mercoledì 8 aprile 2020

Belgio, correva l'anno 2010: Chimay Bleue, Rochefort Trappistes 10, Liefmans Goudenband, Fantôme Saison 2010


Eccoci alla seconda parte dedicata al vintage belga; per chi si fosse perso la prima ecco il link. Oggi assaggiamo altre quattro birre che hanno passato dieci anni in cantina (per i più pignoli) al buio ad una temperatura variabile tra una media di 5-10 gradi in inverno e di 20 in estate, con qualche picco di 25 negli anni più torridi. Ricordo anche che il 90% della birra va bevuta fresca e che sono poche le birre che migliorano con il tempo. Gli effetti dell’ossidazione possono essere piacevoli o spiacevoli e spesso convivono: per quel che mi riguarda a parte rari casi considero l’invecchiamento così lungo una curiosità, non di certo una necessità. Un paio di anni invece su alcuni stili sono invece desiderabili e aiutano a smussare gli angoli e le irrequietezze della gioventù. Ma andiamo oltre e iniziamo a stappare.

Chimay Bleue (9%)
Da questa birra non mi aspettavo molto: nessun pregiudizio, in passato mi era già capitato di bere qualche bottiglia vecchia (anche se non così) ed il risultato era stato poco entusiasmante. E’ tuttavia una birra alla cui sono affezionato: quando la birra artigianale ancora non esisteva la Chimay Blu si teneva in serbo per qualche occasione speciale. Il suo colore è ambrato carico e piuttosto torbido; la schiuma è compatta ma poco persistente. Il naso è piuttosto ossidato e stanco: ciliegione, cartone bagnato, melassa, uvetta, datteri. La sensazione palatale non è invece male: il corpo non è particolarmente scarico e le bollicine sono ancora presenti. Anche il gusto si risolleva un po’: caramello e biscotto rispondono ancora presente, ci sono note liquorose e di vino marsalato, quasi una piacevole apparizione finale d’amaretto. L’alcool è ben dosato, il cartone ed il peso degli anni si fanno sentire ma la bottiglia non è un completo cadavere.  Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: 6/10.

Rochefort Trappistes 10 (11,3%)
La sua sorella minore 8 non aveva fatto male e quindi mi aspetto ancora di più dalla “mitica” 10: la sua tonaca di frate è molto torbida, la schiuma cremosa ha una discreta persistenza. L’aroma rincuora: Porto, uvetta, prugna disidratata, frutti di bosco, mela. Non è molto intenso ma riesce già a riscaldare l’animo.  In bocca è ancora solida: carbonazione media, nessun cedimento strutturale e la bevuta è potente, reminiscente di Porto e vino liquoroso accompagnati da biscotto, caramello e frutta sotto spirito. Non è quel capolavoro che mi era capitato d’assaggiare al quinto anno, non c’è quella bellissima suggestione di cioccolato finale ma è ancora una birra che emoziona. Il cartone bagnato appena si sente. Un’alternativa economica ad una bottiglia di Porto? Una Roch 10 di dieci anni. Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: 8/10.


Liefmans Goudenband (8%)
Lo ammetto: è la prima volta che bevo la Goudenband e non ho quindi nessun parametro di riferimento con una bottiglia giovane. Una mancanza imperdonabile la mia: quando si parla di Oud Bruin il nome Liefmans è un pezzo di storia fondamentale della tradizione belga. La famiglia fondatrice lo cedette nel 1974 e da quell’anno il birrificio cambiò più volte proprietario l’ultimo dei quali, la Riva di Dentergem, finì in bancarotta nel 2008. Il marchio Liefmans fu rilevato dalla Duvel-Moortgat. Non ho fonti esatte da citare ma per quel che ne so la Goudenband è pastorizzata e non ha quindi molto senso invecchiare una birra che è già “morta” alla nascita. Ma tant’è. Non fosse per la schiuma grossolana ed evanescente si direbbe infatti ancora perfetta: rosso rubino, acceso e luminoso, limpido. L’aroma parla di aceto di mela, tappo di sughero, ribes rosso: chiuso, “polveroso”, poco intenso e poco entusiasmante. Le poche bollicine e l’alcool fantasma la rendono pericolosamente facile da bere: non risulta tuttavia molto rinfrescante a causa della sua dolcezza.  Caramello, tanta ciliegia, prugna e frutti di bosco: per fortuna l’aceto di mela e l’asprezza del ribes seccano un po’ il finale e portano un po’ di equilibrio. Non trovo segni d’ossidazione al palato, probabile conferma di una pastorizzazione che ha quasi reso la birra immune al passaggio del tempo. Nel complesso la bevuta è gradevole ma fredda e plastica: nessuna emozione, nessun palpito. Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: ND.

Fantôme Saison 2010 (8%)
La Saison dell’eclettico Dany Prignon non è per definizione una birra da invecchiare: vero, le Saison storicamente erano bières de provision ma si parlava di qualche mese, non certo di anni. Oltre a questo c’è da dire che la costanza produttiva non è mai stata (ultimamente è migliorato, lo ammetto) la caratteristica principale di Fantôme: il rischio è quello di mettere in cantina qualcosa d’imbevibile già in partenza. Mi sono comunque voluto togliere lo sfizio d’invecchiare una Saison dalla gradazione alcolica robusta ed il risultato è stato sorprendente. Nel bicchiere è luminosamente dorata, la schiuma è ancora pannosa e generosa anche se molto rapida nel dissiparsi. Al naso c’è ancora quella speziatura indefinita  (pepe? coriandolo?) del lievito di casa Fantôme accompagnato da pera, arancia, accenni di frutta a pasta gialla e di uva, il tutto in un contesto rustico e ruspante. Le bollicine sono ancora vivaci e il fantasmino bianco scorre in bocca che è un piacere. Miele, frutta a pasta gialle, mela verde, agrumi, uva bianca: si direbbe una Saison nata ieri non fosse per quel carattere vinoso (moscato d’annata?) che fa capolino a più riprese. Chiude secca e un po’ amara (terroso, lattico), lasciando con molti interrogativi chi ha il bicchiere in mano: possibile che dopo dieci anni questa Saison sia ancora così piena di vita?  Un piccolo miracolo, una splendida vecchietta e no. Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: 9/10.

Considerazioni finali su queste altre quattro bottiglie: inutile invecchiare Goudenband e Chimay Bleue, per motivazioni diverse, una certezza la Rochefort 10 anche se l’avevo trovata migliore dopo “solo” cinque anni. Gli altri cinque potevo tranquillamente risparmiarglieli. Fantôme è la sorpresa che non t’aspetti: ho provato a metterne via una bottiglia quasi per gioco e il risultato è andato ben oltre le aspettative. La risposta alla domanda meglio fresca o dopo dieci anni è comunque facile: meglio fresca, una Fantôme in stato di grazia che odora di fragole alla panna è un’esperienza che non ha prezzo.

Nel dettaglio (i prezzi si riferiscono al momento dell'acquisto):
Chimay Bleue, 33 cl., alc. 9%, scad. 12/2015, pagata 2,50 € (supermercato)   34
Rochefort Trappistes 10, 33 cl., alc. 11,3%, scad. 26/05/2015, pagata 2,99 € (supermercato) 41
Liefmans Goudenband, 37.5 cl., alc. 8%, scad. 06/2020, pagata 3,19 € (drink store)  38
Fantôme Saison 2010, 75 cl., alc. 8%, scad. 12/2013, pagata 5,70 € (drink store) 42

lunedì 6 aprile 2020

Belgio, correva l'anno 2010: Rochefort Trappistes 8, St. Bernardus Abt 12, Struise Pannepot 2010, Cantillon Gueuze


Premessa: il 90% della birra va bevuta fresca ma se proprio volete provare a metterne qualcuna in cantina la tradizione belga è quella che forse meglio si presta agli esperimenti. Dark Strong Ales e Gueuze/Lambic possono regalare belle soddisfazioni anche dopo molti anni: alcune migliorano, altre diventano semplicemente diverse e non necessariamente più buone. Personalmente preferisco queste due categorie di birre con qualche anno sulle spalle ma sono gusti personali. Gli invecchiamenti più estremi meritano invece un discorso a parte: non c’è nessuna birra che meriti dieci anni d’attesa per poter essere bevuta al culmine del potenziale. Io la vedo come un gioco, un esperimento, un soddisfare la propria curiosità. 
Avevo in mente da un po’ di tempo stappare qualche birra belga dopo dieci anni dalla messa in bottiglia. L’emergenza Coronavirus ha reso un po’ più difficile accedere alla birra fresca e ho quindi sfruttato l’occasione per alleggerire un po’ la cantina. Ecco la prima parte del racconto delle bevute; visto che le birre “fresche” sono già comparse sul blog in altre occasioni mi limiterò alle note di degustazione rimandandovi al link originale per le informazioni più generali sulla birra stessa. Tutte le birre sono state conservate al buio ad una temperatura variabile tra una media di 5-10 gradi in inverno e di 20 in estate, con qualche picco di 25 negli anni più torridi.

Rochefort Trappistes 8 2010 (9.2%)
L’aspetto è molto bello per la sua età: tonaca di frate, riflessi rubino, schiuma ancora generosa, spumeggiante e compatta. Al naso sono svanite le spezie tipiche del lievito di casa Rochefort e dominano gli esteri fruttati, in verità un po’ sparati e molto sciropposi: mela, ciliegia, persino fragola e frutti di bosco. Al palato è ancora ben carbonata e non ci sono grossi cedimenti di corpo. La bevuta è molto più bilanciata rispetto all’aroma: biscotto, caramello, uvetta, datteri e ciliegia, bei richiami di Porto e, nel finale, di frutta secca a guscio. Qualche nota cartonata non rovina una birra che è invecchiata con dignità, soprattutto in bocca, e che si beve con piacere: l’alcool è ben nascosto e si fa sentire solo nel finale. Qui l'avevo bevuta dopo "solo" tre anni e m'aveva fatto un'ottima impressione.
Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: 7/10.


St. Bernardus Abt 12 2010 (10%)
La più trappista tra le non trappiste (LINK) sembra essersi schiarita col tempo: ambrata, torbida, schiuma ancora sorprendentemente generosa e compatta. Tra le varie componenti il naso è quello che è invecchiato peggio: mela, pera, frutta secca, sciroppone di ciliegia, qualche nota di polvere/sughero gentilmente donatale dal tappo. Le bollicine sono ancora ben presenti ma il corpo mostra qualche segno di cedimento: caramello, uvetta, frutta secca e ciliegia disegnano una bevuta molto più equilibrata rispetto al l’aroma. L’ossidazione le ha portato dei piacevoli spunti di vino liquoroso ma anche un’astringenza finale cartonata poco gradevole: per fortuna si riprende in fretta con un piacevole retrogusto di prugna e uvetta sotto spirito. L’età non sembra averle donato molta saggezza/complessità: i tratti positivi e negativi si equivalgono anche se il naso è quello che ha “sofferto” di più. A quattro anni mi sembrava molto meglio.
Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: 6/10. 

Struise Pannepot (10%)
L’etichetta indica il millesimo 2010 ma credo sia stata commercializzata l’anno successivo. Avrà quindi nove o dieci anni? Poco importa, i millesimi in casa Struise vanno sempre presi con le molle. Visivamente è quella che ha sofferto maggiormente: poca schiuma che scompare quasi subito, color ebano scuro. Ma che bel naso! Porto, marsala, melassa, frutti di bosco, prugna disidratata, marmellata di more, accenni di cioccolato. In bocca non ci sono grossi cedimenti: è ancora morbida, ben carbonata, dal corpo medio. Il gusto ricalca l’aroma con buona precisione: è una birra ricca di note marsalate e di vino fortificato, calda ed avvolgente. Annoto una lieve astringenza finale (bustina di tè/cartone) ma è un dettaglio che non rovina una bella festa. Sono forse gli Struise che oggi purtroppo non ci sono più e che procedono tra alti e bassi: difficile chiedere ad una Pannepot d’invecchiare e di emozionare meglio. Qui il confronto con un vintage di sei anni,
Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: 8/10. 

