martedì 14 luglio 2020

Tanker Oh My Citra!

Põhjala è il rappresentante più noto della birra artigianale estone, è stato il primo (2011) ed ha ispirato altri birrai a contrastare il dominio dei tre marchi nazionali A. Le Coq, Saku Õlletehas (Carlsberg) e e Viru Õlu (Harboe). Oggi ce ne sono quasi una cinquantina, tra microproduttori e beerfirm: fra questi Sori, Lehe e Pühaste sono regolarmente esportati in tutta Europa. Alla lista si aggiunge Tanker, birrificio operativo dalla primavera del 2015 ad una ventina di chilometri dalla capitale Tallinn. In realtà l’avventura di Tanker era iniziata un paio di anni prima come beerfirm: l’aveva fondata l’homebrewer e musicista Ants Laidam. Qualche mese dopo, ad un meeting di homebrewers estoni, Laidam incontra Jaanis Tammela e Ryan Suske, anche loro impegnati a trafficare in garage con pentole e fermentatori. I tre amici mettono assieme i propri risparmi acquistano il vecchio impiantino di Põhjala (1 HL) e chiudono il 2015 producendo 400 ettolitri di birra. Tammela abbandona così la sua decennale carriera nella telefonia (Ericsson) per dedicarsi a tempo pieno a Tanker e lo stesso fa Suske: Laidam, autore delle etichette, scompare invece dall’organigramma societario. In sala cottura arriva il giovane Martin Vahtra, aiutato nei primi passi dal birraio di Põhjala Chris Pilkington.   
Nell’estate del 2015 l’acquisto di alcuni nuovi fermentatori permette di triplcare la capacità produttiva e di toccare quota 1200 ettolitri alla fine del 2016. Sono però quasi 100.000 le bottiglie che vengono tappate manualmente: un paio di campagne di crowdfunding sulla piattaforma Funderbeam consentono l’acquisto di un’imbottigliatrice automatica ed altri fermentatori, ma ancora non basta. Nel 2017 Tanker ottiene altri finanziamenti per un totale di 700.000 euro  che permettono di acquistare un nuovo impianto aumentando la capacità produttiva annuale a 6000 ettolitri; nello stesso anno è il primo birrificio estone ad essere invitato all’importante vetrina della  Mikkeller Beer Celebration Copenhagen. A marzo 2018 viene inaugurato a Tallin il locale Uba ja Humal, una sorta di taproom o meglio un beershop con tavolini e venti spine che ospitano anche birrifici amici e nel maggio del 2019 hanno debuttato le prime lattine. Oggi Tanker esporta in quasi tutta Europa ma l’80% della produzione continua ad essere assorbita da Estonia e Finlandia, dove le loro birre sono presenti anche in un centinaio di supermercati. A guidare le danze la flagship IPA chiamata Reloaded.

La birra.
Il portfolio completo di Tanker segna ormai quota 160 etichette, delle quali soltanto una decina viene prodotta tutto l’anno. IPA e dintorni (Session, DIPA, NEIPA) la fanno ovviamente da padrone; una delle ultime nate, lo scorso aprile, è la Oh My Citra!, una single hop che promette fuochi artificiali grazie ad un triplo dry-hopping: a inizio, durante e alla fine del processo di fermentazione. L’etichetta prende ovviamente spunto dal celebre Urlo di Edvard Munch, ma qui è cono di luppolo a gridare la propria angoscia ed alienazione. 
Il suo colore dorato è velato, mentre la candida e generosa schiuma è compatta ed ha buona ritenzione. Il naso è gradevole ma del triplo dry-hopping non sono rimaste molte tracce, se parliamo d’intensità: protagonisti sono ovviamente gli agrumi nella forma di pompelmo, cedro, lime e mandarino.  Neppure al palato si verifica un’esplosione di luppolo e ci sono un po’ troppe bollicine a disturbare la festa: la bevuta è tuttavia piacevole e caratterizzata da una base di malti molto leggera (pane e miele) subito incalzata da un accenno di frutta tropicale e, ovviamente, tanti agrumi. Il finale è abbastanza secco, l’amaro zesty e vegetale è piuttosto tranquillo, alla faccia degli 85 IBU dichiarati in etichetta. A poco più di due mesi dalla messa in lattina nel bicchiere c’è una IPA un po’ timida nonostante i belligeranti propositi dichiarati in termini di dry-hopping ed IBU; nasconde tuttavia molto bene il suo contenuto alcolico (6%) risultando così quindi molto scorrevole e piuttosto rinfrescante.
Formato 44 cl., alc. 6%, IBU 85, lotto B447, scad.  13/12/2020, prezzo indicativo 7,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 13 luglio 2020

Bonavena Brewing: Knuckle Pils, Hook Vermont IPA & Ring IPA



All’apparenza potrebbe sembrare tutto nuovo, ma alle spalle del marchio/progetto Bonavena Brewing c’è uno dei produttori storici della scena italica nonché il primo in assoluto di quella campana: parliamo del birrificio Saint John’s, fondato nel 1999 a Faicchio (BN) da Mario Di Lunardo. Dopo quasi vent’anni d’attività con la linea  “La Birra Artigianale”. Di Lunardo ha voluto creare un marchio parallelo dal carattere moderno e con una bella identità visiva che si ricollega al mondo del pugilato ed in particolare alla figura dell’argentino Oscar Bonavena, peso massimo che negli anni ’70 era arrivato a sfidare il grande Mohammed Alì resistendo sino alla quindicesima ripresa, quando fu fermato dall’arbitro dopo essere andato al tappeto per la terza volta. Nel 1976, qualche mese dopo il ritiro, fu ucciso dal buttafuori di un bordello in Nevada: al suo funerale a Buenos Aires parteciparono 150.000 persone. 
Per sviluppare il progetto Bonavena viene reclutato Vincenzo Follino, homebrewer dall’esperienza decennale, attuale presidente dell’associazione Southern Homebrewers e personaggio noto a chi frequenta forum e gruppi Facebook dedicati alla birra. Follino ammette d’aver imparato prima a conoscere la birra e poi ad amarla: s’è interessato della fase produttiva durante i suoi studi di tecnologia alimentare  ed ha poi iniziato a berla per piacere a viaggiare per conoscerla sempre meglio ed a farla in casa. Oggi, in parallelo alla sua attività di medico nutrizionista a Monza, si reca nei fine settimana a Benevento per concentrare le cotte e gli infustamenti delle birre Bonavena; il debutto è avvenuto nella primavera del 2018 con l’American Pale Ale Match e la NEIPA Hook, seguite a stretto giro dalla Smooth Jab (Grisette), dalla So Clinch (Lichtenhainer) e dalla KO (American IPA). 
Non è stata – almeno per chi segue la scena -  affatto una sorpresa vederlo eletto miglior birraio emergente 2019 alla manifestazione di Birraio dell’Anno che si è tenuta lo scorso gennaio 2020 a Firenze: titolo, ricordo, riservato ai produttori  con meno di due anni di esperienza. Lo spin-off Bonavena è cresciuto molto in fretta ed oggi occupa già circa il 70% della produzione dell’impianto da 28 ettolitri di St. John, le cui birre (fusti e bottiglie rifermentate)  rimangono destinate sopratutto alla ristorazione. Bonavena va invece alla conquista dei pub e dei beershop: l’emergenza Covid-19 ha anticipato le tempistiche d’introduzione delle lattine (isobarico) che hanno affiancato i fusti. Poche le bottiglie: questo formato è stato utilizzato solamente per l’imperial stout e sarà, in futuro, la casa delle birre acide che stanno già prendendo forma nella bottaia.

Le birre.
Partiamo dalla Knuckle (le nocche della boxe a mani nude) una pils che vede l’utilizzo di un lievito della Franconia isolato e propagato dal fondo di una bottiglia  -  dicono -   della Mönchsambacher Lager. Dorata e velata, dalla candida testa di schiuma compatta e cremosa, regala profumi di erbacei, di pane e fiori, soprattutto camomilla, qualche suggestione fruttata. Pane, cereali fragranti e un tocco di miele caratterizzano una bevuta snella e leggermente rustica, correttamente carbonata, che si conclude abbastanza secca con un bel finale amaro erbaceo e delicatamente speziato. L’alcool (5%) è impercettibile in questa  birra semplice e pulita che evapora letteralmente dal bicchiere: uno dei migliori complimenti che si possono fare ad una pils. Ottima.

Hook (“il gancio”) è invece quella New England IPA che non può mancare nella gamma di qualsiasi birrificio che vuol stare al passo coi tempi: utilizza due diversi ceppi di lievito, American Ale e Vermont. Il protocollo prevede che sia opalescente e lei lo rispetta; il suo color arancio è comunque luminoso e la schiuma è compatta e abbastanza persistente. Al naso c’è un’intrigante e fresca macedonia composta da mandarino, mango, ananas, pompelmo e arancia, pesca percoca, litchi, persino qualche suggestione di fragola. Il corpo è leggermente chewy, masticabile, ma non ci sono particolari morbidezze: una “mancanza” compensata da una bevuta priva di quegli ruvidi spigoli che spesso le NEIPA si portano appresso. Il gusto non è complesso e definito come l’aroma ma è comunque una NEIPA succosa e fruttata che oscilla tra la frutta tropicale e gli agrumi: pulita e abbastanza educata, nasconde anche lei l’alcool (6.9%) con grande maestria e chiude il suo percorso con un amaro resinoso/vegetale di buona intensità e breve durata. Una NEIPA molto ben eseguita che diventerebbe eccezionale se replicasse anche al palato le meraviglie aromatiche.

Con la Ring (6.6%) ci spostiamo invece sulla costa ad ovest degli Stati Uniti, quella che fino a qualche anno fa, prima di essere spodestata dal New England, era considerata il nirvana della birra. Dorata ma forse un po’ troppo pallida per il sole della West Coast, utilizza luppoli El Dorado, Mosaic, Columbus e Citra per dare forma ad un bouquet ricco di pompelmo, cedro e limone, ananas, resina e qualche lontana reminiscenza dank. Al palato riesce a scorre bene anche se per quel che riguarda la sensazione tattile la trovo un pelino più pesante del dovuto. La bevuta si snoda attraverso pane e crackers, suggestioni tropicali e un profilo zesty che prelude ad un finale amaro resinoso, “amaro ma non troppo”. Una West Coast IPA rivisitata in chiave moderna che punta sulla facilità di bevuta e ci riesce sacrificando un po’ quel “kick”, quella “botta” d’amaro che avevano i classici della California; i nostalgici come me ne avvertiranno un po’ la mancanza, le giovani leve probabilmente apprezzeranno.
Due anni fa il debutto, birre già ben definite e di ottimo livello: Bonavena brucia le tappe e s'appresta  già a passare da emergente a "big" della scena birraria italica. 
Nel dettaglio:
Knuckle, formato 33 cl., alc. 5.0%, lotto 20/15, scad. 11/2020, prezzo indicativo 4,00 euro (beershop)
Hook, formato 33 cl., alc. 6.9%, lotto 20/12, scad. 09/2020, prezzo indicativo 5,00 euro (beershop)
Ring, formato 33 cl., alc. 6.6%, lotto 20/11, scad. 09/2020, prezzo indicativo 4,50 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 29 giugno 2020

Oskar Blues / Cigar City Barrel Aged Bamburana


Il 2019 si è chiuso in maniera piuttosto positiva per la CANarchy Craft Brewery Collective, una sorta di “ombrello sinergico” che dal 2015  racchiude al suo interno Oskar Blues, Perrin, Cigar City, Squatters,  Wasatch, Deep Ellum e Three Weavers. Il progetto è stato parzialmente finanziato dall’equity firm  Fireman Capital Partners  e sforma circa 480.000 barili di birra, un bel +14% rispetto al 2018. La crescita è stata spinta soprattutto dal successo dell’Hard Seltzer Wild Basin Boozy Water di Oskar Blues e dall’introduzione di alcune confezioni miste di birre di Cigar City e Oskar Blues, nonché del CANarchy IPA pack, una selezione di dodici IPA in lattina prodotte da Oskar Blues, Cigar City, Three Weavers e Deep Ellum. Nell’ambito del mercato craft, la Jai Alai IPA di Cigar City è il secondo 6 pack in lattina più venduto negli Stati Uniti con un aumento di vendite del 41%., mentre il 6 pack di Dale’s Pale Ale di Oskar Blues si trova in quarta posizione. 
Alquanto curiosamente i birrifici che fanno parte del progetto CANarchy non avevano mai collaborato tra di loro, limitandosi ad altre tipologie di sinergie commerciali. E’ soltanto nel gennaio del 2019 che Oskar Blues e Cigar City hanno potuto annunciare la prima collaborazione in lattina tra  due membri del CANarachy:   Bamburana, una massiccia imperial stout prodotta con aggiunta di fichi e datteri ed invecchiata in botti che avevano in precedenza contenuto whiskey e brandy; prima del confezionamento c’è stata una successiva maturazione in tank dove sono state aggiunte spirali di Amburana, un legno tipico del Sud America col quale vengono assemblati barili comunemente utilizzati per la produzione di cachaça, acquavite brasiliana ottenuta dalla distillazione del succo di canna da zucchero. L’idea di Tim Matthews, Head of Brewing Operations di Oskar Blues e Wayne Wambles, birraio di Cigar City, era di “imitare i sapori di un biscotto al pan di zenzero ripieno di fichi; abbiamo passato molto tempo e selezionare le giuste tipologie di fichi e datteri per dare anche alla birra quella leggera appiccicosità che potesse contrastare le note ruvide del legno Amburana”. 
Entrambi i birrifici sono noti per le loro imperial stout barricate di successo, come le varianti di Ten Fidy prodotte in Colorado e quelle di Marshal Zhukov e Hunahpu in Florida. 

