, vuole vendere. Nel 1973 avviene il passaggio di consegne ma c’è un problema: per mantenere i permessi e le licenze il locale non dev’essere chiuso e quindi per alcuni anni  Alain Bailleux alterna al suo lavoro di chimico a quello di “barista” nei weekend. Inizialmente ai clienti vengono servite solo bevande, poi anche qualche snack e i primi piatti caldi: nel 1982 decide di trasformare l’attività in un vero e proprio ristorante che, nel giugno del 1989, viene affiancato dal microbirrificio Brasserie Bailleux, in seguito rinominato Brasserie Au Baron. 
A quasi trent’anni dall’apertura non è cambiato molto a Gussignies: si continuano a produrre le stesse sette-otto birre (con piccoli aggiustamenti a seconda della reperibilità delle materie prime) e l’80% della produzione è destinata al mercato locale. Al birrificio lavorano quattro persone, al ristorante altre nove. Il carattere “autentico” e rustico delle birre di Bailleux non è sfuggito all’importatore americano Shelton Brothers che ha iniziato a distribuirle negli Stati Uniti e nel 2015 il birrificio ha aumentato la propria capacità portandola da 1700 e 2500 ettolitri l’anno. Il ristorante è aperto tutti i giorni escluso il martedì nei mesi di giugno, luglio e agosto; nei restanti mesi dell’anno solamente da venerdì’ a domenica. 
Ricordo ancora con grande piacere la saison/bière de garde della casa, chiamata Cuvée des Jonquilles, un oasi di pace tra numerose birre imbevibili incontrate nel corso di una vacanza nel nord della Francia di otto anni fa.

La birra.
La Brasserie Au Baron si mantiene ben lontano dalle mode, dal marketing e da tutto quello di artificioso che circonda oggi la birra “artigianale”. E’ quindi quasi una sorpresa scoprirlo protagonista di una collaborazione con i texani di Jester King, birrificio specializzato in farmhouse ales e lieviti selvaggi che ama la tradizione belga ma che, volente o nolente, deve sottostare alle tendenze del mercato americano e accogliere, di tanto in tanto, centinaia di persone che si mettono in fila per acquistare alcune delle birre più famose. 
Noblesse Oblige è il nome scelto per una saison/bière de garde (4.7%) la cui ricetta prevede malti Pilsner e Monaco, miele, luppoli Brewers Gold, Sorachi Ace, Cascade e Simcoe, questi ultimi tre portati evidentemente in dote dagli Stati Uniti.  La birra viene prodotta nel 2016. Il suo colore è dorato e movimentato da piccole particelle di lievito in sospensione; un leggero gushing movimenta un po’ lo stappo, mentre l’esuberante schiuma pannosa sembra non voler mai scomparire.  Il miele indicato tra gli ingredienti  si fa sentire subito al naso ed è accompagnato da un bel bouquet rustico: profumi floreali, di paglia, pane e cereali, accenni di frutta a pasta gialla e agrumi. Non c’è molta intensità ma l’aroma è molto gradevole.  Le bollicine sono un po’ troppo aggressive anche per una saison, ma basta aver un po’ di pazienza per godere di una bière de garde ruspante il cui gusto mostra una corrispondenza quasi perfetta con l’aroma. Pane e miele, lievi accenni di frutta a pasta gialla, una delicata speziatura e una virata amara finale abbastanza decisa, anche se breve: alla scorza di agrumi s’aggiungono note terrose. Tutta la bevuta è attraversata da una bella acidità  e il risultato una birra solare, scorrevolissima, secca, rinfrescante e dissetante.  Semplice ma autentica, rustica, con piacevoli imprecisioni ed ellissi che in questo caso rappresentano un valore aggiunto e non un difetto: ciò vale anche per il contributo dei luppoli americani a due anni della messa in bottiglia. Anche questo rientra nei parametri dello stile. Quando stappo una saison vorrei sempre trovarci dentro un pezzo di campagna, e qui non manca. 
Formato 75 cl., alco. 4.7%, scad. 31/12/2018, prezzo indicativo 9.00-10.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 15 giugno 2018

