giovedì 23 gennaio 2020

Harveys Imperial Extra Double Stout

Prima di parlare della birra sono solito tracciare un breve profilo del birrificio ma oggi sarà diverso, perché la bottiglia è molto più importante di chi la produce, nella fattispecie il birrificio Harvey fondato nel 1790 da John Harvey a Lewes, Sussex, Inghilterra: è ancora indipendente e i discendenti del fondatore (settima generazione) fanno ancora parte del consiglio direttivo. 
Parliamo della nascita delle Russian Imperial Stout ed il viaggio a ritroso nel tempo non può che avvenire in compagnia dello storico Martyn Cornell. Nel diciottesimo e diciannovesimo secolo il birrificio Anchor, di proprietà della Barclay Perkins & Co, era uno dei maggior produttori inglesi di Porter, la birra della classe operaia e ne realizzava anche una versione “extra strong” che, almeno a partire dal 1790, veniva esportata nei paesi baltici ed era molto apprezzata alla corte dello zar a San Pietroburgo: documenti storici testimoniano che nel 1818 ne furono esportate in Russia quasi 214.000 bottiglie. Il commercio era a quel tempo dominato dalla ditta A Le Coq & Co, gestita da Albert Johann Ludwig Coq, che la letteratura solitamente identifica come belga: Cornwell ha invece scoperto che era un prussiano rifugiato in Francia. La famiglia Le Coq era arrivata in Inghilterra nel 1830 iniziando in un primo momento il commercio di vino per poi espanderlo alla birra e aveva commissionato alla Barclay Perkins la produzione della A Le Coq Imperial Extra Double Stout.  
Nel 1881 Albert si ritirò dagli affari lasciando la ditta in mano al socio Oscar Hyde Sillem, anch’egli di origine tedesca. Nel 1895 Sillem inviò il figlio Oscar a San Pietroburgo per capire il motivo dell’improvviso declino nelle vendite: i dazi doganali erano aumentati e le ferrovie russe avevano rincarato le tariffe del trasporto, rendendo così la birra molto più costosa per i clienti che si erano spostati su alternative più economiche. Ma Sillem scoprì anche un enorme magazzino a San Pietroburgo pieno di bottiglie contraffatte di Imperial Extra Double Stout prodotte da birrifici locali: la sua denuncia alle autorità cadde però nel vuoto. Per recuperare il terreno perduto i Sillem decisero di spostare il loro quartier generale in Russia e affittarono un magazzino  a San Pietroburgo dove fu installato un impianto d’imbottigliamento: la birra non veniva più prodotta dalla Barclay Perkins ma dalla Reid & Co., sempre in Inghilterra. In parallelo cercarono un birrificio che potesse produrla in loco: con la consulenza del birraio inglese della Reid ne fu individuato uno a Dorpat, città estone oggi chiamata Tartu: l’acqua aveva caratteristiche identiche a quelle di Londra. 
Il primo lotto fu realizzato nel 1913 ma, sfortunatamente per Sillem e i suoi investitori, la prima guerra mondiale era alle porte. La produzione riuscì a ripartire solamente nel 1926 senza grande successo in quanto il gusto dei bevitori si stava spostando verso le dark lager; nel 1937 la Extra Double Stout rappresentava solamente allo 0,4% dei volumi prodotti a Dorpat.  Nel 1940 l’armata sovietica occupò le repubbliche baltiche prima dello scoppio della seconda guerra mondiale: il birrificio venne nazionalizzato e divenne uno dei maggiori produttori russi, ma la stout fu lentamente abbandonata. Nel 1991, con il crollo dell’Unione Sovietica, il birrificio fu privatizzato e nel 1997 fu rilevato dai finlandesi della Olvi Oy che nel 2003 cambiarono il proprio nome in A Le Coq Ltd. Il birrificio produce tutt’ora una Imperial Extra Double Stout (7%) ma non è quella che stiamo cercando. 
Nel 1869 una nave inglese con un carico di birra era affondata nel mar Baltico; nel 1974 alcuni sommozzatori raggiunsero il relitto e recuperarono alcune bottiglie che vennero consegnate alla Brewers' Society di Londra: non sappiamo se (il beerhunter) Michael Jackson riuscì davvero ad assaggiarne una ma pubblicò la storia sulla sua World Guide to Beer del 1977. A questo punto facciamo un salto in avanti al 1998 quando l’americano Matthias Neidhart (ovvero l’importatore B. United International) amante dei classici della tradizione belga e anglosassone, legge il libro di Jackson ed ha un sogno: riportare in vita una Russian Imperial Stout autentica per poterla magari confrontare con quelle che le giovani generazioni dell’American Craft Beer Revolution stanno iniziando a produrre. 
Neidhart e Jackson vanno in Estonia e ottengono il consenso per replicare la  A Le Coq Imperial Extra Double Stout in Inghilterra, a condizione che a produrla sia un birrificio piccolo e indipendente. La scelta cade sul birrificio Harvey & Son: dall’Estonia però le informazioni tecniche sono lacunose e il birraio Miles Jenner di Harvey va a parlare con gli ultimi birrai inglesi che l’avevano prodotta sino agli anni ’50  alla ricerca di ulteriori dettagli produttivi. La prima cotta avviene nel 1999: dopo nove mesi di maturazione le bottiglie con il tappo di sughero vengono spedite a New York e messe in vendita a partire da marzo 2000. L’importatore americano è entusiasta del risultato: “siamo contentissimi del suo profilo aromatico e gustativo. Ci sono anche quegli accenni aspri e acidi che speravamo davvero di trovare. Non modificate assolutamente la ricetta, lasciatela così”. 
Ma dopo qualche mese, in luglio, arrivano numerose segnalazioni che i tappi in sughero di alcune bottiglie rimaste nei magazzini iniziano pericolosamente a sollevarsi e le bottiglie rischiano di esplodere. Ricorda Jenner: “eravamo molto preoccupati perché la maggior parte delle bottiglie si trovava dall’altra parte dell’oceano in un paese in cui le cause legali sono all’ordine del giorno. Ripensandoci avremmo dovuto considerare il fatto che nel periodo georgiano i birrifici, incluso Barclay Perkins, lasciavano maturare le loro birre per dodici mesi anziché per nove come abbiamo fatto noi. Dopo il primo lotto ne avevamo realizzato un altro che era ancora nei nostri fermentatori. Tutto sembrava tranquillo ma – dopo una pausa di nove mesi, come una gravidanza – notammo che un vulcano stava per eruttare. Era partita una seconda fermentazione e i serbatoi rischiavano di esplodere. Facemmo analizzare alcuni campioni e scoprimmo che nel nostro lievito proprietario era presente una piccola percentuale di Debaromyces Hansenii, lievito selvaggio stretto parente dei brettanomiceti, che dopo un periodo di latenza iniziava a lavorare”. Sistemati i problemi, e applicato un tappo a corona in aggiunta a quello in sughero, la Extra Double Stout continua ad essere prodotta da Harvey almeno una volta all’anno, tranne alcuni periodo di pausa. Il Debaromyces Hansenii è ancora presente ed è un tocco di autenticità:  non ci sono infatti dubbi che le Imperial Stout del diciottesimo secolo fossero in parte fermentate con lieviti selvaggi.