La birra. 
 Molto prossima al nero, forma una testa di schiuma molto “abbronzata” e un po’ scomposta ma dalla discreta persistenza. L’aroma è in parte spiazzante: oltre alla rassicurante presenza di fichi, datteri, uvetta e distillato c’è un mix di spezie non ben identificato che richiama zenzero, cannella e cardamomo. C’è anche una netta nota affumicata e qualche richiamo al rabarbaro. Il naso è comunque avvolgente e riscalda con i suoi ricordi di whiskey e brandy.  Un eccesso di bollicine compromette quella che dovrebbe essere una birra morbida e piena, da sorseggiare con calma sul divano:  agitare il bicchiere aiuta ma non risolve del tutto il problema. La bevuta è dolce di melassa e caramello, liquirizia, cioccolato e frutta sotto spirito: alcool (12.2%), delicate tostature e note legnose riportano la livella in equilibrio prima di un finale caldo, piuttosto etilico, nel quale i distillati sposano qualche goccia di cioccolato e un filo di fumo.  E’ una birra interessante che lascia inizialmente un po’ spiazzati ma che riesce pian piano a conquistare chi ha il bicchiere in mano: un’imperial stout leggermente speziata in maniera abbastanza poco tradizionale, immagino per effetto del legno Amburana. Peccato per l’eccesso di bollicine: il risultato è positivo ma poteva essere migliore.
Formato 35,5 cl., alc. 12,2%, imbott. 10/01/2019, prezzo indicativo 7,00-8,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

giovedì 25 giugno 2020

Jungle Juice Baba Jaga IPA


E’ senz’altro una giungla “urbana” quella scelta dall’ex-homebrewer Umberto Calabria per dar forma ai suoi sogni di birra. Siamo nel Mandrione di Roma, nel quartiere Q. VIII Tuscolano:  fino alla seconda guerra mondiale qui vi era soltanto un prato dove pascolava una grossa mandria (mandrione, appunto). Gli sfollati del bombardamento di San Lorenzo del 1943 occuparono l’area e costruirono delle baracche sotto gli archi dell’acquedotto; negli anni cinquanta il Mandrione era conosciuto soprattutto per zingari e prostitute e rimase in stato di forte degrado sino alla seconda metà degli anni ’70 quando fu gradualmente riconvertito in zona artigianale e residenziale. Al Mandrione Pasolini ambientò molte scene dei suoi film, ne scrisse e ne fece motivo di interventi politici. 
Ma torniamo alla birra. E’ un viaggio in Interrail in Belgio ad accendere la passione in Umberto “JJ” Calabria, cui fa seguito un corso di degustazione presso la AdB Lazio: dal bicchiere a pentole e fornelli il passo è poi breve. Gli esperimenti casalinghi non durano neppure troppo: già nel 2014 Umberto decide di mettere da parte la laurea in giurisprudenza e la carriera d’avvocato per mettersi a fare la birra. Nasce la beerfim Jungle Juice Brewing, itinerante per un paio d’anni sugli impianti del Piccolo Birrificio Clandestino a Livorno, di Birra Turan a Viterbo, del Birrificio La Fucina nel Molise, da Hilltop Brewery e da Eternalcity Brewing a Roma. Il debutto avviene con la saison Jellyfish e con l’American IPA Baba Jaga, cui fanno seguito altre produzioni molto luppolate come la Black IPA Jungle Fever e la Session IPA Marisol e la Double IPA Spud.  Ma c’è anche il Belgio con la triple Dentistretti  e la witbier al lampone Fruit Jay, capostipite di una serie di birre alla frutta che oggi include una Session IPA all’ananas ed una White IPA con pesca e pera, solo per citarne alcune. 
Lo status di beerfirm non dura molto: all’inizio del 2016 iniziano i lavori di ristrutturazione di un ex-pastificio al Mandrione nel quale viene installato un impianto da 10 ettolitri capace di sfornarne circa 900 all’anno. Ad affiancare Umberto ci sono i ragazzi dell’Hopificio, locale del quartiere dell’Appio Latino: Marco Mascherini, Claudio Lattanzi, Marco Valentini ed Emanuele Grimaldi.  A Marco, diplomato in design, vengono affidate grafiche e comunicazione delle birre.  Un investimento importante finanziato con risparmi personali e con duecentomila euro dal microcredito dei fondi europei. Il vernissage del birrificio e della sua taproom chiamata Jungle Juice Beer Bar avviene nel maggio del 2017: il locale è aperto dal giovedì alla domenica e affianca alle birre una cucina informale, musica, Dj set e ovviamente partite di calcio in diretta tv.
Jungle Juice ha sempre distribuito le proprie birre solo in fusto, realizzando un numero molto limitato di bottiglie per la vendita presso la taproom. L’emergenza Covid-19 ha spinto il birrificio a rivedere le proprie strategie e da qualche tempo sono arrivate le lattine, acquistabili anche presso lo shop on-line.

La birra.
 L’American IPA di Jungle Juice è dedicata a Baba Jaga, mostruosa vecchietta dotata di poteri magici della mitologia slava e russa. La ricetta se non erro dovrebbe prevedere malti Pale, Cara 20 e CaraPils, luppoli Centennial, Simcoe e Mosaic. Il suo colore dorato è piuttosto carico, prossimo al rame, mentre la schiuma è cremosa e compatta. L’aroma è fresco, intenso e pulito: pompelmo, arancia, resina, mandarino, accenni di frutta tropicale e di biscotto. Un bel bouquet che trovo solo parziale corrispondenza al palato: la bevuta è infatti meno sfaccettata e basata sulla contrapposizione dolce (caramello e biscotto) e amaro (resina-vegetale). L’alcool (7%) è molto ben nascosto,  qualche nota di pompelmo è il preludio ad un finale abbastanza secco dall’amaro di buona intensità e durata. Una IPA semplice e bilanciata, pulita e facile da bere, classica e lontana dalle mode: tuttavia credo che replicare le caratteristiche aromatiche anche nel giusto non potrebbe che giovarle. Ma è comunque una buona bevuta, piuttosto gradevole.
Formato 33 cl., alc. 7%, lotto 13/2020, scad. 07/10/2020, prezzo indicativo 4.,50-5,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

mercoledì 24 giugno 2020

Avery IPA & Avery The Maharaja Imperial India Pale Ale


Del birrificio Avery di Denver, Colorado, vi avevo già parlato in un paio di occasioni:  la sua storia è simile a quella di tanti altri protagonisti della craft beer revolution americana. Un ex-homebrewer apre un piccolo birrificio proponendo ai clienti birre troppo diverse da quelle che sono abituati a bere, spesso “troppo amare”.  Pian piano queste birre insolite conquistano sempre più palati ed il piccolo birrificio non riesce a soddisfare la domanda dei clienti: inizia allora ad espandersi in maniera caotica, spesso prendendo in affitto piccoli locali adiacenti a quello dove già opera fino a decidersi a fare un investimento milionario, costruirsi una nuova casa su misura e distribuire le proprie birre in buona parte degli Stati Uniti. 
E’ esattamente quello che ha fatto Adam Avery, ex-homebrewer che nel 1993 ha aperto il suo birrificio a  Denver, in una zona commerciale tra meccanici d’auto e altri piccoli negozi e nel 2015 ha completato un ambizioso piano di espansione da ventisette milioni di dollari e un potenziale di 120.000 ettolitri all’anno. Le vendite non sono però mai decollate e Avery ha avuto le stesse difficoltà che hanno incontrato molti protagonisti storici della craft beer revolution americana.  Un mercato che cresce più lentamente e, al suo interno, la concorrenza di tanti nuovi piccoli birrifici locali che rubano vendite ai grandi, grazie anche ad una maggior flessibilità che permette di soddisfare la costante richiesta di qualcosa di nuovo da bere dei clienti. Avery ha dovuto cercare dei partner disponibili ad immettere la liquidità necessaria per andare avanti e ridurre l’esposizione debitoria con le banche. Non si sono fatti sfuggire l’occasione quelli spagnoli della Mahou San Miguel che nel 2014 avevano già rilevato il 30% del birrificio Founders: lo stesso è accaduto con Avery a marzo del 2018. Alla  fine del 2019 Adam Avery ha ceduto alla  Mahou un ulteriore 40% ed oggi possiede quindi solamente il 30% del birrificio che aveva fondato. 
Per chi (come me) segue da almeno un decennio la birra artigianale il nome Avery  (come Founders, del resto) era uno di quelli sulla lista dei desideri. Le birre di Avery sono sempre arrivate in Europa con il contagocce e qualche anno fa si riusciva a trovare qualche bottiglia delle loro massicce edizioni invecchiate in botte. Dal mio punto di vista è quindi abbastanza sconvolgente trovare oggi le lattine di Avery non solo nei beershop italiani ma anche sugli scaffali dei supermercati: merito (o colpa) dell’acquisizione di Mahou. Consoliamoci con la possibilità di assaggiare oggi, con una decina d’anni di ritardo (e quattro mesi di viaggio) un pezzo di storia  della craft beer revolution a stelle e strisce, anche se Avery non è più un birrificio artigianale.  Avvertenza: le lattine di Avery che sono arrivate di recente in Italia nate alla metà dello scorso febbraio: a voi decidere se è il caso di procedere o no all’acquisto.

La birre.
Nel 1993, anno del debutto, erano tre le birre prodotte da Avery: la Redpoint Amber Ale, la Ellie’s Brown Ale e la Out of Bounds Stout. Tre anni dopo Adam provava a testare il palato dei propri clienti introducendo una birra molto diversa, ovvero piuttosto amara, che lui amava bere tra le mura domestiche: in quell’anno il birrificio acquistò anche la sua prima imbottigliatrice automatica e quella di Avery fu la prima IPA del Colorado ad essere confezionata e distribuita. Le reazioni dei clienti furono inizialmente tutt’altro che positive ma Adam non smise di produrla e dopo qualche anno la IPA diventò la birra più venduta di Avery, spodestando dal trono la Ellie’s Brown Ale. 
La sua formula si basava sulla ”regola dei 4C”, ovvero luppoli Columbus, Centennial, Cascade e Chinook. I malti sono Monaco, C-120 e 2-Row; la ricetta è stata poi aggiornata introducendo un dry-hopping di Idaho 7 e Simcoe. Peccato sia cambiata anche l’etichetta, un tempo raffigurante una vecchia cartina geografica che indicava la rotta dall’Inghilterra verso le indie: oggi sulla lattina domina solamente un grosso cono di luppolo.
  Il suo colore è solare, piuttosto luminoso, con leggere sfumature che tendono all’arancio; la schiuma biancastra è cremosa e compatta. L’aroma non offre granché; avverto note floreali, crosta di pance, accenni di resina. Probabile che il dry-hopping di questa lattina nata quattro mesi fa sia già evaporato. Fortunatamente la bevuta fa notevoli passi in avanti: pane, caramello e accenni biscottati formano una base dolce che viene subito incalzata dall’amaro resinoso e vegetale, di buona intensità e persistenza. L’alcool (6.5%) è ben nascosto, il mouthfeel è morbido, piuttosto gradevole e consente un’ottima scorrevolezza. L’ispirazione di Adam Avery erano le IPA della non (troppo) lontana West Coast, ma di dank e pompelmo in questa lattina ne è rimasto un po’ troppo poco. C’è un bell’equilibrio ma non è una birra priva di spunti e non particolarmente vivace sulla quale hanno evidentemente pesato molto i quattro mesi di viaggio intercontinentale. Non l’ho mai bevuta fresca e quindi non posso fare paragoni: questa IPA di Avery si beve comunque con discreto piacere, e se la trovate nei supermercato a poco più di due euro può essere un compromesso qualità-prezzo anche accettabile. 

