martedì 23 agosto 2016

Birra in Portogallo, parte terza: Passarola Brewing e Oitava Colina

Terzo e ultimo resoconto sulla birra “artigianale” portoghese, dopo i due episodi dei giorni scorsi. Partiamo da Passarola Brewing, beerfirm di Lisbona nata nell’autunno del 2014; la fondano l’homebrewer australiano residente nella capitale portoghese Robert Klacek e André  Pintado, anch’egli alle prese con la birra fatta in casa. Pintado, ingegnere informatico, ha anche ricevuto le attenzioni (sic!) della stampa portoghese in quanto Top Ratebeer Rater nazionale con oltre 2000 recensioni. Il nome scelto dalla beerfirm si riferisce all’omonima “gondola volante” inventata da Bartolemeu de Gusmão  nel diciottesimo secolo (1709); sebbene non siano mai state trovate prove concrete dalla costruzioni di questo pallone aerostatico, i disegni ed i prototipi realizzati da Gusmão  furono utilizzati per cercare di screditare quei fratelli Montgolfier che costruirono poi davvero la prima mongolfiera nel 1783.  

Quattro sono le Passarola che sono riuscito ad assaggiare, con una visione d’insieme del birrificio molto più completa rispetto a quelli che vi ho descritto nelle precedenti puntate di questo viaggio in Portogallo. Partiamo da due American IPA, senza dubbio le loro due produzioni più convincenti; Blind Date IPA, secondo Ratebeer nella top ten delle miglior birre prodotte in Portogallo, viene realizzata presso gli impianti della Post Scriptum Brewery di Trofa, ben 340 chilometri a nord di Lisbona. Malti Monaco e Pale, luppoli non dichiarati e birra che si presenta di color ambrato con una cremosa schiuma biancastra. Bottiglia purtroppo non molto fresca (scadenza ad ottobre 2016) e aroma che, benché pulito,  non regala molto all’infuori dei profumi un po’ stanchi di resina e caramello. Corpo medio e poche bollicine al palato ed un gusto che guarda alle IPA della East Coast, col biscotto e il caramello dei malti a supportare la generosa luppolatura resinosa; la parte fruttata (agrumi) è quella che ha sofferto di più il trascorre del tempo, presentandosi in forma di marmellata anziché nella fragranza del frutto fresco. La birra è comunque pulita e priva di difetti, abbinando ad una buona intensità anche un’ottima facilità di bevuta; peccato non averla trovata più giovane.

Freschezza che invece valorizza in pieno una delle ultime nate in casa Passarola: si tratta della IPA Chindogu, nata lo scorso maggio e raffigurante in etichetta proprio la “gondola volante” di Bartolemeu de Gusmão. Il nome Chingodu rimanda invece "all’arte dell'inventare oggetti utili ma completamente inutilizzabili dal punto di vista pratico"  del giapponese Kenji Kawakami. Nata da poco ma già nella “ratebeeriana top 20”,  prodotta vicino casa, ovvero presso il birrificio di Lisbona Oitava Colina, ha un colore che si colloca tra il dorato e l’arancio sormontato da una bianca schiuma cremosa e molto persistente.  Naso fresco e pulito con pompelmo e aghi di pino sugli scudi, accompagnati da accenni alla frutta tropicale. Mouthfeel gradevole, ottima scorrevolezza e gusto che ripropone gli elementi dell’aroma: contrariamente alla Blind Date, qui la luppolatura è sostenuta dal pane e dal dolce del miele dei malti, con un risultato che rientra subito nelle mie grazie. Ci sono anche  pompelmo e  frutta tropicale a dare forma ad un’interpretazione pulita e dignitosa di una IPA West Coast, caratterizzata da un finale abbastanza secco ed un bel retrgogusto amaro, resinoso, vegetale, pungente.  Sicuramente una delle migliori birre bevute in Portogallo. 

Comincia altrettanto bene la robusta (7%) American Stout chiamata Hadron Hædrɒn / Hadron Collision, con una bella livrea nera e una golosa testa di cremosa schiuma nocciola; l’aroma è molto semplice ma pulitissimo e molto elegante nei profumi di orzo tostato e di caffè in chicchi. La sensazione palatale privilegia la scorrevolezza sacrificando un po’ la morbidezza, nonostante la carbonazione sia bassa: una maggiore oleosità le avrebbe forse giovato. Il gusto convince meno dell’aroma, soprattutto per quel che riguarda eleganza e pulizia. C’è una base caramellata a sostegno delle intense tostature e dell’amaro del caffè accompagnate da note di liquirizia; purtroppo una leggera astringenza e qualche accenno di salamoia disturbano un po’ la bevuta che chiude sull’amaro delle tostature e dell’abbondante luppolatura (terra, resina) sostenute da un morbido alcool warming. Peccato per alcuni difetti che vanno un po’ a penalizzare quella che sarebbe altrimenti una buona American Stout. 

Ma il vero banco di prova di un birrificio è il Belgio ed è qui che Passarola fa purtroppo un brutto scivolone. Prodotta alla Cerveja Bolina, 50 chilometri a nord-est di Lisbona, la Saison della “Pique-nique Series” altro non è che la versione estiva in bottiglia da 75 centilitri della Saison Piquenique, disponibile tutto l'anno in formato 33. L’estate e la voglia di condividere all’aperto una birra con gli amici fanno nascere questo formato più generoso con etichetta che ricorda la classica tovaglia da pic-nic. Nell'inappropriato bicchiere che avevo a disposizione  è di colore arancio velato ed una bianchissima testa di schiuma bianca. Il naso non offre purtroppo molto, con gli esteri fruttati (arancia) e le note della crosta di pane sporcate dalla plastica dei fenoli; l’intensità è comunque molto dimessa per un aroma per nulla invitante.  Il mouthfeel è quello (giusto) di una Saison vivace e piuttosto carbonata che scorre con grande facilità, ma il gusto si rivela tanto poco pulito quanto l’aroma. Crackers e cereali fanno fatica ad emergere, il dolce della polpa d’arancia è completamente eclissato da un finale sgraziato nel quale l’amaro terroso viene accompagnato dalla gomma bruciata; avverto anche una curiosa nota salina che ogni tanto fa capolino. Davvero difficile proseguire nella bevuta. 
Scivolone Saison a parte, Passarola propone birre di buon livello ed è senz’altro uno dei nomi che vi consiglierei di cercare se avete voglia di bere birra in Portogallo. 

Concludiamo in crescendo proprio con Oitava Colina, microbirrificio di Lisbona attivo solo dal 2015; si trova nel Bairro da Graça, non lontano dal Castello di São Jorge e dalla chiesa di São Vicente de Fora. Il microbirrificio non è però visitabile, se non privo appuntamento o nelle giornate di "porte aperte" che vengono organizzate di tanto in tanto. Lo fondano João Lobo e João Mendes, scegliendo un nome che fa riferimento all'ottava collina sconosciuta di Lisbona; la capitale portoghese, per creare un parallelismo con la grande Roma, fu infatti definita  nel diciassettesimo secolo da frate Nicolau de Oliveira "la città dei sette colli"  ignorando la collina "da Graça"che viene oscurata alla vista dal vicino Castello di San Giorgio.

Due le bottiglie che sono riuscito ad assaggiare, a partire dalla Zé Arnaldo, una Robust Porter che si presenta di color mogano scuro con riflessi rossastri ed una bella testa di schiuma nocciola, fine, cremosa e molto persistente. Al naso c'è pulizia ed una discreta eleganza fatta da cioccolato amaro, caffè, orzo e pane tostato. Corpo medio e poche bollicine al palato, con un mouthfeel che vuole prediligere la scorrevolezza; al palato c'è una buona intensità che in sostanza ripropone gli stessi elementi dell'aroma, ovvero caffè ed intense tostature bilanciate dal dolce della liquirizia, del caramello bruciato e dall'acidità dei malti scuri. Chiude ricca di caffè e torrefatto, con un lungo retrogusto amaro ed una carezza etilica; una porter abbastanza pulita e priva di difetti, che si lascia bere con piacere e senza nessuno sforzo.

