venerdì 13 settembre 2019

Lindemans Oude Gueuze Cuvée René Special Blend 2010

Risale al 1822 la fondazione del birrificio Lindemans: in quell’anno Joos Frans Lindemans sposa Françoise Josine Vandersmissen, figlia di un agricoltore, ed entra in possesso della fattoria chiamata Hof ter Kwade Wegen nei pressi di Vlezenbeek, venti chilometri a sud-ovest di Brussels. Notizie storiche riportano una produzione annuale di circa 500 ettolitri destinata per la maggior parte al consumo interno: come in tutte le fattorie a quel tempo la birrificazione avveniva nei mesi invernali quando c’era meno lavoro da fare sui settacinque ettari di terreno di proprietà.  A Joos Frans succede nel 1865 Joos Frans “Duc”  Lindemans e, nel 1901, Theofiel Martin Lindemans: sotto la sua guida l’azienda riduce progressivamente le attività agricole per concentrarsi maggiormente sulla produzione di lambic e faro che viene venduto a cafè ed a blenders. Nel 1930 il timone passa nelle mani del figlio Emiel Jozef al quale spetta il compito di affrontare le tragedie della seconda guerra mondiale: in quel periodo il birrificio riesce comunque ad effettuare una cotta al mese. 
Con la sua morte, avvenuta nel 1956, cessano anche le attività agricole e, sotto la guida di René e Nestor, negli anni ’70 Lindemans inizia ad operare come distributore di bevande all’ingrosso. La popolarità di lambic e geuze è tutt’altro che in crescita  e si cerca di rimediare al calo della domanda interna iniziando ad esportare:  per conquistare il mercato il birrificio inizia ad addolcire i propri prodotti  per andare incontro alle richieste dei consumatori. Emblematico è il caso della Lindemans Kriek, per la quale le ciliegie grotte di Schaerbeek vengono sostituite da un succo di ciliegia addolcito con un edulcorante artificiale, filtrato e pastorizzato. I nuovi lambic alla frutta riscuotono tuttavia grande successo facendo crescere l’export che arriva ad assorbire il 70% della produzione grazie alle richieste dei mercati statunitense, francese, tedesco e svizzero.  Nel 1992 terminano i lavori di costruzione del nuovo birrificio che dispone di circa 1200 barili della capacità di 600 litri nei quali far fermentare e maturare il lambic. 
Per convincere Lindemans a far qualche passo indietro c’è voluto l’intervento dell’importatore americano Merchant du Vin: è lui a convincere René Lindemans del potenziale mercato di gueuze e lambic alla frutta tradizionali e a far produrre nel 1994 il primo lotto della Gueuze Cuvée René.  Dal 2006 Lindemans è gestita dai cugini Dirk e Geert che nel 2013 hanno avviato un nuovo e ambizioso programma di espansione da 15 milioni di euro. 
Lindemans fa parte di H.O.R.A.L. (Alto Consiglio del Lambic Artigianale) che ha come scopo di salvaguardare la tradizione e l’autenticità del prodotto. Peccato che il lambic “autentico” sia solamente una piccola parte della produzione Lindemans: quello che viene etichettato come Gueuze è in realtà una versione pastorizzata, addolcita con la Stevia e fermentata in acciaio con i chips di legno in sostituzione delle botti.  Consiglio per i meno esperti? Lasciate perdere tutta quella produzione Lindemans che non abbia in età chetta la parola “Cuvée René”: sono solo queste le bottiglie che dovreste bere.

La birra.
Nell’aprile del 2015 Lindemans ha terminato il suo piano d’espansione inaugurando un nuovo magazzino di stoccaggio capace di contenere circa 170,000 ettolitri. I festeggiamenti sono culminati con la presentazione della Cuvée René Special Blend 2010, versione speciale della Oude Geuze Cuvée René assemblata con diversi lambic prodotti nel 2010 e imbottigliata nel 2014. Ne sono state prodotte 15.000 bottiglie da 75 centilitri. 
Bella etichetta serigrafata, disegnata da Charles Finkel,  bicchiere leggermente velato e colorato di oro antico: la schiuma biancastra è generosa e compatta ma alquanto spumeggiante e quindi rapida a scomparire. Gentilmente funky/rustico, questo Cuvée René Special Blend affianca al legno e alla cantina/sudore profumi più accessibili di limone e lime, mela verde, accenni di frutta a pasta gialla. Chiudete gli occhi e le parole “la gueuze è lo champagne del Belgio” vi si riveleranno nel pieno del loro significato.  Vibrante, vivace, spumeggiante (mi ripeto): a cinque anni dalla messa in bottiglia René sembra ancora un giovincello per il palato. La bevuta non raggiunge particolari vette espressive ma è di tutto rispetto: frutta a pasta gialla, ananas, accenni di frutta candita contrastano l’asprezza degli agrumi, mentre nel finale si è trasportati in cantina in compagnia di legno, vino, polvere. Un lievissimo tocco acetico non disturba una bevuta educata, quasi morbida e per questo accessibile anche a chi non ama le gueuze più dure e ruspanti. 
Il lambic aumenta di prezzo anno dopo anno? Diventa sempre più difficile reperire Cantillon e 3 Fonteinen? Questa bottiglia ma soprattutto la Cuvée René “normale” rappresentano un’alternativa dal rapporto prezzo assolutamente favorevole,
Formato 75 cl., alc. 6%, imbott. 06/2014, scad. 12/2024, pagata 9.45 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 11 settembre 2019

Boulevard Dark Truth

Del birrificio americano Boulevard vi avevo già parlato in più di un’occasione.  Homebrewer molto precoce, John McDonald aveva iniziato i primi esperimenti a dodici anni per poi vendere illegalmente la birra ai coetanei al drive-in. La gioventù la passò invece in modo più “tranquillo” studiando arte al college del Kansas e iniziando poi a lavorare come carpentiere; lui e la moglie Anne vinsero un viaggio in Europa che John utilizzò per espandere la propria conoscenza brassicola; l’epifania, secondo le sue stesse parole, avvenne in un bar a Parigi bevendo una Belgian Ale. Ritornò negli Stati Uniti determinato ad aprire un birrificio ma almeno una ventina di banche gli chiusero la porta in faccia, considerandolo un pazzo che voleva mettersi in competizione con Anheuser-Busch, da sempre dominatrice nel Missouri. A quel tempo la Craft Beer era ancora un oggetto sconosciuto per la maggior parte degli americani.  Centomila dollari gli furono prestati dal padre ed altrettanti arrivarono dalla vendita di una casa che John aveva acquistato dieci anni prima per 7.000 dollari e poi completamente ristrutturata.  
Nel novembre del 1989 debuttò Boulevard Brewing Company con un impianto usato proveniente dalla Baviera; McDonald consegnò personalmente con il proprio pick-up un fusto di Unfiltered Wheat Beer alla Twin City Tavern di Kansas City. I primi tre clienti ai quali viene offerta non furono entusiasti di quel liquido torbido dalla generosa schiuma bianca: “uno di loro si rifiutò di assaggiarla– racconta McDonald – e gli altri due, dopo averne bevuto un sorso, allontanarono il bicchiere e uno di loro mi disse che era la peggior birra che avesse mai bevuto”.  La storia è poi continuata in maniera diversa e dai 6.000 barili che rappresentavano il primo Business Plan di Boulevard si è arrivati a  125 dipendenti, una capacità annua di 600.000 barili, e circa 190.000 prodotti (2014).  Boulevard è oggi il secondo maggior produttore del Missouri, dopo AB-InBev, e il più grande birrificio “craft” di tutto il mid-west americano. I risultati vengono ottenuti attraverso le espansioni del 1999, 2003 e soprattutto quella da venti milioni di dollari progettata nel 2005-2006;  ma il cambiamento più rilevante nella storia di Boulevard è indubbiamente quello annunciato il  17 ottobre 2013, quando McDonald  cedette la proprietà ai belgi della Duvel-Moortgat per una cifra che non è mai stata resa pubblica ma che si stima essere superiore ai cento milioni di dollari.  
ll timone passò quindi nelle mani di Simon Thorpe , CEO della Duvel Moortgat, mentre  McDonald mantiene ancora un ruolo direttivo e soprattutto di “ambasciatore” del marchio in tutto il mondo.  Dal 1999 Head Brewer di Boulevard è il belga Steven Pauwels; dopo alcuni lavoretti estivi nel birrificio della propria città, Steven ha lavorato al Domus Brewpub di Lovanio ed alla Riva di Dentergem (oggi di proprietà Duvel) prima di rispondere ad un annuncio di lavoro e volare negli Stati Uniti. Gli investimenti della Duvel Moortgat hanno finanziato il nuovo piano d’espansione del 2017 da dieci milioni di dollari che arriva però proprio nel momento in cui gli storici birrifici craft americani di grosse dimensioni stanno tutti più o meno soffrendo. L’anno si è infatti chiuso con una produzione totale di circa 211.000 ettolitri: nel 2016 Boulevard aveva raggiunto quota 260.000.  Per invertire la tendenza Jeff Krum, presidente del ramo americano della Duvel, annuncia nuove strategie: partnership commerciali con Whit Merrifield, seconda base della squadra  di baseball Kansas City Royals (Major League) e con la 20th Century Fox che inserirà la Camper Cosmic IPA  nel prossimo film della saga X-Men. Quest’anno è finalmente stata attivata anche la linea per la produzione delle lattine, le cui vendite hanno raggiunto il 20% del fatturato. Sino ad ora Boulevard si appoggiava ai compagni di casa Duvel di Firestone Walker.  
A soffrire è soprattutto la flagship beer della casa, quella Unfiltered Wheat che nel 2010 tempo occupava il 65% della produzione: oggi è scesa al 34%. Per recuperare Boulevard intende concentrarsi sulle birre che consentono una maggior redditività, anche se con volumi minori. Parliamo quindi di birre invecchiate in botte e birre acide, ma non solo. “Dobbiamo essere visibile ai giovani consumatori. Dobbiamo essere cool, dobbiamo essere nuovi. Dobbiamo produrre quelle birre che loro cercano. Essere innovativi non è semplice; ci sono già in giro così tanti piccoli birrifici che creano cose nuove. Qualche anno fa ricorda Krum –  eravamo il maggior produttore americano di birra in formato 75 centilitri; ora non siamo più così orgogliosi di quel record”. Anche se Boulevard non ha completamente abbandonato quel formato, la maggior parte delle loro birre viene ora offerta nei più pratici 6 pack da 35.5 cl., inclusa la Smokestack Series, composta da birre stagionali, sperimentali e occasionali.

La birra.
La stout Dark Truth è proprio una di quelle birre che ha debuttato come produzione occasionale nella Smokestack Series: era luglio del 2010 e da allora veniva prodotta almeno una volta all’anno. Il suo futuro è però in pericolo: nel 2016 il birraio Pauwels ammetteva  che “Dark Truth è una imperial stout basica, che potremmo definire ‘entry level’: ha quel carattere fruttato del lievito belga, è più rotonda e meno amara. La gente non la compra: le birre entry level sembrano non avere successo. Abbiamo così tante idee nuove e alla fine siamo costretti a mandare in pensione qualcuna delle vecchie”.   Nel 2017 è stato forse prodotto l’ultimo lotto di Dark Truth, rinominata “imperial stout”: precedentemente in etichetta vi era soltanto “stout”. Non so se sia ancora prodotta: della Smokestack Series fanno attualmente parte altre imperial stout invecchiate in botte. 
Zucchero candito, malti Pale, Amber 50, Cara 120, Cara 300, Chocolate, Roasted, Chocolate Rye, Malted Rye, Malted Wheat, Honey Naked Oats, avena in fiocchi, luppoli Magnum, Citra, Zeus e Perle: questi dovrebbero essere gli ingredienti. Quasi nera, schiuma cremosa e abbastanza compatta, buona persistenza: un bel biglietto da visita al quale fa seguito un naso ricco e quasi goloso. Fruit cake, melassa, prugna disidratata, tostature, frutta sotto spirito, accenni vinosi e di caffè. L’ispirazione belga è evidente soprattutto al palato: bollicine un po’ troppo vivaci, nessuna coccola cremosa per il palato. E’ forse questo l’unico appunto che mi sento di farle, ma anche se scorre bene non è affatto una imperial stout sfuggente. Il gusto segue l’aroma per quel che riguarda ricchezza e pulizia: fruit cake, caramello, melassa, frutta sotto spirito. L’amaro del torrefatto e dei luppoli arriva un po’ in ritardo ma riesce comunque a bilanciare una birra che, nel suo DNA belga, non nasconde qualche influenza americana.  Peccato che Boulevard abbia intenzione di mandarla in pensione: questa Dark Truth è una signora imperial stout molto precisa, ricca, bilanciata: birra “entry level”? Per me è solo un’altra delle vittime illustri della moda. Si sorseggia senza difficoltà e con grande piacere:  alcool (9.7%) presente ma non invadente per un lungo abbraccio finale di frutta sotto spirito.  Due anni in bottiglia e ancora in splendida forma.
Formato 35.5 cl., alc. 9.7%, IBU 60, imbott. 09/11/2017, scad. 09/11/2019, Prezzo indicativo 7.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 9 settembre 2019

