martedì 19 marzo 2019

DALLA CANTINA: Elav Progressive Barley Wine 2014

Dopo un’assenza di cinque anni ritorna sul blog il birrificio bergamasco Elav, fondato nel 2010 da Antonio Terzi e Valentina Ardemagni. Vediamo quanto di nuovo è avvenuto dal 2014 ad oggi: in quell’anno Elav metteva in funzione il nuovo impianto da 2,5 ettolitri a cotta seguito a ruota dalla nascita della Società Agricola Elav nel territorio che circonda il Monastero Vallombrosano ai piedi di Bergamo Alta. Due ettari di terreno  nella Val d’Astino sul quale si coltivano luppolo, erbe officinali e frutti rossi anche destinati alla produzione di birra. 
Sugli stessi campi si trova la Cascina Elav, “succursale” estiva del birrificio aperta da fine maggio a settembre: ristorante, pizzeria, pub e una corte all’aperto dove vengono ospitati eventi culturali, laboratori, seminari, spettacoli, concerti, mercati, corsi e workshop. Nei mesi più freddi dell’anno, ma non solo, potete dissetarvi allo storico Clock Tower Pub di Treviglio o all’ Elav Kitchen & Beer,  inaugurato a Bergamo Alta a gennaio 2018. Se state invece partendo per una vacanza troverete la Beerstrotheque Elav all’aeroporto di Orio al Serio, precursore italiano di un fenomeno che sta lentamente iniziando a prendere piede in molti aeroporti nel mondo: finalmente si possono ingannare i tempi d’attesa tra un volo e l’altro dissetandosi con birre di qualità e non con i soliti anonimi prodotti industriali. Abitate a Bergamo? Elav in collaborazione con Winelivery vi consegnerà a domicilio con bicicletta elettrica la vostra birra preferita in mezz’ora. Ogni giorno potete scegliere tra sei diverse birre che vi verranno recapitate a casa in appositi contenitori pressurizzati che promettono di preservare al meglio la qualità del prodotto. Il prezzo? Lo stesso di una pinta al bancone, ovvero sei euro per mezzo litro. 

La birra.
Dalle innovazioni commerciali passiamo a quelle nel bicchiere. Il barley wine di casa Elav si chiama Progressive non a caso: lievito american ale, solo due malti (pils e pale) e un luppolo esotico (Sorachi Ace), ma il birrificio assicura che questa birra “vi stupirà per la sua complessità e la sua spiccata personalità”. Alla prova dei fatti una bottiglia del 2014: i cinque anni in cantina le avranno fatto bene? 
Nel bicchiere si presenta di un color ambrato opaco ma ancora vivace e luminoso: la schiuma biancastra è cremosa ma di dimensioni piuttosto modeste e poco persistente. Il naso sorprende subito per pulizia, espressività e complessità: frutta secca a guscio, uvetta e datteri, mela, ciliegia, albicocca disidratata, toffee, accenni di vino marsalato. Aroma caldo, liquoroso e sensuale: si creano grandi aspettative che il gusto fortunatamente non delude. La bevuta è un liquore ricco di frutta sotto spirito la cui dolcezza viene stemperata da una leggera asprezza vinosa e da un’acidità quasi rinfrescante che, a cinque anni dalla messa in bottiglia, appare stupefacente. Il finale, anticipato da una punta amara di frutta secca, è caldo e ricco di nuovi rimandi ai vini liquorosi.  Sono quegli effetti positivi dell’ossidazione che vorresti sempre trovare in queste birre. Gran bella sorpresa questo barley wine di Elav, un piccolo gioiello tutto da scoprire: bilanciato nella sua dolcezza, morbido al tatto ed amalgamato tra tutte le sue componenti, scalda (11%) senza bruciare regalando sorprese ad ogni sorso. A cinque anni d’età è ancora in splendida forma e mostra di poter andare ancora avanti nel tempo: peccato non averne qualche altra bottiglia in cantina. Non mi sembra godere di notorietà tra gli appassionati, ma per quello che trovo in questo bicchiere la meriterebbe.
Formato 33 cl., alc. 11%, IBU 65, imbott. 14/05/2014, scad.  14/05/2034, prezzo indicativo 6,00 euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 18 marzo 2019

DALLA CANTINA: Alaskan Smoked Porter 2008

Birre e cantina: anche se la stragrande maggioranza delle bottiglie va bevuta fresca ogni birrofilo cela dentro di sé l’irrefrenabile desiderio di provare ad invecchiare i suoi acquisti. Per chi non ha molta esperienza e volesse approfondire la questione segnalo l’interessante libro Vintage Beer di Patrick Dawson; non è ancora stato tradotto in italiano ma al suo interno troverete tanti utili consigli su come allestire una piccola o grande cantina personale. Quali sono i fattori che contribuiscono positivamente all’invecchiamento di una birra, quali sono le tipologie maggiormente indicate all’invecchiamento, come invecchiarle e alcuni appunti di degustazione di diverse annate della stessa birra. 
Alla regola generale  che dice d’invecchiare “birre acide o birre scure dall’alta gradazione alcolica” ci sono alcune eccezioni e la birra di oggi è una di queste: parliamo della Smoked Porter del birrificio americano Alaskan che abbiamo già assaggiato in questa occasione quando era passato “solamente” un anno dall’imbottigliamento. 
Una birra che fa anche rivivere il processo usato alla fine del diciannovesimo secolo dai birrifici in Alaska: producevano porter con malti da loro stessi essiccati in forni alimentati ad ontano, il legname da sempre utilizzato dai nativi di quella regione per affumicare il pesce. E fu proprio ad un affumicatore di salmone che si rivolse il fondatore del birrificio Geoff Larson nel 1988, anno in cui la Alaskan Smoked Porter fece il suo debutto: è la birra che ha ancora detiene il record del maggior numero di medaglie (21) vinte nelle diverse annate del Great American Beer Festival. 
Dal libro Vintage Beer: “con una percentuale d’alcool del 6.5 non sembrerebbe essere una candidata all’invecchiamento. Ma i fenoli derivanti dall’affumicatura agiscono da preservante facendo in modo che la birra invecchi in modo eccezionale  come quelle con un contenuto alcolico di molto superiore”.  Secondo Larson “il fumo è molto evidente quando la birra è fresca, ma col tempo s’affievolisce lasciando il posto ad altri elementi che danno forma ad un profilo complesso. Dopo dieci anni questo si semplifica un po’ e il fumo ritorna ad essere protagonista”.