La birra.
La ricetta dovrebbe prevedere malti Maris Otter (54%), un mix di Amber, Brown e Black (33%), zucchero invertito (13%), luppoli Fuggles ed East Kent Goldings del Sussex per una OG di 1106 ed un ABV finale del 9%.  Dopo alcuni vintage sfortunati dei primi anni 2002, riesco finalmente a bere la Extra Double Stout giovane. Noto con piacere che quel tappo in sughero che spesso si è sbriciolato nel tentativo di aprire bottiglie più vecchie è stato definitivamente eliminato: peccato che dalle etichette sia scomparso il millesimo e che il lungo collo delle bottiglie da 275 ml sia stato accorciato. 
Nel bicchiere è quasi nera, la schiuma è piccola, un po’ grossolana e poco persistente. L’aroma potrebbe essere spiazzante se ci si avvicina a questa birra senza conoscerne la storia: dominano le note selvagge e funky:  cuoio, pellame, polvere, carne. In sottofondo accenni di tabacco e qualche sorprendente profumo aspro di frutti rossi. La sensazione tattile al palato è un’altra sorpresa: è l’imperial stout prodotta in Inghilterra più densa e “solida” che mi sia mai capitato d’assaggiare: quasi catrame. La bevuta è inizialmente più interessante che buona, ma per apprezzare davvero la Imperial Extra Double Stout bisogna lasciare al palato il tempo di entrare in confidenza con la birra e alla birra il tempo di respirare e di aprirsi per rivelare la sua complessità. Si riparte dal funky e dall’acido per passare gradualmente al dolce dei cosiddetti dark fruits, a richiami di vini fortificati e poi ci si tuffa quasi a capofitto nel nero profondo della liquirizia, delle tostature, del caffè, della carruba e del cioccolato fondente. In un sorso vengono condensati secoli di storia birraria e il punto d’arrivo è in un territorio contemporaneo, a noi familiare.  La scia conclusiva amara è lunghissima e si porta dietro accenni terrosi e quasi resinosi. 
E’ una birra che lascia inizialmente perplessi ma che alla fine risulta incredibilmente coinvolgente, interessante ed emozionante, difficile ma molto ricompensante: ad ogni sorso sembrano emergere nuove sfumature, nuovi dettagli. Una birra unica che non si dimentica e – se ve lo state chiedendo – molto buona. Non è stranamente facile da reperire nonostante il costo sia di gran lunga inferiore alle craft beers inglesi; il birrificio Harveys la vende online a cartoni ma non spedisce al di fuori del Regno Unito. Se avete un amico dall'altra parte della manica, sfruttatelo. E da quanto ne so al momento non c’è nessuno che la importi in Italia. Peccato, o forse no.
Formato 27,5 cl. alc. 9%, lotto AOL, scad. 02/2021, prezzo indicativo 4.00 sterline (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 20 gennaio 2020

Boia Fauss Lingera & Boia Fauss Sansa Cunisiun


Microbirrificio Boia Fauss e Ristoro Pensavo Peggio: l’originalità e l’eccentricità di certo non mancano a Diego Morengo e Ivan Castagno, soci che nel 2014 hanno inaugurato un piccolo brewpub ad Alba, capitale piemontese del tartufo e terra di grandi vini. Ma eccentricità ed estrosità non sono limitati alle parole; basta fare un salto nella piccola locanda/ristoro collegata agli impianti di produzione e dare un’occhiata agli arredamenti, alla mobilia e agli oggetti che adornano le pareti. 
Morengo è il birraio, figlio di un contadino che faceva il vino in casa, e che ha scoperto di avere una passione per la birra durante il servizio militare: i successivi quindici anni che hanno preceduto  l’accensione degli impianti sono passati a ritmo di cotte casalinghe, corsi per approfondire le proprie tecniche e la gestione di un locale dove la birra non veniva ancora prodotta ma solamente servita. Con i soldi ricavati dalla vendita di quest’attività Morengo si è recato in Germania, nel Baden-Württemberg, ad apprendere le ultime nozioni necessarie e prendere in eredità un impianto di seconda mano da cinque ettolitri che oggi ne produce circa duecento all’anno: la tradizione tedesca la fa ovviamente da padrone ma tra le etichette c’è anche qualche interferenza anglosassone. E In parallelo procede l’attività della piccola azienda agricola di proprietà chiamata Cascina Steilot, fornitrice del 95% dell’orzo che viene poi maltato ed utilizzato dal brewpub. 
Per i meno esperti di piemontese ricordo che Bòja Fàuss  (“boia falso”) è un’imprecazione dialettale che esprime stupore e rabbia: sulla sua origine ci sono due scuole di pensiero. Un’escamotage per evitare di bestemmiare il nome di Dio o un riferimento al periodo delle esecuzioni capitali in piazza, quando il boia azionava la ghigliottina. La gente non amava il boia e il fatto che si guadagnasse da vivere decapitando le persone, e dunque lo disprezzava dandogli del “falso”.  Ma l’uso del dialetto piemontese non si ferma qui: anche le birre, come stiamo per vedere, parlano rigorosamente locale.

Le birre.
Lingera“accattone, individuo poco lungimirante, che vive di espedienti. La lingera (indistintamente maschio o femmina), si manifesta sotto molte forme accomunate dalla poca lungimiranza: dallo squallido imprenditorino che trascorre le giornate girovagando di locale in locale incurante dell’azienda che va a rotoli, alla donna dai facili costumi”. 
Questo il nome dato alla Pils  (4.9%) della casa “in stile tedesco, foresta nera”: immagino sia  la ricetta che Morengo ha perfezionato nel corso della sua formazione in Baden-Württemberg. Nel bicchiere è di color giallo quasi paglierino, la candida schiuma è cremosa e molto compatta. L’aroma è fragrante, piuttosto pulito, fresco: miele millefiori, pane e crackers, delicati profumi erbacei e floreali anticipano una birra leggera e facilissima da bere, rispettosa della tradizione tedesca. Correttamente carbonata, la pils di Boia Fauss è una bevuta altrettanto fragrante nel suo panificato, nei dettagli di crackers e miele e nel suo finale abbastanza secco caratterizzato da tonalità erbacee delicate ed educate. Bella sorpresa questa Lingera: una pils semplice, dalla buona intensità che riesce ad abbinare pulizia ad un lieve carattere rustico. Ottima.

