mercoledì 18 aprile 2018

North Brewing Co / Track / Wylam LDS MCR NCL

A forza di sfornare nuove birre diventerà un problema anche inventarsi un nome che non sia già stato usato da qualche altro birrificio; le azioni legali o le minacce di azioni non sono poi così improbabili. Non è particolarmente attraente ed è anche abbastanza difficile da pronunciare/ricordare quello scelto dai birrifici inglesi North, Track e Wylam: LDS MCR NCL. 
In questa sequenza di acronimi c’è ovviamente un significato: si tratta delle città d’origine. LDS è Leeds,  dove ha sede North Brewing, “costola” della North Bar uno dei precursori della craft beer nella città gallese; il birrificio è stato aggiunto nel 2015 ed è attualmente guidato dai birrai  birrai Seb Brink (ex Golden Owl Brewery) e Darius Darwel (ex Bristol Beer Factory). Li avevamo conosciuti in questa occasione. MCR sta per Manchester: qui si trova Track Brewing,  birrificio fondato alla fine del 2014 da Sam Dyson oggi aiutato dal birraio Matt Dutton. Qui la sua storia. NCK è acronimo di Newcastle, casa di  Wylam Brewery, microbirrificio attivo dal 2000 ma passato alle cronache solo dal 2016 quando grazie ad un sostanzioso investimento da parte di nuovi soci ha traslocato dall’omonimo villaggio di campagna a Newcastle, ristrutturando lo storico Palace of Arts dell’Exhibition Park. Di loro avevo scritto qui.  
Tutti e tre i birrifici hanno un denominatore comune: l’amore per il luppolo e soprattutto per le birre che vanno tanto di moda oggi:  le New England IPA, Juicy &  Hazy, torbidi succhi di frutta.  Dalla loro collaborazione non poteva quindi nascere altro che una Double NEIPA: i luppoli utilizzati non sono tuttavia stati svelati. La birra è stata poi presentata il 01 febbraio in contemporanea nelle tre città: alla Little Leeds Beer House, alla Port Street Beer House di Manchester e al  Block & Bottle di Newcastle.

La birra.
L’impronunciabile LDS MCR NCL si presenta perfettamente torbida e di un color arancio che ricorda quello di un succo di frutta; la schiuma biancastra è cremosa e compatta, con un’ottima persistenza. Il naso è fresco, molto intenso, quasi sfacciato: si parte dall’ananas che poi rapidamente si fa da parte per lasciare spazio a pompelmo e cedro, limone e lime, passion fruit e forse anche mango. L’eleganza non è la sua caratteristica principale ma la macedonia è senz’altro gradevole. Lo stesso si può dire anche del gusto: è una Double IPA modaiola che s’avvicina al succo di frutta. Non cercate in lei livelli eccelsi di pulizia e finezza perché non li troverete: verrete invece ricompensati con una spremuta di mango, ananas e pesca. Il mouthfeel è morbido, leggermente “masticabile” (chewy) il che costringe a rallentare un po’ il ritmo di bevuta; il tallone d’Achille di questa lattina è però l’alcool (8.7%) che esce troppo allo scoperto, non fa sconti e rallenta ulteriormente lo scorrimento. Un amaro  (resina e pompelmo)  abbastanza intenso ma di breve durata chiude una bevuta molto gradevole, abbastanza secca ma un po' troppo impegnativa, soprattutto a causa dell’alcool. Peccato, perché poteva essere una birra davvero notevole nel suo genere, quasi al pari di questa.
Formato 33 cl., alc. 8.7%, lotto 25/01/2018, scad. 25/07/2018

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 17 aprile 2018

Founders KBS (Kentucky Breakfast Stout) 2018

L’hype non è più quello dei tempi d’oro e forse anche la birra – oggi prodotta in grandi quantità – non è più la stessa:  è la Kentucky Breakfast Stout (KBS) prodotta dal birrificio Founders di Grand Rapids, Michigan.  Ve ne avevo già parlato nel 2015, quando per la prima volta questa imperial stout invecchiata 12 mesi in botti di bourbon con aggiunta di caffè e fave di  cacao era arrivata in Europa: qui trovate la storia di una birra che, perdonate il gioco di parole, ha fatto storia. 
Per la gioia dei collezionisti Founders ha purtroppo smesso di imprimere il millesimo in etichetta: per risalire all’annata è ora necessario basarsi sulla data di scadenza indicata sul retro, che il birrificio indica a 365 giorni. Per loro va bevuta fresca e non è una birra da cantina: “ad invecchiarla – dicono – ci pensiamo già noi”. E lo fanno nelle loro enormi cantine, una ex-cava di gesso dove, alla profondità di 25 metri, riposano una quantità impressionante di botti alla temperatura  di 3-4 gradi centigradi. 
La KBS poi è ritornata in Europa nel 2016 ed è ancora disponibile in alcuni negozi on-line europei  e qualcuno l’ha anche scontata, in quanto "scaduta"; se non ero invece nessuna bottiglia del 2017 ha invece attraversato l’oceano. 
I festeggiamenti per l'edizione 2018 sono avvenuti come al solito nell’ambito della KBS Week che si è tenuta dal 5 al 10 marzo a Grand Rapids e nella nuova succursale Founders a Detroit. Un evento che ogni anno coinvolge diversi locali, tutti pronti ad aprire i fusti di KBS, e anche alcuni hotel con dei pacchetti convenzionati che offrono un “KBS package” comprendente bicchiere, spillette, tazza, bottiglietta di sciroppo d’acero. Sono finiti i tempi in cui i beergeeks sfidavano il freddo del Michigan accampandosi in tenda fuori dal birrificio nella speranza di riuscire ad accaparrarsi qualche bottiglia. Oggi la prevendita di KBS, che ne anticipa di qualche settimana la distribuzione nazionale ed internazionale, avviene tramite biglietti che si esauriscono abbastanza in fretta. Pagando  92 dollari (più commissioni) quest’anno vi venivano consegnate una bottiglia da 75 e tre “4 packs” da 35,5 centilitri; un prezzo più conveniente rispetto a quello consigliato alla distribuzione: 20 dollari per la 75, 24 dollari per il 4 pack (tasse sempre escluse, ovviamente).

