venerdì 9 novembre 2018

DALLA CANTINA: Maredsous 8 (2010)

L’abbazia benedettina di Maredsous fu fondata nel 1872  a Deneé,  25 chilometri a sud di Namur: lo spettacolare edificio fu commissionato all’architetto Jean-Baptiste Béthune, massimo esponente del neogotico belga, dalla famiglia Desclée che ne finanziò la costruzione. Al suo interno vivono oggi una trentina di monaci; non vi è più in funzione un birrificio ma i monaci utilizzano ugualmente la birra come fonti di sostentamento per le proprie attività. Nel 1963, dopo essere consultati con l’Università di Lovanio, hanno concesso la licenza di produrre le proprie ricette al birrificio Duvel Moortgat: Blond (6%), Bruin (8%) e, a partire dal 1990, la  Tripel (10%).  
Parliamo oggi della scura Bruin/Brune che avevamo già incontrato sette anni fa; invecchiare una birra comporta quasi sempre più rischi che certezze, soprattutto se si esce dal quel perimetro di sicurezza costituito da quelle relativamente poche etichette che sappiamo essere in grado di affrontare il tempo regalando delle piacevoli soddisfazioni.  La Maredsous Bruin non è tra queste ma ho voluto ugualmente tentare la sorte, trattandosi di una birra che in teoria avrebbe alcune delle caratteristiche giuste per essere dimenticata in cantina, almeno secondo il manuale d’invecchiamento Vintage Beer di Patrick Dawson: colore scuro, gradazione alcolica sostenuta (8%), rifermentata in bottiglia.

La birra.
Dopo otto anni passati in bottiglia la Maredsous 8 si presenta visivamente ancora in splendida forma; la sua classica “tonaca di frate” è luminosa ed accesa da riflessi rossastri, la schiuma è ancora generosa, compatta e mostra una buona ritenzione. L’aroma ha perso in eleganza ma è ancora intenso, anche se gli esteri “sparano” un po’ troppo alle narici: dominano le note dolci della melassa e dello sciroppo di ciliegia, ci sono suggestioni di fragola e di uvetta, datteri, frutta secca a guscio, biscotto. 
Al palato risulta ancora molto carbonata ma il corpo ha inevitabilmente perduto un po’ di smalto e mostra qualche segno di cedimento. Il gusto è però molto meno interessante dell’aroma e, soprattutto, assai meno intenso: ci sono tracce di caramello, prugna e uvetta, un sciroppo dolce che richiama - fortunatamente in tono minore  - l’aroma. La bevuta parte dolce e poi si asciuga improvvisamente terminando con una fastidiosa astringenza; le bollicine sono troppo in evidenza e la birra non risulta particolarmente piacevole. Non c’è profondità e, in questo caso, gli anni passati in cantina non hanno apportato nulla di positivo, anzi. Esperimento fallito, almeno per il momento.
Formato 33 cl., alc. 8%, lotto 411, scad. 06/2013 (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 8 novembre 2018

Mastino Teodorico Baltic Porter

Debutta sul blog solamente oggi, con colpevole ritardo, il birrificio veronese Mastino che è in attività dal dicembre del 2007:  lo fondano i fratelli  Oreste e Mauro Salaorni, entrambi ex-homebrewers,  in un piccolo locale di cinquanta metri quadrati adiacente alla pizzeria di famiglia, “La Fonte” a Mezzane di Sotto. Il nome scelto, in onore della dinastia governò la città di Verona per oltre un secolo, è Birrificio Artigianale Scaligero - Mastino II° e anche le prime birre prodotte riportano i nomi di alcuni componenti di quella importante famiglia: l’impianto Brew Tech da 250 litri è in funzione di giorno mentre la sera i due fratelli operano dietro al bancone della pizzeria dove le birre vengono servite ai tavoli. 
Nel 2013  la sede si sposta una decina di chilometri più a valle, in un ampio capannone della zona industriale di San Martino Buon Albergo, dove viene posizionato il nuovo impianto da 30 ettolitri, con maturato orizzontali Ma il cambiamento più radicale arriva due anni più tardi, nel 2015:  Oreste lascia la società lasciando Mauro a gestire la produzione assieme al nuovo socio Christian Superbi che si occupa della parte commerciale.  Per l’occasione avviene anche il completo restyling della gamma, del logo e delle etichette: arrivano la Helles Cangrande, la Amber Lager Monaco, la Blanche Altaluna, la Pils 1291 e la Ipa Hop.E, affiancate da altre birre stagionali e occasionali. L’aumentata capacità produttiva impone d’adottare nuove strategie produttive e distributive per collocare i circa 2000 ettolitri che vengono attualmente imbottigliati ed infustati: “fino al 2015racconta Mauro - abbiamo prodotto birre molto ricercate, che fondamentalmente piacessero soprattutto a noi. Poi abbiamo cominciato a produrre birre più classiche, ma ben fatte. E riuscirci non è affatto facile”. Ma i riconoscimenti non tardano ad arrivare: quarto posto all’edizione 2017 di Birraio dell’Anno, medaglia d’oro nella sua categoria alla Pils 1291 a Birra dell’Anno 2017 e alcune “menzioni d’onore” all’edizione 2018.

