giovedì 21 settembre 2017

Odd Side Ales: Hop Gobbler, Citra Pale Ale & Hoplicated Double IPA

Grand Haven, cittadina adagiata  sulla riva del lago Michigan, è una popolare destinazione turistica per molti abitanti che abitano nelle aree più interne dello stato americano; il suo porto turistico e la sua grande spiaggia sabbiosa fanno si che il numero di abitanti (10.000 circa) aumenti esponenzialmente nei mesi estivi. E’ in questa località che nel 2010 Chris Michner, assieme alla moglie Alyson e al socio Kyle Miller hanno deciso di aprire nel 2010 il birrificio Odd Side Ales. 
Michner e Miller si dilettavano con l’homebrewing nel proprio appartamento ai tempi della Michigan State University:  terminati gli studi Michner iniziò a lavorare nel campo delle revisioni contabili ma dopo due anni si trovò disoccupato a causa della crisi finanziaria del 2008. Non contento del precedente lavoro, anziché cercarne un altro simile decise d’investire i 40.000 dollari che era riuscito a mettere da parte, ne chiese altri 40.000 in prestito per ristrutturare un vecchio edificio in centro a Grand Rapids, dove sino al 1984 venivano prodotti dei pianoforti: la cittadina  del Michigan era ancora sprovvista di brewpub. Sistemato l’impiantino da 75 litri (!) e, con l’aiuto di alcuni familiari, anche gli arredamenti della taproom, il 17 marzo 2010 Odd Side Ales serve le prime pinte ai propri clienti: nel locale non viene installato nessun televisore e non si serve cibo (anche se potete portare il vostro) in quanto il focus è volutamente orientato sulla birra. 
In poco tempo la capacità dell’impianto viene raddoppiata ma gli spazi del brewpub di Grand Haven – che oggi ospita ancota una ventina di spine, tutte di Odd Side -  non consentono grandi manovre; nel 2012 un nuovo impianto da 17 ettolitri trova spazio in un fabbricato a sei chilometri di distanza. Nel 2015 è tempo di un nuovo trasloco in un capannone da 4000 metri quadri poco più a sud al 1811 di Hayes Street, in prossimità del Grand Haven Memorial Airport: sul muro esterno dello stabilimento vi è una gigantografia dell’etichetta dalla Session IPA chiamata Hop Gobbler. Qui è operativo il nuovo impianto da 500 ettolitri con il quale, tenendo fede al suo nome, Odd Side produce birre spesso utilizzando frutta, spezie e altri ingredienti “inusuali”; il database di Ratebeer ne elenca quasi trecento anche la birra più venduta rimane la Citra Pale Ale. Ed è proprio su birre "normali" che mi sono orientato.

Le birre.
Partiamo dalla Hop Gobbler, in etichetta una Extra Pale Ale che il birrificio definisce una invece “session” Pale Ale; nasce nel 2013 ed è oggi una delle birre più vendute di Odd Side. Da settembre 2016 è disponibile anche in lattina. I luppoli utilizzati dovrebbero essere Centennial e Citra, mentre il suo colore leggermente velato è perfettamente dorato; l’aroma è pulito e ancora fresco di note floreali ed erbacee, cedro e arancia, frutta tropicale. Il suo carattere di “session beer” è evidente al palato dove c’è pulizia e fragranza e un’intensità, soprattutto per quel che riguarda il livello d’amaro, tale da non stancare mai chi decide di berla.  Crackers, miele e agrumi disegnano un profilo delicatamente dolce bilanciato da una finale amaro erbaceo, più che resinoso, di modesta intensità. Il suo punto di forza sono quella pulizia e facilità di bevuta tipiche del Midwest americano (e dei suoi immigrati di origine tedesca). Nonostante la bella etichetta, personalità e intensità sono un po’ deboli, ma è comunque una birra che si beve con grande piacere se la si trova nel proprio bicchiere.

Citra Pale Ale (5.8%) non è, secondo il birrificio, né un'American Pale Ale né una IPA: si colloca a metà, qualsiasi cosa ciò voglia dire. Si tratta di una single hop a tutto Citra il cui dorato è più carico rispetto alla Hop Gobbler. La bevo a due mesi circa dalla messa in bottiglia e l'aroma è ancora fresco: mandarino, arancia e  qualche nota di ananas, profumi floreali costituiscono un bouquet pulito ma dolce, come se un po' di zucchero fosse caduto sulla frutta. La sensazione palatale è gradevole e morbida e il gusto ricalca l'aroma senza nessuna deviazione: una leggera sensazione caramellata e biscottata ben si amalgama con agrumi e frutta tropicale fino ad una chiusura abbastanza secca con un amaro delicato ma non molto elegante nel quale s'incrociano note erbacee e zesty. Una buona Pale Ale dà il meglio di sé al naso, mentre in bocca l'eleganza si perde un po' per strada.

Chiudiamo con la Hoplicated, una Double IPA che Odd Side dichiara essere la sorella maggiore della Citra Pale Ale: la data d'imbottigliamento in etichetta è illeggibile ma dovrebbe trattarsi di una bottiglia con un mese e mezzo di vita. In passato era anche stata commercializzata con il nome I want my Htv e un'etichetta che citava il video di Money For Nothing dei Dire Straits. Anche qui l'unico luppolo protagonista è il Citra ma sin dall'aroma, quasi assente, s'intuisce che c'è qualcosa che non va. La bevuta non è particolarmente pulita ma è sopratutto troppo spinta sul versante dolce: caramello, biscotto, agrumi canditi, marmellata, sciroppo di frutta danno forma ad una birra stucchevole con un amaro finale che quasi non riesce ad emergere.  L'alcool (9%) è ben gestito e si sente con moderazione, la sensazione palatale è morbida e avvolgente ma la sua eccessiva dolcezza la rende una Double IPA che stanca subito il palato e che si beve con troppa fatica.

Nel dettaglio:
Hop Gobbler, 35.5 cl., alc. 5%, IBU 36, imbott. non riportato, 1.49 $
Citra Pale Ale , 35.5 cl., alc. 5.75%, IBU 43, imbott.  14/06/2017,  2.09 $
Hoplicated, 35.5 cl., alc. 9%, IBU 61, imbott. 30/06/2017 (?),  2.19 $

mercoledì 20 settembre 2017

Duvel Tripel Hop 2017 (Citra)

Appuntamento fisso di ogni anno, anche sul blog,  è quello con la Duvel Tripel Hop, “sorella" più luppolata della Duvel che affianca  ad ogni edizione una nuova varietà di luppolo a quei Saaz e Styrian Goldings utilizzati per quella “normale”. 
La Tripel Hop nacque come "one-shot" nel 2007 ospitando il luppolo Amarillo; il risultato piacque ai bevitori ma alla Moortgat non ritennero che valesse la pena replicarlo; a quanto si legge furono necessarie una "campagna" su Facebook e 12.000 firme raccolte dagli appassionati belgi di “De Lambikstoempers" per convincerli a rimetterla in produzione.  Nel 2012 la Tripel Hop ritornò utilizzando il Citra, come terzo luppolo "incomodo”, nel 2013 fu usato il Sorachi Ace e nel 2014 l’americano Mosaic: il 2015 ha visto come protagonista l’Equinox (oggi rinominato Equanot) e il 2016 la varietà sperimentale HBC 291 oggi nota con il nome di Loral. 
Lo scorso anno Duvel mise in vendita anche un “tasting box” comprendente tutte e sei le precedenti edizioni ; oltre alla possibilità di una “pericolosa verticale”, gli acquirenti potevano anche votare la loro preferita. Duvel aveva dichiarato che la vincitrice sarebbe poi diventata la Tripel Hop 2017: la promessa è stato mantenuta e la scorsa primavera quando la Tripel Hop Citra è stata messa in vendita, anche se dalle etichette è sparito il millesimo.

La birra.
Nessuna sorpresa per quel che riguarda l’aspetto il colore è perfettamente limpido e dorato con una generosa testa di schiuma cremosa ma dalle bolle un pochino troppo grosse e dalla buona persistenza. L’aroma è molto pulito ed elegante, e presenta le tipiche note del Citra: arancia, pompelmo e mandarino, lime e cedro in secondo piano. C’è una nota pepata, un tocco di miele e di agrumi canditi, qualche ricordo di pasticceria. Il mouthfeel è quello giusto per supportare una Strong Ale capace solitamente di mascherare il suo contenuto alcolico (9.5%) in maniera diabolica, appunto. In questa bottiglia non è esattamente così e l’alcool si fa sentire: il ritmo di bevuta non ne è particolarmente influenzato ma il bevitore avverte che nel bicchiere c’è qualcosa che può “far male”. I malti (pane e miele) supportano adeguatamente una bevuta caratterizzata da un bel fruttato nel quale gli esteri sono perfettamente amalgamati al luppolo: non solo agrumi ma anche qualche sensazione di frutta a pasta gialla, pesca in primis. La bevuta è dolce ma perfettamente asciugata dall’alcool e da una notevole attenuazione: c’è anche un velocissimo spiraglio amaro di scorza d’agrumi prima del congedo con una scia dolce e calda di frutta sotto spirito. Ben fatta, pulita e intensa: nel bicchiere è quasi tutto perfetto inclusa una certa avarizia nel regalare emozioni. Ma sugli scaffali dei supermercati è comunque sempre una manna dal cielo trovarla.
Formato: 33 cl., alc. 9.5%, lotto 41305, scad. 08/2018, prezzo indicativo 2,49 Euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 19 settembre 2017

Short's Brewing Company: Bellaire Brown & Huma Lupa Licious IPA

Quando iniziò con l’homebrewing Joe Short aveva diciannove anni e considerava quell’hobby solamente un metodo per aggirare le leggi e poter consumare alcolici assieme agli  amici della Western Michigan University: non aveva ambizioni professionali ma, ricorda, “i compagni di college che mi venivano a trovare erano impressionati dalla quantità di libri e quaderni che vedevano in casa. In realtà io non stavo studiando, stavo leggendo libri di homebrewing e scrivendo ricette di birre!” 
Terminato il triennio, Short lascia gli studi per lavorare in alcuni birrifici del Michigan settentrionale e, a soli 22 anni, registra il nome di quello che diventerà il suo birrificio, Short’s Brewing; a Bellaire nel 2013 inizia con l’aiuto di amici e volontari i lavori di ristrutturazione di una vecchia ferramenta dove viene aperto nell’aprile del 2004 un piccolo brewpub con impianto da otto ettolitri. Nel 2005 entra in società anche l’amica (poi fidanzata e poi moglie) Leah: inizia con un lavoro estivo – retribuito con birra e cibo -  per poi occuparsi in pieno della ristorazione; l’anno successivo arriva il terzo socio di Short’s: si tratta di Scott Newman-Bale, un amico in comune della coppia con un background nel settore immobiliare che diventerà poi fondamentale nella gestione amministrativa a finanziaria del birrificio. 
Nel suo primo anno di vita Short’s produce 200 ettolitri ma nel 2008 è già tempo di espandersi: per meglio concentrarsi su questo aspetto Joe assume il birraio Tony Hansen al quale affida la produzione. L’anno successivo è operativo il nuovo birrificio di Elk Rapids che consente a Short’s d’imbottigliare e distribuire le proprie birre in tutto il Michigan; il pub di Bellaire viene completamente ristrutturato e riapre nel 2010: nel 2016 verrà nuovamente ingrandito per permettere di accomodare 500 persone. Nel 2015 Short’s inizia anche la produzione di sidro, mentre quella di birra raggiunge i 45.000 ettolitri: nonostante qualche anno prima avesse protetto da copyright lo slogan “Michigan Only, Michigan Forever”, il birrificio si vede costretto a distribuire le proprie birre anche al di fuori dei confini del proprio stato se vuol mantenere quel piano industriale che prevede di saturare completamente la propria capacità produttiva (65.000 ettolitri) entro la fine del 2017. 
Qualche mese fa Short’s ha confermato di aver raggiunto un accordo per la cessione del 20% delle proprie azioni birrificio Lagunitas che, ricordo, dallo scorso maggio è posseduto al 100% da Heineken. Per la Brewers Association americana tuttavia Shorts può continuare ad essere craft, visto che la percentuale venduta non supera il 24.9%: molti appassionati americani non hanno tuttavia apprezzato il fatto che Shorts, nel comunicare quanto avvenuto, non abbia mai espressamente nominato la multinazionale olandese "nascondendo" l'operazione dietro al nome Lagunitas. Le rassicurazioni fornite dal birrificio del Michigan ai propri dipendenti e ai propri clienti sono sempre le stesse: “non cambierà nulla, sarà più facile per noi crescere, siamo sempre noi a contollare il nostro birrificio”. Chi vivrà, vedrà.

