venerdì 15 novembre 2019

Jackie O's Oro Negro Bourbon Barrel Aged 2016

“Adoro i malti: non che i luppoli siano da meno, ma sono davvero molto eccitato quando mi trovo nella mia stanza dei malti a immaginare che cosa posso fare con loro": queste le parole di Brad Clark che utilizza una tonnellata di malto nel suo bollitore da 23 ettolitri per una delle birre che ama maggiormente produrre. E' la imperial stout Dark Apparition, il cui successo ne ha poi originato le solite molteplici varianti sia per quel che riguarda gli ingredienti aggiunti (caffè, vaniglia...) che i passaggi in differenti botti. Torniamo quindi a parlare di Jackie O’s Pub & Brewery, operativo dal 2009 ad Athens, Ohio: lo abbiamo già incontrato più di una volta. Jackie O’s viene oggi distribuito nel nostro continente con buona regolarità e almeno un paio di volte l’anno arriva una bella selezione di birre, soprattutto invecchiate in botte. I prezzi non sono modici ma per gli appassionati sono occasioni da non perdere. Attualmente il sito di Jackie O’s elenca le seguenti birre passate in botte. Le imperial stout Bourbon Barrel Dark Apparition, Vanilla Coffee Bourbon Barrel Dark Apparition e Bourbon Barrel Oilof Aphrodite e Champion Ground, la quadrupel  Bourbon Barrel Aged Skipping Stone, l’ìmperial porter Bourbon Barrel Black Maple ed il Wheat Wine Jackie O's Wood Ya Honey. 
Noi facciamo invece un passo indietro al 2016 quando il portfolio includeva anche la versione barricata di Oro Negro, imperial stout a sua volta basata sulla Oil of Aphrodite; nelle botti ex-bourbon oltre a queste birra ci sono finiti fave di cacao, baccelli di vaniglia, bastoncini di cannella e peperoncini habeneros. Non si tratterebbe quindi della semplice versione barricata della Oro Negro “normale”, imperial stout prodotta con aggiunta di noci, un mix di spezie imprecisato e chips di legno: il condizionale è d’obbligo.

La birra.
Si veste di ebano scuro, la schiuma è piccola, grossolana e poco persistente. Legno, bourbon, vaniglia, frutta secca a guscio, uvetta e datteri danno forma ad un aroma caldo e avvolgente, abbastanza intenso, impreziosito da accenni di cannella. I tre anni passati dalla messa in bottiglia le donano anche qualche effetto positivo che richiama i vini fortificati. Leggermente oleosa e poco carbonata,  Oro Negro non presenta particolari ingombri tattili e da questo punto di vista si sorseggerebbe con buona facilità: ciò che obbliga a rallentare il ritmo è l’intenso calore generato dall’accoppiata habanero-bourbon, quest’ultimo ancora molto in evidenza. Lo scenario si completa con caramello, frutta sotto spirito e vaniglia: anche al palato ci sono suggestioni di porto, pochissimo torrefatto e un finale caldo e piccante nel quale trovano posto anche suggestioni di frutta secca a guscio, soprattutto quelle noci che non ci dovrebbero essere ma che sono invece ingredienti della Oro Negro “normale”.  
Bevuta impegnativa ma comunque appagante, dolce ma asciugata dal bourbon, da sorseggiare con calma: da soli, se volete che lei sia l’unica protagonista della serata, o in due se volete restare ancora vigili.
Formato 37,5 cl., alc. 12%, lotto 2016, prezzo indicativo 18,00 euro (beershop)
  
NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 12 novembre 2019

Dupont / Allagash Brewer's Bridge

Dovremmo iniziare a preoccuparci? A Tourpes, dove è attiva dal 1950 la Brasserie Dupont, la tradizione è sempre stata considerata sacra e sessant’anni d’attività sono trascorsi con relativa tranquillità e con un nucleo di birre storiche (Moinette Blonde, Saison, Redor Pils) al quale ne sono sporadicamente state aggiunte altre. One-shot, collaborazioni? Concetti sconosciuti sino al 2016 quando il birraio Olivier Dedeycker ha aperto le porte e cedute alle lusinghe di Tomme Arthur del birrificio americano Lost Abbey per realizzare Deux Amis, una sorta di Saison Dupont arricchita da luppoli americani. 
Chi si aspettava una svolta nella filosofia commerciale Dupont è tuttavia rimasto deluso: quell’episodio rimase un caso isolato e Dedeycker continuò a fare quello che aveva sempre fatto: da allora le uniche novità sono state le solite edizioni annuali della Cuvée Dry Hopping della Saison Dupont e la Hirond' Ale #1.0,  saison monoluppolo (Savinjski Golding belga, per l’occasione) prodotta con malto d’orzo e di segale.  Quell’#1.0 lasciava presagire che si potesse trattare della prima birra di una serie e così è stato: nei primi mesi del 2019 Rob Tod e Jason Perkins, rispettivamente fondatore e headbrewer di Allagash Brewing Company (Maine, USA) sono saliti su di un aereo e sono andati a trovare Dedecker. La scelta non è ovviamente stata casuale: il birrificio Allagash, attivo dal 1995, fu uno dei primi ambasciatori “artigianali” della tradizione brassicola belga negli Stati Uniti. 
Il risultato dell’incontro può sembrare banale ma, si sa, in Belgio non amano molto correre rischi: la Hirond' Ale #2.0, alias Brewer's Bridge, è dunque una saison caratterizzata dal magico lievito Dupont, malto d’orzo, segale, avena e il luppolo americano per eccellenza: sua maestà Cascade. La birra viene messa in vendita a partire ovviamente, visto che si chiama Hirond (rondine), dalla scorsa primavera: fusti e bottiglie da 33 centilitri in Europa con l’aggiunta del formato 75 cl. e tappo in sughero per il mercato statunitense.

La birra.
Alla vista sarebbe quasi impossibile distinguerla da una Saison Dupont: colore solare, tra l’arancio e il dorato, leggermente velato e sormontato da una generosa schiuma biancastra, compatta e cremosa, dalla lunghissima persistenza. In verità al naso non c’è traccia di Cascade: i profumi sono terrosi e leggermente erbacei, ci sono pepe bianco, zucchero candito, accenni di frutta candita e soprattutto quel rustico mix banana-limone-funky  tipico del lievito Dupont. Ruspante e vivacemente carbonata, la Brewer's Bridge nasconde benissimo l’alcool e si beve con pericolosa facilità.  E il luppolo non è protagonista neppure al palato, dove c’è piuttosto una solida impalcatura maltata che regala soprattutto note biscottate e di pasticceria, il terroso e il pepato della segale: la componente fruttata (canditi) è ridotta ai minimi termini, il finale è secco con una coda amara, erbacea e terrosa, di moderata intensità. Tutta la bevuta è attraversata da una rinfrescante acidità, perché dopotutto le Saison erano sì birre prodotte in inverno ma destinate a rifocillare e rinfrescare i braccianti agricoli in estate.  
Concludo con le stesse considerazioni fatte a suo tempo per la Hirond’Ale 1.0:  è un'aggiunta necessaria al catalogo del birrificio di Tourpes?  Probabilmente no, ma berla è comunque piacevole e questo basta e avanza, a patto che siate disposti a spendere quasi il doppio rispetto ad una Saison Dupont normale per una “spolveratina” di Cascade che personalmente non ho neppure avvertito. Su questo punto si poteva osare  (e qui mi tocca ripetere quanto detto a proposito della Deux Amis) di più ma ciò sarebbe poco compatibile con la tradizione belga.
Formato 33 cl., alc. 6.1%, lotto 19095A, scad. 01/03/2021, prezzo indicativo 3.50 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 11 novembre 2019

Buxton / Verdant Matters of Perspective

Qualche anno fa in Italia era scoppiata la moda delle collaborazioni tra birrifici e le novità erano all’ordine del giorno: il fenomeno è andato via via scemando e, sebbene sia ancora presente, lo è in maniera minore. Lo stesso non è invece accaduto in Inghilterra dove ancora oggi le collaborazioni sono il pane quotidiano: i nomi più alla moda, Northern Monk, Wylam, Verdant, Cloudwater, Verdant, Track, North, Left Handed, Deya Lost And Gounded e Burnt Mill realizzano continuamente spesso birre tra di loro a quattro, sei o anche otto mani.
Ma qui stiamo parlando di “giovani”.  Il birrificio Buxton, attivo dal 2009, è invece uno dei pionieri della rinascita della birra artigianale nel Regno Unito e per molti anni ha camminato con le proprie gambe, anche perché il proprio impianto è stato a lungo incapace di soddisfare la richiesta dei clienti per la Axe Edge che in quel periodo era una delle IPA più desiderate nel Regno Unito. Sono passati “solo” dieci anni ma la Craft Beer è cambiata molto in fretta.  La prima collaborazione di Buxton avvenne nel 2012 con The Kernel  (la NZ Pilsner), seguita nel 2013 da alcune birre fatte prima assieme a To Øl  e poi a BrewDog nel corso della BrewDog Collabfest 2013; birre subito passate nel dimenticatoio. 
Bisogna arrivare al 2014 per vedere nascere una collaborazione che è entrata nella storia (della birra artigianale):  Yellow Belly, imperial stout realizzata assieme ad Omnipollo che ha (purtroppo, aggiungo io) avuto un successo ed un’influenza micidiale nel nostro continente. Si aprivano le porte (dell’inferno) delle pastry stout. Da allora Buxton ha iniziato a premere l’acceleratore delle collaboration grazie anche all’aumentata capacità produttiva: nel 2015 con gli americani di Arizona Wilderness, Evil Twin, gli Olandesi di Oedipus, i soliti amici di To Øl , i norvegesi di Lervig e un’altra manciata di birre-dessert assieme ad Omnipollo. Nel 2016 i danesi di Dry & Bitter e ancora tante birre a due mani con Omnipollo; nel 2017 Stillwater (USA), To Øl, Omnipollo, Dugges (Svezia), Hawkshead, Fierce e Cromarty (UK), L’anno scorso solamente Stone Berlino, Tempest (UK) e Omnipollo, quasi un anno di pausa in preparazione di un 2019 che è stato molto intenso:  J.Wakefield (USA),  Van Moll (Olanda) e finalmente un po’ di UK:  Track, Verdant, Northern Monk, Wylam e Magic Rock.

