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lunedì 3 febbraio 2020

DALLA CANTINA: AleSmith Old Ale 2015

Nel 2005 il birrificio californiano AleSmith celebrava il suo decimo compleanno con la Decadence Anniversary Ale, una potente Old Ale (11%) molto cara al suo creatore Peter Zien, l’ex homebrewer che nel 2002 aveva rilevato il birrificio dai fondatori Skip Virgilio e Ted Newcomb: con una versione casalinga di questa birra Zien aveva infatti ottenuto la sua prima medaglia in un concorso per homebrewers. Da quell’anno in poi la serie Decadence ha festeggiato ogni compleanno di AleSmith in forma leggermente diversa: nel 2006 con un’American Strong Ale, nel 2007 con una Imperial Porter, nel 2008 con un Wheat Wine e nel 2009 con una Weizenbock. La Decadence Old Ale ritornò nel 2010 e, con cadenza quinquennale, nel 2015 con il nome di AleSmith Olde Ale: dal 2016 in poi entrò invece tra le birre stagionali (primavera) e fu prodotta una volta all’anno con il nuovo nome di Private Stock Ale. Per gli aficionados, visto che siamo a San Diego, era una ghiotta occasione per mettere in cantina qualche bottiglia e magari organizzare qualche verticale.
I gusti degli appassionati sono però molto volubili e oggi la Olde/Stock Ale non è più in produzione: la stessa AleSmith IPA, che aveva dominato per anni le classifiche del beer-rating, è oggi scomparsa dai radar sostituita dalle lattine delle più moderne Juice Stand e Luped In IPA, più fruttate e meno amare: spero sia ancora prodotta almeno in fusto. Nell’attesa che la moda del New England tramonti anche in California  si sono dovuti adeguare al mercato. Eppure la Olde Ale aveva portato a San Diego un numero notevole di riconoscimenti: oro alla World Beer Cup del 2008 (versione Decadence 2005), argento a quella del 2012 (Decadence 2010) e ancora oro a quella del 2014 (AleSmith Old Ale 2013). Oro al Great American Beer Festival del 2008 (Decadence 2005), argento a quello del 2011 (Decadence 2010) e bronzo a quello del 2012 (ancora Decadence 2010).

La birra.
AleSmith la considera una perfetta birra da invecchiamento e allora andiamo a scoprire se ciò corrisponde a verità stappando una bottiglia di Olde Ale 2015. La sua livrea richiama la tonaca di frate (cappuccino), nel bicchiere è piuttosto torbida e la schiuma è cremosa e compatta. L’aroma rivela un’intensità davvero notevole: uvetta, prugna disidratata, mela al forno. In secondo piano emergono accenni di vino fortificato, pane tostato, suggestioni di creme brulè. Ottime premesse che vengono assolutamente confermate, a partire da un mouthfeel che non mostra nessun cedimento dovuto al passaggio del tempo: la sua consistenza è ancora quasi piena ed il palato è coccolato da morbide carezze. La bevuta ripropone l’aroma con perfetta corrispondenza: a sei anni dalla messa in bottiglia la Olde Ale di AleSmith è ancora vigorosa e potente, ricca di frutta sotto spirito e richiami ai vini fortificati. L’alcool e una timida nota amaricante finale di frutta secca a guscio bilanciano la sua dolcezza: una birra perfetta ed emozionante, nella sua semplicità, da godersi in tutta tranquillità, come fosse un liquore, alla fine di una serata. Per quel che mi riguarda è una delle migliori AleSmith mai bevute. Se anche voi ne avete ancora una in cantina è il momento di aprirla.
Formato 75 cl., alc. 11%, IBU 25, prezzo indicativo 16.00-18.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 12 febbraio 2019

