sabato 21 gennaio 2017

Sori Coffee Gorilla & Vaat Jailhouse Brew

Continua a crescere la scena della craft beer dell'Estonia, nazione che si è fatta conoscere in Italia grazie alle birre del birrificio Põhjala. Il database di Ratebeer include oggi oltre 60 tra microbirrifici e beerfirm, tutti aperti negli ultimi tre anni. Vediamo di conoscerne due.
Sori Brewing si trova nella periferia di Tallinn e viene fondata dai finlandesi Pyry Hurula, Heikki Uotila e Samu Heino, quest'ultimo non più in società oggi. I tre s'incontrano ad un club di appassionati di birra ed iniziano ad abbozzare l'idea di aprire un birrificio; Hurula, un lavoro nella finanza e un'attività in proprio di marketing, si occuperà della parte commerciale. Uotila (ex-marketing on-line) e Heino (microbiologo) sono i due che hanno già esperienza con l'homebrewing dai tempi dell'università e che si prenderanno cura della produzione. Invece di aprire nella nativa Finlandia, con la sua burocrazia e il suo monopolio di stato che regola la vendita degli alcolici, i tre si spostano nella vicina e più amichevole Estonia. Il nome scelto (Sori) è quello del quartiere di Tampere dove si sono conosciuti.  Mentre Heino abbandona rapidamente il progetto, Hurula e Uotila danno il via ad un crowfunding di successo che li vede nel 2014 racimolare 450.000 Euro. Le vendite rispondono positivamente e nel 2015 una seconda campagna di crowfunding porta altri 470.000 Euro necessari per una prima espansione; ad affiancare Hurula e Uotila oggi c'è un comitato consultivo formato da cinque dei maggiori investitori che hanno esperienza nella ristorazione, nella finanza e nella distribuzione alimentare. 
Una cinquantina le birre prodotte in tre anni di attività, incluso un Sahti realizzato assieme al Birrificio del Ducato.

La birra.
Coffee Gorilla è una Baltic Porter prodotta con sei diverse tipologie di malto e caffè; praticamente nera, forma una bella testa di schiuma beige cremosa e compatta, fine, dalla lunga persistenza. Pane nero, biscotto, delicate tostature, caramello ed esteri fruttati (prugna, accenni di ciliegia sciroppata) compongono un bouquet aromatica pulito e dalla discreta intensità. Purtroppo mi è capitata una bottiglia molto vicina alla data di scadenza e quindi la presenza di caffè è davvero limitata. Al palato scorre bene con poche bollicine ed un corpo medio: il gusto mostra una buona corrispondenza con l'aroma, riproponendo gli stessi elementi. Nel finale il caffè si fa sentire maggiormente, con la bevuta che si chiude in un retrogusto amaro abbastanza intenso nel quale convivono caffè, tostature e note terrose. Una Baltic Porter (7%) abbastanza pulita che riscalda delicatamente mostrando un buon livello di pulizia; le manca un po' di fragranza, peccato non averla incontrata qualche mese prima. Il livello è comunque buono e la bevuta senz'altro soddisfacente.
Formato: 33 cl., alc. 7%, IBU 45, lotto 33, scad. 19/01/2017, prezzo indicativo 3.00/4.00 Euro (beershop).


Passiamo ora a Vaat  ("botte", in estone) beerfirm nata nel 2013 a Tallinn sulla quale sono riuscito a trovare pochissime informazioni; da quanto ho capito viene fondata da quattro amici/appassionati estoni e svizzeri (Johan, Markus, Lauri ed Oliver) ed è operativa dal 2015. Le ricette vengono elaborate su di un impianto pilota da 100 litri che si trova a Tallinn, per essere poi realizzate su grande scala altrove. Al momento il birrificio si appoggia all'immancabile De Proef in Belgio e, per un paio di birre destinate al mercato locale, al microbirrificio Must Lips di Tallinn. Tre sono le etichette in produzione regolare: una imperial stout chiamata Jailhouse Brew, una hoppy Vienna chiamata Lager Than Life e la witbier Witty Nelson.

La birra.
Jailhouse Brew, una imperial stout la cui ricetta prevede cinque diverse tipologie di malto, segale, avena e luppoli inglesi. Questa bottiglia dovrebbe far parte del primo lotto prodotto nei primi mesi del 2015, mentre da quanto leggo è già disponibile una nuova versione con una ricetta leggermente modificata.
Nel bicchiere si presenta di colore nero, impenetrabile alle luce e sormontata da una generosa testa di schiuma beige, cremosa e compatta, dall'ottima persistenza. Nonostante sia prodotta dall'infallibile (o quasi) De Proef, l'aroma non sembra promettere molto di buono: quasi assente, non ci sono assolutamente tostature o altri elementi caratteristici dello stile. Si sente invece la componente etilica, accompagnata da poco gradevoli sentori di mela verde. Al palato c'è qualcosa in più ma purtroppo la scarsa pulizia non permette d'apprezzare il caramello e le delicate tostature; ritorna la mela verde, il percorso si chiude con un lieve torrefatto immerso nell'alcooi. Imperial Stout davvero deludente e con una carbonazione elevata che non aiuta a percepire i sapori: ne risulta una sorta di "agglomerato scuro", leggermente tostato che non riesce a soddisfare chi se la trova nel bicchiere.
Formato: 33 cl., alc. 9.1%, lotto B, scad. 12/2018, prezzo indicativo 4.005/5.00 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 20 gennaio 2017

