sabato 3 dicembre 2016

Stigbergets: American Pale Ale Amarillo Citra & West Coast IPA

Torniamo a parlare del birrificio svedese Stigbergets, incontrato soltanto pochi giorni fa con la Amazing Haze IPA: lo stile dovrebbe sempre portarsi dietro la parola "freschezza", e visto che in frigorifero ne ho altre due ho preferito stapparle rapidamente. Il birrificio guidato dal birraio Olle Andersson ha in un certo senso sposato la moda proveniente dal New England statunitense, anche se lui dice di replicare soltanto le birre che era solito fare in casa con le pentole: torbidissime, utilizzo dei luppoli nell'ultimissima fase della bollitura, dry-hopping spinti e utilizzo di cereali non malati. Eccone altri due esempi.

Partiamo dall'American Pale Ale Amarillo Citra: il nome indica chiaramente che cosa aspettarsi nel bicchiere. Il suo colore è un arancio pallido molto torbido, impenetrabile alla luce che viene sormontato da cremoso e compatto cappello di schiuma bianca, molto persistente. L'aroma è leggermente meno esplosivo rispetto agli "standard Stigbergets" ma è ugualmente ricchissimo di frutta tropicale (ananas, mango), melone bianco, pesca bianca e arancia. Pulito, fresco ed elegante, per nulla cafone; difficile resistere alla tentazione di portare subito il bicchiere alla bocca. Contrariamente alle altre Stigbergets assaggiate, qui i malti riescono a dare un timido segno della propria presenza (cereale, crackers): è tuttavia un passaggio brevissimo prima del dolce della frutta tropicale (mango e ananas) che sfuma poi in territorio agrumato, con arancia e pompelmo sugli scudi. L'intensità del fruttato è tuttavia minore rispetto all'aroma, e c'è anche un po' meno pulizia ad essere sinceri; la chiusura amara, zesty e terrosa, è delicata e come al solito non reclama un ruolo da protagonista, mentre nel retrogusto c'è un inaspettato ritorno di cereale. Molto secca, dissetante e rinfrescante, facilissima da bere: convince sicuramente più al naso che al palato ma è indubbiamente un'ottima birra-succo-di-frutta, anche se un gradino sotto le altre produzioni Stigbergets che ho assaggiato.
Formato: 33 cl., alc. 5.2%, lotto 526, scad. 20/03/2017.

Passiamo ora ad una West Coast IPA, in un'interpretazione svedese che prevede il solito aspetto torbido e un colore arancio pallido: ottima la persistenza della schiuma, bianca, cremosa e compatta. Il naso è un trionfo di frutta, a partire dal cedro, con qualche sconfinamento nel candito, per passare al pompelmo, al mango, all'ananas; c'è una netta componente dank (pensate alla marijuana, per semplificare) che emerge man mano che la birra si scalda. Intensità, fragranza, pulizia ed eleganza sono a livelli davvero elevati mentre la sensazione palatale è ottima, morbida: poche bollicine, corpo medio. Il gusto segue passo passo l'aroma: impossibile avvertire i malti in un  tripudio di frutta tropicale e di agrumi che entrano ed escono di scena cambiandosi di posto al variare della temperatura nel bicchiere. Il canovaccio è quello delle altre Stigbergets bevute, ma in questo caso l'amaro è leggermente più pronunciato: scorza d'agrumi, resina e quel dank che ritorna anche a conclusione di un percorso davvero intenso a fronte di una facilità di bevuta eccellente. L'alcool (6.5%) si avverte solamente nel finale, restando sempre ben mascherato da carattere fruttato di questa birra. West Coast IPA in un'interpretazione atipica che si colloca idealmente a metà tra le due coste statunitensi: c'è la resina, c'è il dank della costa occidentale ma c'è un carattere dominante fruttato ed un aspetto che rimanda alla costa ad est. Il risultato, al netto di tante belle parole, è tanto ruffiano quanto positivo: IPA riuscitissima, comprare subito.
Formato: 33 cl., alc. 6.5%, lotto e scadenza non riportati.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 2 dicembre 2016

De Lustige Brouwers Eden Quadrupel

De Lustige Brouwers, ovvero “i birrai felici”: nel 2012  Tom Segers ed un amico vedono in televisione un annuncio per il concorso  Brouwland Biercompetitie 2013 e decidono di parteciparvi iscrivendo la propria Quadrupel che si piazza al primo posto nella categoria “studenti”. Sei mesi dopo Segers ha già creato la propria beerfirm De Lustige Brouwers e venduto i 500 litri prodotti sugli impianti del birrificio Anders di Halen che costituivano il premio del concorso realizzandone poi ulteriori 2500. L'anno successivo è la Eden Blond a vincere un'altro concorso e ad entrare anch'essa in produzione sugli impianti della Anders; nel frattempo la Eden Quadrupel si rende disponibile anche in versione barricata in botti ex-cognac. 
Quest'anno altro concorso ed altra vittoria per Tom Segers: all''Innovation Beer Festival di Lovanio presenta una sorta di Belgian IPA prodotta con aggiunta di patate dolci che sbaraglia le altre 23 birre presenti. Anche il primo premio di questo concorso, organizzato dal birrificio Hof Ten Dormaal, consiste nell'opportunità di produrre 1000 litri di birra su impianto professionale: la cotta dovrebbe essere stata realizzata proprio nelle scorse settimane. In attesa di svelare il nome della sua IPA con patate dolci, Segers accarezza il sogno di riuscire presto ad aprire il proprio microbirrificio a Weelde, dove attualmente risiede.