MC77 Billycock

Rieccoci a parlare di MC77, birrificio marchigiano guidato da Cecilia Scisciani e Matteo Pomposini: nato come beerfirm nel 2012, divenuto birrificio dopo pochi mesi e vincitore alla categoria “emergenti” all’edizione 2015 di Birra dell’Anno. Dopo le difficoltà causate dal terremoto che ha colpito l’Italia centrale nel 2016 la produzione è ripartita nei primi mesi del 2017 nella nuova sede di Caccamo di Serrapetrona (MC). Da allora il percorso di crescita è ripreso senza più fermarsi e ai riconoscimenti per le birre “classiche” sono arrivati anche quelli nelle categorie più alla moda, ovvero quelle luppolate e torbide altresì note come New England IPA (NEIPA). Oggi MC77 è uno dei produttori italiani che secondo me meglio interpreta questo sottostile: con intelligenza e moderazione, senza estremismi, senza esagerare per stupire ad ogni costo. La prima cosa che colpisce delle NEIPA è  il loro aspetto esteriore, l’abbigliamento: opalescenti, questi torbide, simili ad un succo di frutta. Ed è forse proprio per questo motivo che MC77 ha scelto nomi che rimandano al vestiario: Il vestito di velluto (Velvet Suit), il cravattino (BowTie) e ora la bombetta. E’ questo il nome scelto per l’ultima Double NEIPA di casa MC77 che se non erro ha debuttato lo scorso aprile. 
La bombetta nacque nella secondo metà del diciannovesimo secolo in Inghilterra: fu Edward Coke, soldato e politico inglese, a chiedere alla ditta Lock & Co. Di St. James di realizzare un cappello basso e rigido da utilizzare durante le battute di caccia a cavallo al posto dell’ingombrante cilindro che spesso colpiva i rami più bassi degli alberi. Si narra che Edward Coke calpestò la bombetta un paio di volte per testarne la robustezza, prima di decidersi all’acquisto. Il cappello (Billy Coke, o Billycock) deve quindi il suo nome al signor Coke; qualche anno dopo fu il cappellaio Thomas William Bowler a produrlo su ampia scala ed il cappello prese il nome di “bowler”. All’inizio del ventesimo secolo il cilindro era ancora il cappello elegante per eccellenza ma la bombetta si era  diffusa rapidamente dapprima tra la Working Class e successivamente tra i lavoratori del settore finanziario, i cosiddetti City Gents. Impossibile non ricordare Sir Winston Churchill, icona in bombetta del ventesimo secolo.  E che dire di Charlie Chaplin, Stanlio e Ollio o alcuni dipinti che René Magritte ha dedicato a questo copricapo? Ricordate il banchiere del film Mary Poppins? I drughi di Arancia Meccanica?  E la bombetta tagliente lanciata da Oddjob nel film 007 Goldfinger?

La birra.
E’ nata ad aprile ma la sua ricetta è sottoposta a leggeri aggiustamenti ad ogni lotto, soprattutto per quel che riguarda la luppolatura: quello più recente dovrebbe ospitare Galaxy, Citra, Mosaic e Simcoe. Il lievito è London Ale 3, la gradazione alcolica ha subito un leggero ritocco da 7.8 a 8%. 
Il suo aspetto è opalescente quanto basta e non si ha l’impressione di avere un torbido succo di frutta nel bicchiere. L’aroma è fresco e fruttato ma non sfacciato: mango, papaia ed altre sensazioni tropicaleggianti sono affiancate da profumi di agrumi e, ancora più in sottofondo, di cipolla. La sensazione palatale è un buon compromesso tra le corpose velleità dello stile NEIPA e la necessità di mantenere comunque una buona scorrevolezza. Frutta tropicale, albicocca e pesca dominano anche al palato ma si ha sempre e comunque la sensazione di bere una birra: ci sono davvero pochi spigoli, l’amaro finale resinoso è intenso quanto basta a bilanciare dolce e non reclama nessun ruolo da protagonista. L’alcool è abbastanza ben gestito, anche se ci percepisce da subito che nel bicchiere c’è una birra dalla robusta gradazione alcolica: su questo aspetto si poteva forse fare di meglio. In apertura ho fatto riferimento a interpretazioni “educate” dello stile New England da parte di MC77, e anche questa Billycock non fa eccezione: pulita, intensa, ben fatta. Si beve davvero con grande piacere.
Formato 33 cl., alc. 8%, lotto 61, imbott. 04/08/2019, scad. 04/12/2019, prezzo indicativo 5.00-6.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 6 settembre 2019

