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mercoledì 13 dicembre 2017

Alus Darbnīca Labietis: Soho Švītinš Bitter & Mežs Red Ale

Arriva sul blog anche la Lettonia, nazione che ancora mancava all'appello. Ammetto la mia completa ignoranza sulla scena brassicola di un paese che ottenuta l’indipendenza nel 1991 ha visto crescere lentamente un piccolo sottobosco di birrifici artigianali.  Tra quelli di recente apertura figura Alus Darbnīca Labietis, ovvero “Laboratorio di Birra Labietis”, fondato a Riga da  Reinis Pļaviņš  e Edgar Melnys nel 2013, due homebrewers che dopo aver collezionato medaglie ad alcuni concorsi nazionali riservato alle produzioni casalinghe si sono lanciati nel mondo dei professionisti. 
Labietis, antico nome col quale venivano chiamati alcuni guerrieri lettoni – una sorta di samurai -  ha iniziato l’attività in un brewpub da 170 metri quadrati che si trova nel quartiere “creativo”  di Riga (Aristīda Briāna 9a-2) e si è poi espansa con una seconda sede – non produttiva – all’interno del mercato centrale. Se ho ben capito è in costruzione un nuovo stabilimento a Eimuri, 20 km da Riga, che consentirà di aumentare ulteriormente la capacità produttiva. 
Nonostante i protagonisti di molte birre Labietis siano i luppoli americani, il birrificio dichiara di tenere in massima considerazione le erbe officinali locali. “Prima di aprire Labietis avevo intenzione di fondare una specie di “erboristeria o farmacia birraria“ -  dice Reinis - immaginate di entrare in un bar e chiedere qualcosa per lenire il vostro mal di pancia o altri malanni grazie ad una serie di birre realizzate con una diversa combinazione di erbe officinali”. 
La gamma Labietis conta oggi una cinquantina di birre che sono state raggruppate a seconda del colore dell’etichetta, a sua volta collegato al contenuto alcolico ed al prezzo di vendita: l’etichetta bianca-grigia identifica birre “semplici” con contenuto alcolico inferiore al 5%;  si vestono di giallo birre più “ricche o corpose”, con ABV tra 4 e 6%; il rosso alza l’asticella sino all’8%, il nero la supera. Il colore viola è infine riservato a produzioni occasionali e speciali particolarmente alcoliche, oltre il 10%.

Le birre.
Partiamo dalla Soho Švītinš (letterlmente il Dandy di Soho) una bitter inglese vincitrice nel 2012 di un concorso lettone per homebrewers. L’etichetta parla di una bitter classica (cinque varietà di malto e luppolo E.K. Goldings) con tocco di modernità donato dal Galaxy. Fortunatamente questo luppolo è usato con creanza e parsimonia e non stravolge il carattere inglese, prerogativa per me imprescindibile se si vuole utilizzare il termine “bitter“. 
Il suo colore oscilla tra l’ambra, l’oro e il rame, la schiuma è cremosa e compatta e il naso regala profumi di biscotto e caramello secca, cereali e quel nutty/frutta secca tipicamente inglese. Al palato è forse un pelino troppo pesante in quanto "session beer" ma è ugualmente morbida e gradevole. La bevuta prosegue rigorosa e semplice, tutta imperniata sull'asse caramello-biscotto-nutty: ci regala qualche nota di prugna e un bel finale amaro che si sviluppa tra il terroso e la mandorla. Bitter molto pulita, intensa ma facile da bere, una birra perfetta per accompagnare le chiacchiere di una serata al pub, inglese ovviamente. Piacevolissima sorpresa.

Mežs, ovvero "foresta" dovrebbe essere la birra più venduta di Labietis: si tratta di una read/amber ale prodotta con bacche di ginepro e caratterizzata da un generoso dry-hopping di Kazbek, un luppolo boemo.  Nel bicchiere è di un bell'ambrato molto carico e impreziosito da venature rossastre; la schiuma è impeccabilmente cremosa e compatta. Il naso è piuttosto dolce e si compone di ciliegia e prugna, ginepro, caramello e biscotto, frutti di bosco.  Un ottimo livello di pulizia ed intensità che tuttavia, sopratutto per quel che riguarda quest'ultima, non trova riscontri in bocca. La bevuta mostra infatti un drastico calo e, dopo un inizio biscottato e caramellato scivola progressivamente nell'acquoso e un finale amaro e terroso, molto timido. Non ci sono evidenti difetti ma la birra risulta piuttosto blanda e noiosa, quasi priva di vita: si beve con sufficienza ma dopo un aroma così interessante è impossibile non restare delusi. 
Nel dettaglio:
Soho Švītinš, formato 50 cl., alc. 4,4%, IBU 21, lotto 17 195, scad. 01/06/2018
Mežs, formato 50 cl., alc. 5.5%, IBU 7, lotto 17 211, scad. 01/08/2018

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 31 gennaio 2017

CraftCountry Brewery: Smasher & Miyamato

Anche in Tirolo, regione sud-orientale delll'Austria, la craft beer revolution ha iniziato a muovere i primi passi, sebbene in maniera molto più compassata e lenta rispetto non solo al resto del paese ma anche alla vicina Germania. La "capitale" Innsbrück ha ora un interessante bar dedicato alla birra "artigianale" e ad Hall in Tirol, a dieci chilometri di distanza, è operativo dal 2014 il microbirrificio CraftCountry.
Lo fondano Jürgen Ladstätter e Simon Wabnig, il primo dei due folgorato nel 2012 durante un lungo soggiorno negli Stati Uniti dai profumi e dai sapori dei luppoli americani. Rientrato in Tirolo, dove  non c'era nessuna possibilità di accedere a quel tipo di birre, Ladstätter decide di iniziare a farsele in casa assieme ad alcuni amici. La passione si trasforma in un business plan che parte nel 2014 con i lavoro di costruzione della CraftCountry Brewery, inaugurata nel 2015 e già ampliata nell'anno appena concluso: oggi il birrificio produce su di un impianto da 20HL con 120HL di capacità nei fermentatori, e dispone di una linea d'imbottigliamento automatica. Sono al momento cinque le birre prodotte regolarmente: una hoppy lager, una pils, una amber ale, un'american pale ale ed una stout.

Le birre.
Smasher è una Amber Ale che dichiara un generoso dry-hopping di vari luppoli (americani?) non specificati. Nel bicchiere è giustamente ambrata e forma un generoso cappello di schiuma ocra, cremosa e compatta, molto persistente. Difficile risalire all'età della bottiglia in mio possesso: la scadenza è aprile 2017 ma non sono sicuro che il birrificio dia una shelf life di un anno. Fragranze e freschezza non sono le caratteristiche principali dell'aroma ma il risultato non è tuttavia disastroso: c'è una piccola macedonia di frutta, con elementi tropicali (mango, papaia, maracuja), melone e agrumi, soprattutto pompelmo. La frutta molto dolce, quasi zuccherata, ritorna anche in bocca ed è ben amalgamata con il caramello e il biscotto; si chiude con un amaro di discreta intensità ma di breve durata, tra resina e pompelmo. Nel retrogusto affiora un po' di cereale, mentre la sensazione palatale, leggera e con qualche sconfinamento di troppo nell'acquoso, è tutt'altro che memorabile. Scorre bene ma con poca personalità questa Amber Ale: al di là di un aroma fruttato dolce e un po' ruffiano non c'è davvero nulla che la possa far ricordare, se chi beve ha già un po' di esperienza con i luppoli americani. Meglio pensare a lei come ad una delle poche alternative alle blande basse fermentazioni industriali che hanno il monopolio nei locali di questa regione dell'Austria: il gusto sicuramente ci guadagna, ma non ci sono da fare i salti di gioia.