La birra.
Nel bicchiere si presenta del classico color tonaca di frate, opaco; la generosa schiuma è cremosa e compatta e rivela un'ottima persistenza. Al naso c'è pulizia ed intensità: una delicata speziatura fa da collante tra i profumi di mela al forno, uvetta e datteri, zucchero candito, accenni di tostato. Corpo tra il medio e il pieno, sensazione palatale morbida e scorrevole con una presenza piuttosto contenuta di bollicine: il gusto mostra piena corrispondenza con l'aroma passando in rassegna biscotto, pane leggermente tostato, caramello, mela, uvetta, datteri e zucchero candito. Dolce ma ben attenuata, piacevolmente "movimentata" da una lieve speziatura, chiude con un breve passaggio amaricante nel quale s'intravedono accenni di tostato e, sorpresa, una suggestione di cioccolato: il retrogusto è dolce e tiepido di frutta sotto spirito e riscalda con garbo. Una sorpresa davvero positiva questa Eden Quadrupel: molto ben fatta, pulita e bilanciata, mette in evidenzia una bella espressività del lievito. Ogni sorso ne richiama subito un altro ed è facile sorseggiarla in tutta tranquillità. 
Formato 33 cl., alc. 9.6%, imbott. 08/2014, scad. 20/08/2017, pagata 1,85 Euro (drink store, Belgio)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 1 dicembre 2016

Traquair House Ale

Traquair è un maniero nel piccolo paese di Innerleithen, 50 chilometri a sud di Edimburgo, Scozia. Pare che sia la casa ininterrottamente abitata  più antica di tutta la Scozia: le sue origini sono sconosciute, sebbene le prime prove certe dell'esistenza di un fabbricato in quel luogo risalgano al 1107. Nel castello trovava ovviamente spazio un birrificio che veniva utilizzato per le necessità domestiche e che fu utilizzato sino agli inizi del 1800.  
Gli impianti sono rimasti poi in disuso sino al 1965, quando Peter Maxwell Stuart, ventesimo Laird di Traquair ne scopre l’esistenza durante alcuni lavori di ristrutturazione: con l’aiuto di Sandy Hunter, a quel tempo del birrificio Belhaven, decide di riprendere la produzione.  Alla sua morte, nel 1990, gli succedono la moglie Flora e la figlia Catherine; nel 1997 Traquair diventa una società a responsabilità limitata. La produzione attuale si attesta intorno ai 600-700 barili l'anno, utilizzando ancora i vecchi tini di fermentazioni di quercia. Sono circa 6 le birre prodotte regolarmente, con qualche birra celebrativa prodotta occasionalmente. 
Negli ultimi ventotto anni la produzione di Traquair è stata affidata al birraio Ian Cameron che lo scorso febbraio è andato in pensione lasciando il posto a Frank Smith, da oltre vent’anni al suo fianco, e al suo nuovo assistente Ross Doherty.Cameron, perito elettronico, era stato assunto a Trauqair nel 1970 per fare lavori occasionali e poi definitivamente come giardiniere iniziando di tanto in tanto ad affiancare Lord Maxwell al birrificio arrivando ad occuparsene in toto a partire dal 1988.

La birra.
Traquair House Ale, letteralmente “la birra della casa” è stata la prima birra prodotta a Traquair nel 1965 e ancora oggi matura nei vecchi tini di quercia. Splendida nel bicchiere, di colore tonaca di frate con intense e limpide venature rosso rubino ed una compatta schiuma color crema dalla discreta persistenza. Caramello, ciliegia, pane nero e uvetta danno il benvenuto al naso, dolce e di buona intensità: più in secondo piano profumi di biscotto, crostata di prugna, lievi tostature. Il gusto prosegue nella stessa direzione alzando l’asticella dell’intensità: gli stessi elementi ritornano a formare una bevuta dolce ma bilanciata, facile e sorretta da un leggero alcool warning in sottofondo. Corpo medio e poche bollicine rendono il mouthfeel morbido mentre al palato  s’aggiungono lievi note di pane tostato e interessanti note di vino liquoroso e di legno; chiude con una buona attenuazione che asciuga bene il dolce ed un accenno d’amaro terroso. Morbido e delicatamente caldo, dolce di frutta sotto spirito è il retrogusto di una Scotch Ale (o Wee Heavy) ben fatta e soddisfacente, molto pulita, quasi un “piccolo liquore” da bersi in tutta tranquillità. Si trova ogni tanto anche nei supermercati ad un rapporto qualità prezzo da non lasciarsi sfuggire.
Formato: 33 cl., alc. 7.2%, lotto 2304, scad. 01/12/2018, pagata 2.70 Euro (supermercato, Italia)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 30 novembre 2016

Stigbergets Amazing Haze IPA

Documenti storici riportano l’esistenza a Göteborg (Svezia) di un birrificio chiamato Stigbergets sin dal 1722  e operativo fino al 1824 nella strada Oscarsgatan.
Nel 2012 il nome Stigbergets ritorna nuovamente attivo senza nessun legame con il passato: le notizie in inglese sono praticamente inesistenti, ma con l’aiuto di Google Translator  riesco a capire  che sa tratti di un microbirrificio fondato dai proprietari del ristorante del teatro Hagabion di Göteborg e dall’ex-homebrewer, ora birraio, Olle Andersson. Il birrificio inizia con un impianto molto piccolo (50.000 litri il primo anno) producendo quasi esclusivamente per il ristorante del teatro e per alcuni altri bar, arrivando a triplicare la produzione nel 2015 grazie alla distribuzione delle bottiglie attraverso il monopolio svedese Systembolaget. Ad inizio 2016 il necessario ingrandimento per far fronte all’aumento della domanda con un nuovo impianto da 20 hl realizzato dalla danese JTM Brew che porta il potenziale annuo a 400.000 litri. E' operativo anche il Bar Kino, un café situato sempre all’interno del teatro Hagadion (Linnégatan 21) dove potete trovare disponibili alla spina almeno nove birre Stigbergets. 
Come detto, il birraio è Olle Andersson, un passato lavorando come sviluppatore di software informatico prima di trasformare l’hobby per l’homebrewing in una professione.  Nonostante lo stile preferito di Olle siano le Porter, è con le IPA che Stigbergets ha iniziato a farsi notare prima in Scandinavia e poi in altri paesi europei. Galeotta fu in particolare la Gbg Beer Week IPA, realizzata nel 2015 per il Gothenburg Beer and Whisky Festival;  una IPA torbida/juicy che a molti beergeeks ha ricordato le ricercatissime IPA americane del New England. In verità Andersson dice di non essersi dichiaratamente ispirato alle birre di Trillium o Tree House ma alle sue produzioni casalinghe, caratterizzate dall’assenza di filtrazione e dall’utilizzo di cereali non maltati come frumento e avena.  
Da allora la Gbg Week IPA è stata replicata solamente una volta nel 2016, ovvero quando il birrificio è stato in grado di trovare Nelson Sauvin, Citra e Galaxy di qualità eccellenti: ciò non le ha comunque vietato di scalare le classifiche del beer-rating diventando oggi, secondo Ratebeer, la decima miglior IPA al mondo dietro Trillium, Tree House, Alchemist e Hill Farmstead. 
Lo stesso Andersson si dice quasi incredulo del successo e delle richieste che il birrificio sta attualmente ricevendo.  Il birraio ha anche lanciato assieme ad Olof Andersson il marchio O/O, una beerfirm che opera sugli impianti di Stigbergets. 

La birra.
Amazing Haze, nome che allude sia alle caratteristiche della birra (hazy) che alla omonima varietà di marijuana; debutta lo scorso settembre 2016 e, per gli strani meccanismi del beer-rating, è già diventata secondo Ratebeer la trentottesima miglior IPA al mondo. Va bene così.
Molto torbida ma non "fangosa", nel bicchiere è di colore arancio pallido e forma un discreto cappello di schiuma biancastra, abbastanza fine e cremosa, dalla media persistenza. Il doppio dry-hopping di Mosaic regala un naso intensissimo, esplosivo, un trionfo di frutta fresca: cedro, mandarino, pompelmo, arancio, ananas, mango e, al variare della temperatura, potreste riconoscere molte altre varietà di frutta. Molto pulito, sfacciato ma non cafone, l'aroma anticipa le caratteristiche del gusto: impossibile percepire i malti con un tale carico di frutta succosa, c'è giusto un lieve accenno di crackers. Quello che arriva al palato è praticamente un succo di frutta, ed è sorprendente come utilizzando i luppoli in una certa maniera si possa ottenere un risultato che davvero emula quello della frutta spremuta in un bicchiere. Nello specifico ci sono soprattutto agrumi con qualche intromissione tropicale in sottofondo: la bevuta è agile e molto facile, con l'alcool che regala solo un delicato tepore a fine bevuta. Molto pulita, secchissima, caratterizzata da una sensazione palatale molto gradevole, ammorbidita dall'avena e dalle poche bollicine. L'amaro, zesty e leggermente terroso, non ha velleità di protagonismo ma solamente lo scopo di bilanciare la bevuta: non è in questa birra che lo dovete cercare, qui è il trionfo del succo, del juicy. Il ruttino dice mango e il risultato è una IPA che sorprende e conquista, a patto che vi piacciano i succhi di frutta: sarebbe molto difficile spiegare a chi ha sempre e solo bevuto industriale che anche questa è una birra.
Ma se amate stare dietro alle mode birrarie e sotto sotto vi sentite un po' beer-geeks, per quel che riguarda le IPA Stigbergets è senza dubbio uno dei birrifici che dovete assolutamente provare.
Formato: 33 cl., alc. 6.5%, lotto 435, scad. 19/04/2017, prezzo indicativo 5.50/6.50 euro  (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 29 novembre 2016

