Visualizzazione post con etichetta Deschutes Brewery. Mostra tutti i post
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mercoledì 11 marzo 2020

DALLA CANTINA: Deschutes The Abyss 2016

Nel 2005 il fondatore di Deschutes (Oregon, USA) Gary Fish sfidava i propri birrai a creare una birra estrema e potente, quella che ancora mancava ad un birrificio che faceva già fatica a soddisfare le richieste dei clienti per le birre in produzione regolare. Da un concorso interno vari birrai ne uscirono vincitrici due Imperial Stout: una prodotta con l'aggiunta di liquirizia, l'altra con melassa nera. Dal blend di queste due birre nasceva la base per quella che diventerà poi The Abyss: oltre a melassa e liquirizia, vengono aggiunti corteccia di ciliegio e baccelli di vaniglia. La sua preparazione è abbastanza laboriosa in quanto è necessario realizzare due mash separati che vengono poi portati nello stesso bollitore; ci sono poi 360 bastoncini di liquirizia da scartare a mano, uno ad uno.  Nel 2006 alla Deschutes il marketing non era certamente una delle priorità è l'uscita del primo lotto di Abyss avvenne in sordina; il passaparola tra gli appassionati fu però velocissimo e già l'anno successivo le richieste superarono di gran lunga la disponibilità. Entrata nel circolo delle cosiddette "birre culto" americane, ogni anno viene commercializzata a novembre e spariva rapidamente dagli scaffali dei negozi. 
Il mercato è da allora profondamente cambiato e quasi nessun beergeeks metterebbe oggi Deschutes sulla sua wishlist: il risultato è che le bottiglie di Abyss vengono distribuite anche al di fuori dell’Oregon e rimangono sugli scaffali per molto più tempo del previsto. Per portare nuova linfa al prodotto The Abyss, nel 2015 Deschutes ha allora iniziato a produrne diverse varianti caratterizzate principalmente dalle uso di botti per l’invecchiamento. 
Qui trovate le mie impressioni su una bottiglia di The Abyss 2013 bevuta nel 2016. A quel tempo sia Ratebeer che Beer Advocate la elencavano tra le 50 migliori birre al mondo: trentanovesima per il primo (e ventisettesima miglior Imperial Stout), quarantaseiesima per il secondo (ventesima miglior Imperial Stout). Oggi solo il Beer Advocate (di recente acquisito da Untappd) annovera The Abyss nella Top 50 (numero 37) delle Imperial Stout.

La birra.
Nel 2016 The Abyss  fu commercializzata in tre versioni: oltre a quella standard ci furono le edizioni Scotch e Brandy, ovvero la birra base invecchiata al 100% in botti degli omonimi distillati.  La Abyss normale (11.1%) nasce invece da un blend di birra fresca (50%) e invecchiata in botti ex-bourbon (21%), ex-Pinot Nero dell’Oregon (21%) e nuove (8%); la ricetta della imperial stout base dovrebbe includere malti Pale, Black, Chocolate, Black Barley, Roasted Barley e frumento; luppoli Millennium, Nugget, Styrian e Northern Brewer; melassa nera, liquirizia, baccelli di vaniglia e corteccia di ciliegio tardivo. 
Nel bicchiere è perfetta: un nero abisso sul quale si staglia una sontuosa e minacciosa testa di schiuma, cremosa e compatta. Il naso è piuttosto pulito ed elegante e permette di cogliere tutte le diverse sfumature derivanti dai passaggi in botte: bourbon, vino, melassa, legno, accenni di vaniglia. Ma non è finita qui: fruit cake, caffè,  cioccolato, tabacco, una punta d’affumicato. E’ un percorso molto complesso ed intrigante. Al palato è morbida, dal corpo medio-pieno, ma non particolarmente viscosa: non ci sono molte “coccole” per il palato.  Melassa, fruit cake, liquirizia e bourbon iniziano un percorso dolce arricchito da note vinose, frutti di bosco. Inizialmente la controparte amara, ricca di caffè e torrefatto, sembra viaggiare in sordina ed in parallelo, ma il finale è tutto suo. L’ottimo livello di pulizia permette di cogliere con grande definizione le due anime di questa birra che non riescono però mai a fondersi completamente tra loro. La chiusura è calda, ricca di bourbon e da un intenso torrefatto che viene ammorbidito da qualche tocco di vaniglia e da una piacevole nota fumé.  
La ritrovo come l’avevo lasciata nel 2016: rileggendo i miei appunti di bevuta sull’Abyss 2013 trovo una corrispondenza pressoché perfetta, nonostante il miei gusti e il mio palato sia inevitabilmente cambiati in tutti questi anni. La ritrovo e la bevo con grande soddisfazione: è una birra che non suscita più l’interesse dei beergeeks e che sono riuscito a trovare in un negozio negli Stati Uniti dieci mesi dopo la sua uscita commerciale. Speriamo che qualche bottiglia arrivi un giorno anche in Europa, sarebbe bello poterla bere con frequenza quasi annuale.
Formato 65 cl., alc. 11.1%, IBU 86, lotto 11/2016, pagata 17,00 dollari

