lunedì 26 ottobre 2020

Other Half Brewing: Triple Cream, DDH Half Citra + Galaxy, DDH Small Citra Everything, DDH Space Dream & DDH Small Green Everything


Dopo aver studiato Fermentation Science alla Oregon State University, Sam Richardson ha iniziato la sua carriera professionale lavorando come birraio prima al brewpub The Rake di Seattle e poi al birrificio Pyramid di Portland.  Mentre si trovava sulla costa ad est a far visita ai genitori della moglie, Richardson risponde ad un annuncio del birrificio Greenpoint Beer Works di Brooklyn che cercava un birraio, ed ottiene il posto trasferendosi con tutta la famiglia. Alla Greenpoint incontra Matt Monahan, un ex-cuoco stanco degli orari imposti dal mondo della ristorazione: era diventato padre e pensava che lavorando come birraio avrebbe potuto conciliare meglio lavoro e famiglia. I due diventano amici e utilizzano gli impianti della Greenpoint – birrificio che opera soprattutto per conto terzi - per produrre quattro birre destinate alle spine di un ristorante pop-up di Andrew Burman, un vecchio conoscente di Monahan. Le birre ottengono grande successo, la voce si sparge, Richardson e Monahan ricevono richieste da altri operatori di settore che vogliono delle birre per i loro locali. 
I due amici capiscono che ci sono delle opportunità e vorrebbero mettersi in proprio, ma il problema principale sono i costi della Grande Mela: ci mettono quasi due anni per trovare una location dal prezzo accettabile nel quartiere di Carroll Gardens, a Brooklyn, sotto ai piloni della Gowanus Expressway, grazie ad un annuncio su Craigslist“siamo stati fortunati – ricorda Monahan – questo spazio era completamente vuoto ed aveva quindi un costo accessibile. Abbiamo installato l’impianto, costruito una cella frigo e ricavato una piccola taproom dove c’era un piccolo ufficio”
Nel gennaio del 2014 Richardson, Monahan e Burman lasciano Greenpoint e lanciano il birrificio Other Half: “l’altra metà”, quella artigianale,  dell’industria. L’idea è di concentrarsi su IPA e birre luppolate, puntando tutto sulla loro freschezza: “abbiamo centinaia di clienti, bar e ristoranti che sono nel raggio di dieci chilometri a cui possiamo consegnare la birra in un’ora. Alla sera i pub possono attaccare il fusto di una birra che alla mattina era ancora nei nostri fermentatori”. Le birre di Richardson sono buone e la loro freschezza le valorizza al massimo: il debutto avviene con la Doug Cascadian Dark Ale (un omaggio al suo nord-ovest) , la Other Half IPA e una Imperial Stout.  Ricorda Richardson: “sono cresciuto sulla costa ad ovest e volevo quindi fare una West Coast IPA; quando iniziammo a New York c’erano molte IPA ma erano tutte abbastanza anonime e blande”. Ma il 2014 è anche l’anno in cui il New England spinge la California giù dal trono della Craft Beer: The Alchemist, Trillium e Tree House spodestano i grandi birrifici di San Diego e dintorni in cima alla lista dei desideri dei beergeeks. 
Richardson è attento ed è bravo ad intercettare quella fetta di mercato realizzando All Green Everything, probabilmente la prima New England IPA prodotta a New York“mi accorsi che la gente era interessata a quello stile e le nostre IPA un po’ già ci assomigliavano. Non ho mai detto di averle inventate io, ma siamo stati tra i primi a farle e siamo divenuti famosi per quelle”
Ma c’è un altro fattore determinantealla fine del 2014 viene approvato il Craft New York Act, una legge che consente ai birrifici di vendere direttamente al pubblico lattine e bottiglie senza essere obbligati a passare tramite un distributore. Per Other Half è una grande opportunità di incrementare i propri margini, e per i beergeeks newyorkesi di fare quello che i loro amici fanno in molti stati americani: gli appostamenti fuori dal birrificio nel giorno della messa in vendita delle birre.  Con pochissimo budget per marketing e pubblicità, Other Half si affida ai social media ed al passaparola tra gli appassionati; dopo due anni, all’inizio del 2017, il New York Times regala ad Other Half quella pubblicità che qualsiasi birrificio vorrebbe: un articolo che descrive la pazzia di centinaia di beergeeks disposti a sfidare il freddo e restare in fila undici ore per riuscire ad accaparrarsi qualche four pack di Green Diamonds o All Green Everything.  Nello stesso anno Other Half amplia la propria taproom per meglio accogliere le migliaia di persone (appassionati e curiosi) che nel weekend affollano Carroll Gardens;  il magazzino viene spostato in un altro edificio dello stesso isolato.
Nell’agosto del 2018 Richardson e soci annunciano 
di avere acquistato per  660.000 dollari gli edifici abbandonati del birrificio Nedloh a East Bloomfield, nei dintorni di Rochester, non lontano dalle rive del Lago Ontario.  Oltre ad aumentare la produzione portandola da 11.000 a 16.00 ettolitri, il nuovo birrificio doveva anche dare il via alla produzione di birre acide: per l’occasione viene reclutato Eric Salazar, birraio con esperienza ventennale alla New Belgium, Colorado, in cerca d’occupazione in quella zona. Ma dopo nove mesi Salazar è ancora con le mani in mano in quanto barili e foeders in legno non sono mai arrivati; i tre Other Half stanno infatti progettando l’apertura di altre succursali a Brooklyn e Washington e hanno deciso di posticipare la produzione di sour e wild ales.  Salazar se ne va mentre Monahan presenta la seconda location a Domino Park, Brooklyn, sotto al Ponte di Williamsburg; l’emergenza Covid-19 ne ha fatto slittare l’inaugurazione che dovrebbe avvenire proprio in queste settimane (ottobre 2020).   
Stesse tempistiche anche per Other Half Washington, D.C.: gli impianti del nuovo birrificio nella città natale di Burman e Monahan (2000 metri quadri) sono già operativi mentre la taproom con 900 posti a sedere e  beer garden da 800 metri quadri potrebbe essere riaperta in questi giorni. “Siamo entusiasti di poter aumentare la produzione delle nostre IPA  – ha detto Monahan – ma con questo impianto potremo anche produrre imperial stout e barley wine molto più potenti e anche molte basse fermentazioni”.

Le birre.

Buone notizie per gli appassionati europei: in ottobre una selezione di lattine è arrivata anche nel nostro continente, dopo poco più di un mese di viaggio.  L’aumentata capacità produttiva di Other Half e, immagino, un calo della domanda domestica dovuta al Covid lo hanno reso possibile. Vediamole rapidamente in ordine di ABV decrescente cercando di rispondere alla solita domanda: “is the hype real?”. Le birre sono state tutte prodotte sull’impianto di Brooklyn e non su quello di Rochester: per i beergeeks anche questo è un dettaglio importante.  
Partiamo dalla Double NEIPA Triple Cream (10%) il cui nome fa riferimento alla cremosità donatole dall’avena e al triplo dry-hopping. Citra, Eukanot, Khatu, Wai-Iti sono i luppoli utilizzati, mentre per l’ultimo dry-hopping sono stati usati Galaxy e Citra Lupulin in polvere. Visivamente simile ad un torbido succo di frutta all’albicocca, ha una bella schiuma cremosa e compatta. Mango, albicocca, pesca percoca e papaia formano una macedonia di frutta molto matura nella quale ci finisce anche qualche frammento di pompelmo. Il gusto è coerente, dolce ma non troppo, merito di una chiusura sorprendente secca che fa il miracolo in assenza pressochè totale di amaro. S’avverte giusto uno zic resinoso. Il corpo è quasi pieno, è una birra masticabile ma non particolarmente cremosa.  L’alcool si sente solamente a fine corsa ma il suo maggior pregio è la completa mancanza di quegli spigoli e di quelle incrinature (hop burn) che spesso affliggono il mondo delle NEIPA. Impalcatura ineccepibile, birra molto buona e pulita: nonostante questo le Double NEIPA raramente riescono ad emozionarmi e questa non fa eccezione. Colpa mia.

Passiamo alla DDH Citra + Galaxy, altra Imperial IPA (8.5%) dove imperversano Citra, Galaxy e luppolina di Citra. Visivamente identica alla sorella maggiore, ha un profilo aromatico abbastanza simile nel quale emergono pesca, albicocca, papaia e mango. Definizione e precisione potrebbero però essere migliori. Al palato si ha la sensazione di sorseggiare un succo di frutta tropicaleggiante, le bollicine sono un po’ più presenti del dovuto e quindi il mouthfeel NEIPA ne risulta un po’ penalizzato all’inizio. L’alcool è ben gestito ma è maggiormente in evidenza rispetto alla Triple Cream, soprattutto nel finale: chiude con un amaro resinoso/vegetale piuttosto educato, che non lascia nessun grattino. Double NEIPA ben fatta, di nuovo avara di emozioni e non impeccabile per quel che riguarda definizione e pulizia.

Continuiamo a percorre la scala ABV scendendo a 6.5% con la IPA Small Citra Everything; questa single-hop è di color arancio, torbido ma luminoso: anche in questo caso la schiuma è cremosa, compatta e molto persistente, cosa che non accade sempre nelle NEIPA.  E Citra sia: arancia, mandarino, pompelmo dominano un aroma nel quale avverto anche qualche nota di ananas. In questo caso la pulizia è maggiore dell’intensità e i profumi non sono esplosivi. Non si tratta tuttavia di un succo di frutta sfacciato: si riesce ancora a percepire l’elemento birra (pane, crackers) prima di un finale zesty, a tutta scorza d’agrumi. Sarebbe una birra piuttosto gradevole ma c’è una nota amara vegetale, piuttosto pesante, che non rientra esattamente nella mie corde. Questione di gusti. Non amo le IPA mono-Citra, in particolare per quel che riguarda l’amaro che quel luppolo impartisce: avesse un bel finale resinoso in stile West Coast guadagnerebbe un paio di punti.

Space Dream è invece una IPA (6%) nel quale il Galaxy è affiancato da lattosio ed avena per darle un mouthfeel lussureggiante: operazione riuscita solo in parte, la birra è solida e chewy ma non particolarmente morbida. Pesca, mango, ananas, arancia  e pompelmo sono affiancate da qualche suggestione di panna donata dal lattosio. Anche Space Dream mantiene le parvenze di una birra, dietro alla sembianze “Juicy”: non è una NEIPA estrema e sfacciata, peccato che il gusto sia meno definito e preciso rispetto all’aroma. Il testimone passa dalla frutta tropicale agli agrumi in un finale nel quale è protagonista il pompelmo, affiancato da una nota amara resinosa che non gratta e che lascia una scia abbastanza breve. Nessuna Madonna, ma senz’altro una bella bevuta.

Chiudiamo questa breve rassegna con Small Green Everything (4.8%), sorellina della più famosa Double IPA All Green Everything, una delle prime NEIPA prodotte da Other Half e una delle birre che hanno contribuito al suo successo. Il suo colore velato oscilla tra il dorato e l’arancio, mentre al naso c’è un bouquet abbastanza intenso e pulito composto da note dank, arancia, pompelmo e frutta tropicale. Pane e crackers, frutta tropicale dolce, finale amaro che oscilla tra zesty, dank e resinoso:  ci sono tutte le caratteristiche per una (Session) IPA moderna e l’esecuzione di Other Half è convincente. Alcool fantasma, grande facilità di bevuta, buona presenza palatale, finale secco, amaro educato ed abbastanza persistente. Potere della semplicità: se siete un po’ fuori moda e amate la birra che sa di birra, questa è senz’altro la Other Half che vi consiglierei di bere tra quelle arrivate in Europa.
Non mi soffermerei troppo sul  fattore prezzo. Vale la pena spendere 25 euro al litro per una IPA (4.8%)?  Ovviamente no, ma se siete beergeeks incalliti o grandi appassionati è un’occasione ghiotta per provare delle birre che potreste altrimenti bere solo a New York. Il viaggio vi costerebbe di più, e chissà quando potrete farlo.  Per chi invece ama soltanto bere una buona NEIPA, ci sono alternative altrettanto valide in Italia e in Europa: non vi bastano i già (tanti)  12-15 euro al litro ?

Nel dettaglio
Triple Cream, 47,3 cl., alc. 10%, lotto 03/09/2020,  prezzo indicativo 14,00 euro (beershop)
DDH Half Citra + Galaxy, 47,3 cl., alc. 8.5%, lotto 01/09/2020, prezzo indicativo 13,00 euro (beershop)
DDH  Small Citra Everything, 47.3 cl., alc. 6.5%, lotto 07/09/2020, prezzo indicativo 12,00 euro (beershop)
DDH Space Dream, 47.3 cl., alc. 6%, lotto 31/08/2020, prezzo indicativo 12,00 euro (beershop)
DDH Small Green Everything,  , 47.3 cl., alc. 4.8%, lotto 27/08/2020, prezzo indicativo 12,00 euro (beershop)


NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

mercoledì 21 ottobre 2020

Almanac Sunshine and Opportunity - Barrel Aged

Di Almanac Beer Company vi avevo parlato nel 2014:  beerfirm fondata a San Francisco da Jesse Friedman e Damian Fagan, dopo essersi conosciuti nel 2007 ad un club di homebrewing si scoprono appassionati anche di cibo di qualità, di prodotti a Km 0 e di mercati contadini. Abbozzano qualche idea per iniziare assieme una professione:  un bar, un cafè o  un negozio per homebrew?  Meglio ancora un birrificio: in mancanza di capitali per dotarsi d’impianti propri i due optano per la soluzione low cost della beer firm.  
Dopo tre anni passati ad esercitarsi ed affinare le ricette nei rispettivi appartamenti, a cotte da venti litri per volta, nel 2010 i due sarebbero pronti per partire ma scoprono che il nome da loro scelto, Old Oak Beer Co.,  potrebbe infrangere qualche copyright; per evitare qualsiasi noia legale, decidono di cambiarlo in  Almanac Beer Co., corredato dal motto “Farm to Bottle” (dalla fattoria alla bottiglia) mutuato dalla filosofia del “Farm to Table”.   La scelta vuole mettere in risalto il legame con il territorio circostante che i due imprenditori intendono valorizzare: l’Almanacco è quello dell’agricoltore, della stagionalità delle colture: l’idea è di utilizzare frutti o altri ingredienti provenienti dalle fattorie della California settentrionale per produrre birre maturate in legno, destinate alla tavola ed agli abbinamenti gastronomici. A giugno 2011 arrivano le prime bottiglie della Summer 2010 Blackberry Ale, una birra acida realizzata con quattro diverse varietà di more provenienti dalla Sebastopol Berry Farm della contea di Sonoma ed invecchiata per undici mesi in botti di vino rosso.   Viene prodotta presso gli impianti della Drake’s di San Leandro, nella baia di San Francisco, mentre le altre birre saranno principalmente realizzate alla Hermitage Brewing Co. di San Jose. Nelle birre ci finiscono progressivamente moltissimi altri ingredienti provenienti da aziende agricole e da piccoli produttori californiani:  agrumi, uva, prugne, pesche, miele, cacao, vaniglia e finocchio, solo per citarne alcuni.  Almanac si specializza in birre acide affinate in legno e, anziché in un impianto di produzione, Friedman e Fagan preferiscono acquistare  un migliaio di botti e due tini di rovere da 4000 litri. Ma nel 2014 è anche arrivata la prima birra “normale” per Almanac: una India Pale Ale,  nonostante Friedman e Fagan si erano sempre dichiarati contrari a realizzare una birra che avrebbe avuto – a loro dire – troppa concorrenza.
Alla fine del  2016 Almanac inaugura la taproom  
nel Mission District di San Francisco: una dozzina di spine, 75 posti a sedere all’interno, altri 25 nel piccolo beer garden e cucina informale affidata al cuoco Chad Arnold. Ma il vero cambiamento arriva nel 2018 quando viene inaugurata la nuova sede ad Alameda in un ex hangar aeronautico del 1942 fatto ristrutturare dal birrificio ThirstyBear di San Francisco per ospitare il suo progetto Admiral Maltingsl’ultima malteria in California aveva chiuso i battenti un secolo prima. Almanac prende in affitto una parte del fabbricato – 3000  metri quadri – nel quale trovano posto gli impianti di produzione, una taproom e un beergarden. “Il nostro mercato di riferimento è diventato molto affollato - dichiarò Faganimprovvisamente quasi tutti I birrifici si sono messi a fare birre acide e i prezzi sono scesi. Il nostro modello d’impresa non sarebbe stato sostenibile a lungo”.
Almanac non è più una beerfirm, diventa birrificio ma dopo pochi mesi Jesse Friedman se ne va,  mantenendo le proprie quote societarie ma lasciando il ruolo di birraio a Phil Emerson. Le ragioni della separazione non sono mai state rese note. All’inizio del 2019 la taproom di San Francisco viene definitivamente chiusa.  

La birra.

La prima birra in lattina di  Almanac risale alla primavera del 2016, grazie ad una collaborazione con il birrificio collaboration with Speakeasy di San Francisco: pilsner, due saison e una  IPA. Oggi anche le birre acide affinate in botte vengono commercializzate nello stesso formato, come ad esempio la Farmhouse Sour Ale chiamata Sunshine & Opportunity, riferimento alla California: terra “del sole e delle opportunità”. Questa Sour Ale viene prodotta con malti Admiral Pale, Aromatic, frumento, avena e viene poi invecchiata in botti di rovere con aggiunta di succo di pera e con un delicato dry-hopping di Citra, Sabro e Mosaic. Ne sono state realizzate anche una versione Lavender Honey Edition, con aggiunta di lavanda e miele, ed una colorata Rosé Edition con uva Merlot e ibisco.
Restiamo sulla Sunshine & Opportunity originale che si presenta di color dorato, quasi limpido e un generoso cappello di schiuma pannosa dall’ottima persistenza. Agrumi, pera, frutta tropicale, pepe bianco, lime, legno e un lieve carattere funky/rustico: l’interazione tra luppoli, lievito e botte funziona alla perfezione e regala un naso fresco, pulito, elegante e intenso. L’etichetta mette in evidenza lo slogan tart-refreshing-tropical e la birra mantiene le promesse: al palato è piacevolmente acidula, un tappeto dolce di tropicale e pera bilancia la secchezza e l’asprezza  degli agrumi. A fronte di una bella intensità non c’è tuttavia grande profondità e s’avverte qualche accenno legnoso solo nel finale. E’ una Sour Ale ruffiana e piaciona nella quale la frutta eclissa il funky: l’alcool (5.8%) è inesistente e la birra è assolutamente rinfrescante, perfetta per i mesi più caldi dell’anno. Sunshine & Opportunity, ovvero una Gently Sour fatta per piacere che coglie nel segno. 
Formato 47,3 cl., alc. 5.8%, lotto 29/01/2020, prezzo indicativo 9.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

venerdì 16 ottobre 2020

Track Brewing Co.: Track Half Dome Pale Ale & Paper Moon IPA


Torniamo a parlare di Track Brewing, birrificio di Manchester che avevamo incontrato per la prima volta un paio di anni fa.  La sua sede è in quel Piccadilly Beer Mile che cerca di replicare il più famoso Bermondsey Beer Mile di Londra, ovvero un chilometro di strada ad alta concentrazioni di birrifici  e pub sotto le arcate della ferrovia.  Partendo dalla stazione di Piccadilly passerete in rassegna Beer Nouveau, Chorlton Brewing Company, Manchester Brewing Company, Manchester Union Brewery, Alphabet Brewing Company, The Runaway Brewery, Blackjack Brewery, The Marble Arch, Cloudwater e Track Brewing. La maggior parte di loro è aperta solo il weekend, ma negli altri giorni la birra non manca grazie al Beatnikz Republic Bar, alla Port Street Beer House e alla Seven Brothers Beerhouse. 
Track fu fondato alla fine del 2014 da Sam Dyson: aveva fatto un po’ di  homebrewing ai tempi dell’università ma fu un lungo tour in bicicletta (7500 chilometri!) negli Stati Uniti, dall'Oregon al Colorado, passando per la California, a far scattare in lui la voglia di mettere in piedi un microbirrificio: “in ogni città, in ogni paese c’era un birrificio e – credetemi-  dopo un giorno passato a pedalare tutto quello che desideri è una birra fresca. Ho bevuto degli stili che neppure sapevo esistessero da birrifici a me sconosciuti come Russian River o New Belgium. Ma oltre alla birra mi colpì la gente che incontravo in quei posti, di ogni ceto sociale, tutti che bevevano assieme. Mi chiesi se posti come quelli esistessero nel Regno Unito. Avrei dovuto iniziare a  fare birra al ritorno dal mio viaggio negli USA ma non conoscevo nessuno nel mondo della birra. Così mi rimisi in sella e passai altri due anni in giro per Nuova Zelanda e Australia, Turchia, Sud America”.
Rientrato a Londra, Dyson scopre che le cose stanno cambiando anche nel Regno Unito: lavorava e alloggiava proprio nella zona di Bermondsey, viveva la rinascita brassicola londinese e iniziò a frequentare un corso sulla produzione per poi fare pratica alla Camden Brewery, anche se  ma “mi fu subito chiaro che non mi sarei mai potuto permettere di aprire un birrificio a Londra”La scelta cade sulla nativa Manchester, nei pressi della stazione ferroviaria di Piccadilly (5 Sheffield Street), sfruttando i prezzi contenuti e la temperatura costante nel corso dell'anno (15-18 gradi) che quei locali offrono.  Ad aiutarlo arriva dopo qualche anno il birraio Matt Dutton, fresco vincitore del National Homebrew Champion organizzato dal Brewdog bar di Manchester; del team fanno oggi parte anche Will Harris e Lewis Horne (ex Northern Monk) che si occupano delle birre acide e degli invecchiamenti in botte. 
Ma la birra che ha permesso a Track di spiccare il volo è la Pale Ale Sonoma (3.8%) che ancora oggi occupa il 50% della capacità produttiva. 
Il birrificio si è subito dotato di una piccola taproom che alla fine del 2018 è stata spostata per fare spazio agli impianti nel vicino complesso di Crusader Mill, con una bella vista sui tetti di Manchester; il contratto d’affitto di Track è però scaduto nel 2019 e non è stato rinnovato in quanto Crusader Mill è sottoposto ad una ristrutturazione edilizia. In soccorso sono arrivati gli amici di Cloudwater che hanno messo a disposizione loro un piccolo spazio all’interno del proprio edificio nel Piccadilly Trading Estate per permettere a Track di realizzare un  “pop-up taproom e beershop”.  Dyson sembra intenzionato a lanciare una campagna di crowdfunding per espandersi e trasferire definitivamente il proprio birrificio nel Piccadilly Trading Estate, proprio di fronte a Cloudwater.

Le birre.  

Dopo le ottime impressioni sulla IPA Loose Morals realizzata in collaborazione con Wylam, vediamo altre due produzioni Track partendo dalla Pale Ale Half Dome (5.3%): il nome è ovviamente un riferimento all’enorme roccia di granito nella Yosemite Valley, mentre il mix di luppoli include  Galaxy, Citra e Simcoe. Nel bicchiere è di color arancio pallido, piuttosto velato, mentre l’esuberante schiuma, parecchio scomposta, ha lunga ritenzione. Cedro, bergamotto, mandarino, limone, fiori: il bouquet dominato dagli agrumi è fresco e pulito, intenso, elegante.  Al palato l’intensità cala un po’ di tono ma non ci si può lamentare visto che  stiamo parlando di una birra dalla gradazione alcolica contenuta. Sono sempre gli  agrumi a guidare le danze di una bevuta molto zesty, secca e pulita, sorretta da un sottofondo dolce di agrumi canditi ed ananas. In alcuni passaggi c’è davvero il rischio dell’effetto “aranciata”, dovuto anche al fatto che questa Pale Ale è praticamente priva di amaro e nel finale si spegne: personalmente credo che un po’ di quel carattere terroso-lemongrass tipico della tradizione anglosassone le gioverebbe moltissimo. Ma il suo  problema principale è l’eccessiva carbonazione, annunciata da un leggero gushing: se avete la pazienza di aspettare che le bollicine si calmino, berrete una birra molto pulita e ben fatta.

Passiamo a Paper Moon, una nuova NEIPA (6%) che ha debuttato lo scorso luglio a ritmo di Mosaic, Citra e Vic Secret. Anche lei si presenta di color arancio pallido, piuttosto torbido, e una schiuma fin troppo generosa e molto persistente. Il suo biglietto da visita è un naso fresco ed intenso, fine, molto pulito: ananas, arancia, cedro, lychee, pesca, accenni dank e floreali. Anche Paper Moo paga il pegno di una carbonazione troppo elevata che compromette quella morbidezza palatale che una NEIPA dovrebbe  avere. E anche i sapori sono meno definiti e meno eccitanti rispetto ai fuochi d’artificio dei profumi: diamo un po’ di colpa alle bollicine in eccesso, ma il calo d’intensità da profumi a sapori è un problema che affligge molte NEIPA.  Un po’ di delusione c’è, ma la bevuta è comunque di buon livello, un succo di frutta molto gradevole che termina con un  finale resinoso cortissimo. Il suo potenziale è un po’ inespresso e  bisogna aver un po’ di pazienza ed aspettare che la carbonazione si calmi un po’. A parte questo difetti che le fanno perdere un paio di punti, nel bicchiere c’è una NEIPA dal grande aroma e – fattore di importanza fondamentale per me – priva di quegli spigoli e di quelle ruvidezze  (hop burn) che spesso rendono meno piacevole  del previsto la bevuta di queste birre alla moda.
Nel dettaglio: 
Half Dome, 44 cl., alc.5.3%, lotto 06/08/2020, scad. 06/12/2020, prezzo indicativo 6,00 euro (beershop)
Track Paper, 44 cl.,  alc. 6.o%, lotto 15/07/2020, scad. 15/11/2020, prezzo indicativo 6,50 euro (beershop)

 NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

giovedì 15 ottobre 2020

BiRen Sylvie Doppelbock

Per gli appassionati di basse fermentazioni e della tradizione tedesca BiRen è un punto di riferimento da anni, per la precisione dal 2008, anno in cui il birraio Andrea Govoni ha inaugurato il birrificio a Dosso, Ferrara. BiRen sta per Birrificio Renazzanese  (la vicina frazione di Renazzo, dove tutto è comunicato) ma in dialetto ferrarese il suo suono è molto simile alla parola che indica una “birretta”.  Govoni, classe 1965 e laura in Scienze Agrarie, ha lavorato per vent’anni nell’agroalimentare coltivando in parallelo una passione per la birra culminata in numerosi viaggi  ad hoc in tutta Europa, soprattutto in Germania. Nel 2006 terminò il suo percorso professionale con una azienda di macedonie di frutta della quale fu socio fondatore per dedicarsi all’homebrewing in previsione di aprire il suo microbirrificio, inaugurato alla fine del 2008. Dal 2015 lo affianca sull’impianto da 10 ettolitri il figlio Matteo. 
Lontano dalle mode e dai riflettori, BiRen ha continuato a fare le birre che il suo birraio ama bere collezionando in dodici anni d’attività altrettante medaglie alla vetrina nazionale di Birra Dell’Anno. La prima, d’argento, è arrivata nell’edizione 2010 con la pils Philippe, lo stile e la birra preferita di Govoni. Al medagliere ha poi contribuito in maniera determinante la Weizen Charlotte  (argento nel 2011, oro nel 2012 e nel 2013, bronzo nel 2016) ma sono arrivati anche riconoscimenti per la Rauchbier Tosco (argento nel 2014), la birra al miele Melanie (argento nel 2014), la Märzen Renazzenfest (oro nel 2016), la Weizenbock Extra-Charlotte (argento 2017) e la IGA (o meglio Strong Dark Ale alla Saba) Sabine che nello stesso anno ottenne il bronzo.  Govoni ama la Germania ma si è cimentato anche con la tradizione anglosassone con la IPA Ton e la Stout Moses e con quella belga, come la blanche Claudie. A Dosso troverete anche lo spaccio, aperto dal lunedì al venerdì, e soprattutto La Taverna Del Biren, nella quale è ovviamente protagonista la cucina bavarese, aperta ogni giorno a partire dalle 18.

La birra.

Lo scorso giugno 2020 Unionbirrai annunciava di aver stretto una partnership commerciale con la catena di supermercati Despar (zone del Triveneto e dell’Emilia-Romagna): “i birrifici che hanno risposto all’iniziativa troveranno certamente nei punti vendita Despar quella visibilità a volte difficile da ottenere per i piccoli artigiani della birra e quindi una importante opportunità di fare conoscere le proprie birre artigianali con tutte le loro specifiche peculiarità a un pubblico sempre più vasto che, ne siamo certi, apprezzeranno l’ampliamento dell’offerta brassicola sugli scaffali anche a livello territoriale”. 
BiRen è uno dei quattro birrifici dell’Emilia Romagna che ha aderito all’iniziativa e sugli scaffali del Despar ho trovato  Sylvie, la Doppelbock della casa. Il suo color ambrato è leggermente velato, la schiuma cremosa e compatta ha buona ritenzione. L’aroma è intenso ed avvolgente e piuttosto complesso: biscotto, caramello, ciliegia, prugna e datteri, uvetta, accenni di pane nero, quasi di pan di spagna.  La bevuta prosegue lo stesso percorso ma lo fa in maniera un po’ meno definita, meno complessa e meno armonica: caramello e frutta sotto spirito danno il via ad un bevuta dolce caratterizzata da un crescendo etilico che appare  molto più evidente di quanto dichiarato (7%). Chiude con una leggera nota amaricante di frutta secca a guscio.  Sylvie è una doppelbock intensa, che riscalda corpo e spirito sacrificando un po’ quella che è la caratteristica della tradizione tedesca, ovvero la facilità di bevuta. Si sorseggia comunque con grande piacere e ad un prezzo niente male.
Formato 33 cl., alc. 7%, lotto D003-19, scad. 10/04//2021, 2.49 € (supermercato.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 12 ottobre 2020

Against the Grain 35K Stout

Ritorna sul blog dopo un paio d’anni d’assenza il birrificio  Against the Grain di Louisville, Kentucky, fondato nel 2011 da Sam Cruz, Jerry Gnagy, Adam Watson e Andrew Ott; la loro storia la trovate qui.  Against the Grain ha poicompletato un piano di espansione da 1,7 milioni di dollari che ha portato all’apertura a febbraio 2015 del nuovo birrificio nel sobborgo di Portland, Louisville: 7000 ettolitri prodotti ogni anno nei 2000 metri quadrati di spazio. Con l’occasione sono anche arrivate (maggio 2015) le prime lattine.  Rimane ancora operativa la location originale Against The Grain Brewery and Smokehouse che si trova nel complesso commerciale adiacente allo stadio di baseball Slugger Field: 2100 ettolitri la capacità produttiva.  Nel luglio del 2017 il birrificio aveva annunciato la nascita di Against The Grain Europe per far crescere ulteriormente un mercato che aveva raggiunto il 20% del fatturato: il progetto era orientato a distribuire ai clienti birra fresca e ad un buon prezzo, due elementi difficilmente attuabili con l’importazione dagli Stati Uniti. Per l’occasione fu scelto il birrificio tedesco Vormann (Düsseldorf) dove sono state prodotte la Plus One APA e la Neoanderthal IPA, due etichette esclusive per il mercato europeo. Per evitare confronti qualitativi tra la produzione americana e quella europea Against The Grain ha volutamente scelto di non replicare nel nostro continente le birre del Kentucky.  La lezione di Stone Brewing Europe è stata appresa.  Non so se il progetto AtG Europe abbia avuto successo: dopo quelle due birre non mi risulta ne siano state realizzate altre. 
Nel frattempo negli Stati Uniti sono iniziate a circolare voci sulla vendita di AtG a qualche pesce grossoi rumors sono stati dissipati a luglio del 2019 quando è stato reso noto che il birrificio di Louisville aveva soltanto raggiunto un accordo con la Pabst Brewing per la distribuzione e la vendita delle proprie birre nello stato del Kentucky. Questo il comunicato ufficiale: “nel 2011, quando il birrificio fu fondato, concentrammo i nostri sforzi al di fuori del Kentucky perché la richiesta per la birra artigianale nel nostro stato era scarsa. Ora vogliamo tornare a casa ed espanderci in Kentucky è la nostra priorità. La partnership con la Pabst è valida solamente qui. Siamo nella fase 1 dell’accordo e stiamo usando la loro rete distributiva; vediamo come vanno le cose”.

La birra.

Qualche anno fa vi avevo parlato della 70K, imperial stout invecchiata in botti di bourbon che, assieme alla sorella “affumicata” Bo & Luke, è una delle produzioni più apprezzate del birrificio di Louisville. La 70K è stata sviluppata partendo da una robusta milk stout chiamata 35K, prodotta con lattosio, luppoli East Kent Goldings ed un ricco parterre di malti non rivelato: assaggiamola.  
Il suo vestito è prossimo al nero e  la schiuma, cremosa ma non molto compatta, ha una buona persistenza. Tostature, caffelatte, cioccolato al latte, accenni di panna/vaniglia, frutti di bosco: l’aroma è pulito, l’intensità è modesta. Non ci si può lamentare ma si può fare di meglio. Il lattosio dona al corpo oleosità e la bevuta risulta morbida pur non essendo particolarmente cremosa o setosa: si parte dal dolce del caramello e del caffelatte per poi iniziare una bella progressione amara ricca di torrefatto, caffè, cioccolato e una percepibile chiusura luppolata finale. E’ una milk stout pulita e bilanciata, nella quale dolce e amaro sono protagonisti dei due tempi di una partita abbastanza intensa e soddisfacente. Il lattosio stempera bene l’acidità  dei malti scuri, l’alcool la irrobustisce senza comprometterne la bevibilità. La 35K di Against the Grain è una buona milk stout che tuttavia non lascia un segno indelebile nei miei ricordi.
Formato 47,3 cl., alc.7%, scad. 04/03/2021, prezzo indicativo 7,00-8,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

venerdì 9 ottobre 2020

L' artigianale al discount: Blondie American Pale Ale & Indie India Pale Ale (Aldi)


La birra artigianale non è a buon mercato e questo è sempre stato uno dei principali ostacoli alla sua diffusione: alla spina le differenze tra artigianale e industriale sono molto meno evidenti, ma nei negozi e supermercati è difficile spiegare ad un consumatore occasionale perché dovrebbe pagare una bottiglia di artigianale da 33 quattro volte quello che costa un’industriale da 66. Per cercare di entrare nella grande distribuzione ed aumentare i volumi i birrifici artigianali hanno usato diverse strategie: c’è chi ha semplicemente proposto i propri prodotti rinunciando ad una fetta di margine e c’è chi invece ha realizzato delle etichette ad hoc, dal costo contenuto, nel quale il nome del birrificio veniva rilegato tra le note di coda. In questo senso i pionieri furono Birra del Borgo con la linea Trentatre e il Birrificio Del Ducato con le BIA  Birra Artigianale Italiana.  Correva l’anno 2010, sembra passato un secolo: guarda caso si tratta di due birrifici che hanno poi venduto all’industria e che oggi non possono essere più considerati artigianali: il loro percorso nella grande distribuzione continua, con etichette diverse e con il proprio marchio ben in evidenza
I discount non si sono certi lasciati sfuggire l’occasione: l’artigianale al discount è secondo me una bella sfida: si può bere decentemente spendendo poco?   Uno dei primi esempi (2009) fu la gamma Lucilla prodotta da Amarcord per Eurospin; il birrificio di Apecchio è stato per molti anni l’unico punto di riferimento: nel 2014 alla Lidl è arrivata la gamma Arcana, tutt’oggi ancora presente, assieme alla IPA – Italian Pale Ale che non vedo in giro da un po’ di tempo. Pian piano quasi ogni discount, come del resto ogni supermercato, ha avuto le sue birre artigianali:  il birrificio La Granda le ha portate sugli scaffali del Dpiù (2015), Amarcord (2016) ha piazzato nei Penny Market e negli In’s la NYC IPA e la Postina IPAcloni della Italian Pale Ale.  Più di recente (2018) Toccalmatto è riuscito a strappare ad Amarcord gli scaffali dell’Eurospin,  rimpiazzando le Lucilla con il marchio La Brassicola. Tutto questo vale per il nord Italia, è possibile che i discount abbiano trovato accordi con altri birrifici locali nelle altre zone del paese. E quelle che vi ho elencato sono probabilmente solo una parte delle opzioni disponibili: sicuramente me ne sarà sfuggita qualcuna. 
Nel 2018 il discount tedesco Aldi è sbarcato in Italia ed ha rapidamente espanso la sua rete, condizione necessaria per poter attuare quella che da sempre è stata la sua politica: una gamma di prodotti “private label” molto estesa che ha coinvolto anche la birra. A collaborare con Aldi è stata Birra Flea di Gualdo Tadino (PG): a lei l’onere e l’onore di realizzare un’APA ed una IPA che siano buone e che costino poco (1,99 € la bottiglia  da 33, a volte offerta in sconto anche a 1,29 €) alle quali viene data una shelf-life di due anni. Missione impossibile? Vediamo.

Le birre.

Partiamo dall’American Pale Ale chiamata Blondie (5%): l’etichetta inneggia all’estate, il suo color dorato tendente al rame, sporcato da numerose particelle di lievito in sospensione, un po’ meno. La schiuma biancastra è generosa ed ha ottima ritenzione. Immagino che l’aroma non sia l’aspetto sul quale il birrificio si sia concentrato nello studiare una  ricetta “low cost” e il risultato si vede: intensità ai minimi termini, avverto giusto qualche lontano ricordo di pompelmo e marmellata d’arancia. Al palato ci sono un po’ troppe bollicine, visto che stiamo parlando di un’American Pale Ale: la bevuta parte dal dolce del biscotto e del caramello, apre e chiude una parentesi agrumata, si congeda con un finale amaro tra l’erbaceo ed il terroso che non brilla per eleganza. Non ci sono grandi difetti e nel complesso c’è una buona intensità,  sebbene il risultato finale sia un po’ sgraziato e grezzo. Per 2 euro direi che Blondie sia un compromesso accettabile,  si beve e porta a casa una sufficienza rosicata: speravo in un piccolo miracolo, ma se voglio un’APA profumata, pulita e fragrante devo rivolgermi altrove.

Passiamo alla IPA Indie (6.4%) il cui look è un salto indietro nel tempo di qualche anno, alle classiche IPA italiane 1.0: ambrata, molto velata, indossa un bel cappello di schiuma ocra molto persistente. L’aroma è anche in questo caso latitante: caramello, marmellata d’arancia, un lieve nutty che fa un po’ UK, accenni di bubblegum. Pulizia e intensità latitano. Anche Indie è un po’ troppo carbonata e al palato mostra perfetta corrispondenza con l’aroma, anche se l’intensità è più elevata. E questo non è sempre un pregio. Si parte con l’accoppiata biscotto-caramello per poi virare piuttosto bruscamente sull’amaro sgraziato terroso, resinoso e vegetale di un’abbondante luppolatura. Ed è questo il vero problema di tutte le IPA  del discount: quando si calca la mano col luppolo, e lo si fa con materie prime di seconda (o terza) scelta per tagliare i costi, il risultato è sempre negativo. Ne risulta una IPA (d’ispirazione inglese?) per niente armoniosa e squilibrata che assilla il palato con un amaro invasivo, pesante e rozzo, obbligando a frequenti pause che ne limitano la bevibilità. Anche l’alcool alza la testa in un finale da tutto dimenticare. No, grazie.  
Nel dettaglio:
Blondie APA, formato 33 cl., alc. 5%, scad. 09/07/2022, prezzo 1,99 Euro (supermercato)  
Indie IPA, formato 33 cl., alc. 6.4%, scad. 22/06/2022, prezzo 1,99 Euro (supermercato)  

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

mercoledì 7 ottobre 2020

Blech.Brut: Tile 692 IPA & Coat 54 IPA

Per ogni appassionato di birra un viaggio in Franconia è un viaggio nella tradizione: birre immutabili, un patrimonio da preservare e da scoprire per la prima volta o da ritrovare, a seconda della vostra esperienza. Ma chi in Franconia ci è nato e ci vive potrebbe non avere le stesse opinioni positive sulla tradizione. E’ il caso di Benedikt Steger, giovane irrequieto che voleva studiare sociologia, poi Ingegneria dello sport e ha poi finito per scegliere la birra: dopo un periodo di tirocinio presso il birrificio Zehendner a Mönchsambach si reca a Berlino, città in perenne evoluzione e fermento, in cerca di novità. Ma nella Berlino del 2012 il fermento che interessa a Benedikt  - birrifici e birra – è ancora in fase embrionale e offre poche opportunità. Lui vola allora a Londra dove ottiene un lavoro alla London Fields Breweryuna delle prime ad installarsi nell’area di Hackney. Jules Whiteway l’aveva fondata nel 2011 dopo aver finito di scontare una condanna di dodici anni per traffico di cocaina a celebrities e cantanti. La libertà di Whiteway non durò molto: alla fine del 2014 fu nuovamente arrestato per evasione fiscale e il birrificio, dopo anni di agonia ed incertezza, fu rilevato dalla Carlsberg nel 2017. 
Per Benedikt è meglio cambiare aria e nel 2015 alcune conoscenze lo aiutano a trovare lavoro a Parigi dove lavora all’avvio del brewpub Paname: la capacità dell’impiantino è però insufficiente a soddisfare la richiesta dei clienti e Benedikt si mette alla ricerca di un birrificio dove appaltare le sue ricette. La soluzione è tornare a casa in Germania alla Old Factory, neonata costola del birrificio Cambdedicata proprio alla produzione per conto terzi: là Benedikt conosce il birraio Enzo Frauenschuh che è anche titolare della beerfirm FrauGruber  e che lo “sfida” a far qualcosa di simile. 
Benedikt torna a Bamberga e nel 2018, terminato il congedo di paternità, lancia il suo marchio Blech.Brut, nome suggeritogli da un amico a Berlino che voleva realizzare sculture con le lattine usate: il foglio di metallo (Blech) e l’arte (Art Brut). L’idea – non originalissima – è di affiancare l’arte alla birra affidando di volta in le etichette ad un illustratore differente. Le ricette sono realizzate alla Camba Old Factory, nonostante le possibilità sotto casa non manchino:  potrei produrle qui a Bamberga, ma sarebbe difficile usare le lattine. All’inizio non pensavo di usare questo contenitore ma ripensandoci la parte grafica viene maggiormente valorizzata; dopo tutto il mio è una specie di progetto artistico. Non escludo in futuro di estenderlo alle bottiglie e lanciare il marchio Glas.Brut.  Enzo di Camba è diventato un amico; mi fido di lui e anche se faccio io le birre ho bisogno di lui. Gundelfingen è a due ore e mezza da Bamberga e non posso essere là tutti i giorni”.
Il focus è ovviamente sui luppoli: “li amo e mi piace sperimentare con loro. A Bamberga si producono delle lager eccellenti, ma sono tutte molto simili. Non ne voglio parlar male, ma se vai via per un po’da Bamberga e poi torni… ti accorgi che nulla è cambiato e nulla cambierà per il prossimo secolo. Io voglio dimostrare che con le nuove varietà di luppolo tedesche si può far qualcosa di diverso”. Del resto la “mission” che compare sul sito internet di Blech.Brut parla chiaro: “togliere la polvere della tradizione. Ci vogliono volti nuovi per portare la birra alle nuove generazioni. Abbiamo l’ambizione di voler ampliare gli orizzonti dei bevitori della Franconia ed espandere il loro concetto di birra. Vogliamo offrire ai bevitori di Schlenkerla un’alternativa alla moda”.  Un birrificio proprio? “E’ presto, ci vogliono capitali a disposizione. Ma averne uno è lo scopo che dovrebbe avere ogni persona che s’imbarca in un progetto di questo tipo. Io avrei anche lo spazio a disposizione nella casa dei miei genitori, visto che sono nato in una fattoria. Prima o poi avrò il mio birrificio, anche se di piccole dimensioni”.

Le birre.

In quasi due anni d’attività Blech.Brut ha prodotto circa 25 etichette diverse, una al mese. Una Imperial Stout e 24 sfumature di luppolo: Pale Ale, Session IPA, IPA,  Double e Triple IPA, NEIPA. Vediamone un paio partendo dalla Tile 692, NEIPA (7.1%) nella quale sono protagonisti  Citra, Galaxy, El Dorado e gli sperimentali HBC 692 e BRU-1. Visivamente simile ad un succo di frutta presenta una schiuma cremosa, piuttosto compatta e che mostra buona ritenzione. Il naso fa pensare a frutti tropicali molto maturi (mango e papaia) ma c’è una netta sensazione di menta/mentolo a scombinare un po’ le carte in tavola:  intensità e pulizia ci sono ma il mix non è dei più azzeccati, per quel che mi riguarda. Il gusto prosegue il percorso in linea retta:  è una NEIPA piuttosto dolce, ricca di frutta tropicale e albicocca matura che cala il sipario su di un aroma vegetale di discreta intensità e durata che lascia qualche graffio in gola (hop burn). Nel complesso ha buona intensità ma anche al palato c’è qualche sapore insolito e difficile da definire: birra gradevole, se non avete aspettative elevate.

Coat 54  (6.7%) è un’altra NEIPA dal design minimalista e freddo ed un mix di luppoli che include HBC 630, Mosaic e Palisade. Il suo color arancio è torbido ma luminoso, la schiuma è cremosa ed ha una buona persistenza. Dovrebbe aver debuttato alla fine di luglio e dopo due mesi d vita l’aroma offre davvero poco, per quel che riguarda l’intensità: pesca, ananas e altri vaghi ricordi di frutta tropicale. La bevuta è fortunatamente più intensa pur non brillando per pulizia ed eleganza. Il risultato è un succhino di frutta -  un po’ confuso ma gradevole - nel quale mi sembrano spiccare albicocca e papaia. Rispetto alla Tile 692 presenta molti meno spigoli, probabilmente grazie ad un amaro finale molto corto e quasi impercettibile. Buona secchezza, alcool ben nascosto, bevibilità un po’ limitata dalla sua pesantezza tattile al palato: masticabile (chewy) ma poco morbida, come la sorella. Paga il pegno di un aroma sotto tono ma il suo principale problema è la noia: per il resto, si beve con piacere.
Nel dettaglio:
Brut Tile 692,  44 cl., alc. 7,1%, scad. 16/01/2021, prezzo indicativo 7,00 euro (beershop) 
Brut Coat 54, 44 cl., alc. 6.7%, scad. 16/01/2021, prezzo indicativo 7,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 5 ottobre 2020

Deya Brewing Company: Magazine Cover Session IPA & Invoice Me For the Microphone IPA

Theo Freyne ha fondato il birrificio Deya nel 2015 a Cheltenham, contea inglese del Gloucestershire:  evoluzione naturale di un hobby che si era particolarmente intensificato nell’ultimo anno all’università di Edimburgo, dove stava studiando storia. Per rendersi meglio conto di cosa significhi fare il birraio, Theo passa qualche settimana a lavare i fusti e ad osservare le produzione al birrificio Theakston.  Tornato a Edimburgo, continua il suo percorso  di apprendimento con un Master of Brewing and Distilling all Heriot-Watt. Ma il Regno Unito inizia già a stargli stretto, Theo è affascinato dalla birra artigianale americana e si reca per tre mesi in Colorado, al birrificio Odell, a fare un po’ di  pratica “I mesi che ho passato negli Stati Uniti hanno innalzato di molto le mie aspettative per quel che riguarda la birra. Odell, Firestone Walker, Russian River: tutto quello che riuscivo a bere era di molto superiore a quello che c’era nel Regno Unito. Mi resi conto dell’importanza dei dettagli nel determinare la qualità della birra”. Analisi sensoriali, utilizzo efficace ed efficiente delle materie prime, visita ai produttori di luppolo nella Yakima Valley: “se avessi fatto un anno di pratica alla Thornbridge e alla BrewDog sarei forse diventato un birraio più bravo, ma alla Odell ho davvero capito come si può fare il salto di qualità”: A Freyne non interessano solamente le tecniche produttive ma anche il modello di business messo di molti birrifici americani: legge i libri di Sam Calagione e John Palmer, assaggia Tree House e Trillium, visita The Alchemist e Hill Farmstead, dove ottiene da Shaun Hill preziosi consigli su come migliorare l’aroma della birra. 
Rientrato a casa elabora sul proprio impianto casalingo la ricetta della Steady Rolling Man, un’American Pale Ale molto luppolata d’ispirazione New England.  Suo padre continua a raccontargli le meraviglie delle Real Ales anglosassoni in cask, ma a Theo interessa solo la birra americana. Ottiene da famigliari ed amici le risorse economiche necessarie per dare il via a Deya Brewing Company -  il nome è un omaggio a Deià, località sull’isola di Maiorca -  che debutta come beerfirm nell’attesa di arredare casa, uno spazio da 380 metri quadri a Cheltenham, con un impianto da 16 ettolitri di seconda mano proveniente da Arbor Ales.  Ad aiutarlo arriva Gareth Moore, un birraio che Theo ha incontrato nel corso di un breve periodo di pratica alla Gloucester Brewery.
A maggio del 2016 Deya inaugura l’impianto e la taproom, elemento che Theo reputa fondamentale per il successo e per le proprie finanze: è quello che ha appreso negli Stati Uniti.  E’ il periodo in cui nel Regno Unito scoppia la moda dell’haze, del juicy o del New England che dir si voglia: Cloudwater è in cima alla lista dei desideri di ogni beergeek inglese, Northern MonkVerdant e Wylam seguono a ruota ma è la Steady Rolling Man di Deya ad essere votata dal popolo di Untappd come la miglior Pale Ale prodotta nel Regno Unito. L’anno successivo Deya aggiunge tre fermentatori da 40 ettolitri che permettono di raddoppiare la capacità produttiva: arrivano i primi inviti ai festival alla moda, come la Mikkeller Beer Celebration Copenhagen e l’Hop City organizzato da Northern Monk. Arrivano le collaborazioni e le produzioni one-shot per assecondare la  sete di novità del mercato: Deya sforna una trentina di etichette nuove ogni anno caratterizzate dalle belle grafiche di  Thom “Trojanowski” Hobson. La taproom assorbe la maggior parte di quello che Deya riesce a produrre: il resto della birra viene distribuita in fusto e lattine, ma Freyne non è molto soddisfatto dei risultati del “mobile canning” e per tutto il 2017 si concentra quasi esclusivamente sui fusti.  Il suo primo investimento del 2018 è l’acquisto di una linea di inlattinamento accompagnata da altri quattro fermentatori che portano la capacità annuale a 3500 ettolitri. 
Nel 2019 Deya trasloca dall’altra parte della strada: contratto d’affitto decennale per uno spazio da 2000 metri quadri nel quale viene installato un nuovo impianto da quaranta ettolitri che permette di decuplicare la capacità produttiva portandola a 35.000 ettolitri l’anno.  Il costo dell’investimento non è stato reso noto ma le risorse sono state reperite tramite famigliari, amici e un 10% di quote societarie ceduti a terzi. Freyne continua a seguire il modello americano: ancora più spazio alla taproom, merchandising e beershop, negozio online: le vendite dirette al consumatore finale arrivano a generare il 50% dei guadagni.  L’emergenza Covid-19 ha costretto anche Deya a rivedere in parti i propri piani: chiusi taproom e bar per diversi mesi, la produzione di lattine è stata intensificata per la gioia di beershop e distributori nel Regno Unito e in alcuni paesi europei.

Le birre.

Partiamo da Magazine Cover, una Session IPA (4.2%) che ha debuttato lo scorso marzo e nella quale sono protagonisti Citra e Mosaic e, in etichetta, un inquietante Andy Warcroc. 
Il suo giallo paglierino è piuttosto opaco come vuole la moda, mentre la schiuma è un po’ scomposta ma ha buona persistenza.  A tre mesi dalla messa in lattina l’aroma non è particolarmente eccitante, l’intensità è scarsa ma quel che c’è è pulito e abbastanza elegante: mandarino, lime, cedro, litchi, note floreali. Va un po’ meglio al palato, dove crackers e cereali danno il via ad un bevuta nella quale un tocco dolce di ananas anticipa un finale zesty, secco e moderatamente amaro. Non è un mostro d’intensità ma svolge la sua funzione – rinfrescare e dissetare – piuttosto bene. Dal carattere un po’ timido è comunque una di quelle birre che potresti bere per tutta la sera senza mai stancarti. Tre mesi di vita non sono un’eternità, anche se c’è stato il caldo estivo di mezzo: mi piacerebbe riprovare una lattina un po’ più giovane.

La IPA Invoice Me For the Microphone (6.5%) viene invece prodotta sin dal 2018: anche qui si va sul sicuro con l’accoppiata Citra-Mosaic. Visivamente ricorda un succo di frutta all’arancia e gli agrumi dominano un naso pulito, intenso ed elegante nel quale c’è anche posto per qualche immancabile frutto tropicale.  Qualche bollicina in eccesso elimina alla partenza le intenzioni di costruire quel mouthfeel morbido e cremoso che ha contribuito alla notorietà del sottostile NEIPA. Fedele all’aroma la bevuta regala un percorso succoso e ricco di agrumi, intenso e privo di spigoli o inutili estremismi, bilanciato da qualche accenno di mango, pesca e ananas: una birra moderna nella quale equilibrio e bevibilità non sono sacrificate sull’altare della moda. Chiude secca con un bel finale zesty, educato e corto: un amaro contenuto che si porta dietro qualche scia vegetale e un leggerissimo hop burn (grattino) che emerge solo quando si scalda. Alcool molto ben celato, IPA pulita e ben fatta: conferma che Deya merita il successo che in patria sta avendo.
Nel dettaglio: 
Magazine Cover, 50 cl., alc. 4,2%, lotto 16/06/2020, scad. 16/12/2020, prezzo indicativo 7,00 euro (beershop)
Invoice Me For the Microphone, 50 cl., alc. 6,5%,lotto 30/07/2020, scad. 30/01/2021, prezzo indicativo 8,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio