martedì 15 dicembre 2020

Tripel de Garre

Birra, cioccolato e merletti sono le cose che non potrete evitare di acquistare nel corso di una visita a Brugge. A noi interessa ovviamente la prima: il libro “Around Bruges in 80 Beers” (l’ultima edizione è  del 2013, purtroppo) vi dà solo una vaga idea dell’offerta che la splendida e affollata città delle fiandre offre.  Anche Brugge non sfugge al cliché delle “trappole per turisti della birra”: chi cerca semplicemente una birra d’abbazia o una bella triplo malto non avrà problemi a soddisfare la propria voglia con spine e bottiglie di marchi industriali o di beerfirm. Il Beer Wall  sarà una delizia per i vostri occhi e i piccoli negozietti del centro storico saranno un pericolo per il vostro portafoglio. Uno dei vantaggi di recarsi in Belgio è di poter acquistare bottiglie a prezzi irrisori, se paragonati a quelli italiani: bene, non fate allora acquisti a Brugge e dirigetevi in qualche Drankenwinkel nei dintorni. Ma Brugge può stupire anche gli appassionati di birra meno ingenui: è sorprendente scoprire come in un normale negozietto di generi alimentari potete comprare una bottiglia di quella rara Westvleteren che i (furbi) monaci vendono esclusivamente al proprio monastero previa prenotazione.
Come ogni meta turistica anche Brugge ha i suoi tesori nascosti e in questo caso l’aggettivo nascosto è più che mai appropriato. Non capiterete mai davanti alla Staminee De Garre per caso, nonostante si trovi in linea d’aria a poche decine di metri dal Grote Mark, la piazza principale. Per raggiungere questo piccolo bar/birreria dovete infatti imboccare un minuscolo vicolo, una specie di passaggio segreto che parte da un piccolo arco di Breidelstraat. La mappe di Google non vi aiuteranno ma le difficoltà nel riuscire a raggiungerlo sono parte integrante della gratificante esperienza De Garre: una volta messi i piedi sul lastricato di ciottoli, spesso umidi, come per magia non avvertirete più il brulichio delle vie più trafficante che avete appena abbandonato. Un ultimo dubbio vi assalirà anche dopo aver imboccato il vicolo: dove si trova il locale? La risposta che state cercando è davanti a voi, quell’anonima porta in cima a quei pochi scalini che sembrerebbero essere solo l’ingresso di un palazzo costruito nel 1700. 
Il locale è piccolo, con pochi tavolini e posti a sedere: oltre dai locali è frequentato da un numero sempre crescente di appassionati provenienti da ogni parte del mondo. Andateci presto se volete essere sicuri di trovare posto e godere delle calde pareti in mattoni a vista, dei lampadari in ferro battuto e del legno che adorna  balaustra e pavimenti delle piccole sale ai piani superiori. E’ un salto indietro nel tempo.  Ad attirarvi qui non è certo l’offerta delle quattro spine (monopolio del birrificio Van Steenberge: Tripel van de Garre, Baptist Witbier, Gulden Draak e Gulden Draak Quadrupel ) o del menù che include circa 150 bottiglie ma nessuna rarità particolare. E neppure il benvenuto che lo staff vi riserverà, tipicamente belga: occasionalmente amichevole, più probabilmente un po’ seccato dalla vostra presenza, soprattutto quando il locale è pieno: evitate di fare troppe domande e siate autosufficienti nella scelta.  La “cucina”  offre solamente qualche snack freddo e informale, il bar serve superalcolici, vino ma anche caffè, tè e cioccolata calda. 
A farvi cercare il vicoletto De Garre è la birra della casa, la Tripel van de Garre: è una delle tante birre che il birrificio Van Steenberge, moderno e completamente automatizzato, produce per conto terzi: locali, distributori, importatori, beer firm. Ricetta originale? Rietichettatura di qualche altra Tripel? Non lo sapremo mai, ma non è questo che conta. E’ importante il modo in cui ve la spillano e ve la portano, in quel bicchiere dalla base tozza che pare più adatto ad un distillato. Lei arriva con un schiuma cremosissima e indissolubile, che vi accompagnerà senza battere ciglio sino al termine della bevuta. Ad affiancarla una piccola ciotola di vetro con alcuni pezzi di formaggio, infilzati da un paio di stecchini di legno. Il tutto vi sarà servito su di un vassoio tondo adornato da un’imitazione in plastica di un merletto. Pensate al paradosso: arrivate in Belgio, patria di tanti piccoli produttori di birra, del lambic, delle Flanders Red e vi ritrovate a bere quella che è sostanzialmente una beerfirm, una birra nata a tavolino. Eppure funziona. L’atmosfera è unica, il servizio rigoroso ma impeccabile, la magia prende forma e voi di dimenticate di tutto il resto. 
Si dice che alla Staminee vi sia concesso di  berne al massimo tre a testa, per poi lasciare il posto ad altri: considerata la gradazione alcolica delle etichette normalmente presenti alle spine, potete comunque prendervela molto comoda. 

La birra.

La Tripel de Garre è (era) disponibile solo alla Staminee, con l’eccezione di un numero limitato di bottiglie magnum (1,5 litri) per l’asporto.  Negli ultimi anni sono stati però avvistati fusti anche in alcuni locali all’estero, inclusa Italia, nell'improbabile tentativo di replicare la magia. Non ci vedo nulla di strano e non è mia intenzione fare il moralizzatore indignandomi che questa birra sia fruibile anche lontano dalla sua casa; qualsiasi appassionato sa quanto la birra sia più buona quando non viaggia e viene bevuta nel luogo in cui viene fatta. A voi scegliere se ordinarla o no. A far “indignare” ulteriormente i puristi qualche tempo fa sono poi apparse in molti paesi europei anche delle più pratiche bottiglie da 33 centilitri. 
Il suo colore è un limpido oro antico, con qualche riflessi ramato: la schiuma biancastra è generosa e abbastanza compatta, ma non sono riuscito a replicare la scultura plasmata dalla spina della Staminee. Al naso emergono profumi di coriandolo, mela e scorza d’arancia, accenni di banana, miele e pasticceria, un pizzico di pepe bianco e qualche ricordo floreale. Al palato scorre piuttosto bene ed è sospinta da una buona carbonazione; la sua gradazione alcolica  (11%) è se non ricordo male leggermente inferiore rispetto a quella in fusto (11.5%). Biscotto, miele, un po’ di canditi ma non troppi, una  delicata speziatura e richiami alla pasticceria guidano una bevuta dove l’alcool parte in sordina (assecondando la “diabolica” tradizione delle letali Strong Ales belghe) per poi alzare progressivamente la testa. La classica domanda da fare agli amici che portate per la prima volta da De Garre è: ”indovina quanti gradi fa questa birra?” .  La risposta di solito oscilla intorno al numero 7: nel caso di questa bottiglia io mi spingerei sicuramente sino al numero 9, ma non ci si può certo lamentare della sua bevibilità. Il suo percorso termina con una punta amaricante di curaçao, lievemente terrosa: cerca di chiudere secca ma  le manca un po' d'acidità e c’è una patina zuccherina che rimane un po’ troppo appiccicata al palato. 
Tecnicamente è una Tripel ben fatta, una delle tante che Van Steenberge sa fare: ma a dispetto della sua gradazione alcolica non riesce a scaldare il cuore.  In sottofondo immagino quel Bolero di Ravel che spesso suona da De Garre quando arriva l’orario di chiusura; in questo caso però la danza della giovane gitana sul tavolo non riesce a sedurre chi è seduto ai tavoli della taverna in Andalusia. 
Formato 33 cl., alc. 11%, lotto 29IT, scad. 29/09/2023, prezzo indicativo 5 Euro (beershop) 

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

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