NOTA: Prezzi indicativi (beershop). La descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 20 febbraio 2019

DALLA CANTINA: Deschutes Mirror Mirror Barley Wine 2014

Sono passati 31 anni da quando nel 1988 Gary Fish aprì con la moglie il Deschutes brewpub a Bend, Oregon: 368 gli ettolitri prodotti nei primi 12 mesi di vita, cresciuti esponenzialmente a 91.000 dopo dieci anni e 216.000 dopo venti. Il tutto grazie a numerose espansioni, all’apertura di un secondo brewpub a Portland (2008) e di uno sulla costa ad Est a Roanoke  (impianto da 22 ettoltri) che doveva costituire l’anteprima di un progetto ben più ambizioso da 95 milioni di dollari che prevedeva la costruzione di un secondo birrificio nella stessa città della Virginia, 180.000 ettolitri all’anno di capacità. Il progetto è stato tuttavia temporaneamente congelato nell’attesa di capire meglio gli sviluppi del mercato della craft beer. Il birrificio di Bend ha infatti attualmente una capacità di 684.000 ettolitri l’anno ma ne produce poco più di 470.000: nonostante questo Deschutes rimane il decimo maggior produttore craft americano, posizionandosi al numero venti se allarghiamo la classifica anche alla birra industriale.  
Nel 2018 anche Deschutes ha introdotto le lattine, formato ormai indispensabile per competere nel mercato craft, ma ha anche annunciato dolorosi tagli al 10% del personale. Gary Fish rimane ancora il maggior azionista del birrificio ma, come altri fondatori di birrifici artigianali americani divenuti molto grandi,  ha ceduto il ruolo di CEO e presidente a Michael LaLonde;  le restanti quote societarie sono state offerte ai dipendenti. 
Tutte o quasi le birre di Deschutes hanno riferimenti a luoghi geografici che si trovano nei dintorni di Bend:  la Pale Ale Mirror Pond, ad esempio, è dedicata ad un piccolo laghetto formato dal fiume Deschutes. Mirror Pond è stata anche la ricetta di partenza per la prima birra della Reserve Series, birre prodotte occasionalmente, stagionalmente o solamente una volta l’anno nel formato da 65 centilitri. Ad inaugurarla fu nel 2006 il barley wine Mirror Mirror, versione “raddoppiata” (dicono alla Deschues) della Mirror Pond Pale Ale. Si tratta di un blend di birra fresca e della stessa birra invecchiata per dieci mesi in botti che avevano contenuto vino Pinot Noir, Tempranillo e Malbec.
Mirror Mirror è stata poi replicata nell’aprile 2009 e nell’aprile del 2014. Rispettando la cadenza quinquennale nel 2019 è prevista l’uscita di un nuovo barley wine che dovrebbe essere questa volta chiamato Black Mirror; i dettagli non sono ancora stati resi noti.