Ci sono voluti quasi dieci anni ad Avery per cimentarsi con una Double IPA: è infatti arrivata solamente nel 2004, in concomitanza con i festeggiamenti dell’undicesimo compleanno bagnati dalla Eleven Anniversary Ale, una Double IPA basata sul barley wine Hog Heaven che il birrificio del Colorado produceva dal 1997. Ricorda Adam: “dopo averlo prodotto per così tanti anni ci chiedevamo come potevamo alzare l’asticella. Il Barley Wine era delizioso e volevamo vedere se riuscivamo a farne una versione più potente ed estremamente luppolata: nacque Eleven (9%), la birra dell’anniversario e ci piacque così tanto che sentimmo il bisogno di dover produrre una Imperial IPA almeno una volta all’anno”.  
Maharaja (10%) è il nome scelto per una birra disponibile all’inizio solamente in estate, da marzo ad agosto, e parte della Dictator series di Avery: il  Maharaja andava a far compagnia allo Zar (Csar Imperial Stout) e alla Kaiser Imperial Lager. Oggi la Maharaja è invece disponibile tutto l’anno, anche lei in una nuova veste grafica che personalmente mi fa un po’ rimpiangere quella di un tempo.  Columbus, Simcoe, Centennial  e Chinook sono i protagonist di una ricetta poi aggiornata con il dry-hopping di Idaho 7, Vic Secret e Simcoe. I malti sono Two-row barley, Caramel 120L e  Victory. Sembra passato un secolo, ma non molti anni fa la Maharaja di Avery era tra le classiche Imperial IPA americane che ogni appassionato avrebbe dovuto e voluto assaggiare. 
Si veste di un bel color dorato carico d’arancio, la schiuma biancastra è compatta ed ha buona ritenzione. Pompelmo, arancia, resina, suggestioni di frutta tropicale e di alcool compongono un bouquet di media intensità ma piuttosto pulito. Sono piacevolmente sorpreso per una birra che ha quattro mesi di vita e arriva dagli Stati Uniti: sensazioni positive anche per quel che riguarda il mouthfeel, pieno, morbido e avvolgente. Difficile chiedere di meglio ad una classica DIPA. La bevuta è prevalentemente amara, resinosa e pungente, con l’alcool ad enfatizzare quest’ultimo aspetto: a bilanciare troviamo il dolce dei malti che sposa tonalità biscottate e caramellate, con una punta di miele e di arancia/pompelmo zuccherato. La Maharaja è potente e morde ancora con i suoi denti affilati, sfociando in una chiusura abbastanza secca e un finale amaro lungo e intenso. Se amate l’amaro e volete una birra dura e pungente, il Maharaja è pronto a soddisfare le vostre voglie: le lattine arrivate di recente in Italia sono ancora in buona forma, affrettatevi ad assaggiare questo pezzo di storia della US Craft Beer Revolution.
Nel dettaglio:
Avery IPA, formato 35,5 cl., alc. 6,5%, lotto 14/02/2020, prezzo indicativo 4,00 euro (beershop)
The Maharaja, formato 35,5 cl., alc 10%, IBU 102, lotto 17/02/2020, prezzo indicativo 5,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 16 giugno 2020

Ceres Mosaic IPA


L’industria danese ama il Mosaic?  Si potrebbe quasi dire di sì: dopo la Faxe Mosaic IPA il colosso Royal Unibrew piazza sugli scaffali dei supermercati la Ceres Mosaic IPA, sfruttando il suo marchio più popolare sul nostro territorio. Ricordo brevemente che la Unibrew nacque nel 1989 dalla fusione di Faxe, Jyske Bryggerier e marchi posseduti per cercare di contrastare il gigante Carlsberg.  Ceres è uno di questi marchi ma si trovano pochissime notizie storiche su quel birrificio fondato ad Aarhus nel 1856 da Malthe Conrad Lottrup e poi passato attraverso diverse acquisizioni: sappiamo per certo che gli impianti furono definitivamente chiusi nel 2008  in quanto non più ritenuti idonei agli standard imposti dalla casa madre. Sarebbero stati necessari troppi investimenti per riammodernarli. La produzione della gamma Ceres affidata al birrificio Albani, dal 2000 parte di Unibrew e fondato nel 1859 ad Odense dal birraio (nonché farmacista) Theodor Ludvig Schiøtz. 
Faxe e Ceres sono due marchi di Unibrew ed entrambi producono una Mosaic IPA dalla stessa gradazione alcolica (5.7%): non posso dire che sia la stessa identica bevanda ma evidentemente l’ufficio marketing ha deciso che il mercato italiano aveva bisogno di quel prodotto. Quello che sembra invece essere certo è che la Ceres Mosaic IPA è una rebranding della Albani IPA, marchio con zero appeal (e peraltro non presente) sul mercato italiano. La Albani Mosaic IPA esiste da maggio 2016 quando fu presentata sulla Odense Aafart, una crociera fluviale: evento coerente con il (falso) mito delle IPA nate in Inghilterra per essere esportate via nave alle colonie indiane. 
Alla Norden Gylden IPA saponosa e ricca di rosmarino, la Ceres affianca ora la più tradizionale Mosaic IPA: lattina blu elettrico, la scritta “cinquanta sfumature di IPA” in bella evidenza, “bitter, fresh, fruity”. In teoria c’è tutto quello che ci dovrebbe essere e il suo debutto sul mercato italiano è avvenuto nel febbraio del 2019 assieme alle sorelle Ceres Okologisk e Strong Ale “nel nuovo formato lattina cool”.

La birra.

Nel bicchiere è ramata e perfettamente limpida: schiuma compatta, cremosa, buona persistenza. L’aroma è davvero fruttato: accenni di tropicale, i frutti di bosco tipici del Mosaic, c’è anche una lieve presenza floreale. La fragranza è invece assente: marmellata piuttosto che frutta fresca e a complicare le cose c’è una poco piacevole presenza metallica. La sua scorrevolezza è tutto sommato buona, anche se da una birra industriale mi sarei aspettato una consistenza palatale un po’ più leggera. Potrei fermarmi qui perché l’aroma è l’unico aspetto quasi decente di una IPA che al palato si risolve in un profilo dolce di caramello leggermente biscottato e metallico cui fa seguito un finale amaro, vegetale, piuttosto triste e sgraziato. Bitter? Un po’. Fresh e fruity? Per niente. L’alcool (5.7%) si sente bene e contribuisce ad azzerare il suo potere rinfrescante, a meno che non vogliate berla appena tirata fuori dal frigorifero.  Birra abbastanza inutile e spenta, filtrata e pastorizzata, quindi già “morta” all’origine: anche se costa poco e la si trova ad 1 euro non fa venir voglia di ripetere l’esperienza. Nessuna sorpresa, insomma.

