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giovedì 26 marzo 2020

Tempest Red Eye Bourbon Barrel


Sta facendo proprio un bel percorso di crescita il birrificio scozzese Tempest, fondato nel 2010 dallo scozzese Gavin Meiklejohn e dalla moglie neozelandese Annika a Kelso, Scozia, a poche miglia dal confine sud-orientale con l’Inghilterra. I due si erano conosciuti alla fine degli anni ’90 in Canada dove Gavin stava lavorando come cuoco;  fu l'incontro con la craft beer revolution statunitense a spingerlo verso l’homebrewing nel periodo in cui si trovava in Nuova Zelanda assieme alla futura moglie per continuare il suo percorso di chef. A Sidney frequentò un corso professionale per la produzione della birra e, rientrata in Scozia, la coppia ha aperto il gastropub The Cobbles a Kelso: nei momenti di pausa dalla cucina, Gavin continuava con l’homebrewing sotto la  spinta dalle richieste sempre più pressanti dei clienti che desideravano bere una birra fatta sul posto.   
Nell’aprile 2010, nei locali un tempo occupati da un caseificio, nacque Tempest Brewing Company: si  parte  con un impianto da 800 litri in parte costruito recuperando attrezzature usate dall’industria casearia che viene poi sostituito due volte per aumentare la produzione. Quello attuale (30 hl) si trova nella nuova sede al Tweedbank Industrial Estate di Galashiels, ad una ventina di chilometri da Kelso, inaugurata nel 2015. Partito timidamente con una piccola gamma di stili classici, Tempest ha pian piano allargato i suoi orizzonti dimostrando di voler stare al passo coi tempi: nel 2018 sono arrivate le prime lattine, prima nel classico formato in inglese da 44 centilitri e, a partire allo scorso gennaio, in quello da 33 che è stato anche accompagnato da un restyling grafico delle etichette. 
Per qualche strano motivo ho bevuto sino ad ora molte poche birre “quotidiane” di Tempest privilegiando invece quelle dal contenuto alcolico piuttosto robusto: mi prometto di esplorare al più presto il lato più’ easy del birrificio scozzese ma anche la birra di oggi picchia forte. E’ arrivata lo scorso novembre 2019 e si chiama  Red Eye Flight Bourbon Barrel: è la versione potenziata della Red Eye Flight, robusta porter al caffè (7.4%) della quale vi avevo parlato in questa occasione. Non so se quest’ultima sia ancora prodotta, il sito del birrificio attualmente non la elenca tra le birre disponibili.

La birra.
Il termine "red eye flight" viene usato in inglese per indicare quei voli aerei che partono la sera tardi, verso mezzanotte, ed arrivano a destino all’alba con una durata di solito inferiore alle sei ore, quelle che consentirebbero un normale periodo di sonno/riposo;  gli “occhi rossi” sono appunto quelli dei passeggeri stanchi e assonnati.  La Red Eye Flight Mocha Porter veniva prodotta con caffè brasiliano e polvere di cacao, mentre per la sua versione Barrel Aged (nove mesi in botti ex-bourbon) è stata utilizzata una varietà proveniente dall’isola di Sumatra (Indonesia). La ricetta si completa con malti Golden Promise, Chocolate, Monaco e Crystal, avena e frumento, luppolo Columbus, lievito California Ale: i chicchi di caffè e le fave di cacao sono state infuse all’interno delle botti e ulteriore caffè è stato aggiunto prima della messa in fusto/bottiglia.  
Non è forse completamente nera ma ci manca davvero poco: la schiuma è cremosa, fine, compatta ed ha buona persistenza. L’aroma è intenso, pulito e molto espressivo: il caffè è protagonista ma lascia che sul palcoscenico appaiano anche profumi terrosi e di tabacco, cioccolato fondente, fondi di caffè, legno e cenere, bourbon, qualche accenno di vaniglia. Difficile chiedere di più. Si potrebbe invece alzare l'asticella del mouthfeel: okay, è una imperial porter e chi crede fermamente nella differenza tra porter e stout sa di aspettarsi un po’ più di leggerezza. In effetti non ci sono particolari densità o viscosità, la birra è gradevole ma qualche carezza in più l’avrebbe resa ancor più memorabile. Il livello di questa Red Eye Bourbon Barrel è comunque elevatissimo molto elevato: senz’altro tra le migliori imperial porter/stout al caffè barricate europee che mi sia capitato d’assaggiare. La bevuta è ricca di caramello, frutta sotto spirito e bourbon, componenti molto ben amalgamate con le loro controparti amare di caffè, tostature e cioccolato fondente. L’alcool (12%) è dosato come meglio non si potrebbe: è una birra che scalda senza far male e che si sorseggia con enorme piacere. Chiude con delicate suggestioni di vaniglia e una lunghissima scia di caffè corretto al bourbon. Una sorta di KBS scozzese (non a caso usano la stessa varietà di  caffè), ma ancor più elegante e sincera: birra riuscitissima, comprare subito. 
Formato 33 cl., alc. 12%, lotto 11/2019, scad. 12/2024, prezzo indicativo 7,00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 29 ottobre 2019

Tempest In The Dark We Die

Il destino è stato crudele ma forse non casuale: le Black IPA erano nate come un divertissement, a partire da quell’ossimoro (Black-Pale) contenuto nel loro stesso nome, e in quanto nonsense hanno avuto vita relativamente breve.  La loro popolarità negli Stati Uniti, mercato che le ha inventate, è durata un lustro (2009-2014) obbligando in quegli anni praticamente ogni birrificio ad averne una nel proprio portfolio: oggi nessuno o quasi le vuole più. Potremmo considerare il 29 gennaio 2015 la data della morte delle Black IPA: quel giorno il birrificio americano Stone Brewing annunciò che a causa della scarse vendite la propria Sublimely Self Righteous Ale, Black IPA molto ben riuscita che per anni aveva dominato le classifiche del beer-rating, sarebbe andata in pensione. In teoria non sarebbe una grande perdita: dopo tutto per definizione le Black IPA dovevano essere in tutto e per tutto delle IPA, eccetto che per il colore e quindi inutili. Ma spesso i birrifici non riuscivano a realizzare completamente quella illusione ottica ed il risultato erano delle IPA ibride e piacevolmente complesse che presentavano accenni di caffè, torrefatto, cioccolato.  Beergeeks ed appassionati amavano discuterne davanti al bicchiere: era davvero una Black IPA? O una porter molto luppolata? Una Cascadian Dark Ale? 
Il birrificio scozzese Tempest, che abbiamo già incontrato in numerose occasioni, è attivo dal 2010 ed ha prodotto la sua prima Black IPA, In The Dark We Live, nel 2013: in Europa siamo sempre un po’ indietro rispetto agli USA e la richiesta per le Black IPA è andata scemando con qualche anno di ritardo. Alla Tempest non si sono però persi d’animo ed hanno cercato di rivitalizzare uno stile ormai decaduto: nel 2017 è infatti arrivata In The Dark We Live Fruit Edition, con aggiunta di ribes nero, more e lamponi neri e, da buoni testardi (scozzesi), nel maggio del 2019 hanno replicato.