Sansa Cunisiun è un’altra espressone piemontese che significa “senza cognizione, essere giudizio” e che nel bicchiere si traduce in una bock ambrata dalla robusta gradazione alcolica (6.7%) e dalla schiuma compatta e perfettamente cremosa. Miele, frutta secca, biscotto, caramello e qualche nota floreale danno forma ad un’aroma pulito e abbastanza intenso. La sensazione palatale è però questa volta un po’ troppo pesante, dal punto di vista tattile, e non del tutto conforme alla scuola tedesca: l’alcool è comunque ben nascosto. La bevuta è meno pulita e meno precisa rispetto all’aroma: miele, biscotto e caramello danno forma ad una bock dolce e bilanciata da un amaro delicato di frutta secca e da qualche eccesso di cereale che disturba un po' quello che sarebbe un morbido finale abboccato. Tocca però annotare qualche leggero calo di tensione e  qualche passaggio un po’ troppo slegato: nulla di grave, intendiamoci. Non raggiunge l'ottimo livello della pils ma è comunque una buona bevuta. 
Da quanto ne so Boia Fauss non distribuisce in giro le proprie birre ma al brewpub potete farvi preparare qualche litro di birra per l’asporto in bottiglia con tappo meccanico, l'antesignana del growler.

Nel dettaglio:
Lingera, formato 100 cl., alc. 4.9%
Sansa Cunisiun, formato 100 cl., alc. 6.7%

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 18 gennaio 2020

Prairie Noir

Prairie Artisan Ales, birrificio di Tulsa (Oklahoma), è una vecchia conoscenza per i lettori del blog: qui trovate tutte le loro birre assaggiate. Le imperial stout di Prairie sono state per qualche tempo tra gli oggetti più ambiti dei beergeeks americani. Poi, lo sappiamo, le mode passano e i desideri si rivolgono altrove: oggi Prairie non è più un oggetto di culto ma rimane tuttavia tra i migliori produttori di imperial stout americani, anche se il passaggio di mano dal fondatore Chase Healey al birrificio Krebs (che ha acquistato il marchio nel 2016) non è stato indolore, come ho potuto constatare di persona. 
Nell’ultimo anno Prairie ha comunque continuato a battere il ferro delle imperial stout spostandosi sempre più (pericolosamente, per quel che mi riguarda) in territorio pastry.  Il 2019 ci ha regalato Afternoon Regret (Barrel Aged Imperial Stout con vaniglia e purea di mirtilli), Moose Boots (mandorle tostate, sciroppo d’acero e vaniglia), Birthday Bomb (con salsa di caramello e toffee), Revenge of the Dawgs  (invecchiata in botti di bourbon con Oreo al burro d’arachidi, noci tostate e  crema di gianduia), Let’s Get This Done (con brigadeiros al cioccolato e latte condensato), Rum the Mules (invecchiata in botti di rum con banane, crema di marshmallow e noci pecan candite con cannella), Black Cherry Noir  (invecchiata in botti di Whiskey con ciliegie, scorza d’arancia, mandorle e vaniglia), RuMallow Brownies (invecchiata in botti di rum con marshmallow e brownies), Nip Slip (invecchiata in botti di bourbon con cioccolato fondente, cocco e vaniglia), Mega Stuf’t (invecchiata in botti di bourbon con Mega Stuf Oreo, vaniglia e fave di cacao),  Roll With It (con girelle alla cannella), Ain’t Nothin’ But a Hound Dawg (invecchiata in botti di bourbon con wafer al burro d’arachidi, banane e marshmallow), Peanut Butter Marshmallow Ripple Brownie (invecchiata in botti di bourbon con wafer al burro d’arachidi, marshmallow e brownie al cioccolato), Snack Size (invecchiata in botti di bourbon con tazzine Reese di cioccolato al burro d’arachidi e marshmallow), Nanner Puddin’ (invecchiata in botti di bourbon con banane, vaniglia e wafer alla vaniglia), Sippy Sippy Bang Bang (invecchiata in botti di rum con banane, cocco tostato e cannella messicana), Thinmant (invecchiata in botti di Whiskey con menta, fave di cacao e vaniglia). E ne ho volutamente tralasciata un’altra decina. 
Vi è venuta fame? A me è venuta sete e quindi guardo altrove.

La birra.
Un tempo, e non mi sto riferendo agli anni ’90 ma solamente al 2013, la maggior parte delle birre di Prairie sapevano ancora di birra e non di merendina. Erano bei tempi quando debuttava la semplice Noir, ovvero un’imperial stout all’avena invecchiata in botti ex-whiskey e niente altro. 
Nera di nome e di fatto, forma una modesta testa di schiuma abbastanza cremosa e dalla discreta persistenza. Fruit cake, vaniglia, whiskey, fugde, melassa, liquirizia, legno e cioccolato: l’aroma è intenso e caldo, suadente, ricco e avvolgente, splendido. Al palato è oleosa ma nonostante sia dichiarato un abbondante utilizzo di avena non ci sono particolari cremosità o coccole: personalmente avrei gradito un po’ di “ciccia” in più. Al palato domina la frutta sotto spirito (bosco, prugna e uvetta) e bisogna scavare un po’ in profondità per trovare quei dettagli che fanno la differenza: fruit cake, cioccolato, vaniglia, legno e delicate tostature. L’alcool (11%) si fa sentire soprattutto nel finale e la Noir di Prairie è una birra che va sorseggiata prendendosi tutto il tempo necessario. Il gusto non raggiunge il nirvana dell’aroma e non regala le stesse emozioni ma è ugualmente coinvolgente e soddisfacente: si congeda con una scia lunga e morbida di whiskey, vaniglia e cioccolato. Sicuramente tra le migliori Prairie bevute negli ultimi anni.
Formato 35,5 cl., alc. 11%, lotto 32017, prezzo indicativo 13,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 16 gennaio 2020