Birra del Bosco Pale Whale

Secondo appuntamento con il birrificio trentino  Birra del Bosco, giovane realtà operativa dal 2013 a San Michele all'Adige (Trento) e già ospitata qualche settimana fa con la IPA Froggy Hops. Lo fondano Gabriele Tomasi (birraio) e Marco Pederiva (commerciale), due compagni di liceo che si sono ritrovati dopo aver terminato gli studi universitari scoprendo di avere entrambi la passione per la birra e l’homebrewing. Tomasi ha studiato in Belgio (leggo di esperienze formative presso Dupont e Cantillon) mentre Pederiva, in giro per il mondo per lavoro, scoprì in un locale di Amsterdam che c’era un universo di birre oltre a quelle industriali che affollano gli scaffali dei supermercati. Scoprendo di condividere anche la passione per l’homebrewing, i due ragazzi redigono un business plan e si danno un anno di tempo per elaborare ricette, sperimentarle, affinarle e fare pratica presso qualche altro birrificio.  
Birra del Bosco inizia nel 2013 come beerfirm per testare la ricettività del mercato: i sondaggi sono stati evidentemente favorevoli visto che a metà del 2014 diventa operativo l’impianto di proprietà da 10 HL. L’intento dichiarato è di fare birre  “facili da bere”, ovvero non troppo impegnative e quindi accessibili anche ai palati meno esperti.  Dopo la Froggy Hops IPA è il momento d’assaggiare un’altra birra anch’essa inviatami dal negozio Iperdrink.it  
 Si tratta della golden ale Pale Whale, letteralmente la “balena pallida”; recita l’etichetta: “molto tempo fa un uomo trovò due cuccioli di lupo sulla spiaggia.  Impietosito, li portò a casa con sé e li allevò.  Quando i cuccioli crebbero, nuotarono molto lontano nell'oceano, uccisero una balena e la portarono a riva come dono al padrone.  Fecero questo per moltissimi giorni, ma presto ci fu troppa carne che cominciò a guastarsi.  Quando il Grande Spirito sopra le nuvole vide quello spreco creò un'immensa nebbia che non permise ai due lupi di tornare a riva.  E fu così che i predatori diventarono Orche assassine”

La birra.
Golden Ale che utilizza luppoli americani, si colora il bicchiere di un bel dorato un po’ pallido e velato; la schiuma è cremosa e compatta ma non molto generosa e dalla discreta persistenza. L’aroma è abbastanza sottotono, l’intensità è davvero modesta: a malapena avverto profumi di miele e floreali, qualche nota di crackers. Il birrificio la descrive come “una birra beverina non impegnativa” e direi che queste caratteristiche si ritrovano in pieno al palato: la facilità di bevuta non è però in antitesi all’intensità, e devo dire che il gusto di questa golden ale non è molto generoso. L’aroma viene ricalcato in pieno nei pregi e nei leggeri difetti; crackers, miele, un lieve fruttato che richiama gli agrumi ma anche una leggerissima presenza di quel diacetile che l’aroma aveva annunciato. La secchezza un po’ ne risente, una patina dolce avvolge sempre il palato limitando il potete dissetante di questa birra; la schiuma che quasi non si riforma anche roteando il bicchiere testimonia una bottiglia un po’ fuori forma che non brilla per fragranza e per pulizia, benché fruibile senza particolari problemi. La chiusura è delicatamente amara (terroso, erbaceo) e molto corta, con un ritorno di cereale. 
Capisco che si tratti di una gateway beer che punta a conquistare chi ha sempre ordinato una "bionda" o una "rossa" generica: la bevuta risulta quindi rassicurante per chi è abituato alla birra industriale ma risulta un po' anonima e carente di personalità per chi invece ha già fatto il salto dentro la craft beer revolution.  La bottiglia poco in forma non aiuta certo a valorizzare una Golden Ale che di semplicità, pulizia e fragranza dovrebbe fare la sua raison d'être.
Formato: 75 cl., alc. 5%, IBU 27, lotto 162927, scad, 08/2017.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 28 novembre 2016

Evil Twin Imperial Biscotti Break

C'è un pezzo d'Italia dietro a quella che col tempo è divenuta una delle birre più famose e di maggior successo della beerfirm Evil Twin; il gemello cattivo come vi avevo già raccontato in questa occasione è Jeppe Jarnit-Bjergsø, gemello di Mikkel Borg-Bjergsø alias Mikkeller. Entrambi birrai zingari, una rivalità ostentata ma probabilmente funzionale al marketing e due business partiti dalla Danimarca per sbarcare poi negli Stati Uniti. Il primo dei due è stato Jeppe, ormai da tempo residente a New York, che ha iniziato a farsi produrre le proprie ricette da birrifici americani; di recente lo ha seguito Mikkel, superandolo con l'apertura del suo primo birrificio a San Diego, rilevando gli impianti dismessi da Alesmith.
Ma torniamo al 2011, quando Evil Twin è ancora una beerfirm danese e produce la maggior parte delle proprie birre alla Fanø Bryghus, dove lavora il birraio americano Ryan Witter-Merithew. Nel giugno di quell'anno viene realizzata la prima "crociera birraria" italiana: non so se nel mondo ci siano stati precedenti? E' Un mare di Birra, organizzata per festeggiare il decimo compleanno del Ma che siete venuti a fà. Tra i birrifici invitati a dissetare i partecipanti durante il viaggio Roma-Barcellona e ritorno c’è anche Evil Twin:  Jeppe e Ryan Witter-Merithew vogliono realizzare una birra apposta per l’occasione. Per legare la birra al nostro paese si pensa alla parola “biscotti”  e viene realizzata la Biscotti Ale, una porter (7.5% ABV) prodotta con caffè, vaniglia e mandorle tostate che viene poi mantenuta in produzione con il nome Biscotti Break e un ABV leggermente superiore (8.5%). La sua versione imperiale non ci impiega molto a nascere, rimpiazzandola: a marzo 2012 vede la luce la Imperial Biscotti Break, prodotta presso gli impianti della Westbrook Brewing di Mount Pleasant, Carolina del Sud. 