Formato 33 cl., alc. 5.7%, lotto H1927, scad. 09/06/2021, prezzo indicativo 0,99-1,50 euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 15 giugno 2020

Birrificio Porta Bruciata: La Pallata APA & Halfway NEIPA


Franciacorta non fa certo rima con birra ma questo non ha impedito alla coppia Marco Sabatti e Chiara Bassoli di sceglierla come base operativa per il proprio birrificio Porta Bruciata, inaugurato nel  2015.  Marco è l’addetto alla produzione che sfata il luogo comune “prima homebrewer, poi birraio”: appassionato di birra da lungo termine e socio CAMRA dal 1995, ha studiato la teoria al CERB di Perugia seguito da un periodo di pratica presso il birrificio Rurale di Desio.  Per lui la mancanza di un background “casalingo” non è affatto un limite:  ha potuto da subito abituarsi a lavorare su di un impianto professionale senza dover riprogettare su scala più ampia le ricette casalinghe. Porta Bruciata debutta con un impianto da 1000 litri e una piccola area dedicata alla vendita al dettaglio con la possibilità di fare anche qualche assaggio: il movimentato Outlet Franciacorta è quasi dietro l’angolo.
L'acronimo CAMRA è indicativo su quale sia la vera passione di Sabatti: è ovviamente la tradizione anglosassone e specificatamente nella sua evoluzione statunitense, ovvero quella generosamente luppolata. Non a caso il birrificio debutta con la IPA Orifiamma, con la Golden Ale Fanny e la  White IPA Shantung. “La nostra provincia dal punto di vista brassicolo è storicamente stata succube dell’influenza austriaca, ne consegue che la birra per antonomasia a Brescia è sempre stata a bassa fermentazione, chiara, e dalle note maltate dominanti. Esattamente il contrario di quello che produciamo noi!”, ammette Marco. I nomi delle birre rievocano personaggi, luoghi o eventi storici legati alla città di Brescia, a partire dalla torre medievale fortificata della città chiamata proprio Porta Bruciata. 
I riconoscimenti non tardano ad arrivare: all’edizione 2017 di Birra dell’Anno la IPA Orifiamma vince a sorpresa la propria categoria piazzandosi davanti ad Hammer e CR/AK, due big della scena italica. A conferma che non si è trattato di uno dei tanti exploit da concorso senza seguito ci sono i risultati ottenuti nel 2018: primo posto della Double IPA Larkin Street in categoria 13, che batte la Breaking Hops di MC77 e la Hattori Hanzo di Mukkeller, argento e bronzo nella categoria delle “Session IPA” con Shantung e Dusky Bay. Anche la manifestazione Birraio dell’Anno celebra Porta Bruciata, con il bel quinto posto ottenuto a gennaio 2019 e quindi riferita al 2018.  Nel 2019 da Birra dell’Anno arriveranno altri due argenti luppolati (Shantung e Larkin Street) seguiti da uno nel 2020 (Shantung).  Alla numerose birre luppolate Porta Bruciata ha poi affiancato anche un paio di belghe (la tripel Badessa e la saison Klokkenist, la bitter Red Oast, l’imperial stout Neymus e il barley wine Pegol.

Le birre.
Partiamo da La Pallata (5.6%), American Pale Ale caratterizzata da Ekuanot e Willamette che ha debuttato al Beer Attraction del 2016;  la Pallata è una torre in mattoni di origine medievale che si trova nel centro storico di Brescia. Perfettamente dorata, leggermente velata, forma una bella testa di schiuma cremosa e compatta. Il naso è fresco e molto pulito, con spiccati profumi floreali e fruttati (arancia, ananas, melone e tropicale), accenni di panificato. Al palato scorre piuttosto bene  ed è sostenuta da una buona carbonazione. La bevuta è perfettamente coerente con gli aromi, pulita, fresca e fragrante: pane e accenni di miele, un fruttato “educato” che richiama  agrumi e tropicale, un finale secco con un  amaro resinoso-vegetale di buona intensità e breve durata.  L’alcool non è pervenuto e la bevibilità è eccellente: una di quella birre da bere per tutta la serata, senza neppure accorgersene. Ottima. 

Nell’agosto del 2017 Marco Sabatti dichiarava di essere attratto  “da tutti gli stili dove il luppolo ha un ruolo dominante. È altresì vero che siamo un po’ tradizionalisti, quindi vedo molto improbabile una nostra juicy: non credo che la torbidità possa essere un valore aggiunto in una IPA”. Il birrificio ha evidentemente cambiato idea ed ha voluto accontentare le richieste del mercato: lo scorso aprile, in un periodo poco fortunato per tutti, ha realizzato la sua prima NEIPA chiamata Halfway ad evocare l’omonimo faro nella baia di Casco nel Maine, New England, la regione degli Stati Uniti dove sono nate le cosiddette Juicy o Hazy IPA. 
Con pub e locali chiusi il suo debutto non è potuto che avvenire a domicilio con il servizio delivery di bottiglie e fustini da cinque litri. La Halfway è anche la prima birra della Lighthouse Series credo destinata ad esplorare proprio questo (sotto)stile. Torbida per scelta, ha tuttavia un colore piuttosto spento e fangoso: onestamente ho visto di meglio. Bene invece la schiuma, che nella  NEIPA è invece spesso vittima sacrificale: in questo caso è cremosa, abbastanza compatta ed ha buona persistenza. L’aroma non è esplosivo ma è alquanto gradevole e, nota di merito, alquanto pulito: arancia, pompelmo e ananas, in secondo piano mango, litchi e mandarino. Al palato è morbida e leggermente chewy, come richiesto dal protocollo NEIPA: il gusto non riesce tuttavia a replicare l’aroma, soprattutto per quel che riguarda definizione e pulizia. Il suo essere juicy si risolve in una sensazione generalizzata generale di agrumi e tropicale nel quale è difficile distinguere i singoli elementi.  Il percorso si chiude con un amaro vegetale poco elegante e leggermente astringente che gratta un po’ in gola;  l’alcool (7%) non si nasconde e anche su questo aspetto si potrebbe fare meglio.  Inizia bene ma si perde un po’ per strada la prima NEIPA di Porta Bruciata:  peccato non ritrovare in bocca le belle premesse aromatiche. Benché soddisfi  la voglia di succo di frutta, i margini di miglioramento sono piuttosto ampi:  avesse al palato anche solo il 50% di eleganza della Pallata!
Nel dettaglio:
La Pallata, 5.6% ABV, lotto 20063, scad. 19/10/2020, prezzo indicativo 4.00 Euro (beershop)
Halfway, 7% ABV, lotto 20066G,  scad. 20/10/2020, prezzo indicativo 5.00-6.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

mercoledì 10 giugno 2020

Põhjala Cellar Series - Öö XO


Se siete alla ricerca di imperial stout/porter barricate e non, il birrificio estone  Põhjala è un punto di riferimento ormai imprescindibile nel panorama europeo. Ne è uno dei produttori più prolifici e avrà senz’altro qualcosa che possa soddisfare le proprie voglie: lo abbiamo ospitato sul blog in svariate occasioni.  La sua Cellar Series,  dedicata agli invecchiamenti in botte, annovera ormai una cinquantina di etichette: tante, forse troppe. Ma è un dazio che non si può evitare di pagare ad un mercato che è sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo da bere. 
Prendiamo ad esempio Öö (traduzione: la notte) che è l’imperial baltic porter (10.5%) della casa. La versione base è affiancata dalle varianti  al ribes nero  (Öö Cassis) e da quelle barricate Öö Bowmore  (cask di whisky Bowmore), Öö Rye Whiskey Reserve e Öö XO (Cognac). Attenzione a non confondere la notte (Öö) con la notte oscura (Pime Öö,) o con la notte bianca (Valge Öö): si parla sempre di notte e di oscurità, ma dalla bassa fermentazione (baltic porter) si passa alla alta (imperial stout).  Ad ogni modo è sempre utile avere qualche “notte” di Põhjala in cantina da poter stappare quando se ne ha voglia: il rapporto qualità prezzo è sicuramente soddisfacente. 
Per il turisti della birra ricordo la bella taproom che il birrificio ha inaugurato alla fine del 2018 nel quartiere Kalamaja di Tallinn; 24 spine Põhjala e qualche ospite, cucina gestita dallo Chef Michael Holman specializzata in barbecue texano, beer e merchandising shop, visite guidate giornalieri agli impianti, sauna a noleggio.

La birra.
Oggi parliamo della Öö XO, imperial baltic porter invecchiata per qualche mese in botti ex-cognac che ha debuttato nell’estate del 2016. La ricetta della Öö base (10.5%) prevede malti Pale ale, Munich, Carafa II Special, Special B, Chocolate e Crystal 300, zucchero Demerara, luppoli  Magnum e  Northern brewer.  
La Öö XO ha una gradazione alcolica leggermente superiore (11.5%) e si presenta effettivamente scura come la notte, anche se non completamente nera; compattezza e persistenza della schiuma sono notevoli. Il suo biglietto da visita è un aroma coinvolgente e caldo: il distillato accompagna un filo di fumo e di cenere, cioccolato, frutta sotto spirito, frutti di bosco, tostature. Nessun elemento prevale sull’altro ma vanno tutti a comporre un boquet dalla discreta intensità. Al palato è morbida, quasi delicata e dalla consistenza leggermente setosa.  La bevuta si mantiene coerente con l’aroma: tanta frutta sotto spirito, melassa e liquirizia, la delicata presenza del distillato, preziosi dettagli di cioccolato, vino fortificato, caffè e torrefatto. Un accenno di tabacco e un filo di fumo chiudono un percorso pulito e bilanciato. Non c’è quell’eccesso di dolce che sovente affligge le birre scure di Põhjala: tutto è al posto giusto, il passaggio in botte non sovrasta la birra ma contribuisce solo a valorizzarla, l’alcool è sempre sotto controllo. Tra le migliori della Cellar Series del birrificio estone, secondo me leggermente superiore anche alla già ottima Pime Öö PX.
Formato 33 cl., alc. 11,5%, IBU 60, lotto 405, scad. 14/03/2020, prezzo indicativo 8.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 9 giugno 2020

Canediguerra Saison


Del birrificio piemontese Canediguerra vi avevo parlato nel 2015, a pochi mesi dall’inaugurazione. Alla guida c’è il birraio Alessio "Allo" Gatti, nome molto noto tra gli appassionati, il quale ha iniziato nel 2006 un movimentato percorso professionale che lo ha portato a lavorare presso Bruton, Birra del Borgo, Toccalmatto, Brewfist e Bad Attitude per poi ritornare nella nativa Alessandria ed aprire il suo primo birrificio assieme ai soci Diego Bocchio, Roberto Grassi e Vittorio Sacchi. 
Dopo aver lavorato e sperimentato per quasi un decennio su impianti altrui (ricordate la Zona Cesarini di Toccalmatto?)  Gatti ha deciso di tornare alla proprie origini di homebrewers rispettando la tradizione in modo rigoroso e debuttando con  Bohemian Pilsner, American IPA e Brown Porter. Nomi che riflettono semplicemente lo stile, pattern grafici geometrici e ripetitivi elaborati da uno dei soci che ha esperienze in campo artistico.  Canediguerra ha poi introdotto in gamma Vienna Lager, Berliner Weisse, Best Bitter, Cream Ale, Pacific IPA e Double IPA, ha intavolato collaborazioni con birrifici italiani ed esteri e ha poi inaugurato la mini serie “Objekt“ dedicata a birre celebrative o speciali, come barley wine o imperial stout. 
Ma dicono che un birraio non può definirsi completo fino a quando non si confronta con la scuola belga: in questo caso per Canediguerra si trattava “solo” di studiare il passaggio dall’isobarico alla rifermentazione e nell’aprile del 2019 sono arrivate una dopo l’altra Blanche, Saison e Tripel.   Alla fine del 2018 Gatti e soci hanno anche inaugurato il proprio locale chiamato semplicemente Taproom, otto spine ad Alessandria da abbinare da una cucina che propone soprattutto hamburger e sandwich, affiancati da antipasti (caponata, falafel, panissa e polenta fritta) e dolci.