Tutte le Oitava Colina raffigurano in etichetta un personaggio; se la Zé Arnaldo era "dedicata" ad Arnoldo di Soissons, uno dei tanti patroni dei birrai, la IPA della casa Urraca Vendaval chiama in causa Urraca di Castiglia, regina dal 1107 al 1112 di quella Galizia che a quel tempo incorporava anche la contea del Portogallo. Ratebeer la elegge come sesta miglior birra portoghese. 
Il suo colore è tra il dorato ed il ramato con un buon cappello di schiuma biancastra, abbastanza compatta e cremosa, molto persistente. L'aroma, pulito ma soprattutto ancora fresco, disegna un elegante bouquet che include pompelmo, aghi di pino e frutta tropicale (mango, melone, passion fruit). Al palato la base maltata propone biscotto e caramello che supportano la generosa luppolatura in maniera intelligente, ovvero facendosi sentire il meno possibile. Anche la frutta tropicale predilige l'eleganza alla sfacciataggine, andando a formare una birra ben costruita e molto bilanciata che chiude abbastanza secca ed amara con un bel finale nel quale al pungente amaro della resina s'affiancano alcune note di pompelmo. La facilità di bevuta è ottima, con la  freschezza che valorizza il buon livello di pulizia di questa IPA, risultata alla fine come la miglior bevuta in terra lusitana. 

Nel dettaglio: 
Passarola Blind Date IPA, 33 cl., alc. 6.5%, lotto 100238432, scad. 01/10/2016, 3.10 Euro.
Passarola Chindogu IPA, 33 cl., alc. 6.5%, lotto L0052, scad. 01/03/2017, 3.10 Euro.
Passarola Hadron Collision, 33 cl., alc. 7%, lotto L0050, scad. 01/01/2017, 2.99 Euro.
Passarola Pique-nique Series: Saison, 75 cl., lotto L162SP, scad. 01/01/2017, 7.99 Euro
Oitava Colina Zé Arnaldo, 33 cl., alc. 7%, lotto LO10066, scad. 01/06/2017, 3.68 Euro
Oitava Colina Urraca Vendaval, 33 cl., alc. 6%, lotto L030065, scad. 02/01/2017, 3.30 Euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 22 agosto 2016

Ritual LAB Super Lemon Ale

Nuovo appuntamento con quello che definire semplicemente birrificio appare riduttivo:  Ritual Lab nasce infatti nel 2014 prima di tutto come centro didattico di formazione per chi si vuole avvicinare alla produzione della birra. I corsi, che si svolgono sia a livello amatoriale che professionale, sono tenuti da Emilio Maddalozzo (birraio con 30 anni di esperienza tra Pedavena e accademia Doemens di Monaco di Baviera); oltre alla parte teorica vi è anche le possibilità di effettuare una cotta su di un impianto di produzione professionale seguendo l'intero processo, dalla macinatura del malto sino all’imbottigliamento. Ma Ritual Lab vuole anche essere sperimentazione, ovvero ricerca "di differenti metodi di produzione, maturazione e gestione" della birra nonché la coltivazione in proprio di luppolo. Nato nel 2013 a Formello (Roma), dal 2014 Ritual Lab ha iniziato a commercializzare le proprie birre dapprima come beerfirm e, dal 2015, con il proprio impianto da 12hl gestito da birraio Giovanni Faenza: American Pale Ale, Pils, Bock e Stout sono state le birre di partenza alle quali si è poi affiancata di recente una Double IPA. Impossibile infine non citare le splendide e metafisiche etichette realizzate dall'artista e tatuatore romano Robert Figlia.

La birra.
Super Lemon Ale è un’American Pale Ale caratterizzata dall’abbondante impiego di luppolo Citra; non so se si tratti di una single hop, in ogni caso il birrificio si cautela in etichetta assicurando con ironia che non sono stati utilizzati limoni. 
Il suo colore velato si colloca tra il dorato e l’arancio, con una testa di schiuma appena biancastra, compatta e cremosa, dall’ottima persistenza.  L’aroma tiene fede al nome ospitando quasi per intero l’intera famiglia degli agrumi: si va dal pompelmo al cedro, dall’arancio al limone; in sottofondo melone e passion fruit portano qualche suggestione tropicale, per un naso complessivamente pulito ed elegante che mantiene ancora una discreta fragranza, nonostante siano probabilmente passati sei mesi dall’imbottigliamento. Gradevole e morbida al palato, con poche bollicine, Super Lemon Ale scorre con ottima facilità proponendo uno scenario leggermente diverso da quello aromatico: crackers, cereali e crosta di pane sono a sostegno di un gusto che privilegia la frutta tropicale, mentre agli agrumi e alla loro scorza il compito di schiudere la bevuta, donando secchezza, amaro e freschezza, accompagnati da qualche note erbacea. Il livello d’amaro è quello delicato che caratterizza il luppolo Citra e la birra nel complesso risulta bilanciata, ben profumata e con un’ottima intensità, anche se volendo essere pignoli al palato mi è sembrata un po’ meno pulita e fragrante che al naso. 
La bevuta è sin troppo facile, ma questa è una caratteristica che un’American Pale Ale dovrebbe sempre avere: da Ritual Lab un'altra birra di livello molto buono dopo la Double IPA Tupamaros. Birrificio giovane ma piuttosto promettente, tenetelo d’occhio.
Formato: 33 cl., alc. 5.3%, IBU 43, lotto 8, scad. 02/2017,  prezzo indicativo 4.50/5.00 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 21 agosto 2016

Buddelship Doktor Schnabel

Ritorna sul blog il microbirrificio di Amburgo Buddelship, che vi avevo presentato in questa occasione; operativo dal 2014 e fondato da Simon Siemsglüß, alla fine dello scorso luglio il birrificio ha anche inaugurato la propria Taproom.
La Craft Bier Revolution tedesca ha visto negli ultimi anni la nascita di molti microbirrifici/beerfirm che tuttavia non sono ancora riusciti ad entusiasmarmi (per dirla in maniera gentile), soprattutto quando si sono cimentati con stili lontani dalla propria tradizione. Buddeslhip è uno di quelli che mi hanno maggiormente impressionato, a partire dall'ottima Baltic Porter Gotland 1394.
Le birre "scure" riescono evidentemente bene a Simon Siemsglüß perché altrettanto positiva si è rivelata la bevuta dell'Imperial Stout chiamata Doktor Schnabel.  Il riferimento, come mostra la splendida etichetta realizzata dall'artista Teichbot, è il medico della peste, che un tempo visitava i malati vestito da una lunga tonaca nera, un cappello a tesa larga ed una curiosa maschera a forma di becco nel quale erano contenute paglia, erbe ed essenze aromatiche (fiori secchi, lavanda, timo, mirra, ambra, foglie di menta, canfora, chiodi di garofano, aglio e, quasi sempre, spugne imbevute di aceto) che agiva da filtro tenendo lontano i cattivi odori, che un tempo si credevano essere i fattori scatenanti delle epidemie; il dottore era anche dotato di un bastone che utilizzava per visitare i pazienti senza toccarli.