La birra.
Dalla cantina recupero una bottiglia di Mirror Mirror millesimo 2014: la ricetta prevede malti Pale, Victory, Crystal, Maris Otter e Cara-Pils, luppoli Millennium e Cascade. Per chi volesse provare a replicarla in casa, ecco qui la “versione per homebrewing”. 
Come per molte birre della Reserve Series, Deschutes indica in etichetta la  data dopo la quale sarebbe meglio stappare a birra, in questo caso febbraio 2015. Si chiede quindi ai clienti di tenerla in cantina per quasi un anno per poterla apprezzare al meglio.
A quasi  cinque anni dalla messa in bottiglia Mirror Mirror ha perso un po’ di brillantezza e il suo color ambrato carico risulta piuttosto spento e opaco: la schiuma è invece ancora generosa e compatta, rivelando ottima ritenzione. Al naso c’è una buona complessità fatta di caramello, uvetta e datteri, ciliegia, fragola, mela cotogna, frutta secca a guscio e biscotto; l’ossidazione ha avuto fortunatamente sviluppi positivi, in questo caso regala ricordi di vini passiti e marsalati. Quello che impressiona maggiormente la sensazione palatale: nessun segno di cedimento, mouthfeel cremoso, morbido ed avvolgente, corpo tra il medio ed il pieno.  La bevuta inizia  dolce di caramello e biscotto, uvetta e datteri, ricalcando di fatto l’aroma per poi rivelare gli effetti del passaggio in botte; note vinose e di legno, una lieve asprezza ed una bella secchezza arrivano a portare equilibrio. Il finale è piuttosto lungo e riscalda senza bruciare: una scia etilica vinosa, avvolgente e morbida. Davvero una bella bevuta questo barley wine di Deschutes: pulito, intenso, bilanciato, ancora pieno di vita. Capace di regalare emozioni e probabilmente di poter resistere in cantina ancora per qualche altro anno. 
Formato 65 cl., alc. 11.2%, IBU 53, imbott. 04/2014, 24/02/2015, pagata 17,00 dollari (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

domenica 29 aprile 2018

Deschutes Black Butte XXVIII

Dei compleanni del birrificio dell'Oregon Deschutes vi avevo già parlato in questa occasione, celebrando il numero 26; ad un anno di distanza mi ritrovo una bottiglia di Black Butte XXVIII, ovvero quella realizzata per spegnere la candelina numero 28.
Da quasi trentanni il birrificio fondato da Gary Fish realizza una versione speciale della propria flagship beer, quella Black Butte Porter che lo ha reso famoso. Alla fine degli anni'90 sulla West Coast dominava la Sierra Nevada Pale Ale e la maggior parte dei birrifici andò in quella direzione: Deschutes decise invece di puntare su di una birra "scura", e la storia gli ha dato ragione.  Una porter dedicata all’omonimo stratovulcano che raggiunge i 1962 metri d’altezza, che fa parte della Catena Montuosa della Cascate (Cascade Range) e che si trova all’interno della Deschutes National Forest. 
La festa di compleanno si tiene come al solito il 27 giugno sia nella sede originale di Bend che nella succursale di Portland. Nella scorsa edizione (2017) la Black Butte XXIX fu prodotta con aggiunta di zucchero di canna Turbinado, cacao in polvere, cannella e pepe di cayenna: come al solito nella bottiglia ci finisce un blend di birra fresca e di birra invecchiata in botte, nel caso specifico di Bourbon e Rum.
Noi come detto facciamo un salto indietro al 2016, quando arrivò la Black Butte XXVIII.

La birra.
Malti Chocolate, Midnight Wheat, Pale, Peated e Crystal, frumento, luppoli Millennium, Cascade e Tettnang, cacao, baccelli di vaniglia, scorza di arancia candita: questi gli ingredienti utilizzati per produrre una Imperial Porter (11.6%) che è stata poi invecchiata in botti di Bourbon e di Scotch. Il risultato viene poi blendato (50%) con della birra fresca. 
Nel bicchiere è quasi nera, mentre la sua generosa schiuma è impeccabilmente cremosa e compatta, con un'ottima persistenza. L'aroma è pulito e piuttosto raffinato: ci convivono dolci note di bourbon, prugna, uvetta e vaniglia, arancia candita, cioccolato e forse cocco, sfumature torbate che richiamano anche il tabacco, legno. Un gran bell'inizio che trova conferme al palato, eccezione fatta per un mouthfeel un po' "debole" che non fa nessuna concessione morbida o cremosa. Poco male, perchè il gusto è forse un po' meno definito dell'aroma ma è di forte intensità: caramello, bourbon, frutta sotto spirito e vaniglia sono bilanciate da cioccolato fondente amaro, tostature e caffè. L'alcool parte un po' in sordina ma emerge con una bella progressione che sfocia in un finale molto caldo ma morbido, nel quale il bourbon avvolge tutti gli altri elementi. La bevuta è potente ma molto bilanciata, non è difficile sorseggiare un bicchiere di questa Black Butte XXVIII e farselo bastare per tutta la serata, senza fretta. Intensa e ben assemblata, piuttosto elegante, ben marcata dal passaggio in botte anche se solo il 50% del contenuto vi ci è stato sottoposto. Birra da scoprire sorso dopo sorso, chiude il suo percorso con accenni resinosi del luppolo che vanno a rafforzare le tostature e ripuliscono bene il palato: ci sono anche ricordi di scorza d'arancia. Gran bel compleanno, Deschutes!
Formato 65 cl., alc. 11.6%, imbott. 16/03/2016.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 17 maggio 2017