DALLA CANTINA: AleSmith Old Numbskull 2014

Del birrificio AleSmith (San Diego, California) trovate diverse tracce sul blog: non dovete far altro che seguirle.  Fondato nel 1995 dall’ex-homebrewer Skip Virgilio e Ted Newcomb quando a San Diego era attivo solamente un altro birrificio artigianale, Karl Strauss, AleSmith è stato rilevato nel 2002 da Peter Zien, ex-homebrewer ed appassionatissimo beer-hunter che lo ha portato ai fasti odierni. Nel 2014 un piano di espansione da 15 milioni di dollari ha permesso di inaugurare il nuovo impianto da 80 HL in uno stabilimento da 10.000 metri quadri in Empire Road, poi rinominata AleSmith Court dalla città di San Diego, a pochi isolati di distanza dallo storico capannone dove tutto è iniziato. Il potenziale annuale arriva oggi a 250.000 ettoltri e, finalmente, le tipiche ma poco pratiche bottiglie da 75 centilitri sono state affiancate da più piccoli e pratici formati: lattine (50 e 35.5 cl) e bottigliette. 
Il Barley Wine d’ispirazione americana Old Numbskull non è sicuramente il maggior successo commerciale di AleSmith ma è una birra che ha regalato a Peter Zien molte soddisfazioni e riconoscimenti:  medaglia d’argento al Great American Beer Festival del 2008 e del 2011, oro nell’edizione 2013, oro alla World Beer Cur del 2008, bronzo alla  World Beer Cup 2012 e alla  San Diego International Beer Competition del 2014.  Ne esistono ovviamente diverse versioni passate in botti di Bourbon, Brandy, Rum e Rye Whiskey, giusto per elencare quelle presenti sui siti di beer-rating.   Il perché del nome è presto detto: “i barley wine si rifanno alla tradizione inglese e la tradizione vuole che il nome inizi con la parola Old. Old Nick (Young's), Old Jack…  dopo averne bevuti una paio di bicchieri sarete anche voi d’accordo che Old Numbskull   (il vecchio sciocco, stupido) è un nome abbastanza appropriato. Inoltre ci ricorda  I tre marmittoni, una delle più belle commedie di tutti i tempi: vi farà sorridere ancora prima d’averlo assaggiato". 

La birra.
A quattro anni dall’imbottigliamento Old Numbskull si presenta ancora splendida anche se la foto non le rende giustizia: vestita di ambrato carico, molto luminoso e ravvivato da profondi riflessi color rubino, forma una cremosa e compatta testa di schiuma piuttosto generosa. Al naso emergono profumi di toffee, prugna e uvetta, ciliegia, frutta secca a guscio, mela, accenni di marzapane e  di cartone bagnato, questi ultimi molto sotto traccia. Il mouthfeel è piuttosto morbido, il corpo si mantiene sul versante medio e la bevuta prosegue in piena corrispondenza con l’aroma. Frutta sotto spirito, caramello, biscotto e qualche accenno nutty delineano un profilo maltato intenso e piuttosto dolce che viene bilanciato da una chiusura amara nella quale si fanno ancora notare, dopo quatto anni, le note resinose dei luppoli americani; non l'ho mai provata "giovane" ma da quanto leggo in giro l'amaro si farebbe sentire parecchio. L’alcool si sviluppa in un crescendo armonico che parte quasi in sordina e sfocia in un finale molto caldo e coinvolgente, potente, lunghissimo. Pulito, bilanciato, intenso: nulla da eccepire su questo American Barley Wine di AleSmith. 
Devo però fare qualche considerazione personale strettamente legata al mio gusto: le interpretazioni americane dello stile continuano a non convincermi. Non riesco a digerire completamente le note resinose dei luppoli americani in un contesto che tende quasi a respingerle, anziché accoglierle. Fino ad ora pochissimi American Barley Wine  - benché ottimi - sono riusciti a trasmettermi sensazioni paragonabili  a quelle dei grandi Barley Wine inglesi. 
Formato 75 cl., alc. 11%, imbott. 14/12/2014, prezzo indicativo 14.00-20.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 16 novembre 2017