Guinness Draught

Credo di non sbagliare nell’affermare che non esiste marchio di birra al mondo che abbia un legame più forte con la città e con la nazione dove è nato e viene prodotto: Guinness, Dublino, Irlanda. Era il 1759 quando Arthur Guinness lasciò al fratello il proprio birrificio a Leixlip per trasferirsi a Dublino e rilevare l’allora abbandonata St. James's Gate Brewery stipulando un contratto di locazione della durata di novemila anni al prezzo di 45 sterline all’anno: per espandersi l’azienda acquistò poi definitivamente il terreno ponendo così fine all’inusuale contratto d’affitto. 
Arthur Guinness II prese il comando alla morte del padre, avvenuta nel 1803, creando assieme ai fratelli Benjamin e  William Lunell la società “A. B. & W.L. Guinness & Co, brewers and flour miller”; nel 1886 la Guinness divenne una società per azioni e nel 1914 era il maggior produttore di birra nel Regno Unito: 3 milioni di ettolitri all’anno, più del doppio del suo più agguerrito concorrente, la Bass, con una quote di mercato superiore al 10%.. Nel 1986 Guinness acquistò gli scozzesi della Distillers Company, proprietari di marchi come Johnnie Walker, Buchanan's e Dewar's: un’operazione burrascosa condotta con mezzi fraudolenti che fecero salire artificialmente il valore delle azioni Guinness al fine di assicurarsi il controllo del gruppo Distillers.  Nel 1997 Guinness e Grand Metropolitan (distillerie, tabacco, hotel e catering) si accorparono per formare il grande gruppo multinazionale Diageo: birra (Harp Lager, Smithwick's, Kilkenny, Guinness) e distillati (qui un elenco abbastanza esaustivo)  e alimentari riuniti sotto un unico ombrello che, nel 2006, aveva una capitalizzazione di circa 40 miliardi di euro. 
Oggi si stima che vengano bevuti ogni giorno dieci milioni di bicchieri di Guinness nel mondo prodotti da cinque birrifici di proprietà (Irlanda, Malesia, Nigeria, Ghana e Camerun). Nonostante il 40% della produzione sia (sorprendentemente) bevuta in Africa è a Dublino dove ancora batte il cuore Guinness: la Guinness Storehouse è ancora l’attrazione più popolare di Dublino, con più di 1.700.000 visitatori all’anno. 
Per tutto il mondo la Guinness è la birra dell’Irlanda, che vi piaccia o no. Gli impianti produttivi non sono visitabili ma avrete comunque a che fare con il mondo Guinness in tutte le sue forme: dalle materie prime (virtuali) al processo produttivo (virtuale) sino agli indimenticabili annunci pubblicitari realizzati da John Gilroy tra il 1930 e il 1940: slogan, tucani, struzzi e pesci hanno contribuito in maniera determinante al successo mondiale del marchio. Al Gravity Bar dell’ultimo piano potete infine concedervi una pinta di Guinness ammirando dall’alto il modesto skyline di Dublino.  
Sembra strano, ma Guinness per Dublino non è solo birra: tra le altre cose la famiglia più ricca d’Irlanda finanziò nel 1860 il completo restauro della cattedrale di San Patrizio, che a quel tempo si trovava in condizioni disastrose e si temeva potesse crollare da un giorno all’altro. I giardini pubblici di St. Stephen’s Green, nel cuore di Dublino, erano divenuti proprietà privata nel 1663 ed erano quindi inaccessibili; nel 1877 Arthur Edward Guinness li acquistò per poi restituire in regalo alla città il suo parco. 

La birra.
Fu lanciata “solamente” negli anni ’60, ma la Draught è divenuta rapidamente la più popolare variante di Guinness al mondo.  Malto Pale Ale, 25-30% di orzo in fiocchi, 10% circa di malto tostato, sette varietà di luppolo: la troverete anche nelle versioni Cold o Extra Cold, che vi consiglierei ovviamente di evitare. La sua gradazione alcolica varia dal 4.1% al 4.3% a seconda del luogo in cui viene prodotta. 
Il suo fascino è tutto nel carboazoto e in quella pallina di plastica (widget) che si trova all’interno di ogni lattina: versandola con vigore nella pinta avrete alla vista una riproduzione perfetta di quello che avviene in un pub. Il bicchiere si colora quasi di bianco mentre una cascata “al contrario” di bollicine si solleva verso l’alto per formare una perfetta testa di schiuma, cremosissima e indissolubile, dalla precisione geometrica, quasi insopportabile. Dalla vetta si può solamente scendere e l’aroma della Guinness Draft non è dei più accattivanti: le tostature sono poco eleganti, qualche accenno di caffè e cioccolato non bastano a far dimenticare quelle lievi sensazioni di metallo e gomma bruciata. E al palato lo schema si ripropone: il sontuoso mouthfeel, cremoso e vellutato, riesce a far dimenticare qualche passaggio sfuggente che in una birra dal modesto contenuto alcolico (4.2%) si può anche tollerare. Caramello, tostature, caffè-quasi-caffelatte: finale amaro, nel quale le tostature sono affiancate dal terroso dei luppoli.  
La Guinness è un prodotto industriale e come tale va considerato: non cercate in lei brividi, intensità, emozioni. E’ tuttavia una buona introduzione al mondo delle stout. Io stesso ricordo ancora lo stupore davanti alla mia prima pinta di Guinness: facevo davvero fatica a comprendere quella bevanda quasi calda che sapeva di caffè, per me la birra era solo bionda o al massimo “rossa”. Non bisogna mai dimenticare quello che eravamo. 
In conclusione la Draught mi sembra ricalcare esattamente la Guinness Storehouse di Dublino, una visita virtuale ad un birrificio del quale non vi vengono mostrati gli impianti, neppure da un oblò di vetro. Tanta apparenza alla quale non corrisponde altrettanta sostanza. Volete bere una stout spendendo poco? Per questo la Guinness è  quasi perfetta.  Le lattine da mezzo litro si trovano di tanto in tanto in qualche discount a poco più di un euro: un rapporto qualità prezzo soddisfacente, devo ammetterlo. Volete bere una buona stout? Ci sono centinaia di alternative artigianali, ma preparatevi a spendere quasi cinque volte di più: a voi la scelta.
Formato 50 cl., alc, 4.2%, lotto 90346GH055, scad. 04/12/2019, prezzo indicativo 1,25 Euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 5 settembre 2019