Cantillon Gueuze 2010 (5%)
Quella che prevedevo essere la miglior bottiglia di questo lotto non ha deluso le aspettative. La Gueuze 100% Lambic Bio "base" di Cantillon si veste come una giovincella: oro antico, leggermente velato e schiuma generosa e compatta, dalla buona persistenza. Legno, polvere, cantina, pelle di salame, uvaspina, mela verde, limone, accenni di ananas e frutta a pasta gialla, qualche sbuffo acetico. Serve altro? Sfido chiunque ad indovinarne l’età in un assaggio alla cieca: bollicine ancora vivaci, corpo medio, nessun cedimento. La bevuta ricalca fedelmente l’aroma: la parte sour è sostenuta da un bel sottofondo dolce di ananas e frutta a pasta gialla, la componente acetica è fortunatamente molto contenuta. Chiude secca, funky e legnosa, con un delicato e morbido warming etilico: emozionante, profonda, complessa ma semplice da bere.
Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: 9/10. 

Riassumendo: benissimo Cantillon, piacevole sorpresa Struise, niente di ché Rochefort e St. Bernardus. Tutte tranne forse Cantillon hanno già superato il loro picco e avrei potuto/dovuto berle qualche anno prima. Ma non è una grossa scoperta dire che gueuze e lambic giocano un campionato a parte: se sia valsa la pena aspettarla dieci anni, piuttosto che cinque, è una domanda alla quale non ho risposta.

Nel dettaglio (i prezzi si riferiscono al momento dell’acquisto)
Rochefort Trappistes 8, 33 cl., alc. 9,2%, scad. 22/07/2015, pagata 2.89 € (supermercato)
St. Bernardus Abt 12, 75 cl., alc. 10,5%, scad. 06/2015, pagata 5,60 € (drink store)
Struise Pannepot 2010, 33 cl., alc. 10%, lotto A, scad. 02/2016, pagata 3,20 € (beershop)
Cantillon Gueuze, alc. 5%, 75 cl., lotto  17/03/2010, scad. 12/2030, pagata 7,90 € (drink store)

martedì 31 marzo 2020

DALLA CANTINA: Brewfist La Trinidad El Vasco 2015


Non ci avevo fatto caso ma l’ultima apparizione sul blog di Brewfist è datata 2014. Non che sia un fatto voluto, è semplicemente capitato: del resto la scena della craft beer è sempre più affollata, bisogna dar spazio un po' a tutti e la ragion d'essere di unabirralgiorno è presentare sempre qualcosa di nuovo. Non avrebbe molto senso postare la stessa birra ogni anno o ogni tre mesi: per questo i birrifici operativi da un po' di tempo (2010, nel caso di Brewfist) sono maggiormente penalizzati rispetto ai nuovi arrivati. Il birrificio lodigiano non è neppure particolarmente fecondo se parliamo di novità: in dieci anni d'attività ha prodotto una settantina di diverse etichette. Numeri che molti birrifici alla moda (tristemente) raggiungono in un anno o poco più. Scelte strategiche, ovviamente. Del resto il cuore pulsante di Brewfist è la  bella taproom Terminal 1, ora proprio adiacente al birrificio, con una ventina di spine per dissetarsi e accompagnare taglieri, primi, fritti, secondi di carne e pesce.
Ma dal suo ultimo passaggio sul blog di novità ce ne sono state molte: sopratutto il bel programma dedicato agli invecchiamenti in botte che sta diventando sempre più ricco. Tralasciando la primogenita Spaghetti Western (11.1%),  Imperial Stout invecchiata in botti di grappa che fu seguita dalla Madame Galaxie (7%), saison invecchiata in botti di Chardonnay, oggi l'offerta Barrel Aged  di Brewfist include la "trinità" dei Barley Wine El Pedro (13.8%, un anno in botti di Pedro Ximenez), El Vasco  (11.7%, un anno in botti di Porto) ed El Fernando (14.4%, lievito Saison ed un anno in botti di Porto); la saison al farro Lady Peach (5.9%), passaggio in botte Chardonnay con aggiunta di polpa di pesca nelle ultime settimane precedenti all’imbottigliamento; Sentenza (9.4%), Imperial Stout con fermentazione acetica in botti ex-grappa; Dr Ray (10%) blend di Porter invecchiata in botti di Nebbiolo e fresca con aggiunta di bacche di vaniglia; The Pilgrim (14.4%) Barley Wine con lievito Saison invecchiato un anno in botti di Marsala. Chiudiamo la rapida carrellata con le tre Imperial Stout La Leggenda: Sam (12%) invecchiata in botti di rum giamaicano, Victor (12%) rum Martinica, Elijah (12%) Bourbon. 

La birra. 
Malto Maris Otter e luppolo East Kent Golding: la ricetta del Barley Wine El Vasco (11.7%) è la più classica e la più semplice possibile. Del resto la magia dovrebbe arrivare dall'invecchiamento per un anno in botti che avevano in precedenza ospitato Porto.  Dalla cantina, risorsa ormai abituale in questo periodo di emergenza Coronavirus, stappo quella che dovrebbe essere una bottiglia del primo lotto prodotto: correva l'anno 2015. 
Nel bicchiere si presenta di color ambrato piuttosto torbido, mentre la schiuma dopo cinque anni di cantina impressiona per compattezza e generosità. L'aroma è intenso e caldo, zuccherino, ricco di porto, uvetta, prugna e frutti di bosco: in secondo piano accenni di legno e di mela. La sensazione palatale è perfetta, sembra una birra nata da pochi mesi: nessun cedimento, corpo medio-pieno, morbida e avvolgente. Al palato domina il Porto portandosi dietro uvetta, prugna, ciliegia e frutti di bosco: ma sul palco c'è anche posto per biscotto e caramello, mela al forno. La bevuta è piuttosto dolce ma il tutto viene contrastato da una leggera acidità e dalla componente etilica che riesce ad "asciugare" bene la componente zuccherina. Il percorso termina con una suggestione amara (radice o tannini?) ed una lunghissima scia di Porto, elemento che la caratterizza in lungo e in largo. El Vasco è una birra che scalda molto senza mai arrivare a bruciare. Impressionante il modo in cui ha retto al tempo: qualche lievissimo segno di cedimento al naso ma al palato è potente, pulita, sontuosa. Una compagna ideale d'una fredda serata d'inverno. 
Formato 33 cl., alc. 11.7%, lotto 6185, scad. 12/2025, prezzo indicativo 7.00-9.00 euro (beershop) 