Le birre.
Sono quasi cinquecento birre prodotte da Short’s in tredici anni di attività, ma solamente cinque quelle disponibili tutto l’anno. Vediamone due partendo dalla Bellaire Brown, una classica American Brown Ale il cui bell'aspetto di colore  ambrato carico con intensi riflessi rossastri è un po' rovinato da una schiuma scomposta e grossolana. L’aroma è invece molto pulito e piuttosto complesso, con una ben riuscita convivenza di pane nero e caramello, orzo e caffè, frutti di bosco. In sottofondo richiami alla carne affumicata, al cioccolato al latte e al pane tostato. Al palato c'è piena corrispondenza con l'aroma per una bevuta intensa ma facile al tempo stesso, grazie ad una componente etilica (7%) molto ben nascosta.  Nel finale anziché enfatizzare le tostature la ricetta sceglie il versante dolce, indulgendo su di una sorta di caffellatte ben zuccherato; una lieve astringenza non penalizza una Brown Ale molto ben fatta, pulita e valorizzata dalla fragranza di poche settimane in bottiglia.

Huma Lupa Licious - il nome deriva ovviamente da sua maestà il luppolo, humulus lupulus - è la flagship IPA di Short's che, con un ABV del 7.7%, si pone ai confini del double. Centennial, Columbus, Chinook, Cascade e Palisade sono le varietà selezionate, mentre l'etichetta è opera dell'artista Fritz Horstman. Il suo colore è oro antico e l'aroma, benché pulito, non è il suo punto di forza: note floreali e resinose costituiscono un bouquet un po' povero e di modesta intensità, ma bastano alcuni sorsi per accorgersi che nel bicchiere c'è una IPA molto solida e ben fatta. La base maltata (biscotto e caramello) è ben presente ma non invadente, nella miglior tradizione Midwest; pompelmo e arancia regalano un piacevole tocco fruttato ad una bevuta che si apre con un finale amaro piuttosto intenso e pungente, resinoso e terroso. L'alcool è ben gestito, avvertendosi quanto basta per dare forma ad una IPA potente ma facile da bere, molto ben bilanciata: non corre di certo dietro alle mode, la sua ricetta - dicono - è la stessa da dodici anni ma si difende ancora con onore in un mondo che corre troppo velocemente sempre dietro all'ultima novità.

Nel dettaglio:
Bellaire Brown, 35.5 cl., alc. 7%, IBU 19, imbott. 02/08/2017, prezzo 2,11 $
Huma Lupa Licious, 35.5 cl., alc. 7.7%, IBU 95, imbott.  18/07/2017, prezzo 2,11 $

lunedì 18 settembre 2017

Tilquin Oude Quetsche à l'Ancienne avec Prunes de Namur 2015

Era da quindici anni che non nasceva in Belgio un nuovo assemblatore di lambic: nel 1997 era apparsa la Geuzestekerij De Cam e a maggio 2011 tocca alla Gueuzerie Tilquin: al progetto fa capo Pierre Tilquin ma vi partecipano anche altri imprenditori come ad esempio Grégory Verhelst del birrificio La Rulles.  
Pierre ha una formazione in ingegneria biomedica ma ha poi seguito un corso di Brewing Technology a Lovanio, completandolo con esperienze pratiche presso il birrificio Huyghe e, soprattutto, 3 Fonteinen e Cantillon. Gueuzerie Tilquin è anche il primo assemblatore di lambic della Vallonia, avendo sede a Bierghes a poche centinaia di metri da confine, linguistico e territoriale, con le fiandre.  Tilquin acquista mosto da vari produttori (Boon, Lindemans, Girardin e Cantillon) e lo mette a fermentare e a maturare in oltre 200 botti usate di rovere francese provenienti dalle regioni del Rodano e Bordeaux: la sua Oude Gueuze à L'Ancienne prende forma blendando diversi lambic di uno, due e tre anni. Dal 2012 fa parte dell’HORAL (De Hoge Raad voor Ambachtelijke Lambiekbieren);  all’incirca il 75% della produzione viene esportata al di fuori dei confini nazionali, con gli Stati Uniti  (40%) a farla da padrone. Nello stesso anno  Tilquin ha anche iniziato la produzione di lambic alla frutta utilizzando un ingrediente abbastanza insolito: le susine.

La birra.
Il primo lotto di 500 bottiglie di Oude Quetsche à l'Ancienne viene messo in vendita esclusivamente al "birrificio" a febbraio 2012;  l’edizione 2013, composta da 5.000 bottiglie da 75 e 10.000 da 37,5 è commercializzata in concomitanza con il Toer de Geuze e viene distribuita anche in Europa e negli Stati Uniti. Pare che il primo lotto sia stato prodotto con prugne belghe provenienti dalla zona di Namur, mentre per l’edizioni successive siano state usate prugne alsaziane. Successivamente Tilquin ha rimesso in produzione, in quantità più limitate e ad un prezzo maggiore, la Oude Quetsche à l'Ancienne avec Prunes de Namur; la provenienza della materia prima, al contrario della Quetsche normale, è specificata in etichetta. Le due varietà sono abbastanza simili ma, come racconta Tilquin, quelle di Namur sono più piccole e un po’ più aspre di quelle francesi. Le susine, fresche e denocciolate, vengono fatte fermentare in acciaio assieme ad un blend di lambic di un anno; dopo quattro mesi viene aggiunto lambic di due e tre anni fino ad ottenere una concentrazione finale di circa 250 grammi di frutta per ogni litro.  La successiva maturazione in bottiglia dura almeno tre mesi. 
L’edizione 2015 della Oude Quetsche à l'Ancienne avec Prunes de Namur appare di colore arancio con intensi riflessi dorati e in superficie genera un piccola e scomposta schiuma biancastra, piuttosto evanescente. Al naso le note funky del lambic  (pelle di salame, sudore, cantina, carte da gioco vecchie) si mescolano con quelle aspre di limone e prugna e con una lieve sensazione di legno. Al palato è un lambic ancora ben carbonato che regala comunque un mouthfeel morbido e gradevole: a due anni dalla messa in bottiglia la prugna non è più protagonista di una bevuta che vira piuttosto su asprezze citriche (limone e pompelmo) affiancata da una lieve acidità lattica e da un finale leggermente legnoso il cui delicatissimo amaro oscilla tra tannini e scorza d’agrumi.  La bevuta rimane piuttosto educata con gli off-flavors tipici del lambic che rimangono sempre in secondo piano. Il risultato è forse un po’ troppo “scolastico”, se mi passate il termine, con poca profondità e una certa parsimonia di emozioni derivante dall’eccessivo addomesticamento della componente “selvaggia”: ne sarà avvantaggiato il bevitore che sta muovendo i suoi primi passi nell’affascinante mondo delle fermentazioni spontanee. Escludendo la componente soggettiva, questa Quetsche de Namur di Tilquin mi sembra una bevuta godibilissima e perfetta, con la sua secchezza e la sua asprezza, nel rinfrescare e dissetare. 
Formato: 75 cl., alc. 6.4%, lotto 2015, scad. 09/02/2025, pagata 11.70 Euro (drink store, Belgio)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 17 settembre 2017

