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giovedì 10 dicembre 2020

De Dolle XL Pale Ale

Il 15 novembre 2020 il birrificio De Dolle ha compiuto quarant’anni e per festeggiare Kris Herteleer ha voluto regalarsi un birra celebrativa chiamata appunto XL, espressione in numeri romani della propria età: evento più unico che raro, visto che da anni De Dolle produce le stesse etichette senza assecondare quelle dinamiche di una fetta di mercato perennemente in cerca di novità. In verità la storia del birrificio risale al 1835. Ad Esen, paese nelle Fiandre Occidentali dove oggi vivono circa duemila anime, un tempo vi erano un paio di distillerie e sei birrifici. L’unico rimasto ancora in piedi è quello fondato da Louis Nevejan e poi rilevato dopo cinquant’anni da Louis Charles Hector Costenoble: nel 1979 il birrificio è in vendita.
A Roeselare, ad una ventina di chilometri di distanza, ci sono i fratelli  Kris e Jo Herteleer, che da anni si dilettano a fare la birra in casa e che avevano anche vinto un concorso a Brussels. Kris ricorda: “dopo aver terminato gli studi in medicina mio fratello voleva andare in Sud America. Prima della sua partenza decidemmo di finire tutte le birre che avevamo fatto. Erano bottiglie grandi e quindi chiamammo ad aiutarci alcuni amici. Uno di loro conosceva un investitore che voleva aprire un birrificio. Alla fine degli anni ’70 se volevi acquistare un vecchio birrificio non potevi fare ricerche in internet, ma usavi l’elenco telefonico: alla lettera A non c’era nessun birrificio, alla B c’era Bavik, ma era troppo grande. Alla C vi era il birrificio Costenoble, e così andammo a vederlo. Sapevamo fare la birra ma non avevamo mai visitato un birrificio prima. Il birraio ci disse che il birrificio sarebbe stato venduto quel pomeriggio. Ma il potenziale acquirente non si presentò e così noi offrimmo di comprarlo allo stesso prezzo”
Con l’aiuto di alcuni consulenti e professionisti i fratelli Herteleer sistemano il birrificio cercando di far convivere efficienza e funzionalità con il fascino degli impianti che risalgono agli anni ’20, quando Esen fu completamente ricostruita dalle devastazioni della prima guerra mondiale: dopo due anni rileveranno le quote societarie di Romeo Bostoen, quel  mugnaio appassionato di birra che si  era inizialmente unito a loro.  Il 15 novembre 1980 viene effettuata la prima cotta della Oerbier (“la birra primordiale”)  del birrificio De Dolle Brouwers, ovvero “i birrai pazzi”. Il nome scelto è una naturale variante di “Dolle Dravers” ( “i ciclisti pazzi”) un minuscolo circolo di ciclismo al quale appartenevano Kris e Jo. Dei due è Kris ad assumere progressivamente il comando, facendo birra nei weekend e diventandone, dal 2006, l’unico proprietario. Si dice che il fratello Jo stia facendo ancora birra in Sud Africa, dove svolge la sua professione di medico.
Artista, grafico, architetto e birraio, Kris disegna personalmente quasi tutte le etichette e la simpatica mascotte gialla che crea come simbolo del birrificio: una cellula di lievito umanizzata "
ottimista e gentile - dice Kris - che sorride al risultato ottenuto, la birra. Ma per ottenerla c'è voluto lavoro e conoscenza, simboleggiati dalla pala che tiene nell'altra mano".  E lo racconta indossando improbabili giacche, scarpe e quei papillon che adornano anche il collo delle bottiglie delle sue birre.  “Abbiamo messo la scritta ‘Anno 1980’ sul nostro logo perché sapevo che ci avrebbero copiati. Alcuni sostengono che La Chouffe fu il primo microbirrificio artigianale belga. Noi siamo stati i primi. La Chouffe è nata nel 1982. Quelli dell’Abbaye des Rocs dicono di essere arrivati prima di noi ma ho fatto delle ricerche: sono partiti quattro anni dopo. Dopo l’apertura del primo birrificio Hoegaarden di Pierre Celis (1965, nda) ci fu un vuoto di 16 anni. Non era un bel periodo per i produttori di birre speciali, la maggior parte chiudevano e noi siamo stati i primi della rinascita”.

La birra. 

Non ne ho la conferma ma immagino che l’etichetta sia un dipinto di Kris Herteleer; oggi i birrifici celebrano sovente il proprio compleanno con birre complesse e dalla gradazione alcolica importante. Kris è andato invece controcorrente optando per una Pale Ale che ha il contenuto alcolico (6.5%) più basso di tutte le altre De Dolle, se si esclude la Oeral (6%), una hoppy Pale Ale destinata solo al mercato americano, dove viene messa in lattina dall’importatore B. United.  La “session beer” di  casa De Dolle è infatti la Arabier (8%).  La XL Pale Ale è stata realizzata semplicemente con malto Simpson Maris Otter Pale Ale e luppolo Whitbread Golding raccolto nella vicina Poperinge, utilizzato anche in dry-hopping; in fase di bollitura è stata poi aggiunta scorza d’arancia.
Il suo vestito è color arancio velato, la schiuma è generosa, cremosa e compatta come vuole la tradizione belga. Il naso della XL è fresco e regala profumi floreali, erbacei e terrosi, una delicata speziatura che richiama il pepe bianco, scorza d’arancia candita:  in sottofondo c’è qualche ricordo di pasticceria. Tra gli appassionati In Italia, dove De Dolle ha un ottimo seguito grazie all’opera divulgativa di Lorenzo Kuaska Dabove, si è subito aperto un dibattito: la XL è brettata?  Tra convinti e negazionisti c’è anche chi si è preso la briga di analizzare in laboratorio il contenuto della bottiglia che ha evidenziato l’assenza di brettanomiceti. La verità? Probabilmente non la sapremo mai, come non sappiamo esiste un solo lotto di XL o se ne sono stati fatti vari come avviene per la Stille Nacht, i cui asterischi riportati sul tappo fomentano ogni anno discussioni tra i birrofili. La mia percezione è inevitabilmente influenzata da questi rumors ma effettivamente l’aroma nel suo complesso ricorda quello di una Orval giovane.  Il mouthfeel è ottimo, le vivaci bollicine della scuola belga non disturbano e non creano spigoli: è una Pale Ale che attraversa il palato regalando una sensazione di pienezza. Note biscottate e di miele danno il via ad una bevuta che richiama l’aroma nel dolce della frutta candita, sapientemente bilanciata da una bella acidità, da un finale secco e da un amaro zesty, erbaceo e terroso. L’alcool è davvero impercettibile e la XL di De Dolle risulta essere una Pale Ale rustica e ruspante, generosamente fruttata, rinfrescante e dissetante, intensa e facilissima da bere. Poco importa che sia brettata o no: a me è piaciuta molto e bevendola fresca eliminerete alla radici qualsiasi problema derivante dall’eventuale presenza di lieviti selvaggi. Se entrasse in produzione stabile, sarebbe un’aggiunta necessaria alla piccola gamma De Dolle? Probabilmente no: la subdola e più amara Arabier (8% e non sentirli) svolge per “i birrai pazzi” perfettamente la funzione di birra estiva, magari da gustarsi sulle colorate sedie nel patio antistante il birrificio nelle (forse) assolate domeniche delle Fiandre Occidentali. Se volete tuttavia concedervi ben più di un bicchiere, la Arabier è un pericoloso nemico per la vostra sobrietà e per la vostra patente: la XL potrebbe in questo senso rappresentare un’ottima alternativa “low ABV”.

Formato 33 cl.,  alc. 6,5%, scad. 01/10/2022, prezzo indicativo 4,00-5,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 15 settembre 2020

Alder Beer Co.: Summer Job & Hoppeland

Le presenze sul blog del birrificio Alder di Seregno sono sempre più frequenti ma ammetto che era tanta la curiosità di vedere Marco Valeriani cimentarsi per la prima volta con un birrificio tutto suo, dopo le esperienze di successo maturate lavorando come birraio presso Menaresta ed Hammer. Trovate tutta la storia qui.  A maggio vi avevo parlato di tre birre luppolate di stampo americano, a metà luglio siamo invece andati virtualmente in Germania ed in Inghilterra ad assaggiare tre birre dove i protagonisti erano i malti.  IPA e Double IPA americane continuano a dominare la gamma Alder ma pian piano il portfolio di Valeriani si sta espandendo andando a colmare lacune importanti: ad esempio il Belgio o l’Inghilterra luppolata.
Lo scorso giugno è nata Summer Job, interpretazione moderna di una English Pale Ale "in ricordo delle pinte bevute in un pub di Swanage, contea di Dorset, UK”.  Valeriani non ha nominato esplicitamente né il nome delle due birre né quello del pub e tocca indovinare. Se per il nome del locale diventa abbastanza difficile fare delle ipotesi, visto che la cittadina affacciata sulla costa della Manica ne ospita parecchi,  il nome della birra presenta due indizi utili.  Il primo mi fa pensare alla  Summer Lightninginventata alla fine degli anni ’80 da John Gilbert, birraio alla Hopback Brewery e considerato il “padre” di di tutte le Golden/Summer Ales inglesi: birre chiare, secche, generosamente luppolate e dalla grande bevibilità. La Summer Lightning  è una birra straordinaria che purtroppo non sono quasi mai riuscito a bere in condizioni decenti nel nostro paese.  Il secondo indizio mi fa pensare alla Proper Job, una della birre che hanno decretato il successo di St. Austell e commercializzata nel corso del tempo sotto le vesti di Golden Ale, American Pale Ale o India Pale Ale per adeguarsi alle richieste del mercato.  

La Summer Lightning è prodotta con solo luppolo inglese East Kent Golding, la Proper Job utilizza invece Cascade e Chinook.   E la Summer Job di Alder?  Willamette (il più inglese dei luppoli americani), Cascade e Chinook: avrò indovinato le due pinte pinte bevute in un pub di Swanage?
I
l suo colore è dorato e velato, la schiuma compatta ma un po’ grossolana. L’aroma è pulito ed elegante: emergono profumi di pane, accenni biscottati e di miele, floreali ed erbacei, frutta a pasta gialla, lemongrass. Delicatamente carbonata (la flemma inglese!) scorre molto bene ma dal punto di vista tattile mi sembra un pochino più pesante rispetto a quello che ricordo essere le sue due probabili muse ispiratrici. Il bouquet aromatico viene riproposto con buona precisione anche se al palato il fruttato ha perso freschezza e vira un po’ troppo verso la marmellata. Bevuta secca, dalla buona intensità e dal grande poter rinfrescante e dissetante, chiude il suo percorso con un amaro tipicamente british: note terrose, erbacee e un tocco di lemongrass. Ottima birra estiva che a tre mesi dalla nascita sta solo invecchiando un po’ troppo precocemente, anche se conservata sempre in frigorifero: di quelle che non dovrebbero mancare in ogni pub, soprattutto in estate.

Ad inizio luglio ha invece fatto il suo debutto Hoppeland, Belgian Ale con un nome che parla chiaro: la “terra del luppolo” belga è la cittadina di Poperinge e da qui proviene il luppolo Nugget usato in una ricetta ridotta ai minimi termini che prevede 100% malto pils. Perché dopotutto quando si parla di Belgio il vero protagonista non può che essere il lievito.  Anche qui è doveroso citare due birre che hanno aperto una strada poi imboccata da tanti altri: quella del Belgio “moderno” (luppolato): la XX Bitter di De Ranke e soprattutto la spesso sottovalutata Poperings Hommelbier di Van Eecke,  quest’ultima commissionata in origine proprio in occasione dell’annuale festa del luppolo della cittadina belga. 

Il suo vestito oscilla tra il dorato ed il giallo paglierino, la schiuma è perfettamente belga: generosa, compatta, molto persistente. Al naso emergono note erbacee e zesty, crackers  mentre il lievito regala accenni di spezie, e quel mix di banana e rustico che a volte trovo stappando la Saison Dupont. DNA belga rispettato in pieno al palato: bollicine copiose, corpo medio, ottima scorrevolezza. Pane, crackers, un tocco di frutta a pasta gialla, agrumi canditi sono l’ago della bilancia di una birra dal un finale generosamente luppolato e secco, ricco di note erbacee, zesty e terrose. E’ il Belgio moderno che ammalia e seduce, quello che piace a me, quello da bere ad oltranza in estate e non solo.  Le manca un po’ di spavalderia, il suo abito è ancora un po’ ingessato e potrebbe essere ad esempio un po’ più ruffiana al naso. Ma l’esordio di Alder in territorio belga è degno di nota e la Hoppeland entra subito tra le migliori interpretazioni italiche. 
Nel dettaglio: 
Summer Job, 40 cl., alc. 5,0%, lotto 27/05/2020, scad.  27/09/2020, prezzo indicativo 5-6 euro (beershop)
Hoppeland, 40 cl., alc. 5,5%, lotto 10/07/2020, scad. 10/01/2021, prezzo indicativo 5-6 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 17 febbraio 2020

Abbaye des Rocs Blonde

Il Belgio virtuale (della birra) sta cambiando?  A guardare il sito internet della Brasserie des Rocs si potrebbe affermare di sì.  Sino a qualche tempo fa il suo era il tipico sito di un birrificio belga: amatoriale, poco bello, con pochissime informazioni spesso solamente in francese e/o fiammingo. Non lo visitavo da un po’ ed oggi mi trovo di fronte ad un sito completamente rinnovato che fa anche riferimento al beer-rating: Untappd e Ratebeer, riportando alcune recensioni particolarmente positive.  Al rinnovamento del sito ha fatto seguito anche quello (per me sciagurato) delle etichette. Prendiamo la Brune dell’Abbaye des Rocs: molti anni fa era una gioia trovarla sugli scaffali dei supermercati con un ottimo rapporto qualità prezzo.  La sua storica etichetta “a trifora” è stata ora sostituita da una grafica asettica che mette in evidenza l’anno di fondazione del birrificio, il 1979. Per me è un pezzo di storia che se ne va.  
In quell’anno nasceva la Brasserie Eloir-Bertiau, la “sfida” che Jean Pierre Eloir, ex-impiegato al catasto, aveva lanciato al suocero, un birraio ormai in pensione che passava il suo tempo a lamentarsi di quanto quel lavoro fosse stato difficile e faticoso.  Jean Pierre iniziò con l’homebrewing per dimostrargli che era possibile  produrre una buona birra anche nella propria cantina con pochi mezzi, pochi sforzi e con poca esperienza.  Il gioco si trasformò poi in un hobby, con una ottantina di litri di birra che venivano prodotti ogni due settimane in garage; la necessità di smaltire la produzione convinse Jean Pierre a richiedere i permessi e le autorizzazioni necessarie per operare commercialmente e vendere l’unica birra da lui prodotta, chiamata Abbaye des Rocs, che realizzava con un ceppo di lievito recuperato da alcune bottiglie di Rochefort e Westmalle. E’ questo l’unico legame – se lo si vuole cercare – con la cosiddetta “birra d’abbazia” belga.  Il nome Abbaye des Rocs si riferisce solamente ad un vecchio rudere di  campagna che si trova a qualche centinaia di metri dalla casa dei coniugi, un tempo possedimento dell’Abbazia di Crespin. 
L’Abbaye des Rocs rimase l’unica birra prodotta sino al 1985 quando, in occasione delle festività, venne realizzata l’Abbaye des Rocs Spéciale Noel seguita l’anno successivo da La Montagnarde.  Fu solo nel 1987 che il birrificio divenne una società a responsabilità limitata e venne costruito un nuovo locale adiacente alla casa di famiglia per ospitare i nuovi impianti di seconda mano  (l'ammostatore era stato utilizzato anche nell’abbazia di Chimay)  che consentirono di aumentare la produzione da 80 a 1500 litri. Nel 1991 il birrificio cambiò nome in Brasserie des Rocs  e nel 1996 , quando la produzione annuale aveva raggiunto gli 800 ettolitri, il testimone passò da Jean Pierre nelle mani della figlia Nathalie Eloir che andò in sala cottura lasciando il padre ad occuparsi degli aspetti commerciali. Arrivarono una dopo l'altra Abbaye des Rocs Blonde, Abbaye des Rocs Grand Cru e Abbaye des Rocs Triple Imperiale; la produzione è destinata per la maggior parte all'esportazione, con Stati Uniti, Francia e Italia come mercati principali

La birra.
La Blonde dell’Abbaye Des Rocs non ha soltanto un vestito nuovo ma, secondo quanto riporta il sito del birrificio, anche una ricetta nuova. Il suo colore è dorato e velato, la schiuma è cremosa e compatta ma non così generosa come vorrebbe la scuola belga. Nel bicchiere ci finisce anche qualche “fiocco” di lievito, ma questo è un po’ il marchio di fabbrica della casa. Il naso è piuttosto interessante, fresco, pulito e intenso: una bella speziatura che richiama pepe e coriandolo, profumi floreali, miele, cereali, accenni di pera e di scorza di limone. Vivacemente carbonata, la bevuta procede spedita e abbastanza snella: cereali e pane fragrante, un pizzico di spezie, accenni di pera, mela e frutta a pasta gialla. Un nel percorso che tuttavia si ferma sul più bello: nel finale la birra si nasconde ed emerge una sensazione un po’ troppo acquosa: l’alcool è un fantasma ma questa “nuova ricetta” della Blonde des Rocs si ricollega piuttosto alla vecchia equazione “birra belga = dolce”. E’ secca ma priva di amaro: per il mio gusto, e per essere non dico nuova ma almeno moderna, è una mancanza fondamentale. Formato 33 cl., alc. 6.5%, lotto 1909 00467, scad. 05/07/2021, prezzo indicativo 3.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 10 dicembre 2019

Coop Italia Fior Fiore IPA & Fior Fiore Blonde


“Nel corso del 2018, per la prima volta, gli acquisti di birra in Italia hanno raggiunto e superato il miliardo di euro, con un consumo medio pro capite di 32 litri. Continua a crescere la passione per questa storica bevanda, che può offrire agli estimatori tante versioni diverse, per gusto, sapore, tipologia di lavorazione e paese di provenienza. Se la cavano bene le birre straniere, ma crescono anche quelle italiane, sia nel mercato interno sia nell’esportazione che ha raggiunto i 200 milioni di euro e un +11% nell’ultimo anno”: questa la premessa fatta dal gruppo Coop nei primi mesi del 2019 per annunciare il rinnovamento l’ampliamento dell’offerta “Birre Fior Fiore”.  Si parte dall’Italia e dalle Birre doppio malto Fior Fiore (chiara e rossa) prodotte da Pedavena caratterizzate “da un profilo aromatico più ricco e un rafforzamento organolettico del corpo delle ricette, approvate da esperti assaggiatori” (sic)  per arrivare alla Germania dove il birrificio Wieninger, in Baviera, produce la  Birra di frumento IGP tedesca Fiorfiore.  Le novità sono invece rappresentate con due tuffi nella tradizione belga (Blanche e Blonde) e uno in quella anglosassone (English IPA). 
Curiosi di sapere come sono ? Beviamole. 

Pariamo dall’Inghilterra e dal birrificio Robinson che si trova a Stockport, nella grande periferia di Manchester. Personalmente lo ricordo solamente per quella che credo sia la sua birra più famosa e, probabilmente, la meno peggio: parlo della Old Tom, disponibile anche nella sua improbabile versione al cioccolato. Ma Robinson è anche il responsabile (sì, "che può essere chiamato a rispondere di certi atti") della serie delle Trooper, le birre ufficiali degli Iron Maiden e produce già svariate birre per la grande distribuzione inglese (Marks & Spencer) e per le Co-op europee. A loro per il mercato italiano viene chiesto di produrre la Fior Fiore IPA: sarà un clone della Robinsons 9 Hop IPA  (anche’essa  6.0%) ? Non lo sapremo mai. La novità in casa Coop non è però accompagnata da un adeguato restyling delle etichette, che ripropongono le stesse (terrificanti) linee guida di tutta la gamma Fior Fiore. Il comunicato stampa Coop ci vuole però far sapere che la birra ha seguito il “metodo di produzione del periodo coloniale, quando i lunghi viaggi verso l’India richiedevano l’uso di tanto luppolo per la conservazione della birra”. 
Nel bicchiere è perfettamente limpida, il suo colore oscilla tra il ramato e l’ambrato: schiuma biancastra, cremosa, ottima persistenza. Fiori, marmellata d’agrumi, trebbie, terra: l’aroma non è così terribile, anche se trasmette una sensazione di vecchiaia anziché di freschezza. Dopo tutto in una English IPA nessuno va a cercare l’intensità e la freschezza del dry-hopping o del DDH. Purtroppo il peggio deve ancora venire: note metalliche e saponose caratterizzano una IPA che si fa davvero fatica a bere. C’è anche posto per un po’ di caramello, di marmellata d’agrumi e per un amaro terroso e vegetale davvero sgraziato e sgradevole: anche l’alcool (6%) potrebbe essere meglio nascosto. Costa all’incirca 5 euro al litro ma fa rimpiangere i soldi spesi: se proprio volete spendere poco vi conviene andare al discount e mettere nel carrello le IPA prodotte da Amarcord o quelle della Crafty Brewing Company fatte per Lidl dal birrificio irlandese Rye River. Spenderete ancora meno meglio.

Meglio attraversare in fretta lo Stretto della Manica per abbandonare il Regno Unito e recarsi in Belgio dove al birrificio belga Van Steenberge è stata commissionata la Fior Fiore Birra Blonde. Van Steenberge è un birrificio commerciale che produce quasi più per conto terzi che per se stesso e che vanta un numero sterminato di etichette: Gulden Draak, Old Buccaneer, Piraat e Augustijn sono quelle che godono di maggior notorietà e che trovate spesso anche nei supermercati italiani. Ma Van Steenberge è anche colui che produce la Tripel de Garre, e berla alla spina dello Staminee de Garre nell’omonimo vicolo di Bruges è un’esperienza che ogni birrofilo dovrebbe fare almeno una volta nella vita.  Il problema è che Van Steenberge non di rado commercializza la stessa birra con etichette e nomi diversi: difficile orientarsi.  Ad esempio il birrificio belga produce già di suo le Keizersberg Blond, Tripel e Dubbel e quelli della Coop dicono che la Fior Fiore Blonde si basa su una ricetta del 1899 arrivata dall’abbazia benedettina di Keizersberg. Bingo? 
Mi coglie di sorpresa: gushing, dai tecnici di Van Steenberge non me l’aspettavo. Il suo colore invece è perfettamente in bilico tra l’arancio e il dorato, la schiuma non è invece quella “panna montata” tipica della scuola belga. Il naso però non è niente male: coriandolo, chiodo di garofano, pepe bianco, zucchero candito, biscotto, curacao; pulito, abbastanza intenso. Bene anche la sensazione palatale, scorrevole, vivacemente carbonata e con l’alcool (7%) che s’avverte solo nel finale come da manuale belga. La bevuta è meno interessante rispetto al naso ma comunque accettabile: biscotto, miele, zucchero candito e frutta candita disegnano una birra piuttosto dolce che viene comunque abbastanza ben attenuata e bilanciata da un tocco amaricante di curacao e purtroppo spenta da un finale un po’ troppo acquoso. Una belga standard che sembra uscire da un campionario, priva di anima ma che comunque si beve senza problemi. Rispetto alla IPA qui siamo su di un altro pianeta. 
Nel dettaglio:
Fior Fiore IPA, formato 50 cl., alc. 6,0%, lotto L9898, scad. 28/10/2020, prezzo 2,40 €
Fior Fiore Birra Blonde, formato 50 cl., alc. 7%, lotto 19HS, scad. 05/12/2019, prezzo 2,40 €

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 4 dicembre 2019

Cazeau Hop Harvest 2019

Villaggio di Templeuve, Tournai, Vallonia: risale al 1753 il primo documento storico che attesta la presenza di un produttore di birra. E’ il testamento di Jacques Descamps che lasciava al figlio Nicolas la propria casa ed un altro edifici da utilizzare per la produzione e la somministrazione di birra. Il nipote di Nicolas, Denis Delecoeuillerie, cede nel 1856 la brasserie al giovane nipote francese Jean-Baptiste Agache che gestisce il birrificio assieme ai figli Arthur e Charles sino all’inizio del primo conflitto mondiale, quando i tedeschi confiscano tutti gli impianti. 
La produzione riparte nel 1918 sfruttando uno dei pochi birrifici sopravvissuti alla guerra, Duchâtelet a Néchin: è solamente nel 1926 che la famiglia Agache riesce a rimettere in funzione il proprio impianto  in Rue Cazeau a Tournai, ad un paio di chilometri di distanza da Templeuve. Nasce la Brasserie de Cazeau che verrà guidata sino al 1952 da Maurice Agache. Il testimone passa poi nelle mani del figlio Jean assistito dal fratello minore Maurice, ma la birra ambrata Cazbier che sino ad allora occupava la maggior parte della produzione inizia a perdere colpi: i gusti dei consumatori si stanno orientando sempre di più verso le basse fermentazioni, pils e lager, prodotte dai grandi birrifici industriali. Nel 1969 anche la Brasserie de Cazeau, come tutti gli altri birrifici della regione del Grand Tournai, decide di spegnere gli impianti e di dedicarsi alla distribuzione di birre ed altre bevande. 
E’ solamente nel 2002 che Laurent Agache, ingegnere civile che lavora nel settore delle costruzioni e secondo figlio di Jean, prova a riportare in vita la tradizione di famiglia assieme al cugino Quentin Mariage, perito chimico presso una ditta di fertilizzanti. In Inghilterra riescono a recuperare il vecchio impianto della Brasserie de Cazeau e lo riportano a casa apportando le necessarie modifiche; dopo due anni di tentativi a maggio 2014 nasce la Tournay Blonde, seguita nel 2006 dalla Tournay de Noël, nel 2007 dalla Tournay Noire e nel 2008 dalla Saison Cazeau. Quello che è iniziato quasi come un hobby, un'attività da svolgere nei weekend, è diventata una cosa seria e Agache ci si dedica a tempo pieno. La gamma “classica” si completa nel 2012 con la Tournay Triple, ma il birrificio ha prodotto occasionalmente una ventina di altre etichette spesso non più replicate.

La birra.
L’ultima nata in casa Cazeau è  la Hop Harvest 2019: a Tournai non fanno mistero di essersi ispirati a alla Harvest Ale più famosa di tutto il Belgio, quella che il birrificio De Ranke produce ogni anno ad una trentina di chilometri di distanza. Per la prima Hop Harvest di Cazeau è stata utilizzato luppolo Cascade raccolto in Belgio. 
Il suo colore è oro pallido, quasi paglierino, la schiuma è perfetta: candida, pannosa e compatta, lunga ritenzione. Il naso è un piccolo capolavoro di finezza, equilibrio e fragranza:  profumi floreali, erbacei, mandarino, arancia, pane e crackers, una delicata speziatura.  La bevuta è agile e vivacemente carbonata come vuole la tradizione belga: il gusto non replica le meraviglie dell’aroma ma è comunque di livello. Malti leggeri (pane e crackers), suggestioni dolci di polpa d’agrumi, un pizzico di spezie e un finale secco, moderatamente amaro che si diversifica quasi equamente tra note erbacee, zesty e terrose. Ugualmente pulita ed elegante in bocca, ma meno intensa rispetto all’aroma, la Hop Harvest di Cazeau evapora dal bicchiere in pochi minuti. Il risultato è classicamente belga e moderno al tempo stesso: una Belgian Ale luppolata che piacerà a chi ama De Ranke e Brasserie della Senne. Non fatevela scappare.
Formato 33 cl., alc. 5%, lotto B04-19, scad. 02/2020, prezzo indicativo 3,50 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 11 febbraio 2019

De Ranke Simplex

Il birrificio belga De Ranke non ha certamente bisogno di presentazioni ed ogni appassionato di birra dovrebbe conoscerlo: qui trovate tutte le birre che sono transitate sul blog negli anni. Guidato da Nino Bacelle e  Guido Devos, De Ranke ha operato per una decina d’anni come beerfirm sino al 2005 quando ha finalmente messo in funzione il proprio impianto a Dottignies; solamente 5000 gli ettolitri prodotti all’anno, quantitativo insufficiente a soddisfare tutte le richieste dei clienti. 
Problema momentaneamente risolto nel 2017 quando De Ranke ha installato il nuovo impianto capace di raddoppiare la capacità portandola a 10.000 ettolitri.   Per l’occasione è stato anche effettuato il restyling di tutte le grafiche delle etichette, iniziando dalle due birre che venivano prodotte ininterrottamente da venti anni: XX Bitter e Guldenberg. Ma non solo: “la nostra capacità era completamente dedicate a produrre le birre classiche e non ci lasciava spazio per aggiungerne altre”, ammette Bacelle. 
Assieme al nuovo impianto sono arrivate anche tre novità: Simplex, Vieille Provision (una farmhouse ale assemblata con altre birre invecchiate un anno in botti di legno; si tratta in sostanza della birra utilizzata anche per realizzare la Cuvée De Ranke e la  Kriek De Ranke) e Back to Black  (una robusta birra scura(maturata per nove mesi in foeder di legno).  Alla fine di marzo 2018 è infine stata inaugurata anche la nuova Taproom De Ranke, aperta ogni venerdì e sabato da pomeriggio a sera.

La birra.
Era dal 2013 che De Ranke non aggiungeva una nuova birra a quelle che già vengono prodotte tutto l’anno. Il nuovo impianto ha reso possibile la nascita della Simplex, una birra “quotidiana”, “chiara” dalla bassa gradazione alcolica, ispirata “dalla nostalgia per le Plis che si trovavano negli anni sessanta: non filtrate, non pastorizzate e amare. Oggi sono invece tutte pastorizzate e più dolci”. Simplex non è tuttavia una Pilsner anche se ne vuole svolgere la stessa funzione rinfrescante e dissetante; il lievito belga è quello “della casa”, i luppoli utilizzati sono Brewers Gold, Hallertau Mittelfrüh e Warneton 7784, quest’ultimo un luppolo sperimentale chiamato con il codice postale e il nome della città belga nella quale si trova la fattoria che lo ha sviluppato. L’etichetta riprende la grafica delle sorelle maggiori (per intensità d’amaro) XX e XXX Bitter. Trovo superflua la descrizione “this is not a Pils”…  cosa significa? Solo perché una birra è bionda e leggera dovrei pensare che sia una pils?
Il suo colore ricorda l’arancio pallido ed è piuttosto velato:  la schiuma pannosa è molto generosa, compatta ed ha ottima ritenzione. Il naso apre con bei profumi floreali, erbacei e terrosi: c’è una delicata speziatura, ci sono ricordi di frutta a pasta gialla e di mandarino, arancia. Copro medio, vivaci bollicine, buona scorrevolezza: la sensazione tattile è però un po’ più ingombrante di quanto ti aspetteresti di trovare in una sessione beer. Crackers e pane, frutta a pasta gialla, arancia, spezie: la bevuta prosegue il percorso aromatico accentuandone la componente fruttata. E’ una birra dal DNA inequivocabilmente belga, dove il lievito lavora e si esprime bene, che si chiude con un bel finale secco e piuttosto amaro nel quale s’intrecciano note erbacee, terrose e di scorza d’agrumi.  
Nomen omen, Simplex è semplice ma piuttosto gradevole: fruttata, secca, dissetante e rinfrescante, pulita. Fa quello che deve fare e lo fa piuttosto bene: pensate ad una XX Bitter meno amara e un po’ più ruffiana, contemporanea.  Promossa.
Formato 33 cl., alc. 4.5%, IBU 50, imbott. 27/06/2018, scad. 15/06/2020

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 30 ottobre 2018

Mikkeller Årh Hvad?! & To Øl Fuck Art - This is Architecture


Potrei iniziare chiamando in causa “La guerra dei Cloni”, noto concorso per homebrewers che si tiene nel luglio di ogni anno al birrificio Baladin di Piozzo: i concorrenti devono presentare una birra ispirata ad una precisa produzione commerciale e replicarla il più fedelmente possibile.  Clonazioni, tributi, emulazioni: c’è una birra belga che in questo campo forse non ha eguali. Parliamo di quella, l’unica, prodotta dietro le mura dell’Abbazia di Notre-Dame d’Orval: non si contano gli homebrewers ed i birrai che hanno cercato di replicare il “goût d'Orval”. AI brettanomiceti, inoculati al momento dell’imbottigliamento, il compito di modificarlo nel corso degli anni: alla vostra preferenza la scelta di berla giovane o dopo qualche anno di cantina.
Mikkeller, birraio zingaro e con qualche dimora fissa tra Stati Uniti ed Europa, non ha mai nascosto il suo amore per l’Orval  (6.2%) e a lei si è ispirato in più di un’occasione, a partire da un clone del 2007  per arrivare alle più famose It’s Alive (8%) e soprattutto Årh Hvad?! (6.8%). Ed è stata proprio quest’ultima, distribuita per un periodo del 2015 anche nei supermercati belgi Delhaize, ad avergli creato qualche grattacapo non tanto per la birra ma per aver replicato in etichetta il logo esagonale dell’International Trappist Association sostituendo la scritta “authentic trappist product” con  “authentic mikkeller product”. Le minacce dei frati convinsero Mikkeller a cambiare il nome della birra da Årh Hvad?!  (“che cosa?” in danese) a Hva Såå?! (“e allora”?) rimuovendo il clone del logo trappista; da quanto capisco la birra è poi tornata a chiamarsi Årh Hvad?!, parole che pronunciate in danese suonano come “Or-val”. Le due birre sono poi state commercializzate anche in diverse edizioni barricate: Chardonnay, Grand Marnier, Sauternes a Saint-Emilio.

Le birre.
Malto Pale, una piccola percentuale di Caramello, luppoli Hallertauer Hallerau (Germania), Strisselspalt (Alsazia) e Styrian Golding (Slovenia): questo è quello che i frati rivelano sulle ricetta della Orval originale. Della  Årh Hvad?! di Mikkeller ne sappiamo ancora meno, se non che nel corso della sua produzione viene luppolata quattro volte con luppolo Styrian Goldings. A tre anni dalla messa in bottiglia si presenta di color ambrato con riflessi ramati e dorati: la generosa schiuma pannosa è abbastanza compatta ed ha ottima ritenzione. L’aroma si apre con una poco gradevole nota di solvente e di medicinale, alla quale fanno seguito i tipici odori dei brettanomiceti: cuoio, muffa, cantina. L’inizio non è dei migliori e il gusto si risolleva solo in parte dal baratro: la partenza è dolce di caramello, biscotto e una componente fruttata non ben identificata: fin qui la luce, poi arriva il buio di un’ondata amara, medicinale e terrosa, abbastanza sgradevole alla quale s’accompagnano note di plastica bruciata e medicinale.  Birra che è invecchiata davvero male e che era meglio aver bevuto da giovane.

Discepoli del loro ex-professore al liceo Mikkel Borg Bjergsø, Tobias Emil Jensen e Tore Gynth hanno seguito su scala minore le orme di Mikkeller mettendo in piedi prima la  beerfirm To Øl e poi il brewpub BRUS a Copenhagen; Jensen ha di recente abbandonato la nave che è ora guidata dal solo Tore Gynth. To Øl ha dedicato alla tradizione belga la serie di birre chiamata “Fuck Art”, nella quale non poteva certamente mancare un tributo all’Orval, nello specifico chiamato This is Architecture (5%) . Il riferimento non è tuttavia esplicito e To Øl parla solo di una Farmhouse Pale Ale brettata e rinfrescante.  In etichetta c’è il Ryugyong Hotel, grattacielo di 105 piani ubicato a Pyongyang, Corea del Nord: niente di più lontano dalla tranquilla campagna belga e dai boschi che circondano l’abbazia d’Orval.  Il motivo della scelta è che “la birra è minimalista come il grattacielo”. La sua ricetta include malti Cara Pils, Pilsner, Melanoidin, fiocchi d’avena, luppoli Amarillo, Simcoe e Tettnanger. Siamo dunque molto lontani dalla Orval ma, come vedremo, il risultato è molto più fedele all’originale di quello ottenuto da Mikkeller; anche questa bottiglia è datata 2015 e anche lei è stata prodotta da De Proef in Belgio. 
Il suo colore è oro antico, con riflessi ramati,  l’esuberante schiuma pannosa sembra quasi indistruttibile. Al naso ci sono gradevoli profumi floreali, qualche accenno di ananas e limone, un tocco rustico di paglia e di cuoio. Al palato è vivacemente carbonata, ruspante e scorre con ottima facilità:  note biscottate e caramellate introducono un fruttato dolce che ricorda la polpa dell’arancia subito incalzato dal funky dei brettanomiceti: la chiusura è abbastanza secca e l’amaro terroso è un appena disturbato da una leggera presenza medicinale e di solvente, sebbene in quantità irrisorie rispetto alla Årh Hvad. Nel bicchiere non ci sono le emozioni delle migliori bottiglie d’Orval ma la birra è piacevole e facile da bere e s’intravede a tratti il gusto d’Orval:  in questo caso gli allievi  To Øl hanno sicuramente superato il maestro Mikkeller  ma lei, “la birra della trota con l’anello in bocca”, è ancora là, inarrivabile.
Nel dettaglio:
Mikkeller Årh Hvad?!, 33 cl., alc. 6,8%, scad. 04/03/2025, pagata 1,99 € (supermercato, Belgio)
To Øl Fuck Art - This is Architecture, 33 cl., alc. 5%, scad. 05/05/2020, pagata 4,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 12 giugno 2018

[Le birre rivisitate] De Ranke XX Bitter

Torniamo a parlare di “birre rivisitate”, ovvero di quei classici che a volte mettiamo un po' in disparte perché troppo impegnati a correre dietro alle novità. La birra di oggi è un pezzo di storia del Belgio moderno: parliamo della XX Bitter del birrificio De Ranke, nata nel 1997 e antesignana di  tutte quelle Belgian Ale molto luppolate (qualcuno parla anche di Belgian IPA) che oggi stanno incontrando i favori del pubblico. Ammetto di non berla da un po’ di tempo anche se non da quel 2010 in cui la birra fu presentata sul blog.
Come riporta Berebirra citando una vecchia di Mobi, la XX Bitter fu ispirata dalla Verdraagzaam  (“troppo amaro”), birra del birrificio Steedje che chiuse i battenti nel 1999. Nino Bacelle e Guido Devos vollero portare l’amaro di quella birra all’estremo e per lo scopo utilizzarono coni di luppolo Brewers Gold e Hallertau Hersbrucker. “Quando la lanciammo  alla fine del 1996  - ricorda Nino   -    molti colleghi ci dissero: "è la classica birra che piace ad un birraio, mi piace, ma non penso possiate riuscire a venderla al pubblico". 
Le cose sono però andate in maniera diversa: la XX Bitter ha contribuito in maniera determinante al successo di De Ranke e ha dato seguito a numerosi tentativi d’ispirazione, se non d’imitazione. “E’ la nostra birra più famosa e, anche se non è più la birra belga con il maggior numero di IBU, è ancora quella più amara al gusto. Le altre birre sono delle specie di IPA con maggior contenuto alcolico e una maggior componente zuccherina per bilanciare l’amato del luppolo in pellet”. 
Nel 2013 l’importatore americano Shelton Brothers chiese al birrificio belga di alzare ulteriormente l’asticella a nacque la XXX Bitter: 50% di luppolo in più per elevare gli IBU da 65 a 70 e, soprattutto, darle un profilo aromatico più intenso. 

La birra.
Ritrovo la XX Bitter oggi con una veste grafica leggermente rinnovata, mentre il suo colore è dorato e leggermente velato; la schiuma pannosa. fine e compatta fa una buona persistenza. Sin dall’aroma non ci sono dubbi che questa sia una birra dedicata al luppolo: ci sono intensi profumi speziati e floreali, erbacei, terrosi. La finezza non è la caratteristica principale di questa bottiglia e quello che emerge è una carattere quasi rustico e un po’ scorbutico. La sua scorrevolezza è piuttosto buona anche se onestamente la ricordavo un po’ più leggera dal punto di vista tattile: bollicine vivaci quando basta le donano una bella vitalità. La festa del luppolo continua anche al palato, eccezion fatta per il necessario supporto dei malti (pane e miele): la bevuta s’incammina subito sull’amaro erbaceo e terroso, delicatamente speziato ma anche ruvido. L’intensità dell’amaro tende progressivamente ad opprimere il mio palato:  questa bottiglia manca un po’ di quella componente fruttata che ricordavo esserci, sebbene non in primo piano.  Il risultato è una birra carica di verde, non del tutto sbilanciata ma un po’ troppo monotematica: la bevibilità è giocoforza ridotta anche se l’alcool è ben nascosto e la bottiglia  rimane tuttavia godibile. 
E’ cambiata lei o è cambiato il mio palato? Non la conoscessi direi che avrebbe paradossalmente bisogno di ammodernarsi un po’ per avvicinarsi magari ad alcuei produzioni di quel birrificio De La Senne che indicò la XX Bitter proprio come una delle proprie muse ispiratrici.
Formato 33 cl., alc. 6%, IBU 65, lotto B155T13, imbott. 11/2017, scad. 30/11/2022, prezzo indicativo 3.50-4.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 23 maggio 2018

Birra del Borgo: IPA - Italian Pale Ale & Dorata


Birra dal Borgo, credo quasi tutti lo sappiate, non è più birrificio artigianale da maggio del 2016, data in cui è stato ceduto alla multinazionale AB-Inbev (quella proprietaria di marchi quali Budweiser, Corona, Stella Artois, Beck's, Hoegaarden, Leffe, Diebels, Franziskaner/Spaten, Labatt e Bass.. solo per citare i più noti). All’annuncio sono seguite le rassicurazioni di rito: la qualità resterà uguale, si tratta di una partnership che ci consentirà di migliorare e di crescere, etc etc..  E come da copione sono iniziate anche le discussioni tra gli appassionati, impegnati a decidere se nel bicchiere ci fosse una birra più o meno buona di quella che era una volta. 
Che Birra del Borgo si trovi anche sugli scaffali della grande distribuzione non è una novità: anzi, il birrificio guidato da Di Vincenzo fu uno dei primi ad avventurarsi nei supermercati prima con una linea dedicata e chiamata Trentatré (Ambrata e Dorata) proposta ad un prezzo interessante. Correva l’anno 2010 e dintorni.  Le Trentatré non ebbero vita molto lunga e pian piano furono le classiche bottiglie da 75 di Del Borgo a finire sugli scaffali, a prezzi secondo me improponibili per il contesto in cui si trovavano. All’acquisizione da parte di AB-Inbev  ha fatto seguito un anno di relativa quiete nel quale si sono sicuramente gettate le basi per nuove e più ambiziose strategie commerciali; negli ultimi mesi ho avvistato molte 75 di Del Borgo a prezzi mai visti prima (parliamo di 5-7 euro) e il birrificio ha anche rilanciato una nuova linea da 33 per la vendita nei supermercati:  è tornata Lisa (questa volta in bottiglia e sotto forma di una lager) affiancata da Dorata, Ambrata e da una IPA, acronimo che sfrutta la popolarità dello stile ma che in realtà significa Italian Pale Ale. Un’operazione simile a quella fatta di recente da Birra Moretti.

Le birre.
Come si posizionano le nuove (industriali) birre del Borgo per il supermercato in uno scenario molto più affollato rispetto a quello 2010 quando forse i tempi per vendere nella GDO non erano ancora maturi? 
Partiamo dalla IPA – Italian Pale Ale, una session beer (4%) descritta come “elegante e luppolata” che nel bicchiere appare limpida e dorata, con una cremosa e compatta testa di schiuma bianca. L’aroma non è particolarmente intenso ma è pulito: profumi floreali, di arancio e mandarino, biscotto e caramello.  La bevuta prosegue nella stessa direzione ma si sente la mancanza di qualche bollicina in più: il corpo medio-leggero e la consistenza watery la rendono molto scorrevole, ma un po’ di vitalità in più le gioverebbe. C’è una delicata base maltata (pane, biscotto, caramello), un lieve passaggio fruttato nel quale gli agrumi assumono più le forme della marmellata piuttosto che della frutta fresca, un finale amaro resinoso di modesta intensità e lunghezza.  Nel bicchiere non c’è molta intensità e il risultato finale,  benché gradevole, è un po’ anonimo ad un palato che si è già allontanato da tempo dalle anonime lager industriali. Non sto chiedendo “fuochi d’artificio” ad una session beer, ma sarebbero senz'altro auspicabile maggior personalità e fragranza. Il rapporto qualità prezzo (2.59 € per 33 cl.) è tutto sommato accettabile e la IPA di Birra del Borgo può essere una discreta opportunità se avete il frigorifero vuoto e siete costretti ad andare al supermercato. Per emozioni, intensità e tutto il resto dovete invece rivolgervi altrove e aprire di più il portafoglio.

Dorata è invece un nome poco fantasioso ma efficace nel comunicare ad un bevitore poco esperto che cosa ci sarà nel bicchiere.  Si tratta di una Belgian Ale (5%) “morbida e delicata” il cui colore tiene fede al nome. Anche lei è limpida ma la sua schiuma, benchè cremosa e compatta, non ha quella lunga persistenza della migliore tradizione belga. Al naso una leggera spolverata di   coriandolo e pepe introduce profumi floreali, di frutta candita, pane e crackers: bene la pulizia, l'intensità è invece alquanto modesta. Al palato risulta effettivamente "morbida" come descritto in etichetta ma in una Belgian Ale personalmente vorrei trovare vivacità e qualche bollicina in più. Ideale continuazione dell'aroma, il gusto ripropone pane e crackers, frutta a pasta gialla come pesca e albicocca, arancia candita, coriandolo e un finale amaro piuttosto corto nel quale s'incontrano note terrose e di scorza d'agrumi: una breve parentesi che cerca di ripulire il palato e sopperire ad una scarsa secchezza. Anche per Dorata valgono le stesse considerazioni fatte per la IPA: risultato discreto, non molta intensità, buon livello di pulizia. Il DNA belga è evidente ma non c'è molta personalità in una birra che fa il suo compitino e porta ampiamente a casa la sufficienza. Sugli scaffali del supermercato e a questo prezzo mi sembra comunque una buona opzione di scelta.
Entrambe le bottiglie sono ancora abbastanza fresche e guardando la scadenza ipotizzerei un imbottigliamento avvenuto lo scorso febbraio: come saranno tra dodici mesi o più?

Nel dettaglio: 
IPA - Italian Pale Ale, 33 cl., alc. 4.0%, lotto LS 25 18A, scad. 01/02/2020, prezzo 2.59 Euro.
Dorata, 33 cl., alc. 5.0%, lotto LS 21 18A, scad. 01/02/2020, prezzo 2.59 Euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 20 aprile 2018

Nix Xelles

Nuovo progetto per l’instancabile birraio Nicola Grande, in arte Nix: dopo le esperienze al birrificio al Birrificio Settimo (ex Siebter Himmel) e al Birrificio Etnia, questa volta scende in campo in prima persona con la beer firm Nix Beer, utilizzando il proprio soprannome e il proprio volto stilizzato sulle etichette.  
Birraio, seppur su impianti altrui, ma anche publican: la birra prodotta viene (anche) somministrata direttamente nel piccolo ma accogliente locale Nix Beer in via Volturno 14 a Pavia. Le bevute sono accompagnate da una cucina semplice e informale che comprende toast, puccie e pizzette, tagliari d’affettati e altri prodotti tipici pugliesi, regione d’origine di Grande. Non manca neppure l’accompagnamento musicale dal vivo e alle spine vengono anche ospitate birre prodotte anche da altri birrifici “amici”. 
Nix Beer debutta a maggio del 2017 con cinque etichette tutte ispirate alla tradizione belga, quella con cui il birraio Nix ha già dimostrato di sapersi ben destreggiare nelle esperienze precedenti. Xelles (una “hoppy blond ale” leggere e moderna), Dangar  (Belgian Pale Ale con luppoli australiani), Malle (tripel), Witwit (una “imperial” witbier) e Hellerbos (quadrupel). A marzo è arrivata poi la Streek (una Spéciale Belge) e per maggio sono già state annunciate Volturno (Pils) e Blazzatopp (American IPA). Le birre sono prodotte presso il birrificio The Wall (informazione che non è però indicata in etichetta, peccato!) e sono da considerarsi “senza glutine” in quanto ne contengono una quantità inferiore a 20 ppm, secondo quanto stabilito dalla normativa vigente.

La birra.
Non mi era ancora capitato d’incontrare le nuove produzioni di Nix e quindi ringrazio il beershop on-line Ubeer che mi ha inviato qualche bottiglia d’assaggiare. 
Iniziamo dalla Xelles, come detto una Hoppy Blond ale di stampo belga che si presenta nel bicchiere di un colore tra il dorato e l’arancio, piuttosto pallido; la schiuma bianca è compatta, pannosa e rivela un’ottima persistenza. I profumi non sono molto intensi ma il bouquet è molto pulito e interessante: crackers e cereali, fiori bianchi, una delicata speziatura, agrumi e un accenno di frutta a pasta gialla; in sottofondo s’intravede anche un bel carattere quasi ruspante/rustico che richiama il fieno, la paglia. Vivaci bollicine e un corpo medio-leggero rendono la bevuta scattante e veloce, mentre il gusto ripercorre con buona precisione il percorso aromatico aumentandone l’intensità. Pane e crackers, pesca e qualche accenno di ananas sono il cappello introduttivo ad una birra che mette soprattutto in evidenza gli agrumi: a voi divertirvi a riconoscere pompelmo e cedro, limone, lime…  Il finale è un amaro di media intensità nel quale s’intrecciano scorza d’agrumi, note terrose ed erbacee. Ottimo livello di pulizia e bel lavoro del lievito in questa Xelles, fresca e agile nello scomparire dal bicchiere grazie ad un profilo secco che rinfresca e ri-asseta il palato obbligando ad aumentare il ritorno di bevuta.  Livello piuttosto alto, che potrebbe salire ulteriormente con qualche profumino in più. Se non è certo una sorpresa per chi ha già apprezzato le birre di Nicola Grande, lo sarà invece per chi non lo conosce ma ama il Belgio moderno e luppolato alla De La Senne o, per darvi qualche riferimento nazionale, alla Extraomnes.  Una birra “quotidiana”, da bere in ogni momento ma  che probabilmente trova nelle calde giornate estive il suo contesto ideale.
Per chi volesse provarla ma non riesce a trovarla, ecco un utile link all’acquisto diretto.
Formato 33 cl., alc. 5.7%, lotto 9117, scad. 25/12/2018, prezzo indicativo 4.00 euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 16 aprile 2018

L'artigianale al discount: La Brassicola La Bionda & La Brassicola La Rossa


Ero in qualche modo affezionato alla birra “Lucilla” che il birrificio Amarcord ha per molti anni prodotto per la catena di discount Eurospin: non tanto per la sua bontà (ahimè) ma per il fatto che “La Rossa” è stata per molti anni la pagina più visitata del blog, superata solo di recente dalla Ichnusa Non Filtrata.  Alla fine dello scorso gennaio l’azienda distributrice Target 2000 (sempre gruppo Amarcord) ha annunciato il commiato della gamma Lucilla dalla distribuzione Eurospin: chi l’ha amata (incluso gli homebrewers che tanto cercavano la sua bottiglia con tappo meccanico) non si lasci tuttavia prendere dalla sconforto, visto che un mese dopo è stato ufficializzato il ritorno delle Lucille presso un'altra catena di discount. 
Eurospin rinuncia alla birra artigianale? Certo che no, ma cambia partner: la “gara” per la produzione di una generica “birra bionda” e di una “birra rossa” viene vinta da altri. Per la distribuzione al centro-sud il birrificio Maltovivo produce oggi la Birra del Ponte con (cito le etichette) una Bionda - Golden Ale Style (5.2%) e una Rossa – Dark Belgian Ale Style (7.5%);  al nord la B.T. Srl di Fidenza (non ci vuole molto a ricondurre queste due iniziali al Birrificio Toccalmatto) crea il marchio La Brassicola. Il target richiesto è sempre quello: birre facili da bere e che costino poco. Per quel che riguarda La Brassicola il prezzo finale al cliente è di 2,29 Euro per una bottiglia da 50 cl., ovvero 4,58 euro al litro. Un leggero aumento (+15%) rispetto agli 1,99 Euro della Lucilla (3,98 al litro). 
Quando si parla di birra “artigianale” e discount la domanda da farsi è sempre la solita: è possibile bere bene spendendo poco?

Le birre.
Iniziamo con La Bionda (4.8%), prodotta “selezionando i migliori luppoli nobili europei, delicati ed aromatici, per creare una birra semplice e raffinata”: questo quanto riportato in etichetta. Lo stile non è dichiarato, la fermentazione è ad alta anche se si guarda alla tradizione tedesca, per farla breve una sorta di “Helles un po’ più luppolata”. 
L’aspetto è di colore dorato, leggermente velato, con una bella testa di candida schiuma cremosa e compatta, dalla buona persistenza. I profumi sono piuttosto delicati ma c’è una buona pulizia: pane e fiori, un tocco speziato, un leggero ricordo di agrumi. Al palato scorre senza intoppi grazie ad un corpo leggero e ad una carbonazione abbastanza contenuta. Il gusto è semplice quanto l’aroma, con un delicato profilo maltato (pane e miele), un accenno fruttato non ben definito e un finale amaro erbaceo di breve intensità e durata.  Non ci sono difetti ma non ci sono neppure emozioni in una birra abbastanza precisa alla quale manca però un po’ di quella secchezza che la renderebbe ancora più rinfrescante. Non c’è molto carattere, l’intensità è quella che è ma l’assenza di quei sapori sgradevoli che spesso si trovano nelle birre sugli scaffali del discount le permette di guadagnarsi ampiamente la sufficienza. Gli appassionati di birra artigianale non la troveranno particolarmente interessante, ma per salire di livello bisogna ovviamente mettere mano al portafogli e fare acquisti altrove. O pensavate davvero di bere una Toccalmatto ad un terzo del suo costo?

La Rossa (7%)  si autodefinisce “una birra per le grandi occasioni, compagna perfetta per la tavola, ideale per la pizza, ma i suoi ricchi aromi maltati sapranno accompagnare anche formaggi di media stagionatura e carni rosse”. Il suo colore è un bell’ambrato accesso da fiammate rossastre, mentre la schiuma ocra, cremosa e compatta, mostra un’ottima persistenza. L’ispirazione è belga ed è evidente sin dall’aroma: zucchero candito, caramello, spezie (cardamomo, coriandolo?), biscotto, frutta secca a guscio, persino qualche accenno di pasticceria. Intenso e molto pulito, una bella sorpresa. Purtroppo il gusto non mantiene le aspettative e si rivela molto meno pulito ed interessante:  la bevuta è dolce, guidata dall’accoppiata caramello-biscotto ed incalzata da note di prugna ed uvetta. L’alcool è abbastanza ben dosato anche se l’intensità complessiva della birra potrebbe essere migliore: c’è qualche problemino nel finale, con un amaro terroso un po’ sgraziato che non lascia un buon ricordo e rischia quasi (e sottolineo quasi) di scivolare nella plastica bruciata.  Parte davvero bene questa “birra rossa” ma è un peccato non ritrovare nel gusto tutte le belle premesse dell’aroma; il risultato è comunque sufficiente, ma valgono le stesse considerazioni (qualità-prezzo) fatte per la sorella bionda.  
Per quel che riguarda il classico abbinamento pizza-birra (doppio malto!) citato anche in etichetta, direi che La Rossa può essere una dignitosa alternativa a prodotti industriali (non da discount)  come questi che costano più o meno uguali. E per il confronto in casa Eurospin con l’ex Lucilla ?  Direi che La Brassicola rappresenta senz’altro un passo in avanti, anche se queste due bottiglie sono ancora giovani e non hanno ancora affrontato il caldo dell'estate e dei magazzini della grande distribuzione.
Nel dettaglio: 
La Bionda, formato 50 cl., alc. 4,8%, lotto 18003, scad. 30/01/2020, prezzo 2.29 Euro
La Rossa, formato 50 cl., alc. 7,0%, lotto 18004, scad. 31/01/2020, prezzo 2.29 Euro

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 13 marzo 2018

Spencer Trappist Ale

Correva l’ottobre del 2013 e al mondo veniva annunciata la nascita del primo birrificio trappista al di fuori del continente europeo: l’abbazia di St. Joseph a Spencer (Massachusetts) fondata nel 1950 avrebbe iniziato a produrre birra. Lo sbarco di monaci trappisti sul suolo americano (Nuova Scozia) risale tuttavia all’inizio del diciannovesimo secolo, e per chi volesse saperne di più segnalo questa pagina
Padre Isaac Keeley, che oggi dirige il birrificio, ammette che l’idea nacque nell’anno 2000 quando i frati iniziarono a pensare a nuovi metodi di autofinanziamento; la produzione di prodotti caseari, marmellate e conserve (Trappist Preserves) non era infatti più sufficiente a garantire la sopravvivenza del monastero. Il birrificio tuttavia non convinceva molto l’abate e per fargli cambiare idea Isaac chiese a Dann e Martha Paquette della beerfirm Pretty Things Beer & Ale Project di realizzare un piccolo lotto di una birra d’ispirazione trappista da regalare all’abate per Natale. Evidentemente il regalo fu gradito e il progetto-birificio venne presentato alla città di Spencer nel 2011 e fu approvato nel 2013, anno in cui iniziarono i lavori di costruzione, 3500 metri quadrati di spazio e impianto Sabco. Nel frattempo due frati americani passarono sei mesi in in Belgio a visitare tutti i birrifici trappisti e fare una sorta di apprendistato. Ad avviare la nascente Spencer Brewery viene chiamato l’esperto ingegnere belga Hubert de Halleux: a lui il compito di elaborare la ricetta di una birra trappista “belga” con ingredienti americani.  Dopo ventiquattro tentativi, destinati al consumo interno, arriva finalmente la versione definitiva della Spencer Ale, una tradizionale patersbier quotidiana che debutta ufficialmente a gennaio 2014. 
A produrre le birre, ovviamente sotto la supervisione dei monaci, c’è oggi il birraio Larry Littlehale, un americano diplomatosi in Germania dove ha lavorato per venti anni; ad aiutarlo otto frati. 4500 gli ettolitri prodotti il primo anno con l’obiettivo di arrivare in fretta a 12000. Dopo l’approvazione qualitativa della birra da parte dell’Associazione Internazionale Trappista, Spencer viene autorizzato ad utilizzare il  logo "Authentic Trappist Product"; inizialmente sembra che ci fosse il vincolo di produrre una sola birra per i primi cinque anni, ma evidentemente non era così perché nel 2015 il birrificio ha realizzato la Spencer Holiday Ale, una strong ale “natalizia” (9%) seguita nel 2016 dalla prima India Pale Ale trappista (7.2%, luppoli Perle, Apollo, Cascade), dalla prima Imperial Stout trappista (8.7%) e dalla prima Pils trappista (Feierabendbier, 4.7%).  Nel 2017 sono poi arrivate la Trappist Festive Lager  (7.5%), la Monks' Reserve Ale (quadrupel, 10.2%) e le versioni barricate di IPA ed Imperial Stout. Qualche settimana  fa ha invece debuttato la Spencer Peach Saison (4.3%) che credo possa essere definita la prima “fruit beer” trappista.

La birra.
I frati non sono molto chiacchieroni sulla ricetta della propria Trappist Ale: si limitano a citare luppoli provenienti dalla Yakima Valley (Willamette e Nugget, ma non solo), un mix segreto di malti  a 2 e 6 righe  (Monaco del Wisconsin, ma non solo) e un ceppo di lievito proprietario.  
Il suo colore è un arancio velato piuttosto carico: la schiuma biancastra è vivace, pannosa e compatta ed ha un’ottima persistenza. Frutta secca a guscio, biscotto e zucchero candito formano un aroma “belga” che s’arricchisce di profumi floreali, di pasticceria e di una delicata speziatura.  La bevuta è abbastanza agile, vivacemente sospinta dalle bollicine, il corpo è medio.  La scuola belga si ritrova anche al palato, con una bella base maltata di caramello, il biscotto che ricorda quasi gli speculoos, lo zucchero candito e qualche indizio di panettone; c’è la marmellata d’albicocca, una delicata speziatura e un finale delicatamente amaro di mandorla e nocciola. C’è equilibrio, la giusta attenuazione, l’alcool è ben nascosto e nel complesso questa trappista americana è una birra tecnicamente ben fatta, alla quale forse manca ancora un pochino di cuore o d’anima, quelli per intenderci che riscaldano altre patersbier come ad esempio Westvleteren 6, Chimay Dorée e Westmalle Extra.
Formato 33 cl., alc. 6.5%, lotto F27, scad. 17/03/2019, prezzo indicativo 4.50 -5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 19 febbraio 2018

PicoBrew Bomboclat

PicoBrew debutta nella primavera del 2016: a fondarlo il birraio Pietro Tognoni assieme agli amici/soci Jacopo Volontè e Milo Madia. Un picobirrificio è ancora più piccolo di un microbirrificio ma PicoBrew non è solo questo: interesse lo desta soprattutto il modo scelto per proporsi al pubblico utilizzando una sorta di “pub itinerante”. La birra viene infatti portata in giro per Milano a pedali su di una bicicletta cargo, dotata anche di un piccolo bancone. 
Tognoni inizia con l’homebrewing ai tempi del liceo, partecipa a numerosi concorsi e questa passione lo porta ad iscriversi alla facoltà di Agraria, Scienze e Tecnologie Alimentari: la birra e il "picobirrificio" sono parte della sua tesi di laurea che viene scritta mentre frequenta un periodo di tirocinio presso il Birrificio Italiano. Terminati gli studi le pentole casalinghe non bastano più e Pietro vuole trasformare il suo hobby in una professione: con i soci Volontè e Madia nasce la PicoBrew Srl che si sposta a produrre all’interno di una cascina a Cisliano (Milano) dove viene posizionato un impianto pilota professionale da 100 litri. L’idea del pub itinerante per Milano è accattivante ma il suo fascino è un po’ ridotto dal fatto che, se non erro,  la burocrazia non permette purtroppo di spillare la birra dei fusti: ci si deve accontentare delle bottiglie. L’offerta iniziale prevede la Big Up (imperial pils con bacche di Goji), la Bomboclat (Hoppy Belgian Ale), la Pull Up (Blanche) e la Schwarze Negher (ovviamente una schwarzbier) alla quale se ne sono via via aggiunte molte altre. 
Il pub si sposta a seconda degli eventi milanesi ma lo potete solitamente trovare in Alzaia Naviglio Grande e, dallo scorso ottobre, una seconda bicicletta sosta anche alle Colonne di San Lorenzo; seguite la pagina Facebook di PicoBrew se volete essere sempre aggiornati. Questo canale distributivo è ovviamente meteo-dipendente: difficile sedersi all’aperto a bere una birra nei mesi più freddi dell’anno o in caso di maltempo. Fortunatamente per PicoBrew le bottiglie e fusti sono richiesti anche da altri locali e, per far fronte all'aumento di domanda, la produzione oggi avviene principalmente sugli impianti di Serra Storta (Buscate, MI), birrificio italiano che produce unicamente per conto terzi. Il che rende tecnicamente PicoBrew una sorta di beerfirm. 
Nei progetti futuri c’è l’ulteriore ampiamento dell’offerta produttiva iniziando dalle birre acide e l’apertura di un pub vero e proprio, una dimora “fissa” che consenta di rimpiazzare le biciclette soprattutto nel periodo invernale.

La birra.
Bomboclat è un’espressione giamaicana che indica stupore e meraviglia: le stesse sensazioni, assicurano i ragazzi di PicoBrew, che proverete assaggiando questo Belgian Ale caratterizzata da una generosa ed abbondante luppolatura con varietà continentali ed americane. Sarà vero? 
All’aspetto è di un dorato leggermente velato sul quale si forma una generosa testa di schiuma pannosa, compatta e dall’ottima persistenza. Al naso c’è pulizia ed equilibrio tra esteri fruttati (banana, pera), spezie da lievito (coriandolo, pepe bianco), profumi floreali, frutta a pasta gialla e agrumi, in particolare cedro e limone. Il bouquet è espressivo e di buona intensità, preludio ad un gusto che mantiene le aspettative: è una Belgian Ale vivacemente carbonata (forse un pochino troppo) che scorre veloce senza incontrare resistenza. I malti (pane, accenni di miele) disegnano un tappeto leggero a sostegno di una bevuta fruttata che mostra buona corrispondenza con l’aroma: pesca e agrumi conquistano la scena, pera e banana rimangono nelle retrovie: una delicata speziatura amalgama le varie componenti. Si finisce con una bella secchezza e un amaro di buona intensità nel quale convivono note terrose, erbacee e zesty. 
Davvero una piacevole sorpresa questa Bomboclat, una Belgian Ale moderna e vivace che non potrà non piacere a chi ama le produzioni di De La Senne o, per restare nei nostri confini nazionali, Extraomnes. Il Belgio è sempre un banco di prova impegnativo per un birraio e qui il lievito lavora bene, con pulizia ed espressività: si potrebbe osare ancora qualcosa in più per quel che riguarda l’intensità, ma già così il risultato è ampiamente soddisfacente, dissetante e rinfrescante.
Formato 33 cl., alc. 5.0%, lotto 146 17, scad. 01/12/2018, prezzo indicativo 4.00-4.50 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 2 agosto 2017

Extraomnes Speciaal

La novità Extraomnes dell'estate 2017 è stata presentata a fine maggio con poche parole che non dicono nulla su quello che c'è all'interno del fusto o della bottiglia: "l'estate porta sempre con se grandi aspettative e dolori da lenire. Una birra per chi si strugge ascoltando Bruno Martino di Odio l'estate, per chi vuole staccare il cervello dal resto del corpo per qualche minuto o per una stagione. Ingredienti, stile e tutto il resto sono accessori".  
Qualche indizio lo si può trovare sulla pagina Facebook del birrificio, sulla quale qualche mese prima erano state postate alcune fotografie di cartoni di luppoli appena arrivati dagli Stati Uniti: Nugget, Crystal e Azacca. E proprio quest’ultimo sarebbe stato utilizzato per un abbondante dry-hopping di questa nuova birra chiamata Speciaal che utilizza anche, se non erro, lievito Vermont Ale. 
Azacca, precedentemente conosciuto con il nome sperimentale di  ADHA 483 è un luppolo che è stato commercializzato nel 2013 ad opera della American Dwarf Hop Association; deve il suo nome al dio haitiano dell’agricoltura e discende direttamente dalla varietà di luppolo Toyomidori. Tra i suoi “progenitori” ci sarebbero anche il Summit e il Northern Brewer. E’ noto per le sue ottime qualità aromatiche che richiamano gli agrumi e i frutti tropicali, e quindi particolarmente adatto per l’utilizzo in late e/o dry-hopping.

La birra.
Il suo colore è un bell’arancio pallido, velato, sul quale si genera una generosa testa di schiuma bianca, compatta e cremosa, dall’ottima persistenza. Bottiglia con circa un mese e mezzo di vita sulle spalle e naso molto fresco e molto pulito che regala pompelmo, cedro e mandarino, qualche sensazione tropicale di ananas, una delicata speziatura (zenzero?), erbe officinali e persino suggestioni “dank”. Corpo snello (crackers, pane) e vivaci bollicine a solleticare il palato con una bevuta che ripropone molti agrumi con eleganti orpelli tropicali, uno “schema” Extraomnes ben consolidato e di successo (Blond, Zest); il finale ha invece intensità molto maggiore rispetto alle due birre appena citate, nella quale al pompelmo s’affiancano note terrose e vegetali, di erbe officinali. Secca e molto scorrevole, la Speciaal  è una vigorosa session beer molto ben fatta e un ottimo antidoto al caldo estivo: per il mio gusto personale trovo l’amaro un pelino eccessivo, con il ritmo di sorsata che, benchè sempre elevato, risulta inferiore a quello di Blond e Zest.
Formato 33 cl., alc. 4.5%, lotto 165 17, scad. 12/2018, prezzo indicativo 4.00-4.50 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.