Hummel-Bräu Cowboy Schwarzbier & Hummel-Bräu Räucherla Märzen


Merkendorf è un distretto del comune di Memmelsdorf, ad una decina di chilometri da Bamberga, nel quale vivono circa 900 abitanti che hanno a disposizione due birrifici con annesse locande: Brauerei Wagner e Brauerei Hummel. Parliamo di quest’ultima, fondata nel 1556 e di proprietà della famiglia Hummel dal 1846: alla guida ci sono oggi Julius e Georg Hummel. Una cinquantina di dipendenti, 9000 ettolitri prodotti ogni anno suddivisi tra etichette disponibili tutto l’anno (Pils, Kellerbier, Märzen, Räucherla, Cowboy Schwarzbier,  Weißbier Hell, Weißbier Dunkel, Leichtes Weißbier, 1162 Rauchfestbier e Radler) e stagionali: Festbier Hell e Dunkel (Pasqua, Pentecoste e Natale), Zwickelbier (dall’Epifania alla Quaresima), Dunkler Bock, Weizenbock e Leonhardi Bock hell (da novembre all’Epifania), Räucherator  Doppelbock  (Quaresima), Heller Maibock (aprile e maggio).  Oltre che alla spina e nella classiche bottiglie da mezzo litro le birre sono anche disponibili in formato 33 centilitri  (Freggäla).  Se non avete automobile o bicicletta per raggiungerla da Bamberga potrete prendere l’autobus numero 917 che vi lascerà a Memmelsdorf (3 km).  La Gaststätte è aperta tutti i giorni tranne il venerdì dalle 9 alle 21; domenica e festivi 10-12, 17-20. I fornelli della cucina s'accendono a partire dalle 11.30 e dalle 17. Vi aspettano il Biergarten estivo, la Bräustübla (saletta separata con venti posti a sedere) e due appartamenti per chi desidera passare la notte; la Bierkeller con i suoi alberi secolari è invece attualmente chiusa.  E visto che non è spesso facile reperire informazioni sui piccoli birrifici della Franconia, passiamo all’assaggio di due bottiglie. 

Partiamo dalla Cowboy Schwarzbier (5%) che si presenta di color cola con riflessi ramati; la schiuma, cremosa e compatta, ha ottima ritenzione, Pane nero, cereali, una delicata speziatura, qualche nota rustica di fieno, caramello e qualche accenno di cola: l’aroma è intenso anche se non particolarmente elegante. Al palato scorre senza intoppi, come vuole la tradizione tedesca, riproponendo pane nero e cereali, cola, qualche nota di prugna ed uvetta; la bevuta è dolce ma bilanciata da una buona attenuazione e da un finale leggermente amaricante caratterizzato da note terrose e di frutta secca. Birra pulita e abbastanza intensa, facile da bere ma che non riscalda molto il cuore, sicuramente un po’ penalizzata dalla messa in bottiglia.  

Bamberga è la patria delle Rauchbier e Räucherla è la Märzen affumicata di casa Hummel. Nel bicchiere è limpida e di color oro antico, la schiuma biancastra è cremosa e compatta. Al naso emergono profumi floreali, di miele millefiori, biscotto, qualche nota burrosa, metallica e, ovviamente, l’affumicato.  La bevuta ripropone il dolce del miele, del panificato e del biscottato con l’affumicato che, devo ammettere, non è particolarmente elegante e, soprattutto nel finale quando aumenta d’intensità, arriva a  quasi sconfinare nella plastica bruciata. Un tocco di diacetile non disturba una bevuta comunque piacevole che chiude con un leggero amaro tra il terroso e la frutta secca a guscio. Anche per questa birra valgono le stesse considerazioni fatte in precedenza: bevuta gradevole ma un po’ freddina dal punto di vista emotivo, priva di quella componente rustica che dovrebbe idealmente trasportare nei campi della Franconia chi ha il bicchiere in mano. Un compromesso da accettare se si vuol bere queste birre in bottiglia anziché recarsi direttamente alla fonte.
Nel dettaglio:
Hummel-Bräu Cowboy Schwarzbier, 50 cl., alc. 5,0%, scad. 22/02/2020
Hummel-Bräu Räucherla Märzen, 50 cl., alc. 5.4%, scad. 12/03/2020

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 15 gennaio 2020

Lawson's Finest Sip of Sunshine IPA

La storia l’avrete già sentita più di una volta: un homebrewer di lunga data che dopo molti anni (venti, in questo caso) di attività tra le mura domestiche è stato convinto da famigliari e amici a trasformare il proprio hobby in una professione. Il protagonista questa volta si chiama Sean Lawson, impiegato a tempo pieno nella forestale del Vermont che nel 2008 accese il proprio impiantino da 1 barile (117 litri) in un capanno adiacente alla propria abitazione a Warren, innanzitutto per provare se diventare un birraio a tempo pieno era qualcosa che poteva piacergli. Nei dieci anni successivi all’inaugurazione il microbirrificio Lawson's Finest Liquids è passato dal vendere le proprie birre con una bancarella al mercatino degli agricoltori ad essere uno degli oggetti del desiderio dei beergeeks americani e non solo. Ad aiutarlo la moglie Karen, laureata in Scienze della Pubblica Amministrazione. 
Le IPA e la birre allo sciroppo d’acero realizzate da Lawson ottengono sempre più successo e dopo tre anni (2011) avviene l’upgrade ad un impianto da 8 ettolitri. Nei piani dei Lawson c’era in verità l’apertura di un brewpub ma l’avere una figlia piccola e un’altra in arrivo hanno consigliato di procedere con cautela e rimandare il grande salto: il piccolo aumento della produzione consente tuttavia a più persone di assaggiare le birre e la Double Sunshine DIPA diventa rapidamente uno dei desideri dei beergeeks. Grazie al successo di The Alchemist e Hill Farmstead  il Vermont birrario è improvvisamente sotto i riflettori ed iniziano a formarsi file di 50-60 persone davanti ai negozi, soprattutto al General Store di Warren e alle bancarelle dei mercatini ai quali Lawson consegna personalmente le bottiglie. 
"Sapevo che esisteva il contoterzismodice Seanma pensavo che non avrei mai potuto affidare a qualcun altro la produzione delle mie birre. Ma dall’altro lato ero davvero stanco di dover dire ‘no’ a tutti gli appassionati e a tutti i distributori che le volevano”. Nel 2013 Lawson raggiunge un accordo soddisfacente con il birrificio Two Roads di Stratford, nel Connecticut: piena autonomia sulla scelta della materie prima e diretta supervisione sul birraio incaricato di effettuare le cotte. Per non confondere i propri clienti Sean decide di appaltare alla Two Roads delle etichette diverse da quelle che sta realizzando in Vermont. Il debutto avviene con una birra che vuole emulare, pur differenziandosi, la famosa Double Sunshine:  nasce la Sip Of Sunshine, una nuova Double IPA che, grazie alla più vasta distribuzione, fa crescere ulteriormente la notorietà di Lawson’s.  Sean ci tiene a sottolineare che “la trasparenza è uno dei nostri valori fondamentali. Per me è importante far sapere alla gente dove vengono prodotte le nostre birre; non ho mai voluto nascondere che la facciamo in Connecticut e, infatti, lo dichiariamo apertamente. Non solo, sulle lattine c’è scritto anche che viene prodotta alla Two Roads Brewing Co.”
Per assistere all’apertura del nuovo birrificio/brewpub con annessa taproom e negozio bisogna attendere l’autunno del 2018: i Lawson si spostano a Waitsfield, ad una quindicina di chilometri di distanza, sempre nella Mad River Valley. Duecento posti a sedere, molto legno, ampie vetrate, pietra e candelabri, un enorme camino, menu caratterizzato da formaggi, insaccati e soprattutto un nuovo impianto da 35 ettolitri.   Una cinquantina i posti di lavoro creati: “speriamo di aiutare la valledice Karena fronteggiare i periodi di bassa stagione turistica; in maggio e in novembre tutto è fermo e la maggior parte dei ristoranti chiude. Nei nostri piani la gente dovrebbe venire da noi solo per un paio di drink accompagnandoli con qualche boccone e poi andare a mangiare in altri ristoranti”.   Per l’occasione è stato anche effettuato l’intero restyling delle etichette, che erano ancora quelle fatte in casa da Sean, da parte di Kerrin Parkinson della Select Design di Burlington.