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 26 marzo 2020

Tempest Red Eye Bourbon Barrel


Sta facendo proprio un bel percorso di crescita il birrificio scozzese Tempest, fondato nel 2010 dallo scozzese Gavin Meiklejohn e dalla moglie neozelandese Annika a Kelso, Scozia, a poche miglia dal confine sud-orientale con l’Inghilterra. I due si erano conosciuti alla fine degli anni ’90 in Canada dove Gavin stava lavorando come cuoco;  fu l'incontro con la craft beer revolution statunitense a spingerlo verso l’homebrewing nel periodo in cui si trovava in Nuova Zelanda assieme alla futura moglie per continuare il suo percorso di chef. A Sidney frequentò un corso professionale per la produzione della birra e, rientrata in Scozia, la coppia ha aperto il gastropub The Cobbles a Kelso: nei momenti di pausa dalla cucina, Gavin continuava con l’homebrewing sotto la  spinta dalle richieste sempre più pressanti dei clienti che desideravano bere una birra fatta sul posto.   
Nell’aprile 2010, nei locali un tempo occupati da un caseificio, nacque Tempest Brewing Company: si  parte  con un impianto da 800 litri in parte costruito recuperando attrezzature usate dall’industria casearia che viene poi sostituito due volte per aumentare la produzione. Quello attuale (30 hl) si trova nella nuova sede al Tweedbank Industrial Estate di Galashiels, ad una ventina di chilometri da Kelso, inaugurata nel 2015. Partito timidamente con una piccola gamma di stili classici, Tempest ha pian piano allargato i suoi orizzonti dimostrando di voler stare al passo coi tempi: nel 2018 sono arrivate le prime lattine, prima nel classico formato in inglese da 44 centilitri e, a partire allo scorso gennaio, in quello da 33 che è stato anche accompagnato da un restyling grafico delle etichette. 
Per qualche strano motivo ho bevuto sino ad ora molte poche birre “quotidiane” di Tempest privilegiando invece quelle dal contenuto alcolico piuttosto robusto: mi prometto di esplorare al più presto il lato più’ easy del birrificio scozzese ma anche la birra di oggi picchia forte. E’ arrivata lo scorso novembre 2019 e si chiama  Red Eye Flight Bourbon Barrel: è la versione potenziata della Red Eye Flight, robusta porter al caffè (7.4%) della quale vi avevo parlato in questa occasione. Non so se quest’ultima sia ancora prodotta, il sito del birrificio attualmente non la elenca tra le birre disponibili.

La birra.
Il termine "red eye flight" viene usato in inglese per indicare quei voli aerei che partono la sera tardi, verso mezzanotte, ed arrivano a destino all’alba con una durata di solito inferiore alle sei ore, quelle che consentirebbero un normale periodo di sonno/riposo;  gli “occhi rossi” sono appunto quelli dei passeggeri stanchi e assonnati.  La Red Eye Flight Mocha Porter veniva prodotta con caffè brasiliano e polvere di cacao, mentre per la sua versione Barrel Aged (nove mesi in botti ex-bourbon) è stata utilizzata una varietà proveniente dall’isola di Sumatra (Indonesia). La ricetta si completa con malti Golden Promise, Chocolate, Monaco e Crystal, avena e frumento, luppolo Columbus, lievito California Ale: i chicchi di caffè e le fave di cacao sono state infuse all’interno delle botti e ulteriore caffè è stato aggiunto prima della messa in fusto/bottiglia.  
Non è forse completamente nera ma ci manca davvero poco: la schiuma è cremosa, fine, compatta ed ha buona persistenza. L’aroma è intenso, pulito e molto espressivo: il caffè è protagonista ma lascia che sul palcoscenico appaiano anche profumi terrosi e di tabacco, cioccolato fondente, fondi di caffè, legno e cenere, bourbon, qualche accenno di vaniglia. Difficile chiedere di più. Si potrebbe invece alzare l'asticella del mouthfeel: okay, è una imperial porter e chi crede fermamente nella differenza tra porter e stout sa di aspettarsi un po’ più di leggerezza. In effetti non ci sono particolari densità o viscosità, la birra è gradevole ma qualche carezza in più l’avrebbe resa ancor più memorabile. Il livello di questa Red Eye Bourbon Barrel è comunque elevatissimo molto elevato: senz’altro tra le migliori imperial porter/stout al caffè barricate europee che mi sia capitato d’assaggiare. La bevuta è ricca di caramello, frutta sotto spirito e bourbon, componenti molto ben amalgamate con le loro controparti amare di caffè, tostature e cioccolato fondente. L’alcool (12%) è dosato come meglio non si potrebbe: è una birra che scalda senza far male e che si sorseggia con enorme piacere. Chiude con delicate suggestioni di vaniglia e una lunghissima scia di caffè corretto al bourbon. Una sorta di KBS scozzese (non a caso usano la stessa varietà di  caffè), ma ancor più elegante e sincera: birra riuscitissima, comprare subito. 
Formato 33 cl., alc. 12%, lotto 11/2019, scad. 12/2024, prezzo indicativo 7,00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 25 marzo 2020

Extraomnes Wit

Belgian Ale, Dubbel, Tripel, Quadrupel, Saison: tra gli stili più popolari della tradizione belga l’unico che ancora mancava in casa Extramones era quello delle blanche o delle witbier, se preferite il fiammingo. Un’assenza che viene colmata nel 2018 quando Luigi D’Amelio, deus-ex-machina del birrificio di Marnate, annuncia al sito Agrodolce: “ho sempre detto che non l’avrei mai fatta, perché è una tipologia che non mi piace. Di solito la propongono nei pub ai clienti, spesso di genere femminile, a cui non piace l’amaro. L’ho sempre considerata l’anello di congiunzione con l’aranciata: troppo ruffiana per me e poi non amo particolarmente il frumento. Beh, ho deciso di produrla anche io, per due motivi: primo perché ora abbiamo il nostro locale e dobbiamo venire incontro a tutti e poi perché la vivo un po’ come una sfida”. 
La Wit di Extraomnes debutta in estate in un’interpretazione piuttosto singolare: frumento e coriandolo, elementi classici dello stile, sono presenti ma nella ricetta ci finiscono anche degli agrumi mediterranei (arancia, mandarino e limone) a rafforzare quel carattere solare, dissetante e rinfrescante che una blanche/wit deve obbligatoriamente avere.  Dopo aver debuttato in fusto la Wit è stata la protagonista della lattina numero tre di casa Extraomnes, dopo Iconic e Guld: c’è voluto oltre un anno (ottobre 2019) e anche una nuova veste grafica astratta, completamente rivisitata rispetto a quella originale.