La birra.
Il caffè proviene dalla torrefazione Charleston, mentre il resto della ricetta prevede un base maltata di 2-row completata da un mix di malti Chocolate, Abbey, Melanoidin, Cara e avena. Gli "aromi naturali" di cui parla l'etichetta dovrebbero sempre essere vaniglia e mandorle tostate. Una volta azzeccata la birra, ecco il proliferarsi di varianti barricate e con aggiunta di ingredienti inusuali: ciambelle, peperoncini, prugne e brettanomiceti, amarene, fragole e la lista è ovviamente molto più lunga.
Assolutamente nera, forma una discreta testa di schiuma color cappuccino cremosa e compatta, dalla buona persistenza. Il caffè domina ed è molto elegante sia nella forma di chicchi che di espresso: l'accompagnano profumi di cioccolato al latte e tostature, accenni di vaniglia, fuit cake e liquirizia. Discreta ma percepibile la componente etilica. Morbida e quasi cremosa al palato, l'avvolge con poche bollicine ed un corpo tra il medio ed il pieno: ne risulta una birra solida che scorre bene senza bisogno di essere masticata. Il gusto è ricco di caffè e tostature sostenute da una base di caramello bruciato e liquirizia dolce; più in sottofondo vaniglia, cioccolato al latte e fruit cake sono ben amalgamati da un tenore alcolico (11.5%) che riscalda ed irrobustisce senza eccessi. In chiusura l'alcool accende l'amaro del caffè e delle tostature, della mandorla e del cioccolato con una scia lunga, morbida, molto appagante. Tralasciando l'hype che qualche anno fa questa birra si portava dietro, l'Imperial Biscotti Break è una Imperial Stout bilanciata, elegante e solida che si sorseggia con gusto senza troppe difficoltà: le emozioni non abbondano, ma la soddisfazione è parecchia. 
Formato: 65 cl., alc. 11.5%, lotto e scadenza non riportati, prezzo indicativo in Europa 14-18.00 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 26 novembre 2016

DALLA CANTINA: Struise Pannepot Reserva 2009

Ritorna sul blog dopo un'ingiustificata assenza la rubrica "Dalla Cantina" dedicata al vintage, alle birre che hanno superato la loro data di scadenza, alle birre dimenticate in cantina: chiamatele come più vi piace.    Gli episodi precedenti li trovate qui. Ritorno oggi a parlare del birrificio belga De Struise, del quale qui trovate la storia e qui trovate le birre.  
Il terzo appuntamento con la cantina si collega direttamente al primo,  del quale era protagonista la Pannepot; parliamo infatti oggi della sua versione invecchiata per 14 mesi in botti di rovere francese e denominata Pannepot Reserva. Molto affascinante la storia di questa bier diek raccontata in modo esemplare da Alberto Laschi: la Pannepot prende il suo nome dalla tipica barca che i pescatori di De Panne utilizzavano ogni giorno per navigare il freddo Mare del Nord nei primi anni del '900. A casa, le loro mogli, producevano una birra scura e la conservavano in cantina dentro a piccole botti, dalle quali veniva  "prelevata per essere versata in contenitori di acciaio fatti precedentemente arroventare sul fuoco.  Questa birra senza nome, piatta, arricchita a volte con tuorli d’uova e irrobustita dall’uso non morigerato di zucchero di canna, una volta che entrava in contatto con le pareti arroventate del contenitore di acciaio si caramellizava quasi all’istante, assumendo una caratterizzazione “spessa” e una consistenza altrettanto pronunciata. Perfetta per riscaldare i corpi e lo spirito dei marinai agghiacciati dall’inclemenza del Mare del Nord.". Con la Pannepot gli Struise omaggiano De Panne: quello che un tempo era un piccolo borgo di pescatori vicino al confine francese  oggi, dune escluse, è purtroppo soltanto una delle tante località balneari belghe con lunghe schiere di anonimi condomini rivolti su di una grande spiaggia sabbiosa.

La birra.
Pannepot Reserva 2009: l'anno fa sempre riferimento alla produzione della birra prima della messa in botte. Dopo l'invecchiamento di quattordici mesi in botti di rovere francese avviene l'imbottigliamento, in questo caso datato 2011.
La fotografia al solito la rende molto più scura di quanto non sia nelle realtà: il suo colore è un torbido tonaca di frate, mentre la schiuma beige chiaro è cremosa e abbastanza compatta, benché dalla limitata persistenza. L'aroma è intenso e ricco: fruit cake, pane nero, zucchero a velo, biscotto inzuppato d'alcool, forse pan di spagna. Uvetta, prugne disidratate e datteri vengono accompagnati da note legnose; all'innalzarsi della temperatura qualche nota ossidata (cartone bagnato) ci ricorda che è una birra in bottiglia da cinque anni. In bocca è avvolgente nel suo gusto ricco di frutta sotto spirito che richiama in toto l'aroma e riscalda morbidamente tutto il palato. Le tostature, il caffè e la liquirizia che trovereste più in evidenza in una Pannepot giovane qui sono solo un leggero ricordo che accompagna il dolce del pan di spagna, del caramello e del fruit cake. Corpo tra il medio e il pieno, poche bollicine, morbida e oleosa in bocca, si sorseggia con grande facilità e soddisfazione. Nel finale spuntano accenni di vino liquoroso e di legno a chiudere una bevuta dolce ma ben attenuata e stemperata dal alcool: il retrogusto è lunghissimo e caldo di frutta sotto spirito. 
Sua maestà Pannepot si beve sempre con enorme soddisfazione: certo, anche al palato mostra in alcuni passaggi le inevitabili ossidazioni del tempo ma è ancora una birra potente ed elegante capace di regalare splendidi dopocena, riscaldandoli. Una di quelle birre che, in qualsiasi delle sue declinazioni (versione base, Reserva o Grand Reserva) non dovrebbero mai mancare in nessuna cantina.
Formato: 33 cl., alc. 10%, lotto 32253728050711, scad. 16/08/2016.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 25 novembre 2016