La birra.
Non vi è nessuna spezia in questa Imperial Stout rispettosa del Reinheitsgebot che si presenta nel bicchiere prossima al nero, con una testa abbastanza  compatta di schiuma nocciola, cremosa e dall'ottima persistenza.
Al naso c'è pulizia ed una relativa semplicità fatta di caffè macinato, orzo e pane tostato; in sottofondo liquirizia, caramello, cenere. Nonostante la buona gradazione alcolica (8%) il mouthfeel non è particolarmente oleoso o viscoso, restando fedele alla tradizione tedesca che vuole sempre privilegiare la scorrevolezza; il corpo è medio. Ottima l'intensità del gusto che mette in evidenza eleganti tostature, liquirizia e caffè, cioccolato, pane nero e caramello, un accenno di fruit cake: l'alcool scalda quanto basta in un equilibrio molto ben riuscito che coniuga perfettamente la facilità di bevuta con l'intensità, il dolce con l'amaro. La chiusura è una lunga strada fatta di caffè macinato e tostature, impreziosite da note di cenere, terrose e da un morbidissimo tepore etilico.
Imperial Stout piuttosto ben fatta con un buon livello di pulizia e soprattutto carattere, quello che spesso manca nelle interpretazioni tedesche degli stili lontani dalla loro tradizione. 
Formato: 50 cl., alc. 8%, scad. 08/01/2018, 5.58 Euro (beershop, Germania)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 19 agosto 2016

Birra in Portogallo, parte seconda: LX Brewery Toranja Belgian India Session Ale, Maldita English BarleyWine, Musa Born In The IPA, OPO 74 Gyroscope, Mean Sardine Voragem

Secondo episodio del breve viaggio nella birra portoghese iniziato ieri l’altro; cinque protagonisti che presento in rigoroso indice di gradimento rimbalzando più volte tra  Lisbona e Porto/Oporto. 
Partiamo dalla  (Sant'Ana) LX Brewery, microbirrificio aperto nel 2014 dall’homebrewer Gonçalo, aiutato dal padre e da alcuni amici, su una delle sette colline di Lisbona che porta il suo stesso cognome, ovvero San’t Ana.  Oltre una ventina le birre prodotte in quasi due anni d’attività in una gamma che oltre agli Stati Uniti tocca anche la tradizione tedesca e quella belga, ed è proprio con questa che ho voluto testare il birrificio. La Toranja Belgian India Session Ale è una delle ultime nate in casa XL e, come il nome stesso indica, si stratta di una Belgian IPA prodotta con utilizzo di pompelmo (toranja). L’etichetta promette che “questa birra sarà uno dei migliori momenti della vostra giornata” ma la verità è che si è rivelato in assoluto quello peggiore. Birra disastrosamente infetta, assolutamente imbevibile: giusto un paio di sorsi per annotare il festival del lattico, del cerotto, della plastica e del medicinale con una lieve presenza d’arancio in sottofondo. Lotto sfortunato, ma tale zozzeria mi ha tenuto alla larga dal provare qualsiasi altra etichetta di questo birrificio.

Spostiamoci ora molto più a nord, ad Aveiro, cittadina a 70 chilometri a sud di Porto che viene molto generosamente definita “la Venezia del Portogallo” solo perché attraversata da qualche canale nel quale sostano affusolate barche colorate un tempo utilizzate per la raccolta delle alghe e del sargasso. Qui nel 2013 Arthur Faustino, ingegnere chimico ed homebrewer,  ha aperto assieme al padre Gonçalo e alla Univeristà di Aveiro la Faustino Microcervejeira. Le birre vengono commercializzate a marchio Maldita, con una Robust Porter, una Bohemian Pilsner ed un English Barley Wine a comporre l’ossatura della produzione regolare alla quale s’affiancano IPA, APA, Imperial Stout e un Wheat Wine.  Il birrificio ha vissuto il suo momento di gloria nel 2014 quando ai World Beer Awards il suo Barley Wine è stato premiato come il miglior rappresentante europeo della categoria.  Si presenta di color ambrato e al naso regala profumi di frutta secca (mandorle, noci) e di caramello; man mano che la birra si scalda diventano troppo dominanti gli esteri fruttati (mela e pera) che assieme ad una fastidiosa nota di cereali/muesli tendono a sporcare l’aroma.  Elementi che ritornano purtroppo anche al palato andando a costituire un barley wine alla “mela e pera”, su una base di caramello, che chiude lievemente amaro e astringente; l’alcool (9%) è ben dosato ma non riesce mai davvero ad accompagnare la bevuta per mano, potenziandola quando necessario, e viaggia quasi su un binario separato. Birra bevibile, discretamente pulita ma insopportabilmente “infestata” da mela e pera: peccato.

Ritorniamo a Lisbona per dare il benvenuto alla Cerveja Independente Musa, una delle ultime realtà sorte (maggio 2016) nella capitale portoghese: sono Nuno Melo e Bruno Carilho i fondatori, economisti e consulenti presso la McKinsey.  Di ritorno dagli Stati Uniti i due vogliono fare impresa assieme e all’idea iniziale di Nuno  (esportare borse in pelle portoghesi) si sostituisce quella di Bruno,  reduce da un anno in California a contatto con la “craft beer revolution”. A lui prima di tutto il compito di allontanare l’amico Nuno dalla Superbock con un viaggio in USA e in Spagna a visitare birrifici artigianali: il business plan è pronto, manca solo un birraio che possa aiutarli a partire; dopo una serie di interviste via Skype viene reclutato l’americano Nick Rosich, già birraio presso la Penn Brewery di Pittsburgh.  Musa è attualmente una beerfirm che produce presso Oitava Colina e che dovrebbe aprire a breve il proprio stabilimento nella zona di Marvila. Tre le birre disponibili (Born In The IPA, Red Zeppelin Ale e Mick lager) che si decide di legare al mondo musicale, all’insegna di un marketing che vuole già portare la “democrazia della birra artigianale in Portogallo”: birra per il popolo, birra per tutti e non solo per un gruppo elitario di persone. Qualcosa che dalle nostri parti è già stato detto, non è vero? 
Born in the IPA, birra di “springsteeniana” ispirazione, vede l’utilizzo di Citra, Mosaic e Columbus:  ramata e quasi limpida, forma una bella e cremosa testa di schiuma bianca, dall’ottima prsistenza. La bottiglia non dovrebbe avere più di tre mesi sulle spalle ma l’aroma è tutt’altro che un elogio della freschezza e dell’intensità; resina, marmellata d’agrumi, qualche nota di cipolla e di caramello. Un po’ meglio al palato, dove l’IPA di evidente ispirazione East Coast non indugia troppo sul fruttato per sviluppare il suo percorso sull’asse caramello-biscottato-resinoso; c’è un po’ di marmellata d’agrumi ad accompagnare, non ci sono evidenti difetti ed il livello di pulizia è abbastanza buono. Chiude discretamente secca, con un amaro resinoso/vegetale abbastanza pungente che però a tratti scivola un po’ nel saponoso. Bottiglia che forse ha preso un po’ di caldo e che ne ha risentito: risultato godibile e sufficiente ma un po’ monotono e noioso. Le basi sembrano comunque esserci, sarebbe da riprovare in condizioni ottimali. 

Da Lisbona rimbalziamo a Porto dove ha sede  OPO 74, beerfirm fondata nel 2015 da tre soci (João Rilo, Pedro Simões e Nuno Branco) che hanno conosciuto la “buona” birra durante viaggi all’estero; con il supporto del birraio americano Bob Maltman lanciano due birre (Gyroscope IPA e Red Mosquito) che non sono riuscito a capire dove vengano prodotte.  A queste si sono aggiunte successivamente la lager Common People, il barley wine Bellevue e la sour ale Echoes: trovate anche qui riferimenti musicali? 
Ecco la Gyroscope, una West Coast Ipa prodotta sulla West Coast europea: il conto torna ed il colore (oro/arancio) è quello giusto. Bottiglia prossima alla scadenza (novembre 2016) che purtroppo non valorizza una birra che andrebbe invece bevuta freschissima: naso floreale con profumi un po’ stanchi di marmellata d’agrumi, miele e di aghi di pino. C’è pulizia ma la fragranza è svanita. Al palato c’è forse qualche bollicina di troppo mentre il gusto parte dal dolce di caramello, miele e marmellata d’agrumi poi bilanciati dall’amaro vegetale e resinoso; la pulizia c’è, l’alcool (7%) è ben nascosto e non ci sono difetti anche se la secchezza potrebbe essere maggiore. Peccato non aver trovato un bottiglia più giovane, ma tutte quelle che ho incontrato in luoghi diversi avevano la stessa scadenza; difficile avere un’impressione corretta di una IPA non fresca, ma da quanto riesco ad intuire in base a quello che c’è nel bicchiere la beerfirm sembra lavorare abbastanza bene. Fiducia per la birra, meno per la non trasparenza sul luogo di produzione. 