DALLA CANTINA: Deschutes Conflux No. 1 - Collage

Conflux, “confluenza” è il nome che i birrifici dell’Oregon Deschutes e Hair of the Dog scelgono per la loro prima collaborazione: non si tratta tuttavia della solita birra a quattro mani ma di un progetto più ambizioso ed interessante che viene annunciato ad aprile del 2010. 
A Bend, dove si trova  Deschutes, arriva il birraio di Hair of The Dog Alan Sprints per produrre sull’impianto che lo ospita un lotto di Fred (American Strong Ale, 10%)  e uno di Adam (Old Ale, 10%), ovvero due tra le birre più rappresentative del birrificio di Portland. Il birraio di Deschutes Larry Sidor “risponde” con due birre altrettanto “famose” nella storia del proprio birrificio: si tratta di The Dissident (una massiccia Oud Bruin 10.9% con aggiunta di ciliegie)  e The Stoic (una quadrupel 16.5% con aggiunta di melograno). 
Le quattro birre vengono poi messe ad affinare in legno; Deschutes opta per le botti che vengono utilizzate solitamente per produrre The Dissident (ex Pinot Nero di Domaine Drouhin) e The Stoic (Heaven Hill Rye Whiskey) mentre Hair of the Dog sceglie Heaven Hill Bourbon Midwest per Fred ed una nuova botte di rovere dell’Oregon per Adam. L’idea è di realizzare una birra attraverso un blend di queste quattro botti, e per fare ciò i birrai s’incontrano regolarmente nei mesi successivi ad assaggiare il contenuto: l’invecchiamento in botte dura quasi due anni ed il blend viene commercializzato, dopo un ulteriore affinamento in bottiglia, solamente a maggio 2012. Il protrarsi del processo produttivo ha fatto sì che la birra chiamata Conflux No. 1 venisse in realtà messa in vendita dopo la Conflux Nr.2, una White IPA che Deschutes realizza assieme a Boulevard Brewing nel luglio del 2011. 
Il 15 maggio 2012, presso i brewpub di Deschutes a Bend ed a Portland debutta ufficialmente la Conflux nr.1:  i circa 235 ettolitri prodotti vengono distribuiti in fusto ed in bottiglia, queste ultime vendute a circa 12 dollari per 35,5 centilitri, con un limite di tre a cliente.  Ai brewpub viene anche data l’occasione di assaggiare un piccolo “beer flight” che, per 20 dollari, comprende un bicchierino di ognuna delle quattro birre invecchiate in botte più il blend finale. 
Deschutes e Hair of The Dog hanno poi replicato l’esperimento nel 2014, con un nuovo blend che ha visto coinvolte The Abyss e The Stoic (Deschutes), Fred e Doggie Claws (Hair of the Dog) e che è stato messo in vendita ad ottobre 2016.

La birra.
L’ho acquistata nell’agosto del 2012 ma la decisione su quando stapparla è stata ponderata quasi quanto come il suo processo produttivo: è sicuramente un effetto collaterale di quel beergeekismo che a volte diventa quasi una malattia. In etichetta Deschutes, come fa per molte sue birre, consigliava di berla dopo un certo periodo per permetterle un ulteriore affinamento: nello specifico veniva indicato marzo 2013, ovvero dopo quasi un anno dalla messa in vendita. Tuttavia le recensioni che leggevo da altri appassionati non erano del tutto convincenti e sembravano suggerire che il blend delle quattro birre necessitasse ancora di tempo; da allora sono passati cinque anni, l’attesa è stata lunga ma la ricompensa enorme. 
Il bicchiere si colora di uno splendido ambrato con intensi riflessi rubino:  la piccola schiuma biancastra che si forma è abbastanza grossolana e rapida nel dissolversi.  L’aroma è straordinariamente complesso, nascondendo e rivelando profumi diversi al variare della temperatura: legno e vino rosso danno il via ad un ballo che si muove tra frutta aspra (amarene, ribes, uva, qualche spunto di aceto di mela) e dolce (ciliegia sciroppata, uvetta e prugna disidratata). Man mano che la birra si scalda emergono bourbon e sherry, tabacco. Poche bollicine, corpo tra il medio ed il pieno ma soprattutto una consistenza palatale davvero morbida ed avvolgente: il gusto non tradisce le elevatissime aspettative create dall’aroma regalando una bevuta ricca di emozioni: toffee, uvetta, prugna e sherry delineano un percorso dolce che viene bilanciato da asprezza (frutti rossi) ed acidità.  Ma il meglio deve forse ancora venire e lo si trova in quel sontuoso retrolfatto, lunghissimo, dove sherry e bourbon disegnano un caldo dolce abbraccio etilico accompagnato da una velata asprezza a renderlo più lieve. 
Un blend che a cinque anni dalla nascita non mostra segni di cedimento ma l’intenzione di poter andare ancora avanti nel tempo. Le quattro birre utilizzata danno tutte il loro contributo con equilibrio, entrando ed uscendo di scena a più riprese: dalle caratteristiche aspre della Oud Bruin invecchiata in botti di pinot nero al bourbon che ha ospitato la quadrupel The Stoic (uvetta, prugna) e l’american strong ale Fred. Il risultato è una birra emozionante ed una delle più complesse che mi sia mai capitato di bere: un capolavoro, o quasi.

Formato: 35.5 cl., alc. 11.6%, imbott. 05/2012, best after 30/04/2013, pagata 10.99 dollari.

lunedì 6 marzo 2017

Deschutes Black Butte XXVI

Gary Fish non aveva grosse ambizioni quando nel 1998 aprì a Bend  le porte del brewpub Deschutes: era arrivato in Oregon da sei mesi e intendeva solamente gestire un piccolo pub godendosi la vita e la natura circostante. In quanto ristoratore senza nessun’esperienza nella produzione di birra, l’allora trentunenne Fish ingaggiò come consulente Frank Appleton, uno dei pionieri della craft beer revolution canadese; a lui il compito di progettare, mettere in funzione l’impianto e scrivere le ricette delle prime tre birre prodotte da Deschutes: Cascade Golden Ale, Bachelor Bitter e Black Butte Porter. I nomi scelti erano volutamente gli stessi di alcuni ranch della zona ai quali il birrificio sperava di poter vendere le birre per dissetare le persone che rientravano verso casa dopo aver sciato sulle montagne della zona. Per produrle venne assunto il giovane birraio John Harris, in seguito fondatore della Ecliptic Brewing di Portland: "realizzammo la ricetta della Black Butte fatta dal consulente ma per me era troppo leggera, era una Brown Ale, io ci volevo più carattere, più tostature. Il consulente mi disse “io qui ho finito il mio lavoro, fate quello che volete” e anche Fish , impegnato con il ristorante, mi lasciò carta bianca. Così iniziai ad usare meno malto Caramello e più Chocolate, continuando a modificare leggermente la ricetta per due anni, quando divenne poi definitiva”. 
In una regione dove a quel tempo dominava la Sierra Nevada Pale Ale, Deschutes decise d’investire sulla scura Black Butte facendola diventare, in accordo con il loro primo distributore Admiralty Beverage, la propria flagship beer.  Ancora oggi per Deschutes la Black Butte è “the beer that started it all”: grazie a lei il birrificio dell’Oregon si è fatto conoscere in tutti gli Stati Uniti.  Una porter dedicata all’omonimo stratovulcano che raggiunge i 1962 metri d’altezza, che fa parte della Catena Montuosa della Cascate (Cascade Range) e che si trova all’interno della Deschutes National Forest. 
E’ stata quindi una scelta naturale assegnare alla Black Butte il compito di festeggiare ogni anno l’anniversario del birrificio, che cade il 27 giugno:  in quella data i birrai di Gary Fish (attualmente Brian Faivre e Veronica Vega) presentano ogni anno una diversa versione “imperiale” della Black Butte. L’ultima nata, la XXVIII (11.6%),  celebra  il ventottesimo compleanno utilizzando malto torbato, cacao, vaniglia, scorza d’arancia e viene poi “blendata” (50%) con la stessa birra invecchiata in botti di bourbon e scotch; qualcuna di queste bottiglie è attualmente arrivata anche in qualche beershop on-line europeo.
Noi facciamo invece un passo indietro al 2014, festeggiando con un po’ di ritardo il ventiseiesimo compleanno di Deschutes.