La birra.
Le ricetta della Sip of Sunshine non è mai stata rivelata ma i due luppoli (cryo) che la caratterizzano maggiormente sono Citra e Mosaic. I soliti appassionati polemici lamentano che la birra, ora che viene prodotta presso la Two Roads in Connecticut, non è più quella di un tempo.  “Ma è stata sempre e solo prodotta lì – ribadisce Lawson.  La Double Sunshine che veniva ed è ancora prodotta in Vermont. Le due ricette sono leggermente diverse, soprattutto per quel che riguarda la luppolatura. La Sip of Sunshine è un po’ più leggera al palato e quindi ancora più pericolosa da bere”.  Assieme a The Alchemist, Lawson è uno dei protagonisti del successo birrario del New England ma, come abbiamo visto per la Heady Topper, è errato paragonare le loro birre alle torbide NEIPA prodotte da Trillium o Tree House: qualcuno le ha già riclassificate come “Old School NEIPA”, ovvero IPA d’ispirazione West Coast ma prodotte in New England. E Sean Lawson concorda.
In effetti nel bicchiere è solo leggermente velata: il suo colore corrisponde al suo nome ed è solare, tra il dorato e l’arancio, con una testa di schiuma biancastra compatta e cremosa. L’aroma è una dolce macedonia tropicale, piuttosto zuccherina, quasi candita: mango, passion fruit, ananas, qualche accenno di arancia zuccherata. L’intensità è discreta ma la fragranza, a due mesi e mezzo dalla messa in lattina, lascia un po’ a desiderare. La sensazione palatale è invece ottima: leggermente morbida, poche bollicine e poco ingombrante. E’ una Double IPA che si beve con grande facilità, pulita e bilanciata tra malti (biscotto, miele) e il fruttato tropicale donato dai luppoli; c’è qualche accenno di marmellata d’arancia e un finale amaro che si  dibatte tra vegetale e resinoso, di discreta intensità ma breve durata. Molto bilanciata, precisa, intensa e soprattutto piuttosto facile da bere nonostante il contenuto alcolico (8%): la Sip of Sunshine di Lawson non fa gridare al miracolo e mostra già stanchezza, pur restando piuttosto piacevole da bere. Difficile quindi dare un giudizio veritiero. Rimane la sorpresa di averla trovata nel frigorifero di un BrewDog bar di Londra: prezzo del biglietto un po’ caro (8,50 sterline) ed il gioco di averla provata, a queste condizioni, non vale proprio la candela. 
Formato 47,3 cl., alc. 8%, imbott. 25/10/2019.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 14 gennaio 2020

Three Hills Myces II - Burlington

Three Hills è un microbirrificio inglese fondato nell’agosto del 2016 da Andrew Catherall a Wooodford, nel Northamptonshire. Andrew è un ex-homebrewer che ammette di essersi lasciato prendere un po’ la mano: “ero arrivato al punto di avere in casa una stanza a temperatura controllata piena di fermentatori, un kegerator con 3-4 birre alla spina e ovviamente non ero in grado di berla tutta da solo. Entrai così in contatto con altri appassionati e con alcuni birrai professionisti che apprezzarono le mie birre e mi spronarono ad andare avanti”.  Sono proprio alcune di queste conoscenze a farli fare il salto nel mondo dei professionisti: mentre si trovava a Shangai, lavorando nel settore informatico, gli viene proposto di diventare il birraio della Fighting Tiger, un birrificio in procinto di aprire a Wuhan, nella Cina centrale.  Ma dopo aver assemblato l’impianto e realizzate alcune cotte pilota il progetto viene improvvisamente bloccato e Catherall si trova disoccupato.  Il birraio tedesco Tobias Weber gli propone di tornare a Shangai per assisterlo nella produzione di birre a bassa fermentazione presso la succursale cinese della Drei Kronen 1308.  
Dopo un anno e mezzo, alla fine del 2015, Andrew decide che è meglio fuggire dall’inquinamento della metropoli cinese e rientrare in Inghilterra a gettare le basi per il progetto Three Hills, che lui ama definire una “garage nano brewery” in quanto ancora si trova nell’autorimessa di casa: impianto da 225 litri spesso in funzione due volte al giorno e sei fermentatori tedeschi con una capacità complessiva di circa 4000 litri al mese. Three Hills deve il suo nome ad alcune tombe del periodo neolitico che si trovano nei paraggi: la parte grafica viene affidata allo Studio Crême di Bermondsey a Londra. Si parte con quattro birre, disponibili in fusto e bottiglie da trentatré centilitri, Pale Ale, IPA, Amber Ale e Dark Ale che non sono oggi più in produzione. Catherall ha imparato in fretta i meccanismi del mercato della craft beer ed oggi procede sfornando novità a ritmo quasi incessante in lattina; in tre anni di attività il database di Untappd ha già registrato 236 birre. Tutto questo senza dimenticarsi della tradizione anglosassone (birre in cask) e di sperimentare: la serie Trium ad esempio si compone di 6 birre prodotte con un blend di tre ingredienti provenienti dalla stessa “famiglia”. Ad esempio una Farmhouse Ale con aggiunta tre fiori (ibisco, calendula e sambuco) o una Tripel con tre varietà diverse di foglie di tè in infusione (Oo long, Pu’er e Thai Pandan).