Chiudiamo la carrellata odierna ritornando a sud e precisamente a Mafra (40 km da Lisbona) dove dal 2013 è operativa la Mean Sardine Brewery fondata da Rolim Carmo assieme a Jorge Borges e André Fernandes. Poche informazioni in internet, eccetto le pagine Facebook e Tumbler, per un birrificio che dice di essere ispirato dal vicino oceano Atlantico e dalle onde che cavalcano i surfisti ad Ericeira. Anche se in giro ho sempre e solo visto solamente tre birre (la black IPA Voragem, l’APA Amura e la Dubbel Zagaia) il birrificio della “sardina cattiva” ne produce una dozzina, incluse collaborazioni con De Molen e To Øl. Secondo il popolo di Ratebeer la Black IPA Voragem è attualmente la miglior birra portoghese: sarà vero? 
Difficile dirlo con questa bottiglia nata lo scorso gennaio e con quindi già otto mesi di vita sulle spalle; marrone scurissimo, schiuma nocciola abbastanza fine e cremosa, naso semplice e pulito caratterizzato da profumi di aghi di pino e terrosi con qualche accenno fruttato di pompelmo.  Il mouthfeel è ottimo, morbido e scorrevole, mentre il gusto si rivela tanto essenziale quanto l'aroma: il dolce è quello del caramello e della marmellata d'arancia, subito incalzato dall'amaro terroso e resinoso che guida la bevuta dall'inizio alla fine. Non ci sono orpelli ma quei pochi elementi in gioco sono disposti con criterio e rispettosi di questo "stile-ossimoro" senza sconfinamenti nel torrefatto o nel caffè. Alcol (7%) ben nascosto, lungo retrogusto resinoso quasi balsamico e bevuta che ha perso per strada molta freschezza ma che risulta nel complesso pulita, sincera e piuttosto godibile. 

Nel dettaglio:
LX Brewery Toranja Belgian India Session Ale, 33 cl., alc. 4.8%, IBU 28, lotto 16364, scad. 10/2016, 2.39 Euro
Maldita English BarleyWine, 33 cl., alc. 9%, lotto 13166 ?, scad. 06/2017, 4.00 Euro
Musa Born In The IPA, 33 cl., alc. 6.5%, IBU 70, lotto 00062, scad. 01/2017, 3.00 Euro.
OPO 74 Gyroscope, 33 cl., alc. 7%. lotto 003, scad. 11/2016, 3.40 Euro.
Mean Sardine Voragem, 33 cl., alc- 7%, lotto 06/01/2016, scad. 02/2017, 2.79 Euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 18 agosto 2016

De Leite Cuvée Jeune Homme

Ritorna sul blog la Brouwerij De Leite guidata da Luc Vermeersch in quel di Ruddervoorde, una ventina di chilometri a sud di Brugge. Luc è passato dall'homebrewing al mondo dei professionisti installando il birrificio in una una parte dello stabile occupato dalla propria ditta, la  Helbig, che produce sistemi modulari  e scaffalature per negozi; all’inizio dell’avventura lo hanno accompagnato Etienne Van Poucke e Paul Vanneste, entrambi conosciuti ad un corso di specializzazione sulla produzione della birra organizzato dal birrificio Alvinne. L’impianto degli esordi da 8,5 ettolitri è stato da qualche tempo sostituito da uno più capiente da 60 ettolitri. 
Dopo la di Cuvée Mam'zelle  bevuta qualche tempo fa, ecco un'altra sour ale barricata in per quattro mesi in botti ex-vino provenienti  (presumibilmente) dalla regione francese del Médoc; ma se la Cuvée Mam'zelle  altro non era che la versione barricata della Enfant Terriple,  per realizzare la Cuvée Jeune Homme Luc Vermeersch parte da una birra completamente nuova e piuttosto luppolata. Doverosa citazione anche per la curiosa etichetta realizzata da Rik Vermeersch.
Nel bicchiere arriva di color oro antico velato, con riflessi ramati e un grossolano cappello di schiuma biancastra, pannosa e dalla lunga persistenza. Il passaggio in botte è evidente sin dall’aroma con una netta presenza di legno e vino bianco, affiancata da note floreali, lattiche e  di marmellata d’agrumi, frutta candita; in sottofondo una punta acetica per nulla fastidiosa e un tocco dolce a metà strada tra la vaniglia e lo zucchero a velo.  
La sensazione palatale è sorprendentemente oleosa, soprattutto perché siamo in Belgio: la scorrevolezza non è al massimo ma ne guadagna la morbidezza, nonostante una carbonazione abbastanza vivace. Il gusto vira subito nel territorio dell’aspro (uva acerba, mela verde, limone) e del lattico, per una bevuta comunque rinfrescante che risulta tuttavia molto segnata dal passaggio in botte; in sottofondo miele e marmellata d’agrumi cercano d’addomesticare un po’ l’acido ed il legno. Annoto anche dettagli “funky” (cuoio) e un lieve punta acetica che si manifesta proprio prima della chiusura secca, amara di lattico e di scorza d’agrumi.
Devo in sostanza ripetere quanto detto in occasione della Mam'zelle:  anche questa bottiglia di Cuvée Jeune Homme risulta molto marcata dalla permanenza in botti di vino, con la birra che a tratti sembra poter scomparire. Benché godibile e sicuramente “migliore” della sua sorella, anche lei finisce per essere un po’ grezza e non pulitissima, portando il necessario refrigerio in una calda serata estiva senza riuscire tuttavia a convincere completamente.
Formato 33 cl., alc. 6.5%, IBU 65, lotto 04, scad. 07/10/2016, prezzo 2,10 Euro (drink store, Belgio)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 17 agosto 2016

Birra in Portogallo, parte prima: Fermentum - Engenharia das Fermentações e Dois Corvos Cervejeira

Anche il Portogallo, come quasi ogni altra nazione europea, sta avendo la propria piccola craft beer revolution; in un paese dove  le industriali SuperBock e Sagres si contendono le spine dei locali e gli scaffali dei supermercati, a prezzi peraltro bassissimi, sono oggi presenti una settantina tra brewpub, microbirrifici e beerfirm, almeno secondo quanto riporta il database di Ratebeer. Le prime due aperture risalgono al 2011 per arrivare a 17  a fine 2013; ma è solo a partire dal 2014 che il movimento inizia davvero a crescere al ritmo di circa 30 aperture l’anno. A Lisbona e a Porto arrivano i primi locali dedicati alla craft beer, con una formula che è pressappoco la stessa: piccolo beershop con mescita, dove alcune spine affiancano una buona selezione in bottiglia per il consumo in loco e per l’asporto. Ma anche in qualche ristorante, nei negozi di prodotti gastronomici (inclusi quelli nell’aeroporto di Lisbona) e nei supermercati si può incontrare qualche bottiglia “di artigianale”; i prezzi purtroppo si avvicinano pericolosamente a quelli italiani: siamo sui 10 euro/litro per acquisto di bottiglie, tra i 15 ed i 20 euro/litro per le proposte alla spina spesso in formato 20 e 40 cl. 
Nelle due settimane passate in Portogallo ammetto di aver volutamente tralasciato la birra a favore del vino; non mi è comunque mancata l’occasione di assaggiare – tra poche luci e molte ombre – anche alcune proposte da microbirrifici e beerfirm portoghesi che cercherò di riassumervi in un paio di post. 