La birra.
Ottobre e novembre sono i mesi in cui ogni anno il birrificio Alaskan mette in vendita la sua Smoked Porter.  Non tutti i millesimi arrivano in Italia e  in Europa: attualmente nei vari beershop c’è ancora disponibilità delle annate 2013-2014 e se cercate bene potete trovarle a prezzi davvero sorprendenti.  Il prezzo del biglietto diventa invece più salato se volete tentare la sorte con qualche esemplare degli anni 90 (35 cl. ed etichetta color violetto) o dei primi anni 2000 (47 cl.). 
Noi facciamo un passo indietro nel tempo al 2008 quando la Smoked Porter spegneva la sua ventesima candelina. Giudicandola dall’aspetto non le daresti tutti questi anni:  la testa di schiuma è ancora generosa, compatta e piuttosto persistente. Il suo vestito è il classico ebano scuro, prossimo al nero. L’aroma è piuttosto intenso ed è dominato dal legno affumicato; impossibile non pensare allo Schwarzwalder Schinken, il prosciutto affumicato tedesco. In sottofondo emergono anche profumi di cioccolato, cola e caramello. Davvero pochi gli acciacchi dovuti all’età: si scorge giusto qualche accenno di gomma bruciata. Neppure il mouthfeel mostra particolari segni di cedimento e dopo dieci anni mantiene la stessa grande scorrevolezza e bevibilità delle bottiglie più giovani senza sembrare slegata o scarica. L’affumicato è il protagonista indisturbato dei primi sorsi e per apprezzare in pieno questa Smoked Porter dovete attendere che il vostro palato si abitui alla sua presenza per assistere alla sua “trasfigurazione”. Ecco affiorare biscotto, caramello, cola, prugna e uvetta, un sottofondo di cioccolato e un finale amaro di caffè prima del ritorno dell’affumicato che era improvvisamente scomparso. L’alcool (6,5%) è praticamente assente.  
Alla cieca credo sarebbe impossibile per chiunque dire che nel bicchiere c’è una birra che ha dieci anni d’età: il tempo sembra non essere passato.  Ed è forse questo pensiero ad emozionare maggiormente della bevuta in sé, comunque estremamente gradevole e soddisfacente ma incredibilmente priva dei classici segni del tempo. Una birra perfettamente conservata (quasi) come fosse nata ieri.
Formato 65 cl., alc. 6.5%, IBU 45, lotto 10/2008.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 12 marzo 2019

[Le birre rivisitate] Firestone Walker Parabola 2018

Nel 2015 riuscivo finalmente a stappare una bottiglia di una birra che era da sempre sulla mia lista dei desideri: l’imperial stout Parabola del birrificio californiano Firestone Walker, recuperata con un po’ di fortuna nel 2014 nel corso di una vacanza negli Stati Uniti.  A quel tempo Firestone Walker era ancora indipendente e la loro produzione “barrel aged” abbastanza limitata: nessuna di queste birre veniva esportata in Europa. Nell’estate del 2015  Adam Firestone e David Walker hanno ceduto la maggioranza (? -  i dettagli dell’accordo non sono mai stati resi noti) della loro azienda ai belgi della Duvel Moortgat il cui denaro è stato utilizzato per finanziare un ambizioso piano d’espansione. Qualche anno dopo si sono iniziati a vedere i risultati: nel 2018 la Proprietor’s Vintage Series ha varcato l’oceano e qualche bottiglia è arrivata anche nel nostro continente.   
Il legame Firestone – Duvel  ha suscitato più di qualche perplessità tra gli appassionati americani: la ciliegina sulla torta fu proprio la Parabola millesimo 2017. Quell’anno la birra fu interamente prodotta e imbottigliata,  sotto la diretta supervisione del birraio di Firestone Walker Matt Brynildson, in un altro birrificio americano di proprietà Duvel Moortgat: Boulevard Brewing a Kansas City, Missouri.  E, come avviene spesso in questi casi, le reazioni di beergeeks non furono entusiaste: qualità inferiore, non è più la Parabola di una volta. In quell’anno avvenne anche il passaggio dal formato 65 a quello più pratico, per uso personale, da 35.5 centilitri. 
La dura legge dell’hype ha colpito anche Firestore Walker, nome ancora molto apprezzato ma ormai al di fuori da quel circolo ristretto di birrifici che fanno impazzire gli appassionati. Per recuperare un po’ di terreno perduto Firestone ha iniziato a giocare con le varianti di Parabola, oggi ancora molto ricercate: Parabajava (con aggiunta di caffè), Scotch Parabola (invecchiata in botti di whisky torbato scozzese Ardbeg) e Parabanilla (invecchiata in botti di whiskey di segale con aggiunta di vaniglia).