La birra.
In The Dark We Live è/era una Black IPA già di suo piuttosto robusta (7.2%). Per la sorella maggiore In The Dark We Die in Scozia hanno alzato ulteriormente l’asticella portando l’ABV in doppia cifra (10%). La ricetta è stata solo leggermente modificata nei malti (Pale, Munich, Carafa, Caramalt) ed è stato effettuato un Double Dry Hopping stranamente non sbandierato in etichetta; i luppoli sono gli stessi della sorella minore, ovvero Mosaic, Columbus e Simcoe.  
Non è completamente nera ma poco ci manca; la schiuma è cremosa e compatta ed ha ottima ritenzione. L’aroma, pulito, ancora intenso e pungente, è resinoso e terroso, balsamico: a portare un po’ di luce nel buio ci sono accenni di frutti di bosco e di marmellata d’agrumi. Il mouthfeel è il vero punta di forza di questa potente Imperial Black IPA: molto morbido, quasi vellutato, un’inaspettata carezza che cerca d’ammansire una birra dura che picchia subito forte con il suo amaro resinoso e terroso. Caramello e frutti di bosco sono le deboli ma imprescindibili fondamenta che sorreggono una poderosa impalcatura amara dalla quale, nel finale, spunta anche qualche accenno di caffè e di cioccolato. L’alcool parte quasi in sordina per poi rivelare tutto il suo contenuto a fine corsa riscaldando il palato e potenziando le pungenti note pepate dei luppoli. 
In un periodo in cui spopolano le birre dolci (New England IPA, Pastry Stout) è un piacere tornare indietro nel tempo a quando i birrifici si sfidavano a colpi di IBU: non raggiunge vette elevate ma questa  In The Dark We Die di Tempest è una roccia la cui scalata regala grandi soddisfazioni. Pulita, precisa, potente: una birra per uomini duri, si diceva un tempo. La Old School non va più di moda ma è ancora capace di stupire: un po’ come quando tirate fuori dal ripostiglio uno dei giocattoli della vostra infanzia.
Formato 33 cl., alc. 10%, IBU 65, lotto 728, scad. 05/2020, prezzo indicativo 5.50-6.00 (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 5 aprile 2019

Tempest All The Leaves Are Brown Bourbon Barrel

La Imperial Brown Ale con aggiunta di sciroppo d’acero All The Leaves Are Brown prodotta dal birrificio scozzese Tempest è stata forse la più bella sorpresa del 2018: ve ne avevo parlato qui. A settembre 2017 Tempest venne invitato a partecipare al Borefts Beer Festival organizzato in Olanda dal birrificio De Molen; ai partecipanti è solitamente richiesto di produrre almeno una birra a tema con il festival, che in quell’anno riguardava il Flower Power: “vogliamo più pace, amore e felicità nel mondo, e anche noi con la craft beer possiamo collaborare. Ai birrai lasciamo ampio spazio interpretativo: usate ingredienti (fiori?) che facciano sentire alla gente più amore, pace e felicità. I luppoli possono essere utilizzati ma non contano”.  Per l’occasione Tempest realizzò  una Imperial Brown Ale (10.5%) con sciroppo d’acero e, dopo il festival, qualche fusto della All The Leaves Are Brown apparve alla Oktoberfest che alla fine di ogni settembre il birrificio Tempest organizza presso la propria sede.  I mille partecipanti votarono proprio quella imperial brown ale come la migliore tra le birre presenti all’evento e la settimana successiva la birra fu anche imbottigliata e finalmente distribuita in tutta Europa.

La birra.
La Barrel-Aged All The Leaves Are Brown presenta qualche piccola variazione rispetto alla versione base: i malti sono gli stessi (Golden Promise, Brown e Chocolate) mentre i luppoli “nobili” sono sostituiti da varietà americane. Il contenuto alcolico in percentuale sale da 10.5 a 11.2; la birra è stata invecchiata per sei mesi in cask che avevano in precedenza ospitato bourbon Heaven Hill ed è stata poi rifermentata con aggiunta di sciroppo d’acero (Grado A). 
Nel bicchiere si presenta di color ebano con una schiuma abbastanza compatta e discreta persistenza. Al naso sciroppo d’acero, biscotto e caramello, un filo di fumo, note di bourbon e legno, vaniglia, prugna e datteri disidratati. Intenso, caldo e avvolgente. Le “coccole” continuano al palato: è una birra morbida, poco carbonata e dal corpo medio-pieno che in alcuni passaggi risulta quasi vellutata. Il gusto ricalca perfettamente l’aroma, con la stessa intensità e pulizia: la bevuta è dolce (e non potrebbe essere altrimenti) ma risulta alla fine più bilanciata rispetto alla versione base. Merito del bourbon protagonista di un finale lungo e caldo nel quale la componente etilica contribuisce in maniera determinante ad "asciugare" i dolce; e c’è anche spazio per qualche suggestione di cioccolato.  Evoluzione logica e potenziata di una ottima birra che non delude le aspettative: a voler essere pignoli si potrebbe notare che l’apporto del passaggio in botte non è molto profondo ma il risultato è comunque degno di nota e regala grosse soddisfazioni e più di una emozione. 
Una birra perfetta proprio per quella stagione dell’anno in cui tutte le foglie sono marroni.
Formato 33 cl., alc. 11.2%, lotto 554, scad. 01/09/2023, prezzo indicativo 7.00-8.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 9 febbraio 2018

Tempest All The Leaves Are Brown

Eccoci al secondo appuntamento con “birra e sciroppo d’acero”; dopo la Mikkeller Beer Geek Vanilla Maple Shake di ieri spostiamoci dalla Scandinavia alla Scozia per andare dal birrificio Tempest, incontrato sul blog in più di un’occasione. 
A settembre 2017 Tempest venne invitato a partecipare al Borefts Beer Festival organizzato in Olanda dal birrificio De Molen; ai partecipanti è solitamente richiesto di produrre almeno una birra “a tema” con il festival, che in quell’anno riguarda il Flower Power: “vogliamo più pace, amore e felicità nel mondo, e anche noi con la craft beer possiamo collaborare. Ai birrai lasciamo ampio spazio interpretativo: usate ingredienti (fiori?) che facciano sentire alla gente più amore, pace e felicità. I luppoli possono essere utilizzati ma non contano”. 
Per l’occasione Tempest realizza una Imperial Brown Ale (10.5%) con sciroppo d’acero; oltre a questa birra l’offerta del birrificio scozzese al Borefts si completa con Pale Armadillo Session IPA, Mango Berlinner, Loral IPL, Harvest IPA, Brave New World IPA, The Old Fashioned (aged Imperial Rye) e la Bourbon Barrel-aged Mexicake  imperial stout. 
Dopo il debutto olandese, qualche fusto della All The Leaves Are Brown appare all’Oktoberfest che alla fine di settembre il birrificio Tempest organizza presso la propria sede; 15 sterline il prezzo d’ingresso che comprende bicchiere, una birra e intrattenimento musicale. I mille partecipanti voteranno proprio l’imperial brown ale come la migliore tra le birre presenti all’evento. La settimana successiva All The Leaves Are Brown viene anche imbottigliata e messa in vendita in quantità limitate.

La birra.
Malti Golden Promise, Brown e Chocolate, luppoli “nobili”, sciroppo d’acero: questa la ricetta semplice di una potente brown ale che si colora di ebano scuro e forma una modesta testa di schiuma cremosa e abbastanza compatta. Lo sciroppo d’acero non si nasconde: immaginate di inzupparvi dentro pezzetti di pane e fragranti biscotti, uvetta e prugna. C’è anche qualche profumo di toffee e terroso.  Il bouquet è dolce e caldo, un ideale riparo dalle intemperie dei rigidi autunni scozzesi: il mouthfeel segue queste linee guida e coccola il palato con morbidezza, poche bollicine, un corpo medio che non ostacola lo scorrimento. L’autunno evoca il calore dei colori del fogliame e quello dei primi caminetti che vengono accesi per riscaldarsi: nel bicchiere c’è tutto questo, e anche di più. Una vigorosa componente etilica riscalda ad ogni sorso il dolce di sciroppo d’acero, biscotto e toffee, frutta sotto spirito: a bilanciare c’è qualche nota amaricante terrosa e di pane tostato, persino suggestioni di caffè e cioccolato. Sciroppo d’acero e frutta sotto spirito sono il lunghissimo finale con il quale si congeda una imperial brown ale pulita ed elegante, intensa, bilanciata, non difficile da sorseggiare, emozionante. Sciroppo d'acero in evidenza ma perfettamente amalgamato con tutti gli altri elementi per un risultato eccellente: birra assolutamente riuscita, da comprare senza indugio.
Formato 33 cl., alc. 10.5%, IBU 50, lotto 00461, scad. 02/10/2018, prezzo indicativo 5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 6 ottobre 2017

Tempest Double Shuck

L’abbondanza lungo le coste dell’Inghilterra avevano reso le ostriche nella seconda metà del diciottesimo secolo “il pasto dei poveri”:  per un penny se ne potevano acquistare quattro, ovviamente accompagnate da quella che era la bevanda più diffusa (e più economica) nelle public houses. Porter/Stout e ostriche divennero quindi il pasto tipico per migliaia di lavoratori, creando quell’involontario abbinamento gastronomico che ancora oggi conosciamo. La disponibilità di ostriche si ridusse drasticamente nel secolo successivo ed il mollusco riprese ad avere quello “status di pregio” che gli era stato riconosciuto dai romani sin dal primo secolo dopo Cristo: un simbolo di femminilità, nascita e suggestione afrodisiaca. 
Non si hanno invece notizie precise riguardo la nascita della prima Oyster Stout: ad inizio del ventesimo secolo è noto che la Colchester Brewing Company produceva una Oyster Feast Stout in occasione della festa annuale che celebrava il raccolto di ostriche nei pressi del fiume Colne. E’ probabile che molte altre Oyster Stout – nessuna delle quali utilizzava realmente ostriche – siano nate per queste occasioni. E’ altresì provato che per un certo periodo l’estratto di guscio di ostrica fu usato nella produzione della birra come agente chiarificante, e quindi con una motivazione tutt’altro che gastronomica. La Oyster Stout di Marston, oggi rinominata Pearl Jet, fu probabilmente la Oyster Stout più diffusa e di maggior successo, ma anche lei non conteneva nessuna ostrica.

La birra.
Vere ostriche sono invece state utilizzate dal birrificio scozzese Tempest (qui la loro storia) per produrre Double Shuck, una massiccia imperial stout (11%); per 2000 litri di mosto sono state impiegate 200 ostriche provenienti dall’isola di Lindisfarne e aggiunte a fine bollitura assieme a della paprika affumicata, a ricordare quelle ostriche affumicate che potete talvolta assaggiare negli Osyter Bar. Le ostriche erano state in precedenza bollite per 90 minuti; la ricetta fu realizzata per la prima volta nel luglio 2015 e prevede l’utilizzo del luppolo neozelandese Waimea, mentre per la rifermentazione in bottiglia viene utilizzato lievito champagne. Il termine “shuck” in inglese significa “guscio” ma con “to shuck” si indica anche “l’aprire le ostriche con un coltello", ovvero quello che hanno fatto i due birrai di Tempest per ben duecento volte in quel pomeriggio di luglio.  L’etichetta è invece opera di Zuzana Kerdova.
Si presenta completamente nera e nel bicchiere forma un piccolo cappello di schiuma beige, cremosa e abbastanza compatta, dalla discreta persistenza. Carne affumicata, orzo tostato, fondi di caffè e liquirizia formano un aroma che si completa con note minerali; l'intensità è notevole, mentre pulizia e eleganza sono soltanto discrete. Il corpo, tra il medio e il pieno, è quello necessario a reggere una birra imponente: ci sono tuttavia un po' troppe bollicine per lo stile a rendere la bevuta meno morbida di quello che potrebbe essere. Al gusto l'affumicato è molto meno in evidenza rispetto all'aroma: è un'imperial stout ben bilanciata tra caramello, liquirizia, caffè e tostature, con queste ultime che aumentano d'intensità nel finale e vengono affiancate dall'amaro della resina. Una quasi impercettibile nota salina fa ogni tanto capolino, ma è sopratutto la componente minerale ad essere avvertita; la paprika, oltre all'affumicato, apporta un delicato calore che emerge sopratutto negli ultimi istanti della bevuta. E' un'imperial stout intensa ma non immune da imprecisioni, soprattutto per quel che riguarda pulizia ed eleganza; l'alcool è presente ma non disturba e la birra si sorseggia senza grosse difficoltà. Di spazio per migliorare ce n'è: bene ma non benissimo, considerando il prezzo del biglietto che si colloca in fascia alta.
Formato: 33 cl., alc. 11%, lotto 000331, scad. 16/11/2017, prezzo indicativo 7.00-8.00 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 13 febbraio 2017

Tempest Mexicake

Credo sia ancora presto per parlare di “tendenza”, ma certo è che vi sono sempre più birrifici che stanno trasformando producend “torte messicane al cioccolato” in forma liquida.  Non sono riuscito a scoprire quale sia stata la prima Imperial Stout prodotta con aggiunta dei tipici ingredienti della “Mexican Cake” o del “Pastel de chocolate mexicano”: cioccolato, cannella, vaniglia e peperoncino.  La prima a raggiungere un certo hype tra i beergeeks fu la Westbrook Mexican Cake, ma moltissimi birrifici americani hanno realizzato delle varianti speciali delle proprie imperial stout – spesso disponibili solo alla spina e solo presso la taproom – arricchendole con il tipico bouquet di spezie del dolce messicano.  
Il “Pastel de chocolate mexicano” in realtà prende origine da una bevanda conosciuta già ai tempi dei Maya e degli Aztechi; così almeno dichiara Clay Gordon, esperto di cioccolato, nel suo libro Discover Chocolate. Queste popolazioni coltivavano il cacao e con le fave realizzavano una bevanda il cui amaro veniva bilanciato utilizzando spezie ed erbe autoctone come vaniglia e peperoncino; zucchero e cannella furono introdotte solo successivamente in seguito all’arrivo degli Europei. Dalla bevanda si è poi passati alla torta. 
Ritornando alla birra, in Europa siamo arrivati ovviamente un po’ più tardi rispetto agli americani; tra i birrifici del nostro continente che si sono cimentati nella realizzazione di una “mexicake stout” ci sono gli scozzesi di Tempest, di quali vi avevo parlato più dettagliatamente in questa occasione. La ricetta della loro potente (11% ABV) Mexicake prevedere malti Golden Promise, Chocolate, Roasted Barley, Caramel, Munich e avena; il luppolo è il Columbus e il lievito il California Ale. La speziatura vede l’utilizzo di cannella, vaniglia, cacao, peperoncini Mulato e Chipotle; la birra, accompagnata dalla bella etichetta realizzata da Zuzana Gibb, fa il suo debutto a maggio 2016, quando il birrificio annuncia provocatoriamente di aver realizzato “una birra per l’estate, leggera e da gustare seduti sotto al sole”.

La birra.
Non è nera ma poco ci manca: la cremosa schiuma color cappuccino non è molto generosa ma abbastanza compatta e persistente. Anche se pulito, l’aroma non è quell’esplosione di profumi che t’aspetteresti da una birra così potente e – nelle intenzioni – ricca di spezie. Tostature, vaniglia e cioccolato sono accompagnate da un’avvertibile nota etilica; in sottofondo appare la cannella ed anche la componente piccante risponde presente all’appello. Al palato risulta meno ingombrante del previsto: il corpo è più medio che pieno, la consistenza leggermente oleosa. La carbonazione contenuta le permette di scorrere ad un buon ritmo ed il gusto compensa ampiamente la relativa avarizia dell’aroma: il dolce di caramello e vaniglia (molta!) s’accompagna all’amaro delle tostature, del caffè e del cioccolato fondente, l’alcool si fa sentire senza mai andare oltre le righe. La sua presenza è tuttavia fondamentale a fine bevuta, quando entra in gioco il piccante del peperoncino: i due elementi s’incontrano e si sostengono a vicenda, apportando un bel calore che riscalda tutto il retrogusto, amaro di tostature e caffè. Il livello del peperoncino è tranquillamente tollerabile anche per chi – come me – non lo ama troppo e non mangia quasi mai piccante; la cannella (altra spezia che non amo molto) è avvertibile in piccole dosi solo al naso. 
La Mexicake di Tempeste si muove sul confine della birra-dessert restandone però intelligentemente al di qua: l'imperial stout di base c'è è ed è la caratteristica dominante, gli orpelli sono giustamente in secondo piano. Potente e pulita, solida e ben fatta: un bel bere se vi piace questa tipologia di birre.
Formato: 33 cl., alc. 11%, lotto 000274, scad. 01/08/2017, prezzo indicativo 7.00-8.00 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 11 gennaio 2017

Tempest Red Eye Flight Mocha Porter

Ritorna sul blog il birrificio scozzese Tempest che avevamo incontrato lo scorso anno con una buona Amber Ale. Viene fondato nel 2010 dallo scozzese Gavin Meiklejohn e dalla moglie neozelandese Annika a Kelso, Scozia, poche miglia dal confine sud-orientale con l’Inghilterra. I due si erano conosciuti alla fine degli anni ’90 in Canada dove Gavin stava lavorando come cuoco in quella che oggi è chiamata Whistler Brewing Company; è l'incontro con la craft beer revolution statunitense a spingerlo verso l’homebrewing nel periodo in cui si trasferisce in Nuova Zelanda assieme alla futura moglie per continuare il suo percorso di chef. A Sidney frequenta anche un corso professionale per la produzione della birra e poi la coppia rientra in Scozia per aprire a Kelso il gastropub The Cobbles: nei momenti di pausa dalla cucina, Gavin continua con l’homebrewing sotto la  spinta dalle richieste sempre più pressanti dei clienti che desideravano bere una birra locale.  
Ad aprile 2010, nei locali un tempo occupati da un caseificio, fonda la Tempest Brewing Company che dispone di un impianto da 800 litri in parte costruito recuperando attrezzature usate proprio dall’industria casearia. Ad aiutarlo arriva come business manager Allan Rice, uno scozzese con esperienza alla Stewart Brewing di Edimburgo e – come Gavin -  in Canada e Nuova Zelanda; dopo un primo upgrade ad un impianto da 16 hl, per soddisfare la crescente domanda si è reso necessario nel 2015 il trasferimento nella nuova sede al Tweedbank Industrial Estate di Galashiels, ad una ventina di chilometri da Kelso, dove ha trovato posto il nuovo impianto da 30 hl al quale ha anche fatto seguito il completo restyling di tutte le etichette. 

La birra.
Red Eye Flight è una robusta (7.4%) porter  prodotta con caffè brasiliano proveniente dalla Fazenda Pantano e tostato dalla Steampunk Coffee Roasters di North Berwick. Il termine "red eye flight" viene usato in inglese per indicare quei voli aerei che partono la sera tardi, verso mezzanotte, ed arrivano a destino all’alba con una durata di solito inferiore alle sei ore, quelle che consentirebbero un normale periodo di sonno/riposo;  gli “occhi rossi” sono appunto quelli causati ai passeggeri dalla stanchezza derivante da questi viaggi notturni.
La ricetta prevede fiocchi d’avena, malto Golden Promise ed un mix non specificato di altri sette malti scuri, chicchi di caffè, polvere di cacao e luppolo Columbus. All'aspetto è praticamente nera e forma un bel cappello di schiuma color cappuccino cremosa e compatta, dalla buona persistenza. Al naso, con discreta intensità ma con pulizia ed eleganza si fanno subito notare i profumi del caffè, sia in chicchi che in forma liquida/espresso; il corollario comprende lievi esteri fruttati (mirtillo), accenni di cuoio/pelle e di tabacco. Il caffè è protagonista anche in bocca, sostenuto da un'impalcatura che prevede il dolce del caramello e della  liquirizia a supporto delle abbondanti tostature; una bevuta nera di colore e nera di fatto, stemperata da una gradevole acidità. L'alcool si fa sentire solamente nel finale andando a rinforzare un retrogusto lungo e ricco di caffè, tostature e qualche accenno di cioccolato amaro. 
L'eleganza del gusto è senz'altro migliorabile ma questa Red Eye Flight è una porter semplice e monotematica che soddisfa gli amanti del caffè: intensa ma facile da bere, scorre senza intoppi scomparendo dal bicchiere prima del previsto. Buona per risvegliarsi, per la colazione o anche per concludere la serata in tutta tranquillità.
Formato: 33 cl., alc. 7.5%, IBU 50, lotto 000228, scad. 04/04/2017, prezzo indicartivo 3.50/4.50 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 17 giugno 2016

Tempest A Face With No Name

Tempest Brewing Company viene fondata nel 2010 dallo scozzese Gavin Meiklejohn e dalla moglie neozelandese Annika a Kelso, Scozia, poche miglia dal confine sud-orientale con l’Inghilterra. I due si erano conosciuti alla fine degli anni ’90 in Canada (Whistler, British Columbia) dove Gavin stava lavorando come cuoco in quella che oggi è chiamata Whistler Brewing Company; è l'incontro con la a craft beer revolution statunitense a spingerlo verso l’homebrewing nel periodo in cui si trasferisce in Nuova Zelanda assieme alla futura moglie per continuare il suo percorso di chef. A Sidney frequenta anche un corso professionale per la produzione della birra e poi la coppia rientra in Scozia per aprire a Kelso il gastropub The Cobbles: nei momenti di pausa dalla cucina, Gavin continua con l’homebrewing sotto la  spinta dalle richieste sempre più pressanti dei clienti che desideravano bere una birra locale. 
Ad aprile 2010, nei locali un tempo occupati da un caseificio, fonda la Tempest Brewing Company che dispone di un impianto da 800 litri in parte costruito recuperando attrezzature usate proprio dall’industria casearia. Ad aiutarlo arriva come business manager Allan Rice, uno scozzese con esperienza alla Stewart Brewing di Edimburgo e – come Gavin -  in Canada e Nuova Zelanda; dopo un primo upgrade ad un impianto da 16 hl, per soddisfare la crescente domanda si è reso necessario nel 2015 il trasferimento nella nuova sede al Tweedbank Industrial Estate di Galashiels, ad una ventina di chilometri da Kelso, dove ha trovato posto il nuovo impianto da 30 hl al quale ha anche fatto seguito il completo restyling di tutte le etichette. 
Gavin e Annika hanno scelto di focalizzarsi sulla produzione di birra affidando in gestione/affitto il pub Cobbles a Luca e Olivia Becattelli: il locale continua comunque a funzionare come una specie di Brewery Tap di Tempest, che al momento ne è sprovvisto. Nello scorso maggio il British Institute of Innkeeping Awards ha nominato Tempest “birrificio scozzese dell’anno”.

La birra.
La IPA Brave New World e la Pale Ale  Long White Cloud sono le Tempest di maggior successo:  il debutto sul blog avviene però con  amber ale abbondantemente luppolata chiamata A Face With No Name, basata su di una ricetta formulata da Gavin ai tempi dell’homebrewing nella propria cucina, con le materie prime che aveva a disposizione in quel momento e chiamata Bastard Child.  La versione attuale rielaborata prevede malti  Golden Promise,  Amber, Vienna, Carared e Crystal T50, luppoli Cascade, Centennial e Green Bullet; i beer-raters di Ratebeer la eleggono tra le cinquanta migliori Amber Ale al mondo, per quel che conta.
All'aspetto è di un bell'ambrato con intense venature rossastre, e forma un compatto e cremoso cappello di schiuma ocra dall'ottima persistenza. Sono i luppoli a dare il benvenuto al naso con i loro profumi di resina, pino e, più in secondo piano, di pompelmo, passion fruit e terrosi; i malti non stanno comunque a guardare, contribuendo con note di biscotto e di quel nutty che riesco a tradurre solo con "frutta secca". L'ottima pulizia permette di apprezzare quello che sembra essere un incontro tra Stati Uniti e Regno Unito. Il percorso prosegue al palato con un ottimo mouthfeel, morbido, scorrevole e con poche bollicine: qui sono i malti ad inaugurare la bevuta (biscotto, caramello, frutta secca) formando una base solida ma non ingombrante che, dopo un rapido passaggio dolce di frutta tropicale, porta ad una bella chiusura amara che chiude perfettamente il cerchio laddove era iniziato: resina, pino, terra. L'alcool (6%) è molto ben nascosto e la facilità di bevuta è ottima; pulizia ed eleganza ci sono, la freschezza è ancora presente e permette di apprezzare il retrogusto amaro, intenso-ma-con-giudizio, di un'ottima Amber Ale dal profilo americaneggiante che non dimentica però di guardare ogni tanto alla propria terra di origine. Particolarmente azzeccata, secondo me, la scelta di non indulgere nel fruttatone tropicale in presenza di una base maltata già ricca di per sé, scegliendo poi di bilanciarla con resina e terra piuttosto che con il solito amaro della scorza d'agrumi. Non siamo al livello di questa Amber Ale, ma si beve ugualmente bene,
Formato: 33 cl., alc. 6%, IBU 50, lotto 214, scad. 01/03/2017, 4.00 Euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.