Tennents India Pale Ale,Tennents Super & Tennents Scotch Ale

La storia del marchio Tennent risale al 1740 quando Hugh Tennent fonda a Glasgow la Drygate Brewery, rilevando il birrificio che produceva ininterrottamente dal 1556 sulle rive del ruscello Molendinar e rinominandolo Wellpark Brewery. I figli di Hugh, John and Robert, continuarono il business di famiglia con il nome di J&R Tennent facendolo diventare il più grande esportatore di birra in bottiglia del Regno Unito; l’ultimo membro della famiglia a possedere il birrificio fu Hugh, pronipote del fondatore, che lo guidò dal 1827 al 1855. Fu lui ad attrezzare il birrificio per la produzione di birre a bassa fermentazione ed iniziò a commercializzare la Tennents Lager: fu un incredibile successo ed ancora oggi la birra è la lager più venduta in Scozia, con all’incirca il 60% del mercato.  Nel 1963 la J&R Tennent fu acquisita dalla Charrington United Breweries di Londra che nel 1967 si unì alla Bass dando vita al Bass Charrington Group, a quel tempo il più grande produttore di tutto il Regno Unito. Nel 2000 il gruppo passò nelle mani di Interbrew, dal 2008 divenuta Anheuser-Busch InBev. 52 miliardi di dollari la cifra che Interbrew aveva sborsato per acquistare Anheuser-Busch: la necessità di ridurre il debito la porta ad elaborare un piano strategico di dismissione assets e marchi. Il  27 agosto 2009 AB-InBev cede per 180 milioni di sterline  il marchio Tennents e la Wellpark Brewery di Glasgow al gruppo irlandese C&C; l'accordo comprende anche la cessione dei diritti per la distribuzione dei marchi  Budweiser, Beck's e  Stella Artois in Irlanda e in Scozia. 
La Wellpark Brewery, dove ancora oggi vengono prodotte quasi tutte le Tennents, viene rinominata Tennent Caledonian; tra i marchi posseduti dal gruppo C&C di Dublino ricordo il sidro Magners, le birre Caledonia Best ed Heverlee. 
Ammetto di non aver mai bevuto in vita mia una Tennent: non per snobismo, semplicemente non mi è mai capitata l’occasione neppure quando la birra per me era solo quella industriale. Apprendo quindi ora con sorpresa che le Tennent non sono tutte uguali: una in particolare, la diffusissima Tennent’s Super, pare sia stata esclusa dal passaggio di consegne avvenuto nel 2009 tra AB-InBev e C&C; questo marchio è infatti rimasto di proprietà AB-InBev e, come riportato in etichetta, non viene prodotta in Scozia ma in Inghilterra.

Pongo quindi oggi rimedio alla mia mancanza recuperando terreno e stappandone ben tre. Partiamo dalla ultima nata in casa Tennent’s, e parliamo del birrificio scozzese. Tennent’s IPA, disponibile in Italia dallo scorso febbraio e realizzata per cavalcare la diffusione di quello stile che la craft beer revolution ha reso così popolare. Perfettamente limpida, ambrata, genera un cappello di schiuma biancastro compatto e molto persistente. L’etichetta recita “rich aroma” ma in verità il naso è quasi assente: profumi dolciastri di caramello, qualche accenno floreale e di “luppolo vecchio”. Il gusto recupera in intensità ma non in gradevolezza: la bevuta inizia e prosegue dolce di caramello e biscotto, toffee, esteri fruttati che richiamano quasi la ciliegia. Dalla dolcezza si passa bruscamente all’amaro, con una chiusura sgraziata e poco gradevole che mette insieme note terrose, erbacee e di frutta secca; la percezione dell’alcool rispecchia quanto dichiarato in etichetta (6.2%), il palato rimane sempre avvolto da una patina dolciastra che va a caratterizzare anche il retrogusto. Non è una birra disastrosa, alla fine forse è appena meglio di altre IPA industriali (Ceres, Poretti ?) ma se volete bere bene andate a cercare altrove. Inizia dolce, lieve intermezzo amaro, ritorna il dolce: questa in poche parole la descrizione della Tennent’s IPA.

Passiamo alla Tennent’s Super Strong Lager, una vera delizia per chi vuole ubriacarsi in fretta spendendo poco più di un euro per la bottiglia/lattina da 33 cl.  Come detto sopra, questa birra non è prodotta in Scozia dalla Tennent Caledonian ma è rimasta di proprietà AB-InBev. Nel bicchiere si presenta di color oro antico, perfettamente limpida e con un bel cappello di schiuma bianca, cremosa e dalla discreta persistenza. L’aroma, di discreta intensità, affianca qualche nota di cereale al dolce del caramello;  alcool, esteri fruttati, qualche leggera puzzetta da “colpo di luce”, forse granoturco/mais. Il peggio tuttavia deve ancora arrivare: il palato è invaso da una massa dolciastra ed alcolica di caramello/toffee, forse miele, con una chiusura amaricante terrosa appena accennata ma sufficiente da risultare terribilmente sgradevole. L’alcool si sente proprio tutto, senza nessuno sconto:  forse una delle birre peggiori (escludendo quelle difettate) che mi siano mai capitate nel bicchiere. Affrontabile a temperatura frigo, assolutamente improponibile appena s’avvicina alla temperatura ambiente: impossibile (per me) andare oltre un paio di sorsi.