La birra.
A Teodorico, re ostrogoto che a lungo risiedette a Verona, il birrificio Mastino dedica la propria Baltic Porter, prodotta con il metodo della decozione e con aggiunta di melata di bosco di produzione locale, luppoli  Magnum e Mittelfrueh: non rivelato il parterre dei malti. 
Il suo colore è un bell’ebano impreziosito da venature rossastre, quasi limpido: la schiuma, cremosa e compatta, ha un’ottima ritenzione. Toffee, pan di spagna, pane nero, miele, uvetta e prugna danno forma ad un aroma caldo e avvolgente, pulito e intenso. La sensazione palatale è morbida e la bevuta non presenta difficoltà, anche se il tenore alcolico è abbastanza elevato (9%). Il gusto ripropone gli stessi elementi dell’aroma ma lo fa con meno precisione: la bevuta è comunque piacevole nonostante i singoli elementi non emergano in maniera definita. Al dolce di miele, toffee e della frutta sotto spirito si contrappone un amaro delicato terroso e di frutta secca a guscio, leggermente tostato al punto da offrire qualche suggestione di caffè. L’alcool rimane in sottofondo riscaldando con giudizio ogni sorso ed è un piacere passare l’intera serata in compagnia di Teodorico. Il livello è buono, con maggior pulizia e definizione in bocca si farebbe davvero un grosso salto in avanti. 
Formato 33 cl., alc. 9%, IBU 27, lotto 1011-17A3 , scad, 15/04/2020, prezzo indicativo 4.00 euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 7 novembre 2018

Kinnegar Big Bunny

Kinnegar Brewing nasce nel 2011 a Rathmullan, contea di Donegal, all’estremità settentrionale dell’Irlanda. A fondarla Rick LeVert assieme alla moglie Libby Carton: Rick, americano nato a Boston, è residente in Irlanda da oltre vent’anni dove ha lavorato nel campo di design, marketing e comunicazione. Non ha nessuna esperienza in campo brassicolo se non qualche esperimento casalingo che rapidamente evolve in qualcosa di più grande; nel 2011 mette in funzione un mini impianto da 50 litri sul quale nascono le prime ricette, la Pale Ale Limeburner e l’Amber Ale Devil's Backbone. Nel frattempo si reca a seguire alcuni corsi di formazione alla UC Davis in California e al VLB - Versuchs und Lehranstalt für Brauerei di Berlino. 
E’ solamente nel 2013 che Kinnegar (il nome deriva da una della spiagge della zona) fa il suo debutto commerciale con un nuovo impianto da dieci ettolitri  utilizzato sino alla fine del 2016 quando il birrificio ha completamente saturato la sua capacità di 4000 ettolitri l’anno. Un piano di espansione da un milione di sterline consente di realizzare il nuovo birrificio da 35 ettolitri di Letterkenny, ad una ventina di chilometri di distanza, che permette quindi di triplicare la capacità.  “Volevamo restare a Rathmullan ma avremmo dovuto aspettare dai 18 ai 24 mesi per avere tutte le autorizzazioni e il nostro business non poteva permetterselo; non volevamo continuare a produrre birra dalle quattro del mattino sino a mezzanotte”.  
Sull’impianto che entra in funzione nella primavera del 2017 vengono realizzate quattro birre disponibili tutto l’anno affiancate da produzioni stagionali e occasionali: le prime sono la Scraggy Bay Golden Ale, La Rustbucket Rye Ale, la Yannaroddy Porter al cocco e l’American IPA Crossroads. Lo scorso giugno sono arrivate anche le lattine, formato utilizzato per le birre stagionali/speciali e per tutte quelle che vengono esportate all’estero: quelle in produzione tutto l’anno, reperibili anche nei supermercati irlandesi, continuano ad essere imbottigliate.  
“Spesso la gente pensa che la birra artigianale abbia un elevato contenuto alcolico dice  Rick   – e anche se non è vero questo potrebbe creare degli ostacoli. Noi vogliamo che le nostre birre siano accessibili, che la gente possa berne due o tre senza accusare il colpo; sono un mix d’influenze americane, europee ed irlandesi. Esportiamo anche in Europa ma un microbirrificio può resistere solo se ha una forte presenza locale”.

La birra.
Big Bunny (6%) è una delle molte produzioni occasionali di Kinnegar, una New England IPA che ha debuttato nella primavera del 2017 ed è poi stata replicata anche quest’anno: per un birraio nato a Boston, era forse inevitabile confrontarsi con lo stile più in voga tra i beergeeks. Il coniglio è simbolo del birrificio e lo slogan “follow the hops”  ovviamente non si riferisce solo ai salti dell’animale ma soprattutto ai luppoli.  Non sono stati rivelati quelli utilizzati per questa NEIPA ma Kinnegar promette una birra “succosa” e una sensazione palatale cremosa. 
Il suo colore dorato/arancio pallido è opalescente senza raggiungere le fangose torbidità di alcune interpretazioni dello stile. Apro questa lattina nata lo scorso luglio con qualche mese di colpevole ritardo e l’intensità dell’aroma inevitabilmente ne risente: non c’è esplosività ma i profumi sono eleganti e gradevoli. Cedro, limone, bergamotto e lime sono protagonisti, in sottofondo si scorgono tracce di frutta tropicale. Il mouthfeel è leggermente cremoso e non provoca nessun intoppo ad una scorrevolezza che è davvero eccellente. Il gusto replica l’aroma con buona fedeltà disegnando un percorso dominato dagli agrumi, supportati dalla discreta presenza di pane e frutta tropicale; il finale è secco e moderatamente amaro, resina e scorza d’agrumi si dividono il compito quasi a metà. L’alcool non è pervenuto.  Kinnegar realizza una “East Coast Style IPA” con criterio e raziocinio: equilibrio e pulizia, nessun estremismo o voglia di strafare: nella bicchiere c’è una birra fruttata e non un succo di frutta.  Il risultato pecca un po’ di personalità  ma è comunque molto piacevole e questo basta e avanza.
Formato 44 cl., alc. 6%, lotto 10/07/2018, scad. 03/2019, pagata 3.75 euro (beershop, Irlanda)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 6 novembre 2018