La birra.
In occasione del suo terzo compleanno, avvenuto lo scorso agosto, Three Hills ha realizzato una serie di tre New England IPA chiamate Myces (5.5%) e realizzate con gli stessi ingredienti (malti Extra Pale,  Carapils, frumento ed avena, luppoli Citra BBC, Mosaic BBC ed El dorado) ma con tre diversi ceppi di lievito: la Myces I utilizza un mix di due varietà imprecisate di lievito, la Myces II utilizza il Burlington e la Myces III il London Fog. 
Vediamo la Myces II, che presenta un leggero gushing allo stappo della lattina e nel bicchiere assomiglia ad un succo di frutta alla pera: la schiuma è esuberante, pannosa, quasi indissolubile. Ananas, lychee, limone, lime e mandarino, fiori bianchi; intensità e freschezza non mancano, la pulizia è buona ma si può fare meglio. Nel complesso è comunque un bel bouquet fruttato nel quale gli agrumi sono protagonisti.  L’eccesso di schiuma si riflette al palato in una carbonazione un po’ troppo elevata ma basta far ruotare un po’ il bicchiere per migliorare la situazione: pane e crackers sono il veloce preludio ad una bevuta fruttata e succosa, come vuole la moda. Il risultato è una NEIPA ruffiana, secca e prevalentemente agrumata/zesty, fatta eccezione per una delicata dolcezza data dalla frutta a pasta gialla. Il livello d’amaro è moderato ma sul palato rimane dopo ogni sorso la sensazione di una lieve patina oleosa “luppolata”. L’intensità è notevole, l’impostazione è intelligente ma l’esecuzione non è esente da imperfezioni: c’è qualche spigolo di troppo che andrebbe smussato in questa NEIPA un po’ rozza e dal carattere quasi rustico. A tre anni dall’apertura sarebbe lecito aspettarsi di meglio ma il risultato è comunque soddisfacente e godibilissimo, qualcuno potrebbe persino dire “rappresentativo di un nano-birrificio che ancora opera in un garage”. Pensate a questa birra come ad un disco lo-fi, per fare un paragone musicale.
Formato 44 cl., alc. 5.5%, scad. 05/05/2020, prezzo indicativo 6.00 sterline (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 13 gennaio 2020

Founders Underground Mountain Brown

Nel 2014 gli spagnoli di Mahou San Miguel acquistavano il 30% del birrificio americano Founders e nel 2019 hanno deciso di far valere l’opzione che consentiva loro, dopo cinque anni, di rilevarne la maggioranza: la percentuale di Mahou è quindi salita al 90% lasciando a Mike Stevens e Dave Engbers, fondatori di Founders, solamente il 5% a testa. I due resteranno comunque a lavorare per il marchio che hanno creato nel 1997: “vedere tutto questo è estremamente soddisfacente e gratificante  - ha commentato Stevens –  eravamo due homebrewers senza soldi. E’ il sogno americano.  Dobbiamo iniziare a guardare oltre il semplice concetto di birra artigianale, dove c’è un rallentamento. Ma se analizziamo il mercato della birra nel suo insieme vediamo che l’80% dei bevitori ancora non beve birra artigianale ed è quello il mare delle opportunità. Ma per coglierle c’è bisogno di enormi risorse che nessun birrificio artigianale può permettersi. Grazie alla Mahou possiamo penetrare in un segmento di mercato molto più grande”. 
Founders stimava di chiudere il 2019  con un fatturato di 72 milioni di dollari (+12% rispetto al 2018) dei quali 43 milioni ottenuti grazie alla All Day IPA (+11%); nei primi mesi dell’anno che si è appena concluso Founders ha inoltre acquisito il 40% del birrificio Avery del quale Mahou già deteneva il 30%. Questi numeri ci dicono che la Barrel-Aged Series non è certamente la gamma di birre che permette a Founders di prosperare ma ha tuttavia indiscutibilmente contribuito al successo. Nel 2019 ne hanno fatto parte Backwoods Bastard (gennaio), KBS (marzo), Más Agave (maggio), Underground Mountain Brown Ale (agosto) e CBS - Canadian Breakfast Stout (novembre):  per quest’ultima si è trattato un addio, o di un arrivederci a non si sa quando. Founders ne ha infatti sospeso la produzione: in compenso la KBS sarà d’ora in poi disponibile tutto l’anno:  qualcuno dice che di fatto lo è già, visto che sugli scaffali dei negozi ancora si trovano le bottiglie degli anni scorsi.

La birra.
Per parlare della Underground Mountain Brown Ale, Barrel-Aged Series di agosto 2019, dobbiamo far un salto indietro nel tempo al 2012 quando Founders aveva inserito nella propria Backstage Series (esperimenti e prototipi realizzati solo per la taproom ed eventualmente distribuiti in bottiglie da 75 cl.) una Imperial Brown Ale al caffè chiamata Frangelic Mountain Brown Ale. Nel 2016 quella birra fu poi distribuita anche al grande pubblico con il nome di Sumatra Mountain Brown. Una decisione nata per necessità, ammette il birraio Jeremy Kosmicki: “avevamo ordinato un po' troppo caffè al nostro fornitore e, un volta realizzata la Breakfast Stout, ci chiedemmo come potessimo utilizzarlo. Prendemmo uno stile un po' sottovalutato, quello delle Brown Ales, lo "imperializzammo" e utilizzammo il caffè rimasto in infusione”. 
Di quella birra ne fu poi realizzata anche una versione barricata in botti ex-bourbon (Barrel-Aged Sumatra Mountain Brown) disponibile solamente alla taproom di Grand Rapids: “da anni i nostri sostenitori ci chiedevano di imbottigliarla e distribuirla, e siamo felici di poterlo fare adesso”  ha detto Dave Engbers.  Nel 2019 viene quindi mandata in pensione quella Sumatra Mountain Brown che era stata una delle birre stagionali nel triennio 2016-2018: al suo post arriva in agosto la Underground Mountain Brown (11.9%), nuovo nome per la vecchia Barrel-Aged Sumatra Mountain Brown.  
Livrea color ebano, venature rossastre, schiuma cremosa e compatta dalla buona persistenza: il caffè macinato è subito protagonista in un aroma intenso e abbastanza elegante ma forse un po’ troppo semplice. E’ il marchio di fabbrica del caffè “Founders”: Breakfast Stout e KBS, per intenderci. In sottofondo c’è il bourbon e c’è anche qualche suggestione di cocco tostato. La bevuta è invece un po’ più movimentata in quanto il caffè si fa da parte lasciando il posto al caramello, alla frutta sotto spirito e al bourbon, vero protagonista di una birra alcolica ma non difficile da sorseggiare. Il caffè, e il suo amaro delicato, arriva solamente a fine corsa a bilanciare una Imperial Brown Ale dolce che viene ben asciugata dall’alcool e che lascia una lunga scia quasi delicata di bourbon e caffè. Per lei valgono le stesse considerazioni fatte a suo tempo per la Sumatra Mountain Brown: pulita, abbastanza elegante ma non particolarmente profonda o complessa. Le si potrebbe chiedere di più ma se si guarda al rapporto qualità-prezzo non si può che essere soddisfatti, come per tutte le Barrel Aged di Founders: per le emozioni bisogna ormai guardare altrove, un inevitabile tributo da pagare quando le birre iniziano ad essere prodotte su grande scala?
Formato 35.5 cl., alc. 11.9%, IBU 30, imbott. 08/08/2019, prezzo indicativo 6.00  euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 10 gennaio 2020