Di livello indiscutibilmente superiore è invece la Tennents Scotch Ale: dimenticate AB-InBev, qui torniamo in Scozia. E’ di un bel color ambra carico, limpido ed accesso da intensi riflessi rosso rubino: la schiuma è leggermente "sporca", cremosa ed ha una discreta persistenza. L'aroma non è tuttavia la sua caratteristica principale: quasi assente, a fatica si scorgono profumi di caramello, ciliegia e frutti rossi dolci. Con poche bollicine al palato è morbida e scorre piuttosto bene, risultando forse un po' leggera per la propria gradazione alcolica (9%). Biscotto, caramello, frutta sotto spirito (ciliegia, prugna, uvetta) caratterizzano un gusto che non è particolarmente intenso ma ha tuttavia un senso compiuto e non risulta affatto sgradevole. L'intensità non è di certo elevata, l'alcool è morbido e ben amalgamato con i sapori, contrariamente alla Tennents Super: nel finale la componente etilica spinge sull'acceleratore risultando meno morbida ma risultando efficace nel asciugare un po' il dolce della birra. Costa circa il doppio rispetto alla Super ma se proprio volete bere una Tennents almeno mettete nel carrello della spesa questa.
Ricapitolando: assolutamente inutile la Tennents IPA, senza infamia e senza lode la Scotch Ale. Per quel che riguarda la Super, la bottiglia da me bevuta non la augurerei neppure al mio peggior nemico.

Nel dettaglio:
Tennent's India Pale Ale,  formato 33 cl., alc. 6,0%, lotto L6082, scad. 30/06/2017, 2.29 Euro.
Tennents Super, formato 33 cl., alc. 9,0% , lotto L6 100MK, scad. 01/10/2017, 1.29 Euro.
Tennents Scotch Ale,  formato 33 cl., alc. 9,0%, lotto L5279, scad.  31/01/2017, 2.09 Euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 23 novembre 2016

The Bruery Autumn Maple (2015)

Volendo potremo iniziare oggi con un po’ di poesia. La magia dell’autunno e dei colori delle foglie che mutano:  fall foliage; questo il termine anglosassone con il quale si indica quel periodo che, a seconda della posizione geografica, va dalla fine di settembre ad inizio novembre. L’acero da zucchero o Acer Saccharum con le sue foglie che si colorano di rosso intenso è uno dei principali contributori di  questo spettacolo cromatico e del turismo ad esso collegato; migliaia le persone che si recano soprattutto nei boschi di Wisconsin, Michigan, Vermont, New York, New Hampshire e Western Massachusetts ad ammirarlo.  In Canada spettacoli forse ancora più gratificanti ravvivano le foreste dell’Ontario, dell’Québec, dell’Alberta, e della Nuova Scozia. 
In Giappone esiste il termine Momijigari che – leggo qui -  "significa letteralmente “caccia all’acero giapponese”:  Momiji significa acero (ma anche più in generale tutte le foglie autunnali, giacché l'etimologia della parola "momiji" risale all'antico termine "momizu", che significa "tingere di rosso"), mentre "gari" deriva dal verbo "karu" che vuol dire "cacciare".  Il Momijigari inizia nell'isola di Hokkaido a partire dalla fine di settembre e poi tocca tutto il paese, per concludersi solitamente all'inizio di dicembre, quando le foglie cadono completamente (…)  Ogni sera, come per le previsioni meteo, i telegiornali forniscono un rapporto sullo stato dei momiji, con tanto di mappe dettagliate che mostrano il grado di colorazione raggiunto e le percentuali in ogni singola area”. 
La foglia d’acero è anche il simbolo scelto dal birrificio Bruery per rappresentare la propria produzione autunnale anche se la California meridionale, con le sue palme, non consente ovviamente di apprezzare i cambiamenti cromatici. Autumn Maple, questo il nome scelto per una robusta belgian strong ale che Patrick Rue, fondatore di The Bruery, ha scelto di proporre al posto delle tradizionali “pumpkin beers”: i primi freddi autunnali ed i sontuosi  pranzi del Thanksgiving Day sono le occasioni perfette per poter condividere questa generosa bottiglia da 75 centilitri.