La birra.
Il bicchiere si tinge di giallo paglierino opalescente, in controluce appare anche qualche riflesso verdognolo: la schiuma è candida, abbastanza fine ed ha buona ritenzione. Al naso un leggero panificato/cereale viene subito sovrastato da un tourbillon di spezie, fiori e frutta: il coriandolo dovrebbe essere l’unica spezia “ufficiale” ma il lievito regala anche suggestioni di zenzero, cardamomo, noce moscata. La banana, delizia o (per me) croce di ogni Blanche/Wit è qui rintanata in un angolo: sul palcoscenico brillano arancia, mandarino, cedro, limone. Il naso è pulitissimo e molto espressivo: un giorno mediterraneo di pieno sole nel bicchiere. Al palato la trovo abbastanza più corposa di una tipica Wit belga: le bollicine sono comunque vivaci e la scorrevolezza è ottima. Il gusto ricalca l’aroma ponendo però in primo piano gli agrumi e rilegando in secondo piano cereali, spezie e banana. Il risultato, si potrebbe dire, è una “not ordinary Wit”, intensa e molto fruttata, con un finale secco e amarognolo di breve durata ma di buona intensità, zesty e terroso, che non t’aspetteresti di trovare in uno  stile che spesso produce birre blande e anonime che si spengono in evanescenti finali acquosi. Non è la prima Wit ben luppolata italiana: mi viene in mente l’altrettanto ottima Bere Nice di EastSide, ad esempio. 
Dietro ad un’apparente semplicità c’è una bella complessità che si lascia decifrare senza sforzi: la Wit di Extraomnes è già pronta per la prossima estate.
Formato 44 cl., alc. 5%, lotto 275/19, scad. 02/10/2020, prezzo indicativo 6,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 24 marzo 2020

Great Divide S'mores Yeti


Del birrificio Great Divide di Denver, Colorado, vi avevo già parlato in questa occasione.  Fondato nel 1994 dall’ex-homebrewer Brian Dunn, Great Divide ha festeggiato nel 2019 il proprio venticinquesimo compleanno con una bella festa all’aperto ad Arapahoe Street, strada dove Dunn aveva preso in affitto gli edifici di un vecchio caseificio in disuso. Il birrificio è andato via via ingrandendosi su quel terreno fino a quando è stato possibile: nel 2013 è stato costretto a trasferirsi nel River North Art District (RiNo) di Denver dove è stato inaugurato il nuovo stabilimento da 6000 metri quadri. 
Great Divide produce oggi circa 35.000 barili all’anno, in leggero calo rispetto al picco del 2015: una flessione che ha colpito quasi tutti i grossi birrifici artigianali americani, incalzati da molte nuove realtà locali di dimensioni più contenute e quindi dotati di una maggior flessibilità produttiva, elemento fondamentale per seguire le regole del mercato. Dunn ha comunque già messo in atto i cambiamenti necessari per invertire la rotta: alcune birre sono state mandate in pensione (Nomad Pilsner, Lasso Session IPA e Hoss Rye Lager) e sono state rimpiazzate soprattutto da IPA dal livello di amaro più contenuto. L’etichetta più venduta rimane tuttavia sempre la Titan IPA, seguita da Colette Farmhouse Ale, Denver Pale Ale e dalla Yeti Imperial Stout. Titan e Yeti nacquero nel 2004 in occasione dei festeggiamenti del decimo compleanno: allora si chiamavano Maverick IPA e Maverick Imperial Stout, ma dopo qualche anno furono costrette a cambiare nome in seguito alle minacce di un birrificio californiano che utilizzava già il nome Mavericks. 
Il 22 giugno 2019 Arapahoe Street venne chiusa al traffico e iniziarono i festeggiamenti al ritmo di musica (Wildermiss, The Patient Zeros e Giant Walking Robots), food truck e birra: il biglietto d’ingresso (35 $) vi consentiva di bere senza limiti la maggior parte delle birre.  Furono disponibili anche ben 14 varianti di Yeti Imperial Stout: oltre alle classiche versioni Oatmeal e Chocolate Oak Aged (già disponibili ogni anno come birre stagionali) debuttarono  la Maple Pecan Yeti e la S’mores Yeti affiancate da Chocolate Cherry Yeti, Velvet Yeti (nitro),  Vanilla Oak Aged Yeti e Chai Yeti. La birra dell’anniversario fu invece doppia: una versione potenziata della Yeti  (25th Big Anniversary Yeti 13.5% anziché 9.5%) e della Hazy IPA (Double Hazy, 8%).

La birra.
Terminati i festeggiamenti di giugno 2019 la S'mores Yeti  ha fatto un gradito ritorno in ottobre, questa volta disponibile per tutti in una generosa lattina da 57 centilitri. L’etichetta indica l’aggiunta di cioccolato, marshmallow e delle non precisate spezie.  L’idea è ovviamente quella di replicare uno S’more, dolce americano che consiste in un marshmallow riscaldato e poi posizionato tra due biscotti (graham crackers) e uno o due  strati di cioccolato.