Extraomnes Iconic

Credo che in pochi se lo sarebbero aspettato: le lattine di Extraomnes, birrificio che ha da sempre sposato la tradizione del Belgio, paese che privilegia le bottiglie lasciando il formato lattina quasi esclusivamente ai prodotti industriali. Sorprendendo un po’ tutti a luglio del 2019 il birrificio di Marnate ha pubblicato sulla propria pagina Facebook le immagini di due lattine formato 44 centilitri, ovvero quello che in Europa sta ormai diventando lo standard per le birre artigianali: dentro al contenitore ci finiscono Guld, saison alla frutta, e una nuova american Pale Ale chiamata Iconic.  Volendo essere precisi bisogna però ricordare l’antefatto Schandaal, quadrupel con aggiunta di biscotti Speculoos macinati che era stata realizzata nell’ottobre del 2018 assieme al birrificio Canediguerra: per questa birra si era scelto il formato lattina da 33 centilitri. 
Come segnala il sempre preciso blog Malto Gradimento le lattine vengono prodotte in contropressione e quindi le birre non sono rifermentate: è questa la grande differenza rispetto alla linea classica Extraomnes che continuerà ad essere commercializzata nelle classiche bottiglie. Lo scorso ottobre è poi arrivata la lattina numero tre che contiene la Wit.

La birra.
“Siamo veramente orgogliosi di come siamo riusciti ad utilizzare un nuovo contenitore, affrontare un nuovo metodo produttivo e sperimentare uno stile che non era nel nostro DNA, in così poco tempo”: con queste parole Extraomnes presentava le prime lattine sui social network. Il “tradimento” nei confronti della tradizione belga si consuma con Iconic, un’American Pale Ale caratterizzata da luppoli Citra e Simcoe, usati anche in dry hopping: non si tratta tuttavia della prima birra “americana” in casa Extraomnes. I più attenti ricorderanno che nell’estate del 2015 aveva debuttato la Yanqui.  “Volevamo solo dimostrare che possiamo fare la migliore APA italiana”, aveva provocatoriamente dichiarato a quel tempo Luigi Schigi D’Amelio: di quella Yanqui (5.5%) la Iconic riprende in parte la luppolatura (Citra e Simcoe) e abbassa leggermente l’alcool portandolo a 4.8%. 
Nel bicchiere è perfettamente dorata ed è sormontata da una candida schiuma compatta e cremosa dall’ottima persistenza. E’ leggermente velata, ma se siete amanti dell’effetto “haze” non dovete far altro che agitare la lattina e rimpinguare il bicchiere: avrete una birra torbida (quasi) come quei succhi di frutta che vanno di moda oggi. Il naso è una splendida festa tropicale nella quale sono protagonisti mango e ananas, affiancati da arancia, pompelmo, pesca e qualche nota vegetale; pulizia e finezza sono a livelli con capita spesso d’incontrare. Magari ricordate una di quelle birre che sbandierano l’utilizzo di XXX grammi di luppolo al litro in dry-hopping e che vengono vendute ad oltre venti euro al litro? Annusando questa lattina vi accorgerete di quanta materia prima sia spesso inutilmente sprecata. Al palato è leggera, mediamente carbonata e scorre con la velocità che ogni session beer dovrebbe sempre avere: pane, crackers, un bel intermezzo dolce tropicale anticipa un finale amaro caratterizzato da note zesty e terrose che, alla faccia degli Stati Uniti, fa quasi l’occhiolino al Belgio moderno, quello di Zest e Blond, tanto per giocare in casa. La chiusura perfettamente secca e pulita rispetta pienamente il DNA di Extraomnes: Iconic è una session beer perfetta, definita e pulitissima, semplice ma dalla grande intensità a fonte di un contenuto alcolico piuttosto contenuto. Una birra che va solamente bevuta – riprendendo lo slogan della casa -  ma che si beve con enorme soddisfazione.
Formato 44 cl., alc. 4.8%, lotto 297-19, scad. 25/10/2020, prezzo indicativo 5.00-6.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 9 gennaio 2020

Dogfish Head Oak-Aged Vanilla World Wide Stout

Dogfish Head, attivo dal 1995, è uno dei pionieri della Craft Beer americana e lo abbiamo incontrato sul blog in più di un’occasione, nonostante le sue birre siano sempre arrivate in Europa col contagocce. Anche Sam Calagione, fondatore ed uno dei personaggi più carismatici del movimento statunitense, ha dovuto fare i conti con un mercato che in vent’anni è profondamente cambiato:  lo scorso maggio Dogfish ha annunciato la fusione con un altro pezzo di storia della birra artigianale a stelle e strisce, ovvero la Boston Beer Company proprietaria di marchi come Samuel Adams, Angry Orchard Hard Cider, Twisted Tea, and Truly Spiked & Sparkling.  La fusione  - o la vendita a Boston, se preferite -  ha creato un nuovo gruppo del valore stimato di 300 milioni di dollari guidato da Dave Burwick (CEO di Boston). Sam Calagione avrà un posto nel consiglio d’amministrazione: lui e sua moglie hanno ricevuto in cambio 406.000 azioni (circa 130 milioni di dollari) che lo rendono il maggior azionista assieme a Jim Cock, fondatore di Boston Beer Company.   Il 2019 si è chiuso per Dogfish con una produzione di circa 350.000 ettolitri di birra. 
In 25 anni di carriera Calagione ha trasformato un piccolo brewpub in uno dei microbirrifici artigianali più famosi della scena americana: oggi per Dogfish lavorano circa 400 persone nel birrificio, nei ristoranti Tasting Room & Kitchen (6 Cannery Village Center, Milton, DE), Brewings & Eats (320 Rehoboth Ave., Rehoboth Beach, DE), Chesapeake & Maine (316 Rehoboth Ave., Rehoboth Beach, DE) e nell’albergo Dogfish Inn che si trova nel centro di Lewes. Birraio e innovatore (il “Continual Hopping”, il Randall, il primo e controverso bicchiere da IPA), imprenditore  (socio nella Birreria di Eataly a New York), attore (la serie Brew Masters trasmessa nel 2010 da Discovery Channel) e scrittore (Extreme Brewing: An Enthusiast's Guide to Brewing Craft Beer at Home): tra queste birre “estreme” rientra anche il primato per la birra più alcolica al mondo che Dogfish Head ha detenuto per qualche anno.