La birra.
Gli ingredienti utilizzati sono 6,80 chili di patate dolci (yams) per ogni 158 litri prodotti, malti 2-row, Monaco e Caramunich, un mix di spezie che include cannella, noce moscata e pimento (pepe di Giamaica o garofanato), sciroppo d’acero, melassa e baccelli di vaniglia tahitiana. Venne commercializzata per la prima volta nel 2008 ed è oggi disponibile anche in edizione invecchiata in botti di bourbon e in versione acida,  100% fermentata con brettanomiceti.
Il suo colore ricorda effettivamente quello delle rosse foglie autunnali; ambrato molto carico e luminoso, appena velato, intensi riflessi rubino, schiuma ocra compatta e cremosa, dall’ottima persistenza.  L’aroma è piuttosto intenso e pulito, quasi opulento nella sua dolcezza dei profumi di zucchero candito e vaniglia, sciroppo d’acero, banana matura, caramello, biscotto al burro, arancia candita;  le spezie (chiodo di garofano, cannella e noce moscata, zenzero) suggeriscono quasi un’atmosfera festiva e celebrativa. La bevuta prosegue in linea retta con un gusto molto dolce e avvolgente nel suo calore etilico, ricco di melassa e  caramello, biscotto al burro, banana e sciroppo d'acero, pera, frutta candita e, effettivamente, accenni di patate dolci. Le spezie danno il loro contributo in modo delicato, facendo ogni tanto capolino risultando tolleranti anche a chi (mi includo nella categoria) non le ama troppo. Poco carbonata, oleosa e morbida al palato, ha un corpo medio-pieno e si sorseggia senza sforzo. Non c'è percezione d'amaro, il dolce viene bilanciato da un'ottima attenuazione, da una lieve acidità e dal calore dell'alcool che lo asciuga ad ogni sorso: lungo, lunghissimo lo strascico finale, ricco di alcool, melassa e canditi ben amalgamati da un sostenuto e morbido calore etilico. 
L'autunno in bottiglia? Autumn Maple di The Bruery regala una bevuta pulitissima ed elegante, con un sapiente dosaggio delle spezie e dell'alcool: riscalda, rincuora e soddisfa, appagando anche chi non ha la fortuna di poter assistere allo spettacolo degli aceri in autunno.
Formato: 75 cl., alc. 10%, IBU 15, lotto 220, imbott. 22/06/2015, prezzo indicativo  in Europa 13/18.00 Euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 22 novembre 2016

CRAK - HOP Series - Nelson Sauvin, Amarillo / 24.OTT.2016

Eccoci ad una nuova Hop Series di CR/AK, dopo quelle assaggiate poche settimane fa. Birre sulle cui etichette è messa ben in evidenza la data d’imbottigliamento in modo che il consumatore riesca immediatamente a conoscere la freschezza della birra. La Hop Series racchiude birre prodotte occasionalmente con un diverso mix di luppoli selezionando “i migliori a disposizione”. Oltre a data d’imbottigliamento e shelf-life a sei mesi, CR/AK s’impegna a garantire la catena del freddo, ovvero a far sì  che la birra  “sia sempre refrigerata, da quando lascia il nostro birrificio fino alla vostra pinta”; benissimo il trasporto refrigerato, essenziale nei mesi estivi, più difficile fare in modo che i rivenditori mantengano sempre fusti e bottiglie in frigorifero. La Hop Series viene inaugurata a giugno 2015 con una Hoppy Saison ed è poi continuata anche per tutto il 2016 con svariate declinazioni dello stile IPA (Session, Double). 
Le ultime due nate sono la HS11  24.10.2016 / Nelson Sauvin, Amarillo IPA e la  HS12  07.11.2016 / Motueka, Hallertauer Blanc e Hallertauer Mittelfruh Session IPA; molto pulite e minimali le etichette, con una grafica semplice ma efficace ad opera dello studio Dry Design, curatore della visual identity di CR/AK sin dagli esordi. 
Tra le ultime novità annunciate da CR/AK c’è la decisione di iniziare ad utilizzare bottiglie di vetro nero, quindi ancora più scure di quelle attualmente in uso, allo scopro di proteggere ulteriormente la birra dai colpi di luce.

La birra.
Tutto quello che c’è da sapere è lì sull'etichetta: si tratta di una IPA (al confine con il “Double”, 7.5% ABV) prodotta con luppoli Nelson Sauvin e Amarillo, messa in bottiglia da un mese.
La fotografia la rende un po' più scura, ma all’aspetto è di color dorato carico, con riflessi arancio e un bel cappello di schiuma bianca, compatta e cremosa, dall’ottima persistenza. L’aroma è ovviamente fresco, non c’è un’esplosione di profumi ma c’è comunque un buon livello di pulizia: le tipiche note del Nelson Sauvin (uva bianca) si mescolano a quelle floreali ed a quelle di cedro, mandarino e frutta tropicale. Bene la sensazione palatale, morbida e gradevole: IPA poco carbonata che scorre bene e che nasconde la sua gradazione alcolica. I malti regalano note di biscotto ed accenni di caramello, ma la freschezza della bottiglia li mantiene in secondo piano rendendo protagonisti i luppoli: il gusto mi sembra meno definito rispetto all’aroma, con un generale impressione di frutta tropicale (papaia, maracuja?) che s’affianca alle note leggermente aspre del Nelson Sauvin e a quelle degli agrumi. La convivenza non è a mio parere delle meglio riuscite e un discorso analogo riguarda anche il finale, nel cui l’amaro anziché optare per la sicurezza del cliché resina/agrumi si sviluppa abbinando insolite note vegetali e (forse) terrose. La chiusura è abbastanza secca, la pulizia al gusto non è impeccabile anche se la birra è ovviamente valorizzata dalla sua grande freschezza.  
Una IPA abbastanza ben fatta anche se meno precisa e meno pulita rispetto alle altre due Hop Series bevute qualche settimana fa; il mix di sapori ottenuto non si colloca esattamente in cime alle mie preferenze personali, ma ovviamente a voi potrebbe fare tutt’altro effetto. 
Formato: 33 cl., alc. 7.5%,  imbott. 24/10/2016, scad. 24/04/2017, prezzo indicativo 4.00/4.50 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.