Central Waters Brewer's Reserve Bourbon Barrel Stout

Del birrificio del Wisconsin Central Waters avevamo rapidamente parlato in questa occasione:  Rift IPA e Satin Solitude Imperial Stout le due birre assaggiate. Il birrificio nasce nel 1997 a Junction City, duecento chilometri a nord ovest di Milwaukee: lo fondano gli amici Mike McElwain e Jerome Ebel  adattando un vecchio impianto di un caseificio in uno stabile che nel 1920 ospitava un concessionario della mitica Ford Model A.  I soldi a disposizione erano pochi e il fai-da-te”era la parola d’ordine: l’impianto fu assemblato dai soci fondatori, inclusi collegamenti idraulici ed elettrici, e le birre venivano auto-distribuite nel Wisconsin. 
Paul Graham era  a quel tempo ancora un homebrewer e venne inizialmente chiamato a dare una mano part-time in birrificio, ma dopo sei mesi era già lui a gestire tutta la fase produttiva.  Per crescere c’era però bisogno di finanziamenti: ottenuto credito dalle banche, nel 2003  Paul Graham e il socio Anello Mollica rilevano il birrificio dai due fondatori. Nel 2007 avviene il trasloco nella location attuale di Amherst dove viene messo in funzione un nuovo impianto dalla capacità di 17 ettolitri barili che nel 2016 è stato sostituito con uno da 60; attualmente la produzione è di circa 18.000 ettolitri l’anno.   
Il mutuo viene ripagato grazie alle vendite delle birre “quotidiane” (la più venduta è la Mudpuppy Porter), ma la novità principale introdotta da Graham è l’inizio degli invecchiamenti in botte; oggi le birre barricate racchiuse nella gamma “Brewer’s Reserve” hanno raggiunto il 30% della produzione e aumentato i margini di profitto. “Le prime due botti usate – ricorda Graham – le acquistammo con 25 dollari. Consegnammo una busta con 50 dollari ad un autista di camion diretto in Kentucky che passava di qua per caso e lui ci portò le botti. Oggi per comprarne una ce ne vogliono 190”! Central Waters è attualmente uno dei birrifici americani, dietro a  Goose Island, New Holland, Firestone Walker e Founders, che possiede il maggior numero di botti usate. 
Le botti hanno anche contribuito a creare un po’ di “hype” attorno al nome Central Waters, cosa che negli Stati Uniti non deve mai mancare. Ogni anno, alla fine di gennaio, centinaia di persone sfidano il freddo del Wisconsin  per accaparrarsi qualche bottiglia della birra con la quale il birrificio festeggia il proprio compleanno, solitamente una imperial stout invecchiata in botti ex bourbon. Nel 2016 è andata esaurita in poche ore la Ardea Insignis, una imperial stout invecchiata per tre anni in botti che avevano ospitato per 25 anni bourbon: la potete ancora trovare sul mercato secondario alla modica cifra di 300 dollari.

La birra.
Se non capitate nel periodo in cui vengono messe in vendita, ovvero nei mesi più freddi dell’anno, può diventare abbastanza difficile reperire negli Stati Uniti una delle imperial stout invecchiate in botti di bourbon di Central Waters. Per fortuna qualcuna è inaspettatamente arrivata anche dalle nostre parti nei mesi scorsi.  Parliamo della Brewer's Reserve Bourbon Barrel Stout che il birrificio del Winsconsin mette in vendita una volta l’anno, nel caso specifico a novembre 2017. 
Si veste di un bell’ebano scuro e forma una piccola testa di schiuma cremosa e compatta che ha una discreta persistenza. Al naso pulizia ed eleganza non mancano e il bouquet olfattivo è notevole: il bourbon traina un carico di uvetta e prugna, fruit cake, frutti di bosco. In secondo piano ci sono note di vaniglia e cocco, accenni di cioccolato, legno.  La gradazione alcolica non è riportata in etichetta ma dovrebbe corrispondere al 10.5%: a supportarla c’è tuttavia un mouthfeel abbastanza leggero che avvantaggia la scorrevolezza ma lascia qualche rimpianto per quel che riguarda la densità. E’ questo l’unico appunto che mi sento di fare ad una imperial stout molto ben eseguita, pulita e intensa, nella quale il gusto risulta tuttavia un po’ meno profondo e complesso rispetto all’aroma. Del “nero” di una stout in verità non ci sono molte tracce e la bevuta è marcata dal calore del bourbon e  della frutta sotto spirito: ciliegia, prugna, uvetta. Ad asciugare il dolce ci pensa la componente etilica e un finale abbastanza secco nel quale emerge una netta nota legnosa. Sul taccuino bisogna annotare anche la vaniglia e, in fondo in fondo, un ricordo di cioccolato. 
E’ un po’ leggerina di corpo ma è una imperial stout molto ben fatta e raffinata questa Brewer's Reserve Bourbon Barrel Stout di Central Waters: perfetta per i  gelidi inverni del Midwest americano.
Formato 35.5 cl., alc. 10.5% (?), IBU 48, lotto 29017, prezzo indicativo 7.00-8.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 14 giugno 2018

CRAK Guerrilla Celebration 2018 NEIPA

Terzo cambio d’abito, anche se questa volta temporaneo, per la Guerrilla IPA del birrificio padovano CRAK.  Nel 2013 faceva il suo esordio “rivoluzionario” con la beerfirm Olmo che la descriveva come “una bionda luppolata da assalto, artigianale non filtrata nè pastorizzata che esorta a combattere l’iniquità della giustizia. E’ intollerante verso i politici che tramano intese segrete nel buio del palazzo e che si cuciono addosso il loro diritto su misura. Detesta i giochi pubblicitari delle false industrie che tra giri di parole, false metriche e tattiche verbali ci propinano i loro prodotti al solo fine di arricchire il proprio business. Sazia la sete degli attivisti che si alzano in piedi e rompono le regole del consueto. Le sue armi sono malto e tanto luppolo che, invece di mietere vittime, risvegliano coscienze”. 
Nel passaggio da Olmo (beerfirm) a CR/AK (birrificio) è arrivata la nuova etichetta e la ricetta ha subìto qualche necessario aggiustamento, pur mantenendo gli stessi luppoli: Mosaic, Galaxy e Simcoe. Meno amaro e più frutta tropicale: “le sue armi sono malto ed un’invasione di luppoli americani, Simcoe e Mosaic, e l’ australiano Galaxy che le donano uno spiccato aroma tropicale, mango, ananas e pompelmo su tutti”.  E Guerrilla è stata la protagonista della festa per  il terzo compleanno di Crak che si è tenuta alla fine di maggio al Parco Fenice di Padova: nei due giorni della Woodscrak Guerrilla Celebration una ventina di birrifici italiani e stranieri hanno animato un evento arricchito da musica live, offerta culinaria e possibilità di piantare letteralmente le tende per la notte. Questi i protagonisti delle spine: Beavertown, Birra Mastino,  Birrificio Italiano, Brasserie du Mont Saleve, Brekeriet, BrewFist, Brewski, Cerveja Letra, Extraomnes, Fox Farm, Fyne Ales, Garage Beer, Hammer, Jester King, Lervig,  Magic Rock, Mean Sardine, MØM Brewers, Other Half, Sleeping Village, Vento Forte.

La birra.
Per l’occasione la Guerrilla si è vestita di nuovo non una ma ben sei volte: sei infatti le differenti etichette con cui è stata commercializzata l’edizione Celebratrion NEIPA 2018.  “Lotta per ciò in cui credi, tutti possono e devono farlo! Per questa versione abbiamo pensato non ad una ma a sei vesti grafiche, ognuna con un diverso pugno Guerrilla in primo piano, per sottolineare ancora una volta che Guerrilla è per tutti.” Nella lattina il contenuto è invece lo stesso: si tratta di una versione New England della Guerrilla, con lievito Vermont ed un  massiccio Double Dry Hopping di Citra ad affiancare i luppoli tradizionali Mosaic, Galaxy e Simcoe. 
Nel bicchiere è di colore arancio pallido, opalescente ma non torbido da sembrare un succo di frutta: la schiuma un po’ scomposta ha una discreta persistenza. A dare il benvenuto c’è un aroma molto intenso e ricco di mango e ananas, pesca, arancia e pompelmo: in secondo piano qualche profumo “dank” ma anche qualche leggero odore meno nobile che richiama il vegetale e l’aglio.  Pulizia ed eleganza, come non di rado accade quando ci si cimenta col New England, non sono impeccabili. Il mouthfeel richiama le caratteristiche delle NEIPA senza tuttavia estremizzarle: c’è una leggera morbidezza, una delicata sensazione “chewy” che non influisce in maniera negativa sulla facilità di bevuta. Anche il fruttato (l’asse mango-ananas-pesca) non è esasperato e ciò sarà apprezzato da chi non ama molto le “juicy”; si chiude con un amaro dank/resinoso di breve durata ma buona intensità: non c’è il tanto temuto “grattare” in gola del pellet/vegetale ma ci andiamo vicino.  Il “problema” (virgolette obbligatorie) di questa lattina si chiama invece alcool, percepibile ben oltre quel  7.5% dichiarato in etichetta e più consono a una Double IPA: la bevibilità ne soffre e la componente etilica si fa sentire dall’inizio alla fine, riscaldando quello che di fatto è un succo di frutta. Non so voi, ma io un succo di frutta lo preferisco fresco e non ”caldo”. 
Bene ma non benissimo la Guerrilla Celebration 2018 NEIPA: qualche imprecisione di troppo e  qualche spigolo dovuto allo stile scelto che, se non viene eseguito con maestria, inevitabilmente scopre sempre qualche tasto dolente.
Formato 40 cl., alc. 7.5%, imbott. 17/05/2018, scad. 17/10/2018, prezzo indicativo 6.00 euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 13 giugno 2018

Cervisiam S'Morbidly Obese

La beerfirm norvegese Cervisiam l’avevamo già incontrata a Natale: fondarla sono tre homebrewers, Pushkin Hama, Shea Martinson e Martin Borander.    Dopo alcuni anni passati a trafficare con le pentole in casa, all'inizio del 2013 installano nel garage di Martin, nella periferia di Oslo, un impianto Braumeister da cento litri. Con il nome di Brewmance partecipano a numerosi concorsi per homebrewer, vincendone alcuni: uno dei premi in palio è la possibilità di produrre una birra su di un impianto professionale e i tre ragazzi realizzano la loro Citrus Lager (aromatizzata con lemon grass e scorza d'arancia) alla Crow Bryggeri di Oslo. I mille litri che vanno esauriti in tre settimane sono la molla che fa scattare in loro la decisione di entrare nel mondo dei professionisti con la beerfirm Cervisiam. 
Inizialmente si appoggiano al birrificio Ego, cento chilometri a sud di Oslo, per poi spostarsi alla Arendals e alla Amundsen, dove viene tutt'oggi prodotta la maggior parte delle birre.  Anziché dotarsi d'impianti di proprietà, i Cervisiam hanno preferito concentrarsi su marketing e distribuzione e, soprattutto,  sull'apertura del locale Oculus a Oslo, un pub con venti spine la maggior parte delle quali riservate alle proprie birre e una buona selezione di bottiglie provenienti da tutto il mondo. 
IPA, Double IPA e Imperial Stout sono ancora gli stili prediletti da una certa fascia di consumatori e Cervisiam ha scelto di battere il chiodo finche è caldo: le “pastry stout”  (Omnipollo docet) vanno forte sul mercato scandinavo e ad Oslo non stanno con le mani in mano.