La birra.
Per la storia della Parabola vi rimando al post di quattro anni fa: oggi concentriamoci sulla sua edizione 2018, quella arrivata anche in Italia. Fece il suo debutto in aprile: nelle tre locations di Firestone Walker (Paso Robles, Buellton e Venice) era anche disponibile la sua versione Coconut Rye, ovvero invecchiata in botti di whiskey di segale con aggiunta di cocco tostato. Di quest’ultima solamente 300 casse disponibili, con un limite d’acquisto massimo di dodici bottiglie a testa. 
La Parabola 2018 vede una gradazione alcolica leggermente inferiore alle annate precedenti (12.7% anziché 14% e dintorni): ho trovato informazioni discordanti anche sul suo processo produttivo. Sulla sito del birrificio viene attualmente dichiarato che “questa imperial stout è stata invecchiata un anno in botti che avevano contenuto in precedenza burbon Heaven Hill”. I comunicati stampa rilasciati al momento dell’uscita riportano invece che Parabola nasce – come era a me noto -  da un blend di botti che avevano contenuto diverse tipologie di bourbon: Buffalo Trace, Elijah Craig, Four Roses, Pappy Van Winkle e Woodford Reserve. 
Le uniche certezze riguardano la ricetta: malti Maris Otter Pale, Munich, Cara-hell, Carafa, Dark e Light Crystal, Chocolate, avena e orzo tostato, luppoli Zeus in amaro e un non ben specificato “Hallertau” a fine bollitura. Il suo vestito non è completamente nero ma poco ci manca; si forma una piccola testa di schiuma, cremosa e compatta ma poco persistente. Al naso tanti “dark fruits” (prugna, uvetta, frutti di bosco, ciliegia sciroppata), accenni di caffè e tostature, qualche nota di cioccolato fondente e bourbon. La bevuta è morbida, leggermente oleosa, corpo medio-pieno: densa ma non troppo, si potrebbe dire. Fruit cake, dark fruits e bourbon caratterizzano una bevuta intensa e molto soddisfacente che si sviluppa per la maggior parte sul versante dolce per poi essere bilanciata dall’amaro del caffè, del cioccolato fondente e del torrefatto. 
E’ una birra potente che scalda corpo e anima senza esagerare: giocoforza impegnativa, non proibitiva. Mettetevi comodi e dedicatele tutta la serata, seguendo dopo ogni sorso la sua lunga scia di bourbon, cioccolato e frutta sotto spirito. 
Una imperial stout nella quale c’è tutto quello che si può desiderare? Quasi. Invero non c’è molta profondità e anche l’eleganza non raggiunge l’eccellenza, ma è un po’ il voler cercare il pelo nell’uovo: mi riferisco soprattutto alle caratteristiche apportate dal passaggio in botte, da sempre uno dei punti di forza del birrificio di Paso Robles. C’è il bourbon, c’è il legno ma non riesco a trovare quei dettagli preziosi capaci di fare la differenza, come cocco e vaniglia ad esempio; forse è il mio naso o forse è l’ennesimo prezzo da pagare quando la qualità viene leggermente sacrificata in favore della quantità. Si viaggia ancora in prima classe ma avevo di lei un ricordo migliore. E’ cambiata lei, è cambiato il mio palato o nel 2015 ero troppo influenzato dall’entusiasmo di poterla finalmente bere per la prima volta? Forse di tutto un po’.
Formato 35.5 cl., alc. 12.7%, IBU 69, lotto 2018, prezzo indicativo 16.00-20.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 11 marzo 2019

DALLA CANTINA: Lervig Brewers Reserve Barley Wine Aged in Bourbon Barrels 2014

Dal 2013 il birrificio norvegese Lervig è stato una costante presenza sul blog: qui trovate tutte le birre stappate in questi anni.  Stavanger, capitale del petrolio norvegese, è oggi conosciuta dai beergeeks per l’eccellente lavoro svolto dal birraio Mike Murphy, chiamato nel 2010 a risollevare le sorti di un marchio che non stava riscuotendo grande successo. Lervig è uno dei più apprezzati produttori europei e la fredda Stavanger ha iniziato a scaldare i motori: dal 2014 anche lei ha il suo piccolo festival birrario, chiamato “What’s Brewing”. 
Ad organizzarlo furono James Goulding  e David Graham in collaborazione con l’agenzia media Melvær&Co: Goulding (oggi European Manager per i canadesi della Collective Arts Brewing) a quel tempo lavorava per la Lervig, di cui a tutt’oggi Graham è ancora head brewer.  Il birrificio non volle organizzarlo in prima persona ma diede il proprio benestare a James e David; Mike Murphy sfruttò la propria rete di conoscenze per portare in Norvegia alcuni amici birrai stranieri per la prima edizione del festival. 
Da allora il “What’s Brewing” festival di Stavanger è cresciuto ed ha da poco annunciato i partecipanti all’edizione 2019 che si terrà il 18 e 19 ottobre: Verdant, Siren, Left Handed Giant, Harbour e Cloudwater (UK), Whiplash e White Hag (Irlanda), Basqueland (Spagna), To Øl, Mikkeller e Æblerov (Danimarca), O/O Brewing, Stockholm Brewing, Stigbergets e Omnipollo (Svezia), Loverbeer e Cra/k (Italia), Fuerst-Wiacek e Mahrs Bräu (Germania), Põhjala (Estonia), Lervig e Yeastside (Norvegia), Cascade, Other Half, Lamplighter, Modern Times, Stillwater, Norway, Sand City e Bruery (USA), Coedo e Shiga Kogen (Giappone), Jing-A e Great Leap (Cina), Collective Arts e Malty (Canada).