Lervig Toasted Maple Stout

E’ sempre un piacere ospitare sul blog il birrificio norvegese Lervig guidato dall’instancabile birraio americano Mike Murphy; qui trovate tutte le birre assaggiate negli anni scorsi. Nel 2017 Lervig aveva lanciato circa 35 nuove birre, una ogni 10 giorni, e la tendenza nel 2018 è leggermente in calo, visto che siamo  attualmente fermi a 22 : “facciamo tanti nuovi prodotti e il nostro ufficio vendite non riesce a tenere il passo – ci scherza sopra Mike  - Una birra nuova significa un codice a barre nuovo, un codice prodotto, un inserimento a sistema, un illustratore che faccia l’etichetta e informare chi deve poi venderla. Abbiamo lavorato sodo tutta l’estate ma ora stiamo rallentando perché il nostro confezionamento, ora che un dipendente tornato in Inghilterra, è ingolfato”. E ancora:  “un buon birraio deve lavorare sodo, avere passione ed essere fiero di quello che fa: deve sapere cosa gli piace in una birra e attenersi a quello.  Avere un buon palato è assolutamente necessario. Come uno chef, non è molto diverso. Alcuni birrai  sono bravi a fare le birre, altri sono bravi anche se non realizzano personalmente la birra perché sono bravi a comunicare la ricetta alla gente che lavora con loro. In teoria potrei farlo anch’io, e invece sono ancora qui. Se qualcosa si rompe, devo aggiustarla io. Sarei felice se riuscissi a trovare un altro Mike, così potrei fare un passo indietro. Mi sono sempre fatto il culo. Lunghe giornate, finchè non si finisce. Il nostro orario di lavoro è “finchè non si finisce”.  Fare birra non è un lavoro affascinante come si pensa: non è ammirare i tini luccicanti e pensare tutto il giorno alle ricette. La maggior parte consiste nel pulire, sollevare e spostare materiale chimico pericoloso, scaricare camion, avere a che fare con liquidi bollenti e Co2.  Io porto anche fuori la spazzatura.”

La birra.
Non è esattamente una novità 2018 ma poco ci manca: Toasted Maple (Imperial) Stout è arrivata in fusto nel dicembre del 2017, seguita a gennaio dalle lattine adornate dall’etichetta realizzata da Nanna Guldbæk, dal 2017 collaboratrice fissa di Lervig.  La ricetta prevede malti Pilsner, Chocolate e Caramalt, avena, luppolo Aurora, sciroppo d’acero, vaniglia e un tocco di lattosio; abbinamento consigliato da Lervig?  Pancakes. 
Si presenta vestita di nero e la sua piccola testa di schiuma cremosa è piuttosto rapida a dileguarsi. L’aroma restituisce quanto promesso dal nome della birra: sciroppo d’acero e vaniglia compongono un dessert abbastanza intenso ma poco raffinato. In sottofondo si scorgono profumi di cola, liquirizia, caramello. Al palato è leggermente oleosa ma la sua consistenza non è particolarmente impegnativa: meglio così, perché una coltre di catrame dolce sarebbe davvero difficile da digerire. Ammetto di non amare alla follia le “pastry stout”, nelle quali gli ingredienti aggiunti sovrastano completamente la birra anziché semplicemente arricchirla. E questa di Lervig non fa eccezione, sebbene non appaia completamente finta o artificiosa:  è sbilanciata sul dolce ma non è fuori controllo. E' tuttavia  una di quelle birre che dopo qualche sorso ti fanno venir voglia di staccare la spina e bere qualcos’altro.  Caramello, sciroppo d’acero e vaniglia annaffiano uvetta e prugna, l’alcool (12%) è nascosto bene e riscalda senza esagerare; quel poco d’amaro che c’è  proviene dal luppolo e non dalle tostature dei malti. Finezza ed eleganza non sono ovviamente la sua caratteristica principale, nel bicchiere non c’è una gran profondità ma se siete amanti del genere probabilmente l’apprezzerete perché non è affatto cattiva, anzi. Per tutti gli altri, il consiglio è di trovare qualcuno con cui almeno smezzare la lattina. 
Formato 33 cl., alc. 12%, IBU 55, lotto 08/01/2018, scad. 08/01/2023, prezzo indicativo 6.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 5 novembre 2018

Odell Settle Down Brown

E’ Doug Odell a fondare assieme alla moglie Wynne ed alla sorella Corkie la Odell Brewing Company a Fort Collins, Colorado, nel 1989: l'avevamo incontrata cinque anni fa. Homebrewer dal 1975 nella sua cucina di Los Angeles, anno in cui termina il college, Doug  lavora per sei mesi  come pulitore/ragazzo tuttofare alla Anchor Brewing  mentre studia all’Università di San Francisco. Terminati gli studi ed ottenuta una seconda laurea a Sonoma, Odell si sposta a Seattle dove incontra Wynne, che sposa nel 1986: lì fa ripetutamente domanda per essere assunto alla Redhook Brewery ma  non ottiene il lavoro: “per fortuna, perché se mi avessero preso probabilmente non sarei dove sono adesso”.  
Nel 1989 si sposta in Colorado per raggiungere la propria sorella e, assieme alla moglie, apre in un ex-granaio alla perifieria di Fort Collins il birrificio Odell che, per sette anni, produrrà solamente birra in fusti che Doug distribuisce personalmente. Il debutto avviene con la Odell Golden Ale seguita a breve distanza  dalla 90 Shilling, una Amber Ale che è ancora oggi la flagship beer del birrificio; nel 1994 avviene il trasferimento nella nuova sede della vicina 800 E. Lincoln Ave, luogo dove Odell si trova ancora oggi.  
Nel 1996 entra finalmente in funzione una linea d’imbottigliamento e, nel 2009, il birrificio affronta una nuova espansione che raddoppia i metri quadrati a disposizione (4200), aggiunge un beergarden e ridisegna completamente la taproom: la produzione supera i 50.000 ettolitri/anno. Nel 2014 Odell festeggia il suo venticinquesimo compleanno con una nuova espansione e l’anno successivo arrivano le prime lattine ma non è questa la principale novità: i fondatori Wynne, Doug e Corkie Odell annunciano la vendita della società ai propri dipendenti, mantenendo in loro possesso solamente il 10% a testa. Il 51% viene ceduto a Eric Smith, Brendan McGivney e Chris Banks, rispettivamente direttore commerciale, di produzione e finanziario; il 19% viene rilevato dagli altri 115 altri dipendenti.  
Attualmente Odell ha una capacità di circa 300.000 ettolitri/anno e possibilità di espandersi in futuro sino a 470.000: gli ettolitri prodotti nel 2017 sono stati però “solo” 150.000: “vogliamo restare in ambito regionale – dice Doug -   distribuiamo in 11 stati e ne aggiungeremo altri solo se avrà senso: non abbiamo tutta questa ostinazione nell’espanderci in maniera esponenziale”.  Secondo i dati 2017 rilasciati dall’American Brewers Association, Odell è attualmente il ventiduesimo produttore craft statunitense.