La birra.
All’interno del variegato mondo delle “pastry stout” si sta facendo lentamente strada la sub-categoria delle “s’more stout”. Si tratta di birre ispirate da  un dolce tradizionale di Stati Uniti e Canada nonché delizia di ogni campeggiatore: un marshmallow arrostito con uno stecchino su di un falò,  poi tolto e infilato dentro due graham crackers assieme ad un pezzetto di cioccolata.   Ne avevamo già assaggiata l’interpretazione liquida fatta dal birrificio Pipeworks, vediamo ora quella norvegese chiamata S'Morbidly Obese. 
All’aspetto è quasi nera, la schiuma è cremosa e compatta ed ha una (sorprendente) buona persistenza. Ammetto di essere un po’ prevenuto, di non amare alla follia questo tipo di birre e non andrò quindi a cercare in lei particolari finezze: i profumi ricordano un po’ quello di uno dei tanti snack industriali, ricchi di cioccolato al latte, marshmallow, toffee e caramella mou, biscotto. Mi viene in mente la barretta Mars, non fosse per una leggerissima nota affumicata che sconfina però un po’ nella plastica. Indubbiamente goduriosa è la sensazione palatale:  è una birra molto densa e viscosa, con poche bollicine, che avvolge il palato come fosse una tazza di cioccolata calda. Anche il gusto è un po’ artificioso ma  per il genere devo riconoscere d’aver visto ben di peggio. La bevuta è una piccola orgia di caramella mou, cioccolato al latte, biscotto e marshmallow, ma rimane tuttavia in sottofondo una parvenza di birra. L’alcool (10%) riscalda senza eccessi e nel finale c’è quell’amaro necessario (più luppolo che malti tostati) a bilanciare asciugando il dolce e a ripulire il palato. Nel retrogusto un po’ di frutta sotto spirito, cioccolato,  caramello e marshmallow. 
Se vi piace il genere, questa S'Morbidly Obese mi sembra proprio ben fatta e “finta “ quanto basta per divertire chi ha il bicchiere in mano: un giochino, uno scherzetto, una birra dessert, chiamatela come volete.  A tutti gli altri credo basteranno un paio di sorsi prima di dire “basta, grazie”.
Formato 33 cl., alc. 10%, lotto AB074?, scad. 21/08/2018, prezzo indicativo 6.00-7.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 12 giugno 2018

[Le birre rivisitate] De Ranke XX Bitter

Torniamo a parlare di “birre rivisitate”, ovvero di quei classici che a volte mettiamo un po' in disparte perché troppo impegnati a correre dietro alle novità. La birra di oggi è un pezzo di storia del Belgio moderno: parliamo della XX Bitter del birrificio De Ranke, nata nel 1997 e antesignana di  tutte quelle Belgian Ale molto luppolate (qualcuno parla anche di Belgian IPA) che oggi stanno incontrando i favori del pubblico. Ammetto di non berla da un po’ di tempo anche se non da quel 2010 in cui la birra fu presentata sul blog.
Come riporta Berebirra citando una vecchia di Mobi, la XX Bitter fu ispirata dalla Verdraagzaam  (“troppo amaro”), birra del birrificio Steedje che chiuse i battenti nel 1999. Nino Bacelle e Guido Devos vollero portare l’amaro di quella birra all’estremo e per lo scopo utilizzarono coni di luppolo Brewers Gold e Hallertau Hersbrucker. “Quando la lanciammo  alla fine del 1996  - ricorda Nino   -    molti colleghi ci dissero: "è la classica birra che piace ad un birraio, mi piace, ma non penso possiate riuscire a venderla al pubblico". 
Le cose sono però andate in maniera diversa: la XX Bitter ha contribuito in maniera determinante al successo di De Ranke e ha dato seguito a numerosi tentativi d’ispirazione, se non d’imitazione. “E’ la nostra birra più famosa e, anche se non è più la birra belga con il maggior numero di IBU, è ancora quella più amara al gusto. Le altre birre sono delle specie di IPA con maggior contenuto alcolico e una maggior componente zuccherina per bilanciare l’amato del luppolo in pellet”. 
Nel 2013 l’importatore americano Shelton Brothers chiese al birrificio belga di alzare ulteriormente l’asticella a nacque la XXX Bitter: 50% di luppolo in più per elevare gli IBU da 65 a 70 e, soprattutto, darle un profilo aromatico più intenso. 

La birra.
Ritrovo la XX Bitter oggi con una veste grafica leggermente rinnovata, mentre il suo colore è dorato e leggermente velato; la schiuma pannosa. fine e compatta fa una buona persistenza. Sin dall’aroma non ci sono dubbi che questa sia una birra dedicata al luppolo: ci sono intensi profumi speziati e floreali, erbacei, terrosi. La finezza non è la caratteristica principale di questa bottiglia e quello che emerge è una carattere quasi rustico e un po’ scorbutico. La sua scorrevolezza è piuttosto buona anche se onestamente la ricordavo un po’ più leggera dal punto di vista tattile: bollicine vivaci quando basta le donano una bella vitalità. La festa del luppolo continua anche al palato, eccezion fatta per il necessario supporto dei malti (pane e miele): la bevuta s’incammina subito sull’amaro erbaceo e terroso, delicatamente speziato ma anche ruvido. L’intensità dell’amaro tende progressivamente ad opprimere il mio palato:  questa bottiglia manca un po’ di quella componente fruttata che ricordavo esserci, sebbene non in primo piano.  Il risultato è una birra carica di verde, non del tutto sbilanciata ma un po’ troppo monotematica: la bevibilità è giocoforza ridotta anche se l’alcool è ben nascosto e la bottiglia  rimane tuttavia godibile. 
E’ cambiata lei o è cambiato il mio palato? Non la conoscessi direi che avrebbe paradossalmente bisogno di ammodernarsi un po’ per avvicinarsi magari ad alcuei produzioni di quel birrificio De La Senne che indicò la XX Bitter proprio come una delle proprie muse ispiratrici.
Formato 33 cl., alc. 6%, IBU 65, lotto B155T13, imbott. 11/2017, scad. 30/11/2022, prezzo indicativo 3.50-4.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 11 giugno 2018

Birrificio dell'Aspide: Belle Saison & Gairloch Scotch Ale


Il birrificio dell’Aspide nasce nel 2011 a Roccadaspide, in provincia di Salerno. Alla guida il birraio Vincenzo “Enzo” Serra: è lui stesso a raccontare come la sua avventura nella birra artigianale sia iniziata nel 2002, quando partecipava come espositore (formaggi) al Salone del Gusto. Vicino al proprio stand c’era quello della Real Ale Society con una bella selezione di Real Ales britanniche: birre completamente differenti da quelle industriali che aveva conosciuto sino ad allora. Da quell’incontro all’homebrewing il passo è breve e Serra inizia a fare la birra in casa al ritmo di venti litri al mese, quantità ben presto insufficiente a soddisfare le richieste provenienti da amici e conoscenti.  L’impianto “casalingo” viene lentamente potenziato, raggiunge la capacità di 300 litri e viene pian piano completato con tutti gli altri strumenti necessari: imbottigliatrice, mulino, frigorifero, fermentatori. C’è ormai tutto quello che serve per passare nel mondo dei professionisti. Manca solo la licenza, che arriva a luglio 2011: nell’attesa Serra si reca a Cracovia a seguire un corso di formazione in un birrificio polacco. 
E' l’animale simbolo di Roccadaspide a dare il nome al birrificio di Serra, ma il suo logo è invece un incrocio tra la vipera e il dragone di Cracovia, città d’origine della moglie del birraio, oltre che della sua formazione brassicola. Nel 2015 l’impianto è stato sostituito con uno da 7 ettolitri ma  il birraio ha voluto dare continuità al proprio metodo di lavoro rinunciando alla classica caldaia a vapore per mantenere la sala di cottura a fuoco vivo e i tini di fermentazione aperti: la produzione è attualmente di circa 400 ettolitri all’anno. La gamma dell’Aspide è composta da una serie di birre prodotte regolarmente (la Golden Ale Blonde, la Scotch Ale Gairloch, la Belgian Strong Ale Nirvana, la IPA Jurmanita e l’American Pale Ale Fenix, la Belle Saison) affiancate da altre etichette occasionali o stagionali.

Le birre.
Partiamo dalla Belle Saison, una farmhouse ale dedicata all’omonimo ceppo di lievito: non è tuttavia l’unico protagonista di una ricetta molto semplice che dovrebbe prevedere  malto pils, luppolo Hallertau Hersbrucker e, inizialmente, un ceppo di lievito autoctono prelevato dalla buccia di mela cotogna che cresce vicino al birrificio. Il lievito Belle Saison viene aggiunto in un secondo momento, dopo un paio di giorni. La birra ha conquistato il secondo posto nella categoria di riferimento all’ultima edizione di Birra dell’Anno 2018.
Nel bicchiere è solare: sul suo manto dorato, leggermente velato, si forma una generosa schiuma pannosa che è però piuttosto rapida nel dissiparsi. C'è un bel naso fresco e pulito, ricco di pepe e coriandolo, fiori bianchi, scorza d'arancia, zucchero candito e biscotto. Le bollicine non devono mai mancare in una saison ma in questo caso ce ne sono davvero troppe: bisogna avere un po' di pazienza per placare la loro aggressività. La bevuta mi sembra un po' meno espressiva rispetto al naso, anche se ne ripropone buona parte degli elementi. Crosta di pane, un tocco di miele, un rapido passaggio di frutta a pasta gialla, un accenno di pera prima di un finale abbastanza secco. C'è una discreta acidità che porta una ventata di fresco e riesce a contrastare un leggero residuo zuccherino che avvolge un po' il palato. Un amaro terroso, discreto e delicato, chiude un percorso che vede un ritorno dolce e maltato nel retrogusto. E' una saison piacevole e gradevole da bere che tuttavia trovo un po' troppo carente in quella che dovrebbe invece essere la sua caratteristica principale: essere ruspante, rustica, bucolica. 

E’ dedicata all’omonima cittadina costiera delle Highlands, la Scotch Ale della casa che si presenta di color ambrato piuttosto carico e velato con belle venature rosso rubino; la schiuma è compatta e cremosa ma non molto persistente. Al naso c’è una bella pulizia che permette d’apprezzare i profumi di ciliegia e prugna, caramello e biscotto, uvetta e mela. E' una Scotch Ale che vuole privilegiare la bevibilità e non ha nessun interesse nel mostrare anche il più piccolo accenno muscolare: la gradazione alcolica (7%) secondo me però necessiterebbe di un po’ di corpo in più. La bevuta prosegue nella stessa direzione dell’aroma e delinea un percorso pulito e abbastanza preciso che chiama in causa gli stessi elementi aggiungendo anche qualche nota di frutta secca a guscio. Il dolce viene bilanciato da una bella attenuazione e non c’è praticamente amaro: l’alcool è appena accennato e favorisce la facilità di bevuta e riscalda forse in maniera un po’ troppo timida.  Gli esteri fruttati sono molto in evidenza e personalmente avrei gradito maggior equilibrio con la componente maltata: è comunque una Scotch Ale ben fatta e piuttosto gradevole da bere, alla quale manca però un po’ di personalità.
Nel dettaglio:
Belle Saison, 75 cl., alc. 6,2%, lotto 2817, scad. 31/12/2018, prezzo indicativo 9.00 Euro (beershop)  Gairloch, 33 cl., alc. 7,0%, lotto 3117, scad. 11/10/2019, prezzo indicativo 4.50 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 10 giugno 2018