La birra.
Era l’inverno del 1999 quando la World Wide Stout di Dogfish conquistava quel primato  contendendoselo a colpi di ABV proprio con una birra della Boston Beer Company, la Utopia di Sam Adams. La sfida andò avanti per qualche anno e si concluse con una versione di World Wide Stout al 23.5% superata definitivamente nel 2007 dalla Utopia al 25.6%: Calagione abbandonò poi la competizione abbassando l’ABV tra il 16 ed il 18% lasciando che l’assurda gara alla birra più alcolica al mondo si spostasse nel continente europeo “Anche le nostre birre più estreme, come la 120 Minutes IPA e la World Wide Stout, sono comunque riconducibili in qualche modo a categorie di birre: non credo che la gente possa dire lo stesso nel bere la Utopia di Sam Adams.  La prima parola che ti viene in mente bevendola è liquore, non birra: è buonissima ma alla cieca non diresti mai di avere nel bicchiere una birra”. 
Calagione, che solitamente ama divulgare al pubblico le proprie tecniche produttive, non è mai voluto scendere troppo nei dettagli sulla World Wide Stout: “non voglio rivelare nulla su come vengono prodotte le nostre birre con ABV superiore al 12%, ci abbiamo messo troppi anni per affinare la tecnica”. Sembra tuttavia che il primo lotto del 1999 sia stato prodotto utilizzando sette diversi ceppi di lievito poi ridotti a quattro: belga, champagne, ale e un lievito particolarmente adatto a gestire l’elevato contenuto alcolico.  
Inizialmente la World Wide Stout era venduta in bottiglie da 75 centilitri (18 dollari) e negli anni ne sono state ovviamente prodotte numerose varianti: assaggiamone una delle ultime, quella invecchiata in botti di rovere con aggiunta di baccelli di vaniglia del Madagascar che ha debuttato nel luglio del 2017. Il suo colore è un ebano scuro tendente al nero, la schiuma è più che dignitosa se si considera l’elevata gradazione alcolica (16%). Il naso è intenso e caldo, marcatamente etilico: frutta sotto spirito, prugna disidratata e uvetta. Il bello è rilegato un po’ in secondo piano: accenni di legno e vaniglia, carne, torrefatto, vino fortificato. Al palato è quasi piena, leggermente oleosa, non ingombrante ma caratterizzata da una presenza etilica davvero predominante che sembra addirittura superiore a quanto dichiarato in etichetta. E’ birra ma bisogna sorseggiarla come un liquore e, soprattutto, lasciarla nel bicchiere per un po’ e attendere che raggiunga la temperatura ambiente. Solo a questo punto l’alcool s’ammorbidisce lasciando emergere frutta disidratata e vaniglia a comporre una bevuta dolce che viene immediatamente asciugata dall’alcool: il climax si fa attendere ed arriva giusto a fine corsa, con un bellissimo finale caldo e avvolgente nel quale l’alcool abbraccia torrefatto e cioccolato, con un tocco d’affumicato. 
Birra imponente e da piccole dosi, molto impegnativa, che richiede tempo ma regala buone soddisfazioni: meglio condividere con qualcuno anche la bottiglia da 35 centilitri.  Il birrificio la consiglia in abbinamento con cervo arrosto, coscia d’agnello, cheesecake o mousse al cioccolato.
Formato 35,5 cl., alc. 16%, IBU 70, imbott. 16/06/2017, pagata 8,25 dollari

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 23 dicembre 2019

Hoopsbeer Hoops Scotch Ale

Hoopsbeer è una beerfirm abbastanza recente collegata al beershop online Birraebirre.it di Induno Olona, provincia di Varese. I due titolari Marcello Duranti e Massimo Zacchi non hanno però semplicemente voluto farsi produrre una birra per il loro negozio ma sono due homebrewers che hanno partecipato a vari concorsi e hanno adattato le loro ricette su grande scala utilizzando, al momento, gli impianti del birrificio Dulac di Galbiate. 
Come segnala il blog Malto Gradimento il nome scelto ed il colore bianco verde delle etichette sono un tributo alla squadra di calcio dei Celtic di Glasgow dei quali i due amici sono evidentemente tifosi: “hoops”, ovvero “i cerchiati”  è il modo in cui vengono chiamati i giocatori che dal 1903 indossano la maglia bianca a strisce orizzontali verdi. Al momento sono disponibili due birre,  una Scotch Ale chiamata Hoops e una Smoked Ale chiamata Jinky, un omaggio al famoso calciatore Jimmy Johnstone che segnò 129 reti nelle sue 515 presenza con il club di Glasgow. In futuro dovrebbero arrivare anche una Pale Ale ed una Brown Ale al sambuco. 


La birra.
Hoops è una scotch ale/wee heavy dal bel color ambrato impreziosito da intensi riflessi rubini, la schiuma è cremosa, compatta ed ha ottima persistenza. Aroma e gusto si basano sulla convivenza pacifica ed equilibrata di malti ed esteri fruttati, questi ultimi più evidenti all’aroma. Biscotto, caramello, uvetta e prugna, qualche accenno di ciliegia e un finale dall’amaro appena accennato della frutta secca a guscio; man mano che la birra si scalda emergono accenni di torrefatto, suggestioni di cioccolato. A dispetto della sua gradazione alcolica (8.4%)  Hoops si sorseggia senza nessuna difficoltà e l’alcool che emana solamente un delicato torpore in sottofondo: personalmente avrei gradito avvertirlo un po’ di più.  Wee heavy molto bilanciata e centrata, con tutti gli elementi in gioco ben disposti: pulizia e definizione sono ulteriormente migliorabili ma il livello generale è davvero buono. Ringrazio Hoopsbeer per avermela fatta assaggiare.
Formato 33 cl., alc. 8.4%, lotto 856, scad. 07/2021, prezzo indicativo 3.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.