La birra.
“Our Barley Wine is the most special beer we make”: così alla Lervig descrivono una birra prodotta solamente una volta all’anno. Nel 2011 fu fatta la prima cotta, 800 litri in tutto, sull’impiantino pilota che Mike Murphy utilizzava per i propri esperimenti.  Oggi il Barley Wine viene fatto assemblando una piccola percentuale di birra fresca con quella che riposa da almeno un anno in diverse botti ex-bourbon. La ricetta prevede malti Monaco, Caramello e Chocolate, luppolo Styrian Goldings. Il birrificio le dà una shelf life di dieci anni: andiamo a vedere come si trova il Barley Wine 2014 a metà del suo percorso, dopo cinque anni in cantina. 
Il suo vestito è colorato di ebano scuro, o tonaca di frate cappuccino se preferite: in superficie solamente un piccolo pizzo di bolle sul bordo del bicchiere. L’aroma è caldo e intenso: arrivano subito ricordi di porto e di vini fortificati, frutti di bosco scuri, prugna disidratata, ciliegia sotto spirito, melassa, bourbon, qualche nota legnosa.  Il mouthfeel mostra qualche cedimento dovuto all’età ma la sensazione palatale è ancora gradevole, leggermente oleosa: poche bollicine, corpo medio-pieno. La bevuta corrisponde in pieno con l’aroma: dolce, calda, ricca di melassa, caramello e tanta frutta sotto spirito: prugna, uvetta, ciliegia, frutti bosco. I ricordi di vino fortificato sbiadiscono lentamente lasciando posto ad un finale nel quale emergono bourbon, legno e qualche nota ossidativi meno piacevole. Il bilancio degli effetti del passare del tempo è comunque ancora ampiamente positivo. Il passaggio in botte non (r)aggiunge particolari complessità o vette espressive ma ciò andrebbe verificato anche in un esemplare più giovane. L’alcool riscalda e rincuora senza esagerare ma è ovviamente una birra capace di fare serata da sola: mettetevi comodi e gustatevela con calma, cogliendo le sue diverse sfumature man mano che la temperatura nel bicchiere si alza. Ha già passato il suo picco, ma regala ancora belle soddisfazioni.
Formato 33 cl., alc. 13%, IBU 40, lotto AR 2014, scad. 30/01/2024, pagata 7.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 7 marzo 2019

Põhjala / Jing-A (京A) Cellar Series - Early Morning Regrets

Del birrificio estone Põhjala abbiamo già parlato in molte occasioni e non c’è quindi molto da aggiungere, se non che lo scorso dicembre è stata inaugurata a Tallin la nuova taproom: 24 spine, cucina specializzata in barbecue texano, negozio merchandising e possibilità di noleggiare una sauna privata. La taproom è aperta tutti i giorni tranne il lunedì da mezzogiorno a mezzanotte; la domenica è invece dedicata a chi si alza tardi: colazione servita tutto il giorno, dalle 10 sino alla chiusura anticipata alle 17. 
Ma Tallin non è solo Põhjala: da quattro anni la capitale estone ospita la Craft Beer Weekend, festival di due giorni con una cinquantina di birrifici locali, nazionale e esteri. L’edizione 2019 è prevista per il primo weekend di maggio. Come spesso accade in queste occasioni i festival rappresentano per i birrifici locali anche una conveniente opportunità per realizzare qualche birra collaborativa con i birrifici stranieri. 
Alla Craft Beer Weekend del 2017 fu invitato il birrificio cinese Jing-A (京A), fondato nel 2013 a Pechino dagli americani Alex Acker e Kristian Li, entrambi residenti dal 2000 nella capitale cinese: dagli Stati Uniti si sono portati dietro la passione per l’homebrewing e, dopo aver deliziato amici e parenti con le birre fatte in casa, hanno deciso di trasformare l’hobby in una attività professionale. In un primo periodo le birre sono state prodotte su impianti terzi e solo successivamente i due americani hanno lasciato le loro precedenti occupazioni lavorative per dedicarsi a tempo pieno alla birra dotandosi di impianto proprio e aprendo un brewpub a Pechino con cucina e una dozzina di spine.  
In quell’occasione Põhjala e Jing-A realizzarono la loro prima birra collaborativa chiamata Late Night Date (9%), una baltic porter %) prodotta con datteri e fichi affumicati su legno di lychee e melo. Nel 2018 Jing-A fu nuovamente invitato a Tallin per il festival e per realizzare un’altra birra assieme a  Põhjala.

La birra.
L’ideale seguito della Late Night Date (un appuntamento a notte fonda) è  almeno nel nome la Early Morning Regrets, ovvero i “rimpianti della mattina presto”. In sostanza si tratta di una imperial stout invecchiata in botti ex bourbon con aggiunta di chicchi di caffè cinese, proveniente dalla provincia di Yunnan, anch’essi “invecchiati” nelle stesse botti. Chi si aspettava l’utilizzo di qualche spezia, frutto o ingredienti della tradizione cinese rimarrà un po’ deluso; i due birrifici hanno deciso di non rischiare troppo e di andare sul sicuro, aggiungendo caffè ad uno stile che Põhjala ha già dimostrato di saper maneggiare alquanto bene.  Un’occasione mancata? Vediamo. 
La ricetta prevede malti Pale, Monaco, Crystal 50, Cara 150, Carafa T-2 Special, Roasted, Black, Chocolate wheat, Chocolate rye e avena in fiocchi; i luppoli sono Warrior e Chinook. Il suo colore è nero come la notte che si è appena lasciata alle spalle: la schiuma è cremosa, compatta ed ha una discreta persistenza. L’aroma è ricco, pulito e anche abbastanza elegante: caffè, cioccolato fondente, orzo tostato,  accenni di vaniglia, uvetta e prugna sotto spirito. Il caffè è l’indubbio protagonista. Il suo corpo è quasi pieno ma la consistenza di questa massiccia (12.6%) imperial stout non è particolmente densa o viscosa: per il mio gusto un po’ di “ciccia” in più non le avrebbe fatto male. Il gusto è un po’ meno interessante e variegato dell’aroma: il caffè esce di scena per lasciare spazio al bourbon, alla frutta sotto spirito, a melassa e liquirizia. La componente dolce, croce e delizia di quasi tutte le imperial stout di Põhjala, è qui abbastanza ben contrastata dal bourbon e da un finale leggermente amaro al quale contribuiscono note legnose, di caffè e di torrefatto. Il retrogusto è sorprendentemente quasi delicato, un ben riuscito abbraccio tra cioccolato fondente e bourbon. 
L’aroma ha un passo in più del gusto ma questa  Early Morning Regrets di Põhjala e Jing-A è comunque una bella bevuta che regala soddisfazione: potente e pulita, intensa, da sorseggiare con calma. In barba al suo nome, in questo caso il prezzo di fascia alta non lascia grossi rimpianti la mattina dopo averla bevuta e smaltita.  
Formato 33 cl., alc. 12.6%, IBU 35, lotto 753, scad. 01/10/2021, prezzo indicativo 10,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 5 marzo 2019

Founders Curmudgeon Old Ale 2014 vs Curmudgeon's Better Half 2018

Aggiungiamo un altro tassello mancante per completare la Barrel Aged Series 2018 del birrificio Founders di Grand Rapids, Michigan. Sei birre barricate provenienti da un’enorme “cantina” (virgolette d’obbligo), ovvero una vecchia cava di gesso ora in disuso che si trova a 5 chilometri di distanza dal birrificio. E’ qui dove oggi riposano circa 20.000  barili a 25 metri di profondità e ad una temperatura costante di 3-4 gradi centigradi. Al termine dell’invecchiamento i barili vengono riportati in superficie con un montacarichi, caricati su di un camion e consegnati al birrificio; dalle botti la birra viene trasferita in serbatoi d’acciaio e centrifugata per rimuovere i sedimenti prima del confezionamento. 
La Barrel Aged Series 2018 è stata inaugurata come al solito dalla imperial stout KBS (marzo) seguita da Backwoods Bastard (aprile),  Dankwood (maggio), Barrel Runner (giugno), Curmudgeon’s Better Half (agosto) e CBS (novembre).  Oggi tocca alla Curmudgeon’s Better Half, ovvero la versione barricata della Old Ale Curmudgeon: visto che in cantina avevo qualche bottiglia di Curmudgeon ho colto l’occasione fare un confronto, in verità non del tutto equo. Quest’ultima ha già cinque anni sulle spalle mentre la Better Half ha “solo” sette mesi di vita.  
Partiamo innanzitutto dal nome: Curmudgeon è una sorta di “vecchio musone”, un anziano che ha un brutto carattere ed è spesso di pessimo umore. Lo sguardo dell’uomo (un pescatore in un vecchio pub di un porto di mare, a quanto dicono) ritratto in etichetta è abbastanza significativo:  la stessa riporta anche la scritta “Old Ale brewed with molasses and Oak Aged”.  Oak Aged non significa Barrel Aged e come Founders stesso conferma in questo caso vengono usati chips di rovere. 
Nel bicchiere si presenta di color ambrato carico, piuttosto velato e con intense sfumature rossastre: si forma una discreta testa di schiuma ocra, cremosa e compatta. Al naso non ci sono grosse profondità ma l’intensità è ancora notevole:  melassa e caramello, prugna, ciliegia, uvetta, qualche nota di legno e vino fortificato.  Non ci sono drammatici cedimenti dovuti all’età e anche al palato la Curmudgeon – fedele al proprio nome - non sembra essersi ammorbidita più di tanto. Corpo tra medio e pieno, carbonazione ancora presente: tra melassa, biscotto, uvetta e prugna si scorge qualche traccia di porto, l’alcool  (9.8%) non intende nascondersi e caratterizza la bevuta dall’inizio alla fine, contribuendo in maniera decisiva a contrastare il dolce. Nel finale, abbastanza ben attenuato, si fa ancora sentire l’amaro resinoso/terroso dei luppoli. Il suo congedo è lungo e lento, caldo, ricco di alcool e frutta sotto spirito.  Ha quasi cinque anni d’età ma questa bottiglia di Curmudgeon, vigorosa e vivace, sembra poter resistere in cantina ancora a lungo: anche se arrivava sugli scaffali in primavera, per me rappresenta un antidoto perfetto ai freddi inverni del Michigan. Da sorseggiare con calma nel corso di una serata.

Passiamo alla Curmudgeon’s Better Half: per parlare della “migliore metà” del vecchio musone dobbiamo fare un salto indietro nel tempo al 2012. In quell’anno Founders annunciava il debutto in bottiglia di una birra che sino ad allora era stata occasionalmente disponibile in fusto alla taproom di Grand Rapids e in pochi fortunati locali:  la Kaiser’s Curmudgeon, ovvero la Curmudgeon invecchiata per 254 giorni in botti ex-bourbon che avevano di recente ospitato sciroppo d’acero del Michigan. La dolce consorte del “musone” è raffigurata in etichetta pronta a versare un po’ di sciroppo d’acero sui pancakes nella speranza di far spuntare un sorriso al vecchio marinaio: fece il suo debutto in bottiglia nel giorno di San Valentino 2012 modificando il proprio nome in Curmudgeon’s Better Half. Da allora Founders non l’ha più replicata, per lo meno in bottiglia. Ma negli ultimi anni la Barrel Aged Series del birrificio del Michigan ha saputo rallegrare i propri clienti riesumando alcune birre scomparse dal radar: il caso più eclatante fu il ritorno nel 2017 della mitica CBS, anch’essa invecchiata in botti di bourbon/sciroppo d’acero. E così nell’agosto del 2018 arrivò da Grand Rapids l’annuncio del ritorno della Curmudgeon’s Better Half: “era un birra che dovevano riportare in vita”  disse Jason Heystek, responsabile del programma Barrel Aged di Founders.
La fotografia al solito non le rende giustizia perché all’aspetto è davvero bellissima:  color ambrato acceso da luminose ed intense venature rossastre. Nonostante l’imponente gradazione alcolica (12.7%) la schiuma ocra è generosa, fine, compatta e ha ottima ritenzione. Sin dall’aroma è evidente come il passaggio in botte rappresenti un salto di qualità impressionante per la Curmudgeon: bourbon, melassa e sciroppo d’acero in primo piano, vaniglia, legno, biscotto, uvetta, prugna, datteri e ciliegia nelle retrovia. Pulizia e finezza rimediano ad un’intensità un po’ dimessa. La sensazione palatale è quella che vorrei sempre trovare in una birra così “importante”: il corpo è quasi pieno ma dal punto di vista tattile questa birra è una morbida carezza, cremosa e vellutata. Il palato si trova ad affrontare una specie di dessert liquido assemblato con melassa, uvetta, ciliegia, datteri e prugne, il tutto generosamente inzuppato nel bourbon: in superficie è stata versata qualche goccia di sciroppo d’acero e, prima di servire il piatto, una spolverata di vaniglia. Il dolce è miracolosamente bilanciato dalla componente etilica, da qualche nota legnosa e dal buon lavoro del lievito: il risultato non è comunque stucchevole e molto, molto soddisfacente. 
Per me il livello è piuttosto alto e il passaggio in botte rappresenta un vero valore aggiunto alla Curmudgeon “base”, birra piacevole ma un po’ avida di spunti emotivi ed espressivi: elementi che invece ritrovo nella sua “dolce metà”, in questo caso davvero la “migliore metà”.  Non gode della stessa fama delle sorella KBS e CBS ma probabilmente la meriterebbe. Volendo proprio farle un appunto le si potrebbe contestare quel carattere un po' "patinato", un po' borghese che le Founders hanno oggi: inevitabile, quando si diventa grandi, molto grandi.
Nel dettaglio: 
Curmudgeon Old Ale, 35.5 cl., alc. 9.8%, IBU 50 , imbott. 04/2014, scad. 12/05/2015, pagata 5.00 euro (beershop)
Curmudgeon's Better Half, 35.5 cl., alc. 12.7%, IBU 35, imbott. 08/2018, scad. 13/08/2019, prezzo indicativo 6.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 28 febbraio 2019