La birra.
Il millesimo 2018 arriva con un leggero restyling dell’etichetta, sulla quale viene impresso il marchietto di quella “Barrel Aged Series” che oggi racchiude tutte le produzioni barricate di Founders. La gradazione alcolica, che varia leggermente di anno in anno, è dichiarata al 12.3%. 
Il suo aspetto è sempre splendido: nera, impeccabile e generosa testa di schiuma cremosa e compatta, dall’ottima persistenza.  Il naso non è molto intenso ma c’è tutto quello che ci si aspetta: l’elegante caffè tipico di tutte le produzioni Founders (Sumatra Mountain, Breakfast Stout), il cioccolato fondente, un tocco di legno e di vaniglia, bourbon, i cosiddetti “dark fruits” ( prugna, uvetta..). Il mouthfeel è quello di sempre: non è un’imperial stout eccessivamente viscosa o ingombrante, il corpo è medio e c’è una leggera cremosità a rendere gradevoli i sorsi.  Al palato la KBS 2018 mette in primo piano il bourbon e la frutta sotto spirito, elementi che guidano le danze spingendo un po’ (troppo) nelle retrovie caffè, cioccolato e vaniglia.; l’alcool non ha molte intenzioni di nascondersi e fa sentire la sua presenza per tutto il corso della bevuta, riscaldandola e potenziandola. La scia finale è come al solito lunghissima: un ideale abbraccio nel quale s’incontrano nuovamente bourbon, caffè e cioccolato. E’ pulita ma non è un mostro di complessità o profondità questa KBS 2018; vero che in giro ci sono ormai molte altre concorrenti/alternative, ma “avercene” di birre così. Livello alto, buon rapporto qualità prezzo per una imperial stout barrel aged. L'edizione 2018 mi ricorda molto la 2015: di quelle che ho assaggiato finora la mia preferenza va senza dubbio alla 2016, ribevuta anche qualche settimana fa. Il caffè è ormai in secondo piano ma i due anni passati in cantina hanno ammorbidito il bourbon amalgamandolo al cioccolato in maniera davvero esemplare. Detto questo, bere la KBS di Founders è un atto dovuto per ogni birrofilo sia che si tratti di scoprirla per la prima volta che di ritrovarla anno dopo anno. 
Formato: 35.5 cl., alc. 12.3%, scad. 13/02/2019, prezzo indicativo  8.50-10.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 16 aprile 2018

L'artigianale al discount: La Brassicola La Bionda & La Brassicola La Rossa


Ero in qualche modo affezionato alla birra “Lucilla” che il birrificio Amarcord ha per molti anni prodotto per la catena di discount Eurospin: non tanto per la sua bontà (ahimè) ma per il fatto che “La Rossa” è stata per molti anni la pagina più visitata del blog, superata solo di recente dalla Ichnusa Non Filtrata.  Alla fine dello scorso gennaio l’azienda distributrice Target 2000 (sempre gruppo Amarcord) ha annunciato il commiato della gamma Lucilla dalla distribuzione Eurospin: chi l’ha amata (incluso gli homebrewers che tanto cercavano la sua bottiglia con tappo meccanico) non si lasci tuttavia prendere dalla sconforto, visto che un mese dopo è stato ufficializzato il ritorno delle Lucille presso un'altra catena di discount. 
Eurospin rinuncia alla birra artigianale? Certo che no, ma cambia partner: la “gara” per la produzione di una generica “birra bionda” e di una “birra rossa” viene vinta da altri. Per la distribuzione al centro-sud il birrificio Maltovivo produce oggi la Birra del Ponte con (cito le etichette) una Bionda - Golden Ale Style (5.2%) e una Rossa – Dark Belgian Ale Style (7.5%);  al nord la B.T. Srl di Fidenza (non ci vuole molto a ricondurre queste due iniziali al Birrificio Toccalmatto) crea il marchio La Brassicola. Il target richiesto è sempre quello: birre facili da bere e che costino poco. Per quel che riguarda La Brassicola il prezzo finale al cliente è di 2,29 Euro per una bottiglia da 50 cl., ovvero 4,58 euro al litro. Un leggero aumento (+15%) rispetto agli 1,99 Euro della Lucilla (3,98 al litro). 
Quando si parla di birra “artigianale” e discount la domanda da farsi è sempre la solita: è possibile bere bene spendendo poco?

Le birre.
Iniziamo con La Bionda (4.8%), prodotta “selezionando i migliori luppoli nobili europei, delicati ed aromatici, per creare una birra semplice e raffinata”: questo quanto riportato in etichetta. Lo stile non è dichiarato, la fermentazione è ad alta anche se si guarda alla tradizione tedesca, per farla breve una sorta di “Helles un po’ più luppolata”. 
L’aspetto è di colore dorato, leggermente velato, con una bella testa di candida schiuma cremosa e compatta, dalla buona persistenza. I profumi sono piuttosto delicati ma c’è una buona pulizia: pane e fiori, un tocco speziato, un leggero ricordo di agrumi. Al palato scorre senza intoppi grazie ad un corpo leggero e ad una carbonazione abbastanza contenuta. Il gusto è semplice quanto l’aroma, con un delicato profilo maltato (pane e miele), un accenno fruttato non ben definito e un finale amaro erbaceo di breve intensità e durata.  Non ci sono difetti ma non ci sono neppure emozioni in una birra abbastanza precisa alla quale manca però un po’ di quella secchezza che la renderebbe ancora più rinfrescante. Non c’è molto carattere, l’intensità è quella che è ma l’assenza di quei sapori sgradevoli che spesso si trovano nelle birre sugli scaffali del discount le permette di guadagnarsi ampiamente la sufficienza. Gli appassionati di birra artigianale non la troveranno particolarmente interessante, ma per salire di livello bisogna ovviamente mettere mano al portafogli e fare acquisti altrove. O pensavate davvero di bere una Toccalmatto ad un terzo del suo costo?

La Rossa (7%)  si autodefinisce “una birra per le grandi occasioni, compagna perfetta per la tavola, ideale per la pizza, ma i suoi ricchi aromi maltati sapranno accompagnare anche formaggi di media stagionatura e carni rosse”. Il suo colore è un bell’ambrato accesso da fiammate rossastre, mentre la schiuma ocra, cremosa e compatta, mostra un’ottima persistenza. L’ispirazione è belga ed è evidente sin dall’aroma: zucchero candito, caramello, spezie (cardamomo, coriandolo?), biscotto, frutta secca a guscio, persino qualche accenno di pasticceria. Intenso e molto pulito, una bella sorpresa. Purtroppo il gusto non mantiene le aspettative e si rivela molto meno pulito ed interessante:  la bevuta è dolce, guidata dall’accoppiata caramello-biscotto ed incalzata da note di prugna ed uvetta. L’alcool è abbastanza ben dosato anche se l’intensità complessiva della birra potrebbe essere migliore: c’è qualche problemino nel finale, con un amaro terroso un po’ sgraziato che non lascia un buon ricordo e rischia quasi (e sottolineo quasi) di scivolare nella plastica bruciata.  Parte davvero bene questa “birra rossa” ma è un peccato non ritrovare nel gusto tutte le belle premesse dell’aroma; il risultato è comunque sufficiente, ma valgono le stesse considerazioni (qualità-prezzo) fatte per la sorella bionda.  
Per quel che riguarda il classico abbinamento pizza-birra (doppio malto!) citato anche in etichetta, direi che La Rossa può essere una dignitosa alternativa a prodotti industriali (non da discount)  come questi che costano più o meno uguali. E per il confronto in casa Eurospin con l’ex Lucilla ?  Direi che La Brassicola rappresenta senz’altro un passo in avanti, anche se queste due bottiglie sono ancora giovani e non hanno ancora affrontato il caldo dell'estate e dei magazzini della grande distribuzione.
Nel dettaglio: 
La Bionda, formato 50 cl., alc. 4,8%, lotto 18003, scad. 30/01/2020, prezzo 2.29 Euro
La Rossa, formato 50 cl., alc. 7,0%, lotto 18004, scad. 31/01/2020, prezzo 2.29 Euro

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

domenica 15 aprile 2018

Equilibrium Brewery: Mc² & Harvester of Simcoe


Middletown, cittadina con trentamila abitanti nella contea di Orange, stato di New York: i grattacieli di Manhattan sono ad un centinaio di chilometri a sud. E' qui che nel dicembre 2016 ha aperto le porte Equilibrium Brewery; a fondarla due ingegneri ambientali del Massachusetts Institute of Technology che, stanchi delle loro rispettive occupazioni, hanno deciso di trasformare il loro quasi ventennale hobby dell'homebrewing in una professione. Sono Ricardo Petroni e Peter Oates, il primo più concentrato sul business, il secondo responsabile della produzione: tre gli anni passati ad elaborare le ricette, raccogliere i finanziamenti necessari e cercare il luogo dove mettere in funzione un impianto da venticinque ettolitri. La città di Middletown offre un edificio del 1900 usato per il confezionamento della carne ma ormai in disuso da anni: 260.000 dollari il prezzo d'acquisto, 225.000 dei quali rimborsabili a patto di restare in attività per almeno cinque anni e l'obbligo di restaurarlo; in aggiunta, incentivi fiscali sui materiali acquistati per la ristrutturazione e sulla tassa di possesso. Un milione e mezzo di dollari l'investimento totale fatto da Petroni e Oates nel birrificio, che oggi conta una decina di dipendenti. Oltre a riqualificare una zona del centro di Middeltown, Equilibrium ha anche portato in città i beergeeks e tutto quello che ne consegue; delle quasi sessanta birre prodotte in dodici mesi d'attività la maggior parte sono IPA e Double IPA ispirate al New England. Non passa molto tempo che i sabati mattina, giornate in cui di solito vengono messe in vendita le nuove lattine e bottiglie, decine di persone si mettono in fila e, nell'attesa dell'apertura, bevono e scambiano altre birre. 
Adiacente al birrificio c'è la Equilibrium Taproom and Grill: taproom al piano terra, bar e ristorante al secondo piano per chi ha voglia di mettere qualcosa sotto i denti. Oltre alle birre della casa, le dodici spine attualmente operative ospitano anche le produzioni di altri birrifici.

Le birre. 
Il luppolo è l'ingrediente maggiormente utilizzato da Equilibrium, ma il birrificio non è tuttavia molto loquace quando si tratta di elencarli. Nessuna informazione quindi su questa Double IPA chiamata Mc², se non che si tratta della versione "potenziata" dell'American Pale Ale della casa chiamata Photon.
Il suo colore rispetta il protocollo dell'hazy ed è arancio torbido, sul quale si forma una testa di schiuma biancastra abbastanza compatta e dalla buona persistenza. A due mesi di vita l'aroma di questa Mc² non è esplosivo ma mostra ancora freschezza e, sopratutto, una buona pulizia: un lieve carattere dank accompagna i profumi di mango e ananas, melone retato, pesca gialla e albicocca, senza dimenticare arancia e pompelmo. Davvero notevole la sensazione palatale: copro pieno, consistenza morbidissima, quasi setosa/vellutata, la giusta quantità di bollicine. E notevole è anche la maniera in cui l'alcool (8%) è celato: la bevuta ripropone la stessa macedonia di frutta dell'aroma con buona intensità, anche se non ci sono i fuochi d'artificio. Ne traggono beneficio pulizia ed eleganza, davvero ad un ottimo livello in uno stile, quello delle NEIPA, nel quale spesso latitano. La chiusura è molto secca, grazie anche ad una lieve asprezza che chiama in causa agrumi e passion fruit, con un tocco d'amaro quasi impercettibile. La traversata dell'oceano può essere molto pericolosa per queste IPA che non hanno vita molto lunga: in questo caso i due mesi (fortunatamente non estivi) hanno lasciato segni abbastanza trascurabili. La birra è ancora abbastanza fresca e assolutamente godibile,  "juicy ma con criterio" o equilibrio, se preferite.

L'altra Double IPA chiamata Harvester of Simcoe non lascia invece molti dubbi su quale sia il luppolo protagonista; non ci è però dato sapere se si tratti di una single hop. Anche il suo color arancio è piuttosto torbido e l'aroma supera per intensità quello della sorella Mc²: il frutto tropicale (mango, ananas) è piuttosto dolce, maturo e nel complesso l'esuberante macedonia appare un po' sfrontata/cafona e poco fine: alla festa partecipano anche passion fruit e pesca, arancia dolce. Al palato è molto gradevole e morbida ma un po' ingombrante: non è un peccato mortale, considerata la gradazione alcolica (8.8%). La bevuta è di fatto un succo di frutta dolce nel quale brillano mango e ananas, bilanciati dall'asprezza del frutto della passione; non c'è nessuna traccia d'amaro, il finale è secco e lascia finalmente intravedere un delicato tepore etilico. Mouthfeel e "fruttatone" non consentono grandi velocità di bevuta ma è una Double IPA che si sorseggia con buona frequenza e soddisfazione; non è un manifesto di eleganza e finezza, ma svolge molto bene la sua funzione succo-di-frutta per la quale è stata progettata. 

Nel dettaglio:
Mc², formato 47,3 cl., alc. 8%, lotto 13/02/2018.
Harvester of Simcoe, formato 47,3 cl., alc. 8.8%, lotto 16/02/2018

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

venerdì 13 aprile 2018

Cigar City Cafe Con Leche Stout

E’ iniziato con un restyling del brand che ha coinvolto lattine ed etichette il 2018 di Cigar City, birrificio di Tampa, Florida, fondato nel 2009 da Joey Redner (qui la storia) con produzione che attualmente s’attesta sui 105.000 ettolitri l’anno. Il sigaro è sempre presente ma è affiancato dalla scritta “hecho a mano, born in Tampa”
Ricordo che nel 2016 Cigar City è stata acquistata dal birrificio del Colorado Oskar Blues, aiutato dal fondo azionario privato Fireman Capital; la società è stata da poco rinominata CANarchy il cui “ombrello” abbraccia oggi, oltre a Oskar Blues e Cigar City, anche i birrifici Perrin, Squatters e Wasatch. Un nome quanto mai azzeccato visto che due delle sue lattine (Cigar City’s Jai Alai e  Oskar Blues Dale’s Pale) sono rispettivamente il primo ed il secondo six pack di birre artigianali in lattina più venduto negli Stati Uniti. La distribuzione di CANarchy raggiunge 50 stati americani ed esporta in Canada, Puerto Rico, Australia e Nuova Zelanda, Europa, Cile, Brasile e Corea del Sud: complessivamente sono circa 410.000 gli ettolitri prodotti nel corso del 2017. 
La birra di oggi non è ancora disponibile nel formato prediletto dal gruppo e bisogna quindi accontentarsi della bottiglia: parliamo di caffelatte, café au lait (Francia), Milchkaffee (Germania), café com leite (Portogallo), café con leche (Spagna), Koffie verkeerd (Olanda), kawa biała (Polonia), tejeskávé (Ungheria) e la lista potrebbe continuare all’infinito. 
La  (coffee) milk stout di Cigar City, chiamata appunto Cafe Con Leche, è stata proposta sin dal 2009 solamente in fusto presso la taproom del birrificio di solito nel periodo ottobre-dicembre; molti appassionati saranno quindi stati contenti d’apprendere del suo debutto in bottiglia avvenuto lo scorso novembre 2017. Un’occasione da non perdere visto quest’anno la Café con Leche tornerà ad essere disponibile a novembre solamente alla spina nella sua versione nitro.

La birra.
Cigar City non rivela nessuna informazione sugli ingredienti utilizzati a parte le aggiunte di caffè in grani, fave di cacao e lattosio. Ha una gradazione alcolica (6%) volutamente bassa per – dicono – “essere l’accompagnamento perfetto a una colazione a base di uova, pancetta e pane tostato fatta in tarda mattinata”. Il divertissement del beer-rating è incoraggiante: tra le migliori 50 Sweet Stout al mondo per Untappd, terza migliore al mondo per Ratebeer, appena dietro a mostri sacri dell’hype come Tree House, Hill Farmstead e i vicini di casa di Angry Chair. 
Nel bicchiere è perfetta, scurissima anche se non perfettamente nera, con un cremosissimo e compatto cappello di schiuma dall’ottima persistenza. Sono passati cinque mesi dall’imbottigliamento ma al naso il caffè è ancora dominante, con grande eleganza e pulizia: chicchi ma anche “americano”, e intorno a lui ci sono sfumature di cioccolato, di pelle/cuoio e terrose, caffelatte. Il mouthfeel è perfetto: poche bollicine, corpo medio, consistenza morbida, quasi cremosa,  una leggera densità che non intacca per nulla la scorrevolezza. La semplicità ed il rigore salgono in cattedra in una birra molto precisa e definita in ogni suo aspetto: cioccolato al latte, un tocco di caramello e un ricordo di vaniglia supportano l’intensità del caffè, la cui acidità è praticamente azzerata dal lattosio in un equilibrio molto ben riuscito. Ancora caffè, cioccolato e qualche tostatura  concludono un percorso raffinato e molto soddisfacente. Birra perfettamente riuscita questa Café con Leche di Cigar City: tra i migliori esempi dello stile che mi sia mai capitato d’assaggiare.  Non perdetela se amate le birre di questo genere:  le bottiglie del 2017 ancora si trovano in giro.
Formato 65 cl., alc. 6%, IBU 53, imbott. 10/11/2017, prezzo indicativo 16-20 euro (beershop)

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

giovedì 12 aprile 2018

Verdant Brewing: Headband Pale Ale, Track and Field IPA & I Played Bass on that Tune IPA


A qualche settimana di distanza ritorniamo a parlare di Verdant, uno dei birrifici più ricercati dai beergeeks inglesi: l’avevamo conosciuto in questa occasione.  Le ultime novità in casa Verdant parlano di una campagna di crowdfunding che si è conclusa con successo: 26.000 sterline raccolte in un mese (febbraio) per finanziare l’apertura di un Seafood Bar & Tap Room in centro a Falmouth, Cornovaglia. “Amiamo avere una taproom e punto vendita al birrificio, ma siamo stati costretti ad usare tutto lo spazio disponibile per aumentare la nostra capacità produttiva. Abbiamo guardato in centro città per aprire un luogo tranquillo dove la gente possa andare a bere le nostre birre accompagnandole con semplici e freschissimi piatti  (tapas) di mare: cozze, capesante, zuppe di pesce e fritture abbinate alle nostre freschissime birre luppolate.  E’ un locale già aperto che personalizzeremo con il nostro nome e logo”.  L’obiettivo di Verdant era di riuscire ad inaugurarlo in tempo per le vacanze di Pasqua, ma credo che la ristrutturazione sia attualmente ancora in corso.  
Non una, non due ma tre: andiamo ad assaggiare altre tre produzioni Verdant, tutte messe in lattina verso la metà di febbraio.

Partiamo dalla Track & Field IPA (7.2% ABV), ricetta che include malto Best Ale, frumento, luppoli Simcoe e Mosaic, lievito Lalbrew New England. Il suo colore è un arancio/dorato piuttosto velato sul quale si forma una schiuma cremosa ma un po’ scomposta, dalla buona persistenza. L’aroma è gradevole sebbene non molto espressivo o elegante: mango e ananas, arancia dolce. Caratteristiche che si ritrovano anche al palato, dove la bevuta è senza dubbio piacevole con un carattere  fruttato molto intenso anche se non troppo definito: mango e ananas sono i frutti maturi (a tratti quasi canditi) che vengono  in mente, la chiusura amara (resina) è molto delicata e corta. Ottimo il mouthfeel, morbido e cremoso senza risultare troppo ingombrante L’alcool è quasi impercettibile ed il risultato è una IPA molto facile da bere, fruttata senza sconfinare nel torbido succo di frutta. Livello piuttosto alto ma sicuramente c’è spazio per migliorare pulizia ed eleganza.

Tutti stravedono per le IPA di Verdant ma a me ha invece davvero impressionato la Pale Ale chiamata HeadBand (5.5%): malti Best Ale, Extra Pale Ale, Monaco, Carapils e Crystal 150, avena e frumento, luppoli Citra, Mosaic, Columbus e Chinook, solito lievito Lalbrew New England. E’ piuttosto torbida e di colore arancio, la schiuma biancastra è scomposta ma ha una buona persistenza. L’aroma non è esplosivo ma più raffinato rispetto alla sorella maggiore, sebbene  gli elementi siano più  o meno gli stessi: mango e ananas, arancia dolce. Qui la presenza dei malti  (pane e crackers) è quantomeno avvertibile, anche se il cuore della bevuta è ovviamente il fruttato, in questo caso educato e non cafone: c’è un mix ben riuscito di tropicale ed agrumi che sfocia in un finale molto secco e moderatamente amaro, nel quale convivono resina e scorza d’agrumi. Una birra davvero molto interessante, dalla bevibilità enorme e dal grande potere dissetante, di quelle che non smetteresti mai di bere: “juicy ma con criterio”, livello molto alto.

Abbastanza deludente si è invece rivelata la I Played Bass on That Tune (6.5%), una New England IPA affetta da quella sindrome d’invecchiamento precoce che a volte colpisce queste birre. La ricetta dice malti Extra Pale, Best Ale, Caramalt, Avena e frumento maltato, luppoli Citra, Columbus ed Eldorado, lievito “della casa”. Nel bicchiere è di un color arancio piuttosto torbido, mentre la schiuma cremosa e compatta rivela una buona persistenza. Al naso intensità ed eleganza latitano: il solito canovaccio mango-ananas-arancia dolce viene qui arricchito da ricordi di melone retato, ma lo schema è poco preciso. Bene è invece la sensazione palatale, morbida e leggermente cremosa, mentre il gusto ripropone la scarsa intensità e finezza dell'aroma. C'è una sensazione generale di tropicale non ben definita,  l'amaro è praticamente assente, ma quel succo di frutta che dovrebbe esserci nel bicchiere è un po' troppo spento e sbiadito: benché gradevole, non giustifica assolutamente il prezzo del biglietto.

Nel dettaglio:
Headband, 44 cl., alc. 5,5%, lotto 14/02/2018, scad.  14/05/2018, prezzo indicativo 4.50 sterline
Track and Field, 44 cl., alc. 7.2%, lotto 19/02/2018, scad. 19/05/2018, prezzo indicativo 5.00 sterline
I Played Bass on that Tune, 44 cl., alc. 6,5%, lotto 13/02/2018, scad.13/05/2018, prezzo indicativo 5.30 sterline

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

mercoledì 11 aprile 2018

Prairie Birthday Bomb!

2012, anno di fondazione di Prairie Artisan Ales. 2013, anno in cui il birrificio di Tulsa (Oklahoma) fondato dai fratelli Healey realizza una delle birre che hanno maggiormente contribuito a renderlo famoso: è la Bomb!, massiccia imperial stout prodotta con chicchi di caffè, fave di cacao, baccelli di vaniglia e peperoncino Ancho. A quel tempo l’hype tra i beergeeks americani era alto e molti di loro si ritrovavano in fila  ad acquistarne una cassa il giorno della messa in vendita  per poterla bere o scambiare con altre birre ugualmente ricercate.  “E’ stata una bomba che ci è esplosa addosso – ammise  Chase Healey in quel periodo – è famosa in tutti gli Stati Uniti e non riusciamo a soddisfare le richieste”
La produzione di Bomb! è piano piano aumentata e l’hype è di conseguenza sceso; nel 2016 i fratelli Healey hanno ceduto il marchio Prairie alla Krebs Brewing Co.,  birrificio che aveva sino ad allora prodotto quasi tutte le birre Prairie e la produzione è ulteriormente cresciuta al punto che  oggi la birra è reperibile con relativa facilità nel continente europeo. 
Una birra di successo, soprattutto se una imperial stout, porta inevitabilmente la nascita di numerose figliastre: nel caso della Bomb! ce ne sono circa una decina, le più famose delle quali sono Christmas Bomb!  (spezie natalizie), Pirate Bomb! (invecchiata in botti ex-rum), Barrel-Aged Bomb! (botti whiskey) e le varie Deconstructed Bomb. A Maggio 2016 per celebrare il terzo compleanno della Bomb! viene annunciata la Birthday Bomb!: ai classici ingredienti (chicchi di caffè, fave di cacao, baccelli di vaniglia e peperoncino Ancho) s’aggiunge una nuova e speciale “salsa di caramello”.  Lo scorso anno la Birthday Bomb! è stata nuovamente replicata in primavera, ed è questa che andiamo ad assaggiare.

La birra.
Nel bicchiere non è nera ma poco ci manca: la piccola schiuma è cremosa e compatta ma abbastanza rapida nel dissolversi.  Il suo aroma non è esattamente una “festa di compleanno” ma presenta un discreto livello di intensità ed eleganza: gli ingredienti dichiarati ci sono tutti, con il caffè protagonista indiscusso affiancato da vaniglia, cioccolato e peperoncino. La sensazione palatale è invece un po’ deludente: non vorrei ripetere il solito ritornello del “non è più quella di una volta” ma mi sembra che da quando Prairie è stata ceduta alla Krebs le imperial stout si siano un po’ "assottigliate". Gli impianti che le producono sono sempre gli stessi, il mouthfeel è leggermente cremoso ma le manca un po’ di viscosità a rendere l’esperienza davvero entusiasmante. Neppure il gusto è impeccabile: la bottiglia ha un anno di vita sulle spalle e probabilmente ha passato tempi migliori. C’è troppa liquirizia ad accompagnare caramello e vaniglia, cioccolato e caffè; nel finale emerge senza esagerare il peperoncino, il cui calore si mescola a quello del alcool, il cui 13% era sino ad allora rimasto piuttosto mansueto. Bene ma non benissimo, mi verrebbe da dire: la Birthday Bomb si beve con soddisfazione ma pulizia ed eleganza potrebbero essere molto più elevate. Considerazioni simili erano già emerse per la sorella Prairie Paradise.
Formato 35.5 cl., alc. 13%, lotto 13172CM1 17104 15117, prezzo indicativo 10-13 euro (beershop)

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 10 aprile 2018

Abnormal Boss Pour IPA

Per parlare di birra oggi dobbiamo iniziare dal vino: è il 2012 quando the giovani californiani ex compagni alla Poway High School fondano la Abnormal Wine Company nel Rancho Bernardo, una quarantina di chilometri a nord di San Diego. Sono Matthew DeLoach, Elvin Lai e James Malone: volevamo allontanarci da quello snobismo che spesso accompagna il vino e proporlo in un contesto più amichevole e informale: anormale”. I tre creano il proprio marchio di vino offrendolo in degustazione in un locale all'interno del Rancho Bernardo Business Park: “poco dopo aver aperto la tasting room ci accorgemmo che all’ora di cena la maggior parte dei clienti andava via. Avevamo bisogno di offrire loro anche qualcosa da mangiare”.  
Nei locali adiacenti nasce così il ristorante-bar Cork & Craft, 150 posti a sedere e menù elaborato dal cuoco Mike Arquines, anche proprietario della Mostra Coffee, nome che forse molti appassionati di birra ricorderanno. Ai clienti vengono anche offerte delle cene con vini e birre in abbinamento: per l’occasione viene reclutato come consulente Derek Gallanosa, ex-homebrewer , a quel tempo nel team dei birrai del birrificio Karl Strauss di San Diego e anche docente alla San Diego State University nel corso “Business of Craft Beer”: un personaggio abbastanza noto nella scena brassicola della città californiana.  L’iniziativa ha grande successo, San Diego è uno dei paradisi della Craft Beer e Abnormal decide di affiancare alla produzione del vino e al ristornate anche un birrificio, tutti riuniti sotto lo stesso tetto.
Nell’aprile 2015 ci sono grandi aspettative tra gli appassionati di San Diego per il debutto di Abnormal Beer Company, guidata in sala cottura proprio da Derek Gallanosa che lascia la Karl Strauss per guidare l’impianto da 12 ettolitri. Non passano neppure dodici mesi e Abnormal annuncia un piano di espansione da un milione di dollari: lattine (debutto avvenuto nella  primavera 2017)  e altri fermentatori per portare la capacità produttiva dagli 800 ettolitri del 2016 ad un potenziale di 5800.  Un nuovo magazzino da 1000 metri quadri a poche centinaia di metri di distanza consente anche d’iniziare un programma di barrel aging:  al di la delle classiche West Coast IPA, Abnormal costruisce il suo successo grazie a potenti imperial stout prodotte con gli ingredienti tanto amati dai beergeeks: caffè, cioccolato, vaniglia, peperoncino e sciroppo d’acero. 
Il birrificio si auto distribuisce nelle zone di San Diego, Los Angeles, San Jose, San Francisco e Seattle; abbastanza “inusuale” (Abnormal!) è invece l’export: oltre a Singapore e Danimarca, potete trovare sempre le birre nella succursale coreana (!) Taphouse and Cantina una decina di spine che spesso ospitano anche altri birrifici americani. Lo scorso agosto Derek Gallanosa ha tuttavia dato le dimissioni e per motivi “di cuore” si è trasferito più a nord, a Sacramento, dove ha fondato la Moksa Brewing Company assieme a Cory Meyer, ex birraio della New Glory Craft Brewery. Alla Abnormal è arrivato il birraio Nyle Molina, esperienze precedenti presso  Funky Buddha e Green Flash

La birra.
“Vi sentite un boss?  Lo sarete quando aprirete questa West Coast Style IPA”: questo il modo in cui Abnormal annuncia la Boss Pour IPA, una delle tre birre (assieme alla Mostra Mocha Stout e alla 5PM Session IPA) di maggior successo. La ricetta prevede malti inglesei e americani a supporto di una generosa luppolatura di  Cascade, Simcoe, Nugget, Citra e Mosaic. Ha debuttato ad aprile 2016. 
E’ una West Coast IPA piuttosto velata per gli standard di San Diego, anche se non raggiunge gli estremi torbidi del New England: la schiuma biancastra è cremosa e abbastanza compatta, con una discreta persistenza. A due mesi e mezzo dalla messa in lattina l’aroma ha probabilmente perso un po’ d’intensità ma è comunque ancora piuttosto gradevole e fresco: ananas, mango, arancia, mandarino e pomplemo fanno compagnia al “dank” tipici della West Coast. Eleganza e pulizia rispondono presente all’appello. La sensazione palatale è ottima ed il gusto non delude le attese delineando una WC IPA molto ben fatta; pane e crackers sostengono un profilo fruttato dolce che ripropone l’aroma ed è poi incalzato da un bel finale amaro, lungo e pungente, nel quale esplodono tutta la resina e il “dank” dell’area di San Diego. 
Una gran bella birra, fatta come piacciono a me: secca, pulitissima e bilanciata (ovvero fruttata senza arrivare al succo di frutta, amara senza asfaltare il palato) con pochi elementi ma disposti nel modo giusto. A voler esser rompiscatole qualche inevitabile lieve cedimento dovuto al viaggio intercontinentale s'avverte ma in questo caso si può tranquillamente chiudere gli occhi e godere di una birra ancora in ottima salute.
Formato: 47,3 cl., alc. 7%, IBU 55, imbott. 22/01/2018

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

domenica 8 aprile 2018

Jopen / Browar Stu Mostów: Polished Black Gold

Continuano ad aumentare incessantemente il numero delle collaborazioni tra birrifici "artigianali": quella di oggi vede un insolito incontro tra Olanda e Polonia.
Ad Haarlem si trova il birrificio Jopen, nome col quale nel quattordicesimo secolo erano chiamati quei barili di birra che dalla città dei Paesi Bassi venivano esportati all'estero. A quel tempo Haarlem era la seconda più grande città olandese ed il maggior centro di produzione della birra; nel 1994 un gruppo di appassionati birrofili locali (Stichting Haarlems Biergenootschap) vogliono far rivivere i fasti di quella tradizione e recuperano dall'archivio cittadino due ricette risalenti al 1407 e al 1501. Jopen è il nome dato a quelle birre che vengono prodotte in Belgio sugli impianti della Halve Maan. Nel 1996 un gruppo d'imprenditori locali forma la Jopen BV, una beerfirm che inizia a produrre con regolarità appoggiandosi prima agli impianti di La Trappe e poi del birrificio belga Van Steenberge. Il passaggio di status a birrificio avviene nel 2010 quando termina il restauro della vecchia Jacobskerk, una chiesa nel centro di Haarlem (Vestestraat 1) convertita a brewpub con ristorante annesso, ancora oggi operativo nonostante la maggior parte delle birre siano prodotte nel nuovo e moderno stabilimento che si trova in un quartiere industriale periferico. Qui (Emrikweg 21) è anche operativa la taproom chiamata Jopen Proeflokaal Waarderpolder; un terzo luogo dove potete bere le birre di Jopen è nella vicina Hoofddorp dove è stato inaugurato (Hoofdweg 774) un secondo brewpub, anch'esso all'interno di una ex-chiesa ristrutturata.
Ci sono molte meno informazioni disponibili sul birrificio polacco Stu Mostów (ovvero "cento ponti") inaugurato nel settembre 2014 a Breslavia. I fondatori sono Arleta e Grzegorz Ziemian, una coppia che dopo aver lavorato all'estero per diversi anni nel settore bancario ha fatto ritorno in patria per ristrutturare una vecchia sala cinematografica e aprire un birrificio. La tradizione polacca è contaminata dalla craft beer revolution americana, paese dove Grzegorz ha lavorato per tredici anni; l'impianto è un Braukon da quaranta ettolitri. 

La birra. 
"Oro nero" é  a quanto pare il nome con cui le Baltic Porter vengono chiamate in Polonia; questo il nome scelto da Jopen e Stu Mostów per una robusta (9.2%) birra che utilizza luppoli polacchi Lunga e Sybilla.  Nel bicchiere è prossima al nero con una perfetta testa di schiuma cremosa e compatta, dall'ottima persistenza. Ad un bell'aspetto corrisponde un naso che mostra una complessità e pulizia: pane nero, biscotto, frutta secca a guscio, prugna e ciliegia. In secondo piano accenni terrosi e di cioccolato. La sensazione palatale è davvero ottima, una carezza vellutata, poche bollicine, corpo medio: il gusto non delude le aspettative e propone con buona pulizia e intensità una bevuta molto ben bilanciata. Caramello, biscotto, pane nero, prugna e uvetta definiscono un percorso dolce che viene poi bilanciato da un finale amaro nel quale trovano posto le note terrose e speziate di luppolo e segale, accenni di caffè e leggere tostature. Davvero una bella sorpresa questa Polished Black Gold: una baltic porter ben fatta e bilanciata, dall'ottimo mouthfeel e facile da bere a dispetto di una gradazione alcolica che apporta un po' di calore solo nel finale. Birra molto ben riuscita, promossa senza indugi.
Formato: 33 cl., alc. 9.2%, lotto 17369/14, scad. 23/10/2019.

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

venerdì 6 aprile 2018

Burnt Mill Brewery: Green Path IPA & Dank Mode Double IPA


Diamo il benvenuto sul blog ad un nuovo birrificio inglese: Burnt Mill Brewery, giovane realtà operativa da luglio 2017 nella campagna di Badley, nel Suffolk. A fondarlo è Charles O'Reilly, dapprima assiduo frequentatore del beermile londinese di Bermondsey: lo potevate incontrare quasi ogni sabato davanti alle porte di The Kernel e Brew By Numbers;  nel 2011 inizia anche a farsi la birra in casa partecipando attivamente agli eventi organizzati da un club londinese di homebrewers. Dopo alcuni anni di pratica domestica O'Reilly vorrebbe emulare i birrifici che ama ed aprirne uno a Londra, ma dopo varie ricerche decide di guardare un po’ più lontano. Nel Suffolk, nei dintorni di Stowmarket, c’è un vecchio fienile di campagna che avrebbe bisogno di essere ristrutturato: i suoi ampi spazi sembrano perfetti e, dopo aver ottenuto i finanziamenti necessari dalle banche, nell’ottobre del 2016 i lavori hanno inizio;  a seguirlo c’è la birraia Sophie de Ronde con alle spalle esperienze presso la  Brentwood Brewing Company e all’impianto pilota della Muntons, malteria che si trova a poche miglia di distanza.  Sophie è una persona abbastanza nota nella scena birraria inglese, giudice internazionale, scrittrice e relatrice per il Brewers Journal, fondatrice dell’International Womens Collaboration Brewday. 
Burnt Mill Brewery prende il suo nome dalla collina in cui si trova il granaio, chiamata Burnt Mill Hill:  200 metri quadri di spazio nel quale trova posto un impianto da 18 ettolitri. Come detto il debutto avviene a luglio 2017 e per i primi cinque mesi il birrificio produce solamente keykeg;  le lattine iniziano ad arrivare solamente ad ottobre, dopo che Burnt Mill ha preso confidenza con l’impianto e sistemato le ricette.  Le belle etichette, così come il logo del birrificio, sono opera del grafico Josh Smith.

Le birre.
Scopriamo Burnt Mill partendo dalla IPA chiamata Green Path, una delle due birre (l’altra è la Pintle Pale Ale) con le quali il birrificio ha debuttato quasi un anno fa. Liberamente ispirata alla West Coast americana, utilizza luppoli Citra, Mosaic ed Enigma. Il suo colore è tuttavia molto poco californiano e vira invece verso l’ambrato; la schiuma biancastra è cremosa, compatta e molto persistente.  Il naso non è molto complesso e potrebbe essere più definito, ma regala ugualmente una gradevole macedonia di mango, passion fruit e quei ricordi di frutti di bosco (mirtillo) tipici del Mosaic; in sotto fondo c’è anche qualche nota floreale. Il gusto segue l’aroma con corrispondenza quasi perfetta e un bel bilanciamento tra malti (biscotto, caramello) e luppoli; il dolce del tropicale e dei frutti di bosco è incalzato da un finale amaro resinoso di buona intensità e discreta durata. C’è una buona secchezza e un bel carattere fruttato intenso che tuttavia non arriva agli eccessi modaioli; l’alcool è ben nascosto e la bevuta è facile, piacevole e con qualche miglioria in pulizia e definizione (e colore, per i miei gusti!) la Green Path è una IPA che potrebbe davvero raggiungere un livello alto. A patto che non vogliate qualcosa alla moda.

Dank Mode è invece una collaborazione con il birrificio californiano Fieldwork (Berkeley); anche in questa Double IPA sono protagonisti Mosaic ed Enigma, supportati da malti Maris Otter, Pale, Caramalt  e, secondo quanto dichiarano i due birrifici, “i videogiochi della metà degli anni ‘90”. Il suo colore è tra l’ambrato ed il ramato e la schiuma biancastra mostra discreta compattezza e ottima persistenza. La lattina dovrebbe avere un mese e mezzo di vita ma l’aroma non brilla né di fresco né di pulito: la componente “dank” è presente, s’avverte il caramello, una leggera ossidazione e nessuna presenza di quel carattere “tropicale e succoso” annunciato in etichetta. Caramello e biscotto guidano una bevuta quasi priva di frutta, se non un indefinibile accenno che non brilla di pulito; il finale amaro resinoso e terroso è di buona intensità e durata.  Double IPA bevibile che tuttavia mostra evidenti carenze in pulizia ed eleganza:  birra semplicistica anziché semplice, piuttosto noiosa. Con tutti i benefici del dubbio per una lattina “malandata/ossidata”,  siamo nel 2018 ed una Double IPA come questa mi pare davvero poco appetibile.

Nel dettaglio
Green Path IPA - Citra & Mosaic IPA, 44 cl., alc. 6.0% imbott. 15/02/2018, scad. 15/08/2018
Burnt Mill / Fieldwork Dank Mode, 44 cl., scad. 06/08/2018

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio