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giovedì 24 ottobre 2019

Nevel Minne

Nel 2014 i poco più che ventenni Vincent Gerritsen e Mattias Terpstra fondano a Nijmegen (Olanda) il nanobirrificio Katjelam: è l’evoluzione naturale del loro hobby, l’homebrewing , col quale si esercitavano mentre erano alle prese con i loro studi di fisica. La produzione di Katjelam è tuttavia quasi subito insufficiente ad esaudire tutte le richieste, nonostante non si tratti di birre “convenzionali”: i due producono infatti esclusivamente birre a fermentazione mista. Terminati gli studi decidono di ripartire da zero: nome ed impianto nuovi, quest’ultimo situato all’interno dello stesso complesso industriale Honig di Nimega. “Il nome precedente, Katjelam, era troppo giocoso e la gente s’aspettava di bere delle birre completamente diverse da quelle un po’ acide che producevamo. Ciò ci ha portato anche molti commenti negativi su siti come Untappd”, ricordano i due
Nevel Artisan Ales è il nuovo birrificio che debutta alla metà del 2017 portando avanti la stessa filosofia di Katjelam: non sono i luppoli ad essere protagonisti, ma i lieviti. Nel team entrano anche Vincent Gerritsen (amministrazione) e  Joyce Janssen (sales e marketing): a disposizione vi sono anche quasi 200 botti che in precedenza avevano ospitato vino. Quasi metà della produzione Nevel subisce infatti un passaggio in botte. I quattro giovani sembrano avere le idee piuttosto chiare: produrre birre facili da bere, dal basso contenuto alcolico (4-6%) e utilizzando il più possibile ingredienti locali. Le ciliegie provengono da un piccolo frutteto nel sobborgo di Lent, erbe, fiori e mirtilli vengono raccolti nei campi circostanti o forniti dal progetto Foodforest Ketelbroek che si trova a dieci chilometri di distanza da Nimega. 
Nevel collabora anche con la Staatsbosbeheer (organizzazione governativa olandese per la silvicoltura e la gestione delle riserve naturali) affidando la crescita ed il raccolto del proprio orzo ad alcuni agricoltori nei dintorni; il luppolo proviene dall’unico produttore biologico olandese, Hop voor Bier. E il lievito, vero protagonista delle birre?  “Abbiamo sviluppato il nostro ceppo partendo dalle bucce degli acini d’uva che crescono nel giardino di mia madre”, dice  Mattias “vogliamo che la gente s’avvicini e s’appassioni al mondo alle fermentazioni selvagge”.
Per fare questo a maggio 2018 Nevel ha inaugurato il proprio Proeflokaal (tasting room) con piccolo bottleshop annesso e una bella terrazza affacciata sul fiume Oversteek che è attualmente pronta ad accogliervi ogni venerdì e sabato, dal primo pomeriggio sino alle dieci di sera.

La birra.
Minne è una saison a fermentazione mista  (brettanomiceti ed il lievito della casa) prodotta con un piccola quantità di mele cotogne. La mela cotogna è il simbolo dell’amore e dell’amicizia – dicono alla Nevel -  amare qualcosa o qualcuno, aprire il vostro cuore. E per il primo lotto Foodforest Ketelbroek ci ha donato l’intero raccolto di un annata molto poco fortunata, un paio di casse:  per fortuna nel 2019 il raccolto è stato molto più generoso. 
Assaggiamo una bottiglia del primo lotto che nacque a gennaio del 2018: il  suo colore è assolutamente solare e luminoso, benché opalescente; la schiuma è pannosa ed ha una buona persistenza. Negli occhi e nelle narici c’è l’estate: fiori, agrumi, paglia, una delicata speziatura e un accenno dolce di frutta a pasta gialla. Fresco, intenso, pulito: un bel biglietto da visita che al palato trova le dovute conferme. La bevuta è snella e secca, estremamente dissetante e rinfrescante grazie ad una leggera acidità ed all’asprezza degli agrumi. Un tappeto fruttato dolce (mela cotogna? pesca e ananas) in sottofondo fa da bilanciere prima di un finale zesty e terroso dal livello d’amaro piuttosto contenuto. Quasi tutto bene, non fosse per qualche calo d’intensità che Minne subisce verso la fine del suo rapido percorso. Il livello è comunque molto buono: pulizia, carattere e quel tocco rustico che in birre di queste tipo non dovrebbe mai mancare.
Formato 37,5 cl., alc. 5.2%, imbott. 04/01/2018, scad. 04/01/2020, prezzo indicativo 6.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 25 marzo 2019

Kees Peated Imperial Stout

Del birrificio olandese Kees abbiamo già parlato più di una volta. Kees Bubberman, homebrewer dal 1996, ha lavorato come birraio per sette anni (2007-2014) presso il birrificio olandese Emelisse per poi mettersi in proprio.  Acquistato il vecchio impianto da 25 hl dagli inglesi di Magic Rock, grazie anche all’aiuto del crowfunding e aggiunto sei fermentatori, a febbraio 2015 ha prodotto il primo lotto di East India Porter alla nuova Brouwerij Kees che si trova ad una ventina di chilometri di distanza da Emelisse.  Da allora Bubberman ha progressivamente ridotto il numero di birre prodotte tutto l’anno per seguire la moda al ritmo di una novità o quasi ogni quindici giorni. Attualmente Session IPA e Pale Ale Citra guidano la classifica delle vendite, affiancate da numerose produzioni stagionali, occasionali e da altre cinque birre sempre disponibili: Double Rye IPA, Porter 1750, Mosaïc Hop Explosion IPA, West Coast IPA e American Barley Wine. Nella gamma non mancano poi New England IPA, aromatizzazioni alla frutta e pastry stout.  Kees poi ha lanciato il proprio Barrel Project dedicato agli invecchiamenti in botte; è stato anch’esso finanziato con un crowfunding che ha raccolto 23.000 dei 15.000 euro richiesti. Ai finanziatori è stato offerto in cambio la birra Bubberman, una potente imperial stout (13.5%) invecchiata due anni in botti di bourbon. Potevano mancare le lattine? Ovviamente no: anche Kees ha da qualche tempo iniziato ad utilizzare questo ormai imprescindibile contenitore.

La birra.
Variante torbata di una delle birre di successo di Kees, la Peated Imperial Stout non viene oggi più prodotta. La ricetta era basata su quella della  Export Porter 1750 (malti Pale Ale, Caramel, Carafa 1, Carafa 2, luppoli Fuggles e Sorachi Ace) alla quale viene aggiunta una imprecisata percentuale di malto torbato. 
Nel bicchiere è quasi nera e forma una piccola testa di schiuma un po’ grossolana che svanisce piuttosto rapidamente.  Il torbato è protagonista di un aroma che regala in sottofondo anche profumi di cuoio/pelle e frutta sotto spirito: intensità, pulizia e finezza sono tutt’altro che impressionanti. Aspetto visivo e naso sembrerebbero un mediocre biglietto da visita ma questa Peated Imperial Stout di Kees riesce fortunatamente a riscattarsi al palato, regalando una bevuta bilanciata, intensa e piuttosto godibile. Caramello, fruit cake, prugna e uvetta, accenni di cioccolato e di caffè: il torbato è il filo che lega questi elementi tra loro, entrando e uscendo di scena a più riprese. L’alcool (11.2%) fa sentire la sua presenza soprattutto nel finale, riscaldando il lungo retrogusto amaro di caffè, torrefatto e cioccolato. Corpo quasi pieno, morbida: al palato non ci sono particolari densità o viscosità. 
Il livello generale è piuttosto buono anche se ci sarebbero ampi margini di miglioramento per quel che riguarda pulizia ed eleganza;  in generale non posso dire di amare le birre di Kees, ma in questo caso la bevuta è risultata davvero piacevole.
Formato 33 cl., alc. 11.2%, IBU 65, lotto 16.33, scad. 12/2018, prezzo indicativo 5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 25 febbraio 2019

De Moersleutel Double Roast Brandmeester’s Lintong Sumatra

Avevamo scoperto il birrificio olandese De Moersleutel lo scorso anno proprio quando era in procinto di traslocare nella nuova sede di Alkmaar. U business di famiglia, quello degli Zomerdijk: padre, quattro figli e in parte anche la madre che si dedicano a produrre la birra. Il padre gestiva il microbirrificio Vriendenbier e i figli hanno utilizzato l’impianto per il proprio marchio De Moersleutel, ovvero “la chiave inglese”: pare sia stato lo strumento usato dal genitore per assemblare l’impianto da due ettolitri che è andato in pensione a giugno del 2018. 
I giovani Pim, Tom, Rob e Max, tutti nati tra il 1990 e il 1998, seguono le mode e sanno quello che vogliono i beergeeks: IPA e Imperial Stout, possibilmente in lattina, al ritmo incessante di una novità dietro l’altra. Poco importa se le birre siano leggere variazioni della stessa ricetta, l’importante è che ci sia qualcosa di nuovo da commercializzare. Detto fatto: il cambio d’impianto ha quadruplicato la capacità produttiva ed ha permesso di abbandonare le bottiglie. L’obiettivo dichiarato, per i primi cinque anni, è di arrivare a produrre 15.000 ettolitri all’anno.  
E non è neppure mancato il crowfunding online ad accompagnare il lancio del nuovo birrificio: bicchieri, magliette e quattro birre speciali passate in botte (un barley wine e tre imperial stout) venivano offerte in diversi pacchetti da acquistare direttamente online sul sito del birrificio. E dopo aver raggiunto l’obiettivo ecco le cinque birre di ringraziamento (Barley Wine, Double IPA, Porter, IPA  e Imperial Stout) della serie “We Helped Building the Brewery with this..”

La birra.
Sembrerebbe difficile orientarsi tra le quasi cinquanta (!) Imperial Stout / Porter prodotte in poco più di due anni di attività da De Moersleutel, ma in verità il compito è piuttosto semplice. Si tratta quasi sempre “one-shot”, quindi la maggior parte non è più in produzione ma sostituite da altre: ricette migliorate, varianti, aggiunta di vari ingredienti o diversi affinamenti in botte. Non credo faccia grossa differenza: quello che trovate sugli scaffali dei beershop oggi può tranquillamente sostituire quello che c’era l’anno scorso. Se ad esempio non riuscite più a trovare le imperial stout/porter al caffè Je Moer op de Koffie o Motorolie Koffie, lo scorso ottobre ne sono arrivate altre due in collaborazione con la torrefazione Brandmeester's di Amsterdam: una con la varietà Lintong proveniente dall’isola di Sumatra (Indonesia) e una quella etiope chiamata Sidamo.
Versiamo nel bicchiere la Double Roast Brandmeester’s Lintong Sumatra (10%): su di un lucido specchio nero si forma un piccolo cappello di schiuma un po' grossolana e non molto persistente. Caffè, caffè, caffè: intenso, pulito, dominatore assolto dell'aroma. Bisogna concentrarsi per scovare in secondo piano qualche nota terrosa, torrefatta e di cacao. Realtà? Fantasia? Difficile dirlo perché il tempo per riflettere manca: la bevuta è di fatto un caffè in tutto e per tutto, potenziato dal morbido calore etilico. Bisogna di nuovo affidarsi alle suggestioni: un velo di caramello dolce in sottofondo, liquirizia, orzo tostato, cioccolato. Sono piccoli frammenti, non aspettatevi alternanza, profondità, equilibrio. L'eleganza non è la caratteristica principale di questa imperial porter in un certo senso  estrema: forse non mi era mai capitata una birra così caratterizzata dal caffè. I giovani ragazzi armati di chiave inglese sono esuberanti e mostrano di volerci dar dentro, ma un po' di giudizio non guasterebbe.  L'acidità è comunque ben controllata, l'alcool scalda senza bruciare e nel complesso la bevuta è piacevole: certo, sarebbe meglio se il caffè lasciasse un po' di spazio ad altri elementi. Perché dopo tutto si tratta di una imperial porter al caffè e non di un caffè all'imperial porter. 
Dedicata a chi vuol far colazione con la birra o a chi vuole restare sveglio tutta la notte. 
Formato 44 cl., alc. 10%, lotto 104, scad. 08/2023, prezzo indicativo 8.00-10.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 18 febbraio 2019

Walhalla Daemon #4 Baba Yaga

Due sono le passioni di Aart van Bergen: musica e birra. La prima viene perseguita attraverso il sassofono nello Starlight Jazz Trio, la seconda fino a qualche anno fa consisteva nel fare la birra in casa, cercando di replicare quelle bevute nei pub di Amsterdam. Nel 2013 assieme all’amico Peter Harms fonda la beerifrm De Vriendschap che produce inizialmente sugli impianti del birrificio Sallandse Landbier di Raalte e poi inaugura nel  2014 il proprio impiantino da un ettolitro nel centro culturale Melkweg di Amsterdam. Nel 2015 i due amici si separano: Harms gestirà De Vriendschap sino alla chiusura avvenuta nel 2016,  van Bergen inaugura invece la sua nuova beerfirm Walhalla Craft Beer che debutta con vernissage ad Amsterdam nel febbraio 2016. Due le birre prodotte, la Osiris Farmhouse Ale (7.0%) e la Shakti Double IPA  (8.8%). Per produrle si appoggia agli impianti dei birrifici Huttenkloas e Oproer. 
Nel 2017 grazie ad una campagna di crowfunding vengono raccolti i centomila euro necessari alla ristrutturazione di una vecchia officina meccanica nella zona nord di Amsterdam: qui nasce la Walhalla Brouwerij & Proeflokaal, una quindicina di spine alle quali in un secondo periodo viene affiancato un piccolo impianto produttivo destinato ad alimentare fusti e lattine, oltre al brewpub. Le bottiglie sono invece ancora prodotte presso il birrificio Huttenkloas, anche se le etichette non lo indicano. Walhalla si trova letteralmente a due passi da un’altra taproom di Amsterdam, quella del birrificio Oedipus. 
La produzione comprende birre prodotte tutto l’anno  (Loki IPA, Ares American Amber, Oriris Farmhouse Ale, Shakti Double IPA, Wuldor Barley Wine, Ymir West Coast Pale Ale, Aphrodite Raspberry Berliner Weisse, Izanami Sorachi Ace Stout, Elixer Neipa), birre stagionali ed alte prodotte in edizione “limitata” come la serie Daemon: tra queste  due Imperial Black IPA, alcune imperial stout e una imperial brown ale.

La birra.
La mitologia è un’altra della passioni di Aart van Bergen e a lei si ispira la maggior parte delle birre da lui prodotte; Baba Yaga è una creatura leggendaria della mitologia slava, una mostruosa  vecchietta dotata di poteri magici e vari oggetti incantati, spesso paragonata ad una strega incantatrice. A noi interessa però la birra a lei dedicata, ovvero la quarta della serie Daemon: una imperial stout “nera come il suo cuore” commercializzata nel novembre del 2017. Duemila bottiglie prodotte con luppoli americani e un parterre di malti che include Pale, Monaco, Roasted, Dark Crystal, Brown e Chocolate. 
Nel bicchiere è effettivamente nera come la notte e forma un generoso cappello di schiuma dall'ottima ritenzione. L'aroma non è molto intenso ma c'è un buon livello di pulizia: anch'esso nero, è dominato dal torrefatto e dai fondi di caffè. In secondo piano si scorge qualche nota terrosa e biscottata. Il mouthfeel è molto morbido, sebbene l'avena non sia citata tra gli ingredienti in etichetta: avvolge il palato con una coltre delicata e vellutata che non costituisce nessun ingombro. E' una birra che ha bisogno di un po' di tempo per aprirsi e rivelarsi completamente: inizialmente noiosa, tutta basata su torrefatto e fondi di caffè, man mano che s'avvicina alla temperatura ambiente rivela bei dettagli di frutta sotto spirito, caramello e sopratutto un bel cioccolato amaro che, abbracciando caffè e tostature, arriva ad ammorbidire un finale che sarebbe altrimenti stato un po' troppo ruvido. L'alcool è ben gestito a fa sentire la sua presenza senza esagerare. 
Ci sono ampi margini di miglioramento ma nel complesso il risultato è abbastanza godibile, a patto che non abbiate pretese elevate. Buona parte del merito va alla sensazione palatale, davvero azzeccata. 
Formato 33 cl., alc. 10.2%, IBU 104, imbotto 10/2017, scad. 10/2019, prezzo indicativo 4.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

venerdì 7 dicembre 2018

De Molen Hel & Verdoemenis (Hell & Damnation)

I lettori regolari del blog ricorderanno forse che il birrificio olandese De Molen era finito sulla mia personale black list: troppe le delusioni e le birre non a posto prodotte nel triennio 2012-2015. Colpa del cambio d’impianto avvenuto nel 2011? Può darsi, ma visto che le alternative sul mercato non mancano, la pazienza ha un limite. 
Nel frattempo Menno Olivier and John Brus, fondatori e proprietari del  ”mulino”, hanno dovuto stringere un patto col “diavolo” per portare avanti i loro affari; aumentare i volumi senza una struttura commerciale e distributiva idonea a collocarli non è cosa buona, soprattutto se non si  riesce a vivere di solo export. A maggio 2015 apparvero le prime indiscrezioni sulla cessione di una quota del birrificio al gruppo olandese Bavaria. Olivier e John  furono costretti a smentire pubblicamente affermando di aver invece raggiunto un accordo con i monaci trappisti dell’abbazia di De Koningshoeven, alias La Trappe. I due birrifici avrebbero usato lo stesso canale distributivo e la stessa rete commerciale per vendere i rispettivi prodotti sul territorio olandese; l’equivoco era nato soltanto perché La Trappe utilizzava fisicamente i camion della Bavaria. “Non siamo stati comprati; siamo ancora noi i proprietari e continueremo a gestire in prima persona l’export. In più saremo fnalmente anche presenti in tutto il nostro paese. Questo era il nostro obiettivo”. 
Le cose non sarebbero però andate esattamente così, secondo quanto poi svelato nell’aprile 2016 dal blog olandese Mylifewithbeer, una delle poche fonti in inglese che ha parlato della vicenda: “all’inizio del 2015 Bavaria aveva già acquistato il 35% di De Molen tramite una società da lei controllata nella quale partecipava anche il birrificio di De Koningshoeven. Le azioni sono state rilevate da tanti azionisti minoritari di De Molen; questa transazione non ha comportato nessun investimento diretto di denaro da parte di Bavaria a De Molen; Bavaria ha solamente ottenuto in cambio il diritto di distribuzione in esclusiva per tutto il BeNeLux. Per aumentare la propria capacità produttiva ed acquistare nuovi fermentatori, De Molen si è autofinanziato vendendo l’edificio “Formido” acquistato nel 2011 per poi affittarlo con un contratto di leasing”.

La birra.
A due anni dall’ultima De Molen bevuta ritento la sorte: saranno migliorate le birre? E’ tornato il De Molen di una volta, diventato famoso per le sue imperial stout e i suoi barley wine capaci tra l’altro d’invecchiare anche piuttosto bene? 
Nel & Verdoemenis (10%), ovvero “Inferno e Dannazione”: arrivata dopo i fasti della Rasputin e della la Tsarina Esra, è oggi diventata la imperial stout più venduta di De Molen. Ne esistono ovviamente sterminate varianti prodotte con aggiunta di ingredienti (caffè, nocciole, Oreo…) o invecchiate in diverse botti. La più nota – forse per il numero) è probabilmente la Hel & Verdoemenis 666,  prodotta con chips di legno imbevute in Cognac di 40 anni. La ricetta della Hel & Verdoemenis prevede malti Pale, Brown, Chocolate, Caramel e Roasted, luppoli Premian e Saaz. 
Il suo vestito è quasi nero, la schiuma cremosa non ha bolle molto fine ma mostra una buona persistenza. Il naso è ricco e complesso: caffè, orzo tostato, cioccolato, biscotto e liquirizia, qualche accenno di fruit cake e cenere/tabacco. Pulizia e finezza non sono i suoi punti di forza ma il risultato è comunque piuttosto gradevole. Non ci sono particolari densità o cremosità al palato e il corpo è medio: la scorrevolezza ci guadagna ma un po’ di “ciccia” in più non le avrebbe fatto male secondo me.  La bevuta parte dolce di caramello, prugna sotto spirito e  liquirizia per poi iniziare una bella e intensa progressione nell’amaro del caffè, delle tostature e del cacao. L’alcool è molto ben gestito e riscalda senza far male: il retrogusto è lungo ma quasi delicato e stempera l’amaro con un bel mix di frutta sotto spirito, caffè zuccherato, cioccolato. 
Il De Molen di una volta è tornato?  Non proprio ma questa Hel & Verdoemenis del 2017 è una bella bevuta: non è un mostro di eleganza e precisione ma è molto bilanciata e soddisfa pienamente chi se la trova nel bicchiere. Peccato solo per quel dito (abbondante) di fondazza nel bicchiere. Dopo anni di buio De Molen, finalmente vedo un po’ di luce.
Formato 33 cl., IBU 102 (?), alc. 10%, imbott. 20/06/2017, scad. 20/06/20142, prezzo indicativo 5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 20 novembre 2018

Stijl Russian Imperial Stout

Con un impianto Speidel da 50 litri in una stanza di soli otto metri quadrati il birrificio Stijl è sicuramente tra i più piccoli in attività nei Paesi Bassi; lo inaugurano ad Almere nel gennaio del 2016 Raymond Geraads, la moglie Anneke Geraads-Broeren e l’amico nonché vicino di casa Robin de Winter. Raymond, pilota civile, ha partecipato come giudice birrario in diversi concorsi regionali e viene da cinque anni di homebrewing nel corso dei quali ha racimolato diversi premi con il proprio impianto casalingo “De Bolle Beer”; Robin è invece cuoco e lavora nell’horeca/catering. 
Quattro sono le birre con le quali Brouwerij Stijl  decide d’iniziare il proprio percorso:  Saison, Wheat Ale, Double India Pale Ale e Russian Imperial Stout. Il nanobirrificio nasce essenzialmente dalla necessità di poter vendere commercialmente le birre prodotte in casa, ma a colpi di cinquanta litri alla volta non è ovviamente possibile far molta strada. Ben presto le ricette vengono eseguite su scala maggiore presso la Berging Brouwerij, a cinquanta chilometri di distanza. L’impianto da cinquanta litri, rinominato Stijl Bierlab, viene utilizzato per testare le nuove ricette o realizzare birre sperimentali/occasionali su piccola scala: la prima Bierlab ad essere commercializzata è stata una Milkshake IPA, disponibile in ben 24 bottiglie. 
Internet non abbonda d’informazioni sul birrificio Stijl, ma da quanto ho capito all’inizio del 2017  Robin de Winter ha lasciato la società che è ora gestita solamente dai coniugi Geraads: Raymond in sala cottura, Anneke alle prese con la parte amministrativa e quella creativa, sia che si tratti di ricette, etichette o di social media.  

La birra.
Imperial Stout prodotta con sale marino e vaniglia: lo ammetto, in linea di principio non l’avrei presa in considerazione in quanto l’abbinamento tra i due ingredienti non mi pare particolarmente invitante. Mi è sfuggito quel “zeezout” (sale marino) su di un etichetta che annovera malti Pale Ale, Chocolate, Special B, Crystal , orzo tostao, luppolo Columbus e vaniglia. 
Nel bicchiere si presenta vestita di nero, la poco generosa schiuma è cremosa e compatta ed ha una discreta persistenza. Al naso arrivano profumi di fruit cake, vaniglia, orzo tostato, tabacco, un filo di fumo; pulizia e finezza non sono esemplari ma l’intensità è piuttosto buona.  Le bollicine sono fini ma un po’ troppo presenti e disturbano quella che sarebbe una sensazione palatale oleosa con un corpo medio-pieno. Il gusto? Segue con buona corrispondenza l’aroma riproponendone le caratteristiche: c’è intensità ma eleganza e precisione scarseggiano un po’ e i passaggi sono un po’ bruschi: il risultato è un agglomerato gradevole nel quale si riconoscono caramello e fruit cake, vaniglia, frutta sotto spirito. Il carattere tostato/torrefatto si fa più evidente nella seconda parte della bevuta, quando emerge anche una leggera nota salina/salmastra. L’alcool (10%) riscalda senza fare male e il percorso si chiude con l’amaro intenso di tostature e fondi di caffè, sospinto da una generosa luppolatura e “sporcato” da qualche frammento di cenere.  Sale e vaniglia evitano lo scontro entrando in scena in momenti diversi: l’imperial stout di Stijl è apprezzabile nelle intenzioni, un po’ meno nell’esecuzione, discreta e non memorabile. 
Formato 33 cl., alc. 10%, scad. 01/05/2019, prezzo indicativo 4.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 19 novembre 2018

Bavaria 8.6 IPL

Ha di recente cambiato nome in Swinkels Family Brewers, ma è a tutti meglio nota come Bavaria: secondo maggior produttore olandese di birra dietro al colosso Heineken nonché una delle più grandi malterie europee. Un fatturato di circa 700 milioni di euro, due terzi dei quali provenienti dall’export in Europa (Belgio, Francia e Italia soprattutto) e in Etiopia. 
La famiglia Swinkels controlla Bavaria da sette generazioni: le prime evidenze documentate risalgono al 1680 quando Dirk Vereijken possedeva un birrificio a Lieshout, poi passato nelle mani delle sue tre figlie. L’ultima, Brigitta Moorrees, sposò nel 1764 Ambrosius Swinkels e assieme ottennero il controllo di un birrificio che da allora è nelle mani della stessa famiglia. Il nome Bavaria venne utilizzato a partire dal 1923 quando il birrificio si specializzò nella produzione di quelle lager a bassa fermentazione che dominavano il mercato: all’inizio della seconda guerra mondiale la produzione annua toccò i 40.000 ettolitri distribuiti in quasi ogni regione dei Paesi Bassi. E’ solamente all’inizio degli anni ’70 che Bavaria iniziò a guardare al di fuori dei confini nazionali: Europa ma anche paesi islamici, grazie all’introduzione della prima birra analcolica. Negli anni 80 la produzione aveva già raggiunto il milione di ettolitri: il 2017 si è chiuso a quota 7.500.000 grazie a tre siti produttivi nei Paesi Bassi, due in Belgio e uno in Etiopia. 
Oggi gli Swinkels operano attraverso una serie di marchi: oltre a Bavaria abbiamo Cornet, Swinckels', 8.6 Original, Habesha, Arthur's Legacy, Estaminet, Claro, Bock, Hollandia, Kroon e Landerbräu, ma non solo. Nel 1998 fu stipulato un accordo con i monaci trappisti di Koningshoeven per la produzione e la distribuzione del marchio La Trappe; venendo a mancare uno dei requisiti fondamentali per il riconoscimento di “birra trappista” (la produzione, o almeno il suo controllo, da parte di monaci trappisti), la International Trappist Association ordinò dalle etichetta la rimozione del logo “Authentic Trappist Product“. I monaci ottennero il diritto a riutilizzarlo solo nel settembre 2005 dopo aver dimostrato di aver ripreso il controllo del processo produttivo all’interno del monastero. Nel 2015 gli Swinkels hanno acquistato il 35% del birrificio olandese De Molen per una partnership focalizzata sulla distribuzione nel BeNeLux: “per un piccolo birrificio non è facile vendere la birra nei Paesi Bassi  – ha tagliato corto Olivier Menno, che detiene ancora la maggioranza assieme a  John Brus – e se non hai una rete distributiva puoi creartene una, ma è costoso”. Arriviamo così al 2016 quando Bavaria ha acquistato il 60% del birrificio belga Palm (e quindi anche Robenbach, Steenbrugge e Brugge Tripel); è qui dove viene prodotto oggi il marchio Urthel, acquisito nel 2012 assieme al microbirrificio De Leyerth di Hildegard Overmeire.

La birra.
Il marchio 8.6, nato con la prima Strong Lager dalla corrispondente gradazione alcolica in percentuale, è andato via via espandendosi con la 8.6 Black (7.9%), la 8.6 Gold (6.5%), la 8.6 Extreme (10.5%) e la 8.6 Red (7.9%). Lo scorso marzo alcuni mercati europei hanno visto il lancio della 8.6 IPL – India Pale Lager (7.0%) la cui pubblicità redazionale recita:  "profumatissima  e fresca, l’ultima  novità del Gruppo Bavaria risponde alle richieste di un consumatore sempre più consapevole, attento e desideroso di sperimentare nuovi stili di birra. Ispirandosi alla IPA – India Pale Ale, di cui mantiene il carattere luppolato intenso e la naturale ricchezza aromatica, 8.6 IPL è caratterizzata dalla bassa fermentazione tipica delle lager, che la rende meno amara e più facile da bere (sic!). Grazie alla tecnica di fermentazione tipica delle lager infatti, 8.6 IPL risulta non solo più rinfrescante e amabile, ma anche priva del difficile retrogusto tipico della IPA. Prodotta con malto  di  frumento e  malto  d’orzo,  8.6  IPL ha  un  piacevole retrogusto agrumato e fruttato  grazie ai luppoli Citra e Calypso, che esaltano il suo carattere esclusivo e unico.” 
Ma quello a cui non ho colpevolmente fatto caso è la  texture polisensoriale della lattina “che esalta il vero protagonista di questa birra: il luppolo. Stampato con inchiostro termico sulla parte frontale della lattina, il fiore di luppolo cambia colore e diventa verde quando si raggiunge la perfetta temperatura di servizio (7°)”. 
Dorata e limpida, forma nel bicchiere un impeccabile cappello di candida schiuma  compatta e cremosa. L’aroma non è particolarmente intenso ma, benché privo di fragranza, risulta pulito: pane, crackers, qualche traccia di agrumi, soprattutto arancia. Un biglietto da visita poco entusiasmante che rimane tuttavia la parte migliore di questa 8.6 IPL.  La bevuta scende ulteriormente d’intensità e si risolve in una mediocre lager industriale dolciastra e lievemente burrosa nella quale c’è qualche traccia di marmellata d’agrumi. Le manca secchezza ma quello che non si fa mancare è il classico "colpo d’alcool” tipico della gamma “strong” 8.6: chi le ha provate saprà a cosa mi riferisco; il percorso termina debolmente con un amaro erbaceo abbastanza corto, subito incalzato da un retrogusto dolciastro che vuole tenere a distanza quel “difficile retrogusto tipico della IPA”.   Aroma complessivamente accettabile, gusto poco intenso e poco piacevole: per gli stessi soldi meglio virare sulla  IPA della Faxe. Mi spiace, ma per quel che mi riguarda la 8.6 IPL può restarsene tranquillamente dov’è, sullo scaffale del supermercato.  
Formato 50 cl., alc. 7.0%, lotto CBLG 50153 R, scad. 01/02/2019, prezzo indicativo 1,59 euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 24 aprile 2018

De Moersleutel Motorolie 10

De Moersleutel, ovvero quando si dice “business di famiglia”: è quello della famiglia Zomerdijk, padre, madre e quattro figli tutti dediti alla produzione della birra.  E’ il 2013 quando gli amici Siem Valkering e Sjaak Zomerdijk  aprono il microbirrificio Vriendenbier a Heiloo, Olanda settentrionale: giusto per darvi qualche riferimento, Amsterdam si trova 40 chilometri a sud. Anche loro provengono dall’homebrewing e hanno preso in affitto alcuni locali nel Willibrord Business Center, un monumento nazionale ex-ospedale psichiatrico che oggi ospita diverse attività imprenditoriali, sale riunioni, ristoranti, alloggi  e uffici. Nelle ex-cucine, dove un tempo venivano cucinati i pasti per i degenti, viene prodotta la birra. 
Nel 2016 Siem Valkering lascia l’azienda e Sjaak Zomerdijk rimane solo con la  moglie Margreet; è in questo periodo che entrano in società anche i loro quattro figli Pim, Tom, Rob e Max, tutti nati tra il 1990 e il 1998. Le loro idee sulla birra sono tuttavia un po’ diverse e più innovative rispetto a quelle dei genitori: frequentano locali e social, sanno quello che va di moda e quello che la gente vuole bere. Sono loro a creare il marchio De Moersleutel  per dar vita ad un progetto parallelo che nasce con propositi chiari, anche se non necessariamente innovativi: “più luppolo, più malto, più alcool e mouthfeel denso”. 
De Moersleutel  (“la chiave inglese”,  pare che il nome sia un riferimento al precedente lavoro del padre Sjaak) e Vriendenbier convivono oggi quindi sotto lo stesso tetto e nell’aprile 2017 diventano una società unica, pur continuando ad operare con due nomi diversi; sono già stati fatti piccoli investimenti per acquistare nuovi fermentatori ed affittare altri locali dove è già stato posizionato un buon numero di botti per il programma d'invecchiamento. L’impianto produttivo (2 hl)  che ha costruito lo stesso Sjaak stesso "con le chiavi inglesi" è ancora abbastanza rudimentale, con imbottigliamento ed etichettatura che vengono fatti a mano. Sono già in atto i piani per trasferirsi nella zona industriale  Alkmaar (Diamantweg 9) dove dovrebbe essere  installato un nuovo e più capiente impianto produttivo. 
De Moersleutel debutta nel 2016 e i social subito lo premia: nel 2017 Untappd lo elegge come terzo miglior birrificio olandese, spingendolo attualmente al secondo posto dietro ad un altro nome amato dai beergeeks, Tommie Sjef Wild Ales. Le tipologie di birre prodotte sono quelle che sono in cima alle classifiche del beer-rating: Imperial Stout/Porter (anche con ingredienti aggiunti e invecchiati in botte, IPA e Imperial IPA). Le prime etichette che arrivano sul mercato sono la Je Moer (imperial porter 10%), la Smeereolie (Imperial Stout, 10%), le IPA Boeit Me Geen Moer e Je Hop Lust.

La birra.
Tra le prime produzioni De Moersleutel  c’è anche la massiccia imperial stout chiamata Motorolie 10 (12%), successivamente disponibile anche in versione barricata e con aggiunta di caffè, cioccolato ed aggiunte varie. La ricetta prevede luppolo Columbus e un ricco parterre di malti che include Pale, Monaco, Amber 150, Special B, Chocolate, Cara 120 e Black. 
Il suo aspetto ricorda effettivamente l’olio motore: nera, viscosa, è adornata da un cremoso e compatto cappello di schiuma che ha una buona persistenza. L’aroma non è un biglietto da visita particolarmente entusiasmante, anche se nel complesso accettabile: caffè, frutti di bosco, orzo tostato, qualche accenno di cioccolato. C’è però poca intensità, poca pulizia, poca eleganza e poca definizione. Al palato questo “olio motore” si rivela più mansueto del previsto: il corpo è importante (medio-pieno) ma la consistenza è molto morbida e vellutata, quasi setosa, senza ingombranti viscosità. Il gusto è molto intenso, con l’alcool che non si nasconde e scalda con vigore ogni sorso senza eccessi: un dolce sottofondo di caramello e frutta sotto spirito bilancia tostature e caffè, nel finale emerge un po’ di cioccolato ed una nota resinosa del luppolo aiuta a “lavare” un po’ il palato. Un attimo di pausa prima di un lungo finale etilico che abbraccia cioccolato e caffè. 
La Motorolie di De Moersleutel guarda alle grandi imperial stout americane e scandinave e ne ripropone potenza e intensità, non supportate dalla necessaria pulizia ed eleganza. Il risultato è discreto e nel complesso abbastanza gradevole, un magma scuro ancora grezzo e indefinito che avvolge il palato sostenuto da un bel calore etilico. I margini di miglioramento sono tuttavia ancora piuttosto ampi.
Formato: 37.5 cl., alc. 12%, IBU 55, lotto 1753, scad. 09/2022

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 8 aprile 2018

Jopen / Browar Stu Mostów: Polished Black Gold

Continuano ad aumentare incessantemente il numero delle collaborazioni tra birrifici "artigianali": quella di oggi vede un insolito incontro tra Olanda e Polonia.
Ad Haarlem si trova il birrificio Jopen, nome col quale nel quattordicesimo secolo erano chiamati quei barili di birra che dalla città dei Paesi Bassi venivano esportati all'estero. A quel tempo Haarlem era la seconda più grande città olandese ed il maggior centro di produzione della birra; nel 1994 un gruppo di appassionati birrofili locali (Stichting Haarlems Biergenootschap) vogliono far rivivere i fasti di quella tradizione e recuperano dall'archivio cittadino due ricette risalenti al 1407 e al 1501. Jopen è il nome dato a quelle birre che vengono prodotte in Belgio sugli impianti della Halve Maan. Nel 1996 un gruppo d'imprenditori locali forma la Jopen BV, una beerfirm che inizia a produrre con regolarità appoggiandosi prima agli impianti di La Trappe e poi del birrificio belga Van Steenberge. Il passaggio di status a birrificio avviene nel 2010 quando termina il restauro della vecchia Jacobskerk, una chiesa nel centro di Haarlem (Vestestraat 1) convertita a brewpub con ristorante annesso, ancora oggi operativo nonostante la maggior parte delle birre siano prodotte nel nuovo e moderno stabilimento che si trova in un quartiere industriale periferico. Qui (Emrikweg 21) è anche operativa la taproom chiamata Jopen Proeflokaal Waarderpolder; un terzo luogo dove potete bere le birre di Jopen è nella vicina Hoofddorp dove è stato inaugurato (Hoofdweg 774) un secondo brewpub, anch'esso all'interno di una ex-chiesa ristrutturata.
Ci sono molte meno informazioni disponibili sul birrificio polacco Stu Mostów (ovvero "cento ponti") inaugurato nel settembre 2014 a Breslavia. I fondatori sono Arleta e Grzegorz Ziemian, una coppia che dopo aver lavorato all'estero per diversi anni nel settore bancario ha fatto ritorno in patria per ristrutturare una vecchia sala cinematografica e aprire un birrificio. La tradizione polacca è contaminata dalla craft beer revolution americana, paese dove Grzegorz ha lavorato per tredici anni; l'impianto è un Braukon da quaranta ettolitri. 

La birra. 
"Oro nero" é  a quanto pare il nome con cui le Baltic Porter vengono chiamate in Polonia; questo il nome scelto da Jopen e Stu Mostów per una robusta (9.2%) birra che utilizza luppoli polacchi Lunga e Sybilla.  Nel bicchiere è prossima al nero con una perfetta testa di schiuma cremosa e compatta, dall'ottima persistenza. Ad un bell'aspetto corrisponde un naso che mostra una complessità e pulizia: pane nero, biscotto, frutta secca a guscio, prugna e ciliegia. In secondo piano accenni terrosi e di cioccolato. La sensazione palatale è davvero ottima, una carezza vellutata, poche bollicine, corpo medio: il gusto non delude le aspettative e propone con buona pulizia e intensità una bevuta molto ben bilanciata. Caramello, biscotto, pane nero, prugna e uvetta definiscono un percorso dolce che viene poi bilanciato da un finale amaro nel quale trovano posto le note terrose e speziate di luppolo e segale, accenni di caffè e leggere tostature. Davvero una bella sorpresa questa Polished Black Gold: una baltic porter ben fatta e bilanciata, dall'ottimo mouthfeel e facile da bere a dispetto di una gradazione alcolica che apporta un po' di calore solo nel finale. Birra molto ben riuscita, promossa senza indugi.
Formato: 33 cl., alc. 9.2%, lotto 17369/14, scad. 23/10/2019.

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 20 marzo 2018

Uiltje RE:RE:CC Porter

Debutta sul blog il birrificio olandese Het Ultje, attivo dal 2013 come beerfirm e dal 2016 dotatosi di impianti propri.  Het Ultje significa “piccolo gufo” ed è un richiamo al cognome del fondatore Robbert Uyleman: siamo ad Haarlem, venti chilometri ad ovest di Amsterdam. Uyleman, che in precedenza si occupava di produzione audiovisivi, ha iniziato la sua carriera nel mondo della birra come homebrewer assieme ad alcuni amici ed ha poi lavorato occasionalmente come barista e birraio presso il brewpub Jopen. 
Proprio su questi impianti è nata nel 2013 la beerfirm Het Ultje, che Robbert gestisce a 360 gradi: sua la realizzazione del sito internet, sue le grafiche delle etichette, sue le ricette delle birre nelle quali sono spesso protagonisti i luppoli americani. 
Ottenuti i finanziamenti necessari da una banca, a settembre 2016 il birrificio ha inaugurato i propri impianti (40 ettolitri) e una taproom con dodici spine aperta dal giovedì alla domenica; in centro ad Haarlem c’è invece l’Uiltje Bar, aperto a febbraio 2015 assieme al socio Tjebbe Kuijper: 30 spine e un centinaio di bottiglie vi aspettano tutti i giorni della settimana dal primo pomeriggio sino a notte inoltrata. In sala cottura ci sono attualmente i due birrai  Gido Koop e Roel Wagemans.  Sono già oltre 200 le etichette realizzate in cinque anni scarsi d’attività: quasi una birra nuova ogni settimana, ovviamente per la maggior parte collaborazioni, one shot e produzioni occasionali.

La birra.
L'etichetta della RE:RE:CC Porter raffigura una email scritta dalla mamma di Robbert; nome e grafica sono a mio parere scelte abbastanza infelici, ma la sostanza parla di una porter "robusta" prodotta con "CC", ovvero cocco e caffè. La sua prima versione, chiamata semplicemente CC Porter, risale al 2015 (7.7%); oltre a luppoli Magnum, East Kent Golding e Chinook, era stato utilizzato caffè del Guatemala e (pezzi interi?) di cocco. Nel 2016 è arrivata la sua seconda versione chiamata BCC Porter, leggermente più alcolica (8.2%) e con una diversa varietà di caffè. Entrambe erano state prodotte sugli impianti di Jopen, mentre lo scorso anno è arrivata la versione numero tre (7.7%) chiamata appunto RE:RE.CC Porter ("RE" sono ovviamente le lettere che appaiono nell'oggetto di una email ogni volta che rispondete ad un messaggio). Non ho trovato informazioni sulla ricetta ma è stata prodotta sui nuovi impianti di Uiltje.
All'aspetto è quasi nera e forma un modesto cappello di schiuma cremosa compatta dalla buona persistenza. L'aroma non è pulito e neppure particolarmente elegante ma racconta di orzo tostato, cioccolato al latte, un accenno di cocco (pensate al Bounty) e un tocco di fumo. L'intensità è bassa e nel complesso i profumi non fanno davvero nulla per ingolosire o attirare l'attenzione di chi avvicina le narici al bicchiere. Al palato è invece gradevole e l'avena le dona una discreta morbidezza leggermente cremosa. Il gusto ripropone tuttavia le approssimazioni e la poca pulizia dell'aroma; i sapori sono poco definiti e il risultato è un agglomerato bevibile e comunque gradevole di orzo tostato, caramello, liquirizia, caffè e cacao. L'alcool alza la testa solamente a fine bevuta apportando un piacevole tepore, mentre nel retrogusto ai fondi di caffè s'aggiunge anche l'amaro terroso del luppolo. Non è (fortunatamente) una pacchiana birra-dessert ma ci sono troppe imprecisioni per renderla davvero buona: una porter discreta, bevibile ma con tanta strada da fare per migliorare. 
Formato 33 cl., alc. 7.8%, lotto Y17B077, scad, 09/08/2022, pagata 3.90 euro. 

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 23 febbraio 2018

Kaapse Gozer Imperial Oatmeal Stout

Kaapse Brouwers (letteralmente “i birrai di De Kaap”) è un brewpub che si trova a Katendrecht, vivace quartiere di Rotterdam, anche noto con il nome di De Kaap, "il promontorio": un tempo Chinatown e poi luogo d’incontro prediletto tra marinai e prostituite, oggi è una zona vibrante e alla moda popolata di bar, ristoranti e punti di ritrovo per giovani hipsters.  All’interno di un vecchio magazzino chimato Fenixloods si trova oggi la Fenix Food Factory, un complesso dedicato al cibo ove trovate sidro, formaggio, caffè, insaccati e carne, ristorantini e anche un brewpub. 
Kaapse Brouwers nasce nel 2014 dalla collaborazione tra Tsjomme Zijlstra, fondatore della Fenix Food Factory, John Brus e Menno Olivier del birrificio De Molen. I piccolo spazi del magazzino di Rotterman consentono solamente di realizzare piccoli lotti, mentre il resto della produzione, imbottigliamento incluso, se non erro dovrebbe avvenire sui più capienti impianti di De Molen. Alla guida dell’impianto c’è il giovane birraio Etienne Vermeulen che vanta esperienza alla Bierfabriek di Delft e che è anche titolare della propria beerfirm De Bebaarde Brouwer. Al brewpub, venti spine (anche di birrifici “amici”) e impianti a vista,potete accompagnare le birre con semplici stuzzichini, ma l’offerta culinaria all’interno della Food Factory è molto più ampia e potete portarvi al tavolo quanto acquistato altrove. Se volete approfondire il rapporto birra-cibo dovete invece recarvi al locale Kaapse Maria inaugurato a fine 2016 nel centro della città (Mauritsweg 52).

La birra.
Tutti i nomi delle birre Kaapse hanno un legame con il quartiere Katendrecht: non so cosa il termine “Gozer” significhi oltre al semplice “tipo, ragazzo” che mi suggeriscono i traduttori on-line. La sostanza parla comunque di una imperial (oatmeal) stout che viene quindi prodotta con una buona percentuale d’avena maltata oltre a malti Pils, Brown, Chocolate, Caramello, Roasted e luppolo Sladek. 
All’aspetto è di color ebano molto scuro, la schiuma cremosa non è molto generosa,  è un po’ scomposta e si dissolve abbastanza rapidamente. Eleganza e pulizia non sono le caratteristiche principali di un aroma che è tuttavia dignitoso: tostature, caramello bruciato, fondi di caffè, ricordi quasi svaniti di cioccolato fondente, un po’ di carne. Se in etichetta non ci fosse scritto “oatmeal” la sensazione palatale sarebbe anche discreta, ma visto che viene pubblicizzata l’avena sarebbe lecito aspettarsi una maggiore morbidezza o cremosità e, soprattutto, c’è qualche accenno acquoso che in una imperial stout non vorresti mai trovare.  La bevuta non è del tutto armoniosa e presenta diversi spigoli, soprattutto nel passaggio dal dolce all’amaro:  si pare con il dolce di caramello e liquirizia, frutta sotto spirito (uvetta e prugna) per poi passare all’acidità dei malti scuri e all’amaro  finale delle tostature e dei fondi di caffè: la bevuta è tutto sommato godibile nonostante gli ampi margini di miglioramento nell’eleganza e nella pulizia. L’alcool (9.8%) è sin troppo sotto traccia, la bevibilità ne trae beneficio ma personalmente vorrei che la “temperatura alcolica percepita” fosse un po’  più elevata;  si congeda coerente con se tessa, aggiungendo un po' di ruvida cenere al torrefatto e all'amaro dei fondi di caffè. Non è affatto una cattiva birra, ma ci sono molte cose da sistemare prima di raggiungere un certo livello all'interno della categoria stilistica di riferimento.
Formato 33 cl., alc. 9.8%, IBU 46, scad, 18/12/2025.

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 27 gennaio 2017

Kees Caramel Fudge Stout

Ritorna sul blog anche il birrificio olandese Kees che avevamo incontrato non molto fa. Il fondatore, Kees Bubberman, è un personaggio già noto ai birrofili europei e non: per sette anni  (2007-2014) è stato il birraio presso il birrificio Emelisse prima di presentare le dimissioni nell’autunno 2014.  Acquistato il vecchio impianto da 25 hl dagli inglesi di Magic Rock e aggiunto sei fermentatori, a febbraio 2015 ha prodotto il primo lotto di East India Porter alla nuova Brouwerij Kees!, che si trova ad una ventina di chilometri di distanza da Emelisse ed ha un potenziale annuo di circa 1800 hl.  
Il database di Ratebeer elenca 52 birre prodotte in quasi due anni di attività, praticamente una nuova ogni quindici giorni. La gamma delle otto birre prodotte tutto l’anno (Double Rye IPA, Export Porter 1750, Peated Imperial Stout, East India Porter, Pale Ale Citra, Barley Wine, Just Another IPA, Session IPA, Mosaic Hop Explosion) è stata affiancata dai primi invecchiamenti in botte (Barrel Project) e da una serie di one-shot o produzioni stagionali. 
Nell’ultimo periodo anche Kees ha imboccato la strada delle aromatizzazioni: oltre ad una “innocua” Grapefruit IPA e ad una Pale Ale Citra Papaya & Chilli Infused, ha di recente realizzato alcune birre “strane” (disney o “pupazze”, a seconda di come volete chiamarle) che si spingono nella direzione di dessert in forma liquida: una porter al cocco (Mutiny On The Bounty) una Vanilla Crème Brûlée Stout, la natalizia  Xmas Chocolate Muffin e la potente Caramel Fudge Stout: proviamola.

La birra.
Caramello e cioccolato sono i due ingredienti aggiunti ad una birra che utilizza luppoli Summit e Cascade, giusto per la cronaca. Ci sono sostanzialmente due approcci alla realizzazione di questo tipo di birre: una caratterizzazione molto delicata che apporta dei semplici dettagli arricchenti la birra, la quale rimane comunque l’indiscussa protagonista. L’altro si muove all’estremo opposto:  scompare la birra, gli ingredienti aggiunti trionfano in maniera sfacciata per stupire il bevitore che, in assenza di punti di riferimento noti, si trova spaesato nei confronti di quelli che ha nel bicchiere:  amore o odio, questione di gusti personali. Sfortunatamente, per le mie preferenze, questa Caramel Fudge Stout si colloca nella seconda categoria.
Debutta alla fine del 2015 e si presenta nel bicchiere di colore ebano scuro, con venature rossastre; la generosa testa di schiuma che si forma è cremosa e compatta ed ha un'ottima persistenza. L'aroma mette subito in evidenza la volontà di una birra che ha deciso di sacrificarsi per diventare una sorta di dessert: cioccolato al latte, gianduia e soprattutto tantissimo caramello. Dolce e zuccherino, il  risultato non brilla certo di eleganza e risulta un po' artificioso. Non ci sono ovviamente grossi cambiamenti al palato, dove questa Caramel Fudge Stout continua il suo percorso nell'abbondanza di caramello/fudge e cioccolato al latte ben riscaldati da un contenuto alcolico importanti (11.5%) che cresce man mano che la bevuta avanza e riesce in qualche modo a contrastare il dolce. L'etichetta dice "stout" ma non vi aspettate di trovare molte tostature o caffè nel bicchiere: l'amaro, che arriva a fine corsa, è sopratutto luppolato e la resina non è esattamente l'accompagnamento ideale ad un dessert.  L'incontro-scontro è evidente e lascia piuttosto perplessi, nonostante nel retrogusto arrivi un po' di cioccolato a riportare la birra (?) sui binari del dessert.
Mi trovo sinceramente in difficoltà ad esprimere un'opinione su questa Caramel Fudge Stout: il gusto personale quasi m'impedisce di descriverla oggettivamente. Se avete intenzione di bere una birra, sicuramente questa bottiglia non fa per voi; dopo un paio di sorsi, come è capitato a me, avrete probabilmente voglia di bere qualcos'altro. Se invece siete per le birre-non-birre alla Omnipollo, annotatevela sul taccuino. Non è probabilmente al livello della beerfirm svedese, ma ne può rappresentate una valida alternativa low cost.
Formato: 33 cl., alc. 11.5%, IBU 45, lotto 16.64, scad. 11/2019, pezzo indicativo 5.50/6.50 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia  e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 17 ottobre 2016

LOC Brewery 84

Nel novembre del 2014 a Tilburg, nella regione del Brabante Settentrionale olandese a pochi chilometri dal confine con il Belgio, debutta la LOC Brewery. La fondano quattro soci:  Roy Maas, Erwin Schellekens, Daniel Tano  e Paul Cools  quattro padri che si sono incontrati alla scuola dei propri figli scoprendo di condividere l’interesse per la birra.  Il birrificio trova sede nella suggestiva Spoorzone di Tilburg, un area di 75 ettari che si estende per quasi tre chilometri dove a partire dal diciottesimo secolo le ferrovie olandesi avevano installato uno dei loro più grandi centri per la riparazione e la manutenzione dei treni.  Il nome scelto dai quattro soci, “LOC”, altro non è che l’abbreviazione di “locomotiva”. La zona è dagli anni novanta oggetto di un lento ma importante piano di recupero che prevede la realizzazione di edifici  residenziali e polifunzionali, spazi espositivi e commerciali, parchi e aree per concerti. 
Nell’edificio numero 88 è stata inaugurata una Food Hall dove, assieme ad altri piccoi produttori e ristoratori, hanno trovato posto il primo piccolo impianto pilota e la tap room della LOC Brewery;  non sono riuscito a capire se sia già operativo il nuovo e più grande impianto che dovrebbe essere collocato all’interno dell’edificio numero 84, nel quale sino al 1923 venivano effettuati da un migliaio di operai gli stampaggi, le saldature e la lavorazioni meccaniche dei forgiati di metallo; nel 1993 in una parte del fabbricato è stato aperto un centro di formazione per ingegneri meccanici ed elettrici. 
Al fine di soddisfare tutta la richiesta, una buona parte delle birre sembra essere attualmente prodotta presso birrifici terzi;  il debutto avviene alla fine del 2014 con la IPA chiamata Lord Nelson, che vede ovviamente protagonista il luppolo Nelson Sauvin, alla quale fanno seguito una dozzina di altre etichette, tutte realizzate dal socio fondatore e grafico Roy Maas.

La birra.
Ovviamente dedicata all’edificio numero 84 della Spoorzone che ospita il birrificio, la 84 di LOC è una robusta imperial stout prodotta con fiocchi d’avena; i luppoli dichiarati sono E.K. Golding e Columbus. La bottiglia nelle mie mani è stata prodotta presso gli impianti del birrificio De 3 Horne di Kaatsheuvel.
Completamente nera, forma nel bicchiere una cremosa e compatta testa di schiuma color nocciola che rimane a lungo nel bicchiere.  Al naso, in un contesto di modesta intensità e discreta pulizia, emergono caffè, mirtilli, orzo tostato e, più in sottofondo, carne affumicata ed alcool. La vivace carbonazione è in stridente contrasto con quello che ci dovrebbe essere nel bicchiere, annullando completamente il contributo dei fiocchi d'avena, che dovrebbero invece donare "cremosità" alla sensazione palatale; benché ruvida, la birra ha comunque una buona scorrevolezza e un corpo medio. Il gusto ripropone le caratteristiche dell'aroma: l'alcool accompagna con raziocinio l'orzo tostato, il caramello e l'uvetta a comporre una bevuta dolce che viene poi bilanciata dall'amaro delle tostature, della liquirizia e - in maniera marginale - del cioccolato. C'è una buona attenuazione ma l'impressione alla fine è quello a di bere una specie di "agglomerato" di colore nero, nel quale ci finiscono dentro in maniera confusa diversi elementi: pulizia e precisione latitano, la birra  ovviamente si beve ma non riesce a veicolare emozioni e soddisfazioni, sopratutto se cercavate una compagna con cui passare una serata autunnale come questa.
Formato: 33 cl., alc. 10.5%, IBU 65, imbott. 11/2015, prezzo indicativo 5.00 Euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 13 maggio 2016

Brouwerij Kees Export Porter 1750

Kees! Se questa parola non vi è nuova, avete ragione: Kees Bubberman, homebrewer dal 1996  e poi birraio per sette anni (2007-2014) presso il birrificio olandese Emelisse. Nell’autunno del 2014 ha presentato le sue dimissioni per mettersi in proprio, e non ci ha messo molto a partire. Acquistato il vecchio impianto da 25 hl dagli inglesi di Magic Rock e aggiunto sei fermentatori, a febbraio 2015 ha prodotto il primo lotto di East India Porter alla nuova Brouwerij Kees!, che si trova ad una ventina di chilometri di distanza da Emelisse ed ha un potenziale annuo di circa 1800 hl.
In poco più di un anno d'attività Kees ha già alle spalle una trentina di etichette che includono un'inevitabile collaborazione con Magic Rock ed anche i primi invecchiamenti in botte. Al di là di questo, la gamma si compone di otto birre prodotte regolarmente: Double Rye IPA, Export Porter 1750, Peated Imperial Stout, East India Porter, Pale Ale Citra, Barley Wine, Just Another IPA, Session IPA, Mosaic Hop Explosion.

La birra.
Kees dichiara di essersi ispirato ad una ricetta inglese del 1750, un'interpretazione piuttosto personale visto che i luppoli utilizzati sono Fuggles e Sorachi Ace, quest'ultimo disponibile solo a partire dal 1984; l'elenco dei malti include invece Pale Ale, Caramel, Carafa 1 e Carafa 2.
Nera, forma un dito circa di schiuma nocciola un po' scomposta e grossolana, poco persistente. Al naso, di scarsa intensità, annoto tostature, carne e pelle/cuoio, un lieve salmastro e, in sottofondo, cioccolato, vaniglia e un tocco di cenere: il bouquet è tutt'altro che goloso, anche se abbastanza pulito. 
La sua consistenza è piuttosto densa, quasi masticabile, con poche bollicine ed un corpo tra il medio ed il pieno: la scorrevolezza ne risente e sin dall'ingresso appare chiaro che questa è una birra che va sorseggiata lentamente. Il gusto picchia duro, monotono, con tostature intense circondate da caffè, liquirizia ed una discreta componente etilica; il dolce (caramello, uvetta) è ridotto ai minimi termini, mentre all'opposto l'acidità portata dai malti scuri è invece piuttosto marcata. Non c'è molto movimento, non ci sono emozioni: una Imperial Porter che martella dall'inizio alla fine battendo sugli stessi tasti, senza particolare eleganza e con un livello di pulizia ampiamente migliorabile. Rilevo anche una lieve nota salmastra che richiama quella dell'aroma. In internet leggo descrizioni molto diverse di questa birra e opinioni molto positive: in verità questa bottiglia è stata da me acquistata nel 2015 appena Kees ha aperto i battenti, e dovrebbe quindi trattarsi del primo lotto prodotto. Evidentemente il birraio ha successivamente corretto il tiro sistemando il necessario: mi ripropongo quindi di tornarla ad assaggiare alla prima occasione.
Formato: 33 cl., alc. 10.5%, IBU 108, lotto e scadenza non riportati, 5.19 Euro (beershop, Germania).

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 15 aprile 2016

Heineken, Bavaria Holland Premium Beer, Best Bräu Lager Beer, Poretti Tre Luppoli


Le cosiddette birre artigianali o “di qualità” si stanno diffondendo anche nella grande distribuzione, ma gli scaffali dei supermercati sono ancora dominati dalle lager industriali. La principale lamentela sulla “birra artigianale”  è relativa al costo: rispetto ad una industriale il prezzo al litro viene spesso moltiplicato da quattro a sei volte anche nei supermercati. Non intendo mettermi a discutere se valga la pena o no spendere così tanto per mettere nel carrello della spesa una birra buona:  una volta che si è saltata la staccionata che separa industriale da “artigianale” risulta difficile tornare a bere regolarmente birre che hanno tutte più o meno lo stesso scarso sapore.  
Eppure anche i prezzi delle “lager-industriali-tutte-uguali” non sono poi esattamente uguali tra di loro, anche se con frequente rotazione molte di esse si trovano in offerta speciale.  Prendiamo in esame alcune tra le birre più facilmente reperibili sugli scaffali: Heineken, Bavaria Premium Lager, Poretti 3 Luppoli e la Best Bräu del discount. E’ proprio questa la lager più economica, con un prezzo di 0,55 Euro per la lattina da 50 cl. che equivale a 1,10 Euro al litro; per la Bavaria bisogna spendere 1,74 Euro/litro (+58%), per la Poretti 3 Luppoli 2,39 € (+117%) e per la Heineken nella bella lattina cromata 2,78 Euro/litro (+153%). Questa differenza di prezzo è giustificata anche da una maggiore “qualità” (il virgolettato è d’obbligo) o quello che paghiamo in più è solamente il marchio? 
Per scoprirlo ho volutamente assaggiato queste quattro birre “alla cieca” per non farmi influenzare dal loro nome. Per quel che riguarda l’aspetto tutte e quattro sono assolutamente identiche nella loro dorata limpidezza; le uniche lievi differenze riguardano le dimensioni e la persistenza della schiuma, sempre perfettamente bianca e cremosa.  Quella meno generosa è della Poretti, all’estremo opposto si trova la Bavaria che, probabilmente grazie ad una percentuale di frumento dichiarata in etichetta, forma più schiuma che impiega più tempo a dissolversi. Ecco la descrizione delle birre nell’ordine in cui sono capitate negli anonimi bicchieri:

Numero 1:  Heineken.
L’aroma è di bassa intensità ma comunque percepibile: cereali, un accenno di mela verde e un tocco dolce che richiama il miele, o forse il mais. Non c’è molto ma per lo meno quel poco che c’è non presenta profumi sgradevoli. Al palato è ovviamente leggera, con una carbonazione media e la ovvia consistenza palatale acquosa.  Perfetta la corrispondenza tra gusto e aroma con l'identica bassa intensità: cereali e mela verde, mi sembra di sentire anche il dolce del mais anche se la lattina non ne specifica l’utilizzo. L’amaro del finale è appena percepibile solo quando la birra si scalda, mentre a temperatura fredda (ovviamente quella consigliata)  la chiusura è comunque abbastanza secca con il palato che rimane abbastanza rinfrescato e pulito.  Il gusto di questa lager è davvero ridotto ai minimi termini e rasenta il confine con l’acqua, ma personalmente lo vedo come un pregio, anziché un difetto. Svolge la sua funzione dissetante e rinfrescante con dignità, scorrendo senza nessun intralcio; anche l’amaro, che potrebbe risultare poco gradevole a qualche bevitore, viene praticamente azzerato.

Numero 2:  Best Bräu Lager Beer. 
L’intensità dell’aroma è ancora inferiore a quello della birra che l’ha preceduta, rasentando lo zero. Anche quel poco che c’è non è particolarmente gradevole: un ricordi di fiori secchi, un dolcino che richiama il granoturco. Meno bene anche al palato: leggerezza ed acquosità sono ok, mentre mancano un po’ di bollicine a rendere un po’ più vivace lo scorrimento. Molto scarsa anche l’intensità del gusto, ma leggermente superiore alla Heineken: dolcino di mais (o miele?), cereale. La chiusura amaricante, benchè cortissima, è qui maggiormente avvertibile e si porta dietro qualche breve istante poco gradevole e reminescente di plastica/gomma; il gusto è  nel complesso più dolce, la chiusura è meno secca e il palato rimane in compagnia di una lieve patina dolciastra. Ne risulta una birra molto meno dissetante (o più “pesante”,  se preferite) dell’Heineken: in questo la caso la sua intensità più elevata si rivela un boomerang negativo, visto che la gradevolezza non è certo di casa. Non è più prodotta dalla birrificio Castello di Udine ma dalla Hofbräuhaus Vertriebs in Germania.

Numero 3:  Poretti Tre Luppoli
La saga dei numeri Poretti, che ricordo essere è solo il nome della birra e non indica le tipologie di luppolo utilizzate,  è qui ai minimi termini: solo 3. L’aroma è di discreta intensità, se rapportato alle altre: pane e miele, ma il dolce si porta anche dietro un pochino di diacetile che mette fuori la testa quando la birra si scalda. Anche lei è penalizzata da una carbonazione un po’ sottotono che le toglie  vitalità. L’intensità del gusto è sicuramente inferiore a quella dell’aroma ed è paragonabile al livello Heineken; non c’è ovviamente fragranza ma solo una generica sensazione dolce di pane/miele, con un lieve tocco amaricante erbaceo. Il lieve diacetile ne pregiudica tuttavia la secchezza e quindi il potere dissetante: mi sembra "meglio" della Best Brau ma non riesce a rinfrescarmi come la Heineken.

Numero 4: Bavaria Holland Premium Beer
Il naso oltre alla canonica scarsa intensità non è neppure particolarmente gradevole: passabile il cereale, male quella nota di fiori secchi che non trasmette certo freschezza. Il gusto è invece il più intenso tra le quattro lager: fosse buona sarebbe una caratteristica senz'altro apprezzabile, ma in questo caso il risultato non è altro che quello di mettere in risalto gli aspetti negativi di questa birra. Sopportabile la parte dolce (miele, pane, cereali) ma l'amaro finale è un piccolo trionfo di gomma/plastica che, sfortunatamente, appesantisce la bevuta e ne pregiudica la vocazione rinfrescante. E' la più amara delle quattro ma anche la meno dissetante, con il palato che rimane sempre un po' appiccicoso di dolce: ci è voluto un sorso di acqua Heineken per ripulirlo. La sensazione palatale è invece nella norma, con la giusta quantità di bollicine.

Le conclusioni.
Non sono birre di qualità o artigianali, quindi le mie considerazioni si adattano al contesto cercando di analizzarle con obiettività; sarebbe troppo facile liquidarle tutte con un "fanno schifo", ma nessuno è nato bevendo "birra artigianale", tutti siamo partiti bevendo birre industriali e abbiamo continuato a farlo per diversi anni con piacere. Inutile quindi scandalizzarsi se c'è chi continua a berle o se c'è chi trova invece disgustoso una birra "artigianale" che sa di pompelmo o di aghi di pino o di yogurt andato a male. 
Parto dal presupposto che una lager debba sopratutto rinfrescare e dissetare chi la beve: un risultato che si può ottenere anche con l'acqua, certo, ma la birra offre quella leggera ebbrezza ed euforia che l'acqua non può dare. Il primissimo sorso di birra fresca, in una calda giornata estiva,  ha sempre quell'effetto "magico" sul palato, anche se la birra è industriale e dopo alcuni sorsi risulta praticamente insapore.  Con questi presupposti, darei la mia "preferenza" alla Heineken; delle quattro birre è quella più "pulita" e priva di difetti o sgradevolezze. Il merito va sicuramente alla bassissima intensità del gusto, elemento strategico per evitare le brutte sorprese derivanti dalla necessità di produrre a basso costo: ma è anche quella più secca e quindi quella che offre maggior refrigerio. All'estremo opposto metterei la Bavaria, la cui "intensità" (il virgolettato è sempre obbligatorio) è inversamente proporzionale alla sua piacevolezza: meglio la Best Bräu, che ha oltretutto un costo anche minore. Al di là del nome, di luppolo non c'è ovviamente traccia nella Poretti, che come gradevolezza ho trovato leggermente migliore della Best Bräu, ma costa al litro il 117% in più. L'Heineken è anche la più cara tra le quattro lager, arrivando a costare il 153% in più della Best Bräu del discount: stiamo parlando di poco più un Euro per una lattina da 50 cl., cifre ormai sconosciute a chi in Italia è ormai stato contagiato dalla passione per la birra di qualità o artigianale.  

Nel dettaglio:
Heineken, formato 50 cl., alc.  5,0%, lotto 5218380BG, scad. 01/08/2016, 1.39 Euro
Bavaria Holland Premium, 50 cl., alc. 5,0%, lotto BZN940805L, scad. 01/05/2017, 0.87 Euro
Best Bräu Lager Beer, 50 cl., alc. 4,8%, lotto 21K4 22:19, scad. 01/12/2016, 0.55 Euro
Poretti Tre Luppoli, 33 cl., alc. 4,8%, lotto J151619D, scad. 01/09/2016,  0.80 Euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 9 marzo 2016

Oersoep Brettalicious

Oersoep, in fiammingo il “brodo primordiale” ovvero quella “miscela  acquosa di sali inorganici e vari composti chimici di natura organica e inorganica nella quale si ritiene siano avvenuti gli eventi chimico-fisici che avrebbero poi dato origine alla vita sulla terra”: è  questo il nome scelto nel 2012 da Kick van Hout e Sander Kobes per il loro microbirrificio aperto a Nimega, Paesi Bassi.  Dei due è Sander ad essersi dedicato dall’homebrewing, mentre Kick gestiva due bar di Nimega con una buona offerta di birre: il De Opera e il  De Deut, tra l’altro organizzatori ogni anno del Nijmeegse Bierfeesten
Il perché del nome è presto detto:  dal “brodo” realizzato con acqua, malto e luppolo nasce la birra, ma lo sguardo ancestrale è anche rivolto alle tecniche produttive tipiche del passato, ovvero le fermentazioni spontanee, il blend di birra fresca e birra vecchia, la maturazione in botti di legno contenenti lieviti e batteri. A metà 2013 il birrificio ha già traslocato in alcuni locali di una dismessa azienda produttrice di miele nella zona industriale di Waalbandijk  a Nimega. E’ qui che Oersoep realizza il proprio già ampio portfolio di birre, suddiviso in quattro macro aree: “God is Good”, nella quale rientrano quelle prodotte con lieviti selvaggi o spontanei; “Saison”, un nome che non ha bisogno di spiegazioni, “Dark and Deep” che comprende ovviamente stout e imperial stout, mentre le birre più leggere o “session” che dir si voglia finiscono nell’area delle “Bubbly and Blond”. 
Nel 2014 il birrificio ha inaugurato anche il brewpub Stoom, una ventina di minuti a piedi dal birrificio, nel Kronenburgerpark che costeggia il fiume Waal: alle dieci spine ruotano birre olandesi ed internazionali, con qualche apparizione anche delle Oersoep che tuttavia sono disponibili per la maggior parte nelle bottiglie da 75 cl. 
Dal già vasto catalogo di Oersoep ecco una bottiglia di Brettalicious, una saison/farmhouse ale “brettata”, ovvero fermentata con lieviti selvaggi in “foudre”, ovvero grossi tini di legno: il protagonista in questo caso è stato il “foudre numero uno”. 
All’aspetto si pone al confine tra il dorato e l’arancio pallido, velata e forma una cremosa schiuma bianca, di dimensioni modeste e poco persistente. Al naso spiccano subito le note lattiche e "funky" affiancate in sottofondo da quelle più mansuete della crosta di pane, dei fiori bianchi, del miele, dell’arancia e della mela verde; il bouquet non è particolarmente complesso e, anche se pulito, vede i brettanomiceti dominare sul resto senza un adeguato interlocutore. Un po’ diverse le cose al palato, dove c’è maggior equilibrio e, soprattutto, un’ottima intensità se si considera la contenuta (5.5%) gradazione alcolica. Alla componente lattica s’affianca l’asprezza del limone e del lime, ma c’è una controparte dolce più pronunciata a rendere la bevuta “sour” ma più bilanciata rispetto all’aroma: ci pensano il miele, la polpa dell’arancia, un accenno di frutto tropicale (ananas?). In  bocca scorre bene, forse un po’ di bollicine in più le farebbero guadagnare maggiore vivacità, il corpo è medio: chiude abbastanza secca, con un finale leggermente legnoso ed una punta d’amaro che si compone di note lattiche e zesty. 
Una saison brettata rustica e piacevolmente rinfrescante, che disseta con gusto anche se pulizia ed eleganza non sono al livello di altre ottime “farmhouse” simili/brettate che mi è capitato d’assaggiare (ad es. questa, questa, questa e questa); la birra rimane comunque interessante, e utilizzo questo termine con sincerità e non per mascherare il solito giudizio negativo che non si vuol rivelare.
Formato: 75 cl., alc. 5.5%, lotto 14092F1, scad. 05/12/2016, 15.00 Euro (beershop, Italia)


NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.