La birra.
E’ nato “solo” nel 2014 ma in fatto di collaborazioni ha pochi rivali, almeno nel Regno Unito: parliamo di Verdant, uno dei birrifici attualmente più alla moda che abbiamo già incontrato in più di una occasione.  Il popolo di Untappd lo elegge attualmente come secondo miglior birrificio inglese dietro a Mills Brewing; Buxton si posiziona invece solamente al tredicesimo posto. Ma se guardiamo la classifica delle migliori birre, la situazione di capovolge e Buxton passa in testa: Yellow Belly Sundae BBA è al primo posto, Anniversary Coward al terzo e  Yellow Belly al quinto, in un trionfo di Pastry Stout.  Verdant è al sesto e al settimo posto con due Double NEIPA. 
La prima collaborazione Buxton-Verdant è datata agosto 2019: una Black IPA (6.6%) chiamata Everyone Was Spinning. La seconda arriva un mese dopo: identica gradazione alcolica ma colore chiaro: Citra, Mosaic, Simcoe ed Ekuanot i luppoli utilizzati per realizzare la IPA Matters of Perspective, praticamente “questione di punti di vista”. Perché, dicono i birrai coinvolti, “nulla è davvero un lavoro, a meno che tu non preferisca fare qualcos’altro”. 
Il suo colore è arancio torbido, la schiuma è cremosa, abbastanza compatta ed ha una buona ritenzione. L’aroma è molto coinvolgente: fresco, intenso e pulito, una macedonia che accoglie mango, passion fruit, papaia, melone, arancia e persino qualche suggestione di fragola (o Big Babol?). Una partenza in pompa magna che crea aspettative piuttosto elevate.  Colore e aroma ben corrispondono al protocollo NEIPA, mentre al palato l’effetto chewy/masticabile è solo accennato: non è tuttavia una IPA che scorre a tempo di record. Purtroppo al palato c’è solo una piccola percentuale di quel fruttato piacione e ruffiano dell’aroma: intensità, pulizia e definizione sono nettamente inferiori e la bevuta consiste in un dolce tropicale non ben definito che viene poi bilanciato da un amaro vegetale che non ricorda neppure, se non per intensità, il classico resinoso di una West Coast IPA. L’alcool si sente persino troppo rispetto a quanto dichiarato.
Aroma splendido, bevuta sotto le aspettative: una birra da annusare, soprattutto.
Formato 44 cl., alc. 6.6%, lotto 23/09/2019, scad. 23/06/2020, prezzo indicativo 7,00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 8 novembre 2019

WRCLW Coffee Imperial Stout Nitro

Breslavia (Wrocław), la città dei cento ponti: in verità prima della seconda guerra mondiale ve n’erano 303, oggi ne sono rimasti solo un terzo. Ma Breslavia vanta anche un’antica tradizione birraria documentata almeno dal 1255; alla fine del diciannovesimo secolo in città erano operativi 70 birrifici e all’inizio della prima guerra mondiale si contavano circa 1200 locali servivano birra, ovvero uno ogni 50 abitanti. Alle due guerre e al successivo regime sovietico sopravvissero solamente due produttori, Piastowski e Mieszczański, che si sono poi uniti a formare  Browary Dolnośląskie Piast i cui cancelli si sono definitivamente chiusi nel 2004. 
Breslavia e la regione della Bassa Slesia, un tempo chiamata anche “la piccola Baviera” rimasero per dieci lunghi anni senza un produttore di birra: un’assurdità per una città che conta quasi 650.000 abitanti in un paese con uno dei maggiori consumi pro-capite di birra in Europa (97 litri a testa, il triplo di quelli italiani, giusto per darvi un paragone). 
Grzegorz e Arletta Ziemian non si sono fatti sfuggire l’occasione: background in economia, esperienza nel ramo finanziario negli Stati Uniti e in Polonia, hanno trovato trovato gli investitori necessari (americani e polacchi) per aprire le porte del Browar Stu Mostów, ovvero Birrificio Cento Ponti, un omaggio alla città ma anche, dicono, un metafora di quello che la birra dovrebbe fare: un ponte che aiuta le persone a socializzare, a stare bene assieme.  
L’impianto arriva dai tedeschi della BrauKon e in sala cottura vengono reclutati i birrai Grzegorz Ickiewicz e Mateusz Gulej; quello che però maggiormente impressione, guardando le immagini, è il pub annesso o taproom che dir si voglia.  Design industriale moderno, beer garden, cucina a vista, bancone con sgabelli posizionato al primo piano che consente di vedere dall’altro l’impianto produttivo e tutta la sala sottostante; aperto tutti i giorni da mezzogiorno a mezzanotte. 
La gamma Stu Mostów è sostanzialmente divisa in due linee: la più moderna Salamander (soprattutto NEIPA e sour alla frutta) e la più classica WRLCW (Pils e Hefeweizen ma anche Imperial Stout e Barley Wine). E’ anche già operativo un programma di Barrel Aging.

La birra.
Il suo nome dice tutto: imperial stout  (11%) al carboazoto prodotta con caffè fornito dalla torrefazione Etno Cafe; di imperial stout Stu Mostów ne produce una decina di varianti, forse troppe. 
Il suo biglietto da visita non è dei migliori: forse a anche a causa dell’elevata gradazione alcolica il carboazoto non produce il desiderato effetto della “fontana capovolta”. Anzi, la schiuma quasi fatica a formarsi e quel poco che c’è svanisce molto rapidamente. Caffè, tostature, tabacco e fruit cake danno forma ad un aroma intenso ma abbastanza carente in pulizia e finezza. Il corpo è quasi pieno, le bollicine sono poche; la sua consistenza è densa e oleosa ma priva di quelle carezze setose che t’aspetteresti provenire dalla parola “nitro”. Al palato caramello, fruit cake e liquirizia disegnano una bevuta dolce ma bilanciata dall’amaro del caffe(latte), delle tostature e dei luppoli: anche qui c’è intensità ma manca pulizia, precisione, definizione. L’alcool è invece piuttosto ben dosato e riscalda senza mai creare nessun intralcio ed il sorseggiare risulta piuttosto agile. Imperial stout nel complesso discreta che tuttavia non brilla nei sui due elementi che dovrebbero caratterizzarla: l’uso del caffè e del carboazoto. Un “vorrei ma non posso”,  E nemmeno il prezzo al quale viene proposta in Italia, molto poco “polacco”, gioca a suo favore: nella stessa fascia di prezzo ci sono alternative, americane e non, nettamente superiori.
Formato 33 cl., alc. 11%, IBU 62, lotto 120222/202/01, scad. 12/02/2022, prezzo indicativo 7.00-8.00 euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 7 novembre 2019

Theakston Old Peculier

Nel 1827 Robert Theakston, un agricoltore proveniente dal villaggio di Warthermarske (North Yorkshire), inizia assieme al socio John Wood a produrre birra all’interno del Black Bull Inn di Masham. Il birrificio vero e proprio viene costruito nel 1875 dai figli Thomas e Robert che acquistano un terreno nella periferia ad ovest. Nel 1968 il comando passa nelle mani di Michael Theakston, nipote di Robert,  e del cugino Paul: per i produttori di Ales tradizionali in cask è un periodo molto difficile, i grandi gruppi nazionali che si sono formati a seguito di acquisizioni e fusioni stanno cambiando il mercato: i fusti (keg) stanno guadagnando quote a scapito dei casks e le lager stanno conquistando sempre più bevitori che iniziano ad abbandonare le Ales tradizionali. Essere troppo piccoli è un problema e Theakston cerca di espandersi acquistando nel 1974 l’abbandonato sito produttivo del birrificio Carlisle che era stato nazionalizzato dopo la prima guerra mondiale: in questo modo sarà finalmente in grado di soddisfare tutte le richieste dei propri clienti per la propria Best Bitter e per le altre birre in cask che il CAMRA, fondato nel 1971, cerca di preservare. 
L’operazione non ha però successo: l’enorme sito produttivo di Carlisle si rivela essere un pozzo senza fondo che inizia a prosciugare le finanze di Theakston e nel 1984 la famiglia decide di accorparsi con il birrificio Matthew Brown di Blackburn: quest’ultimo viene rilevato nel 1987 dal grande gruppo Scottish & Newcastle, desideroso di avere nel suo portfolio dei prodotti per entrare nel segmento delle Real Ales, nuovamente in crescita. Come spesso avviene in questi casi al grande gruppo interessa solo il marchio: nel 1988 il sito produttivo di Carlisle viene chiuso e la produzione della maggior parte delle birre Theakston trasferita alla Tyne Brewery di Scottish & Newcastle. Michael Theakston rimane a gestire il sito di Masham ma nello stesso anno Paul Theakston, direttore generale dal 1968, decide di abbandonare la società: fonderà nel 1992 la Black Sheep Brewery.  I volumi riprendono quota ma la scelta di produrre la maggior parte delle birre altrove provoca severe critiche da parte di quel CAMRA che aveva più volte premiato la Old Peculier  (oro nel 1986 e 1989, argento nel 1979, 1985 e 1987, bronzo nel 1981-1982).  Nel 2004 la famiglia Theakston riesce a riacquistare la proprietà da Scottish & Newcastle, ormai poco interessata al mercato delle Ales: al comando ci sono attualmente Simon, Nick, Tim e Edward, pronipoti del fondatore Robert. Oggi Theakston è il sedicesimo produttore del Regno Unito ed è il secondo tra quelli indipendenti a conduzione familiare, dopo Shepherd Neame: sembra però che Heineken possieda il 28% delle quote societarie.


La birra.
Il suo originale nome deriva dalla corte ecclesiastica di Peculier istituita dall’Arcivescovo di York nel dodicesimo secolo a Masham, dove il birrificio ha la propria sede. Il recente restyling dell’etichetta mette in evidenza un sigillo che raffigura la figura inginocchiata di Roger de Mowbray, un cavaliere rimasto imprigionato per sette anni in Terra Santa nel corso delle crociate. Alla sua liberazione il cavaliere espresse la sua gratitudine donando una chiesa a Masham, paese in cui viveva la propria famiglia. Il vescovo di York non aveva tuttavia molta voglia di sobbarcarsi i lunghi e pericolosi viaggi verso Masham per amministrare e riscuotere le tasse: decise allora di istituire la Corte di Peculier, un tribunale formato da una ventina di uomini che avevano il potere di gestire le questioni locali. 
Theakston produce la Old Peculier dal 1890 ma ha sicuramente prodotto una Old Ale (versione “invecchiata” e più alcolica di una Mild) sin dalla sua nascita. Oggi la Old Peculier non è pastorizzata ma è filtrata a freddo e non viene rifermentata in bottiglia; quest’ultima caratteristica di fatto non le consente di sfoggiare il logo “This Is Real Ale” del CAMRA. Nel 2010 il suo contenuto alcolico è stato leggermente ridotto dal 5.7 al 5.6%. La sua ricetta, secondo quanto riportato da Roger Protz,  include malti Pale Ale e Crystal, frumento, zucchero di canna, mais e caramello, luppoli Challenger, Fuggles e Target. 
Si presenta di color castagno con profonde venature rosso rubino; la schiuma beige è cremosa, compatta ed ha un’ottima ritenzione. Il naso, intenso e pulito, regala profumi di caramello, uvetta, ciliegia e prugna, mela, frutta secca a guscio.  Al palato biscotto, caramello e frutta sciroppata danno inizio ad una bevuta dolce che viene poi bilanciata da un finale amaro nel quale s’incontrano note terrose, pepate e di frutta secca a guscio. Peccato per una presenza metallica abbastanza fastidiosa che fa capolino in più di un’occasione e che disturba quello che sarebbe un ricordo positivo, delicatamente etilico, accomodante.
Formato 50 cl., alc. 5.6%, IBU 29, lotto 9142 25 07, scad. 31/05/2020, prezzo indicativo 3,50 euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 29 ottobre 2019