Partiamo uno dei più “vecchi” microbirrifici portoghesi, ovvero Fermentum - Engenharia das fermentações, aperto nel 2011 a Vila Verde (Braga) da Francisco Pereira e Filipe Macieira, entrambi ricercatori all’università di Minho ed ex-homebrewers; le birre vengono inizialmente commercializzate a nome Cerveja Artesanal do Minho, mentre da un paio di anni il brand è stato modificato in Cerveja Letra.  Ad ogni birra corrisponde infatti una lettera dell’alfabeto: A per la Weiss, B per la Pilsner, C per la Stout e D per la de Red Ale; a queste birre si sono poi affiancate una Belgian Strong Dark Ale (E) e una IPA (F); la loro distribuzione è abbastanza buona anche lontano dal luogo di produzione, ovvero l’estremità settentrionale del Portogallo. 

Inizio con la Cerveja Letra C, una stout prodotta con luppoli tedeschi e americani, nera e dalla schiuma marrone un po’ scomposta ed esuberante ma dalla lunghissima persistenza. Il naso non è particolarmente intenso ma presenta una discreta pulizia con i profumi del caffè e dell’orzo tostato; quando la birra si scalda emerge una leggerissima nota di salamoia. Al palato risulta un po’ troppo carbonata per lo stile, riproponendo quasi in fotocopia l’aroma, nel bene e nel male, salamoia inclusa: lieve caramello in sottofondo, caffè ma soprattutto tostature formano una bevuta discreta che però si spegne nel finale, perdendosi in una leggera astringenza e nell’eccessiva acidità dei malti scuri. Benino l’intensità, ampi margini di miglioramento per quel che riguarda pulizia ed eleganza; siamo nei dintorni della sufficienza

Baylet è invece il nome dato ad una doppia collaborazione con il birrificio spagnolo (Gijón) Bayura Asturies Craft Beer per la realizzazione di due Double IPA alla segale: “Black” quella prodotta in Spagna, chiara quella portoghese che vado a stappare. In verità il suo colore ambrato è piuttosto carico con riflessi ramati ed una schiuma ocra, compatta e cremosa, dall’ottima persistenza. I luppoli utilizzati dovrebbero essere Summit, Cascade e Calypso con un generoso dry-hopping di Mosaic; l’aroma non fa di fragranza ed eleganza le sue caratteristiche principali ma presenta un buona intensità: domina il dolce del caramello e della marmellata d’agrumi, qualche accenno di frutti di bosco (lampone?), una discreta presenza etilica ed una lieve speziatura donata dalla segale. In bocca è piuttosto robusta (medio-pieno) con una carbonazione delicata che avvolge il palato con una coltre piuttosto dolce di caramello, marmellata d’agrumi ed una componente zuccherina piuttosto notevole; a contrastarla l’amaro resinoso e vegetale, leggermente speziato, poi protagonista del finale. In assenza di finezza rimane una buona potenza di fuoco in una birra tutta giocata sull’asse caramellone-resinoso che non rientra esattamente nelle mie grazie: l’alcool scalda il giusto e la bevuta procede senza intoppi ma con qualche sbadiglio di troppo.


Spostiamoci ora a Lisbona dove a ottobre 2013 ha aperto la Dois Corvos Cervejeira nel distretto periferico di Beato, piccola taproom aperta tutti i giorni dalle due del pomeriggio con possibilità di riempire anche growlers: se tutto ciò vi fa pensare gli Stati Uniti non vi state sbagliando, perché dietro a Dois Corvos c’è l’americano Scott Steffens, ingegnere informatico con l’hobby per l’homebrewing. Nel 1999 conosce in Portogallo Susana Cascais, che nel 2002 lo raggiunge a Seattle per diventare sua moglie e lavorare per un birrificio nel marketing. Dopo una decina d’anni si trasferiscono con i figli piccoli, l’attrezzatura da homebrewer ed il progetto di aprire un microbirrificio a Lisbona. Il business plan di Dois Corvos è già pronto nel 2013, con un impianto da 850 litri progettato ed assemblato in proprio; qualche ritardo tecnico e la burocrazia fanno però slittare il debutto a gennaio 2015. Oggi sono circa una ventina le etichette disponibili, incluse produzioni stagionali ed occasionali, che spaziano tra Usa, Belgio, Inghilterra e Germania. 

Evitando volutamente le solite IPA, partiamo con la Galáxia Milk Stout, che si presenta di color marrone scurissimo con una bella schiuma cremosa e dall’ottima persistenza. Il naso è però praticamente assente, con un lontanissimo ricordo di cioccolato al latte; bene il mouthfeel, morbido e scorrevole ma al palato le cose non vanno troppo bene.  Il lattosio/panna si sente, ci sono accenni di cioccolato al latte e caramello, una fastidiosa presenza di esteri fruttati ma manca completamente il carattere “scuro” o torrefatto che di si voglia; l’unico accenno di amaro è la chiusura terrosa, davvero troppo flebile per equilibrare una birra che abbina l’acidità dei malti scuri al dolce del cioccolato al latte, risultando alla fine poco pulita e sbilanciata.   

Dalla tradizione anglosassone spostiamoci a quella belga, che personalmente reputo il banco di prova di ogni birrificio. Per la Marvila Series, ovvero birre  occasionali/stagionali, ecco una Saison prodotta senza l’utilizzo di spezie. Non badate alla foto, lei è arancio pallido e velata nel bicchiere, all’aroma presenta note floreali e fruttate (arancio) affiancate da quelle di coriandolo e chiodi di garofano. L’elevata carbonazione la rende vivace e molto scorrevole al palato, dove però il gusto si rivela molto meno pulito: pane e miele accompagnano la polpa dell’arancio e i chiodi di garofano, sino ad un finale terroso e leggermente astringente nel quale i fenoli apportano un po’ di plastica bruciata. Il risultato non è drammatico ma è una Saison completamente priva di carattere rustico:  c’è una leggera acidità a rendere la bevuta rinfrescante, il DNA belga s’intravede, ma la strada da percorrere per fare una Saison degna di tale nome è ancora lunga.

Nel dettaglio:
Cerveja Letra C Stout, 33 cl., alc. 5.5%, lotto 21-16, scad. 03/2015, prezzo indicativo 2.99 Euro.
Cerveja Letra / Bayura Baylet Rye Imperial IPA, 33 cl., alc. 8.5%, lotto 22-2016, scad. 06/2017, prezzo indicativo 3.00 Euro
Dois Corvos Galáxia Milk Stout, 33 cl., alc. 4.9%. IBU 25, lotto 22/04/2016, scad. 01/2017, prezzo indicativo 2,49 Euro
Dois Corvos Saison, 33 cl., alc. 5.2%, IBU 29, lotto 16/05/2016, scad. 02/2017, prezzo indicativo 2,99 Euro

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 30 luglio 2016

Stone (Berlin) Arrogant Bastard Ale vs Stone Arrogant Bastard Ale - Bourbon Barrel