Passiamo alla Miyamato, una Pale Ale prodotta con luppoli giapponesi non specificati e, se leggo correttamente l'etichetta in tedesco, acqua trattata con calcio di corallo fossile Sango. Anche lei è ambrata, leggermente più chiara della sorella Smasher e forma un altrettanto impeccabile cappello di schiuma biancastra, cremosa e molto compatta. Mango e papaya, caramello e bubble gum sono i protagonisti di un aroma dolce che tende a suggerire la frutta candita e la marmellata; del cocco dichiarato tra le note gustative in etichetta, nessuna traccia. Il gusto mostra buona corrispondenza con l'aroma con biscotto e caramello a sostenere il dolce del bubble gum e della frutta tropicale. Ma mentre la Smasher chiudeva con un timido crescendo amaro, questa Miyamato  va nella direzione opposta, di fatto spegnendosi e scivolando nell'acquoso, eccezione fatta per una velocissima nota amara (resina, terra). L'intensità complessiva è abbastanza modesta e anche qui c'è molta poca personalità, con il risultato di una birra bevibile che  - devo ripetermi - lascia molto poco a chi ha un palato già lontano dalle birre industriali.
Due birre "artigianali/craft" piuttosto timide, o in versione 1.0, che ricordano un po' la scena italiana di sette-otto anni fa: lavori in corso e tanta strada da fare, almeno per CraftCountry. All'estremo opposto occidentale dell'Austria c'è invece chi riesce a produrre birre di ottima fattura e personalità.
Nel dettaglio:
Smasher, formato 33 cl., alc. 5%, IBU 42, scad. 07/04/2017, prezzo indicativo 1.99 Euro (supermercato, Austria).
Miyamato, formato 33 cl., alc. 5.5%, IBU 47, scad. 07/04/2017, prezzo indicativo 1.99 Euro (supermercato, Austria).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 17 giugno 2016

Tempest A Face With No Name

Tempest Brewing Company viene fondata nel 2010 dallo scozzese Gavin Meiklejohn e dalla moglie neozelandese Annika a Kelso, Scozia, poche miglia dal confine sud-orientale con l’Inghilterra. I due si erano conosciuti alla fine degli anni ’90 in Canada (Whistler, British Columbia) dove Gavin stava lavorando come cuoco in quella che oggi è chiamata Whistler Brewing Company; è l'incontro con la a craft beer revolution statunitense a spingerlo verso l’homebrewing nel periodo in cui si trasferisce in Nuova Zelanda assieme alla futura moglie per continuare il suo percorso di chef. A Sidney frequenta anche un corso professionale per la produzione della birra e poi la coppia rientra in Scozia per aprire a Kelso il gastropub The Cobbles: nei momenti di pausa dalla cucina, Gavin continua con l’homebrewing sotto la  spinta dalle richieste sempre più pressanti dei clienti che desideravano bere una birra locale. 
Ad aprile 2010, nei locali un tempo occupati da un caseificio, fonda la Tempest Brewing Company che dispone di un impianto da 800 litri in parte costruito recuperando attrezzature usate proprio dall’industria casearia. Ad aiutarlo arriva come business manager Allan Rice, uno scozzese con esperienza alla Stewart Brewing di Edimburgo e – come Gavin -  in Canada e Nuova Zelanda; dopo un primo upgrade ad un impianto da 16 hl, per soddisfare la crescente domanda si è reso necessario nel 2015 il trasferimento nella nuova sede al Tweedbank Industrial Estate di Galashiels, ad una ventina di chilometri da Kelso, dove ha trovato posto il nuovo impianto da 30 hl al quale ha anche fatto seguito il completo restyling di tutte le etichette. 
Gavin e Annika hanno scelto di focalizzarsi sulla produzione di birra affidando in gestione/affitto il pub Cobbles a Luca e Olivia Becattelli: il locale continua comunque a funzionare come una specie di Brewery Tap di Tempest, che al momento ne è sprovvisto. Nello scorso maggio il British Institute of Innkeeping Awards ha nominato Tempest “birrificio scozzese dell’anno”.

La birra.
La IPA Brave New World e la Pale Ale  Long White Cloud sono le Tempest di maggior successo:  il debutto sul blog avviene però con  amber ale abbondantemente luppolata chiamata A Face With No Name, basata su di una ricetta formulata da Gavin ai tempi dell’homebrewing nella propria cucina, con le materie prime che aveva a disposizione in quel momento e chiamata Bastard Child.  La versione attuale rielaborata prevede malti  Golden Promise,  Amber, Vienna, Carared e Crystal T50, luppoli Cascade, Centennial e Green Bullet; i beer-raters di Ratebeer la eleggono tra le cinquanta migliori Amber Ale al mondo, per quel che conta.
All'aspetto è di un bell'ambrato con intense venature rossastre, e forma un compatto e cremoso cappello di schiuma ocra dall'ottima persistenza. Sono i luppoli a dare il benvenuto al naso con i loro profumi di resina, pino e, più in secondo piano, di pompelmo, passion fruit e terrosi; i malti non stanno comunque a guardare, contribuendo con note di biscotto e di quel nutty che riesco a tradurre solo con "frutta secca". L'ottima pulizia permette di apprezzare quello che sembra essere un incontro tra Stati Uniti e Regno Unito. Il percorso prosegue al palato con un ottimo mouthfeel, morbido, scorrevole e con poche bollicine: qui sono i malti ad inaugurare la bevuta (biscotto, caramello, frutta secca) formando una base solida ma non ingombrante che, dopo un rapido passaggio dolce di frutta tropicale, porta ad una bella chiusura amara che chiude perfettamente il cerchio laddove era iniziato: resina, pino, terra. L'alcool (6%) è molto ben nascosto e la facilità di bevuta è ottima; pulizia ed eleganza ci sono, la freschezza è ancora presente e permette di apprezzare il retrogusto amaro, intenso-ma-con-giudizio, di un'ottima Amber Ale dal profilo americaneggiante che non dimentica però di guardare ogni tanto alla propria terra di origine. Particolarmente azzeccata, secondo me, la scelta di non indulgere nel fruttatone tropicale in presenza di una base maltata già ricca di per sé, scegliendo poi di bilanciarla con resina e terra piuttosto che con il solito amaro della scorza d'agrumi. Non siamo al livello di questa Amber Ale, ma si beve ugualmente bene,
Formato: 33 cl., alc. 6%, IBU 50, lotto 214, scad. 01/03/2017, 4.00 Euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 1 marzo 2016

Modern Times Blazing World

Modern Times Beer apre le porte a maggio 2013 nel quartiere Point Loma di San Diego, California; il fondatore è Jacob McKean, giornalista freelance “illuminato” da un bicchiere di Tripel Karmeliet all'Hoplead bar di Chicago. La birra diventa la sua passione, prima come scrittore-blogger e poi come beergeek ed homebrewer (sei anni): il suo desiderio di lavorare nella birra lo spinge ad inviare curriculum ad una miriade di birrifici. Lo chiamano alla Stone di Escondido ma anziché venire assunto come assistente birraio gli tocca una scrivania come Communication Specialist all’interno dell’ufficio marketing, dove si occupa anche dei contenuti del Blog di Stone. Jacob considera tuttavia fondamentali i due anni passati alla Stone per riuscire a comprendere il funzionamento di un birrificio e per redigere il proprio business plan in vista dell’apertura in proprio. 
Lasciata la Stone, in 18 mesi riesce a raccogliere finanziamenti per i 1,25 milioni di dollari necessari a fondare la Modern Times Beer;  è lui stesso a raccontare il suo percorso nell’articolo “How I raised $1.25 million to start my brewery” che viene pubblicato dal sito Beerpulse. Coi fondi viene acquistato un impianto da 35 hl e fermentatori per una capacità totale di 5280 hl; impegnato a divincolarsi tra la burocrazia, le banche, gli avvocati ed i fornitori, McKean chiede aiuto per la messa a punto delle ricette a Mike Tonsmeire, autore del leggandario sito The Mad Fermentationist seguito da (quasi) ogni homebrewer americano. In sala cottura viene assunto un team composto dall’headbrewer Matt Walsh (ex Lost Coast, Speakeasy e Karl Strauss) affiancato dagli ex homebrewers Derek Freese ed Alex Tweet. Freese aveva fondato la East Village's Monkey Paw Pub a San Diego mentre Tweet arriva da Ballast Point alla quale era giunto dopo aver vinto un concorso per homebrewer con una ricetta poi diventata la stout Indra Kunindra. 
Ma Modern Times è anche un “business case” che finisce per essere analizzato dai siti e dai blog del settore: è infatti il birrificio (siamo nel 2013) ad ottenere il più alto crowdfunding tramite Kickstarter, con circa 50.000 dollari raccolti per finanziare solo l’apertura di una taproom e di un magazzino da dedicare agli affinamenti in botte in una zona meno periferica di San Diego: i partecipanti vengono ripagati con l’iscrizione ad un club che darà loro in cambio birre e/o accesso prioritario alle edizioni limitate.
L'inziativa ha successo anche grazie alla capacità di McKean di coinvolgere mediatamente la fervida scena locale d San Diego; il suo blog (come fece un tempo Patrick Rue con The Bruery) racconta giorno per giorno le vicende che precedono la fondazione del birrificio; viene coinvolto un homebrewer (The Mad Fermentationist) molto famoso; partecipano al crowfunding fornitori locali di fusti e materie prime;  il futuro team di birrai (tutti già noti a San Diego) viene reso noto ancora prima della partenza del crowfunding: questi elementi aiutano a rafforzare il concetto di “drink local” e lo spirito comunitario di una città nella quale la “craft beer” ha una grande rilevanza. In molti vogliono dare il loro piccolo contributo partecipando alla causa con poche centinaia di dollari. 
Non rimane che parlare del design: le belle lattine da una pinta di Modern Times rappresentano un azzeccato mix di antico e moderno, curato dallo studio Helms Workshop di Austin (Texas), il cui design prende ispirazione dalle grafiche di alcune vecchie lattine collezionate da McKean e le trasporta di fatto nel ventunesimo secolo. Modern Times debutta sul mercato il 24 giugno 2013 mentre in settembre viene inaugurata la taproom chiamata Lomaland Fermentorium; a fine 2013 il solito Ratebeer l’include tra i 10 migliori nuovi birrifici al mondo “nati” in quell’anno. 
Nella città che ha reso famosa nel mondo la IPA West Coast-style, Modern Times sceglie di partire a sorpresa con quattro lattine che ignorano volutamente lo stile: Coffee Stout, Saison, American Wheat Ale e Amber Ale, perché, dirà McKean, “ci sono già così tanti birrifici che fanno ottime IPA/DIPA qui intorno”. La distribuzione viene affidata a Stone; le IPA arriveranno solo in un secondo momento, assieme agli affinamenti in botte e alle birre acide, imbottigliate in una linea separata al fine di evitare qualsiasi contaminazione batterica con le lattine. 
Blazing World è il nome dell’Amber Ale di Modern Times, una birra che sviluppa una vecchia ricetta casalinga chiamata Pacific Nectar. Jacbo McKean e Mike Tonsmeire “The Mad Fermentationist” vogliono includere tra le quattro birre di debutto una dedicata al luppolo, senza tuttavia produrre l’ennesima IPA; l’idea è di mettere “idealmente” assieme tre birre che entrambi amano, la Nugget Nectar di Tröegs (Pennsylvania), la succosa IPA Nelson di Alpine (San Diego) e la Furious di Surly (Minnesota). Come per tutte le Modern Times, la ricetta è “open source” e può essere scaricata nella versione “homebrewing” direttamente dal sito del birrificio: i malti sono Two Row, Monaco e Midnight Wheat, mentre la generosa luppolatura vede protagonisti Nelson Sauvin, Simcoe e Mosaic. 
Nel bicchiere è ovviamente ambrata e quasi limpida, con un bel cappello di schiuma ocra, cremosa e compatta, dalla buona persistenza. Il birrificio Americano ammette di curare molto la componente aromatica delle birre: la lattina in questione ha circa tre mesi di vita, lasso temporale accettabile per attraversare l’oceano ma che ha certamente qualche effetto sull’intensità e sulla freschezza. Il naso risulta molto pulito e mantiene ancora una buona freschezza, con pungenti profumi di aghi di pino e resina, un lieve carattere terroso e quell'intraducibile dank (verde, erba, marijuana) ad affiancare le sfumature di  pompelmo, frutta tropicale e malto/biscotto. La sensazione palatale è perfetta, con corpo medio, una delicata carbonazione ed una riuscitissima convivenza tra morbidezza/presenza palatale e scorrevolezza. E’ tuttavia al gusto che questa Blazing World impressiona maggiormente: i malti sono lievi e assolutamente mai invadenti, con il caramello splendidamente integrato nelle sensazioni dolci di frutta tropicale a fare da supporto alla generosa ed elegante luppolatura che parte in sordina per poi terminare in un intenso ed elegantissimo crescendo  amaro di resina e aghi di pino, con un tocco terroso e di pompelmo. Birra pulitissima che riesce a stupire con la delicatezza del dolce e fragrante supporto a sostegno della massiccia luppolatura, evitando pericolosi "caramelloni" o ingombranti colonne di malto. Tecnicamente davvero molto ben eseguita,  di facile lettura e di facile fruizione, regala davvero belle soddisfazioni; nasce a San Diego e quindi si congeda, ça va sans dire,  con un lungo retrogusto amaro, resinoso, leggermente "pepato" e rafforzato da un lieve tepore etilico.
Formato: 47,3 cl., alc. 6.8%, IBU 85, imbott. 03/12/2015, 6.00 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 30 ottobre 2015