Tempest In The Dark We Die

Il destino è stato crudele ma forse non casuale: le Black IPA erano nate come un divertissement, a partire da quell’ossimoro (Black-Pale) contenuto nel loro stesso nome, e in quanto nonsense hanno avuto vita relativamente breve.  La loro popolarità negli Stati Uniti, mercato che le ha inventate, è durata un lustro (2009-2014) obbligando in quegli anni praticamente ogni birrificio ad averne una nel proprio portfolio: oggi nessuno o quasi le vuole più. Potremmo considerare il 29 gennaio 2015 la data della morte delle Black IPA: quel giorno il birrificio americano Stone Brewing annunciò che a causa della scarse vendite la propria Sublimely Self Righteous Ale, Black IPA molto ben riuscita che per anni aveva dominato le classifiche del beer-rating, sarebbe andata in pensione. In teoria non sarebbe una grande perdita: dopo tutto per definizione le Black IPA dovevano essere in tutto e per tutto delle IPA, eccetto che per il colore e quindi inutili. Ma spesso i birrifici non riuscivano a realizzare completamente quella illusione ottica ed il risultato erano delle IPA ibride e piacevolmente complesse che presentavano accenni di caffè, torrefatto, cioccolato.  Beergeeks ed appassionati amavano discuterne davanti al bicchiere: era davvero una Black IPA? O una porter molto luppolata? Una Cascadian Dark Ale? 
Il birrificio scozzese Tempest, che abbiamo già incontrato in numerose occasioni, è attivo dal 2010 ed ha prodotto la sua prima Black IPA, In The Dark We Live, nel 2013: in Europa siamo sempre un po’ indietro rispetto agli USA e la richiesta per le Black IPA è andata scemando con qualche anno di ritardo. Alla Tempest non si sono però persi d’animo ed hanno cercato di rivitalizzare uno stile ormai decaduto: nel 2017 è infatti arrivata In The Dark We Live Fruit Edition, con aggiunta di ribes nero, more e lamponi neri e, da buoni testardi (scozzesi), nel maggio del 2019 hanno replicato.

La birra.
In The Dark We Live è/era una Black IPA già di suo piuttosto robusta (7.2%). Per la sorella maggiore In The Dark We Die in Scozia hanno alzato ulteriormente l’asticella portando l’ABV in doppia cifra (10%). La ricetta è stata solo leggermente modificata nei malti (Pale, Munich, Carafa, Caramalt) ed è stato effettuato un Double Dry Hopping stranamente non sbandierato in etichetta; i luppoli sono gli stessi della sorella minore, ovvero Mosaic, Columbus e Simcoe.  
Non è completamente nera ma poco ci manca; la schiuma è cremosa e compatta ed ha ottima ritenzione. L’aroma, pulito, ancora intenso e pungente, è resinoso e terroso, balsamico: a portare un po’ di luce nel buio ci sono accenni di frutti di bosco e di marmellata d’agrumi. Il mouthfeel è il vero punta di forza di questa potente Imperial Black IPA: molto morbido, quasi vellutato, un’inaspettata carezza che cerca d’ammansire una birra dura che picchia subito forte con il suo amaro resinoso e terroso. Caramello e frutti di bosco sono le deboli ma imprescindibili fondamenta che sorreggono una poderosa impalcatura amara dalla quale, nel finale, spunta anche qualche accenno di caffè e di cioccolato. L’alcool parte quasi in sordina per poi rivelare tutto il suo contenuto a fine corsa riscaldando il palato e potenziando le pungenti note pepate dei luppoli. 
In un periodo in cui spopolano le birre dolci (New England IPA, Pastry Stout) è un piacere tornare indietro nel tempo a quando i birrifici si sfidavano a colpi di IBU: non raggiunge vette elevate ma questa  In The Dark We Die di Tempest è una roccia la cui scalata regala grandi soddisfazioni. Pulita, precisa, potente: una birra per uomini duri, si diceva un tempo. La Old School non va più di moda ma è ancora capace di stupire: un po’ come quando tirate fuori dal ripostiglio uno dei giocattoli della vostra infanzia.
Formato 33 cl., alc. 10%, IBU 65, lotto 728, scad. 05/2020, prezzo indicativo 5.50-6.00 (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 28 ottobre 2019

Foley Brothers Big Bang IPA

Fino a sei-sette anni fa il Vermont non era certamente uno degli stati americani che apparivano sui radar e sulle mappe dei beergeeks. C’è voluto l’hype causato dai birrifici The Alchemist ed Hill Farmstead per trasformare uno stato freddo, nevoso e boscoso, famoso soprattutto per il foliage, le piste da sci e lo sciroppo d’acero, in una meta turistica per gli appassionati di birra. Oggi in Vermont ci sono in attività quasi sessanta birrifici
 I fratelli Patrick e Daniel Foley hanno aperto le porte del loro microbirrificio (18 ettolitri) Foley Brothers nel 2012 in un angolo dell’azienda vinicola di famiglia, la Neshobe River Winery, a Brandon. Da qui a The Alchemist, tanto per darvi qualche coordinata, ci sono circa settanta chilometri. Per aiutare i genitori ad avviare l’azienda vinicola (2008) Daniel Foley si è recato in California e in Nuova Zelanda ad imparare i segreti del vino ma, una volta a casa, è tornato ad occuparsi del suo vero amore, l’homebrewing; le conoscenze apprese sul vino lo hanno comunque aiutato molto, a suo dire. Daniel è affiancato dal fratello Patrick e occasionalmente dalla sorella Christine. Foley Brothers, primo birrificio della contea di Rutlan,  debuttò con una Wheat Ale allo zenzero ed una Brown Ale con aggiunta di sciroppo d’acero ed è solamente a partire dal 2015 che ha svoltato nella direzione di quelle New England IPA che hanno reso famoso il Vermont. Sino a quell’anno produceva solamente la Native IPA e la Fair Maiden Double IPA: dal 2015 ad oggi ne ha invece prodotte un’altra ventina, sostituendo le bottiglie dell’esordio con le più moderne lattine.  Abbastanza sorprendentemente, qualche lattina di un birrificio così piccolo è arrivata nei mesi scorsi anche in Europa.

La birra.
Etichetta abbastanza amatoriale, nessuna informazione sulla data di produzione: non avrei scommesso molto su questa Big Bang IPA di Foley Brothers e  invece è stata una bevuta piuttosto gradevole. Nel bicchiere si presenta di color oro pallido, la schiuma è cremosa e abbastanza compatta. Immagino siano passati i classici tre mesi dalla messa in lattina ma l’aroma è ancora intenso e, soprattutto, discretamente fresco: qualche profumo dank e tropicale fanno da cornice ad un bel bouquet di agrumi nel quale si mettono in evidenza cedro, bergamotto, limone e lime. Big Bang è una IPA dal contenuto alcolico molto modesto (5.5%) per gli standard americani e questo le dona una bevibilità davvero elevata: pane, miele e un po’ di frutta tropicale fanno da supporto ad una birra dal carattere prevalentemente agrumato e secco. Il suo rapido percorso si chiude con un amaro di media intensità, zesty e terroso. Molto pulita, bilanciata ed educata; una birra perfetta per l’estate, ben carbonata, dall’elevato potere dissetante e rinfrescante. Ottima intensità a fronte di un ABV contenuto.  Di solito è l’aroma a subire maggiormente gli effetti della traversata oceanica, ma in questo caso il  “naso” si è rivelato addirittura migliore del gusto. Una bella sorpresa.
Formato 47,3 cl., alc. 5.5%, lotto e scadenza non riportati, prezzo indicativo 8,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 25 ottobre 2019

Modern Times Black House Nitro

Gli esperti dicono che sia un birrificio perfetto per essere acquistato da una multinazionale, ma il fondatore Jacob McKean nel 2017 ha deciso di “vendere”  il 30% della propria azienda ai dipendenti, con la possibilità di aumentare la quota al 100%. Parliamo di Modern Times Beer (qui la storia), nato nel 2013 grazie ad un crowfunding da oltre un milione di dollari e ancora oggi uno dei birrifici più alla moda di San Diego (hipsters, nonché uno dei precursori del formato che oggi sembra essere imprescindibile, le lattine. 
Nell’anno del debutto il birrificio aveva prodotto quasi 3000 ettolitri, nel 2018 ha raggiunto quota 80.000.  Il Lomaland Fermentorium, la sede originale nel quartiere di Point Loma di San Diego, oggi è affiancata dalla succursale Flavordome che si trova nella zona di North Park. Proseguendo verso nord, ad Encinitas troverete il Far West Lounge, a Los Angeles il Dankness Dojo, a Santa Barbara l’Academy of Recreational Sciences e a Portland, in Oregon, il Belmont Fermentorium.  Ma il progetto più ambizioso è ancora in costruzione: parliamo del Leisuretown di Anheim, California,  proprio di fronte a Disneyland. Birrificio (9000 hl/anno), torrefazione, ristorante, ampio beer garden e piscina con bar annesso. Annunciato in pompa magna nel 2017 ha subito qualche ritardo ma  dovrebbe finalmente essere inaugurato entro la fine del 2019.

La birra.
Modern Times è birrificio e torrefazione ed è quindi perfettamente naturale che birra e caffè si siano incontrati più di una volta nei loro bicchieri.  Una delle poche birre che il birrificio di San Diego produce tutto l’anno è infatti la (ottima) stout al caffè Black House. Il suo successo ne ha inevitabilmente fatto nascere molteplici varianti: già nel 2014 alle spine di Point Loma era possibile assaggiare la sua versione nitro, ovvero al carboazoto. Nel 2016 la birra fu venduta per la prima volta anche in lattina impreziosita dall’aggiunta di due ulteriori ingredienti: cocco e cacao. Il caffè utilizzato è un blend di Etiopia Hambela (75%) e di Sumatra Mandheling (25%): la lista dei malti include 2 row, Crystal 60, Munich, Chocolate Pale, roasted barley, flaked barley, Midnight wheat, Carapils and Kiln coffee malt, avena, fiocchi d’orzo. 
L’apparenza è ovviamente la prima delle componente che il carboazoto deve valorizzare: versatela con vigore nel bicchiere per assistere a quella “fontana di birra al contrario” che le pubblicità della Guinness hanno reso celebre, giusto per darvi un’idea. Caffè e tostature sono protagoniste di un aroma molto pulito ed elegante che rispecchia gli elevati standard qualitativi delle produzioni Modern Times; in secondo piano cacao, tabacco, qualche nota terrosa. L’intensità non è particolarmente elevata ma a dieci mesi dalla messa in lattina non si possono pretendere miracoli. Al palato c’è quella cremosità, in questo caso molto soffice e quasi impalpabile, che si richiede ad una birra nitro:  una carezza di seta percorre effettivamente tutto il palato ma le bollicine sono quasi assenti, rendendo di fatto la birra quasi piatta.  E’ questo l’unico appunto che mi sento di fare ad una stout dal gusto intenso e dal contenuto alcolico (5.8%) inavvertibile: caffè e torrefatto sono in prima linea ma è nelle retrovie che si apprezza il bello di questa birra e sono questi dettagli a fare la differenza: cacao, cocco, fruit cake, acidità molto ben dosata, finale secco. La bevibilità è impressionante e nel finale caffè e cioccolato s’incontrano per un ultimo morbido abbraccio. Se come me avevate apprezzato la Black House “normale”  non potrete che amare anche la sua edonistica versione nitro, delizia per il palato e per le sue papille gustative.
Formato 47,3 cl., alc. 5.8%, IBU 30, lotto 04/01/2019, prezzo indicativo 6,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 24 ottobre 2019

Nevel Minne

Nel 2014 i poco più che ventenni Vincent Gerritsen e Mattias Terpstra fondano a Nijmegen (Olanda) il nanobirrificio Katjelam: è l’evoluzione naturale del loro hobby, l’homebrewing , col quale si esercitavano mentre erano alle prese con i loro studi di fisica. La produzione di Katjelam è tuttavia quasi subito insufficiente ad esaudire tutte le richieste, nonostante non si tratti di birre “convenzionali”: i due producono infatti esclusivamente birre a fermentazione mista. Terminati gli studi decidono di ripartire da zero: nome ed impianto nuovi, quest’ultimo situato all’interno dello stesso complesso industriale Honig di Nimega. “Il nome precedente, Katjelam, era troppo giocoso e la gente s’aspettava di bere delle birre completamente diverse da quelle un po’ acide che producevamo. Ciò ci ha portato anche molti commenti negativi su siti come Untappd”, ricordano i due
Nevel Artisan Ales è il nuovo birrificio che debutta alla metà del 2017 portando avanti la stessa filosofia di Katjelam: non sono i luppoli ad essere protagonisti, ma i lieviti. Nel team entrano anche Vincent Gerritsen (amministrazione) e  Joyce Janssen (sales e marketing): a disposizione vi sono anche quasi 200 botti che in precedenza avevano ospitato vino. Quasi metà della produzione Nevel subisce infatti un passaggio in botte. I quattro giovani sembrano avere le idee piuttosto chiare: produrre birre facili da bere, dal basso contenuto alcolico (4-6%) e utilizzando il più possibile ingredienti locali. Le ciliegie provengono da un piccolo frutteto nel sobborgo di Lent, erbe, fiori e mirtilli vengono raccolti nei campi circostanti o forniti dal progetto Foodforest Ketelbroek che si trova a dieci chilometri di distanza da Nimega. 
Nevel collabora anche con la Staatsbosbeheer (organizzazione governativa olandese per la silvicoltura e la gestione delle riserve naturali) affidando la crescita ed il raccolto del proprio orzo ad alcuni agricoltori nei dintorni; il luppolo proviene dall’unico produttore biologico olandese, Hop voor Bier. E il lievito, vero protagonista delle birre?  “Abbiamo sviluppato il nostro ceppo partendo dalle bucce degli acini d’uva che crescono nel giardino di mia madre”, dice  Mattias “vogliamo che la gente s’avvicini e s’appassioni al mondo alle fermentazioni selvagge”.
Per fare questo a maggio 2018 Nevel ha inaugurato il proprio Proeflokaal (tasting room) con piccolo bottleshop annesso e una bella terrazza affacciata sul fiume Oversteek che è attualmente pronta ad accogliervi ogni venerdì e sabato, dal primo pomeriggio sino alle dieci di sera.

La birra.
Minne è una saison a fermentazione mista  (brettanomiceti ed il lievito della casa) prodotta con un piccola quantità di mele cotogne. La mela cotogna è il simbolo dell’amore e dell’amicizia – dicono alla Nevel -  amare qualcosa o qualcuno, aprire il vostro cuore. E per il primo lotto Foodforest Ketelbroek ci ha donato l’intero raccolto di un annata molto poco fortunata, un paio di casse:  per fortuna nel 2019 il raccolto è stato molto più generoso. 
Assaggiamo una bottiglia del primo lotto che nacque a gennaio del 2018: il  suo colore è assolutamente solare e luminoso, benché opalescente; la schiuma è pannosa ed ha una buona persistenza. Negli occhi e nelle narici c’è l’estate: fiori, agrumi, paglia, una delicata speziatura e un accenno dolce di frutta a pasta gialla. Fresco, intenso, pulito: un bel biglietto da visita che al palato trova le dovute conferme. La bevuta è snella e secca, estremamente dissetante e rinfrescante grazie ad una leggera acidità ed all’asprezza degli agrumi. Un tappeto fruttato dolce (mela cotogna? pesca e ananas) in sottofondo fa da bilanciere prima di un finale zesty e terroso dal livello d’amaro piuttosto contenuto. Quasi tutto bene, non fosse per qualche calo d’intensità che Minne subisce verso la fine del suo rapido percorso. Il livello è comunque molto buono: pulizia, carattere e quel tocco rustico che in birre di queste tipo non dovrebbe mai mancare.
Formato 37,5 cl., alc. 5.2%, imbott. 04/01/2018, scad. 04/01/2020, prezzo indicativo 6.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 21 ottobre 2019

Firestone Walker Bravo 2017

Del birrificio californiano Firestone Walker abbiamo già parlato in diverse occasioni:  lo fondarono nel 1996 Adam Firestone e David Walker a Paso Robles, Contea di Santa Barbara, per poi cederne nel 2015 la maggioranza  (? -  i dettagli dell’accordo non sono mai stati resi noti) ai belgi della Duvel Moortgat il cui arrivo ha dato il via ad un ambizioso piano d’espansione. Al birrificio originale, situato all’interno della tenuta vinicola del padre di Adam  (la Firestone Vineyard LLC) si è affiancato il sito di Buellton, 650 metri quadri destinati allo stoccaggio di migliaia di botti ed alla produzione di birre acide, e del brewpub di Venice Beach (Los Angeles): tutte e tre le location sono dotate di taproom. 
Facciamo ora un passo indietro nel tempo all’anno 2005 quando Firestone celebra il suo decimo anniversario con la birra “10”, blend di alcune birre barricate. Per prepararsi all’evento il birraio Matt Brynildson aveva iniziato quasi per gioco qualche anno prima a sperimentare con il legno: il risultato fu davvero notevole e da quell’anno le birre-anniversario di Firestone sono divenute un appuntamento fisso che ha goduto di parecchio hype. Il fatto che alcune bottiglie dei compleanni più recenti siano arrivate anche in Italia è significativo di come sia aumentata la produzione facendo contemporaneamente scemare l’interesse dei beergeeks americani. 
Le birre che componevano il “blend dell’anniversario” variavano leggermente di anno in anno ma una era sempre predominante: si tratta della imperial brown ale chiamata Bravo, la prima birra che Brynildson provò ad invecchiare in una botte: “a quel tempo (2004) la maggior parte delle birre barricate erano molto dolci e noi volevamo realizzare qualcosa di più secco in modo da valorizzare al massimo il bourbon. Prima del passaggio in botte Bravo è una birra piuttosto impegnativa, ma poi si ammorbidisce e il bourbon diventa protagonista; ha tutte le caratteristiche di una birra dolce senza essere stucchevole ed è priva di note ossidate”. 
Per dodici anni Bravo è stata utilizzata solo per assemblare le birre anniversario; è solo nel gennaio del 2017 che Firestone decide di darle finalmente la visibilità che merita rendendola disponibile per la prima volta in bottiglia: per l’occasione viene inaugurato anche il nuovo formato da 35,5 centilitri che sostituisce quello più impegnativo da 65: “ci pensavamo da molto – dice Brynildson – e la gente ce lo chiedeva da tempo. Il formato da 35,5 centilitri è quello perfetto per questo tipo di birre, si può bere tranquillamente in due. Il prezzo per bottiglia è meno impegnativo ed è più facile acquistarne una da bere subito e una da invecchiare. E inoltre riusciamo a distribuire la stessa quantità di birra a più persone”.

La birra.
Bravo deve il suo nome a quella che nel 2004 era ancora una varietà sperimentale di luppolo. La ricetta attuale curiosamente non lo prevede: i luppoli scelti sono Columbus e Tettnanger, affiancati da un ricco parterre di malti che comprende Two Row, Munich, c-75, Simpsons Dark, Roast Barley, destrosio. 
Splendida, affascinante: dipinge il bicchiere di color ambrato scuro con accese venature rosso rubino. La schiuma ocra è cremosa e compatta ed ha una discreta persistenza. L’aroma è altrettanto suadente: uvetta, prugna, dattero, ciliegia, caramello e toffee, bourbon. Pulizia e finezza permettono di scorgere in secondo piano i ricami di vaniglia e cocco, legno.  Un naso molto definito, preciso, caldo, suadente, davvero notevole. Purtroppo il gusto non mantiene queste elevatissime aspettative e riesce solo parzialmente, ovvero con meno precisione, a replicare l’aroma.  In verità gli elementi ci sarebbero tutti, ma la componente etilica è davvero troppo in evidenza e li copre, li “brucia”, obbligando il palato a frequenti soste defaticanti. La bevuta è ovviamente dolce ma ben asciugata dall’alcool, la sensazione palatale è morbida e quasi piena, gradevole. E’ solo nel finale, quanto la acque si sono un po’ calmate, che ritrovo la birra dell’aroma: una scia lunghissima, finalmente addomesticata, ricca di frutta sotto spirito, bourbon e vaniglia.  Se il gusto riuscisse a riproporre l’aroma sarebbe probabilmente la Imperial Brown Ale barricata perfetta: il livello rimane comunque alto, chissà se ancora un po’ di cantina potrebbe contribuire ad ammorbidire un po’ la componente etilica. 
Formato 35,5 cl., alc. 13.2%, IBU 28, imbott. 02/2017, prezzo indicativo 18-20 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.