La birra.
Produzione stagionale invernale, la Settle Down Brown Ale di Odell è arrivata a gennaio 2018 ad “aiutare”  lo storico winter warmer della casa, la Isolation Ale. “E’ il nostro tributo a quel periodo speciale dell’anno in Colorado dove tutti desideriamo rilassarci davanti al caminetto. La Isolation Ale è stata per 20 anni la nostra offerta invernale, con questa nuova birra vogliamo movimentare il parterre dei malti con qualche nota tropicale portata dai luppoli”. 
Il suo bellissimo colore ricorda effettivamente il colore ed il calore del legno nel caminetto, “acceso” da intensi riflessi rossastri; la schiuma è cremosa, compatta ed ha ottima persistenza. L’aroma mette in evidenza caramello e biscotto, pane leggermente tostato, uvetta e prugna, qualche accenno di ciliegia  e terroso. La bevuta non è impegnativa e di fatto questa Brown Ale di Odell è un “winter warmer” che scorre con ottima velocità e riesce a nascondere l’alcool in maniera forse persino eccessiva. Se le si può fare un appunto, è proprio quello di essere ben realizzata tecnicamente ma un po’ fredda:  la dolcezza di caramello, biscotto, uvetta e prugna non riscalda molto il cuore e il finale amaro, delicatamente tostato e resinoso, asciuga subito il palato preparandolo ad un nuovo sorso. Un “winter warner” di fatto sessionabile che non regala grandi emozioni ma si beve con soddisfazione. 
Formato 35.5 cl., alc. 6.5%, IBU 50, imbott.  27/04/2018

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 31 ottobre 2018

B94 Santoronzo

B94: il numero non è ovviamente casuale, ma indicativo dell’anno in cui Raffaele Longo ha iniziato a produrre birra tra le mura domestiche e ad ottenere poi diversi riconoscimenti nei concorsi nazionali. Una passione che lo ha portato nel 2006 a lasciare un comodo posto in banca a Bologna per rientrare nella nativa Lecce ad inseguire il proprio sogno: il tempo di svolgere qualche corso di formazione e due anni dopo nasceva ufficialmente Birrificio B94, operativo in un primo periodo come beerfirm sugli impianti di Birranova. All’inizio del 2011 entrava finalmente in funzione l’impianto proprio, proveniente dal birrificio Almond e posizionato sulla Provinciale Lecce-Cavallino. 
Per l’occasione è stato anche effettuato un completo restyling dell’offerta con l’arrivo di quattro nuove birre: la weizen White Night, l’APA Warming Hop, la tripel  Santirene che utilizza di miele di timo locale e la stout al caffè Santoronzo. La gamma si completa con la blanche Bellacava, la bitter Terrarossa, la porter Porteresa,  la IGA Cassarmonica e la Malagrika, prodotta con confettura di mela cotogna. Capitolo a parte merita l’APA November Rain, protagonista di un contenzioso con la danese Royal Unibrew ed il proprio marchio Ceres: la grande N colorata di azzurro su sfondo nero della  Norden Gylden IPA era praticamente identica a quella della Nobember Rain. Non è facile per un microbirrificio  far valere le proprie ragioni nei confronti di una multinazionale ma in questo caso Raffaele Longo ha avuto ragione dal Tribunale di Bari

La birra.
Lecce festeggia il proprio patrono Oronzo nei giorni del 24, 25 e 26 agosto in onore del suo martirio avvenuto durante le persecuzioni dei cristiani ordinate dall’imperatore romano Nerone; Sant'Oronzo, primo vescovo della città barocca,  divenne patrono di Lecce alla metà del diciassettesimo secolo quando, secondo la leggenda, liberò la propria città da una terribile pestilenza.  Al santo B94 dedica la propria stout al caffè prodotta con varietà arabica “Selezione Barocco” proveniente della torrefazione leccese Quarta Caffè; all’ultima edizione di Birra dell’Anno la Santoronzo ha ottenuto una medaglia d’argento nella categoria 30 - birre chiare, ambrate e scure, alta o bassa fermentazione, da basso ad alto grado alcolico con uso di caffè e/o cacao.
Si presenta vestita di color ebano scuro con una testa di schiuma cremosa e compatta dall’ottima persistenza. Di caffè al naso ce n’è veramente poco ed emergono soprattutto le tostature dell’orzo e qualche estero fruttato. L’intensità è modesta, pulizia e finezza dei profumi mostrano ampi margini di miglioramento. Al palato c’è una buona scorrevolezza ma anche qualche debolezza di troppo per una stout dalla gradazione alcolica robusta (7.2%): nonostante l’utilizzo d’avena non avverto particolare morbidezza. Caramello, liquirizia, uvetta, orzo tostato e qualche timida nota di caffè formano una bevuta molto bilanciata nella quale l’alcool è ben nascosto ma l’intensità dei sapori non è particolarmente elevata: si chiude con una lieve astringenza e un retrogusto corto di caffè zuccherato. Devo ammettere che mi delude un po’ questa Santoronzo di B94: intensità, pulizia e definizione lasciano a desiderare e l’elemento che dovrebbe caratterizzarla, ovvero il caffè, non spicca.  Una bottiglia che manca di personalità e che purtroppo scivola nell’anonimato.
Formato 33 cl., alc. 7.2%, IBU 18, lotto 0218, scad. 01/09/2019, prezzo indicativo 4.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 30 ottobre 2018

Mikkeller Årh Hvad?! & To Øl Fuck Art - This is Architecture


Potrei iniziare chiamando in causa “La guerra dei Cloni”, noto concorso per homebrewers che si tiene nel luglio di ogni anno al birrificio Baladin di Piozzo: i concorrenti devono presentare una birra ispirata ad una precisa produzione commerciale e replicarla il più fedelmente possibile.  Clonazioni, tributi, emulazioni: c’è una birra belga che in questo campo forse non ha eguali. Parliamo di quella, l’unica, prodotta dietro le mura dell’Abbazia di Notre-Dame d’Orval: non si contano gli homebrewers ed i birrai che hanno cercato di replicare il “goût d'Orval”. AI brettanomiceti, inoculati al momento dell’imbottigliamento, il compito di modificarlo nel corso degli anni: alla vostra preferenza la scelta di berla giovane o dopo qualche anno di cantina.
Mikkeller, birraio zingaro e con qualche dimora fissa tra Stati Uniti ed Europa, non ha mai nascosto il suo amore per l’Orval  (6.2%) e a lei si è ispirato in più di un’occasione, a partire da un clone del 2007  per arrivare alle più famose It’s Alive (8%) e soprattutto Årh Hvad?! (6.8%). Ed è stata proprio quest’ultima, distribuita per un periodo del 2015 anche nei supermercati belgi Delhaize, ad avergli creato qualche grattacapo non tanto per la birra ma per aver replicato in etichetta il logo esagonale dell’International Trappist Association sostituendo la scritta “authentic trappist product” con  “authentic mikkeller product”. Le minacce dei frati convinsero Mikkeller a cambiare il nome della birra da Årh Hvad?!  (“che cosa?” in danese) a Hva Såå?! (“e allora”?) rimuovendo il clone del logo trappista; da quanto capisco la birra è poi tornata a chiamarsi Årh Hvad?!, parole che pronunciate in danese suonano come “Or-val”. Le due birre sono poi state commercializzate anche in diverse edizioni barricate: Chardonnay, Grand Marnier, Sauternes a Saint-Emilio.

Le birre.
Malto Pale, una piccola percentuale di Caramello, luppoli Hallertauer Hallerau (Germania), Strisselspalt (Alsazia) e Styrian Golding (Slovenia): questo è quello che i frati rivelano sulle ricetta della Orval originale. Della  Årh Hvad?! di Mikkeller ne sappiamo ancora meno, se non che nel corso della sua produzione viene luppolata quattro volte con luppolo Styrian Goldings. A tre anni dalla messa in bottiglia si presenta di color ambrato con riflessi ramati e dorati: la generosa schiuma pannosa è abbastanza compatta ed ha ottima ritenzione. L’aroma si apre con una poco gradevole nota di solvente e di medicinale, alla quale fanno seguito i tipici odori dei brettanomiceti: cuoio, muffa, cantina. L’inizio non è dei migliori e il gusto si risolleva solo in parte dal baratro: la partenza è dolce di caramello, biscotto e una componente fruttata non ben identificata: fin qui la luce, poi arriva il buio di un’ondata amara, medicinale e terrosa, abbastanza sgradevole alla quale s’accompagnano note di plastica bruciata e medicinale.  Birra che è invecchiata davvero male e che era meglio aver bevuto da giovane.

Discepoli del loro ex-professore al liceo Mikkel Borg Bjergsø, Tobias Emil Jensen e Tore Gynth hanno seguito su scala minore le orme di Mikkeller mettendo in piedi prima la  beerfirm To Øl e poi il brewpub BRUS a Copenhagen; Jensen ha di recente abbandonato la nave che è ora guidata dal solo Tore Gynth. To Øl ha dedicato alla tradizione belga la serie di birre chiamata “Fuck Art”, nella quale non poteva certamente mancare un tributo all’Orval, nello specifico chiamato This is Architecture (5%) . Il riferimento non è tuttavia esplicito e To Øl parla solo di una Farmhouse Pale Ale brettata e rinfrescante.  In etichetta c’è il Ryugyong Hotel, grattacielo di 105 piani ubicato a Pyongyang, Corea del Nord: niente di più lontano dalla tranquilla campagna belga e dai boschi che circondano l’abbazia d’Orval.  Il motivo della scelta è che “la birra è minimalista come il grattacielo”. La sua ricetta include malti Cara Pils, Pilsner, Melanoidin, fiocchi d’avena, luppoli Amarillo, Simcoe e Tettnanger. Siamo dunque molto lontani dalla Orval ma, come vedremo, il risultato è molto più fedele all’originale di quello ottenuto da Mikkeller; anche questa bottiglia è datata 2015 e anche lei è stata prodotta da De Proef in Belgio. 
Il suo colore è oro antico, con riflessi ramati,  l’esuberante schiuma pannosa sembra quasi indistruttibile. Al naso ci sono gradevoli profumi floreali, qualche accenno di ananas e limone, un tocco rustico di paglia e di cuoio. Al palato è vivacemente carbonata, ruspante e scorre con ottima facilità:  note biscottate e caramellate introducono un fruttato dolce che ricorda la polpa dell’arancia subito incalzato dal funky dei brettanomiceti: la chiusura è abbastanza secca e l’amaro terroso è un appena disturbato da una leggera presenza medicinale e di solvente, sebbene in quantità irrisorie rispetto alla Årh Hvad. Nel bicchiere non ci sono le emozioni delle migliori bottiglie d’Orval ma la birra è piacevole e facile da bere e s’intravede a tratti il gusto d’Orval:  in questo caso gli allievi  To Øl hanno sicuramente superato il maestro Mikkeller  ma lei, “la birra della trota con l’anello in bocca”, è ancora là, inarrivabile.
Nel dettaglio:
Mikkeller Årh Hvad?!, 33 cl., alc. 6,8%, scad. 04/03/2025, pagata 1,99 € (supermercato, Belgio)
To Øl Fuck Art - This is Architecture, 33 cl., alc. 5%, scad. 05/05/2020, pagata 4,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 27 ottobre 2018