Altotevere Breakfast Stout

Nasce nel novembre 2016 nella  Zona Industriale Altomare a San Giustino (PG) il birrificio Altotevere.  Al progetto partecipano Giuliano Nocentini, presidente del Gruppo Kemon (produzione di profumi e cosmetici) e il birraio Luca Tassinati, aiutato dalla collega Eleonora Manservigi. Se il nome Luca Tassinati non vi è nuovo, non vi sbagliate: fu lui a fondare nel 2013 la beerfirm ferrarese Monkey Beer che avevamo conosciuto in questa occasione.  Da quanto leggo il marchio Monkey Beer non verrà dismesso ma entrerà a far parte della gamma Altotevere. 
A San Giustino l’impianto da 12 ettolitri (1400 quelli che dovrebbero essere stati prodotti nel 2018) viene affiancato da quella che vuole essere molto più di una semplice taproom. C’è lo spazio per concerti e DJ set e soprattutto c’è una cucina che promette di utilizzare “il più possibile con ingredienti locali, freschi e da selezionatissimi fornitori”: spazio dunque a zuppe, taglieri di salumi e formaggi, hamburger e pizze gourmet. La carta delle birre abbraccia quasi tutte le scuole: anglosassone/americana, tedesca e belga.  Ecco la A-T Doppel (Heller Doppelbock), A-T Pils, Freezo (West Coast IPA con Citra, Simcoe e Mosaic),  Goldie (4.6% Belgian Hoppy Ale 4,6%  con scorza  d’arancia),  Joy (Blanche con scorza d’arancia e bergamotto, camomilla e coriandolo) e a sua versione potenziata Hangover Imperial Blanche 10,5%),  Noir (American Porter), Polly  (Belgian Hoppy Ale 4,6%) e Random (American Pale Ale che utilizza un mix di luppoli diverso a seconda delle disponibilità).  
E il 2019 è iniziato col botto; lo scorso gennaio il concorso Birraio dell’Anno organizzato da Fermento Birra ha incoronato Luca Tassinati come birraio emergente dell’anno 2018.

La birra.
Ha debuttato alla metà dello scorso gennaio la Breakfast Stout di Altotevere; una one-shot la cui ricette include caffè 100% arabica, vaniglia bourbon in baccelli e fave di cacao, lattosio e una buona percentuale di avena.  
Nel bicchiere si presenta di color ebano scuro, la cremosa schiuma che si forma in superfice ha modeste dimensioni e scarsa ritenzione. Il caffè domina un aroma pulito e intenso, abbastanza elegante: il profumo di una golosa nella quale potete trovare anche orzo tostato, tracce di cacao e di caffe latte. In sottofondo c’è qualche nota terrosa, quasi di sottobosco. La bevuta prosegue nella stessa direzione con buona intensità ma meno precisione: lattosio/vaniglia e caramello sono il trampolino per un bel tuffo nel caffè e nel torrefatto al quale fa seguito qualche piccola sorpresa di cacao. L’alcool è ben nascosto, l’acidità è molto contenuta ma questa Breakfast Stout si chiude un po’ bruscamente, allontanandosi un po’ troppo in fretta: lascia comunque un delicato retrogusto nel quale si ritrovano di nuovo caffè, cacao e vaniglia. Quello che tuttavia mi lascia maggiormente perplesso è il cosiddetto mouthfeel, o sensazione palatale che dir si voglia:  in una stout robusta (8%) dove ci finiscono lattosio e avena mi aspetterei morbidezza, cremosità, qualche coccola che invece in questa birra non trovo. Soprattutto in questo, ma non solo, ci sono ampi margini di miglioramento: nel complesso, comunque una buona bevuta.
Formato 33 cl., alc. 8%, IBU 15, scad. 09/01/2020, prezzo indicativo 5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 27 febbraio 2019