"Questa è un birra aggressiva. Probabilmente non ti piacerà. E' abbastanza improbabile che tu abbia il gusto o la sofisticatezza di apprezzare una birra di tale qualità e profondità. Non ne sei degno". Con queste parole il 7 novembre del 1997 Stone Brewing lancia l'Arrogant Bastard Ale; una American Strong Ale aggressivamente luppolata che contribuirà a fare la fortuna del birrificio californiano, arrivando ad occupare il 30% della produzione.
Facciamo un passo indietro al 1995, anche se la storia già l'avevo raccontata qui: Steve Wagner, prossimo ad aprire Stone assieme a Greg Koch, ha appena acquistato un nuovo impianto casalingo e sta facendo i lotti pilota di quella che poi diventerà la Stone Pale Ale. Qualcosa va storto nell'adattare la ricetta al nuovo impianto più capiente: nella pentola ci finiscono un po' troppi malti e una quantità esagerata di luppolo. Da qui i ricordi di Wagner e Koch divergono: il primo sostiene di essersene accorto solo al momento di assaggiare la birra pronta. Koch ricorda invece che l'errore fu subito scoperto, ma i due decisero di non buttare la cotta e portare comunque a termine la fermentazione per vedere che cosa ne era venuto fuori. Il risultato è comunque lo stesso: al momento dell'assaggio entrambi la trovano fantastica, anche se sono consapevoli che poche persone saranno in grado di apprezzare una birra così amara.  Il nome Arrogant Bastard Ale nasce spontaneo. 
Ma nel primo anno anno dall'apertura (1996), Stone non naviga nell'oro e fatica a far tornare i conti; i soci di Wagner e Koch li sentono ogni tanto parlare di questa "Arrogant Bastard", trovano che il nome sia di grande effetto e spingono per commercializzarla, pur non avendola mai assaggiata. 
Wagner e Koch sono però dubbiosi: "la maggioranza della gente non era sicuramente degna di bere questa birra. Non volevo che qualcuno la comprasse per poi vuotarla nel lavandino; la nostra idea iniziale era di farne solamente una cotta, un'edizione limitata e quindi destinarla soltanto a quei pochi individui che l'avrebbero apprezzata". Prima ancora di iniziare a vendere la birra, Koch mette in vendita nell'estate del 1996 allo spaccio di Stone alcuni bicchieri con il logo Arrogant Bastard Ale: voleva vedere la reazione della gente al nome, e quelle pinte vanno subito a ruba. Ci vorrà però ancora un anno, e presumibilmente numerosi tentativi per affinare la ricetta, prima delle première del primo fusto di Arrogant Bastard che avviene il primo novembre del 1997 in un affollatissimo Pizza Port di Carlsbad.
Koch è poi bravo a costruire attorno al nome della birra un'aggressiva campagna di marketing che lancia la sfida nei confronti di bevitori "non degni" di berla: "agli eventi - racconta sempre Kock - la gente veniva al nostro stand, vedeva le bottiglie, e la voleva provare solo per il suo nome. Ma io dicevo loro di no. Prima dovete assaggiare la Stone Pale Ale, poi la Smoked Porter, poi la IPA e solo dopo, se siete interessati ad andare avanti, ve la farò assaggiare".  Un tipo di comunicazione che ha fatto scuola e che ha ispirato molti altri birrifici, gli scozzesi di BrewDog in primis.
Il successo dell'Arrogant Bastard ne ha fatto ovviamente nascere molteplici variazioni e, nel 2015, ha determinato la separazione del brand: è sempre Stone a produrla, ma il suo nome scompare a favore dell'Arrogant Brewing. Nella gamma ci sono la la Double Bastard (1998, 11%), la Oak Arrogant Bastard Ale (con chips di rovere, 2004), la Lucky Bastard (2010, un blend delle quattro birre precedenti), la Bourbon Barrel (2014), la Depth Charged Double Bastard (Double Bastard con aggiunta di caffè, 2015) e la sua versione barricata in botti di bourbon e sciroppo d'acero chiamata Bastard's Midnight Brunch, la Bastard in the Rye (Double Bastard invecchiata in botti di Rye Whiskey), e la piccantissime Crime (9.6%) e Punishment (12%), anche esse ora disponibile in versione Barrel Aged.
Il debutto di Stone Berlino non poteva quindi esimersi dal proporre, oltre alla Stone IPA, anche l'altra flahsghip beer del birrificio californiano; mettiamo a confronto una delle prime lattine arrivate da Berlino ed una bottiglia di Arrogant Bastard Ale Bourbon Barrel prodotta invece ad Escondido.

Le birre.
L'Arrogant Bastard Ale di Berlino è di uno splendido color ambrato carico, appena velato, con intense sfumature rosso rubino e sormontata da un perfetto  e generoso cappello di schiuma ocra, compatta e cremosa, dall'ottima persistenza. L'aroma non è particolarmente intenso e la generosa luppolatua (resina) non è affatto in primo piano; ci sono invece toffee, pane nero, profumi terrosi, di zucchero caramellato, qualche accenno fruttato (prugna) e di alcool. Nel complesso pulizia ed eleganza sono abbastanza buoni. Ottima la sensazione palatale, corpo medio, la giusta quantità di bollicine, morbidezza ed una scorrevolezza che quasi contrastano con il marketing aggressivo. Il caramello ed il  pane nero leggermente tostato riprendono l'aroma ma è solo una breve introduzione a quello che è il vero protagonista dell'Arrogant Bastard: l'amaro, resinoso ed intenso, piccante, affiancato da note terrose e da leggerissime tostature, che avvolge il palato in lungo e in largo, senza abbandonarlo più. E si continua senza sosta anche nel lungo retrogusto, dove alcool ed caramello continuano a supportare l'ondata amara che solletica per diversi minuti il palato, senza mai perdere di vista una certa eleganza. La pulizia  nel complesso è buona ma ci sono margini di miglioramento, sopratutto se confrontata con la sorella prodotta in California.
Ad ormai venti anni dalla sua nascita l'Arrogant Bastard continua a rimaner un'intensa bevuta, benché nel frattempo il palato del beergeek si sia ormai abituato a certi livelli di amaro e non ne rimane quindi particolarmente sconvolto; non c'è invero molta complessità, c'è quel gusto di pane nero (schwarzbrot!) che fa molto Germania e che non riscontro nella versione americana, ma nel complesso mi sembra una replica abbastanza vicina a quella che viene fatta ad Escondido, benché più mansueta e meno aggressiva.
Passiamo ora all'Arrogant Bastard Ale Bourbon Barrel, produzione californiana che debutta nell'ottobre del 2014 all'interno dell'Arrogant Bastard Box, un 4 pack che per una ventina di dollari vi offre una bottiglia da 65 cl. di  Arrogant Bastard Ale, Double Bastard Ale, Lukcy Bastard Ale e la nuova Bourbon Barrel-Aged.
Perfettamente limpida nel bicchiere, anche lei è di color ambrato carico con intensi riflessi rossastri; la schiuma ocra è compatta e cremosa ed ha un'ottima persistenza. Il naso, piuttosto pulito e di buona intensità , regala caldi ed eleganti profumi di caramello e vaniglia, bourbon, uvetta e prugna, toffee, legno, zucchero caramellato. Consistenza oleosa, poche bollicine, mouthfeel corretto per una bevuta lenta e morbida che riscalda ed appaga con il dolce del biscotto, del caramello e della vaniglia, dell'uvetta e della prugna. La chiusura è ovviamente meno amara rispetto alla sorella fresca: qui la resina ed il terroso non sono protagonisti ma contribuiscono a bilanciare il dolce di inizio bevuta, assieme all'alcool e ad una buona attenuazione. Il retrogusto è dolce di bourbon, vaniglia e caramello, con dettagli legnosi e un morbido tepore etilico che rincuora e riscalda, anche se siamo in piena estate e non ce ne sarebbe bisogno.
L'invecchiamento in botte le toglie ovviamente buona parte "dell'arroganza amara" che possiede la versione base ma l'arricchisce con bourbon, vaniglia e legno; ne risulta una birra il cui vigore e la cui potenza non scaturiscono dal luppolo ma dalla componente etilica, con il risultato di una bevuta più bilanciata e non priva di una certa eleganza. Molto bene.

Nel dettaglio:
Stone Brewing Berlin Arrogant Bastard Ale, formato 50 cl., alc. 7.2%, lotto 10/06/2016, scad. 07/03/2017, prezzo indicativo 5.00 Euro (beershop, Italia)
Stone Brewing Arrogant Bastard Ale - Bourbon Barrel, formato 35.5. cl., alc. 8.1%, lotto 23/12/2015, prezzo indicativo 5.50 Euro.

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 26 luglio 2016

Fourpure Shape Shifter

Ritorna dopo quasi un anno di assenza il birrificio londinese Fourpure, che avevamo incontrato per la prima volta in questa occasione; è ubicato nel famoso "beer mile" di Bermondsey, quartiere di Londra dove a poche centinaia di metri di distanza si trovano The Kernel, Partizan, Brew By Numbers, Anspach & Hobsday, Bullfinch Brewery e probabilmente ne sto dimenticando qualcuno.
Fourpure viene fondato dai fratelli Daniel e Thomas Lowe, entrambi con un passato da homebrewers; nella loro avventura professionale i due sono aiutati dal birraio John Driebergen, proveniente dalla Meantime. L’impianto da trenta ettolitri arriva dal birrificio  Purity ed e è affiancato da un impiantino pilota da 1 hl. 
Il nome scelto si riferisce ai quattro elementi fondamentali per produrre la birra: cereali, acqua, lievito e luppolo. Prima che la moda-lattina iniziasse a dilagare, Fourpure è stato il primo microbirrificio inglese a dotarsi di un impianto di messa in lattina di proprietà, con una linea (53 lattine al minuto)  proveniente dalla canadese Cask Brewing Systems  ed in esborso complessivo stimato intorno a 250.000 sterline. 

La birra.
Novità dell'estate 2016 è la West Coast IPA chiamata Shape Shafter; lanciata per la prima volta lo scorso maggio è diventata in poco tempo la Fourpure più apprezzata dai beer-raters, seguita a breve distanza dall'altra novità 2016 chiamata Juicebox IPA. Trattandosi di IPA, non c'è da meravigliarsi.
Citra, Mosaic e Centennial, anche in dry-hopping, sono i luppoli protagonisti di questa birra che si presenta di color arancio velato e forma una cremosa e compatta testa di schiuma bianca, fine e molto persistente. Dovrebbero essere due i mesi di vita di questa lattina e l'aroma mantiene ancora una discreta fragranza ed una buona intensità che permette di apprezzarne il carattere fruttato, con pompelmo, mango e ananas in evidenza. La pulizia è buona ma potrebbe essere migliore, in sottofondo s'avvertono sentori di aghi di pino. La bevibilità è piuttosto buona, la sensazione palatale morbida e gradevole: i malti sanno essere lievi (pane, miele) per lasciare campo libero alla frutta tropicale (mango, ananas) e agli agrumi (arancia e pompelmo). Chiude con un bell'amaro resinoso e pungente che sa essere intenso senza asfaltare il palato, accompagnato da un delicato warming etilico.  Ben attenuata e abbastanza ben pulita, la West Coast IPA di Fourpure è in fin dei conti una buona interpretazione dello stile dichiarato, sebbene il carattere fruttato appaia leggermente sottotono per intensità e fragranza. Purtroppo la distribuzione delle birre nei mesi caldi dell'anno è sempre rischiosa, bisogna metterlo in conto: per questa volta è andata abbastanza bene anche se l'impressione è che qualcosina si sia perso per strada.
Formato: 33 cl.,  alc. 6.4%, IBU 68, lotto e scadenza non riportati, prezzo indicativo: 5.00 Euro (beershop, Italia)-

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 25 luglio 2016

Stone (Berlin) IPA (& Stone Delicious IPA)

Sono passati due anni da quel 19 luglio del 2014 in cui Greg Koch, CEO e co-fondatore di Stone Brewing Company, annunciava un investimento da 25 milioni di dollari per l'apertura di una succursale a Berlino. Un edificio del 1901 precedentemente adibito al trattamento di gas industriale è stato completamente ristrutturato e riconvertito in un moderno birrificio nel periferico quartiere Mariendorf (Marienpark 23, metro U6 - Alt-Mariendorf); i lavori di quella che sarà sostanzialmente una replica della location di Escondido, California, sono ancora in corso ma il birrificio è finalmente operativo e le prime lattine sono arrivate in quasi tutti i paesi europei.
Gli impianti si trovano nell'edificio principale (4000 metri quadri) assieme allo spazio merchandising e a quello che sarà lo Stone Bistro, ovvero un ristorante "farm to table" che utilizzerà soprattutto ingredienti provenienti da piccoli produttori locali.  Un secondo edificio di 2000 metri quadri ospita i fermentatori e le linee di packaging: soprattutto lattine. Un ultimo edificio di 120 metri quadri, immerso nei giardini circostanti, sarà utilizzato come sede di eventi. 
Un primo assaggio delle Stone berlinesi, prodotte sull'impianto pilota, è arrivato il 7 dicembre 2015 con un "tap takeover" nei locali Baladin di Milano, Torino e Roma, oltre che in altri locali europei selezionati; lo scorso aprile "il messia" Greg Koch ha invece tenuto una sorta di tour europeo per presentare ufficialmente i primi fusti dell'impianto da 100 hl ed incontrare i giornalisti. In Italia è toccato di nuovo a Milano (20 aprile da Baladin e Lambrate) ed il giorno successivo ci si è spostati a Roma (Ma Che Siete Venuti A Fà e Open Baladin). Per vedere le prime lattine in Italia si è invece dovuto attendere qualche altro mese, ma verso la fine di giugno hanno finalmente debuttato due birre che hanno reso famosa Stone dall'altra parte dell'oceano: IPA e Arrogant Bastard Ale.

La birra.
La IPA di Stone nasce nell'agosto del 1997, quando Stone spegne la sua prima candelina; a San Marcos a quel tempo si produceva solamente una birra, la Stone Pale Ale.  E' strano immaginare che nella contea di San Diego, ora vera e propria mecca del luppolo, allora vi era praticamente solo Vince Marsaglia (Pizza Port) che osava sfidare il palato dei bevitori con delle birre molto, troppo amare per la maggior parte di loro; sempre in California, molto più a nord, c'era Vinne Cilurzo con la sua Blind Pig IPA.
La principale difficoltà che incontravano Wagner e Koch era che la Stone Pale Ale era considerata "troppo amara" da molti dei locali in cui andavano a proporla: "avremmo potuto ascoltarli e andarci più piano col luppolo - ricorda Wagner - ma noi volevamo fare prima di tutto le birre che ci piacevano bere. Se a molti non piacevano, non importa, avremo trovato qualcuno a cui sarebbero piaciute... almeno lo speravamo".  Wagner, co-fondatore e allora birraio di Stone, era un assiduo frequentatore dei Pizza Port e fu proprio una birra di Marsaglia, la Swami's IPA, ad ispirarlo per la prima Anniversary Ale di Stone:  "non abbiamo mai fatto un lotto-pilota della nostra IPA. Non avevamo spazio, tutta la nostra capacità era occupata; così abbiamo pensato ad una ricetta molto semplice e abbiamo incrociato le dita sperando che andasse bene al primo tentativo".
Quella che in seguito diventò la birra più famosa e venduta di Stone si basava su malti Pale e Crystal, luppoli Chinook, Centennial e Columbus; attualmente quest'ultimo è stato sostituito dal Magnum.
Nel bicchiere è del classico limpido colore West Coast, dorato con riflessi arancio, ed una perfetta schiuma bianca, compatta, fine e cremosa, dall'ottima persistenza. In lattina è stata messa lo scorso 13 giugno, ma l'ancor giovane età purtroppo non si riflette nell'aroma: intensità piuttosto dimessa e alquanto deludente per quel che riguarda la fragranza. Sentori floreali, un leggera presenza di aghi di pino: tutto qui.  Bene invece la sensazione palatale; il corpo è medio, con poche bollicine a dar forma ad una birra morbida che scorre molto bene. Al gusto c'è un leggero miglioramento, ma siamo ben lontani dagli standard californiani: la base maltata è lieve (miele, un tocco di caramello) così come quel carattere fruttato che dovrebbe invece rappresentare la spina dorsale di una West Coast IPA. Gli agrumi ci sono, ma è quasi più marmellata che frutta fresca, mentre bisogna arrivare proprio a fine bevuta per veder emergere un po' di personalità e di carattere: l'amaro è finalmente intenso e pungente, resinoso, delicatamente accompagnato dal caramello e da un leggero tepore etilico.
Una IPA piuttosto deludente e sottotono, devo dire a malincuore la verità, soprattutto perché ancora fresca; pochissimi profumi, fragranza che già latita, pulizia non impeccabile. A scanso di equivoci chiarisco che non ho nessun pregiudizio contro Stone e contro la "campagna di evangelizzazione" europea che Greg Koch ha messo in atto. Sono invece "affezionato" a questo birrificio, il primo che ho visitato in California quattro anni fa, restando quasi stupefatto dalle dimensioni di quello che negli Stati Uniti è considerato un "piccolo" birrificio; non per "tirarmela" ma proprio perché questa birra l'ho bevuta più di una volta in California, posso assicurare che è tutt'altra cosa rispetto a quella che oggi mi sono trovato nel bicchiere. Possiamo invocare "la lattina sfortunata", possiamo appellarci al fatto che il birrificio è ancora in rodaggio, ma la strada da fare per proporre agli europei una vera West Coast IPA che non abbia sofferto il viaggio oceanico è purtroppo ancora lunga. Rimango però con una domanda: la Stone IPA americana ha scadenza a 90 giorni, perché a quella tedesca viene invece data una shelf life a nove mesi ?

Il debutto delle lattine europee di Stone Berlin è stato accompagnato da un insolito carico di produzioni americane in bottiglia, sino ad ora disponibili quasi solo presso i BrewDog bar nel Regno Unito, paese del quale il birrificio scozzese è importatore ufficiale. Purtroppo ha poco senso che mi metta a descrivere la Delicious IPA, birra a basso contenuto di glutine che è stata commercializzata da Stone (USA) per la prima volta a gennaio 2015, in quanto a me pervenuta piuttosto malandata. Lemondrop ed El Dorado sono i due luppoli utilizzati, ma nella bottiglia da me bevuta, imbottigliata lo scorso aprile, la stanchezza regna sovrana: a partire dall'aroma, piuttosto sottotono, dal quale emergono profumi poco fragranti di marmellata d'agrumi e di aghi di pino, per proseguire poi al palato, completamente scevro di quella componente fruttata che la birra aveva in origine. Rimangono i malti (pane, miele ed un accenno biscottato) ed un amaro che si sviluppa più su stanchi toni vegetali che sulle pungenti note di resina. Senza la parte fruttata a bilanciare, la bevuta diventa subito una tisana verde che satura il palato dopo pochi sorsi: quattro i mesi sulle spalle, ma sembrano almeno il triplo. Un pessimo viaggio o, se preferite, la solita bottiglia sfortunata.

Nei dettagli
Stone Berlin IPA
Formato: 33 cl., alc. 6.9%, IBU 77, lotto 13/06/2016, scad. 10/03/2017, 4.00 Euro (beershop, Italia).

Stone Delicious IPA)
Formato 35.5 cl., alc. 7.7%, IBU 80, lotto 19/04/2016, scad. 14/01/2017, 5.00 Euro (beershop, Italia).

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 20 luglio 2016

Sixpoint Bengali IPA

Come appendice al post di qualche settimana fa relativo a Resin e Puff,  le due muscolose Double IPA del birrificio americano Sixpoint, ecco la più tranquilla Bengali Tiger IPA, di recente rinominata solamente Bengali a seguito di un rinnovamento della ricetta. 
La Bengali Tiger nasce da una ricetta casalinga realizzata nel 1999 nel garage dell'allora homebrewer Shane Welch, co-fondatore di Sixpoint assieme a Andrew Bronstein, quest’ultimo in carico della parte commerciale e manageriale. E’ il colore della birra, un intenso arancio sormontato dalla bianca schiuma, a ricordare a Welch la livrea di una tigre alla quale il nome s'ispira; la ricetta originale prevedeva malti Pale, Cara e Light Crystal, luppoli Centennial, Galaxy, Columbus, Cascade, Chinook, Simcoe and Magnum. Commercialmente la  Bengali Tiger IPA debutta nel 2005 ed è stato possibile berla solamente in fusto sino a giugno 2011, data in cui Sixpoint ha lanciato per la prima volta le lattine appaltando parte della produzione presso la Lion Brewery di Wilkes-Barre, Pennsylvania. Un cambiamento necessario per far fronte rapidamente all’aumento di richieste dal mercato, anche se ha comportato  - come per la Brooklyn Brewery - lo spostamento lontano da New York della maggior parte della produzione. 
Ma anche la birra ha le sue mode che cambiano come i gusti dei bevitori, e nell’estate del 2014 la Bengali Tiger è stata mandata in pensione e sostituita da una versione più chiara, che non ricorda più il manto della tigre, realizzata con un diverso mix di luppoli la maggior parte dei quali non esisteva nel lontano 1999. Proprio prima di ritirarla, a settembre 2013, Sixpoint si era accordata con il birrificio inglese Adnams per realizzarne una versione dsugli impianti in Inghilterra e distribuirla presso la catena di pub Wetherspoon’s. 
La “nuova” Bengali debutta  nel nuovo formato “lattina snella” da 12 once (355 ml) che sostituisce quello precedente da 16 once (743 ml).

La birra.
Lievemente velata, di colore oro antico con riflessi arancio e ramati, forma un cappello di schiuma leggermente biancastra compatta e cremosa, dall'ottima persistenza. Al "controllo documenti" risulta che questa lattina è nata lo scorso aprile, con tre mesi di vita sulle spalle che rappresentano quasi il minimo sindacale per le birre che attraversano l'oceano. 
L'aroma è pulito e di buona intensità; non c'è una grossa impressione di fragranza, ma il risultato è tutto sommato accettabile: dominano i profumi floreali, ad accompagnare un sottofondo di arancio e mandarino, aghi di pino. Al palato è molto gradevole, con il giusto livello di bollicine ed un corpo medio: la buona presenza al palato non ne pregiudica affatto l'ottima scorrevolezza. La base maltata (biscotto e caramello) non è per nulla invadente  ed è subito incalzata dal dolce della marmellata d'arancia, che immagino sostituisca ora quello che tre mesi fa era invece frutta fresca; l'amaro non tarda ad arrivare, ricco di note terrose e soprattutto di resina che riesce ancora a pungere un po' il palato. La bevuta è nel complesso intensa per l'ABV dichiarato (6.5%), con l'alcool che si fa sentire quanto basta, soprattutto nel finale; bene attenuazione e pulizia, con il risultato complessivo di una birra godibile benché abbia perso buona parte della propria freschezza e della componente fruttata/succosa. Ne risulta una IPA solida e basata su una spina dorsale di caramello/resina/terroso, non so quanto rappresentativa di quello che era prima di affrontate il viaggio oceanico nei mesi caldi dell'anno.
Formato: 35.5 cl., alc 6.5%, IBU 69, lotto 1020, imbott, 04/2016, scad. 11/11/2016, 4.50 Euro (beershop, Italia).

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.