New Glarus Brewing Company: Moon Man No Coast Pale Ale & Serendipity

Nel 1845 alcuni immigranti svizzeri provenienti dal Canton Glarona si stabilirono in quella regione oggi appartenente allo stato del Wisconsin e fondarono il villaggio di New Glarus: è qui che Daniel e Deb Carey nel 1993 hanno aperto le porte dell'omonimo birrificio. Dan lavora per l'industria della birra da quando aveva vent'anni: dopo il diploma in Scienze dell'alimentazione con specializzazione in Malting and Brewing Science ha svolto un periodo di apprendistato in Germania per poi ritornare negli Stati Uniti seguendo l'installazione e l'avviamento di molti micro-birrifici. Prima di mettersi in proprio era supervisore della produzione per la Anheuser-Busch a Fort Collins.
E' sua moglie Deborah a convincerlo a vendere la loro casa in Colorado e ad utilizzare tutti i loro risparmi per tornare con i figli in Wisconsin, dove lei era nata, a fondare la New Glarus Brewing Company; è lei a redigere il business plan di un brewpub che parte con un impianto da 23 ettolitri acquistato da un birrificio tedesco in demolizione che viene installato in un magazzino abbandonato. "Investimmo davvero tutto quello che avevamo - dice Deb - se le cose fossero andate male saremmo finiti a dormire in macchina".  New Glarus inizia producendo solamente birre a bassa fermentazione, fedele alla tradizione degli immigrati tedeschi che furono i primi a produrre birra in Wisconsin. Deb  è quindi la prima donna americana ad aver fondato un birrificio, mentre Dan è il birraio che, ogni venerdì, sale sul proprio furgoncino per consegnare la birra ai clienti. 
In dieci anni il birrificio passa ad occupare da 100 a 1800 metri quadrati e arriva a produrre 75.000 ettolitri l'anno, saturando completamente la propria capacità; dal 2002 New Glarus decide di vendere la propria birra solamente in Wisconsin, ritirandosi dai pochi altri stati in cui era distribuita. Nel 2006 Deb Carey annuncia un piano di espansione da 21 milioni di dollari: il nuovo birrificio, una serie di edifici a graticcio che ricordano quelli della Svizzera, nasce su di una piccola collina a sud del villaggio. In questi ultimi dieci anni New Glarus ha continuato a crescere al ritmo del 15-20% annuo: i 150.000 ettolitri prodotti nel 2012 hanno convinto i coniugi Carey ad intraprendere una nuova espansione da 11 milioni di dollari con l'aggiunta di altri fermentatori che dovrebbero portare la capacità a 300.000 ettolitri/anno. Il 65% di questi è rappresentato dalla birra Spotted Cow, che Dan Carey definisce una farmhouse ale: assaggiata alla spina non mi ha fatto una gran impressione, sopratutto per quel che riguarda il suo carattere rustico/farmhouse.

Le birre. 
Siamo nel Midwest e quel "No Coast Pale Ale" che accompagna il nome Moon Man lo mette ben in chiaro: American Pale Ale dedicata al gatto di casa, prodotta con cinque diverse varietà di luppolo non rivelate: "in Wisconsin non devi essere estremo per essere reale", aggiungono i coniugi Carey. L'imprinting "tedesco" si vede anche in questa APA che, effettivamente e paradossalmente, ricorda proprio quelle prodotte dei birrifici in Germania. Pulizia ed equilibrio sono ineccepibili ma tutta questa perfetta tranquillità si traduce alla fine in una birra un po' timida che non mostra un gran carattere. Il naso parte dal floreale per poi virare sui classici profumi dei luppoli americani, ovvero gli agrumi: nello specifico si parla di arancia e mandarino. Crosta di pane e caramello formano un base maltata fragrante e leggera sulla quale emerge una delicata nota agrumata; il finale, molto pulito, porta un amaro leggero a cavallo tra note terrose e zesty. Come detto, New Glarus distribuisce solamente in Wisconsin e questa birra ne riflette il DNA: niente estremi, massima facilità di bevuta, pulizia ed eleganza. L'intensità di aromi e sapori non è tuttavia il suo punto di forza e, in quanto bevitore europeo in trasferta negli Stati Uniti, non è la birra che desidero trovarmi nel bicchiere.

Si cambia marcia con Serendipity, una delle birre più apprezzate di New Glarus: nel 1986 Dan e Deb Carey sono in Belgio e s'innamorano dei lambic alla frutta, in particolare delle kriek. Ci vorranno però sei anni di tentativi e di errori prima di arrivare a realizzare la ricetta di quella che sarà la Wisconsin Belgian Red, una Sour Brown Ale prodotta con amarene Montmorency del Wisconsin che debutta nel 1995.
Ma nel 2012 la primavera nello stato americano è caratterizzata da gelate tardive che compromettono quasi completamente il raccolto di amarene e Carey non riesce a produrre la sua tanto amata birra. Alle poche amarene trovate decide di aggiungere mele Gala dallo stato di Washington e cranberries (mirtilli rossi) locali: il risultato ottenuto quasi per caso (serendipità) è ottimo e da quell'anno viene prodotta Serendipity una "Happy Accident Fruit Ale". Il suo colore oscilla tra il lampone e il rosso rubino ed è sormontato da un cappello di schiuma ocra, cremosa e compatta, che ha un'ottima persistenza.  L'aroma mantiene fede a quanto raffigurato in etichetta: mela, amarene e mirtilli rossi, con una fragranza ed un'intensità impressionanti. La frutta sembra letteralmente saltare fuori dal bicchiere per raggiungere poi, senza nessun cedimento, anche il palato; la bevuta oscilla tra il dolce di mela e ciliegia e l'aspro di amarena e cranberries, spinto da vivaci bollicine che tuttavia non ne pregiudicano la morbidezza. Il contenuto alcolico non è riportato in etichetta ma è comunque inavvertibile, mentre il finale secco è la perfetta conclusione di una birra dall'enorme potere dissetante e rinfrescante, assolutamente perfetta come aperitivo. Raramente mi è capitato d'incontrare una birra con un utilizzo del frutto così pulito, pieno e fragrante: cheapeau. Prezzo abbordabile, se paragonato ad altre birre simili americane, e per trovarla  in Wisconsin non dovete dormire accampati fuori dal birrificio: spesso vi basta andare al supermercato.