La birra.
Non ci sono spezie nella saison di Canediguerra: tutto il lavoro viene fatto dal lievito. Il suo colore è solare, un intenso arancio acceso da riflessi dorati: la schiuma è candida, cremosa e compatta. Il naso è fresco e pulito: accenni di coriandolo e pepe bianco, floreali, zucchero candito, arancia e banana, qualche ricordo di mela verde e pera nelle retrovie. Vivacemente carbonata, al palato è scattante e scorre con grande facilità. Pane, miele, qualche accenno di banana, arancia e frutta a pasta gialla, un delicata speziatura donata dal lievito: il gusto mostra perfetta corrispondenza con l’aroma e sfocia in un  finale abbastanza secco e praticamente privo di amaro. L’alcool (6.4%) è inesistente e c’è una bella acidità a rendere questa birra rinfrescante e dissetante come una saison dovrebbe sempre essere.  Per il mio gusto personale le manca un po’ d’amaro (Dupont!) ma non è questo l’appunto principale che mi sento di muovere a questa birra: è fin troppo pulita e precisa, la definirei quasi una “saison urbana”. Le manca quel carattere ruspante, rustico, agricolo, quelle piccole “imperfezioni” (virgolettato d’obbligo) nelle quali si nascondono le emozioni che queste grandi birra della Vallonia sanno regalare.
Formato 33 cl., alc. 6.4%, IBU 29, lotto 193430, scad. 04/03/2021, prezzo indicativo 4.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 8 giugno 2020

Level Fatality


Geoffrey Phillips, Jason Barbee e Shane Watterson non sono esattamente dei debuttanti nella scena della Craft Beer dell’Oregon: Phillips è un californiano che nel 2006 si è stabilito a Portland per aprire la Bailey’s Taproom, beer bar con 26 spine devote all’artigianale cui hanno fatto seguito il locale The Upper Lip ed il negozio online brewedoregon.com per la vendita di abbigliamento, merchandising ed accessori di numerosi birrifici.  Barbee dopo aver esercitato l’homebrewing al college ha lavorato per sette anni come assistente birraio alla filiale di Portland della Deschutes per poi spostarsi alla Ex Novo Brewing. Watterson ha seguito un percorso quasi identico: homebrewing al college, assistente alla Deschutes e poi birraio per sei anni alla Laurelwood di Portland. 
Alla fine del 2016 i  tre soci, che si erano conosciuti ai tavoli della Deschutes di Portland, annunciarono l’acquisto di un sito nel quartiere Argay nei pressi dell’aeroporto internazionale di Portland che ospitava il mercato contadino delle fattorie Trapold in procinto di chiudere, per riconvertirlo nel nuovo birrificio chiamato Level Beer. Il nome scelto, “livella”, rappresenta la filosofia commerciale che i tre soci hanno deciso d’intraprendere: entrambi genitori di figli piccoli desiderano un’attività che consenta loro di “trovare un equilibrio”  tra lavoro e vita privata; Level debutta nell’agosto del 2017 con un impianto produttivo da 20 barili affiancato da uno pilota da 2,5.  
“In questa zona di Portlanddice Wattersonstanno arrivando molte famiglie giovani ma ci sono pochissimi posti dove andare; giusto un Burgerville ed un dive bar dove giocare a video poker. Noi stiamo già ricevendo molte richieste per feste di compleanno, abbiamo uno spazio all’aperto dedicato ad eventi come compleanni e matrimoni che è quasi sempre prenotato. A Portland i pub spesso sono affollati e non ci sono spazi per i bambini: a noi interessava ad esempio mettere a disposizione un bel prato dove loro potessero giocare a calcio o a freesbie mentre i genitori bevono un paio di birre”. 
Il logo e gli arredi della taproom riflettono la passione dei tre proprietari per gli anni ’80: Star Wars, Vans, Atari, Sega e Nintendo: all’interno del locale vi sono consolle cabinate da poter utilizzare come in una sala giochi d’epoca. E le tre birre di debutto vengono chiamate Let’s Play (dry-hopped pilsner), Game On (IPA) e Ready Player One (dry-hopped saison). Equilibrio tra lavoro e tempo libero ma anche equilibrio nelle birre: Level predilige quelle facili da bere e a bassa gradazione alcolica. La taproom con tavoli e panche è spartana, assomiglia ad una sorta di grande serra dal tetto ricurvo e non dispone di cucina ma in strada ci sono spesso due o tre food truck dai quali rifornirsi; nel giardino sul retro ci sono giochi per bambini ed altri tavoli da poter utilizzare nella bella stagione. Alla fine del 2019 Level ha inaugurato una seconda taproom al Multnomah Village, ovvero nell’opposta periferia a sud di Portland.


La birra.
Birre facili da bere e dalla bassa gradazione alcolica: per smentire quanto appena scritto vi presento Fatality, la prima imperial stout (11.5%) barrel aged che Level ha fatto debuttare nel dicembre del 2018.  La sua versione base dovrebbe essere l’imperial stout Finish Him (10%) la cui ricetta prevede malti 2-Row,  Smoked, Roasted, Chocolate e Biscuit, luppolo Nugget, lievito English Ale; questa birra ha poi riposato in botti che avevano contenuto per dieci anni il whiskey della Eastside Distilling. 
Nel bicchiere si presenta quasi nera, la schiuma è cremosa e compatta ed ha buona ritenzione. L’aroma non è molto intenso ma con un po’ d’attenzione si trova tutto quello di cui si ha bisogno: caffè, tostature, legno, accenni di vaniglia e cioccolato, whiskey, un filo di fumo, un tocco di carne. Il corpo non è molto ingombrante e non si ci sono particolari morbidezze o coccole per quel che riguarda il mouthfeel: il suo scorrere è comunque gradevole e privo di asperità. La  bevuta è perfettamente bilanciata: whiskey, frutta sotto spirito, melassa e caramello bruciato, vaniglia e cioccolato iniziano un percorso che poi vira con delicatezza verso l’amaro del caffè e  del torrefatto. Un accenno d’affumicato introduce un bel finale caldo di bourbon che riesce a scaldare senza far male. Non è ovviamente una birra dalla bassa gradazione alcolica ma è evidente la mano educata del birraio che l’ha prodotta, coerente con la filosofia del birrificio: equilibrio e bilanciamento prima di tutto. Non è un’imperial stout che urla ma che parla - forse  - col cuore: bisogna avere la pazienza e la voglia d’ascoltarla, perché ha cose interessanti da raccontare. Se vi  aspettate qualcosa di sfacciato o di potente resterete probabilmente un po’ delusi; anche il carattere barrel-aged è piuttosto delicato. L’ispirazione è senz’altro più vicina al Regno Unito che agli Stati Uniti: per me è una birra molto riuscita, pulita ed intensa, credo mai più replicata.
Formato 47,5 cl., alc. 11.5%, IBU 75 (?), lotto 18/11/2018, prezzo indicativo 8.00-9.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio