giovedì 22 settembre 2016

Hilltop Gallagher Stout

Debutta oggi sul blog il birrificio Hilltop con sede a Bassano Romano (Viterbo),  a pochi chilometri dal lago di Bracciano; il suo impianto s'accende nell'agosto 2014 ma in precedenza, nell'attesa della messa in funzione, le birre erano stato prodotte per un breve periodo presso impianti terzi.
Il birrificio è gestito interamente dalla famiglia irlandese/inglese Gallagher-Deeks, residente in Italia da trent'anni: i genitori  Barry  ed Eithne si occupano della parte gestionale ed amministrativa lasciando libero in sala cottura il figlio Conor, la cui formazione passa dall'homebrewing al diploma all'Institute of Brewing & Distilling per terminare con un praticantato di quasi tre anni presso Birra del Borgo. Alle operazioni (grafica e critica, dicono) partecipano anche le sorelle Tess ed Aisling.
E' su di un impianto da sei barili proveniente da Manchester che ha preso vita la Barry's Bitter, birra dell'esordio che viene realizzata con malti e luppoli inglesi; la seguono la American IPA chiamata Hop Hill, la Belgian Strong Ale ZenZero e la Golden Ale Bella Blonde. Considerate le radici irlandesi non poteva ovviamente mancare una (dry) stout: debutta a dicembre 2014 la Gallagher Stout, con un doppio vernissage in contemporanea al Pork'n'Roll di Roma e al Pigs Ear Beer and Cider Festival di Londra. All'ultima edizione di Birra dell'Anno la stout ottiene la medaglia d'argento nella propria categoria, posizionandosi dietro alla Blackdoll del birrificio Mostodolce.

La birra.
Si potrebbe quasi dire ricetta classica, non fosse per l'utilizzo di alghe affumicate irlandesi; l'etichetta non è certamente la massima espressione della grafica, ma quello che conta è la sostanza e in questo la Gallagher Stout non delude.  Nera, cremoso cappello di schiuma nocciola compatta e dalla buona persistenza: si presenta bene e continua in modo positivo il suo percorso con un aroma pulito nel quale convivono caffè e tostature, liquirizia e caramello bruciato, una delicata affumicatura. Al palato si punta alla scorrevolezza senza scivoloni in territori troppo watery: poche bollicine, corpo medio e un gusto che segue fedelmente l'aroma riproponendo caramello, caffè ed orzo tostato. C'è una delicata presenza di esteri fruttati (accenni di prugna, mirtillo) e un bel finale nel quale acidità dei malti scuri e secchezza lasciano il palato pulito: il retrogusto s'arricchisce di una nota di cioccolato e una delicata affumicatura. In una nazione che con quasi 1000 birrifici/beerfirm/brewpub non offre un numero particolarmente elevato di stout degne di essere ricordate, la proposta di Hilltop si distingue per pulizia, equilibrio e facilità di bevuta che non compromette affatto l'intensità: facile non significa semplice e nel bicchiere c'è invero una discreta complessità a rendere la bevuta interessante  e pienamente soddisfacente.
Formato: 33 cl., alc. 5.5%, IBU 40, lotto 16008, scad. 03/2017, prezzo indicativo 4.00

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 20 settembre 2016

Oud Beersel Bersalis Tripel

Bersalis Tripel, ovvero una birra che va oltre le sue semplici caratteristiche organolettiche ed una bevuta densa di significati. La storia ve l'avevo giù raccontata in questa occasione: si parte dal 1882, anno in cui Henri Vandervelden apre un birrificio nel paese di Beersel, alle porte di Brussels, e si finisce nel 2002 quando Danny Draps, pronipote del fondatore, decide di sospendere un'attività ormai poco redditizia e che necessitava di grossi investimenti per poter continuare. 
Mentre il mondo del lambic non si capacita per la scomparsa di un altro degli storici produttori, un appassionato decide di darsi da fare. Gert Christians non può credere che presto dovrà rinunciare alla sua abitudine quasi quotidiana di bere una Beersel Oude Geuze ai tavoli del Le Zageman di Brussels e, assieme all'amico Roland De Bus, decide di acquistare il marchio nel 2003.
In assenza dei fondi necessari per far ripartire il birrificio Gert decide che la cosa più importante e far sapere al mondo che Oud Beersel è rinato dalle proprie ceneri. Per questo scopo nel 2005 realizza la Bersalis Tripel presso gli impianti della Brouwerij Huyghe, con una ricetta che volutamente include il frumento, quasi un ponte immaginario che potesse traghettare il passato (lambic) verso il futuro. In questa bella intervista Christians dice anche di utilizzare lieviti selvaggi, ma credo si riferisca alla versione Oak Aged della Tripel. 
I fondi ricavati dalla vendita della birra costituirono il supporto finanziario necessario al rilancio di Oud Beersel: la produzione non è ancora ripartita, Gert ha preferito investire nelle vasche di fermentazione e nelle botti necessarie per l'invecchiamento del lambic che viene attualmente prodotto presso gli impianti di Frank Boon, da sempre "angelo custode" di Beersel. Christians ci tiene però a specificare che "non compriamo lambic da altri, semplicemente produciamo il mosto presso un altro birrificio, ovviamente seguendone la ricetta e la preparazione. Attualmente ci collochiamo a metà tra produttori e assemblatori". 

La birra.
All'aspetto è di colore oro antico, leggermente velato con una bella festa di schiuma bianca cremosa e compatta, "croccante", dall'ottima persistenza. L'aroma, pulito e di discreta intensità si compone di miele, canditi (arancia e albicocca), una leggerissima speziatura (pepe, coriandolo) e profumi di zucchero candito, biscotto al burro. I parametri dello stile sono rispettati anche in bocca con una vivace carbonazione, un corpo medio e l'alcool nascosto in quel modo subdolo in cui i belgi eccellono: ne risulta una tripel facile da bere, quasi scorrevole che presenta il conto a fine serata. Perfettamente coerente col naso, al palato è ovviamente il dolce a guidare con zucchero e canditi, biscotto e miele, ben bilanciati dalle vivaci bollicine e da una perfetta attenuazione. Bisogna attendere che la birra si scaldi per avvistare una parvenza amaricante terrosa a fine corsa, dettaglio irrilevante: il palato si à già messo comodo ad assaporare il retrogusto dolce e morbido di frutta sotto spirito. Una Tripel pulita, precisa e scolastica che si lascia comunque bere bene senza sforzo alcuno: l'intensità dei sapori potrebbe essere maggiore, non ci sono troppe emozioni nel bicchiere, non c'è molta personalità ma accontentandosi, anche in questo contesto, se se ne ricava una discreta soddisfazione.
Formato: 33 cl., alc. 9.5%, IBU 21 (?), lotto 03 14300, scad. 10/2017.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 19 settembre 2016

Prairie Coffee Okie

A poche settimane di distanza dalle Eliza5beth ritorna sul blog Prairie Artisan Ales, questa volta con una birra non esattamente adatta ai mesi più caldi dell’anno. Ricordo brevemente che Prairie nasce nel 2012 come beerfirm fondata dai fratelli Chase e Colin Healey, entrambi con un lungo passato da homebrewers; il primo dei due ha anche lavorato come birraio presso la COOP Ale Works ela Redbud.  E' proprio qui che Chase si fa conoscere, sperimentando con i lieviti da vino, da champagne e quelli "selvaggi"; la Redbud oggi non esiste più, ma è con una birra chiamata Cuvee Three che Chase Healey attira l'attenzione dell'importante distributore Shelton Brothers.  Una volta nato il marchio Prairie Artisan Ales, i fratelli Healey firmano subito un contratto per la distribuzione in molti stati americani e per l'esportazione all'estero. Il successo garantisce i fondi necessari per la pianificazione del proprio birrificio, e l'inaugurazione avviene a dicembre 2013, alla porta di Tulsa; il focus è quello degli affinamenti e degli invecchiamenti in botte. 
Al tempo stesso, una parte delle birre viene ancora prodotta all'esterno per poter soddisfare le richieste del mercato; è ad esempio il caso della birra di oggi, chiamata Coffee Okie e prodotta presso gli impianti della Krebs Brewing Company (Oklahoma). Si tratta sostanzialmente di una variante della Prairie Okie, un’Imperial Brown Ale (o American Strong Ale, se preferite)  che viene invecchiata per sei mesi in botti ex-Whiskey provenienti dalla Balcones Distillery di Waco, Texas. Per la Coffee Okie nelle botti vengono anche aggiunti chicchi di caffè Nordaggios, lo stesso utilizzato per realizzare la famosa imperial stout Bomb! 
La Coffee Okie, che i geeks di Ratebeer eleggono tra le 50 migliori American Strong Ales al mondo, debutta nel dicembre del 2015 giusto in tempo per portare un po’ di conforto nei mesi più caldi dell’anno. L’etichetta é al solito opera di Colin Healey che include alcuni elementi tipici dello stato dell'Oklahoma: stivali da cowboy e sigarette, il ritratto di Garth Brooks (cantante country nato a Tulsa) sullo schermo di un mini televisore, un coltello che fa riferimento al film I ragazzi della 56ª strada, diretto da Francis Ford Coppola e basato sull'omonimo libro (titolo originale The Outsiders) ambientato a Tulsa. In verità Colin ammette di essersi ispirato dalla successiva serie televisiva e non dal film di Coppola. 

La birra.
Riempie il bicchiere di un colore un po' torbido che richiama la tonaca del frate con venature ambrate e rossicce; la schiuma che si forma è grossolana, di dimensioni piuttosto modeste e scompare abbastanza rapidamente. Il naso rimedia subito ad un aspetto un po' bruttino con eleganti profumi di caffè: si va dai chicchi all'espresso, passando per il macinato. Il bouquet è un po' monotematico ma impreziosito dalle note di whiskey, di legno, caramello e vaniglia.  L'asticella sale ulteriormente al palato, dove la Coffee Okie esplode in tutta la sua potenza (13% ABV): obbligatorio sorseggiarla ed abbandonarsi al calore del whiskey che accompagna il dolce del caramello e della melassa, della frutta sotto spirito (uvetta, prugna), della vaniglia. A bilanciare, oltre alla componente etilica, una lievissima asprezza di frutti rossi e l'acidità del caffè, elemento molto meno presente rispetto all'aroma. Non c'è di fatto amaro, la pulizia è ottima in una birra dal corpo che si colloca tra il medio ed il pieno e, ovviamente, ha poche bollicine: ne risulta una sensazione palatale morbida e oleosa che le permette di scorrere lentamente ma senza intoppi. Chiude con un lunghissimo retrogusto dolce ricco di uvetta e caramello bilanciato da whisky e caffè, nel quale la componente etilica, benché protagonista, riscalda e rincuora senza mai bruciare. 
L'eleganza non è probabilmente ai livelli delle migliori produzioni Prairie, ma Coffee Okie è una birra capace di accompagnarvi per tutta la serata: ai primi sorsi può sembrare ostica, ma basta lasciare che il palato si abitui per godere con grande soddisfazione di una bevuta avvolgente, calda ed etilica sino al meritato congedo. 
Formato: 35.5 cl., alc. 13%, IBU 50, imbott. 2015, prezzo indicativo in Europa tra gli 11.00 ed i 13.00 Euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 18 settembre 2016

Birrificio (La Granda) B-Side IPA

Eccoci ad un nuovo incontro tra birra e grande distribuzione; parliamo del Birrificio B-Side, che ho avvistato sullo scaffale di un supermercato. Il nome mi era assolutamente sconosciuto ma la cosa non mi ha sorpreso più di tanto visto che ci sono ormai quasi un migliaio di giocatori sul campo della cosiddetta "birra artigianale" italiana. Anni fa, quando il numero era ancora limitato, li conoscevo forse tutti; oggi no. 
Bene, acquisto una bottiglia del Birrificio B-Side con sede in via Manta 15 a Lagnasco (CN) per poi scoprire, a casa, che a quell'indirizzo non esiste nessun birrificio con tale nome ma vi ha sede il Birrificio La Granda. Googolando trovo qualcosa in più: dal sito di Target 2000, distributore Horeca  e parte del gruppo Amarcord, apprendo che "da marzo 2016 sono finalmente disponibili le birre del Birrificio B-SIDE, il progetto collaterale dedicato alla GDO del Birrificio della Granda". 
Sarebbe quindi una beerfirm di proprietà del birrificio stesso che produce le birre; o forse non si tratta neppure di una beerfirm, visto che gli impianti produttivi effettivamente ci sono... anche se a nome del Birrificio La Granda. 
Ad ogni modo, quattro sono le birre che B-Side/La Granda offre alla grande distribuzione: Golden Ale, Amber Ale, Blanche ed IPA: le etichette, che giocano sull'associazione birra-musica, sono opera di Fabio Garigliano ovviamente autore anche di quelle del birrificio La Granda.
Il nome scelto per questo progetto parallelo non è tuttavia molto originale; con lo stesso nome nel 2014 il beershop Beertop di Bergamo aveva creato in collaborazione con alcuni birrifici italiani una linea di birre per il suo punto vendita.

La birra.
Al solito la fotografia rende la birra più scura di quanto non sia nella realtà: il suo colore si colloca tra il dorato carico ed il ramato, con una bella schiuma fine e compatta, cremosa, dall'ottima persistenza. L'aroma non è certamente un elogia alla freschezza e alla fragranza ma c'è perlomeno una discreta pulizia: note floreali e di marmellata d'agrumi (mandarino e arancio), caramello. Lo stesso canovaccio viene riproposto al palato assieme alla stessa mancanza di freschezza: biscotto e caramello supportano la luppolatura che vira subito nel  territorio della marmellata d'agrumi anziché in quello della frutta fresca. La chiusura amara, di modesta intensità, si svolge tra note terrose ed erbacee senza velleità di protagonismo; ne risulta una birra poco secca che lascia sempre il palato avvolto da una lieve patina dolciastra. Poche emozioni in una IPA piuttosto basica che non dimostra carattere e personalità; personalmente non ho nulla contro le birre "artigianali" nella grande distribuzione, ma bisogna ammettere che il rischio di trovarle maltrattate da pratiche di trasporto e stoccaggio  poco ortodosse è sempre dietro l'angolo. La freschezza è fondamentale in molti stili brassicoli, e in questo caso nel bicchiere ce n'è davvero poca nonostante la birra dovrebbe avere circa 5/6 mesi dalla messa in bottiglia; capisco le logiche della shelf-life nella grande distribuzione, ma che senso ha dare due anni di scadenza ad una birra che già dopo sei mesi ha più ragione di essere bevuta, se davvero si vuole soddisfare quella voglia di luppolo alla quale l'etichetta inneggia? Si beve, certo, ma il risultato poco soddisfacente è assolutamente equiparabile alle tante birre luppolate che si trovano sugli scaffali dei supermercati, al di là della  loro provenienza geografica.
Formato: 33 cl., alc. 5.6%, lotto 5008/9, scad. 02/2018, 2.39 Euro (supermercato, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 17 settembre 2016

Essence of War

Non ho trovato molte informazioni sulla beerfirm belga De Relatiebrouwer,  da poco rinominatasi Het Brouwersatelier; attivi sin dal 2008, i componenti hanno realizzato una serie di birre chiamate Koddestamper (Belgian Ale, Strong Ale, Tripel) appoggiandosi ai birrifici De Graal e Sint Canarus. 
Più di recente (2015), poco prima del cambio nome, al birrificio Pirlot viene sviluppato un progetto parallelo chiamato 4 Horsemen, ovvero i Quattro Cavalieri (dell'Apocalisse); quattro birre (due ancora da realizzare) ispirate dalle tematiche di guerra, carestia, pestilenza e morte. Si parte con la saison "Essence of War" per continuare con la Oyster Stout "Black Cauldron Spit"; segue una Special Belge prodotta con segale e chili (Hellish Horseryeder) e una Quadrupel (anche se in etichetta c'è scritto IPA) chiamata "Meadcleaver Maiden".
Il progetto prevede anche che le birre siano accompagnate dalla giusta colonna sonora; collegandovi a Spotify o a Playlists.net potete cercare il nome della birra "Essence of War" e berla mentre ascoltate le 41 canzoni che spaziano dai Rolling Stone a Amy Winehouse, dagli Iron Maiden ai Black Sabbath, da Marlene Dietrich a Bob Dylan, dai Megadeath a Glenn Miller.
La ricetta di questa saison prevede malto pils (76%), monaco (16%) e cara20 (8%); i luppoli utilizzati sono Fuggles ed Amarillo con aggiunta di estratto di luppolo concentrato al momento dell'imbottigliamento.

La birra.
Si presenta di color oro antico, quasi limpido con una testa di schiuma molto compatta e cremosa, dall'ottima persistenza. Il bouquet aromatico non è purtroppo molto invitante: ci sono note maltate (biscotto) affiancate da quelle terrose e di erbe officinali. Ma c'è soprattutto una componente fenolica (plastica, gomma) abbastanza sgradevole.  Al palato c'è quella vivace carbonazione che ci deve essere in una saison ma la scorrevolezza (e la bevibilità) non è altrettanto elevata e il mouthfeel risulta un po' pesante. Qualche problema anche al gusto, con una leggera astinenza che accompagna tutta la bevuta: l'ingresso è di biscotto e miele, c'è un leggerissimo fruttato che tuttavia non riesco a descrivere e poi la bevuta si chiude con un finale amaro nel quale le erbe officinali affiancano le note terrose e la frutta secca. Quasi più malti che luppoli in una birra che faccio davvero fatica a descrivere e che mi lascia piuttosto perplesso; pulizia ed eleganza latitano, l'alcool è ben nascosto ma ciò non basta a rendere sufficiente una birra abbastanza confusa ed irrisolta.
Formato: 33 cl., alc. 6.5%, IBU 30, lotto 20150035, scad. 31/07/2017,  1.75 Euro (drink store, Belgio).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 16 settembre 2016

Evil Twin I Love You With My Stout

Divertendosi a spulciare Ratebeer si può calcolare che la beerfirm danese-americana Evil Twin ha prodotto dal 2010 ad oggi 219 birre, ovvero 30 birre nuove ogni anno; il numero sarebbe di molto maggiore se si prendessero in considerazione anche tutte le collaborazioni. Di queste 219 birre ce ne sono ben 48 che vengono classificate nella categoria Imperial Porter/Imperial Stout, ovvero una ogni 4,5.  Ma se si scava un po’ più a fondo si scopre che queste 48 birre non sono altro, per la maggior parte, che figliastre di quattro “birre madri”, se mi passate il termine:  Even More Jesus, Imperial Biscotti Break, Soft Dookie, Imperial Doughnut Break: quasi tutte le altre 44 altro non sono che varianti di queste, create con aggiunta di un qualche ingrediente più o meno strano o invecchiate in diverse botti. 
Prendiamo ad esempio il caso della Imperial Stout di oggi, chiamata I Love You With My Stout.  Jeppe Jarnit-Bjergsø,  “gemello cattivo” (Evil Twin) di Mikkel Borg Bjergsø (Mikkeller) ammette che è spesso sua moglie, che di professione fa il copywriter, a scegliere i nomi per le birre.  In questo caso il nome è curioso ma ancora più curiosa è la farraginosa descrizione sull’etichetta: “quanto ho copiato la famosa Even More Jesus mi sono chiesto, in quanto artista.. perché lo sto facendo? Non ne avevo idea, fu un istinto che riguardava la birra in quanto forma pura…. Nel senso che questa stout è una metafora di libertà. La somma di tutte le bellezze che mi circondano”. 
Qualcuno, perplesso da quelle parole, ha avuto la buona idea di chiedere a Jeppe che cosa significasse “copiare una propria birra” e, soprattutto, se  Even More Jesus e I Love You With My Stout fossero la stessa identica birra. Nessun problema per "il gemello cattivo" a rispondere subito all'email: “sono diverse, ma ispirate l’una all’altra. I Love You With My Stout è prodotta in un altro birrificio  in quantità maggiori. Abbiamo dovuto adattare la ricetta ai nuovi impianti, e siccome la birra non è esattamente la stessa, anche se molto simile, le abbiamo dato un nome nuovo”. 
Per ricapitolare, lasciando fuori l’aspetto artistico o poetico:  Even More Jesus (11,54% abv) è prodotta alla Westbrook in formato 65 cl.; I Love You With My Stout (12%) è prodotta alla Two Roads Brewing Company nel formato 35.5 cl. Sono uguali? Quasi. Magari bevetele una dopo l'altra per scoprire quali sono le differenze.

La birra.
Assolutamente nera, forma un generoso cappello di schiuma color cappuccino cremosa e compatta, dall’ottima persistenza. L’aroma non si mostra però all’altezza dell’aspetto sontuoso, facendo un grosso passo indietro: la componente etilica è predominante e sottomette i profumi di caffè, liquirizia, carne, fruit cake. L’intensità è scarsa, il bouquet non è di quelli “golosi” che ti fanno venir subito voglia di bere quello che c’è nel bicchiere. Fortunatamente il gusto è tutt’altra cosa, a partire dal mouthfeel molto soddisfacente: corpo pieno, una viscosità oleosa che tuttavia mantiene una discreta capacità di scorrimento senza arrivare alla soglia del “masticabile”; le bollicine sono poche e la birra risulta molto morbida ed avvolgente. La bevuta parte dolce, con melassa, caramello e liquirizia inzuppati nell'alcool, uvetta e fruit cake; le tostature dell’orzo ed il caffè fanno inizialmente un po’ fatica a tener testa al dolce, con l’amaro che riesce a conquistare il palcoscenico solo alla fine, grazie all’aiuto della generosa luppolatura. Si chiude con resina e anice che accompagnano il torrefatto, l’alcool riesce ad asciugare buona parte della componente zuccherina e diventa protagonista del lungo retrogusto, abbracciando uvetta, cioccolato e tostature. 
Imperial Stout possente che richiede un lento sorseggiare: i primi sorsi non conquistano del tutto ma lasciandola per gioco forza nel bicchiere la bevuta si apre e regala belle soddisfazioni per chi cerca di scaldarsi in una serata autunnale o invernale. La sua potenza ed opulenza non vanno di pari passo con pulizia ed eleganza, non c’è invero una grossa complessità a contorno dell’importante gradazione alcolica ma quello che c’è basta per dare forma ad una birra-dessert capace di tener compagnia per tutta la serata.
Formato: 35,5 cl., alc. 12%, lotto 176:14, prezzo indicativo 4.80/5.50 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 15 settembre 2016

Dupont L’Aubéole d’Estinnes

Estinnes, comuna belga di 7500 abitanti circa nella provincia vallona dell’Hainaut, a 15 chilometri da Mons. Non ci sono alberghi e ostelli ma potete tuttavia visitare il Museo della Vita Rurale che vi permette di fare un salto a ritroso in un tempo che ormai non esiste più:  ritmi scanditi dai rumori delle pale dei mulini ad acqua, dal lavoro nei campi, da nicchie scavate nei muri sui quali sono spesso dipinte immagini della Vergine. Un sentiero lastricato vi conduce nel cortile del Grand Moulin costruito nel 1814 dalla famiglia Wanderpepen e oggi ancora di proprietà di René: accanto al mulino i resti di quel birrificio che a partire dal 1988 produceva la Vieille Des Estinnes, una birra rimasta nella memoria degli abitanti del luogo anche ad anni di distanza dalla sua scomparsa, presumibilmente dopo la seconda guerra mondiale. 
A Estinnes-au-Mont si tiene a settembre di ogni anno la Fête Médiévale e tra i partecipanti si discuteva di quanto sarebbe stato bello accompagnare i festeggiamenti con quella che era un tempo la birra del paese; gli abitanti volevano che la sua rinascita fosse affidata ad un produttore locale, e lo sguardo si rivolse cinquanta chilometri a nord in direzione Tourpes, dove ha sede la Brasserie Dupont. Non fu affatto semplice convincere Dupont a produrre la Vieille Des Estinnes; i primi approcci terminarono con delle porte chiuse in faccia, ma grazie alla perseveranza e ai fondi raccolti da Danny Merlevede  e Jeanne-Marie Nolf ecco che alla Festa Medievale del 2008 fu finalmente possibile presentare la Vieille Des Estinnes. Le prime versioni recano un’etichetta raffigurante il Grand Moulin e la (ingannevole) scritta Brasserie Wanderpepen: inutile per gli appassionati cercare di reperire informazioni su questo birrificio che in realtà non esiste più. 
A partire dal 2011, se non erro, la Vieille Des Estinnes cambia nome e diventa L’Aubéole d’Estinnes:  la nuova etichetta verde realizzata da Maud Desnos include lo stemma della famiglia Merlevede (risalente al 1560) e due elementi che rappresentano di fatto un passaggio temporale, dalla ruota del mulino ad acqua alle pale del parco eolico di Estinnes.  Purtroppo Danny Merlevede è deceduto nel 2013, ma la moglie Jeanne-Marie Nolf continua a portare avanti l’ “Aubéole”,  neologismo che racchiude in sé la fusione tra la ruota ad acqua (Aubé) e il dio del vento Eolo.

La birra.
Nonostante l’etichetta la presenti come bière ambrée,  L’Aubéole d’Estinnes si presenta nel bicchiere velata e di colore dorato, sormontato da un cappello di bianca schiuma un po' scomposta che ha comunque una buona persistenza. Al naso si riconosce subito l'apporto del lievito Dupont, con quel suo carattere rustico che accompagna la delicatissima speziatura (pepe, coriandolo), le note erbacee, di polpa d'arancia e di banana. Fresco, gradevolmente acidulo e pulito, preludio ad un mouthfeel perfetto, con una sostenuta carbonazione a rendere la bevuta scorrevole e vivace. I malti sono lievi, con un delicato tappeto di pane e miele ad introdurre un gusto che ha buona corrispondenza con l'aroma: arancia, accenni di frutta gialla e una delicata nota pepata che introduce il finale che brilla di un'amaro rustico, terroso, erbaceo. E' qui che l'alcool (7.5%) mette per la prima volta la testa fuori dal guscio. Volendola incasellare nella categoria delle Saison, si mostra un po' meno attenuata della Dupont e mette in evidenza un amaro un po' più pronunciato: ne mantiene quasi la stessa incredibile bevibilità e gli stessi elevati standard di pulizia ed equilibrio.  E' questa la sincerità - scevra di artifici o ruffianerie - che vorresti sempre trovarti nel bicchiere quando ordini una saison: non aggiunge probabilmente nulla a quanto già conosciamo di Dupont, ma più che un problema in questo caso si tratta di un'opportunità.
Formato:  75 cl., alc. 7.5%, lotto 15384A, scad. 01/12/2018, prezzo indicativo 4.50-6.00 Euro (Belgio)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 14 settembre 2016

Bi-Du SuperanAle

SuperanAle del Birrificio Bi-Du, una birra che nel 2010, anno di debutto, fece discutere per nome ed etichette scelti da  Beppe Vento. Si tratta di una versione “potenziata” dell’ArtigianAle, la birra più famosa del birrificio di Olgiate Comasco nonché un importante pezzo di storia del movimento “artigianale” italiano. Sull’argomento vi rimando a questa accesa discussione su Cronache di Birra di qualche anno fa, nella quale si dibatteva quale fosse stata la prima birra italiana prodotta con luppoli americani (il Cascade nella fattispecie) capace di influenzare quelle venute negli anni successivi (Birra del Borgo, Orso Verde, Lambrate e Birrificio del Ducato, per fare qualche nome).  A Roma sostengono che si tratti della Pioneer Pale Ale del brewpub romano Starbess a quel tempo guidato da Mike Murphy, oggi timoniere di Lervig in Norvegia; in Lombardia si punta invece sull’ArtigianAle  (Perle, Styrian Goldings e Cascade, se non erro) di Bi-Du, nata nel 2002 . 
Ma torniamo alla SuperAnale, il cui nome ad effetto (abbreviazione di SuperArtigianAle) è stato scelto da Beppe Vento come provocazione verso il mercato: “è per far capire che buttando in una cotta (di artigianAle) un sacco di luppolo americano in più un po’ per il culo i clienti li pigli…dichiarerà nel 2010.  
Affermazione che ancora oggi, con il proliferare di collaboration, one-shot, special edition e birrifici che ogni anno buttano fuori dieci varianti della stessa birra base è ancora assolutamente attuale ed appropriata. 

La birra.
Nel bicchiere è ambrata ed opaca, con un cremoso e compatto cappello di schiuma ocra dall’ottima persistenza. L’aroma sviluppa un bel percorso pulito e di buona intensità che tuttavia potrebbe essere un po’ più elegante: note floreali, di pompelmo e di melone retato si mescolano a quelle del tè e del caramello.  La facilità di bevuta che contraddistingue tutte le birre del Bi-Du non manca neppure in questa interpretazione di American Pale Ale: corpo medio, ottima scorrevolezza e una sensazione palatale morbida, gradevole.  Il gusto ruota su una base maltata (caramello, biscotto) che rimane discreta per permettere ai luppoli di esprimersi senza troppe interferenze: c’è qualche accenno tropicale, ma c’è soprattutto il pompelmo a condurre lentamente la bevuta nel territorio dell’amaro, con una chiusura nella quale convivono note resinose e terrose.  L’intensità e la pulizia non le mancano, mentre l’alcool si nasconde molto bene portando un lieve tepore solo a fine corsa: se proprio le si vuole muovere un appunto mi sembra che eleganza e finezza potrebbero essere migliori. Al di là del nome “spavaldo”, la SuperAnale di Bi-Du porta invero nel bicchiere molta sostanza restando volutamente ben lontana dalle mode e da quelle ruffianerie che troppo spesso affliggono le pinte: bevuta sincera, soddisfazione assicurata.
Formato: 37,5 cl., alc. 6.2%, lotto 16002, scad. 31/08/2017, prezzo indicativo 4,80/6.00 Euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 13 settembre 2016

Pizza Port Swami's India Pale Ale (ovvero breve guida all'acquisto di IPA Americane in Italia)

Il post di oggi sarà un po’ diverso dal solito e magari non dirà molto a chi da anni è appassionato di birra “buona” o che si definisce “beergeek”; consideratela quindi come una “guida agli  acquisti” per i meno esperti o per chi si è avvicinato da poco a questo mondo.
L’occasione mi è stata data da una lattina di Swami’s, un capostipite delle West Coast  IPA prodotta da Pizza Port, storico/mitico brewpub della contea di San Diego aperto nel 1987 (nel 1992 la prima birra autoprodotta) a Solana Beach da Vince Marsaglia e sua sorella Gina. La loro storia ve l’avevo già racconta qui, fresco di visita ad una delle loro location. Le loro birre sono state disponibili solo in fusto sino a gennaio 2014 quando hanno debuttato le lattine di Swami’s IPA, Ponto Pale Ale e Chronic Amber Ale, realizzate su una linea fornita dagli italiani Parma) del CFT Group.
Che Pizza Port faccia delle West Coast IPA fantastiche è fuori discussione, un dato di fatto oggettivo. Il fatto che sino al 2014 fosse possibile berle solamente prendendo un aereo e recandosi in California, era al tempo stesso un grosso vincolo ma anche una garanzia di qualità, di trovarle quasi sempre perfette. Qualche fortunato era riuscito ad assaggiarle a Roma a dicembre 2012 e a gennaio 2014 nel corso di due Tap Takeover  alla Brasserie 4:20, grazie alla “lucida follia” di Alex Liberati che aveva fatto pervenire via aerea i fusti da San Diego.
Le lattine di Pizza Port, inizialmente distribuite solo nella California del sud, hanno lentamente raggiunto altri stati americani e successivamente anche l’Europa. E qui nasce la  domanda che un  bevitore “consapevole” si dovrebbe porre, e non solo nei confronti di Pizza Port: ha senso acquistare queste birre che dovrebbero essere bevute il più presto possibile?  Sarebbe semplice rispondere “no” e i birrifici stessi dovrebbero rifiutarsi (come qualcuno fa) di mandare le loro birre in giro per il mondo invece di vantarsi “di aver scelto l’importatore giusto” che garantisce il trasporto refrigerato.  Al di là del container refrigerato che attraversa l’oceano, sappiamo bene che non è possibile garantire la refrigerazione per tutti i passaggi di mano della filiera che va dal birrificio al consumatore finale. 
D’altro canto, il mercato europeo è avido di birre americane, soprattutto di IPA e Imperial IPA, nonostante ci sarebbero molti altri stili meno delicati e meno luppolati che meglio si presterebbero ad attraversare l’oceano. E ovviamente andare a berle negli Stati Uniti rappresenta un impegno in termini di tempo e di costo che non si può sempre affrontare.  Lo stesso discorso si potrebbe applicare anche ad altre birre la cui spedizione al di fuori dal luogo di nascita crea problemi più o meno seri (cfr. la Franconia, tanto per fare un esempio), ma restiamo sul pezzo “IPA”.

E’ allora possibile bere una buona IPA/IIPA americana anche a migliaia di chilometri di distanza?
Non voglio tirarmela, ma prima di essere stato negli Stati Uniti (2012) pensavo proprio di sì, anche se il banchetto dell'American Brewers Association al Salone del Gusto 2010 aveva iniziato a solleticare il mio palato con delle IPA freschissime che erano arrivate via aerea. Nei beershop acquistavo IPA americane e  mi piacevano quasi tutte, tranne casi davvero eclatanti come ad esempio questo;  commettevo errori madornali, come bere in aprile (!) una “fresh hop” americana: che senso ha bere una birra prodotta con il luppolo fresco appena raccolto, sei o sette mesi dopo?  Ma soprattutto, che senso ha importarla in Europa?  Il discorso è prettamente commerciale: qualsiasi IPA americana si vende, soprattutto a chi (come me, a quel tempo) non era consapevole di cosa ti sarebbe arrivato nel bicchiere perché non aveva molti altri termini di paragone.
Quindi, se siete stati negli USA e le volete bere quasi come quelle che avete bevuto in loco la risposta è ovviamente no, ve lo potete scordare. Se invece non ci siete mai andati, e non avete ricordi che vi rendono difficile la vita, la risposta è “si”, virgolette d'obbligo in quanto vanno fatte alcune considerazioni:

  1. nella migliore delle ipotesi si tratta di birre che hanno almeno due/tre mesi di vita alle spalle; questi sono i tempi tecnici per l’importazione dagli USA; di birre più fresche io non ne ho mai trovate. I tre mesi, benché situazione non ideale, non sarebbero in verità neppure un problema così drammatico: è come hanno passato quei tre mesi che fa la differenza.
  2. è vero che non ci sono birrifici italiani (europei) capaci di fare un IPA allo stesso livello dei migliori esemplari americani, ma è altrettanto vero che sette/otto volte su dieci è migliore una IPA italiana fatta da poche settimane di una “blasonata” IPA che ha già quattro o sei  mesi di vita e che ha subito diversi sballottamenti e sbalzi climatici. Prima di pensare alle “Born in  the USA”,  guardatevi attorno: se avete un birrificio a pochi chilometri di distanza, approfittatene per provare com’è una IPA davvero fresca e poi fate il confronto. Se il confronto non regge - passatemi la battuta - cambiate il birrificio. 

Io stesso cerco di evitare l’acquisto di IPA americane, ma ogni tanto cado in tentazione e la maggior parte delle volte me ne pento. Ecco ad esempio una serie di birre che avrei dovuto lasciare sullo scaffale, risparmiando i soldi: Smuttynose Rhye IPA, Redhook Long Hammer IPA, Sierra Nevada Torpedo Extra IPA, Southern Tier 2xIPA. Intendiamoci, il mio malcontento non è verso le birre ma sul modo in cui sono arrivate nel mio bicchiere.
Il canovaccio è sempre quello, potrei quasi descriverle con il copia ed incolla: birre pesanti e stanche che hanno perso il loro equilibrio. Gli effetti del dry-hopping, i profumi pungenti di frutta fresca e le note fruttate (anche se non necessariamente succose/"juicy") che fungono una funzione fondamentale per reggere il peso dell'amaro sono i primi ad andarsene. Nella migliore delle ipotesi vi rimane la dolcezza e la pesantezza della marmellata che sostituisce la frutta fresca; nella peggiore, si passa direttamente dai malti (caramellone o miele, a seconda della scelta del birraio) ad un amaro nel quale le pungenti e quasi pepate note resinose si sono tramutate in una pesante sensazione vegetale che magari  soddisfa la vostra voglia d'amaro ma non rappresenta la birra in modo veritiero.  E' proprio questo il punto principale: in molti le trovano buone perché molto amare; ma una IPA non è solo amaro, è una birra che certamente si basa sui luppoli e il luppoli devono brillare, di fresco e di pulito: se ciò non avviene non state bevendo una ottima IPA, anche se vi piace quello che bevete. E chissenefrega, direte voi, finché mi piace.
Ma ci sono state anche delle IPA americane che mi sono davvero goduto, accettando quel piccolo “compromesso sulla freschezza” di cui parlavo prima: Founders Dark Penance, Toppling Goliath Golden Nugget IPA e PseudoSue, Bells Two Hearted Ale, 18th Street Cone Crusher, Sixpoint Puff

Che fare allora?
Questi i consigli che mi sento di dare ai meno “esperti” che vogliono acquistare le “IPA americane”: per tutti gli altri, si tratta di ovvietà già note.

  1. Prestate attenzione alla data d’imbottigliamento che spesso è riportata in etichetta o stampata al laser da qualche parte sulla bottiglia. Risale a più di quattro mesi fa? Lasciate perdere. Non è riportata?  Non rischiate.  Trovate un codice numerico incomprensibile? Date un’occhiata a questo sito, potrebbe darvi indicazioni molto utili.
  2. Prestate attenzione al periodo dell’anno; le birre attraverseranno anche l’oceano in un container refrigerato, ma cosa accade quando arrivano nelle mani dei corrieri, dei distributori e rivenditori? Per ovvie ragioni di costo nessuno di loro può permettersi lo stoccaggio refrigerato; nei mesi più caldi dell’anno, i cartoni di birra rischiano di restare per ore o giorni a 30 gradi nei magazzini di chi le movimenta. Evitate l’acquisto in estate e concentrateli da novembre a giugno: in questi mesi, tenendo conto dei 2-3 mesi di viaggio e di burocrazia necessari, scongiurerete qualsiasi rischio di cottura delle birre. Sarà un caso ma le birre “ancora in forma” citate sopra le ho acquistate proprio in quella finestra temporale (novembre-giugno).
  3. Ne va da sé, come conseguenza del punto 2, che gli acquisti per corrispondenza nei mesi più caldi dell’anno sono da evitare a prescindere dal tipo di birra che volete acquistare. Anche italiana.
  4. Se acquistate on-line e non potete vedere l’etichetta della birra, prima di comprare contattate il venditore per avere informazioni sulla freschezza delle birre
Se poi volete diventare (o se già lo siete) davvero dei beergeeks o dei malati di birra, potete anche
  • -Monitorare i siti e gli account (facebook, instagram, twitter) dei beershop e degli importatori che poi vendono ai beershop:  una delle (poche) cose utili dei social network è quella di darvi forse un’idea di quando queste birre sono arrivate in Italia. Non è la certezza sulla loro età anagrafica, ma è già una buona indicazione.
  • Monitorare i siti e i social dei birrifici: spesso in Italia arrivano delle birre che vengono prodotte stagionalmente o solo una volta l’anno. I birrifici americani sono di solito molto precisi nell’annunciare al mondo la data di uscita delle proprie birre: avrete informazioni utili sull’età della birra che è arrivata in Italia.

Per i consigli qui sopra mi sto ovviamente riferendo agli acquisti di lattine e bottiglie; per il fusto al pub non vi resta che chiedere informazioni al publican o, ancora meglio, chiedere di darvi un piccolo assaggio.
Sperando che questi consigli abbastanza banali vi siano utili, concludo stappando la lattina di Swami's IPA.

La birra.
Ha venticinque anni ma non li dimostra, si potrebbe dire: nasce nel 1992 ed è ancora un punto di riferimento (o un "sovrano", se preferite) dello stile (West Coast) American IPA. Il mix di luppoli è ovviamente stato modificato nel corso degli anni, per renderla più "attuale": la sua realizzazione è affidata al team di birrai di Pizza Port Bressi Ranch guidati da Sean Farrell e James Holloway.
Nel bicchiere la Swami's IPA si presenta perfettamente dorata con qualche riflesso arancio, leggermente velata e sormontata da una testa di schiuma bianca abbastanza compatta e cremosa. Al naso purtroppo non c'è molta freschezza, in particolare mancano quasi del tutto quelle note fruttate (pompelmo, lieve tropicale) caratteristiche di questa birra; rimane la componente "dank", che richiama anche la resina e gli aghi di pino. Il mouthfeel è invece perfetto, giusto equilibrio tra presenza palatale e scorrevolezza, con la giusta quantità di bollicine. Figliastro dell'aroma, anche il gusto purtroppo mette in mostra i suoi affanni dovuti all'attraversamento dell'oceano: avverto il dolce del miele, c'è quasi un accenno biscottato che accompagna (senza passare dal via, ovvero dalla frutta) al finale amaro nel cui le note pungenti di resina vanno via via scemando in una sensazione vegetale, amara e intensa ma un po' priva di vigore. Nel vuoto lasciato dalla frutta s'insinua l'alcool che anziché celarsi si fa sentire più del dovuto, ovvero esattamente quanto dichiarato in etichetta; la birra si beve, ci mancherebbe, non sto affatto affermando che sia cattiva: ma ha avuto un viaggio non troppo felice durato neppure tre mesi. Senza troppi giri di parole, è una IPA Californiana con pochissimi raggi di sole: e se voi riuscite a pensare ad una California del Sud senza sole, io non ci riesco.
Formato: 50 cl., alc. 6.8%, imbott. 16/06/2016, prezzo indicativo 6.00/7.00 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 10 settembre 2016

HOMEBREWED! Cavalier King Brewery - White Moon

Terminate le vacanze ritorna HOMEBREWED!, l'appuntamento dedicato alle birre fatte in casa; la ripartenza è assieme a Giacomo Savatteri, homebrewer da Caltagirone (CT) del quale ho già avuto il piacere d'assaggiare una Saison, un American (Belgo) Pale Ale e una Stout
Ma il primo amore brassicolo di Giacomo è il Belgio ed ecco che per i mesi più caldi dell'anno ho una generosa bottiglia (75 cl.) di Witbier; White Moon, questo il nome scelto per una birra prodotta con malto pilsner, fiocchi di frumento e di avena, coriandolo e buccia fresca di arancia amara; Hallertauer Hersbrucker è il luppolo utilizzato in amaro, mentre il lievito è stato recuperato dal fondo di una Hoegaarden, birra-capostipite delle interpretazioni moderne di uno stile che nel 1957 era praticamente estinto con la chiusura di Tomsin, l'ultimo produttore ancora attivo.
Fu Pierre Celis, un lattaio che aveva per qualche tempo lavorato alla Tomsin, a riportarlo in vita nel 1966. Il nuovo birrificio inaugurato da Celis a Hoegaarden ebbe un buon successo sino al 1985, anno in cui andò distrutto da un incendio; la vicina Stella Artois di Lovanio aiutò Celis nella ricostruzione mettendo il capitale in cambio del 45% delle quote societarie. Ma nel 1988 Stella Artois e Brasserie Piedboeuf formarono il colosso belga Interbrew che iniziò a far pressioni per ridurre i costi di produzione: dopo un breve resistenza, nel 1990 il sessantacinquenne Celis cedette la proprietà a quella che oggi è la AB-Inbev ed emigrò in Texas per aprire un nuovo microbirrificio.
Quello che purtroppo rimane oggi della Hoegaarden, quasi completamente priva di acidità, è davvero un triste ricordo della witbier fatta rinascere da Celis.

La birra.
La Wit di Giacomo rispetta perfettamente i parametri dello stile: giallo paglierino, opalescente e sormontato da un generoso cappello di schiuma bianca, dannosa e abbastanza compatta, dall'ottima persistenza. Altrettanto classici i profumi di scorza d'arancia ed i frumento, la delicata speziatura di coriandolo, gli accenni floreali e di banana; buoni il livello di pulizia e l'intensità. In bocca scorre velocissima  e vivace, anche se volendo essere pignoli c'è forse un leggero eccesso di bollicine. La sua leggerezza non sacrifica comunque l'intensità del gusto, che mantiene una corrispondenza pressoché perfetta con l'aroma: c'è la banana e la scorza d'arancia, l'acidità rinfrescante del frumento e la delicata speziatura del coriandolo che ben interagisce con le bollicine e anticipa la chiusura leggermente amaricante  di scorza d'arancio/curaçao. Personalmente avrei gradito un pelino di secchezza in più, ma il livello complessivo è davvero buono e, sebbene non sia un gran bevitore di Witbier, devo ammettere che quella di Giacomo è davvero ben fatta ed è una delle migliori birre fatte in casa che mi sia capitato d'assaggiare. Certo, si potrebbe lavorare per migliorare ancora un po' la pulizia, ma siamo davvero ai dettagli.
Questa la  valutazione su scala BJCP:  38/50 (Aroma 9/12, Aspetto 3/3, Gusto 14/20, Mouthfeel 4/5, impressione generale 8/10). 
Ringrazio Giacomo per avermi spedito e fatto assaggiare la sua birra, e vi do appuntamento alla prossima "puntata" di Homebrewed! Il caldo sta per finire, tra qualche settimana le spedizioni di birra non saranno più impraticabili e quindi vi ricordo che la rubrica è sempre aperta  a tutti i volenterosi homebrewers!
Formato: 75 cl., OG 1067, alc. 5%, imbottigliata 05/2016.