domenica 20 gennaio 2019

Bierol El Patrón (Prototype Single Hop Mosaic)

Bierol, ovvero Bier and Tyrol, birra e tirolo; la regione dell’Austria non è certamente nota per essere una destinazione ricercata dagli appassionati di birra artigianale, ma anche la sua tranquillità si sta lentamente agitando. Ad Innsbruck i due locali del Tribaun rappresentano una bella oasi nel deserto e a Schwoich, settanta chilometri più a nord, vicino ai monti del Kaiser, è attivo dal 2014 il microbirrificio Bierol fondato da Christoph Bichler e Maximilian Karner. 
In realtà il padre di Bichler possedeva dal 2004 un impianto da 10 ettolitri nella stesso edificio rurale con annessa una piccola locanda-ristorante, lo Stöfflbräu: produceva le classiche helles  e weizen che la gente si aspettava di trovare. La morte improvvisa del suo birraio e un sostituto non all’altezza provocarono la chiusura del business. Il figlio Christoph non era molto interessato a proseguire l’attività del padre e si era dedicato a studiare legge; nel corso di una vacanza negli Stati Uniti assaggia però alcune IPA che cambiano completamente la sua concezione di birra. Al ritorno trasmette il suo entusiasmo all’amico Maximilian Karner convincendolo ad andare a Monaco di Baviera ad un festival di birra artigianale per fargli assaggiare qualcosa di simile a quello che aveva bevuto in America. Dopo quell’esperienza i due amici si trovano d'accordo: perché non provare a rimettere in funzione l’impianto da 10 ettolitri del padre di Christoph che giace inutilizzato da nove anni? Nessuno dei due ha mai fatto la birra ma c’è il vecchio Bichler ad aiutarli a muovere i primi passi, ci sono i libri e c’è internet. Nel 2014 nasce Bierol alla quale si unisce  Marko Nikolic, commerciale e beer sommelier: la prima birra prodotta è una Lager ambrata con dry-hopping di Cascade chiamata Number One seguita dalla Mountain (Double) Pale Ale che risulterà essere la birra più votata dal pubblico del primo Craft Bier Festival di Vienna. Arrivano anche la Padawan (Pale Ale Doing Alright Without A Name, con luppolo Mosaic) e la Going Hazel Nuts Porter, prodotta con nocciole tostate.
Potete assaggiare direttamente alla fonte le birre presso la locanda Stöfflhof che si trova adiacente agli impianti ed è gestita da Caroline Bichler, sorella di Christoph; musica e classica cucina tirolese affiancate da otto spine dalle quali però non sgorgano le classiche birre tirolesi.

La birra.
El Patron non è più un nome particolarmente originale per una birra, basta scorrere il database di Untappd o Ratebeer per rendersene conto, anche se forse non tutte fanno riferimento al defunto Pablo Emilio Escobar Gaviria, il più famoso narcotrafficante di tutti i tempi.  Alla Bierol non lasciano dubbi e ne mettono il ritratto direttamente in etichetta. La El Patrón di Bierol (8.5%) è una Double IPA prodotta per la prima volta nel maggio del 2017, evoluzione (ovvero ancora più luppolo) della prima Double IPA prodotta a Schwoich chiamata El Presidente. Ne esistono anche un paio di varianti “prototipali” prodotte con un solo luppolo: Citra e Mosaic, ed è quest’ultima che andiamo ad assaggiare. 
Il suo colore si colloca tra il dorato e l’arancio pallido ed è piuttosto velato; la schiuma è cremosa e compatta, con un’ottima ritenzione. Al naso emergono freschi profumi di cedro, pompelmo e arancia, floreali, mango e frutta tropicale; intensità e pulizia sono ad un livello piuttosto buono, manca forse un po’ di definizione. Al palato è morbida e scorre con pericolosa facilità, rispettosa della tradizione austriaca: pane, miele, mango, pesca e dolci agrumi formano una bevuta fruttata che non scivola verso gli estremismi del Juicy. La chiusura è secca e c'è un amaro resinoso, di buona intensità ma breve durata, a ripulire perfettamente il palato; l'alcool esce solo a fine corsa, rinforzando l'amaro e riscaldando il retrogusto. Ammetto di essere partito abbastanza prevenuto a causa di molte IPA austriache bevute in passato, timide e poche convincenti, ma che bella sorpresa questa  El Patron! Pulita, intensa, bilanciata, ancora abbastanza fresca: pensate ad una DIPA della West Coast con un bel carattere fruttato e "moderno". Per quel che mi riguarda non sfigura assolutamente con nessuna delle migliori rappresentanti europee di categoria. 
Formato 33 cl., ala. 8.2%, lotto 22.10.2018, scad. 22.04.2019.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 17 gennaio 2019

Epic Son of a Baptist (Corvus Coffee)

Epic Brewing Company debutta nell’aprile del 2010 a Salt Lake City, Utah: a fondarla Dave Cole e Peter Erickson, due biologi californiani che si sono conosciuti a San Diego alla metà degli anni ’80 quando lavoravano per un’azienda che produceva cibo per animali. All’inizio degli anni ’90 si spostano a San Francisco e si appassionano a quella Craft Beer Revolution che in quegli anni sta prendendo piede. Vorrebbero aprire un microbirrificio ma, in assenza di fondi, accettano la proposta dello stato dello Utah che offre buone opportunità ai giovani imprenditori e nel 2002 si trasferiscono a Salt Lake City per avviare un’azienda di acquacultura.  Fare la birra è un sogno che rimane sempre vivo e che si concretizza nel 2008, quando lo Utah modifica la propria restrittiva legislazione sugli alcolici e permette ai birrifici di servire direttamente ai propri clienti anche birre gradazione alcolica superiore al 3.2%. Sino ad allora, potevano essere vendute solamente dai negozi statali. 
Viene reclutato il birraio Kevin Crompton, vent’anni d’esperienza in diversi birrifici delle Hawaii e dello Utah: a lui il compito di elaborare le ricette delle prime nove birre di Epic Brewing. Il successo è inaspettato: Cole e Erickson si erano dati l’obiettivo di arrivare a circa 950 ettolitri all’anno entro cinque anni dal debutto ma dopo solo otto mesi di vita Epic aveva già raggiunto i 1500 e nel  2012 avevano superato quota 10.000 diventando il terzo maggior produttore di birra nello Utah. Nel 2013 Epic si espande aprendo un secondo sito produttivo a Denver, in Colorado: impianto da 24 ettolitri e focus su birre stagionali, occasionali e invecchiamenti in botte, per il cui scopo vengono acquistate un migliaio di botti. Epic al momento produce circa 20.000 ettolitri all’anno nello Utah e 27.000 ettolitri in Colorado; nel dicembre del 2017 ha acquisito il birrificio californiano Telegraph di Santa Barbara.  Entrambe le sedi di Epic sono dotate di taproom: a Salt Lake City (vietato l’ingresso ai minori) è obbligatorio ordinare assieme alle birre anche del cibo (panini, sandwiches e zuppe). A Denver potete invece bere liberamente dalle 25 spine attive, ma per mangiare dovete rivolgervi a dei food truck esterni o portarvi qualcosa da casa.

La birra.
La imperial stout Big Bad Baptist (11.8%), disponibile dal 2011 anche in diverse versioni barricate, è la birra che ha contribuito a rendere famoso Epic, anche se il “moderato hype” che un tempo aleggiava attorno a questa birra è drasticamente scemato. Nel 2015 Epic ha iniziato a produrre la “figlia” Son of a Baptist, una imperial stout dal contenuto alcolico più moderato (8% e dintorni) con aggiunta di caffè; nel 2017 il birrificio ha deciso di metterla in lattina e di utilizzare diverse varietà di caffè nel corso dell’anno. Sul fondo della lattina viene stampato il nome della tipologia di caffè utilizzato. Al di là delle variazioni la ricetta della Son of A Baptist prevede di solito malti Ultra-Premium Muntons Marris Otter, 2-Row Brewers, Black, Crystal, Chocolate, Roasted Barley, Cara-Aroma e zucchero Demerara; i luppoli utilizzati sono Nugget, Chinook e Cascade. 
Nei mesi scorsi qualche lattina è pervenuta anche sul continente europeo; si tratta della versione che utilizza caffè della torrefazione Corvus di Denver, in Colorado. Il suo colore è un ebano piuttosto scuro sul quale si forma un piccola e poco persistente testa di schiuma.  Il caffè domina un aroma nel quale trovano posto anche note terrose, di cuoio, polvere di cacao e torrefatto; il buon livello di pulizia ed eleganza sopperisce ad un’intensità un po’ dimessa sicuramente dovuta al fatto che la birra dovrebbe essere stata messa in lattina a dicembre del 2017.  E’ una imperial stout dalla gradazione alcolica contenuta, per gli standard americani, e la sensazione palatale si adegua: ottima scorrevolezza, corpo medio e nessuna velleità edonistica, ovvero cremosità o morbidezza. La bevuta è molto ben bilanciata tra il dolce del caramello e l’amaro del caffè e delle tostature; c’è anche spazio per qualche nota di frutta sotto spirito e di cacao. L’alcool  si fa sentire con delicatezza solo nel finale, l’acidità donata da caffè e malti scuri è piuttosto contenuta e la chiusura è amara di torrefatto, terroso e caffè quanto basta per essere “smaltita” dal palato in pochi secondi. Pulita, precisa, semplice ma molto ben fatta: un po’ avara di emozioni, ma ci si può accontentare.
Formato 35.5 cl., alc. 8%, lotto 5472, prezzo indicativo 5.50-6.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 15 gennaio 2019

O/O 50/50: Enigma/Nelson Sauvin

Del birrificio svedese O/O Brewing vi avevo già parlato qualche tempo fa: eravamo alla metà del 2017 e Olle Andersson, titolare di quella che allora era solamente una beerfirm, era in procinto di dotarsi d’impianti propri. Andersson si è fatto conoscere per il suo ottimo lavoro come birraio presso il birrificio svedese Stigbergets, autore di alcune tra le migliori New England / Juicy IPA realizzate sul continente Europeo;  e, sugli impianti dello stesso birrificio, realizzava le proprie birre a marchio O/O al ritmo di circa 35.000 litri/anno (dati 2016 e 2017).  
Nella seconda parte del 2017 Andersson ha fatto da tutore ai due nuovi birrai di Stigbergets destinati alla sua successione e, a dicembre, O/O Brewing ha finalmente debuttato con le prime birre prodotte sul proprio nuovo impianto da 20 ettolitri. Ad aiutarlo nella sua nuova avventura è arrivato a Goteborg dalla vicina Copenhagen l’amico Olof Andersson: a lui il compito di seguire la parte amministrativa e commerciale dell’azienda. E il 2018 è andato ben oltre le più rosee aspettative: l’obiettivo era di produrre 120.000 litri ma l’annata si è chiusa a quota 250.000 e per il 2019 si potrebbe arrivare a  vicino ai 400.000. “Siamo piccoli e questo al momento è per noi un vantaggio. – racconta Olle  - Possiamo ancora scegliere a chi vendere la birra, vogliamo controllare la freschezza dei nostri prodotti e sapere dove viene distribuita. A breve inizieremo anche con gli invecchiamenti in botte e le birre acide. Non l’ho mai fatto sino ad oggi, sarà interessante.”

La birra.
Nel 2014 O/O aveva debuttato sul mercato con una Baltic Porter seguita dalla 50/50: Amarillo/Simcoe IPA. Era la prima di una serie di birre con protagonisti due soli luppoli, ciascuno di essi utilizzati in eguali quantità; in quell’anno sono state realizzate anche la Citra/Chinook e Centennial/Columbus IPA prima che la serie venisse temporaneamente sospesa. Nel 2017 è ripresa con l’arrivo delle 50/50 Citra/Columbus e Mosaic/Citra IPA e nel 2018 si è espansa a macchia d’olio grazie alle Amarillo/Citra, Azacca/Citra, Azacca/Mosaic, Citra/Ekuanot, Citra/Nelson Sauvin, Comet/Citra, Comet/Mosaic, Enigma/Vic Secret e Mosaic/Simcoe IPA. Nei giorni scorsi è infine arrivata la Citra/Simcoe IPA.  Noi facciamo invece un passo indietro alla fine di ottobre 2018 quando viene lanciata la Enigma/Nelson Sauvin IPA: il primo è un luppolo australiano commercializzato per la prima volta nel 2015 e discendente dello svizzero Tettnang, il secondo proviene dalla Nuova Zelanda e non credo abbia bisogno di presentazioni. 
Il suo colore segue il protocollo “hazy” del New England: arancio torbido, schiuma biancastra un po’ scomposta e discreta ritenzione. L’aroma vede in primo piano i caratteristici profumi di uva bianca del Nelson Sauvin (ma anche dell’Enigma, a quanto leggo) affiancati da cedro e pompelmo rosa, papaia, maracuja; ancora piuttosto fresco, potente. Il mouthfeel è gradevole e morbido senza quelli eccessi che spesso rallentano la scorrevolezza delle NEIPA. La bevuta mostra buona corrispondenza con l’aroma: c’è qualche traccia dolce di mango, qualche nota maltata di pane e biscotto ma la bevuta è sostanzialmente caratterizzata dall’asprezza di uva, papaia e maracuja. L’amaro è quasi assente, ma asprezza e attenuazione lasciano il palato molto pulito alla fine di ogni sorso; l’alcool  (6.5%) è molto ben nascosto e quella  di O/O è una IPA  intensa che si beve con grande facilità, anche se ci sono margini di miglioramento per quel che riguarda pulizia ed eleganza. A me  è piaciuta, ma la consiglierei soprattutto a chi come me ama il Nelson Sauvin, luppolo in questo caso molto caratterizzante. 
Formato 44 cl., alc. 6.5%,  lotto 24/10/2018, scad. 24/04/2019, prezzo indicativo 7.00-8.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 12 gennaio 2019

Voodoo Big Black Voodoo Daddy

Matt Allyn vanta oltre vent’anni d’esperienza nella produzione di birra ed ha avuto a che fare con quasi tutti i birrifici operanti nella zona del lago Erie, Pennsylvania. Arruolatosi nell’aviazione statunitense dopo il college, è stato “costretto” ad imparare a far la birra nel corso di un periodo passato in Islanda: lui ed i suoi compagni di stanza iniziarono a produrla in un seminterrato come alternativa più “leggera” alla vodka. Ritornato negli Stati Uniti, lascia l’esercito per dedicarsi a tempo pieno alla birra: dal 1993 ad oggi sono oltre una trentina i birrifici che hanno usufruito del suo operato, sia come birraio che come consulente esterno per la progettazione e la messa in funzione degli impianti. 
Allyn corona il sogno di avere un birrificio tutto suo nel settembre del 2007 quando a Meadville (Pennsylvania), in un piccolo spazio nel retro di un ex negozio di mobili, apre la Voodoo Brewing Company: impianto da 12 ettolitri e una produzione che alla fine del 2009 aveva raggiunto solamente i 500 ettolitri/anno grazie a sei birre fisse (IPA, Pilsner, Brown Ale e tre “belghe”) e alcune stagionali. La situazione finanziaria del piccolo birrificio di Allyn era tuttavia abbastanza precaria e, nell’autunno del 2010, la fine sembrava ormai certa; il suo aiuto birraio Justin Dudek se n’era andato e a sostituirlo arrivò il californiano Curt Rachocki che ricorda: “quando Matt mi assunse fu molto chiaro con me riguardo alla situazione finanziaria. Forse il mio lavoro sarebbe durato un mese o poco più; in quel primo mese rimasi sconvolto nel vedere come le cose andavano male. Ogni giorno ci sospendevano la fornitura di qualcosa..  acqua, gas, elettricità… mi furono persino consegnati dallo sceriffo dei documenti di pignoramento di alcune delle nostre attrezzature. Mi accorsi subito che avevamo bisogno di qualcuno abile dal punto di vista imprenditoriale e commerciale; conoscevo uno di cui mi fidavo, mio fratello Matteo”. 
Matteo Rachocki raggiunge Curt e riesce a chiamare a bordo alcuni investitori (tra i quali Jake Voelker che oggi occupa il ruolo di presidente) per ottenere i fondi necessari ad espandersi ed aumentare la produzione; nel 2011 viene inaugurato un pub a Meadville dove la gente può bere e mangiare: è la svolta e Voodoo inizia lentamente ad entrare nelle grazie dei beergeeks. Il merito è ancora una volta degli invecchiamenti in botte; le varianti della imperial stout Black Magic che venivano distribuite normalmente nei negozi ed in buone quantità (e quindi non generavano hype) a partire dal 2013 vengono vendute solamente presso il brewpub. Anche a Meadville i beergeeks iniziano a dormire in macchina per essere tra i primi della fina la mattina del giorno in cui iniziano le vendite. Sotto la guida dei fratelli Rachocki  nel 2014 la produzione di Voodoo aveva già raggiunto i 1200 ettolitri e nel 2015 toccata quota 3000;  in quell’anno viene aperto un secondo pub a Homestead (Pittsburgh), ma Voodoo ha già saturato la sua capacità. Il 2016 è un altro anno fondamentale nella storia del birrificio: a febbraio il fondatore Matt Allyn lascia l’azienda per tornare alla sua attività di consulente fondando l’Allyn Brewing Group e ai dipendenti viene offerta la possibilità di diventare azionisti. Investimenti per quasi un milione di dollari consentono di realizzare un secondo birrificio a Meadville (The Compound) che decuplica la capacità produttiva portandola a 35000 ettolitri/anno; in parallelo prosegue il piano di espansione dei pub in Pennsylvania con le aperture di Erie , Grove City  (2017) e Lancaster (2018).

La birra.
L’imperial stout Big Black Voodoo Daddy non ha il blasone delle sorelle barricate Black Magic e Grande Negro (peraltro impossibili da reperire alle nostre latitudini) ma è comunque una signora birra che vale la pena di provare. E’ una produzione stagionale invernale la cui ricetta include un ricco parterre di malti come 2-row, Chocolate, Roast, Black, Caramel Munich 120, Brown e Crystal 70-80; nessuna indicazione di lotto in etichetta ma la bottiglia in mio possesso dovrebbe risalire al 2017.  
Nel bicchiere è quasi nera, la schiuma è cremosa e compatta anche se non troppo generosa. Il naso è intenso e ricco, dolce di fruitcake, prugna, uvetta, datteri, melassa: in secondo piano qualche nota di tabacco e leggere tostature. Poche bollicine, morbidissima, quasi setosa: una carezza per il palato capace di scorrere con buona facilità, se si considera la gradazione alcolica (12%). Il gusto ribalta le gerarchie stabilite dall’aroma lasciando al dolce della melassa e della frutta sotto spirito solamente i primi metri di un percorso che vira subito nel territorio del torrefatto e del caffè, impreziosito da dettagli che suggeriscono il cacao amaro ed il tabacco. Anche l’alcool fa un bel crescendo sfociando in un finale caldo e potente di frutta sotto spirito che riscalda corpo e anima senza mai dare fastidio. Eccellente pulizia, grande equilibrio tra gli elementi, eleganza e precisione: un’imperial stout che tocca (le mie) corde giuste e che regala anche emozioni. Livello alto, se vi capita a tiro non fatevela sfuggire: qualche bottiglia è arrivata tempo fa anche alle nostre latitudini.
Formato 33 cl., alc. 12%, lotto e scadenza non riportati, prezzo indicativo 8.00 euro (beershop)

giovedì 10 gennaio 2019

DALLA CANTINA: Birrificio Pausa Cafè Tosta Cuvee Normanna

Torrefazione, birrificio e forno:  attraverso queste attività la cooperativa Pausa Café offre percorsi di reinserimento sociale e lavorativo ai detenuti degli istituiti di pena italiani. Il progetto caffè è partito nel 2004 e gli ottimi risultati ottenuti hanno fatto da apripista per il birrificio (12 ettolitri) inaugurato nel 2009 all’interno della Casa di Detenzione Rodolfo Morando di Saluzzo. Alla guida Andrea Bertola, birraio già tra i fondatori del birrificio Troll ed un passato da homebrewer “per colpa” dell’amicizia con Luca Giaccone ed Enrico Lovera, esperti degustatori. Bertola è oggi attivo anche con altri progetti esterni a Pausa Caffè:  c’è lui dietro la birreria Beertola di Cuneo (e la beerfrim Beerfulness a lei collegata) ed il birrificio Lord Chambray di Malta. 
Attualmente Pausa Caffè produce una decina di birre che utilizzano spesso ingredienti provenienti dalle comunità indigene del sud del mondo, America Latina in primis: Chicca (4.5% stout con caffè Huehuetenango), Taquamari (5.2% weizen con tapioca, quinoa, amaranto e riso basmati), Dui e Mes (2.5% saison/table beer con zafferano di Taliouine e pepe nero di Rimbàs), Tosta (12.5% barley wine con cacao del Costa Rica) e le più tradizionali P.I.L.S. (4.7%),  Triplete (9% tripel),  Ermes (4.7% blanche) e T.I.P.A  (6.7% English IPA).  Oltre a queste vi sono produzioni occasionali e stagionali come la Birra Navidad (8% strong ale con melograno, cedro candito, uva sultanina e una spezia del Ceylon).

La birra.
Tosta è un barley wine di scuola inglese prodotto con malti Maris Otter e Crystal, luppolo East Kent Golding e cacao Talamanca (0,01%  proveniente dal Costarica). Nel 2011 per la prima volta ne è stata realizzata anche una versione invecchiata sei mesi in botti che avevano in precedenza ospitato Calvados prodotto dalla distilleria francese Etienne Dupont; non so se da allora sia poi stata replicata. Purtroppo la bottiglia in mio possesso, acquistata nel 2014 ed evidentemente destinata al mercato statunitense (lo sticker sull’etichetta è in inglese), non presenta nessuna indicazione di lotto o scadenza; la sua età anagrafica è quindi di almeno quattro anni, ma potrebbero anche essere di più. La birra è stata imbottigliata “piatta” e da quanto ne so ne esiste anche una versione “sour”, almeno così mi fu detto da un rappresentante del birrificio al momento dell’acquisto. 
Il suo colore è un ambrato piuttosto torbido e poco luminoso; in superficie si formano alcune bolle grossolane che svaniscono piuttosto rapidamente. Il naso mostra buona intensità e complessità a compensazione di una finezza non esente da critiche: uvetta, prugna, datteri, caramello, frutti di bosco, sciroppo di ciliegia. Il passaggio in botte le dona interessanti sfumature legnose e ricordi di mela. Al palato non vi sono ovviamente bollicine e il gusto ripropone con minor intensità il carattere fruttato dell’aroma.  Note caramellate e biscottate si mescolano a quelle di frutta sotto spirito (prugna e uvetta) per un inizio dolce che viene poi sorprendentemente stemperato da una marcata acidità e da un’asprezza (frutti rossi) che non sconfina mai nell’acetico.  Il passaggio in botte si fa sentire soprattutto nel finale, con un bel tepore che richiama il Calvados: il finale è abbastanza attenuato e qualche nota legnosa anticipa una lunga scia dolce di frutta sotto spirito.  Qualche lieve traccia d’ossidazione inizia a far capolino ma non sembra disturbare la bevuta: quello che mi lascia un po’ perplesso è la marcata acidità che, in teoria, non avrebbe dovuto esser presente in questa bottiglia. Non ci sono grandi profondità al palato ma il risultato è tutto sommato ancora gradevole, con il beneficio del dubbio di una birra nella quale non tutto è andato come doveva andare.  
Formato 33 cl., alc. 12.5%, lotto e scadenza non riportati, pagata 4,00 euro (birrificio)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 8 gennaio 2019

Alefarm Solemn Cycle

Del birrificio Alefarm, uno degli astri nascenti della scena danese, vi avevo già parlato nel 2017: da allora sono già avvenuti grossi cambiamenti, a partire dall’addio del co-fondatore (e birraio) Andreas Skytt Larsen che qualche mese fa ha lasciato il comando all’amico e co-fondatore Kasper Tidemann, ora aiutato dalla moglie Britt van Slyck. E nel 2018 è avvenuto anche il trasferimento da  Køge a Greve, trenta chilometri a sud di Copenhagen, dove a maggio è entrato in funzione il nuovo impianto da 20 ettolitri che ha permesso di produrre circa 1400 ettolitri all’anno, buona parte dei quali destinati all’export. Un bel salto in avanti per un birrificio che aveva chiuso il 2017 a quota 120 distribuendo le proprie birre quasi solo in Danimarca. Il nuovo corso inaugurato da Tidemann ha dato priorità alle lattine e ha spostato momentaneamente il focus su IPA e DIPA, realizzate quasi ogni volta con un diverso mix di luppoli: in sei mesi sono già arrivate una cinquantina di diverse etichette (tutte ideate da Dan Johnstone, Brand Manager)  per soddisfare la voglia di novità di beergeeks ed appassionati.  Andreas Skytt Larsen aveva aperto Alefarm per produrre quasi esclusivamente piccoli lotti di saison/farmhouse ale con lieviti selvaggi e batteri: Tidemann promette che a breve il nuovo birrificio sarà operativo anche in questo ambito. A questo scopo è arrivato il birraio Joseph Freund che vanta esperienze presso Jolly Pumpkin e Monkish Brewing negli USA e  Beavertown in Inghilterra. Sempre da Beavertown è arrivato in agosto Mark Walewski: a lui il compito di sfornare continuamente variazioni sul tema APA, IPA, DIPA e dintorni, ovviamente torbide come vuole la moda. Nei progetti futuri di  Tidemann c’è l’apertura di una vera e propria taproom nel birrificio e il sogno di un Alefarm Bar in centro a Copenhagen.

La birra.
Alefarm non è molto prolifico per quel che riguarda le birre scure. In tre anni ne sono state prodotte solamente una manciata ma, assicura Tidemann, le cose stanno per cambiare; alla fine di ottobre 2018 è arrivata la prima stout dai nuovi impianti di Greve, chiamata Solemn Cycle (7.8%). La ricetta prevede aggiunta di lattosio, fiocchi d’avena e caffè brasiliano; nelle intenzioni questa sarà la prima di una serie di varianti con differenti ingredienti e futuri invecchiamenti in botte. 
Si presenta vestita di nero, la schiuma è cremosa e piuttosto persistente ma un po’ scomposta. Il caffè macinato, elegante e pulito, è indiscusso protagonista dell’aroma: in sottofondo c’è qualche nota di tabacco, orzo tostato, accenni di frutta sotto spirito.  Ottime promesse che non vengono tuttavia mantenute al palato, a partire da un mouthfeel un po’ insoddisfacente, addirittura sfuggente in alcuni passaggi nonostante l’utilizzo di avena e lattosio. Il gusto è meno pulito e preciso: il dolce di caramello e lattosio/cioccolatte preparano il terreno per l’arrivo delle tostature e del caffè, quest’ultimo meno evidente e definito rispetto all’aroma. I sapori sono un po’ slegati tra di loro e il finale, nel quale t’aspetteresti un bel carico di caffelatte, è addirittura calante. C’è anche spazio per qualche nota terrosa e di tabacco, mentre l’alcool è ben nascosto facilitando la velocità di bevuta: il risultato è godibile ma lascia parecchi rimpianti per quello che avrebbe potuto essere, partendo dall’aroma. La prima Milk Stout di Alefarm è discreta ma necessita di migliorare per quel che riguarda pulizia, rotondità e precisione.  
Formato 50 cl., alc. 7.8%, scad. 23/10/2019, prezzo indicativo 7.00-8.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 7 gennaio 2019

Toppling Goliath Pompeii IPA

Accendiamo i motori del decimo anno del blog  con il birrificio americano Toppling Goliath, già ospitato in più di un’occasione. Siamo a Decorah, cittadina dell’Iowa sperduta tra chilometri di colline coltivate a mais e soia nella quale vivono circa ottomila persone: la storia ve l’avevo già raccontata qui. Il 2018 è stato un anno molto importante per il birrificio fondato nel 2009 da Clark Lewey e guidato dall’abile birraio Mike Saboe: il 6 febbraio è stato infatti inaugurato il nuovo birrificio (1600 Prosperity Road) costato quasi 15 milioni di dollari: cinquemila metri quadrati di spazio nei quali oltre all’impianto (Steinecker della tedesca Krones) e al magazzino trova spazio un’ampia taproom su due livelli con ristorante capace di ospitare settecento persone. 
Nei piani di Lewey c’è una crescita lenta ma costante che dovrebbe arrivare, nei prossimi dieci anni, a raggiungere i 100.000 barili l’anno: il nuovo birrificio si trova a circa 8 chilometri dalla taproom originale di Decorah dove Toppling Goliath aveva iniziato con un impiantino da 50 litri, poi sostituito nel 2010 con uno da 11 ettolitri e nel 2014 con uno da 35 ettolitri posizionato a qualche chilometro di distanza, negli edifici di 1762 Old Stage Road che dovrebbero essere a breve dedicati alla produzione di birre acide.  Il brewpub originale di Toppling Goliath (310 College Drive) è stato venduto alla famiglia Dixon che a maggio 2018 ha inaugurato il TGII Craft Brews, un beer bar che nel nome voleva omaggiare i precedenti inquilini. La scelta ha però generato confusione e chi veniva da fuori città pensava di trovarsi in una seconda taproom: il locale (che offre comunque regolarmente le birre di Toppling) è stato da poco rinominato Dixie’s Biergarten. 
I nuovi impianti consentono di riportare Decorah la produzione di tutte le birre: fino ad oggi le lattine erano state realizzata appoggiandosi a birrifici terzi in Wisconsin ed in Florida. Il luogo di produzione non era mai specificato sul contenitore e la poca trasparenza aveva creato un po’ di malumori tra i beergeeks americani. E Clarke Lewey non intende fermarsi qui: oltre alla produzione di birre acide pare che stia pensando di aprire una taproom sulla West Coast. Nel frattempo tutta la cittadina di Decorah si gode il successo: nei weekend in cui il birrificio mette in vendita le sue birre più ricercate (ad esempio Kentucky Brunch  e Morning Delight) si stima un giro d’affari che sfiora il milione di dollari. Oltre duemila le persone che affollano ristoranti, bar, negozi  e hotel.

La birra.
Duecentocinquanta al minuto; eco il potenziale della nuova linea di produzione lattine inaugurata nei primi mesi del 2018. Questo il formato scelto soprattutto per le birre che vengono prodotte tutto l’anno, attualmente cinque: la Dorothy New World Lager, la Pseudo Sue Pale Ale, le IPA Golden Nugget e Pompeii, affiancate da un numero sempre più crescente di IPA e Double IPA stagionali e occasionali. Se si tralasciano le ricercatissime (impossibili da reperire alle nostre latitudini) imperial stout, la produzione di Toppling Goliath è alquanto “luppolocentrica”. 
Nasce nel 2013 nell’ambito della serie Hop Patrol, ovvero IPA “single hop” prodotte occasionalmente. Pompeii s’ispira alla Casa del Fauno, una delle domus più vaste del sito archeologico di Pompei: “alcuni dei mosaici più famosi del mondo sono stati preservati dalle ceneri del Vesuvio e, allo stesso modo, questa IPA vuole preservare il lussuoso sapore del luppolo Mosaic”.  Il suo colore è tra il dorato e l’arancio pallido, piuttosto velato, la schiuma biancastra abbastanza cremosa e compatta, con buona ritenzione. L’aroma è ancora piuttosto intenso e fresco: ananas, pompelmo, arancia zuccherata, fiori, qualche leggero ricordo dank in sottofondo. Al palato è morbida e molto scorrevole, perfettamente rispettosa della scuola del Midwest statunitense, mentre la bevuta ripropone in pieno l’aroma con la tipica eleganza e precisione che caratterizza il birrificio di Decorah:  nessun estremismo, grande pulizia ed equilibrio. Qualche nota di miele e biscotto anticipano un fruttato delicatamente tropicale che si mantiene a debita distanza dal succo di frutta: ananas, pompelmo e arancia vengono affiancati da qualche ricordo di mango, la chiusura è molto secca e caratterizzata da un amaro resinoso di discreta intensità e breve durata. L’alcool (6.2%) è praticamente inesistente e la Pompeii di Toppling Goliath è capace di scorrere ad altissima velocità. E’ tuttavia preferibile gustarsela con calma, visto che reperibilità e prezzo (via aerea) sono un problema nel nostro continente: ad essere pignoli qualche leggero cedimento di freschezza inizia già ad intravedersi ma su questa IPA si viaggia ancora in prima classe. Un solo luppolo (sarà poi vero?) ma risultati sempre impressionanti: vedasi il Citra nella Pseudo Sue, il Mosaic nella Sosus, il Nelson Sauvin nella ZeeLander ed il Nugget nella Golden Nugget IPA.
Formato 47,3 cl., IBU 50, lotto 30/10/2018, scad. 27/02/2019, prezzo indicativo 10.00 Euro (beershop).

sabato 29 dicembre 2018

To Øl Jule Mælk

Per la seconda e ultima birra del Natale 2018 andiamo in Danimarca da To Øl, beerfirm e ora parzialmente birrificio (grazie al brewpub Brus di Copenhagen) fondata dai due allievi di Mikkeller,  Tobias Emil Jensen e Tore Gynther; al timone è rimasto oggi solamente quest'ultimo, aiutato dagli investimenti portati da altri soci che nel 2017 hanno rilevato la quota di Jensen.  
To Øl, come molti altri birrifici danesi, mantiene viva la tradizione delle birre natalizie con un'offerta piuttosto ampia. Per il 2018 sono state realizzate 1 Ton of Christmas (8,1% Berliner Weisse con ciliegie, prugne e ribes rosse),  3Xmas (4,7% Triple Dry Hopped IPA), Blizzard (In A Beer Mug - 6,0% Winter Wheat IPA),  Frost Bite (6,0% Pale Ale
con scorza d'arancia e aghi di pino)  Fuck Art – Winter Is Coming (8,0% Tripel con cardamomo, coriandolo e scorza d'arancia), My Honningkage Is Bigger Than Yours (12,3% Barley Wine speziato con zenzero, cannella, cardamomo e noce moscata),  Santa Gose F&#%! It All (4,0% Gose con frutto della passione, guaiava e mango), Santa’s Secret: Mochaccino Messiah Double Shot (8,0% Brown Ale con  caffè, cannella e cardamomo), Santastique 2018 (4,7% Belgian Wit Ale con brettanomiceti), Shameless Santa 2018 (10,5% Belgian Ale con cannella, anice stellato, cardamomo e liquirizia),  Snowball (8,0 % Saison).
E se tutto questo non vi basta potete sempre riscaldare le fredde serata di dicembre con l'ammiraglia della casa, la potente (15%) imperial stout chiamata Jule Mælk, "il latte di Natale". Oltre alla versione "standard"  ne esistono ovviamente diverse varianti barricate: Cognac, Islay Whisky, Rum e Tequila quelle commercializzate sino ad ora, ma ne avrò sicuramente dimenticata qualcuna.

La birra.
Niente spezie (fortunatamente, aggiungo io) nella ricetta di questa massiccia Imperial Stout che oltre al lattosio vede un ricco parterre di malti (Chocolate, Dark Crystal, Melanoidin, Pale, Roasted Barley, Smoked e Special B), zucchero Cassonade, luppoli Sorachi Ace, Tettnanger e Tomohawk. "In Danimarca amiamo le birre di Natale e passiamo la maggior parte del mese di dicembre a bere birre di Natale in accompagnamento all'anatra grassa, all'arrosto di maiale, al cavolo rosso e all'aringa marinata in aceto".
Nel bicchiere è minacciosamente nera con un'imponente testa di schiuma cremosa, compatta e dall'ottima persistenza: viene quasi voglia di mangiarla con un cucchiaino. Purtroppo l'aroma, poco intenso e confuso, è inversamente proporzionale alla bellezza estetica: emerge il dolce della melassa e dello zucchero caramellato, in sottofondo una curiosa nota aspra richiama la marasca. Le montagne russe ci riportano in alto quando la birra tocca il palato: corpo pieno, poche bollicine, mouthfeel oleoso, viscoso ma incredibilmente morbido, come una carezza che non ti aspetteresti da una birra da 15 gradi. Il gusto non è un inno alla pulizia ed alla precisione ma è un piccolo passo in avanti rispetto alla pochezza aromatica. Caramello, melassa, liquirizia dolce, prugna e uvetta sotto spirito e di nuovo un ricordo aspro di marasca; in secondo piano spunta il dolce del lattosio e del cioccolato. Non c'è nessun accenno di tostato e di torrefatto, la bevuta è dolce ma non stucchevole grazie all'intervento dell'alcool che riesce quasi ad asciugare il palato dai residui zuccherini. La componente etilica è evidente in ogni istante della bevuta, ma non è questo il problema principale del "latte di Natale" di To Øl: quello che colpisce maggiormente è la sua scarsa definizione e la mancanza di profondità. Un agglomerato dolce, confuso e difficile da decifrare, che non fa venire molta voglia di festeggiare: gradevole in piccolissime dosi e per pochissimi minuti.
Formato 37.5 cl., alc. 15%, scad. 30/08/2027, prezzo indicativo 10,00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 26 dicembre 2018

DALLA CANTINA: Dupont Avec les Bons Voeux 2012

Poche birre di Natale, quest'anno: ho deciso di stapparne (e parlarne) giusto un paio. La prima di queste due è un classico nonché un graditissimo ritorno: della Avec les Bons Voeux della Brasserie Dupont ve ne avevo già parlato nel 2013.  Non è notoriamente una birra da invecchiamento ma ho provato a sfidare la sorte dimenticando qualche bottiglia in cantina affidandola al tempo.
Questa Belgian Strong Ale nacque nel 1970 quando Marc Rosier, figlio del fondatore Louis Dupont, decise di produrre una birra speciale da regalare ai migliori clienti in occasione delle festività natalizie; un semplice augurio che è poi diventato il nome: "con gli auguri della Brasserie Dupont". Per soddisfare la domanda dei clienti stessi, desiderosi di berla ben più di una volta l'anno, nel 1996 la Dupont decise di iniziare a commercializzarla con regolarità. 
Dal 2002 alla guida del birrificio c'è Olivier Dedeycker, nipote di quella Sylvia Rosier che nel 1945 ricevette dallo zio Louis Dupont il timone della Brasserie. Anche la Bons Voeux dopo essere stata imbottigliata viene messa a maturare per sei-otto settimane coricata di lato. Un dettaglio che alla Dupont hanno studiato a lungo: "sembra una piccolezza - dice Dedecker - ma se non lo facciamo otteniamo una birra completamente diversa. L'impatto sul gusto è davvero notevole".

La birra.
I sei anni passati in cantina hanno visto evaporare una piccolissima parte dei 75 centilitri dal tappo di sughero. Poco male, perché il suo aspetto è ancora quello di una giovincella. 
Schiuma generosa, cremosa e compatta, ottima persistenza, livrea che luminosamente oscilla tra il dorato e l'arancio. Al naso spiccano la frutta candita e la marmellata d'arancia, non ci sono spezie ma c'è un'inattesa freschezza floreale. Emergono piacevoli accenni di pasticceria, una leggera ossidazione le ha donato raffinati ricordi di vino moscato: l'immagine di un panettone al moscato si compone quasi per magia. Le bollicine sono meno esuberanti che un tempo e la Bons Voeux è vivacemente morbida, se mi passate il controsenso: scende con la classica pericolosità (9.5% l'alcool) della scuola belga. Biscotto e miele, canditi e pasticceria formano un gusto dolce e intenso, meno vinoso dell'aroma ma ugualmente soddisfacente. Una perfetta attenuazione e una leggera acidità bilanciano il dolce, il percorso si chiude con un amaro leggermente terroso, un delicato tepore etilico ed un ritorno, festoso più che mai, di frutta candita. E' davvero troppo facile perdersi in questo bicchiere di Dupont e trovarsi al tappeto: semplicità, pulizia e precisione nell'esecuzione si portano dietro anche qualche emozione. Bottiglia che dà l'impressione di poter restare ancora qualche anno in cantina, rapporto qualità prezzo quasi senza eguali. Con gli auguri della Brasserie Dupont, ovviamente. 
Formato 75 cl., alc. 9.5%, lotto 12105C, scad. 05/2017, prezzo indicativo 6.50-10.00 euro (beershop).

sabato 22 dicembre 2018

Alchemist Focal Banger

Terzo incontro con il birrificio del Vermont The Alchemist, dopo la famosa Heady Topper e la sorella The Crusher è il momento di stappare una lattina di Focal Banger, birra prodotta per la prima volta nel 2007 e disponibile solamente alla spina fino a gennaio 2013 quando fu la seconda lattina commercializzata da The Alchemist.   “Era il seguito ideale della Heady Topperdice  John Kimmiche fu una cosa strana perché la maggior parte della gente ci conosceva solo per quella e non sapeva che al brewpub facevamo tantissime altre birre da anni”. 
Visto che la storia di The Alchemist ve l’ho già raccontata, ne approfitto qualche riflessione sul ruolo che il birrificio di Kimmich ha avuto all’interno della craft beer americana (oltre ad inserire il Vermont sulle mappe dei beer geeks). Lo spunto è preso da una conversazione tra Zach Mack (Certified Cicerone e proprietario di Alphabet City Beer Co., popolare bar e beershop nell’East Village a New York) e Justin Kennedy, autore del libro “The Scratch & Sniff Guide to Beer”  nonché di numerosi podcast su Beer Sessions e Steal this Beer
Justin:  “The Alchemist e Heady Topper hano rivoluzionato il modo in cui parliamo, acquistiamo e beviamo la birra negli Stati Uniti. Pensate a due dozzine di appassionati che passano il sabato pomeriggio ad aspettare di spendere 100 dollari per un cartone di birra, la metà del quale verrà scambiata o rivenduta. Agli inizi era una birra distribuita solo localmente ed era impossibile acquistarne in grandi quantità: c’erano addirittura degli addii al celibato che si svolgevano seguendo il furgone delle consegne di The Alchemist .  E non erano tutti beergeeks. I giorni locali scrivevano che “la miglior birra al mondo era in Vermont”, il mio commercialista un giorno disse “hai mai provato la Heady Topper?”. Non era un appassionato di birra ma la notizia gli era arrivata lo stesso.  Quando poi sul New York Times appare un articolo sulla gente in fila per 10 ore per acquistare le lattine di Other Half, vuol dire che siamo arrivati ad un nuovo livello di fanatismo. Il caso The Alchmist è singolare perché sebbene producano molte altre birre, la Heady Topper continua ad essere quella più richiesta. La maggior parte degli altri birrifici che avevano una “flaship” beer in lattina hanno invece dovuto cambiare strategia. Ad esempio non credo che Other Half produca nemmeno più quella che agli inizi era la loro IPA più richiesta. La maggior parte dell’hype oggi riguarda edizioni rare, one-shot, collaborazioni. 
Zach: “Io direi che con la Heady Topper è iniziato un modello di business, non uno stile di birra. Fu subito chiaro: vendere IPA appena messe in lattina direttamente ai clienti, senza distributori o rivenditori, voleva dire un enorme margine di guadagno in più per i birrifici”.

La birra.
“La Focal Banger è molto più focalizzata sul luppolo della Heady Topper  - dice Jen Kimmichche invece ha un profilo luppolato più complesso ma anche una base maltata più importante. La Focal Banger si basa su luppoli Citra, Mosaic e solamente malti chiari”. 
Il suo colore è opalescente ma luminoso ed oscilla tra il dorato e l’arancio; la schiuma è cremosa e abbastanza compatta, la ritenzione è ottima. Questa lattina ha circa un mese e mezzo di vita e l’aroma è ancora fresco e pungente: fiori bianchi, mango e arancia dominano un palcoscenico sul quale s’affacciano anche mandarino e pompelmo, ananas e papaia.  Pulito, elegante, molto ben equilibrato tra le varie componenti.  La sensazione palatale è ottima, corpo medio ma grande morbidezza che avvolge completamente il palato delicatamente. La bevuta si apre con un intenso carattere tropicale, anche se siamo sempre molto lontani dai succhi di frutta del New England.  Al mango e all’ananas s’aggiungono papaia e un po’ d’arancia zuccherata, ma a metà del percorso entra prepotentemente in scena l’amaro, resinoso e delicatamente zesty.  L’alcool (7%) non pervenuto e il finale secco rendono la Focal Banger molto facile da bere: molto pulita e precisa, ordinata. Una sorta di West Coast IPA con un buono spunto tropicale prima di una lunga ed intensa scia amara dalla lunga persistenza. Profumata e intensa, facile da bere, molto godibile: livello molto, molto alto.  E per il mio gusto personale la preferisco alla più celebrata Heady.
Formato 47,3 cl., alc. 7%, IBU 70, lotto 11/2018, prezzo indicativo 10,00 euro (beershop).