L'Artigianale al discount: Cask 65 Bruna & Arcana Red Ale

Di tanto in tanto mi piace ritornare sull’argomento “la birra artigianale al discount”, due concetti teoricamente contrapposti;  “birra artigianale” è stata infatti "inventata" con in mente target ambiziosi: ristorazione, esperienze gourmet, enoteche, eleganti bottiglie da 75 cl. che inizialmente ricordavano quelle del vino o dello champagne, prezzi elevati (anche per) caratterizzare e posizionare un prodotto in fascia “premium”. Solo in tempi più recenti, dopo lo scarso successo nell’ambito della ristorazione, la “birra artigianale” ha preferito rivolgersi ai suoi canali “tradizionali”, ovvero la birreria, il pub, il bar e il beershop, rimpiazzando o almeno affiancando il formato 75 con quello da 33. I prezzi non sono diminuiti, ma questa è un’altra storia. 
E’ curioso come un prodotto come la  “birra artigianale”  sia pian piano entrato anche nelle cerchie dei supermercati “discount”, dove difficilmente i prodotti “premium” trovano collocazione e dove la gente si reca soprattutto per comprare “quello che costa poco”. Ma è allora possibile trovare una “birra artigianale italiana”  (e sottolineo “italiana”, perché in altri paesi il problema non si pone) che sia buona e che costi poco?  Al momento la risposta sembrerebbe essere più no che sì: queste sono almeno state le mie impressioni derivanti da questo e questo assaggio.   Facciamo oggi un terzo tentativo con due birre che ho di recente avvistato per la prima volta sugli scaffali del discount. 
La prima è la Arcana Red Ale, commissionata dalla Target 2000 di Riccione e, sebbene non sia indicato in etichetta, prodotta dal birrificio Amarcord di Apecchio (PU): una “rossa” che va ad accompagnare la già esistente “bionda” Golden Ale, assaggiata lo scorso anno. Piuttosto bella nel bicchiere, ambrata, velata con venature ramate; la schiuma ocra è compatta e cremosa, con un’ottima persistenza. L’ idillio dura però poco: al naso un discreto diacetile e qualche sentore metallico mettono un po’ in ombra i sentori di toffee e di frutta secca (o “nutty", per dirla all’anglosassone). C’è quasi una suggestione di ciliegia e, quando la birra si scalda, di mela.  La pulizia non brilla neppure al gusto, ma nel complesso l’inizio della bevuta è accettabile, riproponendo biscotto, toffee, frutta secca e anche un lieve diacetile; abbastanza sgraziata è invece la chiusura, con un amaro tra il terroso e l’erbaceo poco elegante, leggermente astringente e lievemente bruciacchiato (gomma).  Indubbiamente un po’ migliore della sua sorella “bionda” , è un’ambrata dal vago carattere inglese non certo memorabile ma neppure imbevibile; l’avessi trovata al bancone del bar/pub a 5 Euro mi sarei probabilmente inca**ato,  ma la bottiglia di mezzo litro a  1,79 Euro  fa socchiudere gli occhi sui difetti e può essere un’opzione per bere qualcosa che ha un po’ più gusto di una blanda industriale senza dover arrivare ai soliti prezzi della “birra artigianale” italiana. In due parole, “quasi sufficiente”.
Più arduo il compito che deve affrontare la birra Cask 65 Bruna, prodotta dal birrificio cuneese Della Granda  per la linea “Mastri Birrai Italiani”  de “La Cantinetta” di un altro noto discount italiano: qui si entra in territorio Belga, dove il lievito è più che mai protagonista. Sorvolerei sulle trionfanti note descrittive del volantino pubblicitario (“Viaggio fra sapori autentici, tra tradizione ed innovazione, alla scoperta delle birre dei migliori Mastri Birrai Italiani” con “l’obiettivo di presentare una birra genuina e di altissima qualità, ad un costo contenuto rispetto ad altre dalle medesime caratteristiche”) per passare subito alla sostanza , non prima di ricordare i luppoli utilizzati: Spalter Select, Saaz, Magnum.  
Anche per questa birra il meglio arriva dagli occhi: ambrata e velata, bei riflessi rossastri e ramati, schiuma ocra, cremosa e compatta ma poco persistente. L'aroma è quasi inesistente, ma quel poco che c'è è dominato dall'acetaldeide (mela verde) e, impegnandosi, si può scorgere qualche sentore zuccherino e di caramello. Le cose vanno solo un pochino meglio al palato, ma non c'è nulla di cui essere contenti: biscotto, caramello, mela e pera vanno a comporre un gusto poco pulito, poco intenso che si rivela essere una sorta di amalgama di elementi privi di qualsiasi eleganza e fragranza. La chiusura di mandorla amara e nocciolo di pesca è piuttosto leggera, la birra slegata e un po' tropo watery, un pelino astringente, dove anche nel gusto c'è un po' troppa mela a far capolino; il retrogusto è piuttosto corto e la Cask 65 si congeda molto rapidamente con caramello e un lieve tepore etilico. Birra alquanto modesta che, onestamente, ho fatto piuttosto fatica a finire; alla fondamentale domanda "la ricompreresti?" la mia risposta sarebbe senz'altro di no. E questo a prescindere dal prezzo che, solo lui, mi riporta idealmente in un qualche supermercato belga. Si conclude anche questa terza puntata del "viaggio" tra le artigianali dei discount senza grosse lodi e con tanta mediocrità che sembra voler dire: volete bere bene? Lasciate perdere il discount.
Nel dettaglio:
Arcana Red Ale, formato 50 cl., alc. 6.7%, lotto 2091501, scad. 28/10/2016, pagata 1.79 Euro (3.58/litro)
Cask 65 Bruna, formato 75 cl., alc. 6.5%, lotto 4153/4, scad. 08/2017, pagata 3.49 Euro (4.65/litro)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 15 luglio 2015

Birra Cervisia Mozzo

La scena brassicola italiana è sempre più affollata e per chi beve è sempre più difficile orientarsi? Sembra una banalità ma qualcosa di vero c'è. I contatore di Microbirrifici.org si avvicina al numero 1000  (produttori e beerfirm, anche non più in attività), le grandi multinazionali iniziano anche in Italia a proporre le cosiddette “birre crafty” che ammiccano al mondo “artigianale”, aggettivo che peraltro non è assolutamente garanzia di qualità di quello che poi arriva nel bicchiere. Ci sono poi le birre che vengono commissionate da distributori di bevande: non è una novità, da anni sugli scaffali dei supermercati ci sono delle birre provenienti dal Belgio (un tempo anche nelle lussuose? bottiglie di ceramica)  prodotte apposta per chi importa e sulle quali non si riuscivano a reperire informazioni chiare.
Prendiamo oggi  il caso di Birra/Birrificio Cervisia. Esiste (o esisteva) effettivamente un microbirrificio italiano con questo nome e con sede a Caserta. Ma Fabbrica Birra Cervisia era anche uno storico birrificio genovese, fondato presumibilmente nel 1907 e passato poi attraverso diversi cambi di proprietà sino a convergere nel gruppo Dreher di Trieste, che negli anni 70 venne acquisito da Heineken: nel solito processo di razionalizzazione di marchi, nel 1985 il marchio Birra Cervisia cessò di esistere.  In una porzione dei locali che un tempo ospitavano la produzione c’è oggi il microbirrificio Maltus Faber. 
A fine 2014 l’importatore/distributore Dibevit  decide di riesumarlo, rivisitandone in chiave moderna il logo del cavalluccio marino e ammodernando anche la linea di birra. In mancanza di impianti produttivi, ci si rivolge ad Apecchio, nelle Marche, dove si trova il Birrificio Amarcord. Tre sono le nuove birre che vengono lanciate, citando dal comunicato stampa, “per soddisfare un consumatore amante di prodotti di qualità ricercati e caratterizzanti. Cervisia oggi conserva l’impronta dei suoi inizi e la combina con una delle più moderne tecniche di brassaggio, il dry hopping, proponendo tre differenti referenze. Ognuna ha un nome che prende ispirazione dalla vita marinara genovese e si caratterizza per un gusto inconfondibile:  Mozzo è una amber ale con aromi di frutta e erba, Ciurma è una lager dagli aromi freschi e intensi di malto, Camallo è una indian pale ale dalle dolci note iniziali di miele contrapposte a un finale fresco e asciutto. Cervisia si presenta oggi al grande pubblico con tre referenze, tre stili, tre caratteri differenti, per soddisfare anche i palati più esigenti e ricercati di chi ama birre dalla forte personalità”
Ma il comunicato stampa fornisce anche qualche informazione utile sulla ricetta:  la Pale Ale Camallo (6.4%), ad esempio, utilizza invece malti Pilsner, Vienna e Caramel Dark, luppoli in bollitura Magnum, Chinook, Centennial ed Ahtanum, con dry-hopping di Galaxy e Cascade. Sensazione di deja-vu? Sì, la ricetta “base” è la stessa usata qui e qui dallo stesso birrificio con, suppongo, qualche leggero aggiustamento. L’Amber Ale Mozzo è invece  prodotta con malti Pilsner, Caramel Dark, Aromatic e Chocolate, luppoli Magnum, Willamette, Centennial in bollitura, Galaxy e Cascade i dry-hopping, proprio come questa Amber Ale
Specifico subito che l'utilizzo degli stessi ingredienti non indica necessariamente che si tratti della stessa birra rietichettata: con gli stessi malti e luppoli si possono produrre birre molto diverse tra di loro. 
Passiamo quindi alla sostanza: limpidamente ambrata con riflessi ramati, Cervisia Mozzo forma una bella testa di schiuma ocra, compatta, fine e cremosa, dalla buona persistenza. L'aroma è praticamente assente (alla faccia del "dry hop" annunciato in etichetta) ed è una bottiglia che ha circa 7 mesi di vita sulle spalle: a fatica avverto caramello, toffee, qualche ricordo di biscotto ma anche una leggera nota metallica. Purtroppo in bocca non c'è un gran miglioramento: intensità molto scarsa, caramello e biscotto ai limiti della soglia di percezione, di nuovo una leggera presenza metallica ed un finale timidissimo nel quale s'intravede appena una puntina d'amaro terroso. Si può in un certo senso parlare di "equilibrio" perché in presenza di un'intensità così dimessa sarebbe davvero difficile provocare squilibri. Devo lamentarmi anche sulla sensazione palatale, con una spiccata acquosità che viene drammaticamente accentuata dalle pochissime bollicine: la bevuta è poco vivace, slegata, stanca. Faccio davvero fatica a finire i trentatré centilitri, e provo ad invocare l'uscita di sicurezza della "bottiglia sfortunata".
Formato: 33 cl., alc. 5.4%, scad. 27/11/2015.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 12 giugno 2015

Hornbeer Vårøl

Ritorna sul blog Hornbeer, birrificio sito a Kirke Hyllinge, nella penisola dello Hornsherred dal quale prende il nome, venti chilometri ad ovest di Roskilde ed a cinquanta da Copenhagen. Lo aprono a maggio del 2008 il birraio Jørgen Fogh Rasmussen e sua moglie Gundhild, punto d’arrivo (o di partenza) della passione per l’homebrewing iniziato negli anni ‘70. 
Pochi mesi dopo l'inaugurazione, in agosto, i locali vennero devastati da un incendio e la produzione sino all'autunno del 2009 dovette appoggiarsi ad altri birrifici.  Ma una volta ripristinato il piccolo impianto da cento litri, per Jørgen e la moglie Gundhild, illustratrice e pittrice, i cui quadri diventano poi le etichette delle bottiglie, arrivano finalmente le prime soddisfazioni.  Nell'anno del debutto, il 2008, la Danske Ølentusiaster (associazione di appassionati birrofili danesi) aveva proclamato la neonata Caribbean Rumstout come la migliore birra danese dell'anno. Si potrà obiettare che la scena brassicola danese non è particolarmente affollata e/o competitiva, con attualmente circa 150 microbirrifici molti dei quali hanno però una distribuzione molto limitata. Nel 2009 Hornbeer condivide a pari merito con Mikkeller il premio di birrificio (Mikkeller?)  danese dell'anno, per poi vincerlo in solitudine nel 2010, 2011 e 2013. 
Metti una calda serata di (quasi) estate con la temperatura oltre i 30 gradi.  Metti che trovi in frigorifero una bottiglia da mezzo litro che si definisce “nata per celebrare l’arrivo della primavera; dorata, molto carbonata, per la quale abbiamo utilizzato un sacco di luppoli, dandole il perfetto livello di amaro e un piacevole gusto fruttato”. Pregusti già mezzo litro di refrigerio e ti affretti a versare in tutta fretta l’American Pale Ale di Hornbeer  chiamata “Vårøl” (Vår indica proprio la primavera, in danese). 
Ti accorgi però subito che c’è qualcosa che non va: il colore dorato annunciato dall'etichetta nel bicchiere è in verità piuttosto ambrato, con sfumature arancio. L'aroma offre piuttosto un surrogato della frutta, nella forma della marmellata (agrumi); il vento di primavera porta poi profumi poco intensi e piuttosto dolci, con caramello e melassa. Man mano che la temperatura si alza, si avverte anche l'alcool.  Le premesse che si tratti di una birra non esattamente "solare" ci sono tutte, ed il gusto lo conferma: molta frutta matura (tropicale, frutti di bosco), marmellata, biscotto e caramello, con un accumolo di dolce poco rinfrescante ma che è il supporto necessario alla generosa luppolatura resinosa e leggermente terrosa. Al di là della sua palese incongruenza con quanto dichiarato in etichetta, in questa bottiglia c'è  un (American) Amber Ale piuttosto stanca e poco fragrante, con i luppoli che non brillano di fresco e con l'alcool fin troppo percepibile per la gradazione alcolica (6.4%). Capisco che la primavera danese non sia uguale a quella italiana e che là  in quel periodo c'è ancora bisogno di riscaldarsi piuttosto che rinfrescarsi, ma se proprio la devo collocare in una stagione io dico autunno.
Formato: 50 cl., alc. 6.4%, IBU 53,56, scad. 30/03/2017.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 8 maggio 2015

Cigar City Tocobaga Red Ale


Le mie ultime bevute – non del tutto soddisfacenti -  di Cigar City risalgono al 2011:  qualche birra del rinomato birrificio con sede a Tampa (Florida) è tornata a farsi vedere in Italia proprio in questo periodo, buona occasione quindi per assaggiarle. 
Il birrificio viene fondato nel 2009 da Joey Redner. Joey è figlio del famoso Joe Redner: oggi 75 anni, dopo una gioventù di eccessi tra alcool e droghe fonda negli anni ’80 un piccolo locale di spogliarelli (il Mons Venus) a Tampa; da quel momento una vertiginosa ascesa lo porterà  ad essere definito il Larry Flynt del sud.  Il suo nome viene indissolubilmente legato al mondo degli Strip Club per i quali Tampa diventa famosa: apre altri locali al ritmo della Nude Pole Dance, viene arrestato una quarantina di volte per oscenità ma, soprattutto, arriva a fatturare una ventina di milioni di dollari l’anno e a possedere svariate proprietà immobiliari. Nel 2009 gli viene anche dedicato il  film-documentario “Strip Club King”. Joe non è il padre naturale di Joey, ma lo ha comunque riconosciuto sin dal momento della nascita. 
Joey (il figlio) scopre che c’è qualcosa di meglio da bere oltre che le  lager industriali nel 1994, quando si reca a Portland, nell’Oregon, per partecipare ad un matrimonio. Diventa rapidamente un  Beer Geek: le sue vacanze hanno sempre una destinazione “birraria”, inizia con l’homebrewing e nel 2002 acquista il pub inglese Yeoman's sulla Davis Island per trasformarlo in un American Craft Beer Bar con una trentina di spine. Nel 2004 diventa autore di una rubrica sulla birra per il  St. Petersburg Times, e nel 2005 vende il bar per andare a lavorare come commerciale alla Dunedin Brewery, il birrificio artigianale più antico di tutta la Florida. E’ un passo necessario per acquisire l’esperienza per redigere poi il business plan e pensare ad aprire il proprio birrificio. Non fidandosi completamente delle proprie capacità di birraio, Joey chiama a bordo l’esperto Wayne Wambles che arriva dalla Carolina del Nord (Foothills Brewing, Buckhead Brewery);  nel 2008 è tutto pronto per l’inaugurazione della Cigar City Brewing, ma le autorità di Tampa bloccano tutto. Gli ispettori contestano alcune irregolarità nella costruzione e il vicinato si oppone alla concessione della licenza, temendo che l’apertura di un birrificio possa trasformare la zona in un covo di criminali e di ubriaconi. Il tutto si risolve dopo qualche mese, quando al birrificio viene concesso di somministrare e vendere direttamente al pubblico: un dettaglio non da poco, visto che Cigar City dichiara che il solo fatturato derivante dagli acquisti diretti al birrificio è oggi di quasi un milione di dollari l’anno.
Se vi chiedete il perché del nome scelto, è presto detto: “la città del sigaro” è proprio Tampa, o meglio il suo sobborgo chiamato Ybor. Fondamentale fu la vicinanza con l’isola di Cuba, dalla quale si poteva importare rapidamente e a basso costo il tabacco Havana. Vicente Martinez Ybor qui vi spostò nel 1885 la sua fabbrica di sigari, costruendo anche centinaia di abitazioni destinate ad accogliere i propri dipendenti.  La popolazione di Tampa, che allora contava meno di 5000 anime, nel giro di quindici anni raddoppiò grazie all’arrivo di numerosi lavoratori immigrati (Cuba, Spagna,  Italia ed Europa dell’est). L’industria del sigaro divenne la principale risorsa di Tampa arrivando nel 1929 al picco di produzione di 500 milioni di sigari.  Le cose oggi sono profondamente cambiate: la concorrenza delle sigarette, l’embargo di Cuba, le tasse sempre più alte ed il calo dei consumi hanno determinato la chiusura, uno dopo l’altro, dei 150 produttori un tempo attivi. Anche l’ultimo rimasto, la J. C. Newman Cigar Company è oggi a rischio
Ma anche il futuro a Tampa della  Cigar City Brewing è incerto: c’è una proposta di legge dello stato della Florida che vuole dare una mano ai grossi distributori di alcolici, impedendo ai birrifici di vendere direttamente la birra al pubblico presso le propria tasting room. Se fosse approvata, Joey Redner ha già annunciato la sua intenzione di voler fare le valigie e realizzare i propri piani di espansione altrove. Infine qualche mese fa si è anche vociferato di un tentativo da parte di Anheuser Busch di acquistare Cigar City: pare che tutto si sia risolto con un "non siamo interessati a vendere, grazie". 
E dopo sesso e tabacco, chiudiamo il circolo del vizio con l’alcool, la birra. 
Tocobaga è una Red Ale o Amber Ale dedicata all’omonima popolazione nativa che, assieme ai Pohoy, abitava la zona di Tampa prima dell’arrivo degli esploratori spagnoli, che poi li decimarono nel corso di una spedizione punitiva del 1612; le malattie infettive che i coloni europei si portarono appresso fecero poi il resto. I pochi indigeni rimasti trovarono probabilmente rifugio sull’isola di Cuba, ma dal diciottesimo secolo non si hanno più notizie storiche su di loro. 
Lattina quasi al limite accettabile della freschezza (gennaio 2015) e birra molto bella nel bicchiere, con il suo ambrato carico velato impreziosito da intensi riflessi rossastri. La schiuma color avorio è compatta e cremosa, con un ottima persistenza. A quattro mesi dall’inscatolamento l’aroma non è chiaramente al top ma c’è ancora una discreta freschezza/fragranza di aghi di pino, resina, quel "dank" intraducibile in italiano ma che assomiglia abbastanza all'odore della marijuana, un accenno di frutta tropicale, biscotto e caramello. Bene la pulizia, discreta l'intensità. La bevuta inizia bene, con un corpo medio, il giusto livello di bollicine e una morbidezza "tattile" che non ne pregiudica la scorrevolezza. Il dolce di caramello, biscotto e frutta tropicale viene bilanciato dall'amaro pulito che assume i toni della resina e del vegetale: pochi elementi, ma quando c'è pulizia ed equilibrio bastano ed avanzano. Il viaggio oceanico ha forse tolto all'amaro un po' di vigore, il finale era sicuramente più incisivo all'origine ma la bevuta è comunque soddisfacente, come il suo retrogusto, nel quale l'amaro resinoso è accompagnato da un morbido warming etilico. Una solida Red Ale, generosamente luppolata, nella quale intensità ed accessibilità (= facilità di bevuta) vanno d'amore e d'accordo.
Formato: 35.5 cl., alc. 7.2%, IBU 75, lotto 02/01/2015, pagata 5.50 Euro (beerhsop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 7 marzo 2015

Birra Perugia American Red Ale

Nuovo appuntamento con Birra Perugia, il birrificio del capoluogo umbro che vi ho presentato in questa occasione; termino per il momento i miei assaggi con quella che in verità è stato la prima Birra Perugia da me bevuta, nel 2014, in un ristorante di Norcia. A quel tempo non presi appunti ma pensai soprattutto a gustarmi cibo e birra, e l'American Red Ale non finì poi sul blog. 
E' una delle birre due con le quali Birra Perugia ha iniziato la propria avventura nel 2013, assieme alla Golden Ale; il birrificio perugino è tra l'altro fresco fresco di medaglia d'oro a Birra dell'Anno 2014, conquistata (meritatamente, direi) dalla Calibro 7 nella categoria 8, American Pale Ale.
La ricetta dell'American Red Ale  prevede invece malti Pils e Monaco, frumento, ed un luppolatura di Mosaic, Amarillo e Citra.
Davvero splendida nel bicchiere, di colore ambrato leggermente velato con bellissimi riflessi che vanno dal rosso rubino al ramato; la schiuma, ocra, è finissima e cremosa, compatta, molto persistente. L'aroma, ancora fresco, è molto elegante e pulito ed offre i profumi di pompelmo e mango, passion fruit e melone, frutti rossi (soprattutto fragola) con in sottofondo il caramello ed il biscotto. Molto gradevole anche il mouthfeel, che trova un compromesso ideale tra la scorrevolezza e la necessità, per una birra dal contenuto alcolico discreto (6%) di far comunque sentire la propria presenza: il corpo è medio, e la carbonatazione è piuttosto contenuta.
L'ingresso dolce di caramello e biscotto è rassicurante anche per un palato poco abituato ai sapori intensi della cosiddetta "birra artigianale"; il dolce continua con delle note tropicali che richiamano l'aroma ma questa American Red Ale non è esattamente quella birra "mansueta" che i primi istanti di bevuta potrebbero far pensare. L'amaro, vegetale e leggermente resinoso, è veloce ad arrivare, con una bella intensità (nonostante le IBU dichiarate siano solo 20) ed un ottimo livello di eleganza senza nessun eccesso asfalta-palato. La sua bevibilità è ottima, quasi da session beer, così come la pulizia e l'equilibrio, impeccabile nell'allontanare qualsiasi deriva "dolciona"; birra molto ben fatta, che ci mette davvero poco a scomparire dal bicchiere e che rimane, secondo me, una delle migliori produzioni di Birra Perugia, alla pari dell'ottima Calibro 7. Ringrazio il birrificio per avermi inviato la bottiglia da assaggiare.
Formato: 33 cl., alc. 6%, IBU 20, lotto 3914, scad. 10/2015.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 26 ottobre 2014

Williams Brothers Paradigm Shift

Terzo appuntamento con il birrificio scozzese Williams Brothers, che vi ho presentato in questa occasione. E' la volta di una Amber Ale o di una "Red Ale potenziata", come il birrificio preferisce chiamarla: e si tratta di una delle ultime nate in casa Williams, visto che ha fatto il suo ingresso in società lo scorso gennaio al Inn Deep Bar di Glasgow. Il nome dovrebbe far riferimento alle teorie di Thomas Kuhn e al "cambiamento di paradigma"; l'etichetta mostra infatti una di quelle immagini reversibili o ambigue che mi ricordano uno dei miei ambiti di studi preferiti: la teoria della percezione della Gestalt. A seconda di come guardate quella testa di animale rappresentate in etichetta, potreste alternativamente vedere le orecchie arancioni della una testa di un coniglio o il becco arancione aperto di un papero. Proprio questa immagine reversibile fu scelta da Kuhn "per dimostrare come un cambio di paradigma può far sì che una persona veda la stessa informazione in un modo completamente diverso".
La gestalt di questa Red Ale è invece fatta di malti Lager, Crystal e Dark Crystal, frumento, ed un parterre di luppoli composto da Bravo, Citra, Centennial ed Amarillo. Il colore è molto invitante: ambrato con intense sfumature rossastre, appena velato: la schiuma è molto fine e compatta, cremosa, color ocra ed ha una buona persistenza. 
Al naso c'è una buona intensità ed una bella pulizia: caramello, biscotto, marmellata d'agrumi, frutta secca, qualche sfumatura di frutti di bosco rossi; non c'è molta freschezza, ma il pericoloso connubio caramello-marmellata genera un insieme dolce (quasi candito) che risulta tutto sommato ancora gradevole e meno stucchevole di quanto si potesse temere. Lo stesso discorso vale anche per il gusto: il rischio di queste Red Ale abbondantemente luppolate è che, una volta persa la loro freschezza, si trasformino in delle "bombe" dolci dalla bevibilità assai limitata. Qui invece l'insieme ancora "regge", il caramello, la marmellata ed il biscotto sono ancora tenuti sotto controllo da un amaro resinoso e soprattutto terroso che le donano una specie di equilibrio. La bevuta risulta morbida e gradevole, con una consistenza oleosa e poche bollicine: concedendo la parziale attenuante dei maltrattamenti della grande distribuzione, il risultato è alla fine discreto, con una rapporto qualità prezzo abbastanza interessante. 
Formato: 33 cl., alc. 6.2%, IBU 50, lotto 1703 1408, scad. 09/2015, pagata 2.19 Euro (supermercato, Italia).

sabato 28 giugno 2014

L'Artigianale al discount: Arcana Golden Ale, Italian Amber Ale, IPA Italian Pale Ale

Oggi sarò un po' più lungo del solito, e non sarà una semplice "bevuta", ma tre.
La cosiddetta “birra artigianale”  è cara ? Se al bancone di un bar o al tavolo di una birreria il prezzo di una “pinta d’artigianale” e di una “industriale” sono abbastanza simili,  la differenza del prezzo in bottiglia, che sia negozio o supermercato, è davvero evidente. La “fantozziana”  Peroni ghiacciata da 66 cl. viaggia alla media (grande distribuzione) di 2 euro al litro e dintorni;  i supermercati offrono sempre più spesso anche una piccola selezione di “artigianali", e nella migliore delle ipotesi ve la caverete con 7-8  Euro al litro. Ma il prezzo col quale dovrete normalmente fare i conti per l’acquisto di “birra artigianale”, tra beershop, enoteche e rivenditori vari, nella maggioranza delle ipotesi, è tra i 10 ed i 15 Euro al litro, con qualche escursione verso i 20 Euro ed oltre per alcune birre “speciali” o particolarmente elaborate. 
Nessuno si sogna di paragonare il gusto di un’artigianale ben fatta (perché può capitarvi di pagare 7-10 Euro anche per una bottiglia di “porcheria artigianale”, sia chiaro) con quello di un’industriale filtrata, pastorizzata e sempre uguale a se stessa.  E credo che tutti siano disposti a pagare “di più” per bere un prodotto di qualità. Resta da capire se la differenza (x4, x5, x6 etc etc)  sia giustificata o no.  C’è chi sostiene di si  e c’è chi sostiene di no: del resto, se negli ultimi anni sono spuntati birrifici e beerfirm come funghi (oltre 700, al momento) e se anche diverse aziende vinicole o distributrici di bevande hanno commissionato a qualche birrificio una birra artigianale da vendere poi con il proprio nome, evidentemente è una fetta di mercato che  “tira” e nella quale ci sono buoni margini di profitto e buone prospettive di ulteriore crescita, tanto che alcuni microbirrifici  si sono già ingranditi ed altri si stanno ingrandendo. Chiariamo subito che io sto parlando del prezzo che paga il consumatore finale; può darsi che gran parte della fetta di margine se la mangino distributori e rivenditori, ed i produttori debbano accontentarsi delle briciole: non ho dati in mano per lanciare "accuse" o proclami. Al tempo stesso si parla da tempo di "birra artigianale" come di una "bolla" destinata presto ad esplodere e a portarsi via i meno meritevoli o i meno bravi a vendersi: può darsi, ma ciò non è ancora successo.
E’ da quando m’interesso di  “birra artigianale” che sento dire che i prezzi sono destinati a scendere, grazie all’aumento dei volumi di produzione, ai gruppi di acquisto che i microbirrifici avrebbero formato, all’ammortamento degli investimenti iniziali. Non mi pare che ciò sia ancora accaduto; anzi, sono arrivate le birre “one shot”, le collaborative e le barricate, che hanno spesso fatto alzare l’asticella del prezzo - e dei margini ? - ancora un po’. E lo Stato Italiano ha fatto la sua parte, con IVA  ed accise: ma questa è un'altra storia.
Siamo in estate, e immaginate di dover fare una grigliata all’aperto con alcuni amici, magari guardando assieme una partita dei mondiali di calcio, anche se la  Nazionale ha già fatto le valigie. Immaginate di voler accompagnare il tutto con della buona birra, dissetante e facile da bere. Diciamo che per l’occasione vi servirebbero una dozzina di “trentatrè centilitri”.  Al costo medio di 4,00 Euro a bottiglia, vi servono praticamente 50 Euro per dodici “artigianali”, gustose, profumate, dissetanti: l’esborso economico è notevole, direi quasi insostenibile.  Orientatevi su 12 bottiglie o lattine industriali, o da “discount”, e ve la cavate con meno di una decina di euro. Possibile quindi che non ci siano alternative all'industriale ghiacciata et similia   per queste occasioni, o da mettere nel frigo portatile per una giornata al mare o in montagna? La “birra artigianale” a causa del suo costo rimane rilegata ad una forma di bevuta "molto" responsabile, che consiste nel potersi concedere al massimo un paio di bottigliette nel corso di una serata?
Da qualche tempo sono apparse in un noto discount (tedesco), alcune bottiglie di "birra artigianale", commissionate dalla Target 2000 di Riccione (rappresentante e distributore di birre per la GDO) e prodotte dal birrificio Amarcord di Apecchio (PU). Non è una novità: da diversi anni Target 2000 distribuisce in altri discount la gamma Lucilla (La Bionda e La Rossa), anche questa etichettata come "birra artigianale". Ma c'è un'importante differenza: mentre le Lucilla sono una generica "bionda" ed una "rossa", stavolta si fa chiaramente riferimento a degli stili, a delle conoscenze che solo chi ha un certo livello di conoscenza/cultura birraria può cogliere. In etichetta non si fa solo riferimento al colore dei capelli di una ragazza chiamata Lucilla, ma si parla di "Golden Ale",  "Amber Ale, "Pale Ale"; ammetto serenamente che non sarei stato in grado di capire queste etichette una decina di anni fa, e mi sarei sicuramente orientato all'acquisto di una semplice "bionda".  Ciò non toglie che anche chi di birra non sa nulla arrivi ad acquistarle casualmente, magari perché gli piace l'etichetta (mai sottovalutare l'influenza dell'aspetto estetico); ma chi l'ha commercializzata ha chiaramente voluto indirizzarsi per lo meno ad un "bevitore erectus", che abbia una minima cultura birraria.
Ma la cosa più interessante, di queste tre birre, è senza dubbio il prezzo: siamo intorno ai 4.50 Euro al litro.. non alla bottiglia da 33 cl. ! Prezzo basso e birra artigianale buona, servirebbero 18 Euro per comprare la dozzina di bottiglie di cui sopra. E' finalmente possibile sdoganare la "birra buona" (artigianale) e renderla un prodotto anche "popolare" da bere in grandi quantità senza doversi prosciugare il portafoglio e senza doverla far ruotare nei Teku? Vediamo allora come sono queste tre birre "artigianali" del discount.
La Golden Ale (5.8%) si chiama Arcana ed è dorata e limpida; bella la "testa" di schiuma che forma, bianca e cremosa, anche se poco persistente. L'aroma è abbastanza dimesso: qualche lieve sentore di miele, pane e di agrumi, diacetile. Lo stesso scenario viene riproposto anche in bocca: poca intensità, note di pane e di crackers, miele, qualche ricordo di agrumi, una lievissima nota metallica ma soprattutto una netta presenza di diacetile che "imburra" tutto il palato lasciandolo abbastanza appiccicoso. Finisce abboccato, con una presenza amaricante quasi impercettibile; è leggera e dalla carbonazione medio-bassa, ma purtroppo delude in quella che dovrebbe essere una delle sue caratteristiche principali, citando le linee guida del BJCP  ("drinkability is a critical component of the style") o del Camra. Non riesce né a  dissetare, né a rinfrescare, lasciando la bocca impastata dopo ogni sorso. Meglio berla abbastanza fredda (5-6°) per limitare un po' l'effetto diacetile. Peccato.
Passiamo alla Italian Amber Ale (5.2%), che fa un ulteriore passo in avanti verso chi "conosce" la birra; nel retro etichetta sono infatti riportati gli ingredienti. Malti Pilsner, Caramel Dark, Aromatic e Chocolate; luppoli Magnum, Willamette e Centennial, con dry-hopping di Galaxy e Cascade. Il colore è ambrato, anch'esso limpido, e la schiuma biancastra, abbastanza fine e cremosa, ha una discreta persistenza. Il naso evidenzia una notevole sstanchezza, con profumi molto poco freschi: caramello, marmellata d'agrumi, qualche nota metallica. Ovviamente anche in bocca questa Amber Ale è tutt'altro che fragrante, ma c'è invece una buona intensità; caramello, marmellata d'agrumi, un po' di metallo, qualche nota di biscotto e terrosa. Anche qui diacetile, ma abbastanza lieve e tutto sommato sopportabile, con un finale poco secco ma un retrogusto amaro abbastanza intenso (anche se non particolarmente elegante) tra il vegetale ed il terroso. Il corpo è tra il medio ed il leggero, poche bollicine, consistenza acquosa ma la bevuta risulta un po' pesante. Gli elementi giusti ci sarebbero, la birra ti fa persino fare il ruttino al "Cascade", ma la poca fragranza ne penalizza la bevuta.
Chiudo con la IPA, volutamente ambigua: si tratta di una IPA italiana, o di una Pale Ale Italiana?  Pilsner, Vienna e Caramel Dark i malti; Magnum, Chinook, Centennial ed Ahtanum i luppoli, con lo stesso dry-hopping (Cascade e Galaxy) della "Amber". Dorata e limpida, bene la schiuma: fine e cremosa, dalla buona persistenza. Discreta intensità al naso (marmellata di agrumi, pompelmo, frutti di bosco rossi, resina) ma molta poca freschezza. L'ingresso in bocca non è molto pulito; il gusto parla di marmellata d'agrumi, lieve caramello, biscotto al burro, con un'accelerazione amara che a metà bevuta porta resina e pompelmo.  L'intensità è buona, latita invece l'eleganza ed il lungo finale amaro risulta alla fine abbastanza sgraziato e poco gradevole. Poco secca, lieve presenza di metallico e di diacetile, ha corpo e carbonazione media, ma risulta anche lei un po' "pesante" in bocca come la sorella ambrata.
Sono tre birre abbastanza stanche, bel lontane dall'essere fragranti e profumate; non è impressa la data d'imbottigliamento, quindi non conosco la loro "età".  E può anche darsi che ci sia la colpa di uno stoccaggio non proprio ottimale, magari a temperature elevate, che ha dato il colpo di grazia a delle birre molto più luppolate (e quindi più delicate) di quelle che normalmente i discount tengono in magazzino. Bisognerebbe aver l'occasione di provarle appena imbottigliata, per fare la controprova. Dopo tutto, trovo la loro (non) freschezza non molto diversa da molte birre luppolate che vengono importate dagli Stati Uniti, arrivano sugli scaffali italiani spesso bollite e stanche, e vengono vendute a tutt'altro prezzo. Il confronto con una birra "artigianale/di qualità", fresca ed in forma, è invece ancora improponibile.
Il prezzo (discount) rimane la loro vera attrattiva, che potrebbe far passare sopra anche ai loro difetti; se le trovassi per lo meno "fresche", credo che non avrei alcun dubbio nel ripetere l'acquisto per le occasioni in cui ho bisogno di acquistare 6-7 birre da bere senza fronzoli e senza svuotare il portafoglio.
Personalmente "voglio già bene" a queste birre, e spero che col tempo si riescano a migliorare dal punto di vista qualitativo per poter dare ai birrofili italiani quello che ancora manca e che è invece possibile in moltissimi altri paesi. Riuscissero poi anche a  portarle dentro ad una lattina, sarebbe perfetto.
C'è bisogno della "confezione da sei" a 10-12 Euro, da portare in spiaggia o alle grigliate senza dover spendere 25-20 Euro; vanno bene tutte le altre "artigianali", vanno bene le birra al mosto d'uva e le barricate, ma c'è (soprattutto) bisogno di qualche birra "da battaglia" che non deve necessariamente essere un blanda lattina di birra industriale. E se a Bolzano ci riescono già, possibile che in tutto il resto d'Italia rimanga ancora un'utopia?
Arcana: formato 50 cl., alc. 5.8%, lotto 1071402, scad. 17/07/2015, pagata 1,79 Euro
Italian Amber Ale: formato 33 cl., alc. 5.2%, IBU 30, lotto 1191401, scad. 29/05/2015, pagata 1.49 Euro
Italian Pale Ale: formato 33 cl., alc. 6.1%, IBU 40, lotto 1201401, scad. 01/08/2015, pagata 1,49 Euro
Tutte al discount, Italia.

giovedì 5 giugno 2014

Garrigues La Saison des Amours

Non lo ricordavo, ma mi ero già incontrato quattro anni fa con la Brasserie des Garrigues, sede a Sommières, una quarantina di chilometri a nord-est di Montpellier. Fondata da Gwenael Samotyj e Emmanuel Pierre-Auguste, dediti all'homebrewing sin dal 1997; nel 2005, complice anche un periodo di disoccupazione, decidono di  tentare la "via della birra"  utilizzando per un primo periodo gli impianti della Brasserie du Sonin; nel frattempo partono i lavori per la costruzione del birrificio di proprietà, che viene inaugurato nel 2007. Nel 2010 entra un terzo socio, Eric Varray, seguito da Claude; da quanto ho capito, nel corso degli anni il birrificio ha poi scelto di produrre solo birre biologiche, ed ha aderito al Front Hexagonal de Libièration, passando della classica gamma poker "bionda-bianca-ambrata-scura" alle Imperial Stout, Weizenbock, IPA, Double IPA.
Ammetto di aver acquistato questa La Saison des Amours convinto che fosse una Saison; niente di più sbagliato, "la stagione degli amori" è semplicemente la primavera, nome dato ad una birra che è stata creata per la prima volta in onore della primavera, ma che viene ora prodotta regolarmente tutto l'anno.
Lo stile sarebbe quello di una Amber Ale, che ha il biglietto da visita di un bellissimo color ambrato appena velato, com riflessi rubino, ed una schiuma beige chiaro, fine e cremosa ma molto poco persistente. L'aroma rivela una buona intensità, con caramello, miele ed una netta predominanza di sciroppo di ciliegia; la finezza lascia un po' a desiderare, l'impressione è davvero quello di uno sciroppo ci ciliegia (un po' artificiale) che in estate potete utilizzare per farvi una granita. Purtroppo l'impressione viene confermata anche dal gusto: dopo un imbocco di biscotto, miele e caramello, la bevuta è ricca di prugna e ciliegia; la spiccata dolcezza viene curiosamente bilanciata non dalla secchezza o da un finale amaro "ripulente", ma dallo progressivo "spegnimento" della birra, che dopo un ingresso discretamente intenso, scivola drammaticamente nell'acquosità. Corpo leggero, poche bollicine, un po' scomposta e sfuggente in bocca, lascia con un lievissimo retrogusto amaro  (nocciolo di pesca, mandorla)  che non riesce comunque a salvare una birra troppo dolce anche per essere dedicata alla "stagione dell'amore".
Formato: 33 cl., alc. 5.5%, IBU 21, lotto 04/2013, scad 10/2014, pagata 2.80 Euro (beershop, Francia).

