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venerdì 15 novembre 2019

Jackie O's Oro Negro Bourbon Barrel Aged 2016

“Adoro i malti: non che i luppoli siano da meno, ma sono davvero molto eccitato quando mi trovo nella mia stanza dei malti a immaginare che cosa posso fare con loro": queste le parole di Brad Clark che utilizza una tonnellata di malto nel suo bollitore da 23 ettolitri per una delle birre che ama maggiormente produrre. E' la imperial stout Dark Apparition, il cui successo ne ha poi originato le solite molteplici varianti sia per quel che riguarda gli ingredienti aggiunti (caffè, vaniglia...) che i passaggi in differenti botti. Torniamo quindi a parlare di Jackie O’s Pub & Brewery, operativo dal 2009 ad Athens, Ohio: lo abbiamo già incontrato più di una volta. Jackie O’s viene oggi distribuito nel nostro continente con buona regolarità e almeno un paio di volte l’anno arriva una bella selezione di birre, soprattutto invecchiate in botte. I prezzi non sono modici ma per gli appassionati sono occasioni da non perdere. Attualmente il sito di Jackie O’s elenca le seguenti birre passate in botte. Le imperial stout Bourbon Barrel Dark Apparition, Vanilla Coffee Bourbon Barrel Dark Apparition e Bourbon Barrel Oilof Aphrodite e Champion Ground, la quadrupel  Bourbon Barrel Aged Skipping Stone, l’ìmperial porter Bourbon Barrel Black Maple ed il Wheat Wine Jackie O's Wood Ya Honey. 
Noi facciamo invece un passo indietro al 2016 quando il portfolio includeva anche la versione barricata di Oro Negro, imperial stout a sua volta basata sulla Oil of Aphrodite; nelle botti ex-bourbon oltre a queste birra ci sono finiti fave di cacao, baccelli di vaniglia, bastoncini di cannella e peperoncini habeneros. Non si tratterebbe quindi della semplice versione barricata della Oro Negro “normale”, imperial stout prodotta con aggiunta di noci, un mix di spezie imprecisato e chips di legno: il condizionale è d’obbligo.

La birra.
Si veste di ebano scuro, la schiuma è piccola, grossolana e poco persistente. Legno, bourbon, vaniglia, frutta secca a guscio, uvetta e datteri danno forma ad un aroma caldo e avvolgente, abbastanza intenso, impreziosito da accenni di cannella. I tre anni passati dalla messa in bottiglia le donano anche qualche effetto positivo che richiama i vini fortificati. Leggermente oleosa e poco carbonata,  Oro Negro non presenta particolari ingombri tattili e da questo punto di vista si sorseggerebbe con buona facilità: ciò che obbliga a rallentare il ritmo è l’intenso calore generato dall’accoppiata habanero-bourbon, quest’ultimo ancora molto in evidenza. Lo scenario si completa con caramello, frutta sotto spirito e vaniglia: anche al palato ci sono suggestioni di porto, pochissimo torrefatto e un finale caldo e piccante nel quale trovano posto anche suggestioni di frutta secca a guscio, soprattutto quelle noci che non ci dovrebbero essere ma che sono invece ingredienti della Oro Negro “normale”.  
Bevuta impegnativa ma comunque appagante, dolce ma asciugata dal bourbon, da sorseggiare con calma: da soli, se volete che lei sia l’unica protagonista della serata, o in due se volete restare ancora vigili.
Formato 37,5 cl., alc. 12%, lotto 2016, prezzo indicativo 18,00 euro (beershop)
  
NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 30 maggio 2018

Jackie O's Bourbon Barrel Champion Ground

Ritrovo sempre con piacere Jackie O’s Pub & Brewery (qui la storia), birrificio dell’Ohio che negli ultimi mesi è transitato sul blog con buona frequenza anche a causa delle ammissioni del fondatore Art Oestrike, costretto a dichiarare possibili infezioni su un certo numero di bottiglie prodotte nel 2017, alcune delle quali arrivate anche in Europa.  La birra di oggi (la imperial stout Bourbon Barrel Champion Ground) è fra queste e quindi conviene anticipare la bevuta per  cercare di limitare i possibili danni.
“In birrificio ascoltiamo molte musica reggae e l’accompagniamo con buone dosi di caffè” dicono alla  Jackie O's. “Avevamo una imperial stout che stava invecchiando in botti ex-bourbon da 11 mesi ma che aveva bisogno di qualche aggiustamento. Così la torrefazione  Stauf’s Coffee Roasters di Athens ci fornì  del caffè giamaicano varietà Blue Mountain”. 
Sull’etichetta viene raffigurato il negozio di dischi ambulante Swing a Ling di proprietà di Charlie Ace. Charlie era un Dj giamaicano attivo a partire dalla fine degli anni ’60: la figura del Dj giamaicano non è da confondere con quella del DeeJay che conosciamo noi. Era un’artista che improvvisava toasting, uno stile vocale mezzo parlato e mezzo cantato, su di una base musicale di musica reggae già esistente. Charlie Ace non raggiunse la notorietà di altri Dj giamaicani come U-Roy, Big Youth, Dennis Alcapone  e fu assassinato a Kingston all’inizio degli anni ’80. Possedeva anche una piccola etichetta discografica (Swing a Ling) e vendeva i propri dischi per le strade con un negozio ambulante ricavato da un vecchio furgone Morris.

La birra.
Il suo vestito è di un color marrone prossimo al nero, mentre la schiuma cremosa e compatta ha un’ottima persistenza. L’aroma è pulito e abbastanza intenso, gli elementi “giusti” ci sono tutti: caffè, tostature, legno e bourbon, vaniglia, qualche suggestione di cocco, uvetta e prugna. Il mouthfeel è quello tipico delle produzioni Jackie O’s: non cercate densità  o particolari intenzioni edonistiche, è una birra dal corpo medio-pieno che risulta gradevole ma che forse necessiterebbe di un po' più di "ciccia”. Il passaggio in botte caratterizza la bevuta imprimendole bourbon e una componente etilica che potenzia e riscalda dall’inizio alla fine: frutta sotto spirito e vaniglia accompagnano ogni sorso, mentre il caffè rimane sorprendentemente in secondo piano. Nel finale emerge qualche suggestione di cioccolato e di tabacco.  Nel bicchiere c’è un liquido intenso e potente che tuttavia riesce ugualmente ad esprimere una buona eleganza:  il bourbon limita abbastanza la velocità di bevuta obbligando ad un lento sorseggiare che non va visto così negativamente. E’ una birra da bere con calma, nel corso di tutta la serata: le manca sicuramente un po’ di profondità, soprattutto al palato, il caffè sbandierato in etichetta non brilla di gloria ma alla fine riesce comunque a regalare belle soddisfazioni.
Formato 37.5 cl., alc. 12%, lotto 2017, prezzo indicativo 17.00-20.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 26 febbraio 2018

Jackie O's: Coffee Bourbon Barrel Oil Of Aphrodite & Black Mask (Bourbon Barrel)


Jackie O’s Pub & Brewery, birrificio dell’Ohio che sul blog è di recente transitato con una buona frequenza: qui il suo profilo. Qualche settimana fa Art Oestrike, fondatore di Jackie, ha dovuto pubblicamente ammettere problemi qualitativi annunciando una “campagna di risanamento” chiamata Making it Right . Su questa pagina trovate tutte le birre potenzialmente coinvolte  e le modalità per ottenere delle birre in sostituzione di una bottiglia infetta; tutto quello che dovete fare è prendere appuntamento e recarvi in birrificio con i vuoti infetti e cambiarle con qualcos'altro. Un gesto apprezzabile per chi vive nei paraggi, ma come saranno rimborsati i consumatori che abitano lontano o che si trovano addirittura all’estero? Alcune di quelle bottiglie sono da poche settimane arrivate nel nostro continente e anche nella mia cantina; avevo in previsione di gustarmele piano piano nei prossimi mesi ma il rischio infezione mi costringe ad accelerare i tempi di bevuta per cercare di limitare l'eventuale danno e, eventualmente, chiedere un rimborso al venditore. 

Partiamo con la Bourbon Barrel Coffee Oil Of Aphrodite (12.1%), ovviamente versione barricata di una imperial stout (10%) prodotta con noci nere e sciroppo di zucchero candito belga, mix non precisato di malti inglesi, tedeschi, belgi e americani, luppoli provenienti dal nordovest americano. In questo caso la Oil Of Aphrodite viene messa ad invecchiare per un periodo che varia da otto a dodici mesi in botti ex-bourbon, con aggiunta di chicchi di caffè peruviano: il suo debutto è datato dicembre 2013. 
Nel bicchiere l’edizione 2017 è prossima al nero e forma una bella testa di schiuma cremosa e abbastanza compatta, dalla buona persistenza. Il naso è “caldo”, con il bourbon che si entra subito in scena portandosi dietro legno e vaniglia; caffè, uvetta e prugna, ma anche carne e cuoio, compongono un bouquet non molto intenso e che non brilla per finezza e pulizia, pur essendo ugualmente gradevole. Al palato è morbida e abbastanza avvolgente anche senza indulgere in particolari viscosità o cremosità: la bevuta è ricca e potente con caffè ed intense tostature sostenute dalla spinta etilica del bourbon. In sottofondo affiorano melassa, uvetta e prugna, legno e vaniglia che donano un po’ di gentilezza ad una birra tosta e dura, per “uomini (o donne) forti” si potrebbe dire. La chiusura è abbastanza secca, il caffè si fa da parte per lasciare campo libero al bourbon e a note quasi ancestrali di pellame, legno e terra. Scongiurato il pericolo infezione, questa di Jackie O’s è una imperial stout intensa che si sorseggia piuttosto lentamente ma con buona soddisfazione: nera più di carattere che di colore, picchia duro con bourbon e torrefatto a guidare le danze. Non è un mostro di profondità e complessità e il prezzo al quale è reperibile in Europa  (12 dollari nel paese d’origine) rende purtroppo l’esperienza un po’ meno gratificante di quanto potrebbe essere. Livello comunque abbastanza elevato anche se il prezzo del biglietto non vale tutto il viaggio.

Black Mask è invece un’imperial stout invecchiata in botti di bourbon con chicchi di caffè, fave di cacao e baccelli di vaniglia, ingredienti “aggiunti” che Jackie O’s ha individuato come responsabili dei problemi qualitativi. E’ una delle novità barricate del birrificio dell’Ohio ed ha debuttato a settembre 2017; fortunatamente la bottiglia giunta a me si è salvata e non presenta nessuna problema.  La birra è ispirata a Barley, il cane carlino del mastro birraio che appare anche in etichetta travestito da samurai: meglio passare oltre. 
Black Mask (12%) tiene fede al suo nome e si veste completamente di nero:  la schiuma è perfettamente cremosa e compatta ed ha un’ottima persistenza L’aroma mantiene le premesse visive e delinea una birra elegante che profuma di chicchi di caffè, cacao amaro e tostature, tabacco e carne, vaniglia e legno in sottofondo: gli elementi giusti ci sono tutti, peccato solo che l’intensità sia un po’ dimessa e che ci voglia molta attenzione per coglierli. Il mouthfeel è appagante, con una consistenza tattile delicata e quasi setosa: le manca forse un po’ di “ciccia” (viscosità) e per il mio gusto c’è qualche bollicina di troppo.  Dettagli che comunque non pregiudicano la qualità elevata di una imperial stout ricca di caffè e cacao amaro, liquirizia e orzo tostato; vaniglia e melassa costituiscono il delicato sottofondo a sostegno dell’amaro, mentre come nella Oil Of Aphrodite il bourbon prende pian piano possesso della scena rimpiazzando l’amaro del caffè e delle tostature per regalare un lunghissimo finale caldo ed etilico. 
Più pulita al naso che in bocca, la Black Mask di Jackie O’s raggiunge indiscutibilmente alti livelli  pur senza entrare nell’olimpo: potente e ricca, si sorseggia con calma e grande soddisfazione. Il passaggio in botte le dona una bella caratterizzazione e gli “ingredienti gourmet” sono usati con intelligenza e raziocinio, ovvero apportano livelli di complessità alla birra senza volerla prevaricare come invece accade in certe deplorevoli birre dessert. In questo caso il prezzo (elevato) non fa troppo male.
Nel dettaglio:
Bourbon Barrel Coffee Oil Of Aphrodite, formato 37.5 cl., alc. 12,1%, lotto 2017, prezzo indicativo 19.00-21.00 euro (beershop)
Black Mask (Bourbon Barrel), formato 37.5 cl., alc. 12,0%, lotto 2017, prezzo indicativo 16.00-18.00 euro (beershop)

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 13 febbraio 2018

Jackie O's Bourbon Barrel Black Maple

Per il quarto incontro tra birra e sciroppo d’acero restiamo negli Stati Uniti e precisamente ad Athens, Ohio, dove si trova il birrificio Jackie O’s che vi avevo presentato in questa occasione. In precedenza avevamo visto due birre prodotte con sciroppo d’acero (qui e qui) e una (qui) invecchiata solamente in botti di bourbon che avevano contenuto sciroppo d’acero. La proposta di Jackie O’s si trova a metà strada: una imperial porter prodotta con sciroppo d’acero che viene poi invecchiata in botti ex-bourbon. 
Era il 2014 e nel corso di una cotta aperta al pubblico nacque la Black Maple, con sciroppo d’acero prodotto localmente dalla Sticky Pete di Athens; dieci mesi di botte e venne alla luce la Bourbon Barrel Black Maple, disponibile inizialmente solo presso le spine della taproom di Jackie O’s e poi commercializzata anche in bottiglia. Dopo un’assenza di quasi tre anni lo scorso ottobre 2017  la Bourbon Barrel Black Maple è ritornata assieme alla “sorella” Vanilla Bourbon Barrel Black Maple: 12 dollari il prezzo di vendita al birrificio, con un limite massimo di dodici bottiglie a testa. Qualche bottiglia è stata poi anche destinata al mercato europeo. 
Il ritorno coincide purtroppo con un annata non troppo positiva per le birre barricate del birrificio dell’Ohio che, qualche settimana fa, ha dovuto pubblicamente ammettere problemi qualitativi annunciando una “campagna di risanamento” chiamata Making it Right. Su questa pagina trovate tutte le birre potenzialmente coinvolte (la Black Maple 2017 è tra queste)  e le modalità per ottenere delle birre in sostituzione di una bottiglia infetta; tutto quello che dovete fare è prendere appuntamento e recarvi in birrificio con i vuoti infetti e cambiarle con qualcos'altro. Un gesto apprezzabile per chi vive nei dintorni di Athens, ma come saranno rimborsati i consumatori che vivono lontano o che si trovano addirittura all’estero? Nel link sopracitato trovate anche i risultati dei test  condotti da Art Oestrike, proprietario e fondatore del birrificio: i problemi riguardano quasi solamente le cosiddette birre prodotte con “adjuncts”: noci e vaniglia sono i due ingredienti principalmente incriminati. Sulle birre “normali” non sono stati sino ad ora riscontrati casi d’infezione: Jackis O’s ha anche annunciato di aver commissionato una nuova imbottigliatrice che dovrebbe porre rimedio a questi problemi e, in giugno, avrà a disposizione anche un pastorizzatore che sarà utilizzato per tutte le adjunct beers.

La birra.
Visto che anche la Black Maple 2017 (barricata o no, non mi è chiaro) è inclusa nella lista delle birre nelle quali sono state riscontrate alcune infezioni, mi accingo a stapparla incrociando le dita. Fortunatamente la bottiglia è sana e colma il bicchiere di un liquido quasi nero: la schiuma, benché cremosa e compatta, è di dimensioni piuttosto modeste così come la sua persistenza. Non c’è infezione ma il naso non presenta quella ricchezza che ti aspetteresti da un potente imperial porter (12.1%); l’aroma non è neppur particolarmente elegante, benché abbastanza pulito: legno e bourbon, tostature, carne, liquirizia. Lo sciroppo d’acero è molto volatile e la sua presenza è davvero flebile: non avverto neppure la presenza di quelle piccola percentuale di malti affumicati che dovrebbero essere stati usati nella ricetta. Il suo corpo è medio, ci sono poche bollicine ed il mouthfeel è gradevole, anche se non regala nessuna coccola cremosa, morbida o viscosa. Al palato ci trovo un po’ troppa liquirizia incalzata dall’amaro del caffè e delle tostature che viene poi bilanciato  solo parzialmente dal dolce del bourbon: vaniglia e sciroppo d’acero rimangono molto, molto in sottofondo. La bevuta è potente, l’alcool riscalda ogni sorso con vigore ma nel complesso mancano complessità e profondità, nonché emozioni; una leggerissima astringenza a precede un finale ricco di bourbon, legno e liquirizia. 
Scongiurata l’infezione, questa bottiglia di Black Maple mi lascia comunque un po’ deluso, soprattutto per il rapporto qualità-prezzo. Una imperial porter dura e un po' ruvida,  segnata sopratutto dalla botte di bourbon: chi lo ama probabilmente avrà una percezione più entusiasta di questa birra. Del maple/acero incluso nel nome si perdono quasi le tracce e chi si aspettava una imperial porter dolce rimane con l'amaro in bocca.
Formato 37.5 cl., alc. 12.1%, lotto 2017, prezzo indicativo 17-20 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 12 dicembre 2017

Jackie O’s Pub & Brewery: Elle Saison & Oro Negro Imperial Stout

Doppio appuntamento con Jackie O's, birrificio dell'Ohio che vi avevo presentato non molto tempo fa; alcune delle loro birre sono finalmente reperibili anche in Europa, a prezzi non propio economici, ma per chi ha comunque voglia di provarle l'occasione è quella giusta.

Le birre.
Partiamo senza indugiare da una birra che tuttavia non credo sia tra quelle importate nel nostro continente; si tratta di Elle, una saison chiamata con il nome della stanza - a forma di "elle" - che il birraio Brad Clark usa per creare, fermentare e imbottigliare - su di una linea rigorosamente dedicata - tutte le birre acide. Dopo una prima fermentazione con lievito saison, Elle riceve un mix di lieviti selvaggi e batteri che l'accompagna per sei mesi in foudres di rovere. 
Il risultato è una saison sorprendentemente limpida nel bicchiere e di colore oro pallido: i profumi parlano di fiori, uva bianca, vino, limone e pompelmo, mela acerba e un rustico che richiama il legno e la paglia. Al palato è perfetta, scorrevolissima e vivacemente carbonata, leggera dal punto di vista tattile: la delicatezza di pane, crackers e frutta a pasta gialla fanno da contraltare ad une bevuta ricca di uva aspra, limone. Il finale è ben secco, l'amaro zesty e terroso è delicato quanto basta a ripulire il palato e renderlo bisognoso di un nuovo sorso. Note rustiche e di legno completano una saison semplice ma pulitissima, solare, attraversata da un'acidità contenuta, perfetta per dissetarsi in un giorno d'estate: molto evidente la componente vinosa, nonostante i foudres in cui Elle matura non abbiano ospitato vino in precedenza. Venti dollari al litro negli Stati Uniti spesi senza rimpianti perché il livello è piuttosto alto.

Dalla luce passiamo alle tenebre della Oro Negro: si tratta di una variante della Oil of Aphrodite - un'altra imperial stout di Jackie O's - alla quale sono stati aggiunti fave di cacao, baccelli di vaniglia, cannella e peperoncini habeneros. Nei tini d'acciaio, dove la birra ha maturato per tre mesi, sono poi state immerse delle doghe di rovere.
Nera di nome e di fatto, questa imperial stout di Jackie O's forma una perfetta testa di schiuma color nocciola, cremosa e compatta, dall'ottima persistenza. Al naso molta vaniglia, cioccolato al latte, lievi tostature e frutta secca, peperoncino; è un naso dolce che mostra buona intensità e pulizia ma che non accende grossi entusiasmi. Il mouthfeel è molto morbido, vellutato piuttosto che viscoso: la sensazione tattile è molto gradevole e la bevuta procede ricca di cioccolato al latte e vaniglia, caramello, suggestioni di gianduia. Il dolce è progressivamente bilanciato da caffè e moderate tostature che annunciano il calore dell'habanero, vero e proprio protagonista del finale di questa birra. Difficile dire dove finisce il peperoncino e dove inizia l'alcool, fatto sta che Oro Negro si congeda con un piccolo incendio che scalda lo stomaco e il cuore. Imperial Stout bilanciata e piuttosto tranquilla per 3/4 del suo percorso, fino a quando il piccante entra in scena: è un avviso ai naviganti, nel caso non lo gradiscano molto. Qui si sente abbastanza. Il livello è complessivamente alto ma non altissimo, anche se ammetto di non essere un appassionato di peperoncino.

Nel dettaglio:
Elle, 50 cl., alc. 5.1%, lotto 2017, pagata 10.95 dollari (beershop, USA)
Oro Negro, 37.5 cl., alc. 10%, lotto 2017, prezzo indicativo 13.00-20.00 Euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 29 settembre 2017

Jackie O's: Mystic Mama IPA & Dark Apparition Imperial Stout 2017

Athens, capoluogo dell’omonima contea dell’Ohio, è una tranquilla cittadina di 28.000 abitanti che si moltiplicano nei mesi in cui gli studenti frequentano i corsi della Ohio University. Tra di loro nel 2004 c’era anche Brad Clark che per mantenersi gli studi faceva un po’ di tutto in un brewpub chiamato O’Hooley’s: era lì che – oltre alle birre della casa - aveva iniziato a conoscere quelle di  Sierra Nevada, Dogfish Head, Avery e Allagash.  
Appena riesce a fuggire dal dormitorio del college e ad affittare un mini-appartamento con alcuni amici Brad inizia a farsi la birra in casa; nel 2005 il pub dove lavorava si trova in difficoltà finanziarie e propone l’investimento all’amico Art Oestrike, già proprietario di un negozio di Bagel che da sempre desiderava aprire un bar. Oestrike rileva l’attività in fallimento e offre a Brad, che lo riforniva spesso con la sua birra fatta in casa, il ruolo di apprendista birraio: “io sapevo solo fare birra da kit in casa e lui non aveva mai gestito neppure un bar, figuriamoci un brewpub; fu una pazzia, non avevamo idea di quello che stavamo facendo”.  Per qualche mese Clark affianca il precedente birraio del brewpub sull’impianto da 8 ettolitri e poi si reca per un anno a Chicago per di seguire un corso al Siebel Institute; in città passa i weekend al Map Room, un pub nel quale s’innamora della Rodenbach Grand Cru e di altre birre acide a lui ancora sconosciute. 
Nel frattempo, ad Athens, la madre di Oestrike muore improvvisamente di cancro ai polmoni e, in suo onore, il locale O’Hooley’s viene rinominato Jackie O’s; terminato il corso Clark è molto più confidente delle sua capacità e assume il ruolo di birraio. Per il nuovo nato brewpub Jackie O’s è l’inizio di una crescita senza sosta che inizia nel 2009 con l’apertura di un secondo pub con trenta spine e cucina a fianco del brewpub e di un forno i cui prodotti sono serviti sia al pub che nei Farmers Market della zona. Nel 2012 Oestrike e Clark acquistano un nuovo edificio ad un paio di miglia di distanza, una sorta di fattoria con tanto di silo, nel quale a marzo 2013 viene inaugurato il nuovo impianto da 24 ettolitri. Qualche mese dopo debuttano le prime lattine della Firefly Amber e della Brown Ale Chomolungma; la produzione si assesta sui 5000 ettolitri l’anno tra fusti (30%), bottiglie e lattine (70%) per raddoppiare l’anno successivo. Il nuovo birrificio offre anche a Clark uno spazio nel quale iniziare a produrre quelle birre acide che ama, una linea d’imbottigliamento separata per evitare contaminazioni, tre foeders da 120 ettolitri e qualche centinaio di botti ex rum, bourbon e vino. 
Tutto sembra andare per il meglio quando, il 16 novembre 2014, un terribile incendio colpisce Union Street, la strada dove si trovano i due locali di Jackie O’s:  il tetto, gli impianti idraulici e la cucina del pub vengono gravemente danneggiati ma fortunatamente gli impianti del brewpub adiacente sono salvi. Ad un’azienda che aveva appena fatto ingenti investimenti viene però a mancare la principale fonte di reddito: una quarantina di persone rimangono senza lavoro per diverse settimane: a fine anno il brewpub riapre offrendo un menu gastronomico ridotto mentre i lavori di ricostruzione della Publican House si sono protratti sino a maggio 2016. Nel frattempo Jackie O’s ha raggiunto i 14000 ettolitri l’anno e ha avviato un nuovo piano di espansione per arrivare sino a 35.000; il 99% delle birre vengono distribuite in Ohio, con qualche occasionale spedizione in California di birre acide e “robuste”, queste ultime apparse di recente anche in Europa.

Le birre
La IPA Mystic Mama (e la sua sorella maggiore Matriarch -Double IPA) è una dedica che Oestrike e Clark fanno a Jackie, la madre di Art Oestrike improvvisamente scomparsa nel 2005. La prima IPA prodotta da Jackie O’s nel 2007 si chiamava Magic Mama e si ispirava a quello che allora era uno dei birrifici preferiti da Brad Clark, Dogfish Head: “era molto amara e conteneva anche una percentuale di malto tostato, era quasi una Indian Brown Ale”. La crisi del luppolo del 2008 ne sospese la produzione che riprese solamente nel 2009 con il nome Mystic Mama. Questa volta Clark guardò alle IPA della West Coast, alla Racer 5 di Bear Republic, alla Green Flash’s West Coast IPA e alla Duet di Alpine: vennero utilizzate cinque varietà di luppolo, Centennial, Columbus, Warrior, Amarillo e Simcoe, questi ultimi due utilizzati anche in dry-hopping. Clark conferma che da allora la birra subisce dei lievi aggiustamenti volti a migliorarne la shelf life o a sopperire alla mancanza di disponibilità di qualche varietà di luppolo; la versione attuale prevede un abbondante dry hopping di Citra e Simcoe (un chilo ogni cento litri) che dura da 5 a 7 giorni.
Il suo colore dorato è quasi limpido, mentre nel bicchiere si forma una generosa e cremosa testa di schiuma bianca, dall'ottima persistenza. L'aroma, benché pulito ed elegante, non è tuttavia il punto di forza di una lattina che ha un mese di vita sulle spalle: arancia e pompelmo, ananas e mango ci sono ma l'intensità è davvero bassa. Pronto riscatto al palato, a partire da una sensazione palatale molto morbida e gradevole: la bevuta è in perfetto equilibrio tra il leggero contributo dei malti (pane, accenni biscottati) e un fragrante ed elegante fruttato che richiama sopratutto il pompelmo e un po' di tropicale. L'amaro finale è di buona intensità, molto pulito ed "educato" nella sua alternanza di resina e pompelmo: l'alcool è molto ben nascosto in questa IPA dalla grande bevibilità, pulitissima e molto bilanciata, capace di rivaleggiare con le sorelle della West Coast alle quali dichiara di ispirarsi. 

"Adoro i malti: non che i luppoli siano da meno, ma sono davvero molto eccitato quando mi trovo nella mia stanza dei malti a immaginare che cosa posso fare con loro": queste le parole di Brad Clark che utilizza una tonnellata di malto nel suo bollitore da 23 ettolitri per una delle birre che ama maggiormente produrre. E' la imperial stout Dark Apparition, il cui successo ne ha poi originato le solite molteplici varianti sia per quel che riguarda gli ingredienti aggiunti (caffè, vaniglia...) che i passaggi in differenti botti.
Nera quanto la sua etichetta, forma nel bicchiere una bella  testa di schiuma cremosa e compatta: al naso s'intrecciano profumi di caramello bruciato e melassa, caramella mou, orzo tostato e caffè, tabacco e cacao in sottofondo. Il suo corpo medio non è particolarmente ingombrante e la sensazione palatale si mantiene sul versante oleoso senza indulgere nella lussuria del cremoso. La bevuta si mostra potente sin da subito, con l'alcool che non mostra nessuna timidezza e riscalda ogni sorso: caramello, frutta sotto spirito (prugna, uvetta) e melassa danno forma ad una bevuta che inizia  abbastanza dolce mettendo caffè e tostature e tabacco in secondo piano. Intensa e avvolgente, la Dark Apparition di Jackie O's è una sorta di piccolo dessert che si sorseggia con calma ma con grande soddisfazione: in chiusura delicate tostature, caffè e qualche accenno di cioccolato vengono bagnati da una calda nota etilica che prende per mano e accompagna per un bel pezzo di strada.
Nel dettaglio:
Mystic Mama IPA, formato 35.5 cl., alc. 7%, IBU 80, imbott. 12/07/2017, 2,02 $
Dark Apparition, format 37.5 cl., alc. 10.5%, lotto 2017, 6,21 $

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.