DALLA CANTINA: Evil Twin Lil’ B 2015

Grandi novità in casa dell'Evil Twin Jarnit-Bjergso, gemello cattivo di Mikkel Borg Bjergso, Mikkeller. A quasi due anni dall’annuncio e dopo qualche ritardo di troppo, a novembre sarà finalmente inaugurato il suo birrificio a Ridgewood, New York, in quel Queens che si sta velocemente trasformando in un’area ad elevata densità brassicola. Il birrificio (16-16 George Street) si troverà a cinque chilometri di distanza dal ristorante Tørst di proprietà di Jeppe e della moglie Maria: 900 metri quadrati di una ex-sala da ballo ed altri 460 metri di giardino nel quale ci sarà sempre un food truck parcheggiato.
Ma nel Queens ha trovato casa anche il gemello Mikkeller che ha bruciato sul tempo il fratello inaugurando lo scorso marzo il suo secondo birrificio americano. E’ noto che tra i due non corre buon sangue, almeno se ci si attiene alle dichiarazioni pubbliche; la loro potrebbe essere anche una strategia concordata per far parlare continuamente di sé.  Fu proprio “un’eccessiva vicinanza” a rompere i loro rapporti nel 2010; a quel tempo Jeppe gestiva il beershop Ølbutikken dove vendeva anche la birra del fratello, il quale non si fece problemi ad aprire a pochi metri di distanza il suo primo bar che, di fatto, s’accaparrò la maggior parte della clientela. I due non si parlano più ed Evil Twin Jeppe non perde l’occasione di punzecchiare il fratello con messaggi sui social network ai quali Mikkeller non ha mai voluto rispondere: “io abito a due miglia da qui e sarò coinvolto nella realizzazione di tutte le ricette, mio fratello non vive qui e sarà venuto a New York cinque volte in tutto nella sua vita”. 
Evil Twin e Mikkeller Brewing NYC si troveranno a dieci chilometri l’uno dall’altro, una distanza abbastanza breve se si considerano gli standard americani; ma pare che questa volta si tratti davvero solo di una coincidenza.  “Si è presentata un’opportunità e l’abbiamo colta”  dice Mikkeller che ha posizionato il proprio birrificio all’interno del  Citi Field, stadio dei New York Mets: “non conosco bene il baseball ma ho visto delle partite, c’è molta birra sugli spalti e vogliamo portare da noi i bevitori di Budweiser. E’ davvero strano che in una città così grande e internazionale come New York ci siano pochi birrifici, è un’occasione per creare qualcosa di nuovo”. E Jeppe è più o meno d’accordo: “a New York tutto consiste nel trovare il luogo adatto ad un costo d’affitto sostenibile: quando ho visto quella ex-sala da ballo con giardino vicino alla fermata della metropolitana ho capito che era quello che stavamo cercando. Sono arrivato a New York sei anni fa e da allora siamo diventati un marchio newyorkese. Il birrificio era ormai necessario: riceviamo ogni giorno email da persone di tutto il mondo che passano da New York e ci chiedono se possono visitare il birrificio. Qualcuno a volte bussa alla porta del nostro ufficio perché pensa che ci sia un birrificio da vedere”.  
Pace fatta, allora? Neanche a parlarne. Ecco una delle ultime uscite a gamba tesa del Gemello Cattivo: “io sono proprietario al 100% della mia azienda, Mikkel e Mikkeller hanno lo 0% di  Mikkeller NYC; sono fatti pubblici, ho le prove. Mikkeller NYC non è un piccolo birrificio indipendente ma parte di un facoltoso gruppo che, tra le altre cose, possiede anche i New York Mets. La gente mi chiede perché io non riesco a godermi il mio successo e lasciar perdere? La risposta è semplice: sono stanco di essere paragonato da media, clienti e colleghi a qualcuno che si è venduto, che ha concesso ad altri la licenza di usare il suo marchio e che ogni giorno mente su questo. Io non ho mai preso soldi da nessuno, ho solo un grande mutuo con una banca da pagare e quindi controllo tutto quello che Evil Twin fa. Mikkeller ha venduto e tutti quelli che lo supportano (sto parlando di Mikkeller New York, non del resto della sua azienda) devono essere trattati come quelli che hanno venduto ad AB Inbev o ad altre multinazionali”.

La birra.
Per allentare la tensione è meglio stappare una birra. Lil’B è una delle tante (oltre sessanta) Imperial Stout / Porter prodotte da Evil Twin dal 2010 ad oggi. Nata nel 2012 ha visto la sua popolarità declinare a causa del successo di altre due birre, ed infinite varianti, del gemello cattivo: Even More Jesus e Imperial Biscotti Break. E visto che i beergeeks sembrano ormai interessati solo ad Imperial Stout con aggiunta di ingredienti gourmet, il suo futuro potrebbe essere in pericolo. Dalla cantina riesumo una bottiglia del 2015: non ho avuto esperienze molto positive su invecchiamenti di Evil Twin, andrà meglio questa volta?  
Prodotta sugli impianti della Two Roads Brewing Co. in Connecticut questa imperial porter (dedicata all’omonimo rapper statunitense?) si presenta nera come la notte con una piccola testa di schiuma cremosa ma dalla scarsa ritenzione.  Al naso c’è qualche leggerissimo segno d’ossidazione ma l’aroma è intenso e ricco, caldo, avvolgente: prugna disidratata, uvetta, frutti di bosco, vino marsalato, fruit cake, liquirizia, accenni di cioccolato. A tre anni di vita qualche lieve cedimento a livello di corpo è inevitabile ma questa Lil’B si mantiene ancora oleosa e abbastanza morbida. Chi conosce Evil Twin sa cosa aspettarsi in una delle sue tante “scure imperiali”: un bicchiere dolce, ricco di caramello e melassa, fruit cake,  prugna, uvetta e frutti di bosco sotto spirito, liquirizia. L’amaro è quasi assente, se si eccettua una breve nota terrosa a fine corsa: la birra non è comunque mai troppo dolce e l’alcool, presente senza eccessi, contribuisce ad asciugarla un po’. L’ossidazione in questo caso porta più vantaggi che svantaggi: le note di vino marsalato prevaricano di gran lunga i frammenti di cartone bagnato che fanno timidamente capolino. Una birra che non raggiunge grandi profondità ma che si lascia comunque sorseggiare con grande piacere nel corso della serata: e se volete aumentare il conto delle calorie, perché non abbinarci una tavoletta di cioccolato fondente extra? 
Formato 35.5 cl., alc. 11.5%, lotto 142:15, prezzo indicativo 5.00 euro (beershop) 