Lagunitas DogTown Pale Ale

1993, 2015 e 2017: sono questi gli anni che hanno fatto la storia di Lagunitas Brewing Company, birrificio fondato nel 1993 da Tony Magee nell'omonima cittadina californiana, una settantina di chilometri a nord di San Francisco. Nel 2015 Magee, che aveva sempre pubblicamente criticato le cessioni di birrifici indipendenti alle multinazionali, vendette il 50% delle azioni alla Heineken per una cifra - si vociferava - di 1 miliardo di dollari. A maggio 2017 il colosso olandese ha completato l'acquisizione rilevando il restante 50%. Magee mantiene il suo ruolo di direttore generale della sezione "craft" di tutto il gruppo Heineken; Lagunitas ha concluso il 2017 superando il milione di ettolitri prodotti ed ha anche acquistato il 50%  di due birrifici artigianali. E in programma ci potrebbe anche essere la costruzione di un birrificio in Europa che andrebbe ad affiancare quelli di Petaluma (California) e di Chicago.
Il primo effetto della vendita ad Heineken è stato ovviamente l'ingresso del marchio Lagunitas nei canali della grande distribuzione, sia negli Stati Uniti che in Europa. A fine 2016 passammo in rassegna le prime tre bottiglie arrivate sugli scaffali dei nostri supermercati: di tanto in tanto dalla California arriva qualche altra etichetta, come la DayTime Session IPA e l'ultima arrivata DogTown Pale Ale.

La birra. 
La DogTown Pale Ale è un importante pezzo di storia di Lagunitas, essendo stata la prima birra prodotta nel lontano 1993, quando Magee si era da poco trasferito dalla cucina di casa ai locali commerciali del Richards Grocery Store di Forest Knolls. Quella che potete bere oggi non è però la stessa birra ma, come racconta il birrificio in etichetta, una nuova versione migliorata e "rinata" nel 2008: "la vecchia sapeva di broccoli e kerosene e la carbonazione ti scioglieva lo stomaco nelle budella". Un tempo chiamata "New DogTown Pale Ale", ha oggi definitivamente perso l'aggettivo "nuova". 
La data di scadenza impressa con il laser sul collo della bottiglia mi fa pensare ad un esemplare nato lo scorso gennaio 2018. Nel bicchiere è dorata, limpida e forma una testa di schiuma cremosa e compatta dall'ottima persistenza. L'aroma è pulito ed ha una buona intensità: a quasi sei mesi dalla messa in bottiglia non si può parlare di freschezza ma i profumi sono comunque ancora accettabili e gradevoli: note floreali, aghi di pino, frutta tropicale, pesca e pompelmo si mescolano a quel dank tipico della West Coast. E' una Pale Ale che al palato scorre bene pur mostrando qualche muscolo: se in etichetta ci fosse scritto IPA, in pochi avrebbero qualcosa da obiettare. Il gusto riprende il percorso dell'aroma con un bell'equilibrio e una bella intensità: alle note maltate di pane e miele il compito di sorreggere la generosa luppolatura che si esprime prima con un tocco di frutta tropicale e poi con un bel finale amaro, resinoso e pungente, dank.  E' ancora in buona forma questa bottiglia di DogTown che - parliamo di 8 euro al litro, promozioni escluse - rappresenta un'ottima risorsa sugli scaffali del supermercato. Profumata e pulita, intensa, amara ma bilanciata: la trovo in condizioni ancora accettabili e se non cercate in lei l'espressione massima della freschezza ne ricaverete ben più di una soddisfazione.
Formato 35.5 cl., alc. 6.2%, IBU 62, lotto 2574 1848, scad, 23/01/2019, prezzo indicativo 2.49 Euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.