[Le birre rivisitate] AleSmith Speedway Stout

Di solito sul blog presento spazio sempre birre diverse senza ritornare su quelle già ospitate e il motivo è abbastanza semplice: non credo che a chi legge interessi ritrovare  la stessa birra a breve distanza di tempo.  Penso che sia però interessante confrontare gli appunti di bevuta a distanza temporale: non solo a volte cambiano le birre ma, soprattutto, cambia il palato di chi beve sotto l’influenza dell’esperienza e di quello che il mercato propone. E cambiano anche i birrifici: s'ingrandiscono, vengono acquistati, evolvono! E’ il momento di una “birra ritrovata”, insomma. 
Parliamo della Speedway Stout di Alesmith, una delle imperial stout più famose negli Stati Uniti e, qualche anno fa, uno sorta di chimera in Europa;  qualche bottiglia ogni tanto appariva, ma erano eventi più unici che rari. Nel 2012 a San Diego riuscivo finalmente a mettere la mani su di una bottiglia: qui potete trovare la storia di questa birra e la descrizione della sua bevuta, avvenuta nel 2014. 
Alla fine del 2015 Alesmith ha completato un piano di espansione da 15 milioni di dollari con la realizzazione del nuovo stabilimento da 10.000 metri quadri in Empire Road (poi rinominata AleSmith Court dalla città di San Diego) a pochi isolati di distanza dal precedente, nel quale ora ha trovato posto Mikkeller San Diego in una compartecipazione societaria del quale fa ancora parte Peter Zien (il sig. Alesmith).  Con il nuovo impianto da 80 ettolitri, che garantisce un potenziale da 250.000 ettolitri l’anno, le birre di Alesmith hanno cambiato formato per andare incontro alle esigenze del mercato americano, sempre in evoluzione. I bomber (65 cl.) e le bottiglie da 75, sino ad allora gli unici formati contemplati da Alesmith, sono stati affiancati prima dalle bottigliette e poi dalle lattine, entrambe da 12 once (35.5 cl.): un formato alla quale la craft beer revolution sembra ormai non poter rinunciare e che si rivela anche utile a “rinfrescare” le vendite di una birra il cui grande successo è magari insediato dalle sempre più numerose concorrenti. 
Nei primi giorni del 2017 sul profilo Instragram di Alesmith appare una misteriosa lattina nera da una pinta accompagnata dal commento “coming soon…”.  L’enigma viene svelato il 27 gennaio quando il birrificio di San Diego annuncia l’arrivo dell’iconica Speedway Stout in lattina, disponibile inizialmente solo in birrificio al costo di 7.99 dollari; nelle settimane successive viene anche distribuita in ventuno stati americani e ad un importatore danese che le ha fatte poi arrivare in tutta Europa. 
Piccola parentesi beer-rating: nel 2014, quando la bevevo per la prima volta, la Speedway Stout era considerata dal popolo del beer-rating come la decima miglior birra al mondo e la nona miglior imperial stout al mondo. Posizione mantenuta nella categoria di appartenenza, mentre a livello mondiale è attualmente scesa al dodicesimo posto.

La birra.
Non vorrei dirlo ma  devo ammettere che l’emozione di berla ora dalla lattina non è la stessa di tre anni fa, quando stappai per la prima volta la generosa bottiglia da 75 centilitri che – per me – era quasi circondata da un’aurea mistica. Terminai il posto sul blog con queste parole: “a bicchiere vuoto sei completamente soddisfatto, ma anche avvolto da un po' di tristezza: quando mai ti capiterà  di riberla”? Non è passato molto, e grazie all’aumento della capacità produttiva è oggi possibile trovare una lattina di Speedway Stout in molti negozi italiani ed europei. 
Il suo aspetto è impeccabile: nera, generoso cappello di schiuma cremosa e compatta dall’ottima persistenza. Al naso è protagonista l’eleganza dei chicchi di caffè (fornito dalla Ryan Bros. Coffee) accompagnata da profumi di orzo tostato, tabacco e cuoio, frutti di bosco, cioccolato; c’è grande pulizia, mentre l’intensità non è particolarmente elevata.  Corpo “quasi” pieno, poche bollicine, sensazione palatale ricca, oleosa quanto basta, morbida e appagante: un buon compromesso che le permette di mantenere comunque una buona bevibilità se si considera la componente etilica  (12%).  Il caffè è il protagonista anche al palato di una imperial stout molto pulita e intensa: annoto caramello e frutti di bosco, eleganti tostature, accenni di cioccolato e liquirizia. L’alcool riscalda tutta la bevuta coccolando chi si trova il bicchiere tra le mani, nel finale una generosa luppolatura arriva a pulire il palato rinforzando l’amaro del caffè e del torrefatto. Speedway Stout: potente e intensa, pulita, elegante, una bevuta sempre di alto livello senza inutili orpelli. Se sono invece gli ingredienti "strani" ad incuriosirvi potete sempre cercare una delle tantissime sue varianti che AleSmith ogni tanto propone.
Formato: 47,5 cl., alc. 12%, IBU 70, lotto e scadenza non riportati, prezzo indicativo 10,00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 6 maggio 2016

AleSmith Wee Heavy Scotch Ale

Non capita molto spesso di bere AleSmith, ma quando succede è sempre un’occasione da non lasciarsi sfuggire; oltretutto da qualche mese le bottiglie del birrificio californiano sono diventate più facili da reperire anche nel nostro paese/continente: tralasciando le birre luppolate, la cui importazione presenta sempre notevoli rischi,  la gamma AleSmith  propone alcuni stili dalla robusta gradazione alcolica che meglio si prestano al trasporto. 
Il birrificio californiano viene fondato nel 1995 dall’ex-homebrewer Skip Virgilio e Ted Newcomb, e poi acquistato nel 2002 da Peter Zien, altro ex-homebrewer ed appassionatissimo beer-hunter.  Dal 1995, anno in cui a San Diego esisteva solamente un altro produttore, Karl Strauss, AleSmith ha lentamente raddoppiato i volumi prodotti arrivando lentamente ai 15000 HL che rappresentavano il limite massimo consentito dagli impianti. Racconta Zien: “per 13 anni, dal 1995 a 2008, non abbiamo messo da parte un solo centesimo e io ho dovuto immettere 900.000 dollari per permettere al birrificio di sopravvivere; potevamo continuare per sempre a produrre 15000 HL fatturando quei 6 milioni di dollari l’anno che avrebbero garantito un sereno futuro per me e mia moglie, ma io voglio dare di più a tutte le 51 persone che lavorano per AleSmith che ci hanno permesso di arrivare dove siamo arrivati, e per  fare ciò era indispensabile crescere. Voglio essere in grado di aumentare il loro salario, garantire loro benefit e quote societarie in modo che, quando deciderò di ritirarmi,  possano diventare loro i proprietari”.  
Il birrificio ha appena completato un piano di espansione da 15 milioni di dollari con la realizzazione del nuovo stabilimento da 10.000 metri quadri in Empire Road (poi rinominata AleSmith Court dalla città di San Diego) a pochi isolati di distanza dallo storico capannone di Cabot Drive, dove è stato installato il nuovo impianto da 80HL con annessa tasting room; un elemento fondamentale per il birrificio che, ammette Zien “contribuisce all’incirca al 20% del nostro fatturato”. Con i nuovi impianti e un potenziale da 250.000 HL/anno arriveranno anche molte più birre nel formato da 35.5 cl., oltre alla già esistente .394 Pale Ale. 
Il vecchio stabilimento con impianto da 15hl è stato ceduto alla Stella Polly, una società fondata dallo stesso Zien: Stella e Polly sono i nomi dei figli di Mikkel Borg Bjergsø alias Mikkeller, alla quale Zien ha offerto la partnership per la gestione del vecchio birrificio, dal quale non voleva completamente separarsi e nel quale ha comunque mantenuto il suo ufficio. Nei prossimi mesi Zien cederà a Mikkeller altre quote della società sino ad arrivare al 50/50: con questa operazione la beerfirm danese ha finalmente inaugurato qualche settimana fa il suo primo birrificio Mikkeller San Diego, la cui produzione è supervisionata da Bill Batten, da dieci anni head brewer presso AleSmith.