Il suo vestito è completamente nero, la schiuma è cremosa, compatta ed ha ottima persistenza. Al naso emergono profumi di fondi di caffè, cacao, vaniglia, caramella mou, biscotto, qualche accenno di cenere: il bouquet è intenso, mentre l’eleganza è discreta. C’è un leggero sentore d’artificialità che proprio non vuole sparire. Al palato non ci sono particolari viscosità: il mouthfeel è comunque morbido, a tratti leggermente setoso, e la bevibilità è davvero ottima. La bevuta ricalca perfettamente l’aroma: vaniglia, caramello/mou, un tocco di frutta sotto spirito danno il via ad un percorso dolce che viene poi bilanciato da un finale amaro di caffè, cioccolato fondente e torrefatto. Paragonandola alla Yeti “normale”, imperial stout dal carattere forte, torrefatto ed amaro, la sua versione S’mores è ovviamente più mansueta e si congeda con un retrogusto che vede un ritorno dolce di vaniglia/marshmallow.  
Una birra che si beve con piacere, un bel divertissement di una delle imperial stout americane più classiche: la sua componente dessert non brilla per finezza ma riesce comunque a mantenere a debita  distanza l’effetto merendina piena di aromi artificiali. Ne consiglierei l’acquisto anche a chi, come me, non ama particolarmente il genere pastry.

Formato 56,8 cl., alc. 9.5%, IBU 75, imbott. 17/09/2019, prezzo indicativo 20,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 18 marzo 2020

Boyne Brewhouse Imperial Stout Sherry


La famiglia Cooney lavora in Irlanda nel settore bevande da oltre quarant’anni: nel 1974 Patrick J. Cooney rilevò la M&J Gleeson, un piccolo imbottigliatore e distributore di Guinness, per trasformarlo nel Gleeson Group, confezionatore, produttore dei marchi Tipperary Water e Finches (soft drinks), nonché maggior distributore irlandese di vino, birra e alcolici. La crisi economica irlandese del periodo 2008-2012 mise il gruppo in difficoltà e lo portò ad accumulare debiti ps, sidro Bulmers e Magners, per intenderci) che oltre a farsi carico dei debiti staccarono un assegno da 12  milioni. Con il ricavato il  settantenne Cooney decise di dar forma a quello che è sempre stato il suo sogno: una distilleria. 
Siamo nei dintorni di Drogheda, antica città irlandese, affacciata sul fiume Boyne, una quarantina di chilometri a nord di Dublino: nelle vicinanze c’è anche Newgrange, una delle più affascinanti aree archeologiche d'Europa, dichiarata Patrimonio dell'Umanità dall'Unesco e meta turistica irrinunciabile. Con un investimento da 20 milioni di di sterline Cooney  e sua moglie Marie Cooney, along with their family; Sally-Anne, Calestine, Peter, Patrick e  James  desiderano “regalare” un futuro ai figli Sally-Anne, Calestine, Peter, Patrick Jr. e  James: nasce la distilleria Boann (whiskey e gin) affiancata dal birrificio Boyne Brewhouse, con annesso ristorante e visitor centre. Entrambi i marchi fanno parte del nuovo gruppo Na Cuana, posseduto dalla famiglia Cooney e proprietario anche del sidro Adams e della crema di whiskey Merry’s,  entrambi ereditati del vecchio gruppo Gleason. 
Se per i Cooney il whskey non è una novità, visto che già operavano come blenders, per la città di Drogheda è la rinascita  di un’industria che si era fermata cinquant’anni fa: per quel che riguarda la birra bisogna invece risalire al 1960, anno in cui si chiusero definitivamente i cancelli della Cairnes Brewery, acquistata dalla Guinness. Nel periodo di massimo splendore in città erano attivi ben nove birrifici. A guidare il birrificio (35 ettolitri) è stato chiamato il birraio Richard Hamilton, prelevato dal birrificio Craftworks di Dublino che operava principalmente per conto terzi, aiutato da Bill, proveniente dalla Redemption di Londra. Boyne ha suddiviso la sua produzione nelle gamme Legend (Amber Ale, Pale Ale, Lager, Saison, Oatmeal Stout e IPA),  lattine (American Pale Ale, Vienna Lager, Session IPA) e Limited Edition (Belgian Dubbel, Imperial Stout, Winter Ale).


La birra.
Strano a dirsi, il birrificio Boyne non ha un’imperial stout “base”: l’unica che produce è invece invecchiata in botti di whiskey irlandese che avevano in precedenza contenuto sherry. Una scelta quasi ovvia visto che birrificio e distilleria vivono sotto lo stesso tetto e la reperibilità di botti usate è immediata. 
Nel bicchiere è perfetta: quasi nera, schiuma a trama fine, cremosa e compatta, dalla buona persistenza. Caramello bruciato, caffè, whiskey, fruit cake, accenni di cioccolato e tostature compongono un aroma molto fine, pulito e preciso, dall’intensità discreta.  Un bell’inizio che trova conferme anche al palato, a partire da un mouthfeel leggermente viscoso che permette a questa imperial stout di scorrere senza intoppi. La bevuta è perfettamente bilanciata, priva di eccessi ma con una bella profondità. Si spazia dal dolce di caramello, fruit cake e liquirizia all’amaro del cioccolato, del caffè e del torrefatto. Ma sono i dettagli a fare la differenza e mi riferisco a quei leggeri richiami di sherry che si fanno sentire in secondo piano: ci vuole un po’ di attenzione (e di suggestione!) per coglierli, ma ci sono. L’alcool (10.8%) è gestito in maniera impeccabile e fa sentire la sua presenza solo nel lungo finale nel quale whiskey, caffè e cioccolato si fanno compagnai a vicenda. 
Devo ammettere che non avevo molte aspettative per questa imperial stout di Boyne che avevo in cantina da un anno e mezzo. Ieri era San Patrizio ed ho colto l’occasione per stappala: era l’unica stout irlandese che avevo a disposizione. Uun piccolo gioiello, una birra educata e pulita con un sapiente passaggio in botte che non la sovrasta ma le aggiunge una bellissima complessità. Non ci sono fuochi d’artificio ma semplicità, finezza e una straordinaria bevibilità. 
Formato 33 cl., alc. 10,8%, lotto B21201HCT6, scad. 21/02/2023, prezzo indicativo 5,00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 17 marzo 2020

Struise Ypres Reserva 2011


Ypres (frances), Yper (fiammingo), Ieper (olandese): questa cittadina belga nelle Fiandre Occidentali iniziò a prosperare nel dodicesimo secolo come centro per la produzione ed il commercio dei tessuti, grazie anche alla propria posizione strategica sulla strada che collegava Bruges a Lille e sul fiume Yser. I battelli lo risalivano per portare in città la lana dalla costa, dove venivano  allevate le pecore. Il suo coinvolgimento in numerose guerre (Francia, Inghilterra) e la peste nera del 1347 misero fine alla sua prosperità. 
Ypres tornò ad essere tristemente famosa nel corso della prima guerra mondiale. Nell’ottobre del 1914, nel tentativo di fermare la corsa delle truppe tedesche verso il mare,  l’esercito belga decise di inondare le campagne aprendo le chiuse marine di Nieuwpoort: Ypres divenne allora l’ultimo caposaldo dell’esercito inglese prima del fango e delle paludi e teatro di quattro devastanti battaglie. Le seconda battaglia di Ypres  (aprile-maggio 1915) divenne tristemente famosa per l’utilizzo di gas asfissianti a base di cloro: il gas mostarda, poi rinominato Iprite. Un tentativo tecnologico per sfuggire all’immobilità della trincea: il gas colpiva polmoni ed occhi causando problemi respiratori e cecità; essendo più denso dell'aria tendeva a raccogliersi sul fondo delle trincee, forzando gli occupanti ad abbandonarle. I sopravvissuti fuggirono in massa dalle trincee: anche l’esercito tedesco fu sorpreso dall’efficacia del gas e non disponeva di un numero di truppe sufficiente per sfruttare l’occasione. Il vento soffiava in favore dei tedeschi e quindi una vera e propria ritirata non sarebbe servita a molto: gli alleati decisero allora di avanzare usando come primitive maschere dei fazzoletti imbevuti di urina (l'ammoniaca in essa contenuta neutralizzava il cloro) e riuscirono a ripristinare il fronte. 
La terza battaglia di Ypres (luglio 1917) si svolse in un clima perennemente piovoso che ridusse l’intera zona ad un paesaggio lunare e spettrale; moltissimi soldati furono vittima del fango e degli elementi naturali avversi, ancor prima delle mitragliatrici e dei cannoni. L’ultima battaglia, quella che lasciò Ypres completamente distrutta, si svolse tra marzo ed aprile del 1918: le campagne circostanti ospitarono 170 cimiteri militati e ci vollero quarant’anni per ricostruirla completamente.


La birra.
Sono quindici i chilometri di strada che separano il birrificio De Struise da Ypres: alla cittadina teatro di sanguinose battaglie, la cui devastazione è raffigurata in etichetta, “gli struzzi” dedicano una FOB, acronimo che sta per Flemish Oud Bruin. La sua prima edizione (7% ABV, 2009) venne messa in vendita nel 2013 dopo due anni d’invecchiamento in botti di Borgogna e due in botti di bourbon (Wild Turkey). 
Io vi parlerò invece della Ypres Reserva 2011, commercializzata nel 2014 dopo quattro anni passati in botti ex-Bourgogne. Il suo vestito è di color ebano scuro accesso da profonde venature rosso rubino; la schiuma, cremosa e compatta, ha ottima persistenza. Al naso emergono note acetiche, di frutti rossi come ribes e marasca; c’è una bella controparte dolce che richiama l’aceto balsamico, la ciliegia sciroppata. Il bouquet si completa con accenni di vinosi, di legno e  di “cantina umida”.  Ottima e morbida la sensazione palatale: corpo medio, avvolgente, consistenza leggermente oleosa: è forse la Oud Bruin più densa (prendete questo aggettivo con le pinze) che mi sia mai capitato d’assaggiare. La bevuta parte dolce è ricca di ciliegia e frutti di bosco sciroppati, vino marsalato e aceto balsamico, mentre la controparte richiama di nuovo note acetiche, l’asprezza dei frutti rossi. Annoto anche delle suggestioni effimere di vaniglia e cioccolato, un bel carattere legnoso e una bella secchezza finale, accompagnato dal lieve amaro dei tannini.  Una birra quasi rinfrescante che sembra poi smentire sé stessa con retrogusto tiepido donato da un alcool che sino ad allora si era nascosto. 
E’ un bel percorso questa Ypres degli Struise: profondo, intenso, bilanciato: c’è inverso qualche spigolo acetico di troppo ma è un piccolo sacrificio che vale la pena fare.
Formato 33 cl., alc. 8%, IBU 20, lotto 692951132011, imbott. 09/2014, scad. 15/09/2019.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 13 marzo 2020

Oskar Blues Barrel-Aged Jefe’s Horchata

The Darkest Day, il giorno più buio: con questo evento il birrificio americano Oskar Blues  celebrava il solstizio d’inverno 2018. La festa si tenne il 21 dicembre alle taproom degli impianti di Boulder e Longmont, in Colorado,  e per l’occasione vennero rivelate al pubblico cinque nuove imperial stout invecchiate in botti ex-bourbon. Si trattava di due birre nuove e di tre varianti di Ten Fidy, l’imperial stout della casa che già ogni anno viene messa in vendita nell’edizione Barrel Aged.
Le prime due sono la Jefe’s Horchata  (con aggiunta di vaniglia e cannella) e la Santa’s Beer Breath (menta e cacao); le varianti di Ten Fidy sono invece la Chocolate Hazelnut Praline Barrel-Aged (con aggiunta di cioccolato e nocciola, per ricordare una  ganache belga), la Hot Buttered Rum Barrel-Aged (doppio passaggio in botti ex-bourbon ed ex rum) e la Salted Caramel Barrel-Aged.
Andiamo in dettaglio sulla Jefe’s Horchata Barrel-Aged Imperial Stout (12.8%), una ricetta elaborata in collaborazione con Jefe’s Tacos & Tequila,  ristornate messicano in tacos e tequila bar di di Longmont.  L’idea è quella di replicare una delle infinite varianti di Agua Fresca, un infuso analcolico realizzato  con acqua fresca e frutta, verdura, fiori, cereali o altri ingredienti che viene anche bevuto durante i pasti per aiutare il palato a contrastare il piccante della cucina messicana. Nello specifico si tratta di una variante con vaniglia e cannella che, se prodotta con riso e latte, viene chiamata El Agua de Horchata.

La birra. 
La deriva “pastry” rende oggi davvero difficile sapere cosa aspettarsi da un’imperial stout prodotta con vaniglia e cannella: i due ingredienti possono essere usati in maniera educata ed intelligente oppure smodata per cercare di emulare una sorta di dessert o, nella peggiore delle ipotesi, una merendina. In questo caso mi fido della reputazione del produttore Oskar Blues e decido di tentare la sorte. 
Nel bicchiere è nera, la schiuma è cremosa, compatta ed ha ottima ritenzione.  Se conoscete bene Ten FIdy, l’imperial stout di casa Oskar Blues, l’aroma vi risulterà piuttosto familiare: fruit cake, cioccolato, accenni di torrefatto e di legno. In questo caso s’aggiungono profumi di vaniglia, bourbon e accenni di cannella, questi ultimi molto lievi. Un bene, per chi come me non la ama troppo. Corpo medio-pieno, consistenza oleosa, qualche bollicina di troppo: il mouthfeel è gradevole, la birra è densa ma non particolarmente morbida: a voler essere pignoli si potrebbe fare di meglio. Al palato c’è grande coerenza con l’aroma: pulizia, intensità ed equilibrio non mancano. Bourbon, vaniglia, prugna disidratata e uvetta, fruit cake iniziano un percorso dolce che viene progressivamente bilanciato dall’amaro del cioccolato, da qualche richiamo di caffè. Il passaggio in botte è particolarmente evidente nella seconda parte di una bevuta che termina molto calda e avvolgente, asciugata dalla componente etilica e dai tannini. Ottima.
Chi ama le pastry resterà un po’ deluso, chi ama la birra può dormire sonni tranquilli; nella Jefe’s Horchata di Oskar Blues vaniglia e cannella sono usate con intelligenza e parsimonia ed il risultato è assolutamente gratificante. 
Formato 56,8 cl., alc. 12.8%, lotto 12/12/2018, prezzo indicativo 13-18 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 12 marzo 2020

Nix Hallerbos

Della beerfirm Nix Beer vi avevo parlato un paio di anni fa: progetto dell’instancabile birraio Nicola Grande, in arte Nix, che dopo le esperienze con Birrificio Settimo e Birrificio Etnia è sceso in campo in prima persona mettendo il proprio soprannome e il proprio volto stilizzato sulle etichette. Nix Beer ha debuttato a maggio del 2017 con cinque etichette tutte ispirate alla tradizione belga, quella con cui Grande ha già dimostrato di sapersi destreggiare con successo: Xelles (hoppy blond ale), Dangar  (Belgian Pale Ale con luppoli australiani), Malle (tripel), Witwit (imperial witbier) e Hellerbos (quadrupel). Nel 2018 sono arrivate Streek (Spéciale Belge) , Volturno (Pils), Blazzatopp (American IPA) e il Barley Wine PhilMath; nel 2019 è toccato alla Session IPA Responsabilmente, alla Double IPA Imperial Danger e all’American IPA Baby Blues. In questi giorni ha debuttato invece la Dubbel chiamata Nixieland 
Ricordo che a Pavia (via Volturno 14) potete trovare tutte o quasi queste birre al piccolo ma accogliente locale Nix Beer: ad accompagnare le bevute una cucina semplice e informale che comprende toast, pucce e pizzette, taglieri d’affettati e altri prodotti tipici pugliesi, regione d’origine di Grande. Non manca neppure l’accompagnamento musicale dal vivo e alle spine vengono anche ospitate etichette di birrifici amici. 

La birra.
Il suo nome (Hallerbos) è quello della cosiddetta Foresta Blu  che si trova ad Halle, in un’area delle Fiandre al confine con la Vallonia, ad una mezz’ora da Bruxelles: deve la sua fama alla Hyacinthoides non-scripta, una sorta di campanula che in aprile sboccia e crea un suggestivo manto di colore blu che ricopre tutto il terreno. Il bosco offre diverse possibilità di escursioni a piedi e in bicicletta (ça va sans dire, siamo in Belgio); chi non riesce ad assistere alla fioritura può comunque ammirare faggi, querce, aceri e tigli. 
La Quadrupel di Nix si veste di un color piuttosto ambrato che a voler essere romantici ricorda il legno della foresta di Halle; ad oltre due anni dall’imbottigliamento la schiuma è ancora generosa, compatta e cremosa. Al naso emergono profumi di pera e amaretto, frutta secca a guscio, uvetta, caramello, una delicata speziatura, qualche accenno di mela. Pulito, caldo, intenso: un bel preambolo ad una bevuta dolce ricca di caramello, uvetta e prugna, spunti vinosi e liquorosi, frutta secca (nocciola), suggestioni di cioccolato che si fanno più concrete in un finale amaricante nel quale c’è anche qualche nota torrefatta. Simile alla fievole luce di una candela l’alcool (11.3%)  rimane pericolosamente sottotraccia per poi culminare in una lunga chiusura liquorosa, calda ed etilica, confortante per il corpo e per lo spirito. 
Gran bella Quadrupel quella di Nix: pulita, precisa, bel lavoro del lievito, morbida e – strano a dirsi – sin troppo facile da bere. Meglio autoimporsi la giusta lentezza necessaria per assaporarla e notare i suoi cambiamenti al variare della temperatura nel bicchiere. Questa bottiglia è tecnicamente scaduta ad ottobre 2019 ma il tempo non le ha fatto nulla di male, anzi.   Ringrazio il beershop on-line Ubeer
che mi inviò qualche anno fa la bottiglia d’assaggiare; per chi volesse provare un lotto più recente ecco un utile link all’acquisto diretto.
Formato 33 cl., alc. 11.3%, lotto 10817, scad. 28/10/2019,  5,00 Euro

NOTA: Prezzi indicativi (beershop). La descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.