Birra Muttnik: Belka, Zib & Strelka

Birra e cani, un binomio abbastanza diffuso: moltissimi i birrifici che utilizzano la parola “dog” nel loro nome o che ospitano un cane nel proprio logo. Alla lista si aggiunge in maniera meno diretta anche Muttnik, beerfirm di recente apertura (settembre 2016) con sede legale a Cernusco sul Naviglio. Muttnik, dalle parole inglesi  mutt (bastardo) e sputnik, era il nome col quale vennero chiamati dalla stampa americana una serie di cani inviati nello spazio nel corso degli anni cinquanta e sessanta dall’Unione Sovietica. 
La beerfirm fa capo a Lorenzo Beghelli, che assieme ad altri amici/soci coltiva una passione per la birra che inizia nel 2002 quando, ai tempi del liceo, iniziò ad armeggiare con pentole e serpentine; terminati gli studi universitari (biologia), nel corso dei quali si è occupato di lieviti e di altri aspetti marginalmente correlabili alla produzione di birra, l’idea di trasformare l’hobby in una professione si è fatta sempre più concreta ed è sfociata in un periodo di apprendistato al Birrificio Italiano. Purtroppo la raccolta dei finanziamenti necessari a compiere il grande passo non è andata come previsto e gli amici hanno continuato a fare la birra in casa spostandosi in un seminterrato a Pioltello con un impianto a vapore autocostruito, 8 frigoriferi e un mini laboratorio (microscopio e materiale base per terreni di coltura) procedendo al ritmo di due-tre cotte per settimana. Il business plan venne così ridotto e dal birrificio si decise di partire come beerfirm col desiderio di riuscire ad avere prima o poi impianti di proprietà. Molti “birrifici-cani” (pensate a quello scozzese) hanno costruito il loro successo con campagne di marketing aggressivo e realizzando birre sempre più estreme e inusuali: Muttnik vuole invece mantenersi all’estremo opposto, cercando di perseguire equilibrio e semplicità delle ricette; tutte le birre sono dedicate ai cani del programma spaziale sovietico.  

Le birre.
Partiamo dalla saison Belka, in russo “scoiattolo”, nome del cane che assieme alla compagna Strelka trascorse una giornata nello spazio il 19 agosto 1960 a bordo del Korabl-Sputnik-2 in compagnia di un coniglio, 42 topi, due ratti, mosche, piante e funghi. Furono le prime creature terrestri ad andare in orbita e a rientrare vive. Trasformandola in birra, Belka diventa una saison luppolata con Magnun, Saaz e Styrian Golding, quest’ultimo utilizzato anche in dry-hopping assieme al Polaris. 
Il suo colore velato si confonde tra il dorato e l’arancio, con un bel cappello di schiuma fine, compatta e cremosa, dall’ottima persistenza. Il naso è pulito e affianca ad una leggerissima speziatura (ricordi di coriandolo e chiodi di garofano) profumi floreali, di scorza d’arancia e banana; c’è anche quella piacevole nota rustica che in ogni saison non dovrebbe mai mancare. Leggera e vivacemente carbonata, in bocca scorre bene pungolando il palato con il suo carattere un po’ ruspante e ruvido, grazie all’utilizzo di una piccola percentuale di segale. La crosta di pane ed un accenno di biscotto vengono affiancati da una delicata speziatura e da un breve passaggio fruttato (arancia e un tocco di banana) che seguono con rigore l’aroma. La lieve acidità data dal frumento la rende molto dissetante e rinfrescante, mentre la chiusura è molto secca, con un amaro di moderata intensità che si muove in territorio erbaceo e terroso. Un’interpretazione sincera e abbastanza fedele di una saison belga tutta basata sul lievito che mette in mostra una buona espressività: certo, c’è qualche punta fenolica in eccesso che andrebbe limata e anche l’amaro finale gratta un pochino il palato, ma si tratta di dettagli che non pregiudicano una saison di buon livello. La bottiglia in questione è stata prodotta sugli impianti del birrificio Opera di Pavia.

Passiamo alla Pale Ale chiamata Zib, nata in sostituzione della Bolik, quella che sarebbe dovuta essere la prima pale ale di Muttnik. A causa di alcuni problemi con il fornitore di luppolo non è stato possibile produrre la Bolik e così, utilizzando Mosaic, Simcoe ed Amarillo è stata realizzata la Zib. Allo stesso modo, Bolik fu un cane che scomparve pochi giorni prima della data del suo volo, previsto per il settembre 1951: venne sostituito con un altro cane chiamato ZIB, acronimo di  Zamena Ischeznuvshemu Boliku ovvero "sostituto dello scomparso Bolik". 
Nel bicchiere si presenta di colore ramato, con riflessi oro antico ed un cappello di schiuma biancastra, cremosa e compatta. Il naso non ha lo stesso livello di pulizia della Belka: gli agrumi (cedro, limone), il biscotto e il caramello sono un po' sporcati da qualche eccesso lievitoso che rende il bouquet olfattivo meno interessante del dovuto. Il gusto segue l'aroma riproponendone in parte le imprecisioni: un lieve biscottato e caramello anticipano un intermezzo fruttato dolce, non ben definito e subito incalzato da un amaro terroso e zesty. Nel complesso c'è un'ottima intensità in una birra ai confini della soglia di sessionabilità, ma la pulizia e l'eleganza, sopratutto dell'amaro finale, sono ampiamente migliorabili. Bottiglia prodotta sugli impianti del birrificio The Wall di Venegono Inferiore (VA).

Chiudo con la Muttnik che mi ha maggiormente colpito, ovvero la saison Strelka: di fatto sorella della Belka, dalla quale differisce per una diversa e più generosa luppolatura a base di  Magnum, Styrian Golding e Citra, quest’ultimo anche in dry-hopping. Dorata, leggermente velata, anche lei sormontata da un generoso e compatto cappello di cremosa schiuma bianca che mostra un'ottima persistenza. Rispetto alla sorella Belka l'aroma sale d'intensità mantenendo lo stesso buon livello di pulizia: gli agrumi (limone, arancia, mandarino) sono affiancati da una delicata speziatura (pepe, coriandolo) e da un bel carattere rustico che richiama la paglia. Crackers e cereali, un accenno di miele sostengono una generosa luppolatura che sposta subito la bevuta in territorio fruttato: tanti agrumi (pompelmo, lime/limone) con qualche nota dolce di pesca a fare da contraltare. Bevuta agile, vivacemente carbonata, che scorre senza intoppi terminando con una buona secchezza e un finale amaro, terroso e agrumato, intenso quanto basta. Una bella saison che trova un punto d'incontro molto ben riuscito tra qualche concessione ruffiana/modaiola e un carattere rustico sincero: pulita, ben fatta, facilissima da bere, dall'elevato potere dissetante e rinfrescante. Per essere un debutto, il livello è davvero ottimo: l'estate è lontana, ma potete già iniziare a pensare a lei per le vostre necessità nei mesi più caldi dell'anno.  Bottiglia realizzata presso il birrificio Opera di Pavia. 

Nel dettaglio:
Belka: 33 cl., alc. 4.6%, IBU 30, lotto 108/16, scad. 03/01/2018, prezzo indicativo 3.50/4.00 Euro.
Zib: 33 cl., alc. 4.7%, IBU 25, lotto 11016, scad. 28/10/2017, prezzo indicativo 3.50/4.00 Euro.
Strelka, 33 cl., alc. 4.6%, IU 36, lotto 118/1, scad. 20/01/2018, prezzo indicativo 3.50/4.00 Euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 18 gennaio 2017

Beavertown Spresso 2016 Edition

Ne ha fatta di strada dal suo debutto di febbraio 2012 con un piccolo impianto (4 barili) all’interno del pub Duke's Brew and Que di Londra. Parliamo di Beavertown, creatura di Logan Plant, musicista figlio d’arte (Robert Plant, Led Zeppelin), che è rimasto folgorato dalla craft beer americana durante un soggiorno a Brooklyn e ha deciso di portarne un pezzo a Londra.  Dopo dodici mesi era  già ora di traslocare dalla poco funzionale cucina del pub ad un magazzino nella Unit 4 Stour Road, con un impianto (di seconda mano) da dieci barili, ben superiore ai quattro del precedente. Passano altri dodici mesi e Beavertown si è spostato otto chilometri più a nord, poco lontano dallo stadio che ospita le partite del Tottenham Hotspur, nel Lockwood Industrial Park; a Plant evidentemente i mezzi economici non mancano e gli investimenti non fanno paura. Gli spazi del nuovo stabilimento consentono d'iniziare un programma d'invecchiamenti in botte e di inaugurare la taproom: Nick Dwye si occupa del completo restyling delle grafiche che inaugurano la nuova produzione delle lattine, formato sul quale Beavertown ha deciso di focalizzarsi. A conquistare gli hipster ci hanno poi pensato le belle etichette, le barbe, i teschi ed  il merchandising ben confezionato dal marketing. 
Qualche giorno fa il birrificio ha anche annunciato il primo Beavertown Extravaganza, un festival previsto per settembre 2017 al Printworks di Londra al quale hanno già aderito una sessantina di birrifici da tutto il mondo. 55 sterline il prezzo del biglietto d’accesso che vi permetterà di bere tutto quello che riuscirete in sette ore di tempo nonché di frequentare convegni e seminari, portandovi anche a casa un bicchiere ricordo. Visto i nomi dei birrifici coinvolti, più che si “stravaganza” si tratterà probabilmente di delirio: a voi scegliere se partecipare e iniziare mettervi in fila davanti alle spine.

La birra.
Spresso è il nome dato da Beavertown ad una imperial stout al caffè. La birra nasce nel 2014 assieme agli americani di Prairie e la torrefazione di Londra Caravan Coffee Roasters e viene affiancata l’anno successivo da una versione barrel-aged. Ad inizio 2016 arriva una nuova edizione realizzata solamente da Beavertown e Caravan Coffee Roasters, in lattina e fusti. La ricetta prevede malti Best Pale, Golden Promise, Brown, Low Colour Chocolate, Crystal, Carafa II, avena e melassa; il Magnum è l’unico luppolo utilizzato.  Per ogni cotta di birra vengono impiegati 80 kg di caffè; la prima metà di caffè macinato viene messa in infusione nel mosto alla temperatura di 92 gradi, la seconda, a chicchi interi, viene utilizzata un mese dopo quando la birra sta fermentando a 10 gradi centifradi.
Nel bicchiere appare di color ebano scurissimo, quasi nero; la schiuma color cappuccino è cremosa e compatta ed ha un'ottima persistenza. In una birra che si chiama Spresso non si può chiedere altro che caffè e in questo senso non ci sono affatto delusioni: il punto centrale è l'espressività e l'eleganza di questo elemento e qui il livello è davvero alto. Caffè in chicchi, caffè macinato, caffè espresso; nei piccoli spazi vuoti s'intrufolano accenni di cacao in polvere, torta brownie, qualche estero fruttato che richiama i frutti di bosco. E' un'imperial stout che al palato predilige la scorrevolezza: poche bollicine, corpo medio, consistenza morbida, setosa. Un velo di caramello e di orzo tostato costituiscono la base sulla quale s'appoggia un gusto che, di nuovo, dispensa caffè in abbondanza. Coerentemente con l'aroma, anche qui pulizia ed eleganza sono inappuntabili e il caffè viene accompagnato dal cioccolato amaro e da morbide tostature: l'alcool è molto ben nascosto, regala giusto un caldo abbraccio a fine corsa col quale avvolge l'amaro del caffè. Raramente mi è capitato d'incontrare birre che utilizzano il caffè in modo così raffinato: una birra monotematica che tuttavia non stanca mai e riesce a sorprendere ad ogni sorso, rinnovandosi. Se amate le imperial stout al caffè, questa è una birra da non perdere: davvero ben riuscita, qui si viaggia in prima classe.
Formato 33 cl., alc. 9.5%, IBU 30, lotto 1029, scad. 03/11/2021, prezzo indicativo 5.00/6.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 17 gennaio 2017

Karl Strauss Wreck Alley Imperial Stout (2014)

Karl Strauss Brewing Company, ovvero uno dei pionieri di un movimento che in una ventina d’anni ha reso San Diego una delle capitali mondiali della craft beer. L’avevo già incontrato in California nel 2012: lo fondarono Chris Cramer e Matt Rattner, che dopo il college rimasero affascinati dalla visita di un brewpub durante un viaggio in Australia. 
Di ritorno a San Diego, Cramer si ricordò di avere un cugino che lavorava come birraio: era Karl Strauss, classe 1912 e diplomato a Weihenstephan ma costretto ad emigrare negli Stati Uniti nel 1939, anno in cui iniziò a lavorare sulla linea d’imbottigliamento alla  Pabst Brewing Company di Milwaukee, Wisconsin. Nel 1960 Strauss venne nominato vice presidente degli stabilimenti produttivi, ruolo che manterrà sino al pensionamento avvenuto nel 1983; tre anni dopo si spostò al caldo di San Diego per aiutare il cugino Chris ad aprire un brewpub al quale acconsente di dare il proprio nome. Dal 1989 al 2006, anno della sua morte, vi resterà a lavorare nel ruolo di birraio. 
L’apertura della Karl Strauss Brewing Company è un evento storico per San Diego: al proibizionismo, terminato nel 1933, non era sopravvissuto nessun birrificio da cinquant'anni non veniva prodotta birra. Dal 2 febbraio 1986, giorno dell'inaugurazione ad oggi, Karl Strauss ha vissuto una lenta ma constante crescita che ha visto l’inaugurazione di una nuova e più ampia sede nel 1996 e la successiva nascita di numerose succursali in tutta la California. Supervisionati dai birrai  Paul Segura e Matt Johnson, oltre alle location della conta di San Diego (Downtown, La Jolla, Sorrento Mesa, Carlsbad e 45 Ranch) sono operativi i brewpub di Temecula, Anaheim, Costa Mesa e le due filiali di Los Angeles: Downtown e Universal CityWalk, quest'ultima un’interessante opzione se andate a visitare gli Universal Studios.

La birra.
Nel 2012 Karl Strauss inaugura una serie di “Big Beers” dall’elevato contenuto alcolico e disponibili inizialmente solo nel formato “bomber” da 65 centilitri; tra queste appare anche una muscolosa imperial stout chiamata Wreck Alley. Il nome fa riferimento a quel tratto di mare, a poche miglia da Mission Beach (San Diego) nel quale sono state fatte affondare sei imbarcazioni in modo da creare una sorta di scogliera artificiale ed un suggestivo luogo per le immersioni subacquee all’interno di enormi scafi;  i relitti sono anche divenuti la casa di diverse specie marine come pesci, anemoni, molluschi e crostacei. 
La ricetta prevede malti  e 2 Row, Chocolate, Caramel 80, Black e fiocchi d’orzo, mentre i luppoli utilizzati sono Bravo e Willamette;  in aggiunta vengono utilizzati granella di face di cacao e chicchi di caffè etiope provenienti dalla Bird Rock Coffee Roasters di La Jolla. Difficile risalire alla data di nascita di questa bottiglia, ma una stampigliatura al laser sul fondo oltre ad una serie di numeri e lettere riporta anche la cifra 2014. 
Si presenta nera o quasi, mentre la cremosa schiuma che si forma non è particolarmente generosa e collassa nel bicchiere abbastanza rapidamente. Purtroppo l’aroma non il biglietto da visita che vorresti ricevere da una muscolosa imperial stout  (9.5% ABV): intensità davvero a livelli minimi, lieve orzo tostato, carne, qualche estero fruttato. Le cose vanno un po' meglio in bocca, ma non si fanno salti di gioia: un delicato tostato di pane e orzo, caramello bruciato, qualche accenno di cioccolato e liquirizia. La bevuta continua in linea retta, quasi piatta, senza sussulti o accelerazioni, arrivando quasi a spegnersi leggermente in un finale debole nel quale al posto del caffè e di intense tostature convivono un po' di orzo tostato e un lieve alcool warming. Il corpo è medio e per il mio gusto troppo leggero per una birra di questa gradazione alcolica che scorre benissimo senza concedere carezze o morbidezza. Imperial Stout bilanciata che non eccelle per intensità, pulizia o eleganza: indubbiamente i due anni di vita non aiutano a percepire i due ingredienti aggiunti (cacao e caffè), rapidi a svanire. Ma anche con le attenuanti del caso quel che resta è, benché bevibile, piuttosto deludente. 
Formato: 65 cl., alc. 9.5%, IBU 45, lotto 321 G 0853 2014, prezzo indicativo 13.00/15.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 16 gennaio 2017

Eastside Brewing: Soul Kiss & Sweet Earth

Torniamo ad accogliere sul blog Eastside Brewing, birrificio laziale (Latina)  fondato nel 2013 da Luciano Landolfi, Tommaso Marchionne, Alessio Maurizi, Cristiano Lucarini e Fabio Muzio. La loro storia ve l’avevo raccontata dettagliatamente in quell’occasione; il birraio è Luciano il quale riesce ancora a coniugare gli impegni in birrificio con il suo lavoro quotidiano altrove: nel concreto questo “stakanovismo” si traduce nel recarsi in birrificio alla sera e ogni weekend. 
Dopo  Sunny Side e Sera Nera passiamo oggi in rassegna altre due birre disponibili tutto l’anno: si tratta dell’American Pale Ale Soul Kiss, la birra con la quale Eastside debuttò nel 2013 e l’(American) Brown Ale Sweet Earth. Entrambe disponibili oltre che in fusto anche nel formato 33 e 75 centilitri accompagnate dalle belle etichette realizzate da  Roberto Terrinoni, ognuna delle quali racconta una breve storia per immagini collegata alla birra, al territorio o alle passioni dei soci del birrificio.  Prima di stappare, un ringraziamento al birrificio che mi ha inviato queste birre da assaggiare.

Le birre.
Partiamo quindi dalla Soul Kiss, classica American Pale Ale che vede come protagonista il Cascade, ovvero il luppolo che ha caratterizzato l’inizio della Craft Beer Revolution americana; qui viene affiancato dal più moderno Citra, luppolo sviluppato nel 2007  e diventato in pochi anni molto popolare. L’etichetta rappresenta il bacio o, se preferite, l'unione tra il cielo e la terra che colorano il volto dei due amanti.  
Il suo colore è ramato, con riflessi dorati ed una lieve velatura: bianca, cremosa e compatta, la schiuma ha un’ottima persistenza. L’aroma è un omaggio al Cascade e ai suoi inconfondibili profumi del pompelmo e floreali: qui vengono affiancati in secondo piano da quelli di frutta tropicale (mango, ananas) e di aghi di pino/resina, in un contesto pulito ed elegante, dalla buona intensità.  Il percorso continua  al palato senza deviazioni: la base maltata, biscotto e lieve caramello, non è invadente e consente ai luppoli di esprimersi senza impedimenti. Il pompelmo è sempre sugli scudi, poi qualche intermezzo di frutta tropicale prima di un bel finale amaro nel quale domina la resina, con un’intensità che punge senza eccedere in estremismi.  La bottiglia in questione, nata lo scorso novembre, mostra ancora un ottimo livello di freschezza che consente d’apprezzare la pulizia e l’eleganza di un’American Pale Ale facile da bere e sempre bilanciata, anche nel retrogusto, dove l’amaro della resina viene ingentilito da accenni dolci che richiamano caramello e frutta tropicale. Un’interpretazione classica dello stile lontana da ruffianerie contemporanee e spremute di frutta: gradevole e morbida al palato, carbonazione medio-bassa, una birra che non stanca e che ti può accompagnare per tutta la serata pinta dopo pinta.

Passiamo all’American Brown Ale chiamata Sweet Earth, la cui etichetta parla di un frammento di storia del territorio, quello che riguarda la bonifica delle paludi dell'Agro Pontino; si dice infatti che i contadini, dopo aver ricevuto gli appezzamenti di terra, avessero l’abitudine di “assaggiarla” per valutarne la qualità. Ecco la “dolce terra”, protagonista di una birra che ha il suo stesso colore e che vede anche l’utilizzo di una piccola percentuale di malto torbato, altro elemento collegato alla terra. L’unico luppolo utilizzato in questa ricetta è il Summit. 
Il suo colore "terroso" è impreziosito da riflessi ambrati e rossastri e sormontato da una cremosa e compatta testa di schiuma. Al naso un bouquet molto interessante nel quale trovano spazio profumi di pane nero e biscotto, le delicate tostature del pane e, in secondo piano, gli esteri fruttati (mirtillo); man mano che la birra s’avvicina alla temperatura ambiente emergono accenni di caffè e un lievissimo affumicato. La sensazione palatale è ottima, in un compromesso molto ben riuscito tra scorrevolezza e morbidezza: poche le bollicine. Caramello, biscotto e pane leggermente tostato caratterizzano una bevuta facile che tuttavia nasconde una bella complessità fatta di suggestioni di caffè e cioccolato, un filo di fumo. Chiude con una buona secchezza e un amaro elegante, di un'intensità adeguata a non saturare mai il palato, nel quale s'incontrano note resinose, terrose ed una leggera tostatura.  Brown Ale davvero ben fatta e molto pulita, probabilmente la produzione Eastside che maggiormente mi ha colpito tra quelle bevute sino ad ora; una grande facilità di bevuta s'abbina ad una notevole intensità in una birra davvero molto riuscita. Lo stile non è molto frequentato dai birrai italiani ed è un vero peccato, soprattutto quando nascono interpretazioni molto convincenti come quella di Eastside.
Nel dettaglio:
Soul Kiss, formato 75 cl., alc. 5.5%, lotto 5016, scad. 11/2017, prezzo indicativo 10,00 Euro
Sweet Earth, formato 75 cl., alc. 6%, loyal 4016, scad. 10/2017, prezzo indicativo 10,00 Euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 15 gennaio 2017

Brewski Conan DIPA

Torniamo a parlare di Brewski, birrificio svedese che avevamo incontrato a fine 2016 con una buona imperial stout e, in febbraio, con una APA ed una IPA alla frutta. Lo fondano nell'ottobre 2014 ad Helsingborg, nei locali di un ex-macello, Marcus Hjalmarsson, Johan Britzén, Alfred Olsson e Robin Skoglund; dei quattro è Marcus il birraio, anche lui folgorato dalla craft beer revolution statunitense durante una vacanza nel 2010.  
Ritornato in Svezia Marcus inizia a frequentare i festival europei assieme ad alcuni amici; l'incontro con alcuni birrai al Borefts Festival 2013 organizzato da De Molen in Olanda è la molla che fa scattare in lui la voglia di provare a fare la birra. A casa, su di un impianto da 30 litri, i quattro futuri Brewski iniziano a mettere a punto le proprie ricette; nel ottobre 2013 Marcus liquida la propria attività e porta un impiantino presso la Höganäs Bryggeri dove inizia anche una sorta di praticantato, lavorando in parallelo alle proprie ricette.  E' in quel periodo che nasce la beerfirm High Nose Brew le cui prime produzioni debuttano prima al compleanno del bar Mikkeller & Friends (marzo 2014) e poi compaiono sia alla Copenhagen Beer Celebration che al Öl & Whiskymässa di Göteborg. I riscontri positivi ottenuti dal pubblico li convincono a fare il grande passo con un investimento da cinque milioni di corone (530.000 Euro circa) che permette la nascita del birrificio Brewski, nome credo ispirato dall'omonimo slang canadese che significa "birra".  
La specialità di Brewski sono le birre alla frutta, sopratutto IPA e APA, nate dal desiderio di Marcus di replicare le birre californiane che tanto amava ma che non riusciva a riprodurre a causa della modesta qualità dei luppoli a sua disposizione. Ammetto di non essere un gran estimatore di queste Fruit IPA che si stanno invece diffondendo sempre di più; preferisco vedere che cosa riesce a fare il birrificio svedese utilizzando semplicemente acqua, lievito, malti e luppoli.

La birra.
Conan, dedicata all'omonimo personaggio letterario, è la prima Double IPA realizzata da Brewski senza aggiungere frutta come era invece accaduto per la Mango DIPA, la Mangofever DIPA e la Papayafeber IPA. Viene annunciata ad inizio dicembre assieme alla IPA Barbarian e alla Mango Hallon Feber Session IPA: il primo lotto è stranamente destinato ai mercati esteri e, in fusto, ai bar svedesi. Le bottiglie arriveranno al Systembolaget, il monopolio svedese dove si può acquistare la birra per il consumo casalingo, solamente a partire da febbraio.
Lievemente velata e perfettamente dorata, forma un bel cappello di schiuma bianca, cremosa e compatta, dall'ottima persistenza. L'aroma riflette la freschezza di una bottiglia che ha poco più di un mese di vita: pompelmo, cedro, limone e mandarino sugli scudi, mentre in sottofondo si scorge qualche note dank e di frutta ananas. Pulizia ed eleganza ci sono, impossibile non aver voglia di portare subito il bicchiere alla bocca: corpo medio, carbonazione contenuta e una sensazione palatale morbida danno il benvenuto. Si tratta di una Double/Imperial Ipa con una base maltata (pane e miele) per nulla invadente che lascia il palcoscenico al luppolo: fotocopia dell'aroma, il gusto ripropone tanti agrumi con frutta tropicale (mango e ananas) nel ruolo di sparring partner. La chiusura è secca, ben attenuata, con un finale amaro di media intensità nel quale convivono pompelmo e vegetali/resinose riscaldate da una morbido tepore etilico. Double IPA ricca di frutta e succosa, bilanciata, molto pulita, facile da bere: a dispetto del nome barbaro, questa è una birra che mantiene sempre una certa eleganza senza estremismi, cafonerie o ruffianerie. Senza dubbio la miglior Brewski assaggiata sino ad ora: livello molto alto, da comprare senza indugi.
Formato: 33 cl., alc. 8%, lotto B2 Excelsior, scad. 23/11/2017, prezzo indicativo 5.00 Euro (beershop, Italia)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 13 gennaio 2017

MC77 Punto Session IPA

Con un po’ di colpevole ritardo diamo il benvenuto sul blog anche al birrificio marchigiano MC77 che sino ad ora non avevo mai incontrato sulla mia strada.  La coppia Cecilia Scisciani e Matteo Pomposini sono alla guida di una realtà che nasce come beerfirm nel 2012  per poi passare allo status di birrificio nel febbraio 2013, in provincia di Macerata. La loro avventura nel mondo della birra è iniziata da semplici bevitori in quel di Roma, dove entrambi si erano trasferiti per seguire i propri impegni universitari: galeotto fu l’incontro con il brewpub di Turbacci nel 2003 e una lezione universitaria sulla biochimica nella produzione della birra tenuta da un homebrewer chiamato Leonardo di Vincenzo alla quale Cecilia ebbe il piacere di assistere. 
Le prime produzioni casalinghe si svolsero nella casa di montagna della famiglia di Matteo, al confine tra Umbria e Marche, su quella Strada Statale 77 che ispirerà poi il nome del birrificio: dopo anni di homebrewing e di frequentazioni dei principali locali di Roma i due decidono che è il momento di fare sul serio. Si parte in maniera cautelativa come beerfirm ma dopo neppure sei mesi, terminati i rispettivi dottorati di ricerca universitari, Matteo e Cecilia inaugurano gli impianti di Caccamo di Serrapetrona (MC). Il debutto avviene con tre birre:  San Lorenzo (una blanche dedicata all'omonimo quartiere romano),  Ape Regina  (Blond Ale al miele d’acacia) e l’American Pale Ale Bastogne. In rapida successione si aggiungono altre birre come la Breaking Hops (Double IPA), la Mild the Gap (Mild) e la Fleur Sofronia (blanche aromatizzata ai fiori di ibisco); il percorso di crescita continua con  le prime medaglie racimolate a Birra dell'Anno 2014 e culmina con il meritato riconoscimento di “Birrificio Emergente” alla scorsa edizione (2015) di Birra dell’Anno.
Prima di passare alla birra devo inevitabilmente ricordare i drammatici eventi che hanno flagellato lo scorso ottobre la zona in cui si trova il birrificio MC77; a causa delle ultime scosse di terremoto l'edificio sede del birrificio è stato seriamente danneggiato e purtroppo si è reso necessario smontare gli impianti per  trasferirli altrove. La solidarietà di distributori e rivenditori è riuscita ad assorbire rapidamente tutte le scorte presenti in magazzino, ma attualmente la produzione di birra non è ancora ripartita: ciò dovrebbe avvenire a febbraio 2017, burocrazia permettendo. In bocca al lupo da parte mia. 

La birra.
Debutta con l'arrivo dell'estate 2013 la Session IPA chiamata Punto, in onore dell'automobile con la quale Matteo e Cecilia hanno percorso innumerevoli chilometri sulla Strada Statale 77. Se non erro la luppolatura dovrebbe essere a base di Sorachi Ace, Mosaic e Simcoe.
Si presenta di colore dorato velato e forma una piccola testa di schiuma bianca, abbastanza compatta e cremosa, dalla discreta persistenza. Quasi impossibile risalire alla data di produzione di questa bottiglia; l'aroma non è certamente un'esplosione di profumi ma è caratterizzato da  pulizia ed eleganza: dominano gli agrumi, in particolare pompelmo e mandarino, con qualche nota più dolce di polpa d'arancia a bilanciare l'asprezza della scorza. Ad una session beer dalla gradazione alcolica contenuta (3.9%) non devi chiedere altro che un'enorme facilità di bevuta e la Punto non fallisce, abbinando a questa caratteristica un'intensità di sapori di tutto rispetto. La base maltata (crackers) è ovviamente leggerissima e il gusto continua subito il percorso indicato dall'aroma: agrumi, tanti agrumi (pompelmo, limone/lime, cedro sono i primi che si fanno notare) con solamente un accenno dolce di frutta tropicale e polpa d'arancia a fare da contrappeso. La bevuta termina con un finale molto secco e delicatamente amaro nel quale le note zesty sono affiancate in sottofondo da quelle erbacee. Davvero sorprendente la facilità con la quale la Punto di MC77 evapora dal bicchiere con un elevatissimo potere dissetante e rinfrescante. Assolutamente insufficiente il formato trentatré centilitri di una Session IPA che andrebbe bevuta ad oltranza: molto pulita, elegante, ruffiana quanto basta. Riuscitissima interpretazione dei due concetti che il birrificio indica come la propria filosofia: facilità di bevuta (e ribevuta), forte caratterizzazione degli ingredienti utilizzati, in questo caso i luppoli. Cercate una birra (non solo per) l'estate? Eccola qua. 
Formato: 33 cl., alc. 3.9%, lotto 6916, scad, 04/2017, prezzo indicativo 4.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 12 gennaio 2017

Great Divide: Titan IPA & Yeti Imperial Stout

Sul ritorno in Europa di Great Divide avevo già accennato qualche settimana fa in occasione della birra stagionale Hibernation Ale, disponibile nei mesi più freddi dell'anno.  
Titan IPA, Yeti Imperial Stout, Hercules Double IPA e Denver Pale Ale  sono le flagship beer del birrificio del Colorado che occupano la maggior parte della capacità produttiva; tutte, ad eccezione della Denver Pale Ale, sono ricomparse in Italia dopo un’assenza di circa 6-7. "Festeggiamone" il ritorno con un doppio appuntamento: la Titan IPA, ospitata sul blog a settembre del 2010, viene prodotta dal 2004 ovvero quando il birrificio festeggiò il suo decimo compleanno lanciando due birre "speciali", a loro modo estreme rispetto a quanto aveva fatto sino a quel punto. Sono la Maverick Imperial Stout e la Maverick IPA, un marchio che dopo qualche anno Brian Dunn, fondatore di Great Divide, si vide costretto a cambiare in seguito alle proteste di un birrificio californiano che utilizzava già il nome Mavericks. La Maverick IPA fu rinominata Titan IPA con una ricetta che, sebbene mai rivelata ufficialmente, dovrebbe comprendere malti American 2-row e Crystal, luppoli Simcoe e Amarillo per amaro ed aroma e Columbus in dry-hopping.

Le birre.
Dal 2010 ad oggi i gusti sono cambiati ed anche il mio palato è inevitabilmente cambiato: guardavo quindi con interesse a questo confronto dilazionato nel tempo grazie ad una bottiglia di Titan in vita da due mesi, un periodo accettabile per una birra che ha attraversato l'oceano in mesi lontani dai picchi di calore. La verità è che questa Titan si è rivelata molto stanca e invecchiata precocemente. A partire dall'aroma, dimesso e dall'intensità davvero debole: pino e resina, un vago ricordo d'agrumi in sottofondo ma è davvero difficile tirare fuori qualcosa dal bicchiere. Al palato le cose vanno un pochino meglio ma di freschezza, anche se sono passati "solo" due mesi, non si può proprio parlare. Biscotto e caramello sono la base portante di una generosa luppolatura che prova ancora a mordere con le sue note resinose e vegetali, ma quegli agrumi che il birrificio cita le note di etichetta sono un remoto ricordo. Di quella che anni fa  era una IPA potente e muscolosa (e non è che allora le birre attraversassero l'oceano in una settimana, anzi...) è ritornata in Italia una sorella debole e fiacca che si beve - ci mancherebbe altro - ma che regala tanta noia e ben poche soddisfazioni. Avesse sei mesi sulle spalle potrei darle qualche attenuante, ma a due mesi e mezzo dall'imbottigliamento il suo stato è davvero già preoccupante. E non si tratta di cercare il fruttato della West Coast o il moderno "juicy" del New England in questa IPA: anche una robusta e maltata IPA del Midwest può essere una gran bella bevuta. Purtroppo questa non lo è: che sia  una bottiglia sfortunata o che Great Divide abbia sacrificato la qualità a scapito della quantità il risultato è purtroppo deludente.

Spostiamoci in territorio scuro con un'altra delle flagship beer del birrificio del Colorado: Yeti Imperial Stout, nata anche lei nel 2004 in occasione del decimo compleanno di Great Divide e inizialmente chiamata Maverick Imperial Stout. I problemi di copyright già descritti in precedenza le hanno probabilmente fatto un grosso favore ispirando Brian Dunn a chiamare in causa il leggendario Yeti, l'abominevole uomo delle nevi. E' nato così un brand molto proficuo che include la sorella minore Velvet Yeti (5% ABV, nitro) e quella prodotta con avena (Oatmeal Yeti) disponibile tra luglio e settembre. Le versioni barricate sono la Chocolate Oak Aged Yeti (gennaio-marzo), la Espresso Oak Aged Yeti (aprile-giugno) e la Oak Aged Yeti (ottobre-dicembre).
Imbottigliata lo scorso settembre, si presenta splendida e maestosa nel bicchiere: nera, impenetrabile alla luce, forma un cremoso e compatto cappello di schiuma color cappuccino che ha una lunga persistenza. Al naso caffè, tostature e cioccolato al latte sono accompagnate dall'alcool e da accenni di fumo/tabacco: il bouquet aromatico non brilla per intensità ed eleganza, ma è comunque di buon livello. Il livello sale rapidamente in bocca con una esplosione di sapori, forti, duri, spiccatamente amari; il dolce del caramello passa quasi inosservato e la bevuta dispensa subito intense note tostate, torrefatte e di caffè. Come se non bastasse c'è una generosissima luppolatura che ancora morde e che rincara ulteriormente la dose aggiungendo pungenti note di resina capaci di pungolare e ripulire il palato al tempo stesso, rinfrescandolo con suggestioni che richiamano l'anice. L'alcool (9.5%) non cerca di nascondersi e riscalda ogni sorso di una bevuta che procede abbastanza lenta: il mouthfeel è invece sorprendentemente morbido, facendo sì che la birra attraversi il palato con poche bollicine ed una consistenza morbida, quasi setosa. Nel finale, lunghissimo, continua la scia amara ricca di tostature, caffè e cioccolato inzuppati nell'alcool e avvolti da un filo di fumo. Una birra potentissima che avanza lenta ma implacabile come un rullo compressore: se vi piacciono le imperial stout dure che picchiano forte con l'amaro, questa è per voi. Se invece preferite quelle più dolci/dessert o per lo meno equilibrate, non è probabilmente la birra che dovreste cercare.
Nel dettaglio:
Titan IPA, alc. 7% ABV, IBU 65, imbott. 14/10/2016, prezzo indicativo 4.50/5.00 Euro (beershop)
Yeti Imperial Stout, alc. 9.5%, IBU 75, imbott. 29/09/2016, prezzo indicativo 5.00/6.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 11 gennaio 2017

Tempest Red Eye Flight Mocha Porter

Ritorna sul blog il birrificio scozzese Tempest che avevamo incontrato lo scorso anno con una buona Amber Ale. Viene fondato nel 2010 dallo scozzese Gavin Meiklejohn e dalla moglie neozelandese Annika a Kelso, Scozia, poche miglia dal confine sud-orientale con l’Inghilterra. I due si erano conosciuti alla fine degli anni ’90 in Canada dove Gavin stava lavorando come cuoco in quella che oggi è chiamata Whistler Brewing Company; è l'incontro con la craft beer revolution statunitense a spingerlo verso l’homebrewing nel periodo in cui si trasferisce in Nuova Zelanda assieme alla futura moglie per continuare il suo percorso di chef. A Sidney frequenta anche un corso professionale per la produzione della birra e poi la coppia rientra in Scozia per aprire a Kelso il gastropub The Cobbles: nei momenti di pausa dalla cucina, Gavin continua con l’homebrewing sotto la  spinta dalle richieste sempre più pressanti dei clienti che desideravano bere una birra locale.  
Ad aprile 2010, nei locali un tempo occupati da un caseificio, fonda la Tempest Brewing Company che dispone di un impianto da 800 litri in parte costruito recuperando attrezzature usate proprio dall’industria casearia. Ad aiutarlo arriva come business manager Allan Rice, uno scozzese con esperienza alla Stewart Brewing di Edimburgo e – come Gavin -  in Canada e Nuova Zelanda; dopo un primo upgrade ad un impianto da 16 hl, per soddisfare la crescente domanda si è reso necessario nel 2015 il trasferimento nella nuova sede al Tweedbank Industrial Estate di Galashiels, ad una ventina di chilometri da Kelso, dove ha trovato posto il nuovo impianto da 30 hl al quale ha anche fatto seguito il completo restyling di tutte le etichette. 

La birra.
Red Eye Flight è una robusta (7.4%) porter  prodotta con caffè brasiliano proveniente dalla Fazenda Pantano e tostato dalla Steampunk Coffee Roasters di North Berwick. Il termine "red eye flight" viene usato in inglese per indicare quei voli aerei che partono la sera tardi, verso mezzanotte, ed arrivano a destino all’alba con una durata di solito inferiore alle sei ore, quelle che consentirebbero un normale periodo di sonno/riposo;  gli “occhi rossi” sono appunto quelli causati ai passeggeri dalla stanchezza derivante da questi viaggi notturni.
La ricetta prevede fiocchi d’avena, malto Golden Promise ed un mix non specificato di altri sette malti scuri, chicchi di caffè, polvere di cacao e luppolo Columbus. All'aspetto è praticamente nera e forma un bel cappello di schiuma color cappuccino cremosa e compatta, dalla buona persistenza. Al naso, con discreta intensità ma con pulizia ed eleganza si fanno subito notare i profumi del caffè, sia in chicchi che in forma liquida/espresso; il corollario comprende lievi esteri fruttati (mirtillo), accenni di cuoio/pelle e di tabacco. Il caffè è protagonista anche in bocca, sostenuto da un'impalcatura che prevede il dolce del caramello e della  liquirizia a supporto delle abbondanti tostature; una bevuta nera di colore e nera di fatto, stemperata da una gradevole acidità. L'alcool si fa sentire solamente nel finale andando a rinforzare un retrogusto lungo e ricco di caffè, tostature e qualche accenno di cioccolato amaro. 
L'eleganza del gusto è senz'altro migliorabile ma questa Red Eye Flight è una porter semplice e monotematica che soddisfa gli amanti del caffè: intensa ma facile da bere, scorre senza intoppi scomparendo dal bicchiere prima del previsto. Buona per risvegliarsi, per la colazione o anche per concludere la serata in tutta tranquillità.
Formato: 33 cl., alc. 7.5%, IBU 50, lotto 000228, scad. 04/04/2017, prezzo indicartivo 3.50/4.50 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 10 gennaio 2017

Hammer Workpiece - Imperial Dark Ale

Ritorna sul blog un altro dei protagonisti in positivo dell’anno che ci ha appena salutato ovvero il birrificio Hammer - Italian Craft Beer di Villa d'Adda (BG) di proprietà della famiglia Brigati, titolare di un mollificio: è Fausto il membro della famiglia ad essere stato contagiato dalla passione per la buona birra e ad aver coinvolto nella costruzione di un birrificio anche il fratello Roberto ed il padre Angelo. 
In una superficie di 1300 metri quadrati, viene installato un impianto automatizzato da 20 hl. con sala cottura Flex-Bräu (EasyBrau), cinque fermentatori con serbatoi da 2500 litri ed una linea d'imbottigliamento a pressione isobarica. La scelta del birraio è caduta su Marco Valeriani, classe 1981, molto conosciuto tra i birrofili italiani per la sua precedente esperienza presso il Birrificio Menaresta ove ha realizzato alcune delle più interessanti IPA italiane (Verguenza e Due di Picche, ad esempio). 
Workpiece è il nome dato da Hammer ad una serie di birre occasionali/sperimentali che vengono prodotte di tanto in tanto. Workpiece in inglese è il pezzo grezzo da lavorare sul quale si abbatte il martello (Hammer) del fabbro o gli attrezzi del centro di lavoro che danno poi origine al pezzo finito. In quest’ottica sono state realizzate sino ad ora un’Imperial IPA, un’American Wheat , una Keller Pils,  una Session IPA e una Pacific IPA entrate poi in produzione regolare con il nuovo nome di Koral
L’ultima arrivata nella serie Workpiece è la Imperial Dark Ale, disponibile dallo scorso 28 ottobre 2016: secondo quanto dichiara il birrificio la birra è stata creata appositamente prima della realizzazione della imperial stout Daarbulah per verificare la capacità della sala cottura a reggere quantità enormi di malto. Potete chiamarla Imperial/Double Black IPA o Imperial Dark Ale, 8.7% ABV: la ricetta vede una “enorme quantità di malti scuri”, zucchero di canna ed un’abbondante luppolatura di Azacca, Citra, Simcoe e Amarillo.

La birra.
Poco più di due mesi di vita per una birra che colora il bicchiere di marrone scurissimo, quasi nero: la schiuma beige è cremosa e compatta e ha un’ottima persistenza. Pompelmo, qualche accenno tropicale di ananas e mango, aghi di pino e un lieve terroso formano un bouquet aromatico fresco e pulito, anche se non  tra i più intriganti che mi sia capitato di annusare.  L’abbondante luppolatura viene sostenuta al palato da leggerissime tostature e da un tocco caramellato: dopo un veloce passaggio di frutta tropicale che richiama l’aroma, la bevuta prende la strada dell’amaro e non l’abbandona più. Resina pungente, note terrose e di pompelmo completano un finale amaro molto intenso e potenziato da un discreto alcool warming, sino ad allora molto ben nascosto. La sensazione palatale, molto morbida e quasi delicata, è in sorprendente contrasto con l’intensità dell’amaro: ne risulta un mouthfeel gradevolissimo, con poche bollicine e una bella chiusura secca. 
Imperial Dark Ale o nella sostanza una birra che soddisfa chi ha voglia d’amaro: si punta dritto al sodo senza divagazioni, ornamenti o orpelli: ci sono pochi elementi in gioco ma molto ben disposti, con gli elevati standard di precisione e pulizia che contraddistinguono la produzione Hammer. 
Formato:  33 cl., alc. 8.7%, lotto 2608 del 10/2016, scad. 30/04/2017, prezzo indicativo 5.00/6.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.