La birra.
L’interpretazione piuttosto muscolosa di una Wee Heavy di AleSmith ha collezionato diverse medaglie d’oro al Great American Beer Festival, alla World Beer Cup e alla  San Diego International Beer Competition; se dal medagliere ci spostiamo al beer rating il popolo di Ratebeer la elegge come seconda miglior Scotch Ale al mondo, superata solo dalla sua versione invecchiata in botti di Bourbon. Lasciando da parte le mostrine, si presenta ugualmente splendida ed elegante nel bicchiere con la sua livrea ebano scuro vivacizzata da intense venature borgogna; forma due dita abbondanti di schiuma cremosa e abbastanza compatta, dalla buona persistenza. Il naso è ricco e avvolgente nella sua dolcezza di prugna disidratata, uvetta, fico, toffee, ciliegia sciroppata, frutta secca; la componente etilica è ben presente e regala un gradevole calore ad anticipare le sensazioni palatali. Un opulente profilo maltato è presente anche al palato, sorretto da un corpo quasi pieno abbinato a poche bollicine e ad una consistenza oleosa abbastanza scorrevole, considerata la gradazione alcolica. Non c'è in verità molta complessità in questa bottiglia, ma quel che c'è basta per rendere comunque la bevuta memorabile: prugna, uvetta e caramello/toffee costituiscono un carattere molto dolce al quale rispondono un accenno di cioccolato e di tostato, ma è soprattutto l'alcool ad asciugare la birra facendo così convivere potenza ed equilibrio. Il formato della bottiglia è generoso ma non ci vuole molto a sorseggiarla dopocena in solitudine, magari abbinandola a del cioccolato fondente: si congeda con un lungo e caldo retrogusto etilico di frutta e caramello, avvolto da un filo appena percepibile di fumo. Pulita, ricca e potente, molto ben eseguita: difficile chiedere di più da una Wee Heavy. 
Formato: 75 cl, alc. 10%, IBU 26, lotto non riportato, 22.00 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 28 febbraio 2014

AleSmith Speedway Stout

Non sono molte le occasioni di bere AleSmith in Italia; alcune birre si trovano di tanto in tanto nei negozi, a prezzi abbastanza alti e, soprattutto per quel che riguarda le loro birre luppolate, c’è sempre l’incognita sulla freschezza. Il birrificio californiano viene fondato nel 1995 dall’ex-homebrewer Skip Virgilio e Ted Newcomb, e poi acquistato nel 2002 da Peter Zien, altro ex-homebrewer ed appassionatissimo beer-hunter. Tempo fa alla Alesmith proclamavano con orgoglio che tutti i dipendenti erano homebrewers; non so se sia effettivamente ancora così, visto che lentamente il birrificio sta crescendo e si sta espandendo. Resta il fatto che si tratta di uno dei migliori (leggete la parola come sinonimo di qualità) birrifici americani ed al mondo. La Speedway Stout nasce nel 1998, quando Skip Virgilio realizza una “tranquilla” stout (8% alc.) brassata con caffè, della quale ne furono prodotti due lotti e che – pare – non suscitò un particolare successo di pubblico.  La ricetta, ma più che altro il nome della birra, viene stravolta da Peter Zien 2001 (e dal partner Tod Fitzsimmons) nel 2011,  ispirati dalla Imperial Stout della Rogue; la birra viene irrobustita (12% alc.) e commercializzata per la prima volta nel 2002. Parte di quel primo lotto finisce anche in botte, diventando la prima birra barrel-aged mai prodotta da AleSmith.  
Apriamo una piccola parentesi, avventurandoci sui siti di beer-rating. Secondo Ratebeer è la  decima miglior birra al mondo (la sua versione barricata si piazza al numero 5), e vale la pena (?) notare che tra le  prime quindici birre al mondo ci sono ben dodici Imperial Stout; nella classifica delle migliori birre americane si piazza all’ottavo posto, mentre nella classifica della migliori imperial stout al mondo è al numero nove. Passiamo al più US-oriented Beer Advocate, dove per trovare la AleSmith tra le migliori birre al mondo bisogna scendere sino alla posizione 73; nella classifica di stile (American Imperial Stout) è invece al numero 6.  Oltre a diverse versioni barricate, della Speedway Stout ne sono state realizzate svariate variazioni, spesso disponibili solo in fusto e solo nella contea di San Diego.  Tra quelle che hanno ottenuto maggior consenso ci sono le versioni al Vietnamese Coffee ed al Kopi  Luwak; le differenze riguardano principalmente il tipo di caffè utilizzato, e l’aggiunta di ingredienti abbastanza classici per lo stile (cacao, bacche di vaniglia). Ma ci sono anche delle versioni abbastanza curiose, tra le quali mi piace ricordare quella “Ciliegia ed Amaretto”, “Nutella”, “Cetriolo e Zenzero”, “menta”, “zucca”. Restiamo fedeli alla versione base, che per chi vive dall’altra parte del mondo è già una gioia avere a disposizione, prodotta “solo” con l’umile caffè della Ryan Bros di San Diego. 
Nel bicchiere è maestosamente nera, con una testa di schiuma compatta, fine e cremosa, di color marrone scuro, dalla buona persistenza. Ha passato un anno e mezzo in cantina (e solo da poco Alesmith ha iniziato ad imprimere sulle bottiglie la data di produzione) ma l’aroma di caffè macinato è ancora dominante: tutto intorno ruotano sentori di cioccolato amaro, fruit cake, amaretto e brownie, con buona intensità e grande pulizia. Solo a temperatura ambiente emerge una nota etilica, che ricorda il rum. Se agli occhi è una delizia, il primo impatto con il palato è semplicemente devastante: birra massiccia e piena ma incredibilmente cremosa e vellutata. Poco carbonata, avvolge il palato con una  morbidissima coltre nera e tu inizi a domandarti dove siano i  dodici gradi (alcolici) dichiarati sulla bottiglia serigrafata. C’è opulenza di tostature e di caffè, di frutta sotto spirito (soprattutto prugna), caramello, cioccolato amaro e, più in secondo piano, una lievissima presenza di affumicato/cenere. L’alcool riscalda in maniera molto discreta, alzando un po’ il capo solo man mano che la birra si avvicina alla temperatura dell’ambiente; caffè e malti scuri portano una lieve acidità che prepara il palato ad un infinito retrogusto, summa di tutto quanto passato in rassegna sino ad ora: tostature, caffè, cioccolato, cenere e morbido calore etilico. Non la migliore imperial stout “annusata”, ma senz’altro una delle migliori mai bevute: potente e sontuosa, relativamente facile da bere; impressiona soprattutto per la  sua consistenza al palato, dove riesce ad essere solida ma incredibilmente vellutata e delicata al tempo stesso. La bottiglia da 75 cl. in solitudine è una missione più facile del previsto che però fa lascia il segno; è allora meglio rallentare, e richiudendola con cura e con gli strumenti adeguati, rimane una ottima birra anche il giorno successivo. A bicchiere vuoto sei completamente soddisfatto, ma anche avvolto da un un po' di tristezza: quando mai ti capiterà  di riberla? 
Formato: 75 cl., alc. 12%, lotto e scadenza non riportati, pagata 11.00 dollari (beershop, Stati Uniti)   

mercoledì 19 settembre 2012

AleSmith IPA

Della AleSmith Brewing Company avevamo già parlato in questa occasione, degustando una delle loro birre che - con il contagocce ed occasionalmente - arrivano in Italia. Purtroppo, da quanto ne sappiamo, in Italia non è mai arrivata "ufficialmente" nessuna bottiglia di Alesmith IPA, birra che necessita di una breve prefazione "beer geek/rater": secondo Beer Advocate questa birra si colloca al ventisettesimo posto tra la migliori American IPA; per Ratebeer non c'è invece storia, e la AleSmith è, attualmente, la migliore IPA al mondo. Nasce nel 1999, ed il suo primo nome di battesimo è Irie Pirate Ale, ma l'estrema similitudine con un altro prodotto già esistente (non siamo riusciti ad individuarlo, esattamente) consiglia a Peter Zien e Tod Fitzsimmons di cambiarlo per evitare qualsiasi grana legale. Oggi è distribuita nella splendida bottiglia dalla serigrafia molto essenziale che non lascia equivoci sul contenuto. Tipico colore "west coast":  dorato tendente all'arancio, leggermente velato; perfetta la schiuma, bianca, fine, cremosa e compatta, mediamente persistente. Aroma freschissimo, assolutamente pulito, sontuoso, incredibilmente carico di pompelmo e frutta tropicale (mango, ananas, melone, passion fruit), con qualche leggero sentore floreale e di aghi di pino. Quasi ci commuoviamo al suo ricordo. Le premesse non sono completamente mantenute in bocca: i sapori ci sono tutti, è una birra assolutamente pulita che però abbiamo trovato in una bottiglia molto poco carbonata che le ha tolto un po' di vivacità. Le danze iniziano dalla frutta tropicale, con tanto mango e tanta pesca, leggere note di biscotto ed accenni di caramello, ma subito il palato è avvolto da un amaro (pompelmo e resina) molto morbido ed avvolgente, intenso ma mai aggressivo.  Facilissima da bere, l'alcool è praticamente inavvertibile, ha un corpo medio ed una consistenza oleosa. Molto secca, finisce con un lungo retrogusto di pompelmo e resina, intenso, appagante ed elegante. Ha poco senso cercare di stabilire se questa sia davvero la migliore IPA al mondo, ma certamente possiamo dire che è tra le migliori cinque che abbiamo mai assaggiato. Peccato per la scarsa carbonazione che le ha tolto un po' di energia, ma per tutto il resto abbiamo avuto nel bicchiere una commuovente session beer di oltre sette gradi alcolici. Fantastica. Formato: 65 cl., alc. 7.25%, lotto e scadenza non riportati, prezzo 4.74 Euro ($ 5.68).

giovedì 8 dicembre 2011

AleSmith YuleSmith Summer IPA

La AleSmith Brewing Company nasce nel 1995 a San Diego, California; i fondatori sono Skip Virgilio e Ted Newcomb, che la conducono sino al 2002 quando viene acquistata da Peter Zien. Homebrewer dal 1994, ma prima ancora appassionato collezionista brassicolo. Ancora minorenne, in camera sua c’è già una collezione di oltre 300 vuoti di bottiglia; le vacanze preferisce passarle con il padre in Belgio, Germania ed in Inghilterra, indovinate a fare cosa ? Si laurea in legge, promette alla madre di diventare giudice, un giorno, ma non riesce a scrollarsi di dosso il sogno di aprire un birrificio tutto suo. Acquistata la AleSmith, viene aiutato da Tod Fitzsimmons, altro ex-homebrewer al quale viene data in toto la paternità di aver creato una delle flagship beers del birrificio, la Evil Dead Red. Nel frattempo Peter Zien riesce anche a mantenere la promessa fatta alla madre; diventa finalmente giudice, non di un tribunale, ma di concorsi brassicoli. E’ infatti l’unico, nella contea di San Diego, ad avere ottenuto il livello di "Grand Master" al Beer Judge Certification Program. Caratteristica del birrificio, se non sbagliamo, è l’avversione al classico formato da 12 once liquide (35,5 cl.) utilizzato dalla maggioranza dei birrifici americani; le birre AleSmith sono infatti imbottigliate solamente nel più generoso formato da 24 once liquide. La AleSmith viene eletta nel 2008 “"Small Brewing Company and Small Brewing Company Brewer of the Year" al Great American Beer Festival. La Alesmith Yulesmith è una birra prodotta due volte l'anno, in due versioni leggermente diverse; quella estiva, messa in vendita a partire dal quattro Luglio, attualmente si trova al sesto posto della classifica della migliori Imperial IPA di Ratebeer, ottenendo un punteggio di 100/100. Di colore ramato, opaco; la schiuma è cremosa e fine, color ocra, di buona persistenza. Nonstante la birra abbia una viaggio oceanico e quasi un semestre di vita alle spalle, l'aroma è ancora abbastanza fresco, ricco di aghi di pino, frutti tropicali (mango, ananas maturo, passion fruit) e sentori di caramello. E' solida, dal corpo pieno, con una carbonazione media ed una consistenza oleosa; in bocca è morbida, ha una bella base di malto biscotto e caramello, seguita subito da un amaro resinoso pungente e piccante, che però non è mai aggressivo. La gradazione alcolica è sicuramente importante (8.5%) ma è molto ben nascosta al punto che si avverte solo un gradevole calore a fine bevuta. Il percorso nel palato continua con note di frutta tropicale che portano ad un finale secco, pulito, seguito da un retrogusto vegetale ed amaro, fruttato, piacevolmente alcolico. Imperial IPA davvero solida e molto ben fatta; relativamente semplice, ha pochi elementi che entrano in gioco ma ognuno è al posto giusto. Bottiglia ancora abbastanza fresca e godibile, che lascia però solo immaginare la spettacolarità di questa birra appena imbottigliata. Noi ci accontentiamo. Formato: 65 cl., alc. 8.5%, lotto e scadenza sconosciuti, prezzo 15.73 Euro.

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english summary: soon