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 25 ottobre 2018

Eastside Brewing: Sun Stroke (Vermont Edition) & Sour Side (Cherry Edition)


Ospito sempre con piacere sul blog Eastside, birrificio di Latina fondato nel 2013 da Luciano Landolfi, Alessio Maurizi, Cristiano Lucarini e Fabio Muzio: l’ultima apparizione risale allo scorso gennaio, occasione per tirare le somme di un 2017 ricco di novità. E non è che nei mesi successivi a Latina siano stati con le mani in mano, anzi: la craft beer impone oggi di non restare mai fermi e di offrire agli appassionati sempre qualcosa di nuovo da bere. Il 2018 ha quindi visto arrivare Personal Jesus (10% American Wheat Wine in collaborazione con Birrificio Italiano), Unconditional Love (6,7%  Wine Oaked & Dry Hopped American Sour Ale), Hang Loose (6,5% White IPA), Bill Kilgore (6.3% American IPA), Vato Loco (6.7% NEIPA con aggiunta di albicocca ed estratto di bacche di vaniglia), Tripla Doppia (11,5% tripel) e Mea Culpa (11% Belgian Strong Dark Ale). Ne avrò dimenticata qualcuna?

Le birre.
Sun Stroke è la Double IPA di casa East Side e la statua della libertà in etichetta omaggia la nazione che ha “inventato” questo stile: i luppoli utilizzati sono Citra, Cascade, Columbus e Galaxy. La bottiglia in mio possesso è però una “Vermont Edition”: parliamo quindi di una Double NEIPA, torbida e succosa, fermentata con il lievito che negli ultimi anni ha rivoluzionato lo stile. L’aspetto è in effetti simile ad un torbido succo di frutta, la schiuma è cremosa, abbastanza compatta e mostra un’ottima persistenza. Ananas, mango, papaia, pompelmo, mandarino e arancia danno un intenso e caloroso benvenuto; in sottofondo fa capolino anche qualche nota dank. Se consideriamo che le NEIPA non sono certo il palcoscenico ideale per esprimere pulizia e finezza, direi che il risultato è comunque piuttosto positivo.  La sensazione palatale è morbida e molto gradevole,  “chewy” quanto basta per mantenere comunque una buona scorrevolezza. Il gusto mi sembra un po’ meno definito dell’aroma ma c’è comunque tutto quel che serve per soddisfare chi ama il New England: mango e ananas, agrumi, un finale resinoso di buona intensità e durata. Il tanto temuto “grattino/effetto pellet” che spesso affligge queste birre è qui ridotto davvero ai minimi termini, c’è una buona secchezza e un’ottima intensità. Quest’ultima caratteristica riguarda anche l’alcool (8.5%) che si sente e non fa sconti, riscaldando ogni sorso: personalmente prediligo interpretazioni un po’ meno muscolari dello stile che favoriscono la facilità di bevuta, ma qui si rientra nei gusti personali.

Con la Sour Side andiamo invece in Germania: parliamo di Berliner Weisse, birra di frumento popolarissima nella Berlino del diciannovesimo secolo e poi decaduta al punto che nella capitale era rimasta solo la Berliner Kindl Brauerei a produrla.  Le sue caratteristiche sono l’impiego di una percentuale di frumento che varia tra il 25 ed il 50%, una bassa gradazione alcolica, una vivacissima carbonazione e, soprattutto, una spiccata acidità ottenuta mediante una seconda fermentazione in bottiglia aggiungendo lactobacilli.  La Craft Beer Revolution, come avvenuto in altri casi, ha saputo riportare in vita quello che l’industria e le grandi multinazionali erano quasi riuscite a sopprimere. Le Berliner Weisse godono oggi di una nuova vita: sono leggere, rinfrescanti e dissetanti, soprattutto se la loro tagliente acidità viene ammorbidita dall’aggiunta di frutta.  Nel caso della Sour Side, oltre ad una berliner “pura” ne è stata realizzata una aggiungendo pesca e albicocca ed una con le visciole; proprio in questi giorni ne sta arrivando una al lampone.  
Il suo colore rosato è davvero splendido, mentre la vivace schiuma leggermente sporcata di rosa è generosa ma abbastanza rapida nello svanire.  Le visciole dominano l’aroma ma sono in buona compagnia: profumi di frumento e impasto di pane, limone, fragoline. Scattante e snella, al palato scorre con velocità davvero impressionante e in breve tempo ci si ritrova con il bicchiere dimezzato; personalmente ci vedrei bene qualche bollicina in più. Nel bicchiere c’è l’asprezza delle visciole e di qualche altro frutto (limone, un tocco di mela), note di pane e frumento, qualche suggestione di fragolina, un’acidità lattica molto ben controllata. Il percorso si chiude con un veloce passaggio amaricante di nocciolo di visciola ma è soprattutto la grande secchezza a ripulire il palato, obbligandolo di fatto a desiderare subito un altro sorso. Bella (in questo caso l’aspetto estetico è davvero notevole), profumata, pulita e facile da bere: un valido alleato nelle giornate più calde dell’anno o un leggero e gustoso aperitivo.  A voi la scelta.
Ringrazio il birrificio per avermi inviato le birre da assaggiare. 