Jester King Mad Meg Farmhouse Provision Ale

Birrificio, cucina, fattoria e sala per eventi: così si presenta al pubblico Jester King Craft Brewery, inaugurato nell’autunno del 2010 sulle colline di Austin, Texas, dai fratelli Jeffrey e Michael Stuffings. Li avevamo incontrati per la prima volta qui e oggi Jester King è tra i nomi più apprezzati dagli appassionati di birra artigianale in tutto il mondo. Fermentazioni spontanee e miste, utilizzo di acqua piovana e proveniente dal pozzo sottostante il birrificio, vasche di fermentazione aperte, utilizzo di prodotti raccolti direttamente nei ventitré ettari di terreno che circondano il birrificio: la filosofia produttiva di Jester è stata chiara sin dall’inizio, a partire dalla prima birra prodotta che fu chiamata Commercial Suicide: facciamo quello che piace bere a noi.  Il “suicidio commerciale” (una Farmhouse Milad Ale,. 2.9% ABV  fermentata in foeders di legno) era debuttare con una birra lontana anni luce dagli stili che andavano (e vanno tutt’ora) di moda nella craft beer americana. Del resto le loro muse ispiratrici sono sempre state il Belgio delle fermentazioni spontanee e Jolly Pumpkin, birrificio del Michigan. 
Il tempo ha dato ragione ai fratelli Stuffings che oggi si godono il loro successo e vedono le loro birre arrivare quasi in ogni angolo del mondo: la gente forma lunghe file al birrificio per accaparrarsi alcune delle bottiglie più ricercate, soprattutto le varianti di Atrial Rubicite, birra acida ai lamponi che matura in legno. Al Belgio Jester King rende tributo con la linea chiamata SPON, 100% fermentazioni spontanee che vengono poi solitamene assemblate in blend di tre anni: esattamente come accade con lambic e gueuze. I prezzi sono invece molto poco popolari: 25 dollari circa per una bottiglia da 37,5 centilitri al birrificio.
Partecipazioni a festival e collaborazioni sono ormai una consuetudine; per assaggiare un po’ di Jester King non è necessario recarsi in Texas anche se ovviamente la visita al birrificio e alla fattoria, con diversi tour guidati gratuiti che avvengono sabato e domenica pomeriggio, è assolutamente consigliata.

La birra.
Mad Meg, ovvero Margherita la Pazza: questa Farmhouse Provision Ale di Jester King deve  il proprio nome al dipinto Dulle Griet realizzato nel 1561 da Pieter Bruegel il Vecchio e conservato nel museo Museo Mayer van den Bergh di Anversa. Nel 2017 è stato sottoposto ad un restauro durato quasi due anni. Dulle Griet è una strega del folklore fiammingo “probabile personificazione dell’avarizia o alterazione popolaresca della figura di santa Margherita d’Antiochia, la santa che sconfisse il demonio semplicemente pregando. Bruegel la rappresenta al centro del dipinto, mentre si dirige armata di spada e con addosso un'armatura, verso la bocca antropomorfa dell'Inferno. Reca con sé un forziere sotto il braccio, due panieri e una sacca pieni di varie cianfrusaglie.  Attorno a lei, un paesaggio da incubo, che ricorda il pannello di destra del Giardino delle delizie di Bosch, quello raffigurante l'inferno. Rovine, combattimenti, strane navi, creature ibride mostruose popolano l'intera opera.  In mezzo al caos, avanza con impeto Greta, rappresentata come una donna magra e allampanata, ma dalle dimensioni sproporzionate e dallo sguardo allucinato. Si dirige verso l'inferno? Va a combattere contro il demonio? Molte sono le interpretazioni, ma spesso non siamo più in grado di comprendere il linguaggio, denso di riferimenti simbolici, allegorici e alchemici, parlato da questi dipinti. Difficile dare un'interpretazione adeguata di quest'opera. Sappiamo solo che in alcune farse popolari dell'epoca, la pazza Margherita personificava soprattutto la donna collerica che dà sfogo alla sua rabbia, una di quelle che, come dice un vecchio proverbio, “possono saccheggiare la soglia dell’inferno e tornare incolumi”.  Dulle Griet, una donna che dà sfogo alla sua rabbia: a qualcuno ricorda qualcosa?  
La ricetta della birra, che ha subito molte modifiche negli anni,  è invece molto più semplice del dipinto alla quale si ispira: quella attuale dovrebbe prevedere malto Pilsner francese, frumento, un tocco di Caramunich e Acidulato, luppolo Saaz della Repubblica Ceca e il “farmhouse yeast” della casa. Prodotta per la prima volta nel 2010 solo in fusto, Mad Meg è stata imbottiglia a partire dal 2012 ed è oggi prodotta con buona regolarità. 
Dalla cantina recupero una bottiglia lotto numero 16, nata a gennaio 2017. L’apertura presenta qualche problema: gushing lento ma inesorabile, bicchiere ricolmo di schiuma compatta e pannosa che non accenna a dissiparsi. Bisogna armarsi di pazienza e attendere qualche minuti per riuscire a comporre un bicchiere di birra. Il suo colore oscilla tra l’arancio ed il dorato, leggermente velato. L’aroma è caratterizzato da un carattere rustico/funky delicato, quasi educato: fiori, paglia, qualche accenno di sudore ma soprattutto scorza di limone, polpa d’arancia, frutta a pasta gialla. Il percorso continua al palato in modo perfettamente coerente:  s’aggiungono i malti (miele, biscotto e cereale) e un bel taglio acidulo/lattico stempera il dolce dell’albicocca e della pesca. Degno di nota è anche l’amaro che chiude il percorso: terroso, zesty, erbaceo, pepato, a tratti pungente. L’alcool dichiarato è avvertibile solo quasi a fine corsa ed è sorprendente avere nel bicchiere una birra da quasi 9 gradi così rinfrescante e dissetante, vivacemente carbonata. 
Jester King dichiara apertamente d’essersi ispirato alle produzioni della Brasserie Thiriez e alla Avec Les Bons Vœux della Brasserie Dupont. Difficile fare il confronto con la Dupont, molto diversa, ma in ogni caso l’esercizio di Jester King è molto ben riuscito: ottima bevibilità per una birra dall’alto contenuto alcolico che rischia di mandare al tappeto chi si trova col bicchiere in mano.
Formato 75 cl., alc. 8.9% IBU 25 (?), lotto 16, imbott. 23/01/2017, prezzo indicativo 16.00-25.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 3 settembre 2019

Pizza Port Bacon & Eggs Breakfast Coffee Imperial Porter

Ha forse perso un po’ di smalto e di attrattiva tra i beergeeks, ma è un fatto inevitabile a 27 anni distanza dal giorno in cui venne offerta al pubblico la prima pinta di Pizza Port. Era il 1992 quando Gina e Vince Marsaglia, anni di homebrewing alle spalle, aggiunsero al loro piccolo ristorante di Solana Beach (San Diego County) un piccolo impianto produttivo. La loro storia ve l’avevo raccontata qui. In tutti questi anni sono state inaugurate le succursali di Carlsbad, San Clemente, Ocean Beach e Bressi Ranch, mentre a San Marcos sono nate le due “costole” Port Brewing e Lost Abbey supervisionate da Tomme Arthur, il primo birraio a lavorare sull’impiantino di Solana Beach. Nel 2014 sono arrivate le prime lattine di Pizza Port, sino a quel tempo distribuita solo in fusto. Nel 2015 è stato poi lanciato il marchio The Hop Concept, dedicato al luppolo (Hop Freshener Series): una IPA ogni trimestre, da bere prima dell’arrivo della successiva. 
Oggi Pizza Port rimane ancora uno dei luoghi migliori (al mondo!) dove bere quelle birre che hanno reso San Diego e la California famosa: parliamo delle West Coast IPA, ovviamente, la cui fama è stata oggi un po’ offuscata dalle sorelle prodotte in New England, sulla costa orientale.  La line-up attuale di Pizza Port comprende cinque birre disponibili in lattina tutto l’anno (California Honey Blond Ale, Chronic Amber Ale, Ponto Session IPA, Swami’s IPA e Kook Double IPA) affiancate da altrettante produzioni stagionali:  Jetty IPA (agosto-ottobre), Gentle Reminder IPA (giugno-luglio), Palapa IPA (aprile-giugno), Chirpin’ Bird IPA (febbraio-aprile) e Bacon and Eggs (gennaio-marzo). Ricordo poi che ogni succursale brewpub produce in fusto diverse birre in modo abbastanza autonomo: una buona scusa per visitarne più di una.

La birra.
Immaginate una colazione tardiva (o un brunch) ad Ocean Beach, San Diego: davanti a voi la spiaggia, le onde dell’oceano, ciabatte, tavole da surf. E’ questa l’immagine che vi trasmette una lattina di Bacon and Eggs, imperial porter al caffè disponibile nei mesi più “freddi” dell’anno: virgolette d’obbligo, visto il luogo in cui ci troviamo. La birra è stata realizzata in collaborazione con la torrefazione Bird Rock della vicina La Jolla, utilizzando un blend di varietà Etiopia e Sumatra; il birrificio la consiglia ovviamente in abbinamento con uova e pancetta per completare la classica colazione americana. 
Nel bicchiere si presenta di color ebano e forma una discreta testa di schiuma abbastanza compatta ma non molto persistente. Caffè, tostature, pane tostato, qualche accenno di cioccolato fondente e cereali: sento davvero i profumi della colazione, e non è una cosa che capita così spesso quando si parla di breakfast stout. Nonostante siano passati otto mesi dalla messa in lattina l’aroma ha ancora una buona intensità, c’è pulizia ed eleganza soprattutto per quel che riguarda l’elemento principale, il caffè. Il mouthfeel non regala invece particolari soddisfazioni; è una imperial porter poco ingombrante che scorre con ottima facilità grazie anche ad un contenuto alcolico (8%) molto ben nascosto che sembra dimostrare almeno due punti in meno del dichiarato.  Caffè e tostature sono protagonisti anche al palato, dove in secondo piano trovano posto anche caramello, liquirizia e cioccolato: pulizia, equilibrio e precisione non mancano e la bevuta, benché non molto complessa, regala grande piacere e soddisfazione. Nel finale non c’è nessuna accelerazione, i luppoli non vengono a supportare il torrefatto per aumentare il livello d’amaro. E’ invece l’acidità del caffè a far sfumare la birra in una coda morbida di media lunghezza, quasi delicata. Pochi fronzoli, tanta sostanza; bastano queste poche parole per riassumere Bacon & Eggs, imperial coffee porter di Pizza Port, ottima interpretazione di stile.
Formato 47,3 cl., alc. 8%, IBU 40 (?), lotto 28/01/2019.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 30 agosto 2019

De Dolle Boskeun

Pasqua è già un lontano ricordo ma questo non può essere una scusa per rinunciare a stappare una bottiglia di Boskeun, Belgian Strong Ale del birrificio belga De Dolle (qui la storia) che arriva ogni anno in occasione della solennità del cristianesimo. Boskeun è il soprannome di Jo, fratello di Kris Herteleer e co-fondatore del birrificio, ma Boskeun è soprattutto quel coniglietto dei boschi (Bos-Keun) che viene raffigurato in etichetta intento a sorseggiare la birra. Una delle prime birre pasquali belghe, afferma orgogliosamente Kris, una tradizione inaugurata che sembra essere stata inaugurata dalla Paasbier di Slaghmuylder. Malti chiari, zucchero di canna e luppoli Goldings sono gli ingredienti utilizzati per una robusta Belgian Strong Ale la cui magia viene tuttavia sprigionata dal lievito di casa De Dolle. Come le sorelle “chiare” Lichtervelds e Dulle Teve anche la Boskeun non è una birra da far invecchiare: Herteleer consiglia di berla subito: lasciate posto libero in cantina per la Stille Nacht.

La birra.
La percentuale alcolica della Boskeun ha subito diverse modifiche nel corso degli anni: nata al 7% è poi salita quasi stabilmente a quota 10.  L’edizione 2019 riporta invece in etichetta 9%.  Il marchio De Dolle è evidente non appena si cerca di versare la birra nel bicchiere che viene subito riempito da un’esuberante coltra di schiuma fine e compatta, pannosa, quasi incontenibile e indissolubile. Ci vuole un po’ di pazienza per vedere splendere il suo color oro antico, leggermente velato. Fiori bianchi, pepe, marzapane, frutta sciroppata e candita (arancia, albicocca e pesca), accenni di cassata siciliana: questo il piccolo miracolo del lievito di casa De Dolle che dà origine ad un naso pulitissimo, intenso, al  tempo stesso fresco e caldo (solare). 
Le vivaci bollicine non impediscono comunque alla Boskeun di essere quasi morbida al palato, priva di spigoli: miele, pane, suggestioni di canditi, crostata alla frutta e, in generale, di pasticceria, pepe. La bevuta è dolce ma ben bilanciata da un lieve acidità quasi rinfrescante e da un finale amaro terroso che per non essendo protagonista svolge un ruolo fondamentale. L’alcool? E’ presente “alla belga”: si nasconde per rivelarsi a fine corsa con un abbraccio che riscalda corpo e spirito e invita – quasi ironicamente -  alla moderazione. Pulitissima, ricca, precisa ma non fredda: per chi ama la scuola belga la Boskeun di De Dolle è ormai un classico che emoziona ogni volta, come quei film che non vi stanchereste mai di rivedere. Verrebbe da dire Buona Pasqua, ma perché limitarsi a goderne solo in quel periodo dell’anno? Ogni giorno è adatto ad una Boskeun.
Formato 33 cl., alc. 9%, scad.03/2021, prezzo indicativo 4.50/5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia/lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 28 agosto 2019

Pelicon Coffee Stout

Ammetto la mia ignoranza sulla birra artigianale Slovena. Mi affido al beer-rating che mi propone questi nomi in cima alle classifiche locali: Reservoir Dogs, Lobik, HumanFish, Hopsbrew, Pelicon. Quest’ultimo, occasionalmente distribuito anche sul nostro territorio, viene fondato da Matthew Pelicon e Anita Lozar ad Aidussina, valle del Vipacco, a soli venti chilometri dal confine italiano. I due hanno vissuto per qualche anno a Londra dove sono venuti a contatto con la Craft Beer Revolution britannica e, tornati in Slovenia, hanno cercato di “replicare quelle birre che amavano bere”. 
Dopo aver tentato con poca fortuna la strada del crowfunding Matthew e Anita hanno comunque reperito le risorse necessarie per acquistare un impianto che inizialmente si è assestato su una produzione di circa 1200 ettolitri l’anno. Il  birrificio ha debuttato con la Pally Pale Ale alla fine del 2013 seguita dalla IPA 3rd Pill: nel 2014 il popolo di Ratebeer ha eletto Pelicon come miglior birrificio sloveno dell’anno. Piano piano sono arrivate anche la Double IPA Quantum, la Hoppy Red Ale Out of China, la Dark Ale Black Aurora e un’imperial stout al caffè. Il database di Untappd annovera al momento una ventina d’etichette.  Matthew, una decina d’anni di homebrewing alle spallle, è oggi aiutato in sala cottura dall’assistente Sebastian; Anita si occupa invece di design, marketing e degli aspetti commerciali. Di recente Pelicon ha inaugurato un punto vendita che si trova ad una cinquantina di metri dal birrificio: qui potete acquistare birre e merchandising nei pomeriggi di giovedì, venerdì e sabato.

La birra.
Color ebano scuro, scura generosa e molto persistente: la robusta (8%) Coffee Stout di Pelican. L’aspetto è bello, goloso e l’aroma mantiene le promesse di quanto scritto in etichetta: il caffè è protagonista assoluto e lascia poco spazio alle tostature e a qualche accenno di tabacco. La sensazione palatale è poco ingombrante e non regala particolari carezze: c’è qualche bollicina in eccesso. La bevuta è abbastanza facile e l’alcool ben nascosto ma, benché gradevole, questa stout risulta piuttosto monotematica. Oltre al caffè non c’è molto altro e la pulizia, solamente discreta, non favorisce il compito di scavare oltre la superficie alla ricerca di dettagli. Annoto un po’ di caramello, di orzo tostato e qualche suggestione di liquirizia prima di un finale amaro nel quale l’acidità del caffè, piuttosto pronunciata, accompagna le tostature. Il tepore etilico che permane in gola è paragonabile al ricordo di questa birra: non particolarmente lungo. Discreta (imperial) stout, un po’ noiosa e ben lontana dall’olimpo dello stile.
Formato 50 cl., alc. 8%, lotto e scadenza non riportati.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia/lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 27 agosto 2019

Ca' del Brado Piè Veloce Lambicus 2016

Della “Cantina brassicola Ca’ del Brado” vi avevo parlato un paio di anni fa, a pochi mesi dall’inaugurazione avvenuta alla fine del 2016 a Pianoro (Bologna). In questi due anni i fondatori Mario Di Bacco, Luca Sartorelli, Andrea Marzocchi e Matteo d’Ulisse hanno fatto un bel percorso che ha portato visibilità e riconoscimenti da molti appassionati, non solo italiani. Le loro birre sono distribuite anche all’estero e chi segue i gruppi di scambio avrà notato qualche timido interesse da parte degli appassionati stranieri: evento più unico che raro quando si parla di birra italiana.   Dal concorso Birra dell’Anno sono arrivate le prime medaglie, ovviamente nella categoria delle Sour Ales: argento nel 2018 per Piè Veloce Brux Cascade, argento nel 2019 per Anniversario 2018 e bronzo per Nessun Dorma.
Ricordo brevemente che Ca’ del Brado non dispone d’impianto produttivo ma si occupa della trasformazione del mosto di malto a birra: il primo viene prodotto su impianti terzi e viene poi fermentato e affinato/invecchiato all’interno delle varie botti posizionate nella cantina il cui numero è andato via via aumentando: ad oggi vi sono due foeders da 1000 litri, 23 tonneaux da 500 litri e 18 barriques da circa 225 litri.  Alle birre acide prodotte con lieviti tradizionali, selvaggi e batteri si sono poi aggiunte le birre stagionali alla frutta Cuvée de Mugnega (albicocche), Cuvée de Zrisa (ciliegie), Cuvée de Pesga (pesche) e due interpretazioni di Italian Grape Ale, Û baccarossa e Û baccabianca.
Cà del Brado ha poi festeggiato il proprio primo compleanno con la Pu’er, Sour Ale prodotta con aggiunta di tè cinese Pu’er e ha spento la seconda candelina con la Anniversario 2018 Dal Bosco, birra acida con infusione di strobili di cipresso e foglie di noce. 
 
La birra.
Facciamo un passo indietro e vediamo com’è invecchiata una delle due birre con le quali Cà del Brado ha debuttato alla fine del 2016. Parliamo della Piè Veloce Lambicus lotto 16004, imbottigliata il 10 dicembre di quell’anno. Si tratta di una Sour Ale il cui mosto è “realizzato con un’importante percentuale di cereali succedanei (frumento e segale) e mediante una luppolatura oculata di stampo inglese sia in amaro che in aroma. La fermentazione (effettuata fin dalla primaria con brettanomiceti Lambicus) e la maturazione (circa due mesi) avvengono direttamente in legno: prevalentemente all’interno di grandi botti che in passato ospitavano vino”.
Dorata, leggermente velata, forma un’esuberante testa di schiuma che sembra quasi indissolubile. L’aroma è un’intrigante mix di profumi floreali e spezie, note funky e selvagge di cuoio e pellame, sudore e cantina, terrose. C’è qualche accenno fenolico e un bel carattere fruttato che richiama pompelmo, ananas, frutta a pasta gialla ma anche pesca bianca: per un attimo avverto anche qualche suggestione di fragolina. Un biglietto da visita stupefacente. Le vivaci bollicine la rendono ruspante e rustica senza tuttavia farla risultare ruvida al palato. La bevuta è però meno interessante rispetto all’aroma: per aprirsi questa Piè Veloce Lambicus ha bisogna di scaldarsi un po’ ma così facendo perde gran parte del suo potere rinfrescante. I brettanomiceti apportano un carattere terroso dominante che viene parzialmente mitigato dall’acidità lattica e dall’asprezza degli agrumi. In sottofondo resta una patina dolce che richiama la frutta a pasta gialla e il miele. Il percorso si chiude con un finale legnoso e abbastanza secco nel quale tuttavia rimane sempre presente una patina dolce ed emerge un discreto tepore etilico a mettere in guardia chi ha il bicchiere in mano: dopotutto il contenuto alcolico in percentuale tocca quota 7.4.
In tre anni ha avuto una bella evoluzione questa bottiglia di Piè Veloce Lambicus: il naso è un piccolo capolavoro che non trova purtroppo esatta corrispondenza al palato, ma il livello complessivo rimane indiscutibilmente elevato. I ragazzi di Cà del Brado dimostrano di meritare il successo che stanno riscuotendo.
Formato 37,5 cl., alc. 7.4%, lotto 16004, scad. 10/12/2021, prezzo indicativo 7,00 euro (beershop)
 
NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia/lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 23 luglio 2019

Hanssens Experimental Cassis 2015

Bartholomeus Hanssens, un tempo sindaco di Dworp (diciassette chilometri a sud di Brussels), iniziò a produrre lambic nel 1871 nei locali che ospitavano il birrificio Sint Antonius. Nel 1896 la produzione si trasferì in una casa di campagna nella Vroenenbosstraat a Dworp dove tutt'ora gli Hanssens risiedono. Non troverete però nessun impianto produttivo: fu l'invasione dell'esercito tedesco nel corso della prima guerra mondiale a farli sparire definitivamente. Il rame era un metallo molto prezioso ed utile per l'industria bellica, e tutti i macchinari furono sequestrati. Da allora la produzione non è più ripartita e gli Hanssens hanno iniziato ad acquistare lambic altrove per poi assemblarlo. Secondo quanto riporta il sito lambic.info, i fornitori furono Van Haelen a Beersel (chiuso nel 1957), Van Haelen-Coche a Uccle (chiuso nel 1968), La Fleur d’Or a Brussels (chiuso nel 1969), Timmermans a Itterbeek e  Winderickx a Dworp (chiuso nel 1969); attualmente Hanssens utilizza lambic proveniente da Lindemans, Girardin e Boon. 
Nel corso degli anni il testimone è passato da Bartholomeus al figlio Theo e, nel 1974, al nipote Jean: oggi alla guida c'è Sidy, figlia di Jean, assieme al marito John, che svolgono questo lavoro part -time parallelamente ad altre attività. Pochissimi investimenti, la stessa imbottigliatrice in funzione dal 1954, nessun sito internet; non è questo il Belgio che tutti amiamo? Il venerdì e il sabato potete acquistare le bottiglie direttamente dalla casa degli Hanssens che vi aprono le porte. Secondo quanto riporta Van Den Steen nel libro “Geuze & Kriek: The Secret of Lambic Beer (2012)”  Hanssens fu il primo produttore ad apporre in etichetta le denominazioni protette “Oude Geuze” e “Oude Kriek”.

La birra.
L’aggettivo “Experimental” non tragga in inganno: non si tratta di produzione occasionale o limitata. I due lambic con ribes nero (Experimental Cassis) e lampone (Experimental Raspberry) furono prodotti per la prima volta nel 2009  (dieci casse cadauna) su specifica richiesta dell’importatore americano ed entrarono poi a far parte stabilmente della gamma Janssens. 
Experimental Cassis si presenta con un bellissimo vestito rosso porpora; in superfice si forma un piccolo pizzo di bolle biancastre. A quattro anni dalla messa in bottiglia la componente fruttata è ovviamente scivolata in secondo piano e l’aroma è caratterizzato da aceto di mela, legno e dai classici “profumi” del lambic: in questo caso formaggio, sudore, solvente, un po’ di vomito.  Purtroppo la carbonazione non è particolarmente vivace e la bevuta ne risente perdendo un po’ di vitalità. Un’acidità molto marcata, a tratti tagliente, attraversa questo Experimental Cassis da cima a fondo: limone, lime, frutta aspra, legno e qualche ricordo sbiadito di ribes, accompagnato da una suggestione (o una speranza?) dolce di frutti di bosco. Molto secca, leggermente astringente, termina il suo percorso con una rapida transizione dal lattico all’aceto di mela e un delicato tepore etilico.  Un lambic per palati forti, come molti prodotti Hanssens: ma in questo caso lo sforzo necessario per sopportarne acidità d asprezza non è ricompensato dall’accesso a particolari complessità o profondità:  lasciarla in cantina si è rivelato probabilmente un errore. In una bottiglia fresca avrei perlomeno goduto della sua componente fruttata.
Formato 37,5 cl., alc. 6%, imbott. 03/2015, prezzo indicativo 10.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia/lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.