La birra.
Black Butte XXVI Birthday Reserve: 10.8% ABV  per un’imperial porter la cui ricetta prevede malti Pale, Chocolate e Crystal, Midnight Wheat e frumento maltato; i luppoli sono Millennium, Cascade e Tettnang americano. Vengono inoltre aggiunte fave di cacao prodotte dalla Theo Chocolate, melassa di melograno e mirtilli rossi (cranberries) dell’Oregon. La birra viene poi invecchiata per sei mesi in botti di bourbon e viene imbottigliata blendandola (50/50) con birra fresca. Messa in vendita a partire dal 27 giugno 2014 in una bottiglia ceralaccata, porta una “best after date”: il birrificio vi consiglia di berla non prima del 14 giugno 2015. 
Il suo colore è ebano scuro e nel bicchiere forma un generoso e cremoso cappello di schiuma beige, dall’ottima persistenza. Il naso non è pulitissimo ma è piuttosto complesso e – almeno per quel che mi riguarda – spiazzante.  Ci sono uvetta e prugna, bourbon, lievi note di tostatura e di cioccolato, vaniglia. Ma c’è anche una specie d’altalena fruttata dolce-aspra che mi riesce difficile descrivere: probabile che si tratti della melassa di melagrano e dei mirtilli rossi. Il corpo (medio) e la consistenza sono sorprendentemente “leggeri” per una birra dal contenuto alcolico così importante: ne guadagna indubbiamente la scorrevolezza, ne risente la morbidezza. Il gusto non si discosta molto dall’aroma, riproponendone la complessità: ci si alterna tra il dolce della melassa, dell’uvetta e della vaniglia e le leggeri tostature. Il bourbon riscalda senza eccessi una bevuta nella quale entrano in gioco acidità (malti scuri) e asprezza (frutti rossi); il finale riporta in superficie accenni di cioccolato amaro e di tostato, il tutto avvolto da un caldo abbraccio etilico.
Imperial Porter piuttosto atipica, non di facile lettura e - lo ammetto - spiazzante ai primi sorsi: per il mio gusto le manca un po' di copro e di viscosità, il risultato è comunque godibile e soddisfacente, una volta messe da parte le aspettative iniziali di trovarsi nel bicchiere una classica porter ricca di tostature, caffè e cioccolato.
Formato: 65 cl., alc. 10.8%, IBU 60, imbott. 06/2014, best after 16/06/2015, 16.99 dollari (beershop, USA)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 31 gennaio 2016

Deschutes The Abyss 2013

Purtroppo non arrivano ancora in Europa le birre di Deschutes ed è un vero peccato perché il birrificio dell'Oregon ci sa davvero fare. Fondato come piccolo brewpub a Bend nel 1988 da Gary Fish, il birrificio che prende il nome dal fiume che attraversa la propria città è cresciuto sino a diventare (dati 2014)  il settimo maggior produttore "craft" statunitense ed il dodicesimo se alla classifica aggiungiamo anche i colossi industriali. Oggi però non è il momento di passare in rassegna la storia di Deschutes perché c'è molto da dire sulla birra. 
Nel 2005 Gary Fish "sfida" i propri birrai a creare una birra estrema, potente, quella che ancora mancava a Deschutes, la cui capacità produttiva era costantemente insufficiente a soddisfare la richiesta di tutte le birre "basiche". Da un informale "concorso" interno indetto tra i vari birrai ne escono vincitrici due Imperial Stout; una prodotta con l'aggiunta di liquirizia, l'altra con melassa nera (blackstrap): dal blend di queste due birre nasce la base per quella che sarà poi la definitiva imperial stout chiamata The Abyss: oltre a melassa e liquirizia, vengono aggiunti corteccia di ciliegio e baccelli di vaniglia. La sua preparazione è abbastanza laboriosa in quanto è necessario realizzare due mash separati che vengono poi portati nello stesso bollitore; ci sono poi 360 bastoncini di liquirizia da scartare a mano, uno ad uno. Potete seguire le fasi su questa interessante pagina-diario del birrificio; in alternativa, ecco un video in cui trovate Gary Fish e Ryan Schmiege, il cosiddetto "barrel master" di Deschutes. La ricetta completa prevede malti Pale, Black, Chocolate, Black Barley, Roasted Barley e frumento, mentre i luppoli utilizzati sono Millennium, Nugget, Styrian e  Northern Brewer. Al momento della messa in bottiglia, viene fatto un blend di birra fresca e di birra affinata per dodici mesi in diversi tipi di botti: rovere dell'Oregon, ex-Bourbon, ex-Pinot Nero. 
Nel 2006 alla Deschutes il marketing non era certamente una delle priorità è l'uscita della Abyss avvenne in sordina; il passaparola tra gli appassionati fu però velocissimo e già l'anno successivo le richieste superarono di gran lunga la disponibilità. Entrata nel circolo delle cosiddette "birre culto" americane, ogni anno viene commercializzata a novembre e sparisce rapidamente dagli scaffali dei negozi. E già che parliamo di hype, sia Ratebeer che Beer Advocate la elencano tra le 50 migliori birre al mondo: trentanovesima per il primo (e ventisettesima miglior Imperial Stout), quarantaseiesima per il secondo (ventesima miglior Imperial Stout).
Il millesimo 2013 protagonista di oggi viene presentato il 14 novembre nei pub di Bend e di Portland: l'ABV (variabile ogni anno) è 11% ed il blend è assemblato con il 72% di imperial stout non barricata, il 6% affinata in botti ex-Bourbon, l'11% in botti di rovere e l'11% di Pinot Nero. Anziché una scadenza, il birrificio imprime sull'etichetta la data dopo la quale ne consiglia il consumo: in questo caso è il 16 agosto del 2014, ovvero siete invitati a tenerla in cantina per almeno nove mesi.
L'abisso nel bicchiere è spaventosamente nero, anzi nerissimo: per fortuna c'è una rassicurante e sontuosa "montagna" di schiuma marrone molto fine e cremosa, dalla lunghissima persistenza. Stupenda. L'aroma è un percorso molto raffinato che si snoda attraverso i profumi del bourbon e della vaniglia, del fruit cake, dell'uvetta e della prugna,  della melassa; ci sono intermezzi legnosi e vinosi (porto), ogni tanto fa capolino una nota affumicata e di cenere.
La discesa nell'abisso è molto meno minacciosa di quanto potrebbe pensare: i primi 3/4 della bevuta si mantengono nel territorio dolce delimitato dall'aroma, con melassa e caramello bruciato, fruit cake, vaniglia, uvetta e cioccolato al latte, liquirizia e suggestioni di porto. Il finale ha una repentina virata (forse qualcuno potrebbe trovarla un po' brusca) in territorio amaro con intensissime ma raffinate tostature, caffè e cioccolato fondente, cenere. La bevibilità per la gradazione alcolica è davvero notevole, nel blend c'è solo un 6% di birra affinata in botti ex-Bourbon ma il distillato fa sentire la sua morbidissima presenza ed il suo calore per tutta la bevuta. Impossibile non fare menzione del mouthfeel, dove a fronte di un corpo pieno c'è una patina superficiale morbidissima e setosa, ad accarezzare il palato mentre sulla lingua scorre un liquido ben più consistente ed oleoso; la carbonazione è ovviamente molto contenuta. Lunghissimo il retrogusto, punto d'incontro di Bourbon, caffè e cioccolato, caldo ed avvolgente, pulitissimo, degna chiusura di una Imperial Stout sontuosa e davvero ben fatta, dove potenza e finezza riescono a stabilire una convivenza pressoché perfetta.
Una birra non facile da trovare in quanto esce una volta l'anno, ma se capitate negli Stati Uniti tra novembre e dicembre, quando viene commercializzata, cercate di portarvene a casa almeno un paio di bottiglie e non ve ne pentirete, una da bere dopo un anno e un'altra da lasciare a lungo in cantina.
Formato: 65 cl., alc. 11%, IBU 86, anno 2013, $ 24.99 (liquor store, USA).