Nel dettaglio:
Sun Stroke (Vermont Edition), 33 cl., alc. 8.5%, lotto 49 18, scad. 01/10/2019, prezzo indicativo 5.00 euro
Sour Side (Cherry Edition), 33 cl., alc. 4.8%, lotto 30 18, scad. 01/07/2019,  prezzo indicativo 4.50 euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 22 ottobre 2018

Dead Centre Seeking Sunshine & Dot Brew Fridge Art IPA

Eccoci ad un nuovo appuntamento con la Craft Beer Revolution irlandese e due dei suoi protagonisti: partiamo da Dead Centre Brewing, beerfirm fondata nel 2017 da Liam Tutty ad Athlone, 120 chilometri ad ovest di Dublino. Tutty ha incontrato per la prima volta la birra artigianale nel 2007  quando viveva in Austrialia. Rientrato in Irlanda ha iniziato con l’homebrewing, mantenendo in un certo senso viva la tradizione di famiglia: sua nonna produceva sidro casalingo. Le sue birre fatte in casa ottengono buoni riconoscimenti nei concorsi e nel 2015 viene assunto nel reparto marketing del birrificio Rye River di Kildare ma alla fine del 2016 viene improvvisamente licenziato. Anziché perdersi d’animo, Tutty sfrutta la sua esperienza per mettere in piedi la propria beerfirm Dead Centre Brewing che s’appoggia sugli impianti del birrificio St. Mel’s di Longford e debutta nell’autunno del 2017 con That Magnificent Beast, una ”juicy oatmeal pale ale” seguita a ruota dalla Marooned IPA, a tutt’oggi l’unica birra che Dead Centre produce regolarmente. 
Sono già in corso i lavori di ristrutturazione di un edificio di Athlone con vista sul fiume Shannon dove entrerà in funzione un impianto da 10 ettolitri: cinquecentro metri quadrati che ospiteranno anche un bar, un ristorante ed una caffetteria: “un birrificio ad Athlone non è economicamente sostenibile senza i proventi del ristorante e del bar“ ammette Tutty.  Grazie all’operato della Irish Craft Canning sono anche arrivate le lattine, formato ormai sempre più indispensabile se si vuole competere sull’affollato palcoscenico della birra artigianale.

La birra.
Seeking Sunshine è la IPA che Dead Centre ha dedicato alla stagione che ci siamo da poco lasciati alle spalle. Malto Pale, frumento, avena, luppoli Citra ed Amarillo: questi gli ingredienti per una birra dorata e velata,  con schiuma cremosa e compatta dall’ottima persistenza. L’aroma è pulito e ancora discretamente fresco: pompelmo, mandarino, passion fruit e papaia, pesca. Semplice ed essenziale, gradevole. Queste premesse positive non sono però completamente mantenute al palato: pane e crackers, un accenno di frutta tropicale, un po’ di pompelmo e un finale zesty  ed erbaceo dall’intensità e dalla lunghezza piuttosto limitate. Capisco le intenzioni di Dead Centre di fare una birra poco impegnativa e facile da bere per la stagione estiva, ma ciò non dovrebbe pregiudicare intensità e personalità, che in questa bevuta latitano.  L’idea mi sembra comunque ben concepita: è una IPA profumata, bilanciata e abbastanza secca: se riuscisse a scrollarsi di dosso un po’ di timidezza, replicando nel gusto quanto di buono espresso nell’aroma, il risultato sarebbe notevole.
Formato 40 cl., alc. 5%, lotto ICC18170, scad. 19/06/2019, prezzo 4.00 euro (beershop, Irlanda)


Da Dublino arriva invece DOT Brew, beerfirm fondata nel 2016  dall’ex-homebrewer Shane Kelly che dopo dieci anni ha coraggiosamente abbandonato la sua carriera in uno studio d’architettura per trasformare il proprio hobby in una professione:  la moglie e i due giovanissimi figli, autori anche di alcuni degli scarabocchi presenti in etichetta, hanno sospirato. Ad affiancarlo, anche come investitori, gli amici Mikey e Pete. Non ho trovato molte informazioni in rete ma da quanto ho capito DOT Brew produce sugli impianti del birrificio Hope di Dublino: Kelly ha preferito investire in un magazzino, in quanto il suo interesse principale sono agli invecchiamenti in legno: whiskey, bourbon, vino.  Accanto a questi prodotti dalla buona marginalità ma di nicchia ci sono inevitabilmente anche delle birre quotidiane: IPA, stout, lager. Sono una trentina le etichette prodotte in due anni d’attività; qualche mese fa sono arrivate anche le lattine.  Alla Session IPA Fridge Art l’onore del debutto.

La birra.
Nel bicchiere è di color oro carico velato: la schiuma è cremosa, abbastanza compatta ed ha una buona persistenza. Il naso non ha particolarmente intenso e non si distingue per particolare livelli di eleganza o pulizia: ci sono comunque dei gradevoli profumi di mango e ananas, pompelmo, papaia. “Session IPA” è una denominazione che aiuta a vendere e quindi non ci si deve sorprendere di vederla applicata ad una birra dall’ABV (5.2%) ben oltre la soglia della “sessionabilità”.  La facilità di bevuta è comunque garantita, la birra scorre veloce tra lievi note mielate e biscottate, frutta tropicale, pompelmo, amaro resinoso e terroso di breve durata. L’intensità dei sapori non è affatto male ma su pulizia e definizione c’è ancora parecchio lavoro da fare; il risultato è una IPA piacevole che tuttavia non lascia un gran ricordo di sé e tende a confondersi assieme a tante sorelle irlandesi che s’assomigliano.
Formato 40 cl., alc. 5,2%, scad. 09/03/2019, prezzo 4,50 euro (beershop, Irlanda)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.