giovedì 29 maggio 2014

Birrificio Rurale Reset

Non è la prima birra del Birrificio Rurale che appare su questo blog, ma mi accorgo di non aver mai scritto neppure due parole sulla loro storia. Poco male, rimediamo.  Il birrificio viene fondato da cinque soci  (Lorenzo Guarino, Giuseppe Serafini, Silvio Coppelli, Stefano Carnelli e Marco Caccia) nel giugno del 2009 a Certosa di Pavia, quattro persone con l’hobby dell’homebrewing che si conoscono grazie alla partecipazione a svariati concorsi e – raccontano – soprattutto  “grazie alla creazione di un gruppo di studio che si chiamava “esperienza birra” nato da un’idea di Agostino Arioli del Birrificio Italiano che tempo addietro ci contattò ritenendoci “degli home brewer validi” per dare vita a questo progetto che sostanzialmente consisteva in un gruppo di amici che facevano birra insieme; fare della sperimentazione quasi “empirica” che poi veniva riportata durante i corsi dell’Unione Birrai. Per fare un esempio, lavoravamo tutti sulla stessa ricetta utilizzando diversi tipi d’acqua o diversi luppoli o sperimentando diversi test sulle temperature di ammostamento, o, ancora, utilizzando diversi tipi di lieviti o quantità diverse di luppolo ecc…”   
Il birrificio viene inaugurato in una location alquanto suggestiva, che rispecchia fedelmente il nome scelto, “Rurale”: si tratta di un silos all’interno dell’Azienda Agricola Fattoria Oasi che un tempo veniva usato per immagazzinare i cereali. Il silo, circolare, viene ristrutturato rispettando la sequenza del processo produttivo: al piano più alto il magazzino del malto, in quello centrale gli impianti produttivi, il magazzino al piano terra.  Nel primo periodo il birrificio è un’attività  operativa solo  nel tempo libero,  nei weekend e nelle pause dalle rispettive occupazioni quotidiane; lentamente i consensi ricevuti e l’aumento della domanda da parte dei clienti rendono necessario il progetto di un’espansione che viene abbozzato nel 2012. Nel frattempo la “Terzo Miglio”  si era classificata al primo posto nella categoria “Birre ad alta fermentazione comprese tra 12 e 16 gradi Plato” nel concorso di Birra dell’Anno 2010,  mentre l’anno successivo la Black IPA Castigamatt arrivò prima tra le “Birre scure, alto grado alcolico, di ispirazione angloamericana” Lorenzo Guarino, il birraio ,   lascia la propria occupazione per dedicarsi a tempo pieno al birrificio ed il 18 maggio 2013 viene ufficialmente inaugurata la nuova sede a Desio, meno romantica della precedente ma più funzionale e necessaria per aumentare i volumi prodotti. Nel 2012 era anche entrato entrato in società un sesto socio, Luca Franceschi, sul quale mi piace riportare questo divertente aneddoto: “Un giorno, nel 2012, si presenta al birrificio in moto e dice: “Io sono astemio e quindi non ne capisco niente, ma mi hanno detto che fate delle birre buonissime. Però le etichette sono veramente brutte: posso rifarvele?”. Noi ci siamo guardati: ma che c… vuole questo, non l’abbiamo mai visto e vuole cambiarci le etichette. Poi però ci siamo fidati: Luca, che è un grafico pubblicitario, ha preso il lavoro molto seriamente, ci ha fatto vedere tante proposte diverse, dalle più prevedibili fino alle più estreme, e si è guadagnato la nostra fiducia. Abbiamo capito che sbagliavamo a non affidarci a un professionista: oggi la nostra grafica è parte integrante del progetto, contribuisce a fare del birrificio quello che è. Alla fine, gli chiediamo quanto vuole per il suo lavoro e lui dice che più che farsi pagare gli piacerebbe diventare socio”.  Effettivamente le etichette sono state sottoposte ad un profondo re-styling, confrontate ad esempio  una bottiglia di Terzo Miglio del 2010 con una attuale.  Il birrificio non nega certo la sua predilezione per gli stili anglosassoni e, soprattutto, per birre che siano facili da bere piuttosto che estreme. 
II 2014 è stato un nuovo anno di soddisfazioni e di medaglie: all’ultima edizione di Birra dell’Anno, oro per la Seta (Cat. 16 Chiare, alta fermentazione, basso grado alcolico, di ispirazione belga)  e due bronzi per Castigamatt (Cat. 10 Scure, alta fermentazione, luppolate, d’ispirazione angloamericana) e  Reset  (Cat. 6 Ambrate, alta fermentazione, basso grado alcolico, d’ispirazione anglosassone)   Prendiamo in esame oggi proprio quest’ultima, un’american amber ale dal bel color ambrato, con riflessi ramati, ed una bella testa di schiuma ocra fine e cremosa, compatta e molto persistente. L’aroma è semplice, pulito e fresco, con la luppolatura americana in evidenza (pompelmo, mango, resina) ed in sottofondo sentori maltati di caramello e di biscotto. La bevuta risulta subito molto gradevole, con un corpo medio-leggero ed un giusto livello d’acquosita per rendere questa birra molto facile da bere ma al tempo stesso morbida e presente in bocca. Poche bollicine (forse qualcuna in più non guasterebbe), ed un bell’equilibrio dolce in bocca che si sviluppa tra note di caramello e di frutta tropicale (melone retato, mango ed ananas): il finale è abbastanza secco e c’è un’amaricatura, piuttosto contenuta e che non va mai oltre righe, con resina, pompelmo ed una lieve terrosità. Amber Ale pulita e facile da bere, con un bell'equilibrio tra malti e luppoli, tra dolce ed amaro, per una bevuta che lascia soddisfatti.
Formato: 33 cl., alc. 5.6%, lotto L085, scad. 30/11/2014, pagata 3.80 Euro (foodstore, Italia).

martedì 4 febbraio 2014

Brasseria Alpina Gran Truc

Debutta sul blog anche la Brasseria Alpina, un microbirrificio artigianale di  San Germano Chisone (Torino); fondato nel 2010 da Max Mallardi e Roberto Di Paola, che hanno trasformato la loro passione per la birra e per l’homebrewing in un’attività. Per il logo del birrificio è stato scelto un rospo (“babi”, nel dialetto della zona) che è anche parte dello stemma del paese di San Germano. La produzione si compone di una gamma di birre più “classiche” (il trittico chiara-rossa-bianca), chiamate Boheme:  sebbene il nome sia un chiaro indizio per gli appassionati, si tratta di birre ad alta fermentazione. Accanto a queste vi sono anche birre che utilizzano materie prime reperite in loco, come genepi, timo Serpillo e mele piemontesi, argalissia (di Pramollo), lampone (della Val Chisone)  ed alcune affinate in botti di vino.  La gamma delle birre prodotte mi sembra comunque essere in costante evoluzione, visto che sul sito del birrificio non compare la Gran Truc che andiamo a stappare; il nome credo sia ovviamente ispirato all’omonima montagna (2366 m.) che si trova tra tra la Val Pellice e la Val Chisone.  Con pochissime informazioni a disposizione, mi devo basare sulla poco affascinante ma corretta (ai termini di legge) definizione in etichetta: Birra Doppio Malto Rossa, “extra luppolatura”; qualcuno su Ratebeer l’ha inopportunamente incasellata come “barley wine”, ma si tratta piuttosto di una Amber Ale dalla discreta gradazione alcolica (7%).  
Molto bella alla vista, di color ambrato carico con intense sfumature rossastre; la schiuma è beige chiaro, molto fine e compatta, ed ha una buona persistenza. Il naso non è particolarmente intenso, ma c’è comunque un discreto bouquet olfattivo composto da sentori di agrumi, caramello e, più lievi, di frutti rossi; la pulizia non è impeccabile, e l’aroma risulta un po’ troppo “lievitoso”. Il percorso prosegue senza deviazioni anche in bocca: l’ingresso è dolce di caramello, toffe, biscotto al burro, c’è qualche nota di polpa d’agrumi ed un finale amaro, abbastanza intenso, tra l’erbaceo e la mandorla amara.  Sebbene  la pulizia (anche in bocca) non sia esemplare, c’è comunque una buona intensità che ben si abbina ad una consistenza “watery” quanto basta per renderla scorrevole; il risultato è che la Gran Truc si lascia bere con buona facilità nonostante l’ABV non sia proprio da session beer.  Non credo sia rifermentata in bottiglia (non ci sono tracce di lievito sul fondo),  corpo e carbonazione sono medi. Ha un buon equilibrio complessivo, ma mi sembra ancora un po’ timida di carattere: se per il neofita della “birra artigianale” può risultare un’ottima birra d’accesso a prodotti di gran lunga superiori alle classiche birre industriali,  rischia di non restare invece particolarmente impressa nel palato del “birrofilo” che ha ormai un ampio ventaglio di opportunità al quale attingere. 
Formato: 75 cl., alc. 7%, lotto GT 1A, scad. 31/12/2014