Nel dettaglio:
Moon Man No Coast Pale Ale, 35.5 cl., alc. 5%, lotto non riportato,  1.58 $.
Serendipity, 75 cl., alc. 5.1% (?), lotto non riportato, 9.99 $.

venerdì 15 settembre 2017

DALLA CANTINA: LoverBeer BeerBrugna 2010


Il birrificio Loverbeer è già transitato più volte sulle pagine del blog ma oggi facciamo un salto indietro nel tempo parlando di quella che se non erro è stata la birra dell’esordio per Valter Loverier, ex tecnico progettista di un’azienda di telecomunicazioni con l’hobby per i rally e l’homebrewing.  Sin dall’epoca delle produzioni casalinghe l’interesse di Valter sono i lieviti selvaggi e le fermentazioni spontanee: il suo primo esperimento è ispirato dalle Kriek belghe: “quando assaggiai la prima Kriek mi venne subito l'idea di realizzare una birra che utilizzasse, con la stessa tecnica, un frutto fortemente legato al mio territorio. La scelta è caduta sul Ramassin della Valle Bronda (presidio Slow Food), una piccola susina damaschina dal profumo unico aggiunta ad una base in grado di supportare una fermentazione così complessa”. 
La birra piacque a Lorenzo “Kuaska” Dabove che nel 2005, in occasione del Brassin Public di Cantillon la portò con sé facendola assaggiare a Jean Van Roy, il quale apprezzò molto;  che gradisce. L’amicizia con Kuaska lo portò a conoscere Tomme Athur (Lost Abbey) e Vinnie Ciliurzo ( Russian River),  gli incoraggiamenti e gli apprezzamenti ricevuti lo convinsero a lasciare il vecchio lavoro per aprire il proprio birrificio a Marentino, con fermentatori in legno di rovere e una bella batteria di barriques.  Era il 2008  e oggi Loverbeer è diventato uno dei protagonisti della cosiddetta “birra artigianale” italiana: le sue birre, certamente non facili per un “novizio” e dal costo impegnativo, vengono esportate in molti paesi, Stati Uniti inclusi.


La birra.
Sono circa 5000 i litri di BeerBrugna che vengono prodotti ogni anno; la sua fermentazione avviene con inoculo di batteri lattici e lieviti, tra cui brettanomiceti, mentre la maturazione avviene in barrique per dodici mesi con aggiunta di susine damaschine (Ramassin) fresche. Per apprezzare al massimo il frutto è ovviamente meglio stappare una bottiglia giovane; oggi vado controcorrente e dalla cantina ne recupero invece una prodotta nel 2010 e poi messa in vendita l'anno successivo.
Il suo colore è un ambrato opaco con sfumature ramate, mente la grossolana schiuma biancastra si dissolve molto rapidamente. L'intensità dell'aroma dopo sei anni dalla messa in bottiglia è davvero sorprendente: la susina è ancora piena e "netta", accompagnata da profumi di ciliegia, mela e lavanda. Semplice, pulito e sopratutto incredibilmente "fresco".  E' solo al palato che si avverte il passaggio del tempo, con la birra che in alcuni passaggi risulta un po' slegata. La carbonazione è piuttosto bassa, ma anche se poco vivace, questa Beerbrugna regala un'ottima e intensa bevuta ricca di prugna matura, more e lamponi; alla loro dolcezza si contrappone l'aspro del ribes, dell'uvaspina, della prugna acerba e del limone. Anche in bocca c'è una fresca sensazione floreale, mentre nel finale spunta qualche accenno di vino e di legno. Bevuta secca, molto dissetante e rinfrescante, con un'acidità non troppo spinta e comunque sempre spalleggiata da una dolce controparte: l'alcool non è pervenuto, il carattere funky dei brettanomiceti è quasi completamente sopraffatto dalla frutta. Non c'è forse una grande profondità ma c'è pulizia, eleganza e, soprattutto, emozione. E una freschezza davvero sconvolgente per questa "signora" che ha ormai sette anni.
Formato: 75 cl., alc. 6.2%, lotto PBGN02-0411, scad. 12/2015, pagata 15,40 Euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 14 settembre 2017