Welde Bourbon Barrel Bock

Nel 1752 Carl Theodor di Baviera concedeva a Heinrich Joos la licenza di produrre birra a Schwetzingen,  oggi parte del Baden-Württemberg. Per l’occasione Joos fece costruire un edificio in Mannheimer Straße nel quale trovava spazio anche un piccolo birrificio. Nel 1846 secolo la “gasthaus” fu acquistata da Heinrich e Anna Seitz che la ristrutturarono rinominandola Grünes Laub; a loro succedette il figlio Georg, morto prematuramente nel 1885. Nel 1888 la vedova Barbara convogliò a nozze col  birraio Johann Welde, il cui cognome è ancora oggi nel nome del birrificio: Weldebräu. Alla sua morte, nel 1917, l’azienda passò nella mani della figlia Elisabeth che sposò il giovane mastro birraio Hans Hirsch; il loro unico figlio maschio morì nel corso della seconda guerra mondiale e fu ancora una volta una donna a ricevere il testimone. Bärbel Welde, sposata con  Wilhelm Spielmann: fu lui a decidere la costruzione del nuovo birrificio a Plankstadt, visto che non era più possibile aumentare la produzione nella vecchia sede di Schwetzingen. 
Nel 1981 il piccolo brewpub di città venne quindi trasformato nella moderna Weldebräu, guidata dal figlio Hans Spielmann: oggi sono circa 100.000 gli ettolitri prodotti ogni anno.  In sala cottura c’è al momento il birraro Stephan Dück, mentre la parte commerciale e strategica è affidata al Max Spielmann, diplomato biersommelier con alla spalle una breve esperienza in Heineken. Alle birre della tradizione anche Weldebräu come molti altri birrifici tedeschi affianca una linea “craft” della quale al momento fanno parte la Welde Craft Pepper Pils (pils con pepe rosa),  Welde Craft Pale Ale, Welde Craft Citra Helles, Welde IPA, Badisch Gose con sale e coriandolo e una Bourbon Barrel Bock che ha catturato la mia attenzione.

La birra.
La Bourbon Barrel Bock di Weldebräu è in realtà un blend proveniente da tre botti (bourbon, rum e tequila) nella quale la birra ha riposato per tre mesi. E’ di un bel color oro antico e forma una generosa testa di schiuma, cremosa e compatta, dall’ottima persistenza. Al naso non c’è purtroppo molto e i profumi vanno cercati col lanternino:  biscotto, pane, un ricordo di miele, qualche traccia di legno. Non è esattamente quello che t’aspetteresti da una birra che nata da un blend di tre botti contenente distillati. Fortunatamente le cose vanno un po’ meglio al palato: il passaggio in botte ha giocoforza tolto alla bock quelle che dovrebbero essere le sue caratteristiche principali, ovvero fragranza e freschezza, ma tale assenza dovrebbe essere "compensata" dai benefici del Barrel Aged.  Pane, biscotto e miele sono comunque presenti ma l’apporto delle botti è timido e si fa attendere sino alla fine del percorso, quando emerge una nota etilica piuttosto evidente che evoca soprattutto la tequila: delle altre due botti, e mi riferisco in particolare a quella ex-bourbon che dà il nome alla birra, onestamente non avverto la presenza. La bevuta è comunque gradevole, pulita e bilanciata ma il risultato lascia un po’ di delusione soprattutto per la mancanza di profondità, spessore e complessità. Sarebbe legittimo pretendere un po’ di più di un lieve sapore di tequila in una bock. 
Formato 33 cl., alc. 6.5%, IBU 28, scad. 28/08/2019, prezzo indicativo 3.00  Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 26 febbraio 2019

DALLA CANTINA: Toccalmatto Dudes 2011

One-shot, collaborazioni, special editions: fino a qualche anno fa questo era il pane quotidiano del birrificio Toccalmatto, sempre pronto ad incalzare i bevitori con qualcosa di nuovo da provare. Nel 2017 il birrificio guidato da Bruno Carilli ha stretto una importante partnership con la beerfirm belga Coulier e da allora la strategia commerciale è stata modificata. Fu lo stesso Carilli ad ammetterlo in un’intervista a Fermento Birra:  “non puoi continuare ad inseguire un mercato schizofrenico, modaiolo, publican volubili. Vedo qualche birrificio seguire trend produttivi effimeri, fare birre modaiole, ma è una politica cieca che non paga, tutt’altro. Te lo dice uno che ha lanciato mode, che ha fatto molte one-shot, ma poi le birre che vendi sono altre, devi creare degli standard e puoi farlo anche con birre molto caratterizzate, solo che devi venderle”
Va bene “divertirsi”, va bene far parlare di sé ma alla fine del mese bisogna fatturare e l’impianto deve funzionare, soprattutto se di “grosse” dimensioni:  “noi di Toccalmatto abbiamo già fatto un investimento importante due anni fa con l’acquisto del nuovo impianto, un investimento sostenibile attraverso un indebitamento non rischioso. Ma non basta. Sono necessarie risorse per assumere personale, soprattutto in ambito commerciale, oltre che per la comunicazione e per il marketing. Per fare lo scalino puoi vendere alla grande industria o puoi accordarti con i tuoi simili. Io ho preferito la seconda scelta”. 
Le birre Caulier vengono dunque prodotte oggi a Fidenza con l’obiettivo dichiarato di raggiungere 20.000 ettolitri l’anno entro 24 mesi.  In aggiunta a questi ci sono i volumi della gamma La Brassicola che Toccalmatto produce per una catena di discount italiani.  Meno varietà e più quantità. Sembrerebbe essere questo l’unico modo per sopravvivere: “rimanere in una fascia intermedia a livello dimensionale è pericolosissimo. Il mercato è cambiato e sta cambiando. Noi ci siamo salvati perché abbiamo investito in maniera assennata e graduale. Arrivi però ad un certo punto che devi cambiare il mercato, la distribuzione, e da solo non puoi farcela. Secondo me chi produce tra i 1000 e i 7000hl annui rischia molto”.

