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giovedì 16 maggio 2019

Cloudwater / Other Half Likeable Orange Liquid & Cloudwater Dance Like Everyone Is Watching


Almeno una volta l’anno cerco di rivisitare uno dei birrifici inglesi più apprezzati dai beergeeks e dagli appassionati; siamo a Manchester e parliamo di Cloudwater Brew Co, attivo dalla primavera del 2015.  Qui trovate tutte le birre che sono transitate sul blog dal 2017 ad oggi.  Facciamo un passo indietro al 20 settembre 2018 quando James Campbell, birraio e fondatore di Cloudwater assieme a Paul Jones, annunciò la sua fuoriuscita dal birrificio per “aver maggior autonomia”. Per lui, già apprezzato birraio alla Marble di Manchester, si trattava di ritornare al lavoro di “consulente esterno” per vari birrifici nell’attesa di vederlo magari un giorno ritornare direttamente in pista con un progetto tutto suo. Al suo posto non è stato nominato nessun nuovo Head Brewer: le responsabilità sono state assunte dai vari birrai che già affiancavano Campbell. 
Un paio di settimane dopo Paul Jones ha annunciato i primi cambiamenti: dalle etichette scompare il dettaglio degli ingredienti (varietà di malto, luppolo e lievito) utilizzati. “Focalizzandoci sulla descrizione degli aromi e dei sapori della birra, anziché sulle varietà di luppolo usate, possiamo incuriosire molte più persone. Le birra con il Citra sono fantastiche ma le caratteristiche del luppolo cambiano ogni anno a seconda del raccolto e di come viene usato: descrivendo le sue caratteristiche saremmo meglio in grado di coglierle. Elencando solo gli ingredienti nessuno è in grado di sapere se nel bicchiere c’è una IPA resinosa e amara o torbida e tropicaleggiante”.  
Il vero motivo del cambiamento sembra tuttavia essere un altro: “una birra è molto di più dell’elenco degli ingredienti usati per produrla, ma elencando il dettaglio degli ingredienti usati abbiamo reso la vita più facile ad altri birrifici che hanno voluto seguirci.  Abbiamo fatto grandi investimenti di tempo e denaro per arrivare a fare queste birre, in un certo senso è come se avessimo fatto sperimentazione e ricerca anche per conto di altri birrifici che ne hanno poi beneficiato”. 
Anche la gamma produttiva è stata riorganizzata: per anni Cloudwater ha sfornato una novità dietro l’altra arrivando quasi a non replicare mai la stessa birra.  Novità e collaborazioni sono sempre all’ordine del giorno, ma d’ora in poi ci sarà per ogni stagione (autunno-inverno, primavera-estate) un nucleo di birre prodotte (quasi) stabilmente.

Le birre.
Other Half è uno dei birrifici più chiacchierati della scena di New York: l’oggetto del desiderio sono ovviamente sempre le IPA/DIPA torbide e succose, ispirate al New England. Other Half è stato uno degli ospiti al primo festival organizzato lo scorso febbraio da Cloudwater, chiamato Friends & Family & Beer! Il festival ha vissuto alcuni momenti drammatici ma si è poi concluso per il meglio: ne riparleremo prossimamente. 
Dal 2017 ad oggi Cloudwater ed Other Half hanno prodotto assieme una decina di birre, l’ultima delle quali è una Double IPA chiamata Likeable Orange Liquid. Nessun informazione sugli ingredienti utilizzati: sappiamo solo che sono stati utilizzati in (double) dry-hopping 48 grammi al litro di luppolo. Una quantità “insensata”, mi dicono dalla regia. 
All’aspetto ricorda un torbido succo di frutta sul quale si genera una piccola e scomposta testa di schiuma, molto poco persistente. L’aroma è intenso e ricco di frutta tropicale: un bouquet gradevole che tuttavia manca di eleganza e finezza. Annoto mango e papaia, albicocca e pesca, arancia ben zuccherata. Il gusto ne è la esatta copia, nei pregi e nei difetti: è una succo tropicale intenso ma non particolarmente definito nella sue componenti; l’alcool (8.5%) si fa sentire senza dare fastidio, il mouthfeel è morbido e “chewy/masticabile” ma non provoca estasi palatale. Il percorso si chiude in modo abbastanza secco e con un amaro resinoso di buona intensità e breve durata. Non ci si fa mancare neppure un lieve hop burn, quel grattino/raschiare in gola che in questo caso è tuttavia facilmente sopportabile. Per gli appassionati del genere: un succo di frutta che soddisfa la voglia di bere due birrifici alla moda: riempite un bicchiere dalla forma strana sino all’orlo, fotografatelo e piazzatelo su Instagram. Per tutti gli altri: un birra piacevole ma un po’ noiosa e uguale a tante altre già bevute. 
Apro una breve parentesi sui 48 grammi di luppolo al litro usati in DDH: uno spreco di materia prima. Ne vale la pena?   rofumi e sapori sono  di intensità doppia rispetto ad una birra simile nella quale di luppolo ne viene usato la metà? Vediamolo subito.

Dal Friends & Family & Beer Festival organizzato da Cloudwater a Manchester passiamo all’edizione 2019 (18-20 aprile) dell’Hop City che il birrificio Northern Monk offre alla propria città, Leeds. 
Dance Like Everyone Is Watching  è la IPA (6.5%) che Cloudwater ha prodotto appositamente per il festival, utilizzando due varietà non specificate di luppolo. L’intensità dell’aroma è del tutto simile – se non maggiore -  a quello della  Likeable Orange Liquid, nonostante nel doppio dry-hopping siano stati utilizzati “solamente” 24 grammi al litro di luppolo. Bastano i quattordici giorni di differenza anagrafica a giustificare ciò?  Anche qui finezza ed eleganza non sono le caratteristiche principale di un aroma tropicale comunque alquanto gradevole: si scorgono i soliti mango e papaia, arancia, pompelmo e mandarino, albicocca. La bevuta parte dalla dolcezza del tropicale che viene affiancata dagli agrumi, sempre “ben zuccherati”:  a bilanciare il tutto ci pensano una buona secchezza finale e un amaro resinoso/vegetale di breve intensità e durata.  Il mouthfeel morbido è disturbato da qualche bollicina di troppo, l’alcool si fa sentire soltanto a fine corsa e nel complesso si tratta di un succo di frutta intenso e piacevole se si è disposti a mettere da parte pretese di eleganza, precisione e finezza. Anche qui c’è un lieve hop burn finale, ma non è nulla di drammatico.   
Tra le due birre non sembrano esserci molte differenze o, per lo meno, la scarsa finezza non consente di cogliere evidenti sfumature: per questo il consiglio è di orientarvi sulle Cloudwater “normali” lasciando perdere collaborazioni ed edizioni speciali fatte per eventi: risparmierete qualche sterlina/euro e berrete ugualmente un buon succo di frutta. E lasciate perdere la guerra dei grammi di luppolo usato in DDH: è solamente la versione aggiornate della battaglia a colpi di IBU di qualche anno da, quando si faceva la gara a fare la birra più amare del mondo. La chiave di tutto è come sempre l’equilibrio.

Nel dettaglio:
Likeable Orange Liquid, 44 cl., alc. 8.5%, lotto 27/03/2019, scad. 17/07/2019, prezzo indicativo 8,00 sterline
Dance Like Everyone Is Watching, 44 cl., alc. 6.5%, lotto 10/04/2019, scad. 31/07/2019, prezzo indicativo 6,00 sterline

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 3 maggio 2018

Cloudwater DDH Pale Citra Ekuanot

Ritorna sul blog Cloudwater (qui la storia), birrificio inglese fondato da Paul Jones e James Campbell ed operativo a Manchester da marzo 2015 che continua a sfornare nuove birre a ritmo incessante, secondo modus operandi di non replicare quasi mai la stessa ricetta.  “Specializzati in birre moderne e stagionali”: così si autodefinisce Cloudwater che con cadenza settimanale annuncia le nuove etichette che possono essere anche acquistate on-line da chi vive nel Regno Unito. 
In tre anni di vita, ovvero 36 mesi ovvero 144 settimane, il database di Ratebeer elenca ben 347 birre prodotte, per una media di oltre due birre nuove a settimana: numeri eccitanti o inquietanti, a seconda dei punti di vista.  E visto che ormai siamo in ballo col beer-rating, balliamo con spensieratezza:  secondo Untappd Cloudwater è attualmente il quarto miglior birrificio inglese al mondo, preceduto da Verdant, Old Chimneys e Deya. Ratebeer lo mette invece tra i 10 migliori birrifici al mondo e, ovviamente, al primo posto nella classifica del Regno Unito. 
Tra le migliori 20 birre di Cloudwater secondo i Ratebeeriani ci sono ben 18 Imperial IPA (le eccezioni sono una IPA e una Imperial Stout); un po’ più variegata, ma non troppo, la classifica degli utenti di Untappd: spopolano sempre Triple e Double IPA, ma c’è qualche Imperial Stout e IPA in più. Non è una sorpresa che le birre “più alcoliche” ottengano un maggior successo, nel beer-rating è sempre stato così.  Che dire allora delle  più “umili”  (American) Pale Ale?  Sono da snobbare? Vediamolo.

La birra.
“Stagione inverno-autunno 2017”, quasi come si trattasse di un catalogo di moda: queste le parole sulla bella etichetta realizzata dal misterioso artista canadese Shriller,  al quale sono state affidate tutte le (spesso tempestose) grafiche di quel periodo, rimpiazzato di recente da Louise Sheeran che si occuperà di portare un po’ di primavera e di estate sulle lattine di Cloudwater. La ricetta parla di malti Golden Promise, Caramel Pils, frumento, malto d’avena decorticato Golden Naked, maltodestrine;  per l’amaro è utilizzato estratto di luppolo Pilgrim in Co2, mentre il DDH (Double Dry Hopping) è realizzato con Ekuanot, Mosaic e soprattutto Citra (16 grammi al litro). New England Lallemand il lievito. 
Nel bicchiere è dorata e piuttosto velata ma ben lontano dal sembrare un succo di frutta; la schiuma biancastra è cremosa ed ha una buona persistenza. Il naso è piuttosto pulito e rivela una bella eleganza che permette di inebriarsi con i profumi di mango e ananas, cedro, pompelmo, arancia e mandarino, qualche lieve accenno dank, quello che ricorda un po' la cannabis. Ottimo inizio che trova piene conferme al palato:  il colore non rimanda al New England e neppure il mouthfeel segue i dettami di quel (sotto)stile. Ne guadagna la scorrevolezza (ottima cosa in una Pale Ale da 5.5%) anche se c’è comunque una leggera morbidezza di fondo.  Non ci sono eccessi in questa DDH Pale Citra Ekuanot che brilla per pulizia ed equilibrio, concetti spesso alieni a molte birre hazy/juicy: c’è una delicata componente maltata (pane, crackers) a supporto di un bel profilo dolce fruttato (mango e ananas) a suo volta incalzato da arancia e pompelmo. Tutto è molto ben bilanciato, la chiusura è piuttosto secca, con un amaro delicato nel quale convivono note erbacee e resinose.  Nessuna volontà di sembrare un succo di frutta: questa è una birra in tutto e per tutto, molto rinfrescante, profumata ed elegante, da bere ad oltranza: livello davvero molto alto per una birra della quale non vorresti cambiare una virgola, una delle migliori Cloudwater che mi sia capitato d’assaggiare.
Formato 44 cl., alc. 5.5%, lotto 23/02/2018, scad. 23/05/2018

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 22 aprile 2018

Beavertown & Cloudwater: Do Not Open Until 1985 & Good Night, Future Boy!


Febbraio 2018, mese di compleanno per due dei birrifici più gettonati della scena craft inglese: a Londra Beavertown spegne la sesta candelina, a Manchester Cloudwater la terza. Il 17 febbraio il birrificio fondato da Logan Plant apre le danze alla propria festa chiamata  "Six degrees of Beaveration", nel corso della quale era possibile assaggiare in anteprime sei birre collaborative realizzate assieme a Elusive, Land & Labour, Deya, Cloudwater, Boundary e Pilot.  La settimana prima (12 febbraio) Cloudwater aveva festeggiato con la propria Birthday Balloon Double IPA, venduta solamente presso il birrificio o il proprio negozio on-line.
Ma c'è dell'altro: Beavertown e Cloudwater annunciano una trilogia di birra collaborative, delle quali sino ad ora se non erro ne sono uscite solamente due. Vediamole.

Sugli impianti a Londra viene realizzata una Double IPA (9%) chiamata Do Not Open Until 1985: non ho idea a cosa si riferisca il nome scelto. Eukanot e Citra i luppoli usati nel whirpool, Mosaic, Vic Secret e Simcoe in dry-hopping, White Labs London Fog e Lallemand New England il mix di lieviti. 
Il bicchiere si tinge di un torbido color arancio che ricorda un succo di frutta: la schiuma biancastra è un po' scomposta ma mostra una buona persistenza. Ananas  mango e pesca dominano un aroma intenso e ancora fresco; per livelli eccelsi di eleganza e pulizia bisogna citofonare altrove, ma nel complesso è comunque gradevole. Il mouthfeel è leggermente chewy come vorrebbe il protocollo New England IPA, senza risultare troppo ingombrante: la scorrevolezza se ne avvantaggia. Al palato c'è un'intensità davvero notevole che ripropone gli stessi elementi dell'aroma aggiungendo anche un po' di pompelmo. Anche qui finezza ed eleganza non sono i punti di forza, ma questa  Double IPA è una degna rappresentante della moda juicy, si beve piuttosto bene e con soddisfazione, se vi piace il genere. Il percorso si chiude con un amaro resinoso di buona intensità ma abbastanza corto, per lasciare subito ritornare nel retrogusto il dolce della frutta  tropicale. L'alcool è ben dosato e si avverte quanto basta.

Sempre al futuro è orientata anche la seconda birra collaborativa che viene però prodotta a Manchester sugli impianto di Cloudwater. Good Night, Future Boy! è il nome di una India Pale Lager  realizzata con malti Bark Pils, Schill Pils, Caramel Pils e Caramel Hell, estratto di luppolo Pilgrim Alpha in Co2 per l'amaro, Citra BBC (12 grammi/litro) e Huell Melon in dry-hopping, lievito Bock.
Si presenta di color dorato, velato, con una bella testa di schiuma cremosa e abbastanza compatta dalla buona persistenza. Il naso non è molto intenso ma c'è una bella pulizia che permette d'apprezzare i profumi di pompelmo e arancia, frutta tropicale, pane e crackers. Al contrario della Double IPA, la seconda collaborazione tra i due birrifici inglesi non cerca di stupire ma disegna una bevuta bilanciata, pulita e non priva di una certa eleganza. Pane, crackers, un tocco di miele e di frutta tropicale, un bel finale amaro dalla moderata intensità ricco di agrumi e resina: birra abbastanza secca, facilissima da bere, rinfrescante e dissetante. Non manderà in visibilio i beergeeks e non stuzzicherà il palato di chi si aspetta sempre i fuochi d'artificio, ma questa è davvero una piacevole bevuta.

Nel dettaglio:
Do Not Open Until 1985, formato 33 cl, alc. 9%, lotto 15/02/2018, scad. 15/05/2018
Good Night, Future Boy!, formato 44 cl., alc. 6%, lotto lotto 15/02/2018, scad. 15/05/2018

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 27 marzo 2018

Cloudwater Brew Co.: Small Beer Citra Simcoe Pale & DIPA Citra Enigma


Rieccoci a parlare di Cloudwater (qui la storia), birrificio inglese sempre sulla cresta dell’onda fondato da Paul Jones e James Campbell ed operativo a Manchester da marzo 2015. Cloudwater si autodefinisce “specializzato in birre moderne e stagionali” e prosegue la sua attività a ritmo di one-shot senza praticamente mai replicare la stessa ricetta; ogni birra, benché simile ad altre, differisce sempre per qualche piccolo ingrediente.  Le ultime novità in casa Cloudwater parlano di un nuovo sistema di “datazione” delle lattine che è entrato in vigore da qualche settimana: oltre alla data di produzione e alla scadenza, è anche riportata una data di “freschezza” (FFB = Freshest Flavour Before) che vi consiglierà il  termine massimo entro il quale bere la birra per coglierla all’apice della freschezza. Un modo per accontentare anche i distributori/negozianti che hanno difficoltà a gestire birre a scadenza brevissima; loro potranno continuare a venderle per più tempo ma i consumatori sono avvisati che la “freschezza” potrebbe non essere più "al top", anche se la birra rimane comunque ottima.

Le birre.
Noi facciamo invece un passettino indietro alla fine di febbraio quando Cloudwater ha messo in vendita alcune novità. Partiamo dalla Small Beer Citra Simcoe Pale che rappresenta un sfida piuttosto interessante; realizzare una birra dal basso contenuto alcolico (2.9%) ma ricca di profumi e sapori.  La ricetta parla di malti Golden Promise, Destrosio, Heritage Crystal, Caramalt,  malto d’avena Golden Naked, maltodestrine e frumento, lievito New England Lallemand, dry-hopping (12 grammi/litro) di Citra e Simcoe, Ekuanot per amaro.  
Il suo colore è quello di un succo di frutta sul quale si forma una scomposto cappello di schiuma biancastro dalla buona persistenza. L’aroma non ha nulla da invidiare a IPA/DIPA dal grado alcolico molto più sostenuto: intenso, fresco, discretamente pulito ed elegante, offre una macedonia di ananas mango, pompelmo, mandarino con una sorpresina che oscilla tra il bubblegum e le fragole alla panna. Ancora più sorprendente è forse il corpo: 2.9% ABV ma una sensazione palatale abbastanza “piena” e morbida, a tratti cremosa: ottima.  Dei malti non vi è ovviamente traccia e il gusto è un concentrato di frutta dolce: mango, pesca, arancia e ananas sono presenti con buona intensità e discreta pulizia. Le cose peggiorano un po’ quando arriva l’amaro, abbastanza intenso e lungo, nel quale s’intrecciano note vegetali, resinose e di scorza d’agrumi. Il passaggio dolce-amaro è abbastanza brusco e poco armonioso, ma soprattutto non c’è la struttura necessaria a reggerlo. Il finale è praticamente una spremuta di verde che affligge un po’ il palato richiedendogli tempo per riprendersi e di fatto rallentando il ritmo di bevuta di una session beer. Il risultato mi sembra interessante  con un rapporto alcool-intensità inversamente proporzionale: bisognerebbe solo trovare il modo di renderla più gentile ed educata, iniziando ad abbassare il livello di un amaro che personalmente reputo eccessivo in una birra così leggera.

Dall’estremo inferiore passiamo a quello superiore della DIPA Citra Enigma (8.5%), uno degli ultimi episodi nella saga delle Imperial IPA prodotte da Cloudwater. Sono stati utilizzati malti Golden Promise, Barke Pils, Destrosio, malto d’avena Golden Naked, fiocchi d’avena, lievito New England Lallemand, luppoli Citra ed Enigma in dry-hopping (25 grammi/litro), Mosaic nel whirpool, estratto di luppolo Pilgrim Alpha in Co2 per l'amaro. 
Nel bicchiere è di color arancio, opaco ma non terribilmente opalescente, mentre la schiuma biancastra è al solito un po’ scomposta e non molto persistente. L’aroma è fresco e gradevole senza raggiungere grandi livelli di pulizia: pompelmo, mango e ananas guidano le danze, la modesta eleganza non aiuta a trovare il nome per le altre componenti che agiscono in secondo piano. Uno scenario che si ripete anche al palato: qualche accenno biscottato e caramellato e poi la bevuta si dirige verso il frutto, senza tuttavia raggiungere gli estremi del “succo”: c’è una generale sensazione dolce di ananas e mango maturi, non troppo precisa, che viene poi bilanciata da un amaro resinoso di breve durata e modesta intensità. La bevuta è piacevole anche se non esplosiva o emozionante: l’alcool si sente “quanto basta” e riscalda senza disturbare, il mouthfeel è invece eccellente. Morbido, a tratti cremoso e consistente senza ingolfare il palato: perfetto per una birra che si fa sorseggiare anziché bere. Il livello è buono ma i margini di miglioramento ci sono e non è difficile notarli.
Nel dettaglio: 
Small Beer Citra Simcoe Pale, 44 cl., alc. 2,9%, imbott. 21/02/2018, scad. 21/05/2018
DIPA Citra Enigma, 44 cl., alc. 8,5%, imbott. 26/02/2018, scad. 26/05/2018

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

sabato 30 dicembre 2017

Cloudwater Brew Co.: Saison Tettnanger & Sour Mormora

Il birrificio di Manchester Cloudwater (qui la sua storia) è attualmente in testa alle classifiche del beer-geekismo inglese ed europeo sopratutto grazie alle proprie IPA e Double IPA, la maggior parte delle quali ha ovviamente sposato la filosofia del New England/ Juicy. Tutto bene, o quasi, quando si tratta di lavorare il luppolo, ma tutto il resto? Vediamo oggi il birrificio guidato da Paul Jones e James Campbell alle prese con una Saison e una Sour Ale. 
La prova con la tradizione belga, una delle più difficili d'affrontare, è una Saison prodotta con ben otto varietà di cereali (malto Pilsner e Smoked, farro, segale, frumento, cena, malto di segale Red Crystal), luppoli Tettnanger e Nelson Sauvin in aroma, estratto di luppolo Pilgrim in Co2 per l'amaro e tre ceppi di lievito: WLSP644, WLP585, WLP565. Tanta carne al fuoco alla quale si aggiunge il succo di chuckleberry, una sorta di mirtillo nero.
All'aspetto è di colore arancio pallido, velato, e forma un bel cappello di schiuma cremosa e abbastanza compatta. L'aroma è piuttosto fenolico con bubblegum, coriandolo, qualche lieve accenno di plastica bruciata; ma ci sono anche pera e limone, arancia, note rustiche che richiamano la paglia e l'erba. Il gusto purtroppo non è altrettanto intenso e variegato come l'aroma: base biscottata, un dolce sciropposo non ben definito (chuckleberry?), pera e qualche scivolone acquoso che non dovrebbe esserci. Nel finale un po' d'astringenza e un nuovo accenno di plastica bruciata accompagnano l'amaro terroso. E' una Saison non troppo secca, che lascia sempre un lieve residuo zuccherino al palato: bene invece la sensazione palatale, ottima scorrevolezza e un'elevata carburazione a renderla vivace. Bevuta solo discreta, incompiuta, con diverse imprecisioni che scaturiscono forse/anche dall'aver messo tanta carne sul fuoco: il rischio di bruciarla aumenta e il Belgio, quello vero, è ancora molto lontano.

Le cose peggiorano drasticamente stappando la lattina di Mormora Sour che Cloudwater ha realizzato assieme alla torrefazione Square Mile di Londra. Si tratta di una Sour Ale fermentata però con lievito WLP095 (Burlington Ale) e prodotta con malto Golden Promise, frumento maltato e il solito estratto di luppolo Pilgrim in Co2 per l'amaro che Cloudwater sembra utilizzare in ogni sua birra. Due varietà di caffè Mormora (Etiopia) sono poi stati utilizzate sia durante la fase di bollitura che a freddo. Il suo colore è un dorato antico che sorprende per l'assoluta limpidezza. Il naso è completamente dominato dal caffè con un risultato davvero elegante e raffinato, pulitissimo: chiudete gli occhi e giurerete d'avere davanti a voi un sacchetto aperto di chicchi di caffè. Fin qui tutto bene, ma al primo sorso di Mormora Sour le domande nascono spontanee: che cos'è? Che cos'hanno voluto fare? Il problema di questa birra è che il gusto replica l'aroma, quindi solo acqua e caffè. Non c'è assolutamente altro, se non una lieve asprezza (insapore) a giustificare la parola "sour". Il caffè è anche qui netto, molto ben definito e pulitissimo, ma il risultato finale è quello di bere un bicchiere d'acqua nel quale sono stati messi in infusione dei chicchi di caffè. Già a priori l'accoppiamento sour-caffè non mi sembrava particolarmente intrigante ma, pur cercando di bere questa Mormora Sour con la massima apertura mentale possibile, ammetto di non averla  proprio capita. Per me è una birra priva di senso che non sarebbe neppure dovuta uscire dal birrificio: benissimo l'espressività del caffè, peccato manchi la birra.
Nel dettaglio: 
Saison Tettnanger, 44 cl., alc 6.5%, imbott. 08/09/2017, scad. 02/2018.
Sour Mormora, 44 cl., alc. 5.3%, imbot. 07/09/2017, scad. 03/2018.


NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 14 novembre 2017

Cloudwater Brew Co.: DDH Pale Southern Passion Citra & DDH IPA Nelson Sauvin Galaxy


A distanza di pochi giorni torniamo a parlare di Cloudwater, birrificio di Manchester che vi avevo presentato in questa occasione. Ma devo attenermi alle istruzioni riportate in etichetta: “i luppoli svaniscono in fretta, prima la bevete meglio è”. 
Partiamo dalla DDH Pale Southern Passion Citra che, come il nome suggerisce, è un’(American) Pale Ale prodotta con un doppio dry-hopping di Southern Passion e Citra; la ricetta prevede anche malti Pilsner, Golden Promise, frumento maltato, avena maltata, caramalt, maltodestrine, lieviti A38 e WLP095. Per l’amaro è stato usato estratto di luppolo Pilgrim in Co2. Due parole sul luppolo Southern Passion, proveniente dal Sud Africa e nato dall’incrocio di due luppoli nobili: Saaz ed  Hallertau Hallertauer.

Nel bicchiere non è molto bella: anche se la foto inganna un po' il suo colore è un arancio molto pallido e molto torbido; va meglio la schiuma, bianca, cremosa e abbastanza compatta, dalla buona persistenza.  Questa DDH Pale Southern Passion Citra è stata messa in lattina alla fine dello scorso agosto: l’aroma emana ancora freschezza ma l’intensità non è particolarmente elevata. A deludere un po' sono pulizia e finezza, con la sensazione generale di un cocktail di agrumi e tropicale nel quale non si riesce però ad identificare con precisione i singoli elementi.  La bevuta è altrettanto fruttata, senza mai raggiungere eccessi sfrontati e cafoni: in sottofondo c’è una patina maltata (pane?) ad accompagnare soprattutto il dolce degli agrumi (arancia e mandarino) che domina sul tropicale. L’amaro (scorza d’agrumi) è molto delicato, quasi assente, con l’unica funzione di bilanciare la birra: nel complesso questa DDH Pale Ale di Cloudwater è piuttosto piacevole e gradevole, d’ottima intensità ma “tecnicamente” non è molto pulita e definita. La sensazione generale è comunque di un buon succo di frutta che vi disseta e rinfresca, senza regalare grossi sussulti o emozioni. Il mouthfeel è quello richiesto dal protocollo “New England”, ovvero tutt’altro che snello: si beve facilmente ma non ad elevata velocità.  

Passiamo ora alla serie della Double Dry Hopped IPA, inaugurata da Cloudwater  a giugno 2017 con la DDH IPA Citra; ad agosto sono poi arrivate la DDH IPA Chinook Citra, la DDH IPA Amarillo e ad inizio settembre la birra che andiamo a stappare, ovvero la  DDH IPA Nelson Sauvin Galaxy. La sua ricetta indica malto Golden Promise, avena e frumento maltati, lievito WLP095, luppoli Nelson Sauvin, Galaxy e Chinook in dry-hopping, il solito estratto di luppolo Pilgrim in Co2 per l’amaro. 
Il suo colore arancio, benchè opalescente, è molto più appetibile di quello della DDH Pale Ale; al naso freschi profumi di ananas, mango e papaia, arancia e pompelmo, qualche nota aspra di uva bianca aspra del Nelson Sauvin. Il bouquet è pulito e molto intenso, abbastanza elegante, quasi sfacciato. Al palato mango e ananas guidano le danze rilegando in secondo piano pesca, arancia e pompelmo, uva bianca: l’alcool (7%) è davvero impercettibile, a rallentare il ritmo di bevuta ci pensa come al solito la consistenza tattile di questa “juicy” IPA, morbida a tratti un po’ masticabile. Le note amaricanti parlano di resina e di quel vegetale tipico del Nelson, con la frutta tropicale che ritorna subito sul palcoscenico nel retrogusto. Questa DDH IPA Nelson Sauvin Galaxy è un intenso succo di frutta dolce ma ben bilanciato da una lieve asprezza (uva) e da un discreto livello di amaro. Secca, molto pulita e molto intensa, non priva di una certa eleganza e soprattutto priva di quel “pizzicore vegetale/effetto pellet” che spesso affligge questo tipo di birre. Il livello è piuttosto alto, sicuramente tra le migliori Cloudwater assaggiate sino ad ora.

Nel dettaglio:
DDH Pale Southern Passion Citra, 44 cl., alc. 4.9%, lotto 22/08/2017, scad. 01/12/2017
DDH IPA Nelson Sauvin Galaxy, 44 cl., alc. 7%, lotto 01/09/2017, scad. 01/12/2017

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 6 novembre 2017

Cloudwater Brew Co: Session IPA Simcoe Citra BBC & NW DIPA Galaxy

Ritorna sul blog il birrificio Cloudwater, fondato da Paul Jones e James Campbell ed operativo a Manchester da marzo 2015; la loro storia avevo cercato di riassumerla qui
Cloudwater si autodefinisce “specializzato in birre moderne e stagionali” e prosegue rilasciando novità a ritmo incalzante: sono infatti quasi 300 le etichette realizzate in tre anni di attività, ovvero due nuove ogni settimana. Leggere variazioni della stessa ricetta e collaborazioni sono all’ordine del giorno: quest’ultime – realizzate sul proprio impianto - sono state trentasei in tre anni, una al mese. Numero che cresce esponenzialmente se si prendono in considerazione anche quelle fatte sull’impianto dei birrifici “amici”.
A proposito di stagionalità ecco una delle ultime nate in casa Cloudwater: difficile pensare sempre a dei nomi nuovi quando quasi ogni settimana si fanno uscire un paio di novità e  l’unica salvezza è limitarsi a citare stile e luppoli. 

Le birre.
La Session IPA Simcoe Citra BBC debutta alla fine dello scorso settembre in una lattina con grafica disegnata dall’artista Mariel Osborn. La ricetta prevede malti Golden Promise, Caramel Pils, Dextrin, Caramalt e frumento maltato; luppoli Simcoe, Citra BBC, Ahtanum e Chinook per il dry-hopping ed estratto di luppolo Pilgrim in Co2 per l’amaro. Il lievito utilizzato è il WLP095. 
Il suo colore è un arancio pallido piuttosto opaco e sormontato da una cremosa testa di schiuma biancastra, abbastanza compatta. L’aroma è fresco e pulito, una macedonia di frutta che include mandarino, cedro, limone, ananas, mango, litchi: un’ottima partenza che trova conferme anche al palato, a partire dal mouthfeel. E’ una (quasi) Session Beer (4.8%) piuttosto gradevole per quel che riguarda la sensazione tattile: corpo medio, poche bollicine, una “texture” morbida che a qualcuno potrà forse risultare un po’ ingombrante e che rallenta un po’ la velocità di scorrimento.  L’intensità del gusto è piuttosto notevole e ripropone lo stesso mix di agrumi e frutta tropicale su di una leggera base maltata (crackers); la chiusura è moderatamente amara di scorza d’agrumi e note che richiamano l’erbaceo/vegetale più del resinoso. Pulizia ed eleganza sono a livelli molto soddisfacenti in quello che si rivela di fatto essere un dissetante e rinfrescante succo di frutta: come detto la scorrevolezza non è da record ma in questo caso un inevitabile “sacrificio” da fare per godere di un mouthfeel “cremoso”.

Da una Session IPA passiamo ora all’estremo opposto, quello delle Double: stile che ha contribuito in maniera determinante al successo di Cloudwater, a partire dalla DIPA V1.0 di gennaio 2016. La serie di queste Double IPA ispirate alla scuola del New England e rilasciate con cadenza quasi mensile è terminata a marzo 2017 con la V13; Cloudwater non ha però annunciato l’intenzione di fermarsi e produrre stabilmente una unica Double IPA, ma ha solamente deciso di “riorganizzare” le varianti in tre macrofamiglie: le  NW DIPA prodotte con il lievito WLP4000 fornito dai vicini di casa della JW Lees; le IIPA usano invece il WLP001, più neutro e “pulito”, mentre le NE DIPA sono ovviamente la variante più “juicy/fruttata” grazie anche agli esteri prodotti dai lieviti WLP4000 e 095. 
A inizio settembre 2017 vede la luce la NW DIPA Galaxy, quinta della serie “NW”:  lievito WLP4000, malto Golden Promise, avena maltata, destrosio monoidratato, luppoli Centennial e Chinook nel fermentatore prima dell’immissione del mosto, Galaxy, Amarillo, Centennial e Citra in dry-hopping, estratto di luppolo Pilgrim in Co2 per l’amaro. Nel bicchiere si presenta di color arancio opalescente, la schiuma biancastra è abbastanza compatta ed ha una discreta persistenza. Il naso non è esplosivo – due sono i mesi passati dalla messa in lattina - ma l’aroma è fresco con un discreto livello di pulizia ed eleganza: pesca gialla, mango e soprattutto ananas guidano le danze con qualche spunto dank e "verde" in sottofondo.  
Al palato la NW DIPA Galaxy di Clouwater mostra un corpo da medio a pieno, poche bollicine ed una consistenza cremosa “quasi” masticabile, virgolette d’obbligo; la bevuta parla di un succo di frutta a base di ananas, mango e pesca, pienamente corrispondente all’aroma. Non c’è quasi amaro, se si eccettua una breve parentesi resinosa finale che accompagna l’alcool nel breve retrogusto. E’ proprio la componente etilica (9%) la croce di questa birra: non è nascosta come nella sorella V13, parte in sordina ma aumenta rapidamente sfociando in un finale che a tratti ricorda la frutta sotto spirito. La bevibilità ne risente e il risultato è una Double IPA succosa e molto buona che chiede però di essere sorseggiata, anziché bevuta.

Nel dettaglio: 
Session IPA Simcoe Citra BBC, formato 44 cl., alc. 4.8%, lotto 30/09/2017, scad. 01/2018.
NW DIPA Galaxy, formato 44 cl., alc. 9%, lotto 04/09/2017, scad. 12/2017.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 25 maggio 2017

Cloudwater DIPA V13

Cloudwater è indubbiamente uno dei nomi più chiacchierati tra i beergeeks del Regno Unito e non solo.  A fondare questo birrificio che si trova ad Ancoats, quartiere periferico di Manchester non lontano dal centro e raggiungibile con una camminata di un quarto d’ora dalla stazione dei treni di Piccadilly, sono Paul Jones e James Campbell. 
Jones non ha nessuna esperienza con la birra, a parte qualche trascorso nel campo della ristorazione, si è sempre occupato di musica e stava per aprire uno studio di registrazione prima di incontrare James Campbell. James è stato per molti anni il birraio della Marble di Manchester, lasciata nel 2013 con  il desiderio di mettersi in proprio: coinvolto inizialmente da Jones come consulente esterno, un ruolo che già svolgeva per altri birrifici, viene poi convinto a  diventare socio. I due si siedono ad un tavolo per elaborare un dettagliato business plan la cui realizzazione impiegherà quasi un anno, dalla scelta della location a quella dell’impianto da 24 ettolitri fornito dalla Premier Stainless di San Diego.  Seguendo il consiglio di altri birrai inglesi, che si sono trovati dopo pochi mesi con un impianto incapace di soddisfare tutta la richiesta dei clienti, Jones e Campbell decidono di partire da subito “abbastanza in grande” sistemandosi in locali la cui capienza potrebbe un giorno consentire di raddoppiare le dimensioni dell’impianto, di ospitare una bella taproom e una cantina con quasi cinquecento botti. 
A loro si aggiungono altri amici: Al Wall, ex-homebrewer e una lunga esperienza nella gestione di cantine e di bar (Port Street Beer House, Brew Dog Manchester, The Salutation, Deaf Institute e  Sand Bar), Will France anche lui ex-manager dei locali The Beagle e Port Street Beer House e una esperienza di un anno come birraio al birrificio Summer Wine. In un secondo momento viene assunta anche Emma Cole, ex-responsabile commerciale di BrewDog per il Regno Unito settentrionale. 
Cloudwater, ovvero “To drift like clouds and flow like water”: “volevo qualcosa che non fosse legato a Manchester, nessuno di noi è nato qui. Il nome proviene da un antico poema che parla della vita e della filosofia degli unsui, i giovani monaci buddisti che viaggiano di monastero in monastero alla ricerca del maestro giusto col quale studiare. Vagano come le nuvole, cercano la loro strada come fa l’acqua. E‘ una filosofia di vita che rappresenta anche il nostro approccio alla birra - dice Jones – non abbiamo un range di birre fisse, facciamo soltanto birre stagionali e in questo senso anche noi viaggiamo e vaghiamo per imparare. Nel 2016 abbiamo fatto le birre del 2016 ma finito l’anno si ricomincia da capo: le rifaremo in modo diverso per migliorarle o non le rifaremo più; vogliamo guardare avanti, non indietro. La stagionalità ci entusiasma e ci permette di meglio gestire la diversa qualità delle materie prime  a disposizione, anche se spesso ci complica la vita. Ogni volta una nuova ricetta, una nuova etichetta realizzata da un nuovo artista”. 
Cloudwater vende la sua prima birra a marzo 2015 e a inizio 2016 il popolo di Ratebeer già lo incorona come miglior “nuovo” birrificio inglese, nonostante Jones ammette che “alle nostre prime birre davamo un voto medio di 5/10; alcune erano migliori, altre peggiori”. Ma è solo un piccolo anticipo di quello che i beer-raters proclamano lo scorso gennaio, in relazione al 2016: Cloudwater è tra i dieci miglior birrifici al mondo. Nello stesso mese il birrificio annuncia la sostituzione delle bottiglie con le lattine grazie alla messa in funzione della nuova ABE Lincan 60. 
Tra le birre che hanno contribuito al successo ci sono ovviamente le IPA: "le nostre birre luppolate all’inizio erano molto amare, il gusto era molto diverso dall’aroma; a partire dall’ottobre 2015 abbiamo cominciato a ridurre l’amaro e iniziato a lavorare con diversi ceppi di lievito anziché usare i lieviti neutri che non impartiscono nessun sapore alla birra. E’ quello che abbiamo apprezzato nelle birre dei birrifici del Vermont come Hill Farmstead, The Alchemist, Lawson's.  Le IPA della West Coast cercano di annullare il lievito e bilanciano i luppoli con i malti: noi volevamo invece una struttura maltata semplicissima, non ci piacciono i malti caramellati. Abbiamo cercato progressivamente di rendere le nostre birre sempre più fruttate e meno amare, ed è un cambiamento ancora in corso". 
La serie della DIPA (Double IPA) che ha permesso a Cloudwater di scalare le classifiche del beer-rating inizia a gennaio 2016 con l’arrivo della DIPA V1.0: nella filosofia del birrificio, che non intende avere birre in produzione fissa, la “versione 1.0” è solamente il primo capitolo di una “saga” che e si conclude lo scorso marzo 2017 con la DIPA V13. Tredici birre diverse, con cadenza quasi mensile, che sperimentano l’utilizzo di diversi ceppi di lievito e di luppoli e le loro differenti combinazioni: la V13 conclude questa serie ma non quella delle DIPA; Cloudwater ne ha infatti da poco annunciato la “riorganizzazione” in tre grandi famiglie che si alterneranno nel corso dei mesi. Le  NW DIPA saranno prodotte con il lievito WLP4000 fornito dai vicini di casa della JW Lees; le IIPA utilizzeranno invece il WLP001, più neutro e “pulito”, mentre le NE DIPA saranno ovviamente la variante più “juicy/fruttata” grazie anche agli esteri prodotti dai lieviti WLP4000 e 095.

La birra.
L'ultima DIPA di Cloudwater porta il numero V13 ed è una rielaborazione di quella Birthday IPA che il birrificio realizzò lo scorso febbraio per i festeggiamenti del proprio secondo compleanno. La ricetta prevede malto Golden Promise e avena (14%), destrosio monodirato, estratto di luppolo Pilgrim per l’amaro ed un massiccio dry-hopping  (25 grammi/litro) di Citra (BBC) e Mosaic; i llievito è un mix (50/50) di due ceppi, ovvero WSP4000 e 4786 di JW Lees. Chi segue il beer-rating/Ratebeer sappia che questa DIPA V13 si trova attualmente al 7 posto tra le migliori Double IPA al mondo grazie al significativo giudizio di ben 116 utenti… ma è già incalzata dalla sua nuova versione chiamata NW DIPA Citra, uscita a inizio maggio e spinta da 80 votanti sino alla posizione numero 9. 
Il suo colore rispetto il protocollo New England/Cloudy/Juicy: nel bicchiere è un torbido succo di frutta arancione ma la schiuma biancastra, anche se un po’ scomposta, mostra una persistenza piuttosto buona per questo tipo di birre. Questa lattina è nata lo scorso 28 marzo e il birrificio la fa scadere a fine maggio: appena due mesi di vita per un tipo di birre che – per stessa ammissione di chi la produce – hanno un rapido decadimento anche se tenute sempre in frigorifero e andrebbero consumate entro le prime quattro settimane. A voler essere rompiscatole in effetti l’aroma non è già più un trionfo di freschezza ma regala comunque un bouquet gradevolissimo, succoso ed intenso anche se non particolarmente complesso: mango e ananas in primo piano, arancia e bubblegum nelle retrovie con un buon livello di eleganza per lo stile. La sensazione palatale è gradevolissima: è una DIPA da 9 gradi poco carbonata che scorre morbida e veloce, nascondendo il suo tenore alcolico in modo mostruoso. Il gusto non prevede malti (c’è giusto un velo di pane in sottofondo) e si rivela di fatto un succo di frutta basato sull’accoppiata mango-ananas e lasciando al bevitore la fantasia d’indovinare altre divagazioni del tema tropicale. L’amaro è a livelli davvero molto bassi, compare solo un tocco erbaceo/resinoso a fine corsa che, probabilmente grazie alla sua modesta intensità, non provoca quel “raschiamento” che ho riscontrato in altre New England IPA europee.  Secchissima, si beve quasi come una session beer e garantendone lo stesso effetto dissetante e rinfrescante. 
Ha perso già un po’ di smalto ma la DIPA V13 di Cloudwater è probabilmente la miglior esponente di questo sottostile che mi sia capitato di bere sino ad ora: non priva di una certa eleganza, è una birra/ succo tropicale che si beve quasi con la facilità di un succo tropicale. 
Formato: 44 cl., alc. 9%, imbott. 28/03/2017, scad. 05/2017, prezzo indicative 10.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.