Visualizzazione post con etichetta francia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta francia. Mostra tutti i post

lunedì 18 giugno 2018

Au Baron / Jester King Noblesse Oblige

La Brasserie Au Baron si trova in Francia a Gussignies (Nord-Passo di Calais) ma il confine con il Belgio è letteralmente a poche decine di metri. E’ qui che Alain Bailleux ha finalmente realizzato il sogno di famiglia, possedere un microbirrificio. Ci aveva già provato il padre Roger, impiegato prima presso il birrificio belga Cavenaile e poi in giro per il mondo come tecnico per una multinazionale: nel suo lavoro vedeva spesso piccoli birrifici chiudere dopo essere stati acquistati dai grandi marchi. 
Non è riuscito a concretizzare il suo sogno di aprirne uno, ma a quello ci ha pensato il figlio Alain. Diplomato in chimica, acquista una casa di campagna nel villaggio di Gussignies: a pochi metri di distanza c’è un’ estaminet, un café  chiamato Au Baron il cui proprietario, ormai anziano, vuole vendere. Nel 1973 avviene il passaggio di consegne ma c’è un problema: per mantenere i permessi e le licenze il locale non dev’essere chiuso e quindi per alcuni anni  Alain Bailleux alterna al suo lavoro di chimico a quello di “barista” nei weekend. Inizialmente ai clienti vengono servite solo bevande, poi anche qualche snack e i primi piatti caldi: nel 1982 decide di trasformare l’attività in un vero e proprio ristorante che, nel giugno del 1989, viene affiancato dal microbirrificio Brasserie Bailleux, in seguito rinominato Brasserie Au Baron. 
A quasi trent’anni dall’apertura non è cambiato molto a Gussignies: si continuano a produrre le stesse sette-otto birre (con piccoli aggiustamenti a seconda della reperibilità delle materie prime) e l’80% della produzione è destinata al mercato locale. Al birrificio lavorano quattro persone, al ristorante altre nove. Il carattere “autentico” e rustico delle birre di Bailleux non è sfuggito all’importatore americano Shelton Brothers che ha iniziato a distribuirle negli Stati Uniti e nel 2015 il birrificio ha aumentato la propria capacità portandola da 1700 e 2500 ettolitri l’anno. Il ristorante è aperto tutti i giorni escluso il martedì nei mesi di giugno, luglio e agosto; nei restanti mesi dell’anno solamente da venerdì’ a domenica. 
Ricordo ancora con grande piacere la saison/bière de garde della casa, chiamata Cuvée des Jonquilles, un oasi di pace tra numerose birre imbevibili incontrate nel corso di una vacanza nel nord della Francia di otto anni fa.

La birra.
La Brasserie Au Baron si mantiene ben lontano dalle mode, dal marketing e da tutto quello di artificioso che circonda oggi la birra “artigianale”. E’ quindi quasi una sorpresa scoprirlo protagonista di una collaborazione con i texani di Jester King, birrificio specializzato in farmhouse ales e lieviti selvaggi che ama la tradizione belga ma che, volente o nolente, deve sottostare alle tendenze del mercato americano e accogliere, di tanto in tanto, centinaia di persone che si mettono in fila per acquistare alcune delle birre più famose. 
Noblesse Oblige è il nome scelto per una saison/bière de garde (4.7%) la cui ricetta prevede malti Pilsner e Monaco, miele, luppoli Brewers Gold, Sorachi Ace, Cascade e Simcoe, questi ultimi tre portati evidentemente in dote dagli Stati Uniti.  La birra viene prodotta nel 2016. Il suo colore è dorato e movimentato da piccole particelle di lievito in sospensione; un leggero gushing movimenta un po’ lo stappo, mentre l’esuberante schiuma pannosa sembra non voler mai scomparire.  Il miele indicato tra gli ingredienti  si fa sentire subito al naso ed è accompagnato da un bel bouquet rustico: profumi floreali, di paglia, pane e cereali, accenni di frutta a pasta gialla e agrumi. Non c’è molta intensità ma l’aroma è molto gradevole.  Le bollicine sono un po’ troppo aggressive anche per una saison, ma basta aver un po’ di pazienza per godere di una bière de garde ruspante il cui gusto mostra una corrispondenza quasi perfetta con l’aroma. Pane e miele, lievi accenni di frutta a pasta gialla, una delicata speziatura e una virata amara finale abbastanza decisa, anche se breve: alla scorza di agrumi s’aggiungono note terrose. Tutta la bevuta è attraversata da una bella acidità  e il risultato una birra solare, scorrevolissima, secca, rinfrescante e dissetante.  Semplice ma autentica, rustica, con piacevoli imprecisioni ed ellissi che in questo caso rappresentano un valore aggiunto e non un difetto: ciò vale anche per il contributo dei luppoli americani a due anni della messa in bottiglia. Anche questo rientra nei parametri dello stile. Quando stappo una saison vorrei sempre trovarci dentro un pezzo di campagna, e qui non manca. 
Formato 75 cl., alco. 4.7%, scad. 31/12/2018, prezzo indicativo 9.00-10.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 7 dicembre 2017

La Débauche Nevermore

La Débauche, “la dissolutezza”, è il nome scelto da Aurélien Camandone e Églantine Clément per il birrificio che inaugurano a giugno 2013 ad Angoulême, Nuova Aquitania, un centinaio di chilometri da Bordeaux e Limoges. La coppia parte con un impianto piuttosto piccolo installato in un locale di 200 metri quadri che consente una capacità produttiva di circa 350 ettolitri l’anno: “fu un errore – ammette Aurélien –  dopo quindici giorni eravamo già senza birra e avevamo richieste superiori al 50% di quanto riuscivamo a produrre”. Ingrandirsi sarebbe la cosa più immediata da fare ma le banche non sono disposte a concedere ulteriori finanziamenti: ricorrono al crowfunding di ulule.com mentre per "vendicarsi" realizzano una birra chiamata “Slap a banker” (schiaffeggia un bancario) dedicata a chi aveva negato loro il prestito.  La produzione cresce lentamente sino a 1500 ettolitri l’anno aiutata anche dall’export verso Russia, Spagna, Belgio e Italia. Qualche mese fa La Débauche aveva annunciato l’inizio dei lavori per l’installazione di un nuovo impianto da 50 hl e la ristrutturazione di nuovi locali (1500 metri quadri) che si trovano a poche centinaia di metri di distanza e che porterà la capacità annuale e 6000 ettolitri; oltre ad un punto vendita di bottiglie per l’asporto sarà anche realizzata una taproom. L’inaugurazione è avvenuta poche settimane fa. 
La produzione attraversa trasversalmente quasi tutti le tradizioni: Belgio e Inghilterra, birre acide, IPA e dintorni, un programma sempre più crescente d’invecchiamenti in botte nelle quali finiscono soprattutto, barley wine, saison e imperial stout. Tra queste spiccano la Big Boy (con peperoncino), la Demi Mondaine (caffè e cacao), l’Amorena (ciliegie) e la  Nevermore che andiamo a stappare.

La birra.
Diversi illustratori e tatuatori si occupano delle grafiche delle etichette: per questa imperial stout, ispirata al racconto “Il Corvo” di Edgar Allan Poe, l’artista L’Encrier Fêlé mi sembra abbia a sua volta attinto delle inquietanti immagini del pittore Francis Bacon. La birra è stata poi invecchiata per un imprecisato periodo di tempo in botti di bourbon (Heaven Hill, se non erro). 
Nel bicchiere è splendidamente nera e forma un sontuoso cappello di schiuma cremosa e compatta dalla lunghissima persistenza. L’aroma non è un manifesto di pulizia ed eleganza ma mostra una bella complessità tutta da scoprire: il dolce della vaniglia si scontra con la “durezza” di tabacco e cenere, legno bruciato, fondi di caffè, pane nero e orzo tostato, frutti di bosco. La sensazione palatale non è (purtroppo) quella di una imperial stout densa e viscosa: ci sono troppe bollicine ma, anche dopo averle stemperate, non c’è particolare morbidezza. Indubbiamente la scorrevolezza ne trae beneficio. La bevuta prosegue in linea retta delineando un’imperial stout piuttosto bilanciata tra la dolcezza di vaniglia e caramello, cioccolato al latte e l’amaro delle tostature, protagoniste di un crescendo che sfocia in un finale piuttosto intenso, rafforzato da una generosa nota resinosa donata dalla luppolatura. Il buio della notte è ormai sceso e arrivano anche note terrose, di tabacco, cenere e  legno affumicato a chiudere il percorso laddove era iniziato. 
Neppure il gusto brilla di pulito e di eleganza ma se ci si accontenta c’è tutto quello che si desidera in un’imperial stout, con l’alcool a dare il suo contributo senza andare oltre le righe. Diciamo che “soffre di quel male” che affligge anche la maggior parte delle imperial stout italiane: poco corpo, poca viscosità, pulizia migliorabile. Sistemate queste cose, si potrà davvero pensare in grande.
Formato: 33 cl., alc. 9.5%, lotto 8/222 (?), scad. 08/2021, prezzo indicativo 6.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 14 novembre 2016

Craig Allan Psychedelia

Nel 2010, quando assaggiai quasi per caso la sua Agent Provocateur la beerfirm Craig Allan fu per me quasi una rivelazione; reduce da un paio di settimane di vacanza tra Bretagna, Normandia e Nord-Passo di Calais – piuttosto deludenti dal punto di vista birrario – trovare una birra pulita, ben fatta e abbondantemente luppolata risultò la luce alla fine di un lungo tunnel di delusioni. 
Craig Allan è uno scozzese che ha studiato Malting, Brewing and Distilling a Edimburgo ed ha poi lavorato per diversi microbirrifici inglesi prima che l’amore lo spingesse a trasferirsi in Francia in una casa di campagna a nord di Parigi; un paio d’anni passati a lavorare per alcune cantine e poi il richiamo della birra lo porta, in assenza dei fondi necessari, a farsi produrre una ricetta presso l’infallibile (o quasi) De Proef in Belgio. Nacque così la Belgian Ale Agent Provocateur ,generosamente luppolata con Cascade ed Amarillo;  a quel tempo (2010) mi augurai che la birra di Allan potesse essere il fattore scatenante (l’agent provocateur) di una micro-rivoluzione brassicola francese e sei anni dopo possiamo dire che le cose sono effettivamente andate in quella direzione. La qualità dei microbirrifici francesi è ancora alquanto discontinua, ma per lo meno si sta superando la classica e anonima offerta (biere blanche/blonde/rousse/noir) che caratterizzava quasi ogni produttore transalpino. 
Gli anni sono passati e la famiglia Allan si è ampliata con l’arrivo della  Cuvée d'Oscar (una dunkelweizen con dry-hopping di Nelson Sauvin), della “pale ale” Psychedelia e, in tempi più recenti della stout Black Market, della saison La Saint Jean e di una serie di IPA prodotte ogni volta con diverse luppolature. Nell’ottobre 2015 Allan ha anche finalmente messo in funzione il proprio impianto casalingo da 10 ettolitri sul quale vengono effettuate le cotte sperimentali e anche qualche produzione limitata; il resto della produzione continua ad essere appaltato presso De Proef.

La birra.
Terza  birra prodotta da Allan, Psychedelia è secondo la descrizione del produttore una “generica Pale Ale” che alla prova d’assaggio mi sembra incastrarsi perfettamente tra Belgio e luppolature extra-europee; la ricetta prevede malti Pale e Biscuit, luppoli Simcoe (amaro), Tomahawk e Moteuka (late hopping) e un dry-hopping finale di  Simcoe  e Moteuka. Il risultato? Davvero sorprendente. 
Di colore arancio pallido, velato, forma un perfetto cappello di schiuma bianca, cremosa e compatta, dalla lunghissima persistenza. Profumi floreali (a richiamo dell’etichetta “flower power”) e fruttati si diffondono nell’aria con una pulizia ed una eleganza davvero notevoli: ananas, mandarino, arancia, accenni di frutta tropicale. Il ceppo di lievito utilizzato non è dichiarato ma io scommetterei sul Belgio, con una delicata speziatura, di quelle che non riesci ad identificare, ed esteri che richiamano il “bubble gum”.  Il palato continua in linea retta al palato con un mouthfeel perfetto: corpo medio-leggero, vivaci bollicine e una scorrevolezza da record. Crackers ed un tocco biscottato supportano un gusto delicato ma al tempo stesso ricco di frutta: ananas, mandarino, arancia guidano la bevuta, impreziositi da note (anche in bocca!) floreali e di bubble gum. Delicatamente speziata, impeccabilmente secca, chiude con un bell'amaro di discreta intensità che vede la sinergia di note terrose, erbacee e zesty. Livello di pulizia molto alto, facilità di bevuta impressionante, difficile resistere ad una birra profumata, bilanciata  e molto ben curata in ogni dettaglio: luppoli ed espressività del lievito convivono in un equilibrio che non è  facile da incontrare. Questa volta nel bicchiere non c'è solamente la solita precisione tecnica di De Proef, ma anche un bel po' di emozioni.
Formato: 75 cl., alc. 5%, IBU 37, scad. 16/03/2018, prezzo indicativo 6.00/8.00 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 15 giugno 2016

Get Radical Mars Need Women 2015

Get Radical è un progetto/beerfirm cui fanno capo  Brandon Evans e Simon Thillou, proprietari del beershop parigino La Cave a Bulles, fino a qualche anno fa uno dei pochissimi luoghi in cui poter acquistare birra di qualità nella capitale francese, nelle vicinanze del Centre Pompidou. Fortunatamente la scena brassicola di Parigi ha subìto un netto miglioramento e negli ultimi anni hanno aperto diversi beershop e bar specializzati in cui poter fare buoni acquisti e bere bene. 
Nel 2013 Evans e Thillou hanno deciso di collaborare con alcuni birrifici per realizzare ricette ispirate dalla musica. L’esordio avviene con due birre realizzate presso la Brasserie des Garrigues a giugno 2013 che vengono poi messe in vendita nel novembre dello stesso anno: si tratta  della Promised to the Night (6%) che il birrificio definisce una “India Small Beer” ispirata dalla canzone Is She Weird dei Pixes (700 litri prodotti) e di una sorta di barley wine (10%) chiamato Bodacious Cowboy (300 litri) che prende il nome da un personaggio della canzone Gaucho di Steely Dan. A settembre 2013 ci si sposta alla Brasserie Correzienne dove viene prodotta la Double IPA Wollt ihr das Bett in Flammen sehen, ispirata dall’omonimo brano dei Rammstein.
A gennaio 2014 tocca alla Brasserie Thiriez di Esquelbecq ospitare i Get Radical per realizzare una Biere de Mars generosamente luppolata chiamata Train to Mars sulle note della canzone Stars degli Hum; la birra coglie l’attenzione di Shelton Brothers che decide di importarla negli USA. Manco a dirlo, Train to Mars è diventata la birra di maggior successo di Get Radical entrando da allora in produzione stabile ogni anno: cotta a gennaio, in vendita a partire (ovviamente) da marzo; il successo ne ha fatto nascere anche una versione barricata con il nome di Mars Need Women. Le ultime nate sono la Feathers of Angels, una English IPA alla frutta realizzata alla Brasserie Mont Saleve alla fine del 2014 e la Thrill is Gone, una Porter nata alla Brasserie Goutte d'Or e dedicata a BB King. 
Lo scorso febbraio 2016 il popolo di Ratebeer ha eletto Get Radical come miglior "birrificio" francese del 2015 e Train To Mars miglior birra francese.

La birra.
Come detto, dietro ad ogni Get Radical c’è un’ispirazione musicale; per la Mars Needs Women si tratta dell’omonimo brano di Rob Zombie tratto dal suo disco Hellbilly Deluxe 2.  Per chi non lo sapesse (me compreso) Zombie fa all’anagrafe Robert Bartleh Cummings ed è uno dei fondatori del gruppo americano White Zombie; perdonate l’ignoranza ma il metal non sono mai riuscito a sopportarlo. Detto questo, Mars Needs Women altro non è che la versione barricata delle Biere de Mars chiamata Train to Mars; l’invecchiamento dura sette mesi in botti di vino provenienti dalla Valle del Rodano (Cote du Rhone).  Viene rifermentata con aggiunta di brettanomiceti e miele che di fatto la trasformano in un quella che Get Radical definisce una French Style Sour Ale; la ricetta della birra prevede invece 100% malto pils, luppoli Mosaic, Aramis e Simcoe. Ogni anno ne vengono prodotti circa 500 litri.
Nel bicchiere si presente di un bel color dorato, velato ma solare,  con una compatta testa di schiuma bianca e cremosa, dalla buona persistenza. Il naso apre con profumi floreali, di agrumi (limone, mandarino) e di ananas. Le caratteristiche "selvagge" dei brettanomiceti si fanno più evidenti man mano che la birra si scalda: lattico, sudore e legno completano un bouquet pulito, dalla buona intensità e piuttosto invitante. Leggera, molto scorrevole e facilissima da bere,  andrebbe tutto per il meglio al palato se solo ci fossero un po' più di bollicine. La vitalità ovviamente ne risente ma il gusto è ugualmente soddisfacente e ricco di frutta che riprende l'aroma: ananas, forse mango, polpa ma sopratutto tanta scorza di agrumi (lime e limone) a rendere la bevuta secca, lievemente aspra e  molto dissetante. Annoto il miele, il crackers dei malti, un lieve carattere vinoso ed chiusura amara nella quale convivono lattico, scorza d'agrumi e tannini. A fronte di un contenuto alcolico modesto (5%) questa Mars Need Women mette in campo un'ottima intensità risultando una saison rustica/funky, caratterizzata con criterio dal passaggio in botte e soprattutto  attraversata da una gradevolissima acidità molto rinfrescante e quindi particolarmente adatta a questi mesi dell'anno. 
Formato: 75 cl., alc. 5%, IBU 45, lotto 2015, scadenza non riportata, 11.00 Euro (beershop, Francia)

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 12 novembre 2015

Mont des Cats

Il dibattito birrifici vs beerfirm è sempre attuale e vivo nel mondo della birra: c’è chi si schiera a prescindere contro chi produce senza avere i propri impianti e si fa magari chiamare ”birrificio o birraio”,  e c’è a chi invece interessa solo la qualità di quello che viene poi versato nel bicchiere. 
La beerfirm di oggi (perché tecnicamente si tratta di una birra prodotta altrove, su commissione) è tuttavia abbastanza particolare. Si tratta dell’abbazia Sainte Marie du Mont des Cats, localizzata a Godewaersvelde, comune francese nella regione di Nord-Passo di Calais; il confine col Belgio è ad un tiro di schioppo: Poperinge è a dieci chilometri, l’abbazia di St. Sixtus-Westvleteren a venti. 
La fondazione dell’abbazia avviene nel 1826, ma la presenza di monaci sulla sommità (solo 163 metri sul livello del mare) del Mont des Cats risale ad almeno due secoli prima; nel gennaio del 1826 alcuni cistercensi provenienti dall’abbazia francese di Notre-Dame du Gard iniziarono la costruzione di un monastero poi completato nel 1847. La produzione di birra, inizialmente riservata al consumo personale dei monaci, partì l’anno successivo con qualche mese di anticipo rispetto a quella del formaggio, che diventerà poi la principale fonte di “reddito” del monastero. Documenti storici ritrovati all’interno dell’abbazia testimoniano come la prima birra prodotta fosse ambrata e leggera ma ben presto rimpiazzata da un’altra dal maggior contenuto alcolico, apparentemente per non entrare in competizione con quelle prodotte da altri birrifici della zona. Non ci sono invece notizie su bottiglie; sembra che la birra fosse esclusivamente venduta in botti di legno; nei terreni circostanti si trovava anche un luppoleto. 
Il diffuso anticlericalismo di inizio ‘900 costrinse all’esilio i monaci stranieri, portando di fatto alla cessazione della produzione di birra nel 1907. Il colpo di grazia fu dato dalla prima guerra mondiale, le cui battaglie furono particolarmente cruente nella zona di confine tra Belgio e Francia. Il monastero  fu severamente danneggiato da un bombardamento tedesco nell’aprile del 1918, e il birrificio non fu mai più ricostruito. Da allora sino al 1970 i monaci si sono finanziati principalmente attraverso i prodotti agricoli ed i formaggi; in seguito i terreni agricoli furono dati in affitto e l’unica risorsa economica rimase la produzione casearia. 
La comunità di frati si è vista di recente costretta a pensare ad altre fonti di reddito che potessero affiancare i proventi derivanti dal caseificio. A giugno 2011, esattamente  a 163 anni di distanza dal primo barile di birra prodotto a Mont des Cats, Bernard-Marie van Caloen annuncia in una conferenza stampa di aver raggiunto un accordo con i “fratelli” dell’abbazia di Notre-Dame de Scourmont (ovvero Chimay) con i quali in un paio di mesi di lavoro è stata messa a punto una nuova ricetta. Bisogna sottolineare che i monaci di Mont des Cats non dispongono assolutamente delle risorse necessarie per progettare la costruzione di un impianto produttivo proprio e quindi la possibilità per il momento non è stata presa in considerazione. 
Si tratta tuttavia di una birra prodotta all’interno di un monastero trappista la cui produzione viene supervisionata dai monaci trappisti: Mont des Cats possiede quindi tutte le caratteristiche per potersi chiamare “Authentic Trappist Product”; la scritta “trappist beer” è effettivamente presente in etichetta, mentre è ancora assente il famoso logo esagonale. 
Ambrata, con velature ramate, leggermente velata: Mont des Cats si presenta con un enorme ed esuberante cappello di schiuma che obbliga ad alcune soste prima di poter versare l’intero contenuto della bottiglia nel bicchiere; la sua persistenza è lunghissima. Fiori, pera, pane e zucchero candito annunciano l’aroma, completato da sentori di biscotti speculoos, frutta secca; l’intensità è però piuttosto modesta e la pulizia è tutt’altro che encomiabile. La prima cosa che colpisce al palato sono le bollicine; tante, troppe anche per una birra "belga", bisogna pazientare un po' e lasciarle calmare. La scorrevolezza è comunque buona, il corpo medio. Gusto piuttosto dolce, con caramello, biscotto e miele in evidenza; in secondo piano i canditi e la frutta secca. Molto ben attenuata, risulta alla fine comunque equilibrata e mai stucchevole; la chiusura è lievemente amaricante (terroso, mandorla) ed il retrogusto è di nuovo in territorio dolce con caramello, miele ed un lieve tepore etilico. La bevuta risulta piuttosto avara di emozioni e a tratti anche un po' slegata; intensità e pulizia non sono certamente ad alti livelli, il suo compitino lo svolge portando a casa la sufficienza ma con un nota rivolta ai "genitori" di Scourmont/Chimay che l'hanno prodotta: ci si poteva impegnare di più. 
Formato: 33 cl., alc. 7.6%, lotto 15-199, scad. 12/2017, 2.15 Euro (supermercato, Belgio).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 30 novembre 2014

Pleine Lune Triple

Anche in Francia - con le dovute proporzioni - è in atto una piccola craft beer revolution. Di microbirrifici la Francia ne ha sempre avuti, ma le loro produzioni non andavano oltre la classica offerta "blanche/bionda/ambrata/scura" con risultati, tranne che in pochissimi casi, ben lontani dall'eccellenza. Da qualche anno anche i microbirrifici francesi hanno scoperto (a voi decidere se sia un bene o un male…) le APA e le IPA, le Imperial Stout, i luppoli americani, soprattutto. Sembra un po' di rivedere quanto accadde in Italia quattro-cinque anni fa: spuntano nuovi produttori, con passione e voglia di fare. La costanza produttiva e la qualità invece sono ancora abbastanza altalenanti e - ripetendo quanto detto prima -ben lontane dell'eccellenza; chi segue il blog con regolarità avrà avuto occasione di leggerlo. 
Diamo tempo al movimento francese, e chissà che tra qualche anno non ci regali qualche grande soddisfazione. Per il momento, si vede già qualche effetto positivo che consiste nell'ampliamento dell'offerta: se fino a qualche anno fa Parigi era una specie di deserto birrario (vi bastavano le dita di una mano per elencare i posti meritevoli di essere segnalati), adesso la situazione è profondamente cambiata: si aprono beershops, bar con una buona selezione di birre, e, prossimamente, anche un birrificio dove potrete portare la vostra ricetta e produrre la vostra birra. Beer firm? In Italia ne sappiamo qualcosa.
Vi ho già presentato la Brasserie Artisanale de la Pleine Lune in questa occasione: taglio corto, quindi, e passo alla quarta birra di questo birrificio che si trova un centinaio di chilometri a sud di Lione. Dopo tre birre americaneggianti  (facili da fare, in teoria) e non particolarmente entusiasmanti, ecco la prova del Belgio: una triple. Prova superata? No.
Colore arancio carico opaco, con riflessi ambrati; la schiuma è biancastra, compatta e cremosa, dalla buona persistenza. Naso molto dolce, con caramello, canditi e - soprattutto - molta marmellata d'arancia; il bouquet si completa con sentori di zucchero candito, qualche sfumatura floreale ma anche di cartone bagnato. Al palato s'avverte subito la mancanza di qualche bollicina in più che avrebbe senz'altro aiutato a smussare un po' il dolce di questa Tripel/Triple. Il corpo è medio-pieno, e fortunatamente il gusto è meno dolce di quanto l'aroma facesse immaginare: su una base di biscotto e di caramello sale in cattedra l'alcool, mentre gli attesi canditi e frutti a pasta gialla vengono rilegati in secondo piano. L'alcool potrebbe avere la funzione positiva di "asciugare" il dolce della birra, ma in questo bicchiere ce n'è davvero troppo, ed il gusto ne risente in maniera negativa. Finisce con un'inattesa secchezza ed una lieve astringenza, ma sopratutto con un finale troppo acquoso per una birra dal contenuto alcolico importante. Bevuta che non raggiunge la sufficienza, birra poco gradevole e slegata e tanto lavoro ancora da fare.
Formato: 33 cl, alc. 8.3%, scad. 28/12/2018, pagata 3.90 Euro (beershop, Francia).

Nota: la descrizione della birra bevuta è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 30 ottobre 2014

Fouilla! Triple

Les Brasseurs du Sornin viene fondata nel 1982 a Pouilly sur Charlieu (cento chilometri a nord-ovest di Lione) dai fratelli Patay come distributore di bevande all’ingrosso; nel 1998 inizia invece la loro avventura nella produzione della birra, con l’acquisto di un impianto: oggi il birrificio genera il 95% del fatturato, con una trentina di birre prodotte per un totale di circa 5000 ettolitri l’anno. Un produttore a me completamente sconosciuto, ma il  beer-hunting porta spesso con sé  il rischio di acquistare qualcosa senza sapere esattamente che cosa ti troverai nel bicchiere. Così è avvenuto l’incontro con i Brasseurs du Sornin ed un bottiglia reperita in un’enoteca a pochi passi dalla suggestiva Abbazia di Cluny. 
Fouilla! È il nome dato ad una Belgian Strong Ale, ma è anche un’espressione tipica di Saint-Etienne, paese natale di Serge Patay, che si usa per indicare stupire e sorpresa; e speriamo che lo sia anche questa birra! Colore arancio carico opaco, con un cappello molto persistente di schiuma biancastra, compatta e cremosa. L’aroma è discretamente intenso e pulito, con sentori di arancia candita, albicocca, pepe e coriandolo, zucchero candito, biscotto e marmellata d’arancia. 
L’inizio sembra essere promettente, ed anche le prime impressioni al palato non sono negative: corpo medio, carbonazione vivace ed un ingresso dolce di biscotto e frutta candita. C’è però un rovinoso crollo verticale, pesantemente acquoso, nel quale la birra sembra improvvisamente scomparire prima di riemergere in un finale leggermente amaro di curacao. L’alcool (8.42%) è nascosto persino troppo e si sente la mancanza di un lieve tepore che possa almeno riscaldare il retrogusto: ma la richiesta rimane inascoltata, e Fouilla! Triple finisce abboccata di frutta gialla e canditi, lasciando il bevitore abbastanza insoddisfatto. 
Formato: 33 cl., alc. 8.42%, lotto PAL 583 10h07, scad. 23/09/2015, pagata 2.80 Euro (enoteca, Francia).

mercoledì 24 settembre 2014

Ninkasi Fabriques Triple

Del meno famoso dei due birrifici che portano lo stesso nome, Ninkasi, vi ho già parlato in questa occasione. Siamo in Francia, a Lione e dintorni: niente a che vedere con il più noto (e riconosciuto a livello mondiale) birrificio dell’Oregon, USA. Ninkasi Fabriques, con i suoi brewpub (o meglio locali di somministrazione, dove la birra non viene però prodotta) sparsi nei vari quartieri di Lione, rappresenta comunque una discreta alternativa per bere qualcosa di diverso dalle solite lager industriali. Dopo una IPA, ecco la loro interpretazione di una Tripel belga; le materie prime utilizzate sono malti Cara e Pils, luppoli Galena (USA) e Styrian Golding (Slovacchia). All'ultima edizione del Concours Général Agricole de Paris (2014) ha ottenuto la medaglia d'argento: date l'importanza che volete a questi premi, ma personalmente non ho mai fatto incontri particolarmente memorabili con le birre premiate a questo concorso.
Ad ogni modo, si presenta nel bicchiere di un limpido color arancio con riflessi oro antico; la schiuma, bianca, non è molto generosa ma compatta ed abbastanza fine, con una discreta persistenza.
L'aroma di benvenuto è caratterizzato da lievi sentori di pepe, coriandolo, miele e frutta candita (arancio, pesca); l'intensità è solo discreta, buona la pulizia.  In bocca si avverte una leggera carenza di bollicine, che rendono la bevuta meno vivace di quanto dovrebbe essere: il corpo è medio, con una consistenza gradevole ed oleosa. Gusto pulito e ben bilanciato tra biscotto, miele, arancia candita, albicocca disidratata, pesca sciroppata; l'alcool è molto ben nascosto, difficile indovinarne il contenuto alcolico (9%) che porta solamente un lieve tepore nel retrogusto. La bevuta è dolce ed il finale si mantiene sugli stessi binari, con una timida nota erbacea amara finale che serve giusto a mantenere l'equilibrio. Il risultato è discreto e tutto sommato soddisfacente: la pulizia e l'intensità ci sono, manca solo un po' di carbonazione ed un po' più di carattere, di quella personalità che vorresti trovare in una Tripel dal contenuto alcolico che sfiora la doppia cifra e che invece mostra un po' di timidezza.
Formato: 75 cl., alc. 9%, lotto 4368, scad. 03/2015, pagata 5.03 Euro (supermercato, Francia)

giovedì 5 giugno 2014

Garrigues La Saison des Amours

Non lo ricordavo, ma mi ero già incontrato quattro anni fa con la Brasserie des Garrigues, sede a Sommières, una quarantina di chilometri a nord-est di Montpellier. Fondata da Gwenael Samotyj e Emmanuel Pierre-Auguste, dediti all'homebrewing sin dal 1997; nel 2005, complice anche un periodo di disoccupazione, decidono di  tentare la "via della birra"  utilizzando per un primo periodo gli impianti della Brasserie du Sonin; nel frattempo partono i lavori per la costruzione del birrificio di proprietà, che viene inaugurato nel 2007. Nel 2010 entra un terzo socio, Eric Varray, seguito da Claude; da quanto ho capito, nel corso degli anni il birrificio ha poi scelto di produrre solo birre biologiche, ed ha aderito al Front Hexagonal de Libièration, passando della classica gamma poker "bionda-bianca-ambrata-scura" alle Imperial Stout, Weizenbock, IPA, Double IPA.
Ammetto di aver acquistato questa La Saison des Amours convinto che fosse una Saison; niente di più sbagliato, "la stagione degli amori" è semplicemente la primavera, nome dato ad una birra che è stata creata per la prima volta in onore della primavera, ma che viene ora prodotta regolarmente tutto l'anno.
Lo stile sarebbe quello di una Amber Ale, che ha il biglietto da visita di un bellissimo color ambrato appena velato, com riflessi rubino, ed una schiuma beige chiaro, fine e cremosa ma molto poco persistente. L'aroma rivela una buona intensità, con caramello, miele ed una netta predominanza di sciroppo di ciliegia; la finezza lascia un po' a desiderare, l'impressione è davvero quello di uno sciroppo ci ciliegia (un po' artificiale) che in estate potete utilizzare per farvi una granita. Purtroppo l'impressione viene confermata anche dal gusto: dopo un imbocco di biscotto, miele e caramello, la bevuta è ricca di prugna e ciliegia; la spiccata dolcezza viene curiosamente bilanciata non dalla secchezza o da un finale amaro "ripulente", ma dallo progressivo "spegnimento" della birra, che dopo un ingresso discretamente intenso, scivola drammaticamente nell'acquosità. Corpo leggero, poche bollicine, un po' scomposta e sfuggente in bocca, lascia con un lievissimo retrogusto amaro  (nocciolo di pesca, mandorla)  che non riesce comunque a salvare una birra troppo dolce anche per essere dedicata alla "stagione dell'amore".
Formato: 33 cl., alc. 5.5%, IBU 21, lotto 04/2013, scad 10/2014, pagata 2.80 Euro (beershop, Francia).

mercoledì 28 maggio 2014

L'Agrivoise L'Asociale

La bevuta di oggi inizia idealmente al termine di quella dello scorso 28 Marzo. La Micro Brasserie L'Agrivoise (Saint Agrève, dipartimento dell' Ardeche) realizza una versione “double/imperial” della propria IPA “Vue sur L'Amer”. Stessi malti (Pale, Munich e Caramunich)  e simile batteria di luppoli Centennial, Cascade, Simcoe e Nelson Sauvin (manca il Citra), per una  (Double) Anti Colonialisme Pale Ale che alza il tenore alcolico da 6,4 a  7,5 % e gli IBU da 68 a 98. “L’Asociale”, questo il nome scelto per una birra velata ed ambrata, con belle sfumature di color arancio; la schiuma è molto persistente, biancastra, compatta e cremosa. L’aroma non è certo un elogio alla freschezza, anzi: molto caramello, sentori di frutta molto matura (mango, pesca), mela, quasi canditi, marmellata d’agrumi; l’intensità e la pulizia sarebbero di buon livello  ma è la mancanza di freschezza a rendere poco piacevole l’esperienza. In bocca, a dispetto dei 98 IBU dichiarati , il gusto che forse in origine era amaro è ora spiccatamente dolce, quasi zuccherino: caramello, frutta candita, prugna (!), biscotto. L’amaro arriva proprio alla fine,  resinoso ed un po’ pepato, ma riesce solo in parte a contenere il dolce oleoso della bevuta. Corpo medio, carbonatazione bassa ed alcool abbastanza in evidenza completano il quadro di una Double IPA poco digeribile, che si beve a fatica e che risulta quasi stucchevole, se non fosse per un retrogusto un po’ amaro. Sarebbe da riprovare fresca, forse. 
Formato: 33 cl.,  alc. 7.5%, IBU 98, scad. 17/10/2015, pagata  3,90 Euro (beershop, Francia)




venerdì 28 marzo 2014

L'Agrivoise Vue sur l'Amer

Nuovo appuntamento settimanale con la Francia e la sua piccola "craft beer revolution"; questa volta ci si sposta nel dipartimento dell' Ardeche, a  Saint Agrève (120 km a sud ovest di Lione, ai confini del parco naturale dei monti dell'Ardeche) dove ha sede la Micro Brasserie L'Agrivoise. Parte la solita difficile ricerca d'informazioni sui microbirrifici francesi che spesso non hanno sito internet o sono molto restii nel presentarsi; L'Agrivoise per lo meno ha una casa virtuale (sito internet): fondato nel 2008 dai coniugi Xavier Clerget e Baptistine Fambon, ha colto a Novembre del 2013 l'occasione di acquistare un terreno adiacente agli impianti per intraprendere una profonda ristrutturazione che, proprio in questo periodo, dovrebbe offrire oltre a locali più grandi dove produrre birra, anche una sorta di bar dove poterle bere ed un piccolo punto vendita. Il birrificio è anche uno dei pilastri fondatori del FHL, Front Hexagonal de Liberation del quale vi ho parlato in questa occasione.
Vue sur L'Amer viene curiosamente definita una APCA - Pale Ale Anti-colonialista, in risposta allo stile (India Pale Ale) che si riferisce proprio al periodo storico delle colonie (inglesi) verso le quali queste birre venivano esportate. Malti Pale, Munich e Caramunich, ed un bouquet di luppoli che però ignora la madrepatria inglese: centennial, citra, cascade, summit e nelson sauvin.
Si presenta di color ambrato velato, con una schiuma biancastra, cremosa, dalla buona persistenza. L'aroma non è certo esplosivo ma d'intensità abbastanza scarsa, pur mostrandosi ancora discretamente fresco e pulito: l'armata di luppoli messa in campo regala però solo qualche sentori di agrumi (mandarino ed arancia), floreali e qualche sfumatura di miele, caramello e marmellata d'arance. Si guadagna la sufficienza. In bocca perde un po' di pulizia ma guadagna in intensità: biscotto e caramello costruiscono le fondamenta sulle quali s'innalza la parte luppolata (arancia e pompelmo), con un finale amaro dove convivono note erbacee, terrose e di pompelmo. La bevuta è però (come nel caso di altre birre francesi bevute) abbastanza pesante, con una presenza inopportuna dei lieviti; il corpo è medio, la carbonazione media, la consistenza è acquosa ma la birra non scorre agevolmente come potrebbe e vorrebbe. Non ci sono evidenti off-flavors, la birra è complessivamente discreta anche se un po' grezza, poco elegante e poco pulita in bocca; e sebbene anche la chiusura amara non brilli particolarmente per eleganza e finezza, rispetto alle ultime bevute francesi è sicuramente un passo in avanti.
Formato: 33 cl., alc. 6.4%, IBU 68, scad. 20/06/2015, pagata 4.00 Euro (beershop, Francia).

giovedì 20 marzo 2014

La Gargouille Happy Hop

Continua il viaggio un po' masochistico alla scoperta di nuovi microbirrifici francesi, una nazione in cui sta prendendo piede in modo ancora abbastanza approssimativo una piccola "rivoluzione" di birra "artigianale"; il risultato è che spesso la velocità e l'entusiasmo con cui i birrifici muovono i primi passi non è esattamente sinonimo di qualità, anzi. Personalmente - tranne alcune eccezioni -  ho raramente avuto soddisfazioni bevendo birre francesi, anche prima della "craft beer revolution"; se le classiche produzioni francesi  blonde /ambrée/ blanche /noir non entusiasmavano, la moda che sembra aver preso piede di sfornare APA ed IPA mi fa fin'ora lasciato altrettanto perplesso.
Non si salva neppure la Brasserie La Gargouille, fondata nel 2011 dal birraio Benoit Arnaud a St. Symphorien d'Ozon, pochi chilometri a sud di Lione.  Praticamente queste sono le uniche informazioni reperibili in rete su questo microbirrificio "la Gargolla", un nome - rappresentato anche in etichetta - che ovviamente fa subito pensare agli americani di Stone; ora riesce davvero difficile giustificare, nel 2014, il fatto che un'azienda non abbia uno straccio di presenza, anche minima come una misera pagina Facebook, in internet. Ma tant'è..
Happy Hop è il nome di una (Double) India Pale Ale che arriva nel bicchiere di colore arancio, con riflessi ramati; la schiuma è abbastanza generosa, biancastra, di discreta finezza e persistenza. Il naso, poco pronunciato, non è certo quello che vorresti trovare in una IPA; qualche puzzetta (formaggio), lievi sentori floreali e di agrumi (arancio e pompelmo), ed una percepibile presenza etilica. Non abbastanza per guadagnarsi la sufficienza, ma non è che la palato le cose migliorino. Il gusto è sporco e lievitoso, la bevuta pesante: biscotto, lieve presenza sciropposa di agrumi  e soprattutto un amaro erbaceo e vegetale assai poco raffinato e gradevole. C'è un discreto warming etilico (8.5%)  ma non è certo questo che rallenta la bevuta. Ci vorrebbero impegno e costanza per finirla, ma alla fine prevale il desiderio di versarne buona parte nel lavandino. Birra quasi a livello di (inesperto) homebrewer, poco profumata, sporca e molto poco buona: non è che la completa assenza del birrificio in internet sia solo volontà di non rendersi assolutamente reperibile agli insoddisfatti bevitori ?
Formato: 33 cl., alc. 8.5%, scad. 09/2015, pagata 3.90 Euro (beershop, Francia).

venerdì 14 marzo 2014

Ouroboros Ragniagniarök

La Brasserie Ouroboros si trova ad Auzon, Francia, nel dipartimento dell’Haute-Loire. In realtà la localizzazione non è molto importante, visto che si tratta di una beer-firm che produce solitamente le sue birra 300 km più a Nord, alla Brasserie Barbaroux di Chassagne Quello che però colpisce maggiormente è la quasi completa assenza d’informazioni in internet, dove solitamente le beer firm sono invece piuttosto attive. Nessun sito, solo una misera pagina Facebook senza nessun informazione.   La beer firm è stata fondata da Guillaume Gufflet nell’aprile del 2012; spulciando i forum degli appassionati birrofili francesi si viene giusto a sapere di loro partecipazioni a festival ed eventi, ma nulla più.  Non resta allora che guardare altrove, per  esempio al nome scelto:  l'Ouroboros (detto anche Uroboro o Oroboro)  è un simbolo molto antico che rappresenta un serpente che nell'atto di mordersi la coda, formando così un cerchio e "ricreandosi" continuamente; è un simbolo associato all'alchimia, allo gnosticismo e all'ermetismo. Rappresenta la natura ciclica delle cose, la teoria dell'eterno ritorno, quella dell'Uno-Tutto e tutto quello che è rappresentabile attraverso un ciclo che ricomincia dall'inizio dopo aver raggiunto la propria fine.La birra in questione è invece chiamata Ragniagniarök; ritorniamo su wikipedia:  I Ragnarǫk (in islandese moderno anche Ragnarök e Ragnarøkk) indicano, nella mitologia norrena, la battaglia finale tra le potenze della luce e dell'ordine e quelle delle tenebre e del caos, in seguito alla quale l'intero mondo verrà distrutto e quindi rigenerato.      In etichetta c’è effettivamente un serpente nero che si mangia la coda, qualche schizzo di sangue ed il nome della birra (Ragniagniarök) scritto in caratteri molto poco comprensibili; la descrizione annuncia una birra “sanguinosa” (sanglante) prodotta con malto d’orzo e d’avena, luppoli Nelson (Sauvin, immagino), Warrior, Appollo (con una “P” di troppo), Galaxy ed Amarillo. Viene prodotta secondo quanto scritto alla  “Les radicaux libres”: birrificio, brewpub o che altro? Il sito internet non funziona. 
Ricapitolando, etichetta aggressiva, birra “sanguinosa”, e scritta Brutal Brewing in bella vista mi portano a pensare di accingermi a versare nel bicchiere una sorta di mostro ultraluppolato. Il colore è tra l’ambrato ed il rame, velato; forma una generosa testa di schiuma biancastra, cremosa e molto persistente. L’aroma è piuttosto dimesso e scarno: lieve sentori di agrumi, soprattutto rancia, lampone, lychee, e qualche richiamo molto dolce di chewing-gum (big babol?).  In bocca il corpo è molto debole, e l’unica forma di brutalità (sic) che riesco a percepire è quella delle bollicine: tante, troppe, non aiutano certo alla percezione del gusto già di per sé poco incisivo.  Arriva qualche nota di biscotto e di caramello e poi si passa subito ad un amaro dai toni vegetali ed erbacei nè particolarmente gradevole nè elegante. Stupisce l’assenza della frutta che si era intravista nell’aroma, che per lo meno avrebbe aiutato a rendere la bevuta più armoniosa ed interessante. Peggiora riscaldandosi, diventando fastidiosamente astringente e lievitosa. Nelle intenzioni era forse una APA o una IPA, ma il risultato non è molto comprensibile e si finisce davvero con grande fatica; birra poco brutale e mal fatto, tanto rumore per nulla. 
Formato: 33 cl., alc. 6%, scad. 01/2015, pagata 4.00 Euro (beershop, Francia).  

sabato 8 marzo 2014

Pleine Lune Il Était Lune Fois Bitter

Appuntamento numero tre con la Brasserie Artisanale de la Pleine Lune di Chabeuil, Francia; pochissime informazioni sulla birra di oggi, se non che con "Il Était Lune Fois..."  il birrificio dovrebbe aver realizzato una serie di single-hop. Ratebeer elenca una Il Était Lune Fois... Cascade ed una Il Était Lune Fois... Nelson. Se per queste due riesce facile inquadrare la birra, la stessa cosa non si può dire di Il Était Lune Fois... Bitter. Che si tratti di una birra d'ispirazione americana lo suggerisce l'etichetta, con cowboys e Monument Valley sullo sfondo.
E' dorata e velata, con una bella testa di schiuma abbastanza persistente, bianca e cremosa. L'aroma non è particolarmente entusiasmante; offre sentori floreali (soprattutto camomilla), miele, crosta di pane. Uno scenario abbastanza simile si presenta anche al palato: miele, pane e qualche nota di agrumi, per una birra che inizia dolce ma diventa quasi subito abbastanza astringente con un amaro abbastanza marcato di scorza d'agrumi e vegetale. Se il livello di pulizia è accettabile, l'intensità è invece scarsa; il risultato è una birra incompiuta, con qualche passaggio a vuoto ed una fastidiosa astringenza. Non so quale sia il luppolo utilizzato in questa (probabile) single-hop, ma le sue caratteristiche non sono valorizzate né nell'aroma che nel gusto; è bevibile, con qualche sforzo, ma è una birra che non lascia certamente soddisfatti.
Formato: 33 cl., alc. 5.7%, lotto L1F3, scad15/08/2014, pagata 3.00 Euro (beershop, Francia)

domenica 2 marzo 2014

Pleine Lune La Luna' cious

La Brasserie Artisanale de la Pleine Lune ve l'ho già presentata un mesetto fa, qui, in occasione della IPA chiamata Aubeloun; ed è proprio questa birra il punto di partenza di oggi. Parliamo di una collaborazione tra Benoit Ritzenthaler, birraio di Pleine Lune, e Marjorie Jacobi, birraia della Brasserie Le Paradis; quasi settecento sono i chilometri di distanza, visto che la prima si trova a sud (a 90 km da Avignone) e l'altro si trova nei dintorni di Nancy. I due birrai s'incontrano (da Benoit) e progettano una India Pale Ale che nasce dalle ricette dalla Aubeloun di Pleine Lune e della Sylvie' Cious, la IPA di Le Paradis. Le due birre si "fondono" nel nome (La Luna Cious) ed anche nell'etichetta: gli anfibi rossi sono gli stessi che trovate sull'etichetta della Sylvie' Cious, mentre sullo sfondo c'è una grossa luna piena.  In termini pratici tutto ciò si traduce in: malti pils, pale, vienna e carahell, zucchero, luppoli simcoe, east kent goldings, centennial e citra.
Si presenta di colore oro carico, velato, con piccole particelle di lievito in sospensione; la schiuma è biancastra, cremosa ed ha una discreta persistenza. L'aroma si apre con una lieve nota sulfurea che fortunatamente svanisce dopo alcuni minuti; troviamo pompelmo, arancio, mango, ananas e melone retato. 
Il naso ha una discreta pulizia ed una buona intensità, che però il gusto non riesce a mantenere. L'imbocco è maltato (pane) con qualche lievissima nota dolce di frutta tropicale che richiama l'aroma; ci sono soprattutto agrumi (pompelmo e limone) con il risultato di una birra non molto intensa ma decisamente secca e dissetante. Scorre molto velocemente in bocca, grazie ad un corpo leggero e ad una carbonazione abbastanza contenuta; chiude senza nessuna sorpresa, ricca di scorza di limone e lime, leggermente astringente. Più intensa al naso che in bocca, ma per la pulizia vale il discorso inverso; il risultato è una IPA un po' timida che però muove i passi nella direzione giusta. Bisognerebbe affondare un po' di più il piede sull'acceleratore, ma considerando il livello medio delle produzioni francesi, ancora abbastanza modesto, per una volta c'è un po' di soddisfazione a fine bevuta.
Formato: 33 cl., alc. 5.7%, IBU 54, lotto LLC2, scad. 19/07/2014, pagata 4.00 Euro (beershop, Francia).

lunedì 24 febbraio 2014

Mont Salève India Pale Ale

Del birrificio francese Brasserie du Mont Salève vi ho già parlato in questa occasione; un solo assaggio mi era bastato per farlo salire di diritto tra i migliori produttori francesi (non è che la concorrenza sia molto agguerrita, potrebbe obiettare qualcuno) provati. La loro birra di Natale 2013 (una India Pale Ale) era davvero convincente; purtroppo sono riuscito a mettete la mani solamente su un'altra delle loro bottiglie, ancora una volta una IPA. Stessa etichetta, come tutte le birre prodotte, che si differenziano solamente per il colore della fascia inferiore; non c'è effettivamente necessità di idearne di nuove, quando si può utilizzare uno schema grafico affascinante e molto ben riuscito. Grafica che ricorda i manifesti pubblicitari d'epoca, he pubblicizzavano le località di vacanza. Una quasi nobildonna, forse un po' annoiata, che sembra divertirsi a giocare con la funivia, inaugurata nel 1932 che porta al Monte Saleve, prealpi francesi. Dalla cima si può ammirare il lago di Ginevra, riprodotto sullo sfondo dell'etichetta e, dall'altro versante, il Monte Bianco ed il massiccio del Giura.
Basta stappare la bottiglia per allontanare qualsiasi timore di rietichettatura o somiglianza con la IPA natalizia già assaggiata. Si presenta di color ambrato scarico con riflessi aranci; la schiuma è generosa e persistente, abbastanza fine, cremosa, bianca.
L'aroma è un po' chiuso e necessita di alcuni minuti per "aprirsi" e rivelare una lieve nota pepata che anticipa sentori di scorza di limone e di arancio, senza mettersi in evidenza né per il livello di pulizia che per l'intensità. Meglio in bocca: è una IPA molto secca, con una base di malto (biscotto) che fornisce l'adeguato supporto per l'abbondante quantità di arancio e pompelmo. Anche qui la pulizia non eccelle, ma c'è comunque una buona intensità. Non mi sembra invece ben definita la personalità: ben lontana dalle IPA Americane, non è neppure assimilabile ad una classica IPA inglese; il risultato sembra quasi a metà strada tra il lemongrass di una Golden Ale inglese ed una Blond Ale belga "moderna",  molto luppolata ed un po' pepata, come ad esempio quella che propone la Brasserie de La Senne.  Molto, troppo carbonata, dal corpo medio, si beve con facilità ma manca di quel crescendo amaro  che ci si aspetterebbe da una IPA; c'è una buona intensità, un finale marcatamente zesty che disseta e rinfresca il palato. In mancanza di personalità c'è per lo meno carattere (quello che manca in molte birre francesi assaggiate), e solide basi per un'ulteriore crescita.
Formato: 33 cl., alc. 6.7%, lotto 1, scad. 09/2014, pagata 4.00 Euro (beershop, Francia).

giovedì 20 febbraio 2014

Ninkasi Fabriques IPA

Ninkasi è l'antica divinità sumera, matrona della birra; per birrofili o beer geeks Ninkasi (Brewing Company) è soprattutto un birrificio americano (a Eugene, Oregon) aperto nel 2006 da Jamie Floyd e Nikos Ridge. Ed è proprio nell’Oregon, a Portland, che due francesi, Christophe Fargier and Kurt Huffman scoprono negli anni ’90 i brewpub e la craft beer americana; Christophe finisce per qualche tempo a lavorare presso un microbirrificio di Bridgeport (Connecticut) e ottiene anche il diploma di mastro birrario al Siebel Institute of Technology di Chicago. Ritornato in Francia, inizia a provare la sue ricette a casa su un piccolo impianto pilota per dare poi vita, nel settembre del 1997 alla Ninkasi Gerland, a Lione; un ambizioso progetto ispirato ai brewpub americani, ossia un locale dove poter mangiare e dove la birra viene prodotta in loco. Nel 1999 la società cambia nome in Ninkasi Fabriques, quindi molti anni prima dell'omonimo birrificio americano, e viene assunto il birraio David Hubert per aiutare Christophe che è sempre più preso dalle faccende manageriali. I volumi aumentano ed aumentano anche i birrai necessari a tenere il passo: nel 2002 arriva Frederic Evellin (ex Brasserie des Cimes) e nel 2006 Julie Murgia. Nel 2012 avviene il trasferimento degli impianti produttivi in locali più ampi a Tarare, circa 45 km ad est di Lione. I numeri parlano di circa 600.000 litri di birra prodotti ogni anno e 45 diverse birre realizzate dal 1997 ad oggi. Ma l’espansione di Ninkasi non è stata solo di tipo brassicolo; nel 1999 a Lione apre KAFE, un pub/ristorante dove si tengono concerti e DJ set; nel 2000 viene inaugurata la sala per concerti KAO, con una capacità di 600 posti e nel 2002, sempre a Lione, il ristorante Silo. Per quel che riguarda invece la birra, la potete trovare in molti supermercati di Lione e soprattutto nei sette pub (non brewpub) di proprietà: uno a Tartare, annesso al birrificio, uno a Villeurbane (comune nella periferia nord orientale di Lione) e ben cinque a Lione, tutti in posizione centrale o ben serviti dalla metropolitana. Sebbene le birre siano ben lontane dall'eccellenza, Ninkasi è comunque una buona opportunità per chi si trova in città per bere qualcosa di diverso dalle solite industriali che monopolizzano i bar ed i ristoranti.
La India Pale Ale di Ninkasi arriva nel lontano 2001, una delle birre "speciali" che il birrificio produce ogni anno nel periodo natalizio. E' stata anche una delle prime birre francesi ad utilizzare il luppolo Cascade; tutto bene tranne che per la scritta in etichetta "L’I.P.A. et une bière de garde, ses saveurs s’affinent avec le temps", ovvero "una birra i cui sapori si affinano col tempo". La dicitura corretta sarebbe dovuta essere "i cui sapori svaniscono con il tempo"; Disponibile solo in bottiglia da 75 cl., nel bicchiere è ambrata, con riflessi color rame, velata; la schiuma è generosa e cremosa, biancastra, ed ha una discreta persistenza. Aroma un po' sottotono, apre con qualche sentore pepato ed erbaceo, in sottofondo una lieve presenza di agrumi ma anche una "lievitosità" che lo sporca un po' e lo rende poco invitante. Meglio in bocca, dove incontriamo una IPA che non fa molte poche concessioni agrumate; si parte da una base di malto (biscotto, leggero caramello) per passare subito all'amaro erbaceo, leggermente pepato e resinoso. Non so se la birra sia ancora prodotta con Cascade come quando debuttò più di dieci anni fa, ma di sicuro non è il luppolo americano a caratterizzare questa bottiglia; corpo medio-leggero, carbonazione contenuta, abbastanza morbida al palato. Finisce discretamente secca, senza nessuna sorpresa, portandosi con sé una scia amara erbacea e vegetale. Il gusto è un po' monocorde, ed anche se c'è una buona intensità ed un buon livello di pulizia la bevuta risulta un po' anonima e priva di carattere. All'interno del panorama francese si colloca comunque ampiamente sopra il livello medio, non ci sono evidenti difetti e, se siete a Lione, la troverete indubbiamente un'ottima alternativa facilmente reperibile ai soliti blandi prodotti industriali.
Formato: 75 cl., alc. 6%, lotto 4506, scad. 04/2015.

giovedì 6 febbraio 2014

Fleurac L'Amerindienne

Non possiamo dire che la Brasserie Fleurac sia uno dei nuovi protagonisti della “Craft Beer Revolution” francese.  E’ infatti attivo dal 2008, fondato da Virginie De Bodt e Grégory Murer, due belgi appassionati di birra che nel 2005 si sono trasferiti in Francia; nel 2007 aprono La Fleuracoise, un’azienda che si occupa di creazione e manutenzione di siti internet e, l’anno successivo utilizzano gli spazi di un vecchio granaio adiacente alla loro casa per inaugurare la Brasserie Fleurac. Della produzione si occupa Gregory Murer, homebrewer di lunga data e di ritorno da un periodo di formazione in Belgio presso La Binchoise. 
Ad una prima gamma di birre classiche (bionda/bianca/ambrata/scura),  dal 2010 se ne sono progressivamente aggiunte altre più luppolate che guardano in direzione Stati Uniti: la prima è una Brune Triple IPA  (ovvero una Brown IPA), poi rinominata Buffalo Riding, alla quale si aggiungono una IPA chiamata Cowboy & Indien, una Quadruple Black IPA  (11% ABV !) chiamata Black Bear Beer e un’altra IPA  chiamata L’Amerindienne, descritta in etichetta come una “Simple Blonde IPA”, che andiamo a stappare. 120 IBU sbandierati in etichetta, un valore teorico – difficilmente contestabile da chi beve – che, dopo aver bevuto la birra sembra abbastanza improbabile; ma il problema principale di questa L’Amerindienne non è certamente solo l’amaro.  Chi segue questo blog da tempo avrà avuto occasione di leggere impressioni non molto positive sulle oltre settanta bottiglie proveniente dai birrifici francesi; birre con molti difetti, alcune volte imbevibili, ma soprattutto molto anonime. 
Il vento di novità che la “Craft Beer Revolution” sta soffiando anche in Francia ha portato, oltre a nuovi produttori, anche un rinnovamento nella gamma di quelli attivi già da diverso tempo; il "nuovo" spesso coincide con l’utilizzo di luppoli americani, seguendo lo stesso percorso intrapreso da analoghe “rivoluzioni” avvenute in Inghilterra, nei paesi Scandinavi ed anche in Italia; si corre veloce, si snocciolano etichette con IBU centenari ma purtroppo permangono quei problemi qualitativi che ho spesso riscontrato in diversi microbirrifici francesi incontrati in questi anni. L’Amerindienne  ti dà il benvenuto con un aroma di formaggio ammuffito, fenoli, pipì di gatto e ci vuole forza di volontà per mantenere il naso vicino al bicchiere sino ad avvertire qualche remoto sentore di agrumi. Pochissimo corpo e tanta acqua in bocca, con una  discreta quantità di bollicine; la bevuta passa dall’acqua dell’imbocco ad un amaro vegetale, molto sgradevole, che ripropone in parte le nefandezze dell’aroma. Se è un’impresa annusarla, è praticamente impossibile berla. Finisce nel lavandino, rimane un bel color ambrato (ma allora perché chiamarla Simple Blonde IPA ?) ed una corretta “testa” di schiuma biancastra, cremosa e dalla discreta persistenza. Più che una American IPA, un incubo. Questa volta sembrerebbe non reggere neppure la storia della “bottiglia sfortunata”; per quel che conta, su Ratebeer ottiene un 30/100. 
Formato: 33 cl.,  alc. 5%, IBU 120, lotto S4, scad. 05/2014

sabato 25 gennaio 2014

Les 3 Brasseurs - Black IPA

Continuiamo il percorso tra i birrifici francesi; questa volta non si tratta di una nuova leva, ma di una realtà attiva dal 1986. In quell'anno apre infatti a Lille il primo ristorante con produzione di birra annessa chiamato Les 3 Brasseurs. Non sono riuscito a reperire  molte altre informazioni storiche, ma nel corso degli anni i ristoranti si sono moltiplicati, fino ad arrivare ai 35 del 2010, incluse alcune filiali in Canada, Tahiti, Martinica, Isole Reunion e Nuova Caledonia. Nel 2002 entra a far parte del gruppo Agapes Restauration, controllato dalla Association familiale Mulliez; probabilmente il nome di questo gruppo (che riunisce appunto 550 membri e discendenti della familia Mulliez) non vi dirà nulla, ma basta snocciolare alcune delle società e dei marchi da loro controllati (tra parentesi la percentuale) per capire di cosa stiamo parlando: Gruppo Auchan (84%), Oxylane (Decathlon, 49%),  Adeo (Leroy Merlin, Bricocenter 85%). Non siamo quindi davanti ad un semplice catena di brewpubs, ma di una società che ha aperto filiali in tutto il mondo, ciascuna delle quali tuttavia produce birra in loco.  Le birre sono anche disponibili per l'asporto, nel formato da 33, 75 e 5 litri. Interessante è piuttosto il fatto che alla classica gamma di birre per accompagnare il pasto senza troppe pretese (bianca, bionda, ambrata e scura) se ne siano da poco aggiunte alcune meno note ai non-birrofili, come questa Black India Pale Ale.
Prodotta dal brewpub di Echirolles (periferia meridionale di Grenoble) con esclusivamente luppolo Fuggles, secondo le note di etichetta; la mia prima Black IPA francese è di colore marrone scuro, con riflessi rossastri; la schiuma è generosa, abbastanza fine, quasi pannosa, molto persistente. Un ipotetico esame dell'aroma ad occhi chiusi non fa certo pensare ad una IPA, ma senz'altro ad una birra scura: orzo tostato, qualche sentore terroso e di cenere. L'aroma è pulito ed ha una buona intensità, ma non c'è molta traccia di luppolo. Non ci sono grossi cambiamenti al palato: la bevute inizia tra tostature, caffè ed una leggera affumicatura, e bisogna arrivare proprio sino in fondo per avvertire qualche nota erbacea, e lievemente resinosa. Buon livello di pulizia anche in bocca, con un amaro intenso (torreffato ed erbaceo) che però non risulta particolarmente raffinato, ed a tratti tende a raschiare un po' la gola. Il corpo è medio-leggero, abbastanza modesta la carbonazione, la consistenza è acquosa; più che una Black IPA risulta una Porter abbastanza luppolata. Fosse soltanto questo, a far storcere un po' il naso al bevitore, non sarebbe un grosso problema visto  che non siamo ad un concorso: il punto è che si tratta d una birra un po' slegata in bocca, non molto elegante e dall'amaro abbastanza sgraziato. 
Formato: 75 cl., alc. 5.5%, scad. 23/02/2014.

mercoledì 22 gennaio 2014

Pleine Lune Aubeloun

Altro nuovo birrificio francese che arriva sulle pagine del blog, e ce ne saranno altri in questi primi mesi dell’anno. Si trattta della Brasserie Artisanale de la Pleine Lune, con sede a Chabeuil, un centinaio di chilometri a sud di Lione, quasi alle pendici di Monti dell'Ardèche; viene inaugurata nell’estate del 2011 da Benoit Ritzenthaler, dopo una decina d’anni di produzione casalinghe. Una quindicina le birre prodotte, secondo Ratebeer, tra leggere varianti (mix di luppoli) della stessa ricetta e qualche collaborazione con altri birrifici. Se apparentemente la storia del birrificio non offre particolari spunti d’interesse, almeno per quello che è reperibile in Internet, un po’ più interessante è l’adesione del birrificio al  Front Hexagonal de Libièration, un collettivo attualmente formato da otto birrifici: L’Agrivoise,  Fleurac, La Franche, Garrigues, Matten, le Paradis, Correzienne e La Pleine Lune.   Il fronte è ispirato al già esistente svizzero  Front Helvétique de Libièration. Il nome gioca ovviamente con l’assonanza del neologismo LiBIERation alla parola “Liberation”, mentre “Hexagonal” si riferisce al nome della forma geometrica (l’esagono, appunto), con il quale i francesi chiamano informalmente la propria nazione.  Il manifesto è stato pubblicato a Marzo 2011, e qui sotto trovate la traduzione (più o meno accurata) dei punti: 
1)  Produrre birre di qualità che siano in grado di competere con quelle dei produttori internazionali 
2)  Avere riguardo sia per la tradizione che per le innovazioni che avvengono all’estero, per andare oltre i gusti standardizzati e la classica offerta al pubblico del tris di birre “bianca/bionda/ambrata” 
3)  Evitare l’uso di aromatizzazioni ed ingredienti tanto pittoreschi quanto improbabili 
4)  Produrre birre sfruttando al massimo il potenziale aromatico delle varietà di luppolo disponibili 
5) Opporsi alle verità ed ai luoghi comuni che vengono generalmente considerati tali riguardo agli uomini, alle donne, etc etc. 
6) Commercializzare birre senza difetti ed impegnarsi a ritirare i lotti difettosi, se necessario 
7) Riconoscere il merito e la competenza dei colleghi birrai quale che sia la loro formazione o provenienza 
8) Trasparenza riguardo al luogo di produzione ed agli ingredienti usati 
9) Promuovere la collaborazione, la fiducia e la trasparenza nei confronti dei colleghi birrai 
10)  Resistere alla tentazione di salire in cattedra e di considerarsi dei professori della materia   
Il “fronte” nutre apparentemente un amore per il luppolo, visto che rilascia anche una specie di “bollino” con una scala graduata che identifica gli IBU di una birra. 
Terminata la lezione, è il momento di bere. Aubelon (il nome ha una buona assonanza con il termine francese “Houblon” = luppolo) è una India Pale Ale brassata, se le informazioni recuperate in rete sono corrette, con Simcoe, Amarillo, Citra ed il neozelandese Green Bullet.
Si presenta di colore ambrato scarico, con riflessi ramati, molto velato. La schiuma, biancastra, è abbastanza cremosa anche se un po' grossolana; discreta la persistenza. Il naso non è molto pronunciato ma abbastanza fresco: pompelmo, arancio, leggeri sentori di frutta tropicale, aghi di pino, ma anche qualche lieve difetto (gomma bruciata). Discreta pulizia anche in bocca: base di biscotto, con alternanza di pompelmo e qualche nota di frutta tropicale. La prima parte della bevuta è gradevole, convince invece meno l'amaro, erbaceo e resinoso, che non brilla di eleganza. Finisce secca, con un retrogusto amaro che, nel bene e nel male, torna sui passi dell'aroma: un po di gomma bruciata, erba e resina. Corpo medio-leggero e discreta carbonazione.  Ben lontana dall'eccellenza,  una  IPA facile e discreta, che è meglio bere a temperatura un po' più bassa di quella consigliata (8-10 gradi), per attenuare un po' i lievi off-flavors. C'è ancora bisogno di lavorare, per completare almeno il primo punto del manifesto sopra riportato.
Formato: 75 cl., alc. 6.7%, IBU 59, lotto LI 11, scad. 15/08/2014.