Founders All Day IPA

Nel 2001 furono alcune birre ad alta gradazione alcolica e per certi versi estreme, come Dirty Bastard, Breakfast Stout e Centennial IPA a salvare il birrificio Founders da una difficilissima situazione finanziaria: quasi dieci anni dopo il maggior contributo alla crescita è invece arrivato dal lancio di una birra dal basso contenuto alcolico, poi diventata una sorta di “stile di vita”, come dicono a Grand Rapids, Michigan. 
Era il 2007 e, racconta il birraio  Jeremy Kosmicki, “stavamo cercando qualcosa che alla nostra taproom potesse sostituire la lager che avevamo smesso di produrre; volevamo avere alla spina una birra leggera da offrire ai bevitori di Bud Light che ci venivano a trovare assieme ai loro amici appassionati di craft beer. Iniziammo a produrre una birra chiamata Extra Pale, poi Solid Gold ma, ad essere onesti, erano due birre molto blande; così pensammo di cambiare e realizzare una birra che piacesse anche a noi, leggera ma piena di gusto grazie al dry-hopping. Non fu facile, le prime ricette erano troppo poco luppolate ma pian piano, ascoltando il feedback di chi la beveva alla taproom, arrivammo a fare la birra giusta”. Mike Stevens, fondatore di Founders assieme a Dave Engbers, aggiunge: “eravamo considerati dei precursori per quel che riguarda le birre forti, ad alta gradazione alcolica, ma iniziavamo a mettere su famiglia e ad avere bambini. Volevamo soprattutto per noi una birra in stile Founders ma che potevi bere ripetutamente nel corso di una serata”.  “Facemmo così tante prove -  ricorda Engbers -  che avremmo potuto far uscire la birra sul mercato un anno prima, ma volevamo che fosse perfetta. Per quasi un anno alla taproom fu conosciuta come  Endurance—All Day IPA: All Day IPA era solo la descrizione, ma poi ci fu un contenzioso sulla parola Endurance con una beerfirm di Boston e decidemmo di chiamarla semplicemente All Day IPA.  I grafici realizzarono quella bella etichetta che contribuì in maniera decisiva a comunicare il significato: uno stile di vita attivo. La cosa che mi colpì maggiormente quando fu messa in vendita era che molti dei nostri colleghi birrai ne rimasero sconvolti; molti di loro iniziarono a produrre una birra che fosse piena di sapori ma dal basso contenuto alcolico, e quando dei birrai che rispettiamo ci fanno così  tanti complimenti vuol dire che abbiamo davvero fatto la birra giusta”.  
“Quando debuttò a marzo 2012  - continua Stevens - ancora non ci rendevamo conto di cosa avevamo fatto e quello che  stava per accadere; avevamo una disponibilità limitata di luppolo e quindi il primo lotto fu distribuito solo in quattro stati come produzione stagionale estiva. Andò esaurita quasi subito e firmammo dei contratti con i fornitori di luppolo che ci permettessero di essere in grado di distribuirla a tutto il nostro network l’anno successivo. Ma ancora oggi non riusciamo a coprire tutta la richiesta. E’ incredibile la velocità con cui ha superato quella che era la nostra birra più venduta, la Centennial IPA. Per quel che mi riguarda, costituisce il 90% dei liquidi che bevo ogni giorno”. “Ben presto ci accorgemmo che questa birra era destinata a coloro che facevano uno stile di vita attivo – dice Engbers - e la lattina sarebbe stata fondamentale per offrirla a chi va in barca, in bicicletta o fa hiking”. 
Ricapitoliamo: la All Day IPA di Founders arriva nel 2012 ma già nel 2010, con il nome di Endurance IPA Jr., ottiene la medaglia d’argento al Great American Beer Festival nella categoria delle “Session Ales”; alla fine del 2013 arrivano le prime lattine e la All Day IPA rappresenta da sola il 25% delle vendite di Founders. Nella primavera del 2014 Founders è il primo birrificio craft americano a realizzare l’upgrade dal 12 pack di lattine al 15 pack, e ciò avviene senza aumentare il costo;  prezzo di vendita suggerito per 15 lattine è di 18 dollari. Al cambio attuale fa 1,03 Euro a lattina da 35 cl., tasse ovviamente escluse. L’ultima novità che la riguarda è l’arrivo del “lattinone” da 568 ml (19.2 once). 
La All Day IPA è oggi la lattina di "craft beer" più venduta negli Stati Uniti ed è la terza IPA più venduta nello stesso paese: è distribuita in 46 stati e, all’estero, in 26 nazioni; Founders stima di chiudere il 2017 con una produzione di 460.000 barili (540.000 ettolitri) e più della metà di questi è rappresentata dalla All Day IPA.  E basta farsi un giro nel Midwest per rendersene conto: la trovate praticamente ovunque e, dai supermercati ai distributori di benzina e, a volte, con un prezzo "all'oncia" inferiore a quello delle Bud Light! 
Ricordo che per l'American Brewers Association il birrificio Founders non è più considerato "craft" per aver venduto nel 2014 il 30% delle proprie azioni agli spagnoli della Mahou San Miguel.

La birra.
Di fatto la sua gradazione alcolica (4.7%) la porta leggermente al di sopra della soglia del “sessionabile”, ciò non toglie che la All Day IPA di Founders è veramente una birra quotidiana. Founders è da anni presente in Italia e, ultimamente, anche sugli scaffali di diversi supermercati con alcune etichette. Ho avuto occasione di provare la All Day IPA “italiana” dalla grande distribuzione e il risultato è stato ovviamente poco gratificante, vuoi per i mesi passati dalla messa in bottiglia che per le condizioni di conservazione della grande distribuzione. Negli Stati Uniti sono invece riuscito a trovare una bottiglia con un paio di settimane di vita, facendomi così un’impressione più veritiera di una birra che ha avuto uno straordinario successo.
Simcoe e Amarillo sono i luppoli utilizzati in una IPA che si presenta di colore oro carico, leggermente velato e sormontato da una testa di schiuma bianca, cremosa e compatta, dalla buona persistenza. Al naso profumi floreali si mescolano a quelli di arancio e pompelmo, resina e un lieve tocco dank; la pulizia è ottima, mentre l'intensità è solamente discreta. Nessuna deriva acquosa al palato dove c'è invece - in piena tradizione Midwest - una buona base maltata, con pane e biscotto, a supporto della polpa d'arancia e del pompelmo; la bevuta è abbastanza secca e chiude con un amaro delicato leggermente resinoso e terroso. Non ci sono molte emozioni nel bicchiere di una IPA a cui forse la quantità oggi prodotta ha tolto un po' di cuore: la qualità comunque è ineccepibile: birra pulita, bilanciatissima, delicatamente profumata e delicatamente amara ma piena di guato. Prezzo assolutamente concorrenziale, soprattutto se la comprate nei pack da 6 bottiglie o 15 lattine: è la birra che negli Stati Uniti vi salva ogni volta  che non trovate nulla di decente da bere. E' il tipo di birra che ancora manca (e forse sempre mancherà)  in Italia, come rapporto qualità-prezzo, per accompagnare grigliate, giornate al mare, scampagnate e ritrovi con amici.
Formato: 35.5 cl., alc. 4.7%, IBU 42, imbott. 31/07/2017, pagata 2,11 $ (supermercato).

mercoledì 13 settembre 2017

North Brewing Co / Uiltje Double IPA

Una birra collaborativa è l’occasione per vedere debuttare sul blog due birrifici, uno inglese e l’altro olandese. Parliamo di North Brewing Co., fondata a Leeds nel 2015 da John Gyngell e Christian Townsley come costola della North Bar, una serie di locali (attualmente ce ne sono sette) che sono stati tra i primi ad offrire ai propri clienti craft beer a Leeds e dintorni. A gestire il birrificio sono stati chiamati i birrai  Seb Brink (ex Golden Owl Brewery) e Darius Darwel, provieniente dalla Bristol Beer Factory. Nel primo anno di vita North ha prodotto ventuno birre collaborando anche con BrewDog, Dry & Bitter, Lervig, Magic Rock e Northern Monk; lo scorso gennaio il popolo di Ratebeer lo ha votato come miglior nuovo birrificio dello Yorkshire del 2016. 
Ad Haarlem, nei Paesi Bassi, si trova invece Het Ultje, birrificio aperto nel 2013 da Robbert Uyleman: il nome significa “piccolo gufo”, più o meno lo stesso significato del cognome di Robbert. A settembre 2016 il birrificio ha traslocato ampliando la propria capacità produttiva (impianto da 40 ettolitri) e inaugurando una taproom con dodici spine aperta dal giovedì alla domenica; in centro ad Haarlem c’è invece l’Uiltje Bar, aperto a febbraio 2015 assieme al socio Tjebbe Kuijper: 30 spine e un centinaio di bottiglie vi aspettano tutti i giorni della settimana dal primo pomeriggio sino a notte inoltrata. Uyleman, ex-homebrewer poi divenuto professionista, ha oggi affidato l’esecuzione delle sue ricette al birraio Roel Wagemans.

La birra.
A maggio 2017 North Coast e Het Uiltje si ritrovano a Leeds la scorsa primavera per realizzare assieme una Double IPA che vuole seguire la moda delle New England IPA: per fare ciò viene utilizzata “un’irresponsabile” quantità di luppoli Mosaic, Citra, Simcoe e Chinook.
Il suo aspetto è torbido, di color arancio, con un buon cappello di schiuma cremosa e abbastanza compatta, dalla discreta persistenza. Non so se siano stati prodotti ulteriori lotti dopo quello dello scorso maggio o se si tratti di una lattina con tre mesi circa di vita, ma l'aroma di quella che dovrebbe essere una esplosiva Double NEIPA non è un trionfo. L'intensità è discreta, ma per pulizia ed eleganza bisogna rivolgersi altrove: ci sono mango e ananas, arancia e pompelmo, mentre un tocco di cipolla rovina un po' la festa. La sensazione palatale mi pare più masticabile che morbida: è una birra "impegnativa" dal punto di vista del mouthfeel e l'alcool che non mostra nessuna intenzione di nascondersi non aiuta ad accelerare il ritmo dei sorsi. La bevuta è succosa ma non tanto quanto si potrebbe sperare, e la pulizia è carente: c'è una generale sensazione tropicale che richiama alla lontana ananas, mango e un po' di pompelmo. Si chiude con un finale amaro resinoso poco aggraziato che raschia in gola, come purtroppo accade in molte New England IPA: purtroppo qui non c'è neppure quella opulenza tropicale che lo maschera o che per lo meno fa meglio tollerare quel "problemino". E' una Double IPA discreta, che si beve e che può piacere, ma siamo molto distanti dal livello di Stigbergets, Lervig e Cloudwater, giusto per nominare quei birrifici europei che ho assaggiato.
Formato: 33 cl., alc. 8.5%, scad. 12/2017, prezzo indicativo 5.50-6.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 12 settembre 2017

New Holland Brewing Company: Mad Hatter IPA & The Poet Stout

Brett VanderKamp e Jason Spaulding sono cresciuti assieme a Midland (Michigan) dove hanno frequentato l’Hope College; è qui che iniziano i loro primi passi con l’homebrewing. Terminati gli studi i due ragazzi riescono a trovare i finanziamenti necessari da parenti e amici per inaugurare, dopo due anni, il brewpub New Holland Brewing Company. Curiosamente, un loro compagno e amico di confraternita nello stesso college era Mike Stevens, poi fondatore di Founders. 
E’ il 1997 e  la prima location di New Holland apre a Fairbanks Avenue,  una posizione strategica ad un chilometro di distanza dal college e di fronte ai campi di calcio e di baseball. Nel 2005 il brewpub si sposta nei locali più centrali di 8th Street, a soli quattrocento metri dall’Hope College, dove ancora si trova: in quell’anno New Holland diviene anche il primo produttore del Michigan che ottiene distillati senza partire dall’uva.  La produzione di birra cresce a 590 ettolitri anno, per poi toccare gli 880 nel 2007, anno in cui viene inaugurata una seconda sede, in 690 Commerce Court, dedicata alla produzione di birra in bottiglia. Nel 2014 prende il via un ambizioso piano d’espansione, completato nel 2016 che aumenta la produzione annua a 40.000 ettolitri e permetterà in futuro di arrivare sino a 100.000; nello stesso anno viene anche inaugurato un nuovo brewpub, The Knickerbocker, a Grand Rapids, Michigan.  
Oggi New Holland conta circa quattrocento dipendenti e distribuisce in 38 stati americani, grazie anche all’accordo raggiunto nel 2016 con la Pabst Brewing Company. VanderKamp ci tiene a sottolineare che la partnership riguarda esclusivamente la distribuzione e che Pabst non ha acquistato una sola azione societaria di New Holland: l’operazione è stato soprattutto finalizzata ad incrementare la distribuzione della imperial stout Dragon’s Milk, una birra sulla cui produzione il birrificio ha fatto grossi investimenti: “rappresenta il 35% della nostra produzione e il 50% delle nostre vendite; tuttavia ritengo che la distribuzione di questa birra, ad essere generosi, sia solo al 2-3% di quello che potrebbe essere. Ecco perché avevamo bisogno di un partner commerciale”. 
Sulla Dragon’s Milk tornerò quando le temperature scenderanno un pochino; oggi  vediamo invece altre due produzioni New Holland: l’IPA Mad Hatter e la stout The Poet.

Le birre.
La IPA Mad Hatter è la seconda birra commercializzata da New Holland: VanderKamp la produce per la prima volta nel 1998, quando aveva 25 anni, e il primo fusto viene aperto il 6 giugno, quando all'Hope College veniva celebrato "il giorno del cappellaio matto".  "Il primo lotto - ricorda Brett - era da quattrocentro litri per i quali avevamo utilizzato 1,3 chili di Centennial. Quelli della Hop Union che ce lo avevano fornito non volevano crederci, dicevano che eravamo dei pazzi!". Per diciassette anni la Mad Hatter è una delle IPA più popolari nel Michigan, ma nell'aprile  2015 VanderKamp annuncia che la ricetta è stata completamente rivisitata per renderla più moderna: "pensavano che eravamo pazzi quando abbiamo fatto il primo lotto e ora probabilmente diranno che lo siamo a cambiare la ricetta di una delle nostre birre più vendute. Ma abbiamo sempre detto che il nostro birrificio non si adagia sugli allori". 
La nuova Mad Hatter viene prodotta con malti 2 row, munich e carapils, frumento, mentre il Centennial viene affiancato da Citra e Cascade raccolto nel Michigan. Nel bicchiere è di colore oro carico leggermente velato, l'aroma è pulito ma non particolarmente intenso nonostante la bottiglia abbia un mese di vita: profumi floreali, di marmellata d'agrumi, biscotto e caramello, terriccio umido. Il percorso prosegue in linea retta rispettando quelle che sono le caratteristiche tipiche di molte IPA del Midwest: equilibrio, base maltata ben presente (biscotto e caramello), arancia e pompelmo, amaro finale abbastanza intenso nel quale convivono resina, terra e scorza d'agrumi. Bevuta molto pulita e facile nonostante l'alcool non cerchi di smentire quanto è stato dichiarato in etichetta; una Midwest IPA solida e ben fatta che trovate ad un prezzo davvero ottimo se acquistata nel six pack: 1,50 euro a bottiglia circa!

The Poet non è la stout più famosa di New Holland ma è anch'essa una delle produzioni storiche del birrificio, datata 1999. Si tratta di una Oatmeal Stout prodotta con malti Pale Ale, Munich, Crystal e Chocolote; i luppoli sono Glacier e Nugget. Si veste di un bell'ebano scuro ma la schiuma è un po' grossolana, di dimensione modeste e poco persistente. Al naso orzo tostato, caramello, mirtilli, carne affumicata e qualche accenno di cacao: bene la pulizia, intensità abbastanza dimessa. La sensazione palatale è deludente: il corpo è un po' troppo leggero e non c'è quella morbidezza che mi aspetterei di trovare in una Oatmeal Stout. C'è qualche lieve sconfinamento nell'acquoso e la bevuta in alcuni passaggi è un po' slegata: per quel che riguarda la pulizia il gusto fa qualche passo indietro rispetto all'aroma, risultando in una sensazione generale di torrefatto dalla quale emerge giusto un po' di caramello e qualche ricordo di cioccolato. Chiude con il delicato amaro delle tostature e qualche accenno di carne affumicata, ma nel complesso è una bottiglia che delude, sopratutto se confrontata con le stout prodotte a poche decine di chilometri di distanza da Founders, Bell's e Dark Horse.

Nel dettaglio:
Mad Hatter, formato 35.5. cl., alc. 7,0%, IBU 65, imbott. 14/07/2017, pagata 2,10 $  
The Poet. formato 35.5 cl.,  alc. 5,8%, IBU 37, imbott. 15/06/2017, pagata 2,10 $

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 11 settembre 2017

MC77 Velvet Suit

Il birrificio marchigiano MC77 aveva debuttato sul blog lo scorso gennaio in un periodo di particolare difficoltà: l’edificio nel quale si trovava era stato seriamente danneggiato dagli eventi sismici e la produzione si era dovuta fermare.  La solidarietà di distributori e rivenditori riuscì ad assorbire rapidamente tutte le scorte presenti in magazzino ma gli impianti furono smontati e trasferiti altrove per permettere l’esecuzione dei lavori di messa in sicurezza e consolidamento dell’edificio. 
Dopo quasi sei mesi d’incertezza a febbraio 2017  Matteo Pomposini e Cecilia Scisciani sono finalmente riusciti a far ripartire il birrificio a Caccamo di Serrapetrona (MC):  oltre a poter riassaggiare le “classiche” birre San Lorenzo,  Fleur Sofronia e White Passion dai fermentatori è arrivata anche una novità che cavalca quella che è l’ultima tendenza in campo birrario, ovvero le New England IPA. Velvet Suit è un nome che credo alluda alla sensazione palatale morbida e cremosa/vellutata che hanno le migliori interpretazioni di questo stile: i luppoli utilizzati per ottenerlo sono Galaxy, Mosaic e Citra, ovviamente utilizzati in abbondantissimo dry-hopping, mentre all'avena il compito di ammorbidire la bevuta. La birra viene presentata in anteprima al al Twenty di Roma sabato 22 aprile nel corso di un tap takeover.

La birra.
Nel bicchiere c'è il tipico haze delle New England IPA ma non siamo agli eccessi di certe brodaglie torbide e fangose: anche la schiuma, spesso la nota dolente di queste birre, è cremosa e abbastanza compatta e mostra una buona persistenza. L'aroma è fresco, pulito e non privo di una certa eleganza, caratteristica spesso estranea alle NEIPA: ananas e mango, pompelmo, arancia e in sottofondo qualche nota dank e vegetale. Più che opulenza c'è raziocinio e equilibrio tra le varie componenti, e lo stesso si può dire anche del gusto. MC77 sceglie un approccio più "soft" al fattore "juicy": il succo di frutta è predominante ma non sfacciato, in sottofondo si riesce ugualmente a percepire il contributo del malto (pane, crackers), grazie ad un ottimo livello di pulizia. Dal tropicale la bevuta vira leggermente verso il pompelmo, mentre l'amaro finale (vegetale e scorza d'agrumi) è educato e limita al massimo quel "grattare in gola" (o effetto pellet) che sovente affligge le New England IPA.  Si potrebbe invece migliorare la sensazione palatale: in questa bottiglia non ho percepito particolare morbidezza e la birra mi sembra un pochino pesante dal punto di vista tattile. 
La Velvet  Suit di MC77 può essere un'ottima introduzione alle NEIPA per chi non le ha mai bevute: non è sfacciata, è juicy ma non estrema, pulita e secca, disseta e rinfresca tenendo molto ben sotto controllo la componente etilica. Ma è anche un'ottima bevuta per chi le frequenta già da un può di tempo.
Formato: 33 cl. alc. 6.5%, lotto 32, imbott. 07/08/2017, scad. 07/12/2017, prezzo indicativo 5.00 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.