mercoledì 12 settembre 2012

Deschutes Hop in the Dark CDA

Seconda "Deschutes", dopo la Mirror Pond che abbiamo assaggiato in questa occasione.  E' la volta della Hop In the Dark, una birra dalla splendida etichetta il cui nome gioca con la frase inglese "hope in the dark", ovvero "speranza nel buio"; qui, nel buio, c'è giustamente il luppolo; il birrificio dell'Oregon la definisce in etichetta una C.D.A., ovvero una Cascadian Dark Ale, denominazione che fa riferimento a quella zona della costa pacifica settentrionale americana che si estende dal Canada alla California settentrionale. Un'area dove ovviamente si coltiva molto luppolo.  Secondo alcuni sarebbe proprio questo il fattore discriminante tra l'utilizzo di Cascadian Dark Ale (luppoli della West Coast) e Black IPA (East Coast). Non staremo qui ad approfondire le varie correnti di pensiero che sostengono se il  termine più appropriato sia appunto Cascadian Dark Ale, Black IPA, o India Black Ale o, come altri sostengono, American Black Ale. Se v'interessa, vi segnaliamo piuttosto un paio di link, in inglese, dove noti birrai discutono proprio questi argomenti: Matt Van Wyk e Greg Cock. Questa Hop in the Dark CDA è brassata utilizzando malti Pale, Crystal, Chocolate, orzo nero, frumento "chocolate", avena in fiocchi ed avena tostata; i luppoli sono Northern Brewer, Nugget, Centennial, Amarillo, Cascade e Citra. Si  tratta di una produzione stagionale, disponibile solamente da Maggio a Settembre. Nel bicchiere è di un bel color ebano scurissimo; la schiuma è molto generosa, beige, fine, molto persistente. Naso splendido, molto elegante e pulito, con agrumi in evidenza (pompelmo e mandarino), aghi di pino, sentori di frutti di bosco (lampone); quando la schiuma scompare emergono in secondo piano caffè e malto tostato. Ottime aspettative che vengono solo parzialmente confermate in bocca, dove c'è un grande intensità di gusto che però manca dell'eccellente pulizia dell'aroma. L'imbocco è leggermente tostato, ed è seguito da un netto aggrumato a continuare il percorso iniziato con l'aroma; gli IBU dichiarati sono 70, ma non si tratta assolutamente di una birra impegnativa. L'amaro, con molta scorza di pompelmo, è elegante e non raschia ma la gola; bella chiusura secca, che pulisce il palato e prepara ad un lungo retrogusto, intenso, con scorza d'agrumi, un po' di resina ed un leggero tostato. Black IPA molto facile da bere, grazie ad una consistenza "watery" ed un corpo medio-leggero; l'aroma è davvero profumato ed invitante, il gusto si colloca appena un gradino sotto ma stiamo parlando comunque di una gran bella birra, molto ben fatta ed intensa. Formato: 65 cl., alc. 6.5%, IBU 70, lotto 0946 G, scad. 31/08/2012, prezzo 4.99 Euro ($ 5.98).

martedì 4 settembre 2012

Deschutes Mirror Pond Pale Ale

Fondata da Gary Fish a Bend, Oregon, nel 1988, la Deschutes Brewery prende il nome dal fiume che attraversa la città e da piccolo brewpub è diventato oggi il quinto produttore americano di “Craft Beer” con volumi di oltre 200.000 barili l’anno. Nonostante questo il birrificio mantiene volutamente un profilo molto legato al proprio territorio; quasi tutte le loro birre portano in fatti in etichetta nome ed immagine di alcuni luoghi adiacenti al birrificio. “Mirror Pond” è un lago artificiale che fu creato nel 1910, a seguito della costruzione lungo il fiume Deschutes, di una diga necessaria a far funzionare una centrale elettrica che fornisse per la prima volta l’energia elettrica alla città. “Mirror Pond” è anche una delle birre più care a John “Abe” Abraham, mastro birraio alla Deschutes. Un’American Pale Ale la cui ricetta prevede malti Pale, Northwest Pale Ale, Crystal e Carapils, mentre l’unico luppolo utilizzato è il Cascade. Birra che abbiamo trovato splendida nella sua semplicità e pulizia; a partire dall’impeccabile color dorato, carico, con la schiuma leggermente “sporca”, fine e cremosa. Il naso non è particolarmente intenso, ma estremamente pulito e molto elegante: leggeri sentori di aghi di pino e soprattutto agrumi, con pompelmo ed arancio. Poco male perchè in bocca è davvero uno splendore. Il corpo è medio, correttamente carbonata, "watery" quanto basta per essere bevuta con grandissima facilità, pur avendo un'intensità notevole. Biscotto, leggero caramello, note dolci di arancio con un amaro a seguire con resina ed una nota di pompelmo. Grandissimo equilibrio e, come all'aroma, estrema pulizia. Una goduria per il palato, molto semplice ma con ogni elemento al posto giusto. Ha solo il difetto di terminare troppo in fretta; in questo caso, il "six pack" americano è davvero il minimo necessario. Formato: 35,5 cl., alc. 5%, IBU 40, lotto 0731M, scad. 08/11/2012, prezzo (al tavolo) 5.83 Euro (7.00 $).