La birra.
Rimini, febbraio 2012:  la manifestazione oggi  nota come Beer Attraction  in quell’anno si chiamava Selezione Birra. Per l’occasione Toccalmatto presentò al pubblico la nuova linea di Barley Wine. Alla Dudes, versione base ”maturato in bottiglia per un minimo di 9 mesi”, vengono affiancate le varianti Salty Dog (invecchiata in botti ex- Caol Ila), Ombra (grappa) e Bedda Matri (Marsala). Qualche anno dopo arriverà anche Sugar Kane, invecchiata in botti ex-rum. 
Dalla cantina recupero quella che dovrebbe essere il primo lotto di Dudes, birra prodotta nel 2011 e messa poi in vendita l’anno successivo. Nel bicchiere è piuttosto torbida, di color ambrato con intense venature rossastre: la foto la rende molto più scura delle realtà. In superficie si forma una manciata di bolle grossolane che svaniscono immediatamente. L’aroma è un po’ stanco ma si porta dietro il cosiddetto “fascino dell’età”: prugna disidratata, frutti di bosco, cuoio, vino marsalato, accenni di ciliegia sciroppata, qualche frammento di cartone bagnato. L’assenza di schiuma è purtroppo indicatore di una birra  piatta: anche se un po’ indebolita dagli anni, la sensazione palatale è tuttavia ancora morbida e gradevole. Il gusto mostra buona corrispondenza con l’aroma: alla prugna disidratata e ai frutti di bosco s’aggiungono lievi note biscottate e caramellate prima che Dudes entri nel territorio dei vini marsalati per poi riposarsi su di una piccola poltrona di cuoio. E’ solo qui che l’alcool si fa finalmente notare in un finale lungo, caldo e avvolgente. 
I sette anni in cantina le hanno dunque fatto bene?  Indubbiamente è una birra che ha già intrapreso la parabola discendente:  leggere tracce di cartone bagnato ed ematiche spuntano fuori di tanto in tanto, c’è una lieve astringenza e mancano le bollicine. Il risultato è tuttavia ancora godibile e le connotazioni positive sono ancora dominanti rispetto a quelle negative. Toccalmatto dichiara che “può invecchiare decenni”, ma se ne avete ancora una bottiglia in cantina io non aspetterei molto ad aprirla, fossi in voi.
Formato 37,5 cl., alc. 12%, lotto 11018, scad. 04/2026, pagata 9.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 25 febbraio 2019

De Moersleutel Double Roast Brandmeester’s Lintong Sumatra

Avevamo scoperto il birrificio olandese De Moersleutel lo scorso anno proprio quando era in procinto di traslocare nella nuova sede di Alkmaar. U business di famiglia, quello degli Zomerdijk: padre, quattro figli e in parte anche la madre che si dedicano a produrre la birra. Il padre gestiva il microbirrificio Vriendenbier e i figli hanno utilizzato l’impianto per il proprio marchio De Moersleutel, ovvero “la chiave inglese”: pare sia stato lo strumento usato dal genitore per assemblare l’impianto da due ettolitri che è andato in pensione a giugno del 2018. 
I giovani Pim, Tom, Rob e Max, tutti nati tra il 1990 e il 1998, seguono le mode e sanno quello che vogliono i beergeeks: IPA e Imperial Stout, possibilmente in lattina, al ritmo incessante di una novità dietro l’altra. Poco importa se le birre siano leggere variazioni della stessa ricetta, l’importante è che ci sia qualcosa di nuovo da commercializzare. Detto fatto: il cambio d’impianto ha quadruplicato la capacità produttiva ed ha permesso di abbandonare le bottiglie. L’obiettivo dichiarato, per i primi cinque anni, è di arrivare a produrre 15.000 ettolitri all’anno.  
E non è neppure mancato il crowfunding online ad accompagnare il lancio del nuovo birrificio: bicchieri, magliette e quattro birre speciali passate in botte (un barley wine e tre imperial stout) venivano offerte in diversi pacchetti da acquistare direttamente online sul sito del birrificio. E dopo aver raggiunto l’obiettivo ecco le cinque birre di ringraziamento (Barley Wine, Double IPA, Porter, IPA  e Imperial Stout) della serie “We Helped Building the Brewery with this..”

La birra.
Sembrerebbe difficile orientarsi tra le quasi cinquanta (!) Imperial Stout / Porter prodotte in poco più di due anni di attività da De Moersleutel, ma in verità il compito è piuttosto semplice. Si tratta quasi sempre “one-shot”, quindi la maggior parte non è più in produzione ma sostituite da altre: ricette migliorate, varianti, aggiunta di vari ingredienti o diversi affinamenti in botte. Non credo faccia grossa differenza: quello che trovate sugli scaffali dei beershop oggi può tranquillamente sostituire quello che c’era l’anno scorso. Se ad esempio non riuscite più a trovare le imperial stout/porter al caffè Je Moer op de Koffie o Motorolie Koffie, lo scorso ottobre ne sono arrivate altre due in collaborazione con la torrefazione Brandmeester's di Amsterdam: una con la varietà Lintong proveniente dall’isola di Sumatra (Indonesia) e una quella etiope chiamata Sidamo.
Versiamo nel bicchiere la Double Roast Brandmeester’s Lintong Sumatra (10%): su di un lucido specchio nero si forma un piccolo cappello di schiuma un po' grossolana e non molto persistente. Caffè, caffè, caffè: intenso, pulito, dominatore assolto dell'aroma. Bisogna concentrarsi per scovare in secondo piano qualche nota terrosa, torrefatta e di cacao. Realtà? Fantasia? Difficile dirlo perché il tempo per riflettere manca: la bevuta è di fatto un caffè in tutto e per tutto, potenziato dal morbido calore etilico. Bisogna di nuovo affidarsi alle suggestioni: un velo di caramello dolce in sottofondo, liquirizia, orzo tostato, cioccolato. Sono piccoli frammenti, non aspettatevi alternanza, profondità, equilibrio. L'eleganza non è la caratteristica principale di questa imperial porter in un certo senso  estrema: forse non mi era mai capitata una birra così caratterizzata dal caffè. I giovani ragazzi armati di chiave inglese sono esuberanti e mostrano di volerci dar dentro, ma un po' di giudizio non guasterebbe.  L'acidità è comunque ben controllata, l'alcool scalda senza bruciare e nel complesso la bevuta è piacevole: certo, sarebbe meglio se il caffè lasciasse un po' di spazio ad altri elementi. Perché dopo tutto si tratta di una imperial porter al caffè e non di un caffè all'imperial porter. 
Dedicata a chi vuol far colazione con la birra o a chi vuole restare sveglio tutta la notte. 
Formato 44 cl., alc. 10%, lotto 104, scad. 08/2023, prezzo indicativo 8.00-10.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.