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lunedì 28 dicembre 2020

Great Divide Yeti Imperial Stout - Barrel Aged 2019

L’ultima Imperial Stout dell’anno che sta per concludersi è una birra che avevo sempre voluto assaggiare ma che in Europa/Italia era sempre arrivata di rado e, in quelle occasioni, a prezzi molto poco amichevoli.  Parliamo della Barrel Aged Yeti di Great Divide, birrificio di Denver, Colorado, del quale vi ho già parlato in più di un’occasione. Fondato nel 1994 dall’ex-homebrewer Brian Dunn nei capannoni un vecchio caseificio in disuso, il birrificio è andato via via ingrandendosi su quel terreno fino a quando è stato possibile: nel 2013 è stato costretto a trasferirsi nel River North Art District (RiNo) di Denver dove è stato inaugurato il nuovo stabilimento da 6000 metri quadri.  Great Divide produce oggi circa 35.000 barili all’anno, in leggero calo rispetto al picco del 2015: una flessione che ha colpito quasi tutti i grossi birrifici artigianali americani, incalzati da molte nuove realtà locali di dimensioni più contenute e quindi dotati di una maggior flessibilità produttiva.
A guidare le vendite sono comunque ancora tre classici senza tempo:  Titan IPA, Denver Pale Ale e Yeti Imperial Stout. Titan e Yeti nacquero nel 2004 in occasione dei festeggiamenti del decimo compleanno: sino ad allora si erano chiamate Maverick IPA e Maverick Imperial Stout, ma le minacce di un birrificio californiano che utilizzava già il nome Mavericks obbligarono Dunn a cambiare: “viaggiai per tre mesi tra India, Nepal e Cina e mi innamorai della leggenda dello Yeti, una creatura straordinaria con tutto il folklore  che lo  circonda. Quel nome mi rimase impresso e così nacque la Yeti Imperial Stout”
Nel corso degli anni Yeti è diventato un vero e proprio brand all’interno della gamma Great Divide che include ormai oltre una ventina di varianti. Dalla sorellina Velvet Yeti (5% ABV, nitro) a quella prodotta con avena (Oatmeal Yeti) o cioccolato (Chocolate Oak Aged) disponibili ogni anno stagionalmente; la moda del pastry ci ha poi regalato la Maple Pecan Yeti e la S’mores Yeti;chi vuole restare sul classico può invece optare per la serie Oak Aged, ma attenzione alle parole (e al prezzo). Oak Aged (chips di rovere) non significa Barrel-Aged.
Il 2019 è stato un altro anno particolare per l’abominevole uomo delle nevi: i festeggiamenti del venticinquesimo compleanno di Great Divide sono culminati in una festa a Arapahoe Street, dove il birrificio fu fondato, nel corso della quale vennero servite ben 14 varianti di Yeti e per l’occasione è stata prodotta la 25th Big Anniversary Yeti  (13.5% anziché 9.5%). Qualche mese dopo, a novembre, la Barrel Aged Yeti Imperial Stout ha abbandonato il classico formato Bomber per fare il suo debutto in lattina.

La birra.

Sono almeno dodici i mesi che la potente Yeti trascorre in botti che avevano in precedenza ospitato whiskey; non ci vengono date ulteriori informazioni e quindi apriamo questa lattina 2019, disponibile come sempre solo nei mesi che vanno da novembre a gennaio.
Minacciosamente nera e viscosa,  forma un glorioso cappello di schiuma cremosa e compatta dall'ottima persistenza. Torrefatto, tabacco, fondi di caffè, cacao fondente: al naso si ritrovano le caratteristiche tipiche della Yeti affiancate da note di distillato, accenni di legno e vaniglia, un filo di fumo, ricordi di fruit cake e liquirizia. Il suo splendido aspetto non trova piena corrispondenza del mouthfeel, anche se non ci si può lamentare: il suo look “catramoso” regala solo una leggera oleosità ma nessuna particolare densità o morbidezza. Melassa, fudge, frutta sotto spirito (uvetta, prugna) e accenni di vaniglia disegnano una bevuta molto più morbida e docile rispetto all'aggressività (anche luppolata) di una giovane Yeti.  Non manca comunque l’amaro del torrefatto, del caffè e del cioccolato fondente, prologo ad un lungo retrogusto potenziato dal distillato. L’alcool (non dichiarato in etichetta, ma siamo al 12.5%) riscalda con vigore ma non è affatto difficile sorseggiare questa Barrel Aged Yeti. L’apporto della botte non è forse dei più raffinati o profondi, il distillato prende il sopravvento rispetto a tutte le altre sfumature ma la bevuta regala comunque belle soddisfazioni con un rapporto qualità prezzo piuttosto positivo, per i tempi che corrono.
Formato 47,3 cl., alc. 12%, lotto 24/10/2019, prezzo indicativo 10-12 Euro (beershop)

sabato 5 dicembre 2020

Gigantic Most Most Premium Russian Imperial Stout - Bourbon Barrel Aged 2020

Del birrificio di Portland Gigantic vi avevo già parlato qualche anno fa: lo inaugurarono il 9 maggio 2012 nel distretto Reed di Portland, nelle vicinanze del Reed College, due birrai abbastanza noti in quella città dell’Oregon soprannominata Beervana per la sua alta concentrazione di birrifici e brewpub.  Ben Love aveva iniziato la sua carriera come birraio nel 2003 all’Adler Brewpub di Appleton (Winsconsin) per poi ritornare l’anno successivo in Oregon presso il birrificio Pelican; nel 2007 diventò infine headbrewer alla Hopworks Urban Brewery (HUB) di Portland. Van Having, fiero Alfista (!), aveva cominciato nel 1995 presso la Minnesota Brewing Company per trascorrere sedici anni come headbrewer nei brewpub della Rock Bottom, prima a Minneapolis e poi a Portland. Nel 2010 un diverbio con la proprietà spinse Having a lasciare la Rock Bottom per mettersi in proprio; inizialmente la sua idea era di allontanarsi da Portland ma l’incontro con Ben Love gli fece cambiare idea dando vita al progetto Gigantic, con il supporto finanziario di alcuni amici.  
Nonostante il nome scelto, Love e Having non avevano particolari ambizioni e partirono con un impianto da 15 barili costruito su misura dalla Metalcraft:  “vogliamo essere un birrificio di quartiere con una tasting room dall’atmosfera rilassata dove poter passare qualche ora, piena di clienti abituali e qualche occasionale visitatore. Non saremo mai un birrificio ‘gigante’, anche se ci sentiamo ‘giganti’.”    I birrai organizzano la propria produzione (circa 5500 ettolitri l’anno) su due birre fisse, Gigantic IPA e Ginormous Imperial IPA, affiancate da una grande quantità di birre stagionali, collaborazioni e one-shot; si focalizzarono soprattutto sulle bottiglie, in quanto offrono maggior margine  di guadagno rispetto ai fusti. 
Da subito Gigantic si è fatto notare per le belle etichette: “quando vedi le nostre birre riesci ad identificarle immediatamente - dice Love – Abbiamo uno schema fisso, che ricorda la copertina di un fumetto: non importa quale sia poi il soggetto raffigurato, appena la vedi riesci a capire subito che è una birra di Gigantic.  Non abbiamo budget per la pubblicità, preferiamo piuttosto dare quei soldi agli artisti che disegnano per noi”.  La prima etichetta, quella della Gigantic IPA, fu ad esempio realizzata da Rob Reger, art director e creatore del personaggio Emiliy The Strange. Il successo è immediato, le birre vengono vendute ancora prima di uscire dai fermentatori e a due mesi dall’apertura Love e Having ottengono 400.000 dollari di finanziamento per espandere la taproom e dare il via al programma di invecchiamenti in botte. Nell’agosto del 2019 Gigantic annunciava il progetto di una seconda taproom (Gigantic Satellite) nel distretto Montavilla di Portland, ad una decina di chilometri dal birrificio. I lavori di ristrutturazione del  Rocket Empire Machine, una ex autofficina che ospiterà anche quattro venditori di cibo rendendo così la taproom accessibile anche alle famiglie con bambini, hanno subito forti rallentamenti a causa dell’emergenza Covid-19 e sono attualmente ancora in corso. 

La birra. 
Per l’etichetta della Gigantic Most Premium Russian Imperial Stout fu reclutato Frank Kozik, grafico noto per i poster realizzati negli anni ’90 per i concerti di  gruppi musicali come Nirvana, White Stripes, Green Day, Beastie Boys, Pearl Jam, Red Hot Chili Peppers; Kozik possedeva anche la piccola etichetta musicale indipendente Man’s Ruin Records.  La ricetta prevede malti Pale, Vienna, Crystal 40, Crystal 80, Crystal 120, Chocolate, Black, zucchero Demerara, orzo tostato, luppoli Magnum e Cascade.  Le sue svariate edizioni Barrel Aged, disponibili ogni anno nei mesi invernali, diventano Most Most Premium Russian Imperial Stout: vediamo la prima della serie, ovvero quella invecchiata in botti ex Bourbon. 

Nera, quasi impenetrabile alla vista, schiuma cremosa e compatta dalla discreta persistenza: il suo aspetto è sontuoso e l’aroma non è da meno, pulito e intenso, complesso. In ordine sparso emergono profumi di vaniglia e cocco, legno, fruit cake, tabacco e caffè, prugna disidratata e uvetta: il distillato è ben presente ed amalgama il tutto, all’orizzonte si scorge anche un filo di fumo. Non è un’imperial stout particolarmente densa e oleosa: bollicine sottili ma vivaci ne compromettono inizialmente la morbidezza, ma il mouthfeel migliora dopo aver lasciato stazionare la birra nel bicchiere.  La bevuta segue l’aroma riproponendolo in buona parte: frutta sotto spirito, fruit cake, vaniglia, caramello, mentre il distillato è ben in evidenza e riscalda con vigore senza mai bruciare. Al  palato latita un po’ la componente caffè/torrefatto, appena percepibile,  la chiusura è calda e lunga, ricca di bourbon e un tocco di legno. Gran bel naso, emozionante e coinvolgente, mentre la bevuta è maggiormente segnata dal passaggio in botte e non ha lo stesso livello di complessità e di definizione: è comunque un’imperial stout di livello che si sorseggia senza difficoltà e con grande soddisfazione.

Formato 50 cl.,  alc. 12%, IBU 60, lotto 2020, prezzo indicativo 18 euro (beershop)

martedì 17 novembre 2020

Fremont B-Bomb - Coconut 2019

E’ tristemente un bel periodo per gli appassionati italiani di birra a stelle e strisce: un po’ meno per il loro portafoglio. Ma se avevate messo da parte un po’ di soldi per una vacanza negli States potete usarne una parte per acquistare tutte quelle birre che in questi mesi stanno attraversando l’oceano: avreste probabilmente fatto fatica a trovarle anche in loco, a meno di non capitare nel posto giusto al momento giusto. Sto ovviamente estremizzando: nulla può sostituire il piacere di un viaggio negli Stati Uniti e l’atmosfera che si respira nelle taproom, nei pub e nei bar, nei liquor store o anche le semplici possibilità d’acquisto che offrono i supermercati, i negozi di vicinato o le stazioni di servizio. E questo vale anche se non siete riusciti a reperire quella birra che stavate disperatamente cercando. 
L’emergenza sanitaria legata a Covid-19 ha provocato anche negli Stati Uniti una forte riduzione nei consumi a seguito della riduzione della capienza o alla chiusura di taproom, bar e ristoranti, alla cancellazione dei festival e di quasi tutti gli eventi nei quali scorrevano fiumi di birra. Ogni stato americano ha applicato le proprie restrizioni ma in generale l’impatto si è fatto sentire molto sui birrifici artigianali, per i quali la taproom era un’importantissima fonte di reddito nonché un’immediata iniezione di denaro contante. I birrifici hanno dovuto cambiare strategia riducendo i fusti e privilegiando il formato per l’asporto e per il consumo tra le mura domestiche. 
L’arrivo nel nostro continente di birrifici americani molto quotati non è un evento raro, ma negli ultimi mesi il mercato europeo è stato letteralmente invaso: Moka, Abnormal, Old Nation, Equilibrium, Other Half, Trillium  e Cycle  sono alcuni dei nomi “sulla cresta dell’onda” arrivati solo nell’ultimo mese, per quel che ricordo. A questi va senz’altro aggiunto quello di Fremont, birrificio di Seattle (Washington) che vi avevo presentato in questa occasione quasi un anno fa. Fusti (festival) e lattine (luppolate) di Fremont erano già sporadicamente arrivati in Europa negli scorsi anni; le bottiglie delle birre barricate  (da me avvistate per caso lo scorso anno in Giappone) sono invece arrivate per la prima volta all’inizio dall’autunno, e un’altra infornata è giunta la scorsa settimana; Rusty Nail, Brew 3000 e 4000, Anniversary Stout e molte varianti di B-Bomb e Dark Star. I beergeeks più aggiornati mi faranno certamente notare il fatto che Fremont non sia più un nome in cima alla lista dei loro desideri e in verità lo è stato solo fino ad un certo punto. Ma non ci sarebbe nulla di strano, il meccanismo è inesorabile, lo sappiamo: l’hype dura solamente qualche anno, finché il birrificio è ancora relativamente nuovo, piccolo e le birre sono difficili da reperire, generando così un elevato valore di scambio o di rivendita sul mercato secondario. Non appena la produzione aumenta o entrano in gioco altri nomi, l’hype si sposta altrove.  

La birra. 
L’Abominable Winter Ale è stata per molti anni la birra stagionale invernale (8%) prodotta da Fremont: nel 2016 il suo nome è stato accorciato in Winter Ale per evitare problemi con il birrificio Hopworks di Portland che produceva già una birra con lo stesso nome. E questa la prima birra di Fremont a finire in una botte ex-bourbon: era il 2010 e nasceva la Bourbon Abominable, poi rinominata B-Bomb. Il suo successo ne ha fatto nascere inevitabili varianti: vediamo la Coconut edizione 2019.  Per questa versione sono state utilizzate botti di rovere americano di 8-12 anni che avevano in precedenza contenuto bourbon: il risultato finale è un blend fatto con la stessa birra invecchiata per nove, dodici e ventiquattro mesi, con aggiunta di cocco tostato. La ricetta prevede malti 2-Row Pale, Crystal-120, Munich, Roast Barley, Carafa-2 e Chocolate, luppoli Columbus, Willamette, Goldings americano. E’ stata messa in vendita nel dicembre 2019.
Nel bicchiere è sontuosa, perfetta: color ebano scuro, schiuma generosa, a trama fine e dalla buona ritenzione. Caramello bruciato, bourbon, cuoio/pelle, legno, cocco tostato, fondi di caffè, liquirizia, accenni di fruit cake e di tabacco/fumo: naso splendido, molto pulito ed elegante, avvolgente. Nulla da eccepire. Il suo corpo è quasi pieno: non è un’imperial stout masticabile ed ha una consistenza morbida, leggermente oleosa e cremosa. La bevuta si apre con dolci note di melassa e fruit cake, vaniglia e cocco, liquirizia: è soprattutto la componente etilica, con una splendida progressione che parte in sordina e sfocia in un morbido warming, a portare equilibrio. L’amaro di cioccolato, torrefatto e caffè resta in disparte, la chiusura è sorprendentemente quasi secca grazie al contributo del legno: resta una lunghissima scia finale ricca di bourbon e cioccolato, degno epilogo di una bellissima festa.  Pulizia, precisione, eleganza, intensità, tanti elementi perfettamente amalgamati tra di loro: un’altra gemma dallo scrigno Fremont. Se amate le grandi imperial stout americane non ancora contaminate dalla deriva pastry non perdetevela.  
Formato 65 cl., alc. 13.2%, lotto 2019, prezzo indicativo 32 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

giovedì 29 ottobre 2020

Cycle Monday 2020

Fino a cinque-sei anni fa la Florida non era certo il paradiso di chi amava la birra artigianale: Cigar City era forse l’unico nome noto di una scena che faticava a decollare. Oggi le cose sono cambiate grazie a birrifici come Funky Buddha (poi acquistato dalla Constellation Brands), Angry Chair, J. Wakefield, Cycle e 3 Sons.  Peg Wesselink e Tony Dodson aprirono nel 2004 a Gulfport la Peg's Cantina, una sorta di bungalow di legno trasformato in ristorante messicano. Doug Dozark, figlio di Peg, ricorda: “in Florida la birra artigianale non esisteva ma un distributore ci mandò qualcosa di Boulder, Oskar Blues, Great Divide, Schneider, Hofbräu, Weihenstephaner”. Doug inizia ad appassionarsi e redige una carta delle birre per il ristorante dei genitori. Tra i clienti più affezionati c’è anche un homebrewer; tra lui e Doug nasce un’amicizia e i due producono una stout usando le pentole nella cucina del ristorante. “All’inizio era tutto così misterioso – dice Doug – ma dopo aver fatto un po’ di pratica iniziai a capire che potevo farcela”.
Dozark trova lavoro per qualche mese alla Oscar Blues sulla linea di produzione lattine, capendo innanzitutto quello che non vuole diventare: “non volevo che fare la birra diventasse solo un lavoro esecutivo; pulire i tini va bene ma non è la parte che m’interessa del processo produttivo. Volevo qualcosa che mantenesse viva la mia passione”.  Rientrato a Gulfport, propone ai genitori di iniziare a produrre alcuni piccoli lotti di birra per il ristorante su di un impiantino da 130 litri: avrebbe pagato lui i costi e per farlo trova lavoro presso Cigar City, o quasi:  “lavorai come volontario per tre mesi  20-30 ore la settimana. Altrimenti non credo che mi avrebbero mai assunto”.  Doug fa esperienze fondamentali sull’impianto da 15 ettolitri a Tampa sotto la supervisione del birraio Wayne Wambles e alla sera ritorna a Gulfport a fare birra alla Peg's Cantina. Il doppio lavoro dura quasi tre anni ma i risultati iniziano  ad arrivare: nel 2010 Peg’s Cantina ottiene tre medaglie al Best Florida Beer Championship e nello stesso anno due delle sue Berliner Weisse (stile che molti birrifici artigianali della Florida poi abbracceranno) entrano nella Top 50 di Ratebeer. Ma è nel 2012, grazie alla solita imperial stout invecchiata in botti di bourbon, che la Peg’s Cantina attira l’attenzione di tutti i beergeeks: gli insegnamenti di Wayne Wambles, ideatore delle grandi imperial stout di Cigar City, danno i suoi frutti e  la Peg's Rare D.O.S Imperial Stout si posiziona al numero 10  tra le migliori 100 birre al mondo secondo Beer Advocate.
Nel 2013 Doug decide che è tempo di cambiamenti“Peg’s Cantina è sempre stato il nome di un locale, non è un marchio; ha aperto come ristornate otto anni fa e 4 anni fa è diventato brewpub. Gulfort è un bel paese, una piccola comunità ma le nostre birre stanno andando  sempre più lontano e Peg non è un’identità da portare in giro”.  La scelta cade su Cycle Brewing, un tributo alla sua passione per le due ruote. E la sua intenzione è quella di puntare forte su quelle imperial stout che gli hanno portato successo e anche il primo invito alla Copenhagen Beer Celebration; Cycle acquista altri barili usati e inaugura un nuovo impianto a  St. Petersburg, cinque miglia da Gulfport, raddoppiando la capacità produttiva annuale a 16.000 ettolitri. A St. Petersburg s’iniziano a vedere  le classiche scene di beergeekismo con aficionados appostati sui marciapiedi la notte prima che vengano messe in vendita le bottiglie di Rare DOS e di altre imperial stout: Cycle punta forte sull’aggiunta di adjuncts negli affinamenti in legno, diventando di fatto uno dei pionieri della pratica odierna di realizzare molteplici varianti della stessa base con un diverso mix di  ingredienti. E le imperial stout arrivano ad assorbire il 50% della capacità produttiva.  All’inizio del 2015  il ristorante Peg’s Cantina chiude i battenti:  Doug e il suo assistente birraio Eric Trinoskey  lo trasformano nel progetto parallelo Orange Belt Brewing, dedicato alla produzione di birre acide.
Tutto bene, quindi? Non esattamente, perché aumentare rapidamente la produzione per sfruttare la notorietà ha anche dei lati negativi: alcune preziose imperial stout risultano infette e per risolvere il problema Cycle ricorre alla pastorizzazione flash di tutte le proprie birre “scure” . I problemi sembrano risolti ma nel 2018, anno in cui la classifica di Ratebeer  celebra Cycle tra i dieci migliori birrifici al mondo, accade un mezzo disastro: nonostante la pastorizzazione le bottiglie dell’edizione 2018 dell’imperial stout  Monday risultano infette e l’intera produzione di Friday viene direttamente buttata via senza neanche arrivare all’imbottigliatrice. Altre bottiglie invece esplodono improvvisamente non appena vengono immesse nel pastorizzatore. Cycle deve cancellare la settimana-evento dell’anno nella quale viene rilasciato un set di cinque diverse imperial stout barricate corrispondenti ai diversi giorni della settimana. Nello stesso anno Cycle raggiunge un accordo  con il birrificio Brew Hub, che opera principalmente per conto terzi: la maggior parte delle birre luppolate vengono ora prodotte sui loro impianti e confezionate in lattina, esattamente come aveva fatto qualche anno prima un altro birrificio sulla cresta dell’onda come Toppling Goliath.

La birra.


Aumentata capacità produttiva e hype in discesa hanno fatto sì che le bottiglie di Cycle da qualche anno arrivano ogni tanto anche nel nostro continente. Prezzi di primissima fascia (oltre 50 euro al litro) ma si tratta di birre che vengono vendute a 30 dollari più tasse già alla fonte, in birrificio. Vediamo l’edizione 2020 di Monday, imperial stout invecchiata in botti di bourbon con aggiunta di caffè messicano El Triunfo della Bandit Coffee Co. di St. Petersburg. 
Nera come la pece, forma una bella testa di schiuma cremosa e compatta dalla buona persistenza. Al naso emerge netto il bourbon mentre è quasi assente  il torrefatto: il caffè si esprime piuttosto attraverso note terrose che a tratti richiamano pelle e cuoio. In sottofondo prugna disidratata, accenni di legno e vaniglia, frutta sotto spirito. La sensazione palatale è perfetta: Monday è un’imperial stout piena e morbida, viscosa: una densa carezza che scorre lenta sul palato, avvolgendolo. Come spesso accade per le birre realizzate in Florida il contenuto alcolico non è dichiarato in etichetta: dovrebbe aggirarsi sull’11.5%.  Il bourbon domina anche al palato una bevuta intensa, che scalda ma non brucia: prugna e uvetta sotto spirito, fudge e vaniglia sfumano progressivamente in un finale amaro di cioccolato, note terrose e finalmente tostature e caffè, tannini e legno. Buona secchezza, mouthfeel edonistico ed emozionante, lungo retrogusto di bourbon: Monday di Stout non è un mostro di profondità e complessità ma è sicuramente una imperial stout di livello alto. Anche eleganza e pulizia non raggiungono il nirvana: non vorrei essere pignolo ma quando il prezzo è di fascia alta sono considerazioni che vanno inevitabilmente fatte. 
Formato 65 cl., alc. 11,5% (?), lotto 2020, prezzo indicativo 35,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 29 settembre 2020

Witch's Hat Night Fury

Nel 2010 Ryan Cottongim e la moglie Erin si trovarono improvvisamente senza lavoro e con un figlio appena nato: lei faceva la segretaria per una ditta di forniture idrauliche,  Ryan installava tubazioni del gas sottoterra e nel tempo libero si dilettava con l’homebrewing.  Ci raccontano che una sera, una delle tante in cui discutevano su come tirare avanti, un pipistrello entrò dalla finestra del loro salotto: lo considerarono un buon presagio e quell’evento fu la molla che fece  scattare in loro la decisione di rischiare e mettersi in proprio. Racimolarono tutti i loro risparmi e ottennero un prestito per aprire un brewpub nella città dove sono nati, South Lyon, Michigan, sessanta chilometri ad est di Detroit.
Witch's Hat Brewing Company prende il suo nome da un bizzarro edificio dalla forma conica che ricorda appunto il lungo cappello di una strega: il Witch's Hat Depot fu costruito nel 1909 per sostituire la vecchia stazione ferroviaria, distrutta in un incendio, ed operò sino al 1955. Sia l’edificio che il pipistrello trovano posto nel logo del birrificio che viene inaugurato il giorno di Natale del 2011 all’interno di un piccolo complesso commerciale, dove una volta vi era un coffee shop: impianto da tre ettolitri, 160 metri quadri ed una taproom priva di cucina con una quarantina di posti a sedere. 
Nel 2014 avviene il trasloco nella vicina Lafayette Street, a pochi isolati di distanza dal Witch's Hat Depot: nei mille metri quadri a disposizione trova posto il nuovo impianto da 15 barili, una taproom con cento posti a sedere, una ventina di spine e una cucina informale che sforna hamburger, sandwich, fish & chips e tacos. La taproom diventa rapidamente il punto di forza di Witch's Hat, assorbendo l’80% della produzione soprattutto grazie agli operai che lavorano nei dintorni e che a fine turno vanno a bere un paio di pinte. La maggior parte di loro fa parte del Mug Club e i loro bicchieri, oggi 1700, sono appesi alle pareti della taproom. 
Per molti anni l’unica birra di Witch's Hat ad essere distribuita in bottiglia è stata la IPA Train Hopper, oggi affiancata dalle lattine della Three Kord Kolsch, della Defloured NEIPA, della Edward’s Portly American Brown Ale e dell’hard seltzer Bumble. La maggior parte delle altre etichette sono produzioni stagionali o occasionali.  Ma la birra che ha portato un po’ di notorietà è stata Night Fury, un’imperial stout usata come base di numerose varianti barricate. Sono loro le protagoniste dell’evento Fury for a Feast  che si tiene ogni anno in agosto: musica dal vivo,  stand gastronomici, raccolte fondi per beneficenza e una trentina di spine, la maggior parte delle quali dedicate a varianti della Night Fury. La vendita delle bottiglie è solitamente riservata ai membri del Mug Club.

La birra.

Come detto le varianti della Night Fury sono le birre più premiate dal beer-rating. In cima alla classifica ci sono la O.G. Bourbon Barrel Night Fury, la TraXXX Night Fury (invecchiata in botti di Bourbon con burro d’arachidi, fave di cacao, cocco e vaniglia), la S’mores Night Fury (Bourbon Barrel, marshmallow e vaniglia) e la Double Barrel Night Fury (Apple Brandy e Bourbon). Ne cito solo alcune, perché le varianti sono potenzialmente infinite. 
La Night Fury “base” (10.2%) viene prodotta con melassa e lattosio: nel bicchiere è quasi nera, la schiuma non è molto generosa e la sua persistenza è solo discreta. Orzo tostato, fruit cake, cioccolato al latte, caffè, accenni di tabacco e cenere: il suo aroma è  una piacevole introduzione ad una bevuta bilanciata e intensa, pulita e ben definita. Caramello, melassa, liquirizia, prugna disidratata, uvetta e cioccolato al latte danno il via ad un percorso dolce che viene progressivamente equilibrato da tostature che culminano in un finale piuttosto amaro nel quale i fondi di caffè incontrano note di tabacco e di cenere. Il mouthfeel è leggermente oleoso, il lattosio le dona un po’ di densità ma – fedele al suo nome -  non è una birra che indulge in carezze palatali.  L’alcool si fa sentire quel che basta per rendere la bevuta potente e per riscaldare chi decide di berla nei mesi più freddi dell’anno. La Night Fury di Witch's Hat è una Imperial Stout ben fatta che si sorseggia con grande piacere: l’interpretazione dello stile è nelle mie corde, senza inutili orpelli e con un uso molto razionale dei cosiddetti adjuncts. Non la vedo affatto sfigurare al confronto con le altre grandi Imperial Stout che vengono prodotte nello stato del Michigan. 
Formato 35.5 cl., alc. 10.2%, lotto e scadenza non riportati, prezzo indicativo 6.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

venerdì 18 settembre 2020

Odd Side Ales Deleterious

Di Odd Side Ales, birrificio “affacciato” sul lago Michigan, vi avevo già parlato qui. Grand Haven è una popolare destinazione turistica per molti abitanti che abitano nelle aree più interne dello stato americano; il suo porto turistico e la sua grande spiaggia sabbiosa fanno si che il numero di abitanti (10.000 circa) aumenti esponenzialmente nei mesi estivi per godere di un lago che per dimensioni (e onde!) assomiglia ad un mare.   E’ in questa località che nel 2010 Chris Michner, assieme alla moglie Alyson e al socio Kyle Miller hanno aperto il birrificio Odd Side Ales.  Michner e Miller si dilettavano con l’homebrewing nel proprio appartamento ai tempi della Michigan State University:  terminati gli studi Michner iniziò a lavorare nel campo delle revisioni contabili ma dopo due anni si trovò disoccupato a causa della crisi finanziaria del 2008.  
Non contento del precedente lavoro decise  d’investire 40.000 dollari che era riuscito a mettere da parte, ne chiese altri 40.000 in prestito, e ristrutturò un vecchio edificio in centro a Grand Haven, dove sino al 1984 venivano prodotti dei pianoforti: la cittadina  del Michigan era ancora sprovvista di brewpub. Sistemato l’impiantino da 75 litri (!) e, con l’aiuto di alcuni familiari, anche gli arredamenti della taproom, il 17 marzo 2010 Odd Side Ales serve le prime pinte ai propri clienti: nel locale non viene installato nessun televisore e non si serve cibo  in quanto il focus è volutamente orientato sulla birra. 
In poco tempo la capacità dell’impianto viene raddoppiata ma gli spazi del brewpub di Grand Haven – che ancora oggi vi accoglie con 50 (!) spine, hard seltzers, cocktails, vino, sidri e finalmente una cucina -  non consentono grandi manovre; nel 2012 un nuovo impianto da 17 ettolitri trova spazio in un fabbricato a sei chilometri di distanza. Nel 2015 è tempo di un nuovo trasloco in un capannone da 4000 metri quadri poco più a sud al 1811 di Hayes Street, in prossimità del Grand Haven Memorial Airport.  Qui è operativo il nuovo impianto da 500 ettolitri con il quale, tenendo fede al suo nome, Odd Side produce birre utilizzando sovente frutta, spezie e altri ingredienti bizzarri; ed è proprio questo il principale “problema” di Odd Side Ales, la cui produzione annovera oltre 400 etichette. Farlo strano non significa sempre farlo bene e se devo essere onesto la maggior parte delle loro birre che ho bevuto non mi ha mai entusiasmato.

La birra.
Quanto appena detto riguarda anche le imperial stout barricate: sono al terzo tentativo con Odd Side Ales e, pur avendo evitato le varianti più bizzarre, non ho ricordi particolarmente positivi della Big Kahuna  (botti di bourbon con aggiunta di cocco tostato) e della The Nightman Leaveth (imperial milk stout invecchiata in barili ex-Rye whiskey con aggiunta di vaniglia), quest’ultima un vero dolcione molto difficile da ingurgitare.  
Ritento la sorte con una bottiglia di Deleterious, una ”semplice” imperial stout invecchiata in botti di bourbon senza nessun altro ingrediente.  Si presenta con un’oscura e minacciosa etichetta raffigurante un teschio. Sorvolando sul cliché, nel bicchiere è quasi nera e, come già accaduto per altre imperial stout di Odd Side, la schiuma è molto modesta ed evanescente. Le mie iniziali perplessità vengono spazzate via da un naso caldo e “dolce”, ricco di vaniglia, fudge, cioccolato al latte, fruit cake, liquirizia, melassa, bourbon e legno. Nel complesso l’aroma non è molto fine e risulta un po’ grossolano ma è comunque un buon biglietto da visita. Al palato è piena, oleosa e abbastanza viscosa: le sottili bollicine sono però un  po’ fastidiose.  Melassa, fruit cake, fudge e vaniglia sono protagonisti anche della bevuta, arricchita da accenni di cioccolato e frutta sotto spirito: ci pensano il bourbon e delicate tostature a scongiurare il pericolo del troppo dolce. Il distillato è molto più evidente rispetto all’aroma e regala un finale lungo e molto caldo nel quale si rivela tutta la gradazione alcolica di questa imperial stout ben fatta e piuttosto gradevole. Sicuramente la miglior Odd Side che mi sia capitato di bere. Mi rimane solo qualche dubbio sulla componente vaniglia, davvero molto in evidenza: sicuro sia tutto merito della botte e non ci sia stato qualche aiutino? 
Formato 35,5 cl., alc. 13%, imbott. 04/09/2018, prezzo indicativo 9,00 euro (beershop)  

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

giovedì 10 settembre 2020

Founders KBS Espresso

La KBS  - Kentucky Breakfast Stout  del birrificio Founders è una birra che ogni appassionato dovrebbe conoscere e che ha fatto un pezzo di storia della Craft Beer Revolution americana: ve l’avevo già raccontata qui. Nata nel 2002, è partita un po’ in sordina complice un mercato ancora poco ricettivo per queste birre “estreme” ma è riuscita poi a diventare un oggetto di culto. E’ stata una  delle prime birre per le quali le gente si accampava fuori dal birrificio per riuscire ad accaparrarsi qualche bottiglia. Founders ne ha aumentato anno dopo anno la produzione a  scapito della qualità, dicono quelli che l’avevano assaggiata quando era accessibile solo a pochi. Il birrificio di Grand Rapids ha poi ceduto nel 2014 il 30%  agli spagnoli della Mahou e nella propria “cantina”,  una ex-cava di gesso profonda 25 metri, si sono accumulati sempre più barili usati di bourbon. 
L’hype non va mai d ‘accordo con la quantità e di conseguenza quello per la KBS è andato pian piano scemando. L’interesse degli appassionati si è spostato verso altre Barrel Aged Imperial Stout e per riuscire a venderle tutte le bottiglie prodotte Founders ha iniziato a guardare anche oltre i confini della propria nazione. Nel 2015 la KBS arrivava per la prima volta in Europa e In Italia: da allora anche per noi è relativamente facile acquistarne ogni anno qualche bottiglia. Non sarà più la birra che era dieci anni fa, ma la KBS rappresenta tutt’ora una delle Barrel Aged Imperial Stout dal miglior rapporto qualità prezzo.
In un mercato costantemente alla ricerca di novità è invece abbastanza curioso che Founders non abbia mai sfruttato il marchio e il successo della KBS realizzandone molteplici varianti.  D’accordo, si tratta di una imperial stout già “ricca e golosa” in quanto prodotta con fave di cacao e caffè, ma ci sarebbe voluto davvero poco andando aggiungendo di volta in volta vaniglia, cocco, peperoncino o qualche altra spezia, prendendo come fanno la maggior parte dei birrifici americani. Di fatto esiste solamente la CBS - Canadian Breakfast Stoutriesumata nel 2018 dopo sette anni di assenza, che però ha un nome leggermente diverso.
Nel 2019 gli spagnoli di Mahou San Miguel hanno deciso di far valere l’opzione che consentiva loro, dopo cinque anni, di rilevare la maggioranza di Founders: la loro percentuale è salita al 90% lasciando a Mike Stevens e Dave Engbers, fondatori di Founders, solamente il 5% a testa.  E nello stesso anno il birrificio del Michigan ha rivoluzionato la propria Barrel Aged Series: la KBS viene resa disponibile tutto l’anno e non solamente a marzo, la CBS non viene più prodotta. 
Nel settembre dello scorso anno Founders annunciava l’arrivo della prima vera variante della KBS, chiamata Espresso e disponibile a partire da febbraio 2020. La sua messa in commercio è stata poi anticipata di qualche mese: vernissage al birrificio il 15 novembre e distribuzione in tutti gli Stati Uniti a partire da dicembre.  Racconta il birraio Jeremy Kosmicki: “ci siamo divertiti nell’invecchiare la KBS in diverse botti con grande successo, come quelle che avevano contenuto sciroppo d’acero; in altri casi, come con la salsa piccante, le cose non sono andate ugualmente bene.  Per la nostra prima variante ufficiale abbiamo deciso di potenziare un elemento che costituisce già il cuore di questa birra, il caffè. E non un caffè qualsiasi, ma quello torrefatto di nostri vicini di casa della Ferris Coffee & Nut di Grand Rapids. La KBS viene già prodotta con del caffè, ma questa variante dopo aver terminato l’invecchiamento nelle botti di bourbon viene fatta maturare con aggiunta di ulteriori chicchi di caffè espresso”.
Evidentemente alla Mahou San Miguel hanno deciso di rilanciare il marchio KBS seguendo, con colpevole ritardo, quello che stanno facendo tutti i birrifici americani.  Lo scorso giugno Founders ha infatti annunciato l’arrivo di una seconda variante di KBS, prevista per novembre e chiamata Maple Mackinac Fudge: sarà prodotta con sciroppo d’acero e fudge al caffè dell’isola di Mackinac, un vero e proprio paradiso nel Michigan per gli amanti del fudge, dei cavalli e delle biciclette.

La birra.

La KBS Espresso è arrivata anche in Europa con un lotto realizzato in un secondo momento ed imbottigliato lo scorso aprile. Vestita di nero, porta un sontuoso cappello di schiuma cremosa e compatta dall’ottima persistenza. Nessuna sorpresa al naso, dove domina effettivamente il caffè espresso, in forma liquida: l’accompagnano profumi di cioccolato fondente e vaniglia, orzo tostato, bourbon, legno e frutta sotto spirito. L’aroma è pulito e ancora molto intenso. Tutto procede per il meglio anche al palato: corpo quasi pieno ammorbidito da una sensazione tattile cremosa, quasi setosa: sorseggiarla non è affatto difficile. Il gusto non ripropone la precisione dell’aroma e non raggiunge profondità abissali, ma è comunque un gran bel bere. Caffè e bourbon sono protagonisti di una bevuta che parte dolce, arricchita da vaniglia, fudge e frutta sotto spirito per poi essere bilanciata dall’acidità proveniente dal caffè, abbastanza pronunciata: ed è forse questa la caratteristica che la differenzia maggiormente dalla KBS standard. C’è il cioccolato mentre  tostature e torrefatto sono meno evidenti del previsto ed il finale procede nella sua lunga scia avvolgente ed etilica di bourbon e caffè.   
Nel bicchiere non ci sono grandi emozioni ma a una imperial stout barricata dall’ottimo rapporto qualità prezzo: su questo niente da eccepire. Espresso è variante della KBS che amplifica ovviamente l’elemento caffè:  piccolo avvertimento per chi non ne ama l’acidità, che in questa birra si fa sentire abbastanza: orientatevi sulla KBS normale. 
Formato 35,5 cl., alc. 12%, IBU 70, lotto 23/04/2020, prezzo indicativo 8--10 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 29 giugno 2020

Oskar Blues / Cigar City Barrel Aged Bamburana


Il 2019 si è chiuso in maniera piuttosto positiva per la CANarchy Craft Brewery Collective, una sorta di “ombrello sinergico” che dal 2015  racchiude al suo interno Oskar Blues, Perrin, Cigar City, Squatters,  Wasatch, Deep Ellum e Three Weavers. Il progetto è stato parzialmente finanziato dall’equity firm  Fireman Capital Partners  e sforma circa 480.000 barili di birra, un bel +14% rispetto al 2018. La crescita è stata spinta soprattutto dal successo dell’Hard Seltzer Wild Basin Boozy Water di Oskar Blues e dall’introduzione di alcune confezioni miste di birre di Cigar City e Oskar Blues, nonché del CANarchy IPA pack, una selezione di dodici IPA in lattina prodotte da Oskar Blues, Cigar City, Three Weavers e Deep Ellum. Nell’ambito del mercato craft, la Jai Alai IPA di Cigar City è il secondo 6 pack in lattina più venduto negli Stati Uniti con un aumento di vendite del 41%., mentre il 6 pack di Dale’s Pale Ale di Oskar Blues si trova in quarta posizione. 
Alquanto curiosamente i birrifici che fanno parte del progetto CANarchy non avevano mai collaborato tra di loro, limitandosi ad altre tipologie di sinergie commerciali. E’ soltanto nel gennaio del 2019 che Oskar Blues e Cigar City hanno potuto annunciare la prima collaborazione in lattina tra  due membri del CANarachy:   Bamburana, una massiccia imperial stout prodotta con aggiunta di fichi e datteri ed invecchiata in botti che avevano in precedenza contenuto whiskey e brandy; prima del confezionamento c’è stata una successiva maturazione in tank dove sono state aggiunte spirali di Amburana, un legno tipico del Sud America col quale vengono assemblati barili comunemente utilizzati per la produzione di cachaça, acquavite brasiliana ottenuta dalla distillazione del succo di canna da zucchero. L’idea di Tim Matthews, Head of Brewing Operations di Oskar Blues e Wayne Wambles, birraio di Cigar City, era di “imitare i sapori di un biscotto al pan di zenzero ripieno di fichi; abbiamo passato molto tempo e selezionare le giuste tipologie di fichi e datteri per dare anche alla birra quella leggera appiccicosità che potesse contrastare le note ruvide del legno Amburana”. 
Entrambi i birrifici sono noti per le loro imperial stout barricate di successo, come le varianti di Ten Fidy prodotte in Colorado e quelle di Marshal Zhukov e Hunahpu in Florida. 

La birra. 
 Molto prossima al nero, forma una testa di schiuma molto “abbronzata” e un po’ scomposta ma dalla discreta persistenza. L’aroma è in parte spiazzante: oltre alla rassicurante presenza di fichi, datteri, uvetta e distillato c’è un mix di spezie non ben identificato che richiama zenzero, cannella e cardamomo. C’è anche una netta nota affumicata e qualche richiamo al rabarbaro. Il naso è comunque avvolgente e riscalda con i suoi ricordi di whiskey e brandy.  Un eccesso di bollicine compromette quella che dovrebbe essere una birra morbida e piena, da sorseggiare con calma sul divano:  agitare il bicchiere aiuta ma non risolve del tutto il problema. La bevuta è dolce di melassa e caramello, liquirizia, cioccolato e frutta sotto spirito: alcool (12.2%), delicate tostature e note legnose riportano la livella in equilibrio prima di un finale caldo, piuttosto etilico, nel quale i distillati sposano qualche goccia di cioccolato e un filo di fumo.  E’ una birra interessante che lascia inizialmente un po’ spiazzati ma che riesce pian piano a conquistare chi ha il bicchiere in mano: un’imperial stout leggermente speziata in maniera abbastanza poco tradizionale, immagino per effetto del legno Amburana. Peccato per l’eccesso di bollicine: il risultato è positivo ma poteva essere migliore.
Formato 35,5 cl., alc. 12,2%, imbott. 10/01/2019, prezzo indicativo 7,00-8,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 8 giugno 2020

Level Fatality


Geoffrey Phillips, Jason Barbee e Shane Watterson non sono esattamente dei debuttanti nella scena della Craft Beer dell’Oregon: Phillips è un californiano che nel 2006 si è stabilito a Portland per aprire la Bailey’s Taproom, beer bar con 26 spine devote all’artigianale cui hanno fatto seguito il locale The Upper Lip ed il negozio online brewedoregon.com per la vendita di abbigliamento, merchandising ed accessori di numerosi birrifici.  Barbee dopo aver esercitato l’homebrewing al college ha lavorato per sette anni come assistente birraio alla filiale di Portland della Deschutes per poi spostarsi alla Ex Novo Brewing. Watterson ha seguito un percorso quasi identico: homebrewing al college, assistente alla Deschutes e poi birraio per sei anni alla Laurelwood di Portland. 
Alla fine del 2016 i  tre soci, che si erano conosciuti ai tavoli della Deschutes di Portland, annunciarono l’acquisto di un sito nel quartiere Argay nei pressi dell’aeroporto internazionale di Portland che ospitava il mercato contadino delle fattorie Trapold in procinto di chiudere, per riconvertirlo nel nuovo birrificio chiamato Level Beer. Il nome scelto, “livella”, rappresenta la filosofia commerciale che i tre soci hanno deciso d’intraprendere: entrambi genitori di figli piccoli desiderano un’attività che consenta loro di “trovare un equilibrio”  tra lavoro e vita privata; Level debutta nell’agosto del 2017 con un impianto produttivo da 20 barili affiancato da uno pilota da 2,5.  
“In questa zona di Portlanddice Wattersonstanno arrivando molte famiglie giovani ma ci sono pochissimi posti dove andare; giusto un Burgerville ed un dive bar dove giocare a video poker. Noi stiamo già ricevendo molte richieste per feste di compleanno, abbiamo uno spazio all’aperto dedicato ad eventi come compleanni e matrimoni che è quasi sempre prenotato. A Portland i pub spesso sono affollati e non ci sono spazi per i bambini: a noi interessava ad esempio mettere a disposizione un bel prato dove loro potessero giocare a calcio o a freesbie mentre i genitori bevono un paio di birre”. 
Il logo e gli arredi della taproom riflettono la passione dei tre proprietari per gli anni ’80: Star Wars, Vans, Atari, Sega e Nintendo: all’interno del locale vi sono consolle cabinate da poter utilizzare come in una sala giochi d’epoca. E le tre birre di debutto vengono chiamate Let’s Play (dry-hopped pilsner), Game On (IPA) e Ready Player One (dry-hopped saison). Equilibrio tra lavoro e tempo libero ma anche equilibrio nelle birre: Level predilige quelle facili da bere e a bassa gradazione alcolica. La taproom con tavoli e panche è spartana, assomiglia ad una sorta di grande serra dal tetto ricurvo e non dispone di cucina ma in strada ci sono spesso due o tre food truck dai quali rifornirsi; nel giardino sul retro ci sono giochi per bambini ed altri tavoli da poter utilizzare nella bella stagione. Alla fine del 2019 Level ha inaugurato una seconda taproom al Multnomah Village, ovvero nell’opposta periferia a sud di Portland.


La birra.
Birre facili da bere e dalla bassa gradazione alcolica: per smentire quanto appena scritto vi presento Fatality, la prima imperial stout (11.5%) barrel aged che Level ha fatto debuttare nel dicembre del 2018.  La sua versione base dovrebbe essere l’imperial stout Finish Him (10%) la cui ricetta prevede malti 2-Row,  Smoked, Roasted, Chocolate e Biscuit, luppolo Nugget, lievito English Ale; questa birra ha poi riposato in botti che avevano contenuto per dieci anni il whiskey della Eastside Distilling. 
Nel bicchiere si presenta quasi nera, la schiuma è cremosa e compatta ed ha buona ritenzione. L’aroma non è molto intenso ma con un po’ d’attenzione si trova tutto quello di cui si ha bisogno: caffè, tostature, legno, accenni di vaniglia e cioccolato, whiskey, un filo di fumo, un tocco di carne. Il corpo non è molto ingombrante e non si ci sono particolari morbidezze o coccole per quel che riguarda il mouthfeel: il suo scorrere è comunque gradevole e privo di asperità. La  bevuta è perfettamente bilanciata: whiskey, frutta sotto spirito, melassa e caramello bruciato, vaniglia e cioccolato iniziano un percorso che poi vira con delicatezza verso l’amaro del caffè e  del torrefatto. Un accenno d’affumicato introduce un bel finale caldo di bourbon che riesce a scaldare senza far male. Non è ovviamente una birra dalla bassa gradazione alcolica ma è evidente la mano educata del birraio che l’ha prodotta, coerente con la filosofia del birrificio: equilibrio e bilanciamento prima di tutto. Non è un’imperial stout che urla ma che parla - forse  - col cuore: bisogna avere la pazienza e la voglia d’ascoltarla, perché ha cose interessanti da raccontare. Se vi  aspettate qualcosa di sfacciato o di potente resterete probabilmente un po’ delusi; anche il carattere barrel-aged è piuttosto delicato. L’ispirazione è senz’altro più vicina al Regno Unito che agli Stati Uniti: per me è una birra molto riuscita, pulita ed intensa, credo mai più replicata.
Formato 47,5 cl., alc. 11.5%, IBU 75 (?), lotto 18/11/2018, prezzo indicativo 8.00-9.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 18 maggio 2020

Lervig / Evil Twin Big Ass Money Stout 2


Qualche anno fa la birra artigianale era caratterizzata dalla moda dello  “strano”: si trattava di produrre birra aggiungendo gli ingredienti più improbabili e inusuali. Trovare burro d’arachidi, marshmallow, cocco o sciroppo d’acero in un birra non era più una notizia e ovviamente quando tutti “lo fanno strano” è necessario alzare l’asticella per farsi notare ed urlare più forte degli altri. Nelle birre iniziarono a finirci spaghetti, hot dog e hamburger, pancetta, aragoste, testicoli e cervelli di animali: ingredienti che hanno chiaramente esaurito in fretta il loro effetto sorpresa, forse neppure il tempo di una one-shot, e che oggi sono stati sostituiti dai più rassicuranti frutta e dolci (Milkshake IPA, Pastry Stout). 
Nel 2015 eravamo in pieno delirio dello strano e Lervig ed Evil Twin diedero il loro contributo alla causa: si trattava curiosamente di un birrificio norvegese guidato da un americano, Mike Murphy, e da una beerfirm americana fondata da un danese, Jeppe Jarnit-Bjergsø.  Murphy ricorda: “Jeppe è pazzo e l’idea era di fare qualcosa di stupido assieme. Mi chiese quale fosse la specialità gastronomica norvegese e io gli dissi che la gente mangiava moltissima pizza surgelata della Grandiosa. Cinque milioni di norvegesi mangiano circa 40 milioni di pizze surgelate all’anno. Lui mi chiese ‘ma che cos’altro hanno in abbondanza?’ e io gli dissi ‘i norvegesi hanno un sacco di soldi!’. La pizza surgelata non è terribile, ma se io avessi tutti quei soldi li spenderei in altre cose”. 
Pizza e soldi furono dunque per essere gli ingredienti scelti per fare un po’ di clamore attorno ad una delle tante potenti imperial stout (17.5%) che verrà prodotta in Norvegia sugli impianti di Lervig. La pizza nella birra a dire il vero non è una novità: nel 2006 ci aveva pensato Tom Seefurth della Pizza Beer Company a “inventare” la Mamma Mia! Pizza Beer; non ho invece trovato notizie sull’utilizzo dei soldi. Alla fine di ottobre 2014 in Norvegia si mise in produzione la Big Ass Money Stout: “ho utilizzato una Corona Norvegese per ogni litro, in totale 6.000 corone, circa 600 euro. Poi ho aggiunto un paio di pizze surgelate della Grandiosa al prosciutto e peperoni. L’obiettivo non era tanto quello di far sentire il gusto pizza ma di scherzare un po’ sulla cultura; anche se qualcuno si è sentito offeso credo di aver portato alla luce il “problema” della pizza surgelata che hanno i norvegesi. I luppoli si usano in  dry-hopping per ottenere profumi di luppolo fresco; ci chiedevamo se fosse accaduto lo stesso anche con i soldi e se si sarebbe sentito il loro odore”.

La birra.
La Big Ass Money Stout è stata poi replicata nel 2017 in Norvegia e poi nel 2018 negli Stati Uniti sugli impianti della Westbrook, birrificio al quale Evil Twin appalta quasi tutte le birre scure. La gradazione alcolica è variata leggermente di volta in volta: questa Big Ass Money Stout 2 del 2017 è  arrivata al 16%.

Nel bicchiere è completamente nera e la sua viscosità è evidente alla vista, non bisogna nemmeno assaggiarla; si forma poca schiuma che scompare quasi subito. Per fortuna non c’è traccia di pizza o soldi, i profumi sono quelli di una imperial stout massiccia  che ovviamente sacrifica un po’ la finezza: uvetta, prugna, dark fruits, note terrose, di tabacco e di cenere, melassa e liquirizia, più di un richiamo ai vini fortificati. Al palato è masticabile; corpo pieno, poche bollicine, densa e viscosa, morbida, altro non consente che il lento sorseggiare. La bevuta è tutt’altro che impervia: la gradazione alcolica è difficile da celare ma in questo caso è tenuta al guinzaglio con successo. C’è tanta frutta sotto spirito, melassa, liquirizia, fruit cake e un finale in crescendo nel quale ricordi di porto sono accompagnati da lievi accenni di cioccolato fondente, caffè e tostato. Non sono certo eleganza, precisione e finezza le doti da chiedere ad un pachiderma: la Big Ass Money Stout è una birra ingombrante ma soddisfacente, intensa, calda e suadente. Dietro alla fuffa del marketing c'è una sostanza piuttosto classica: imperial stout molto alcolica, tanta frutta sotto spirito, tostature e caffè che gioco forza rimangono confinate molto nello retrovie. Pensate alle grandi stout che produce Bruery o alla World Wide Stout di Dogfish: non le berreste tutti giorni ma occasionalmente ci si passa volentieri una serata assieme.
Formato 33 cl., alc. 16%, imbott. 04/04/2017, scad. 04/04/2027, prezzo indicartivo 8 euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 6 maggio 2020

Ritual LAB / Voodoo Papa Nero


Il 2020 del birrificio laziale Ritual Lab è iniziato col botto, in particolare quello del concorso di Unionbirrai che lo scorso febbraio a Rimini lo ha incoronato Birrificio dell’Anno. Primo posto nelle rispettive categorie per la Modern Pale Ale Head Space, la Oatmeal Stout Black Belt e l’Imperial Stout Papa Nero, menzione d’onore per la Double IPA Too Nerdy e la Session IPA Nerd Choice. Un meritatissimo riconoscimento a coronamento di un percorso iniziato nel 2014: Ritual Lab è oggi un punto di riferimento nella scena italiana quando di parla di birre luppolate ma non solo, come mostrano i risultati del concorso. 
La vetrina del festival internazionale Eurhop di Roma è come sempre una ghiotta occasione per realizzare qualche birra collaborativa con i birrifici che vi prendono parte: i frutti del lavoro collegati all’edizione 2019 sono stati raccolti dopo qualche settimana  con la Gose al melograno concepita con gli svedesi di  Wizard Brewing e poi con Freya, ottima Double IPA realizzata con Stigbergets e O/O Brewing. 
Ma i beergeeks e i semplici appassionati italiani sono rimasti soprattutto colpiti dalle immagini pubblicate sui social media di Ritual nella giornata dell’8 ottobre: In sala cottura a Fornello erano infatti presenti emissari del birrificio della Pennsylvania Voodoo, anch’essi ospiti di Eurhop,  per quella che veniva definita una “esperienza unica di birrificazione estrema”. Di Voodoo Brewing, fondato nel 2007 da Matt Allyn e ceduto nel 2016 ai propri dipendenti vi avevo parlato in questa occasione: le imperial stout barricate Black Magic e Grande Negro hanno portato hype mettendolo sulla lista dei desideri dei beergeeks americani e di tutto il mondo.  In Italia lo stile imperial stout è ancora ristretto ad una piccola cerchia di aficionados: la loro produzione impegna l’impianto per più tempo, i birrai le fanno occasionalmente, forse non amano troppo berle e anche per questo il livello qualitativo non ha mai raggiunto l’eccellenza. Nell’ultimo anno si sono comunque visti grandi miglioramenti da parte di qualche birrificio. 
Ritual Lab non aveva mai prodotto un’imperial stout e cimentarsi per la prima volta con l’affiancamento dei “maestri” di Voodoo è stata un’esperienza da ricordare, come racconta il birraio Giovanni Faenza al sito Mybeerpassion: “ci hanno passato un metodo totalmente nuovo di lavorare! Momenti davvero stimolanti per un birraio. La ricetta è massiccia, 1900 kg di malto per 2000 litri di mosto! 32.5 gradi plato di partenza che regalano dopo una fermentazione vigorosa 13,5% gradi alcolici, lasciando però un importante contenuto di zuccheri non fermentescibili che le donano la tanto ricercata masticabilità che la caratterizza! In aggiunta un 3% di maltodestrine ad amplificare ulteriormente  il mouthfeel”. 
La birra è stata messa in vendita subito dopo il weekend della premiazione di Birraio dell’Anno, ovvero a partire dallo scorso 20 gennaio. Inevitabile pensarla anche in qualche versione Barrel Aged: a quanto mi dicono botti ex-bourbon ed ex-cognac sono già state riempite, ci vorrà ancora un po’ di pazienza.

La birra.
Papa Nero: questo il nome scelto per la prima imperial stout di Ritual Lab che fa sfoggio della solita splendida etichetta. (Nota per il birrificio: a quando una bella linea di merchandising e magliette?). Il suo arrivo ha creato anche nella nostra comunità di birrofili un po’ di hype, per quanto sia imprudente pronunciare questa parola riferendosi alla scena italiana. 
  Il suo vestito è assolutamente nero ma il suo aspetto non è inappuntabile: la schiuma è piuttosto modesta ed ha una persistenza solo discreta. L’aroma non è esplosivo ma è comunque degno di nota: fondi di caffè, tabacco, liquirizia, caramello bruciato, tostature, accenni di cioccolato fondente. Il corpo è davvero pieno (forse il primo caso in Italia?) e densissimo ma le bollicine, benché contenute, sono inizialmente un po’ troppo pungenti e ne deteriorano un po’ la morbidezza. E’ comunque sufficiente lasciare un po’ la birra nel bicchiere (cosa peraltro inevitabile, considerata la gradazione alcolica) per sistemare le cose.  E’ un Papa Nero ma dolce, con un percorso di bevuta ricco di caramello, frutta sotto spirito e liquirizia: tostature e caffè, molto contenute, arrivano solo nel finale assieme a qualche suggestione di cioccolato fondente e fruit cake. L’alcool è molto ben controllato: anche se è una birra che fa serata, riuscirete a finire di sorseggiarla prima del previsto. 
Quando si  collabora con un nome importante internazionale che nello stile raggiunge l’eccellenza si creano inevitabilmente delle aspettative piuttosto elevate, soprattutto quando il prezzo del biglietto è molto salato. Parliamo di circa 30 euro al litro per un’imperial stout ceralaccata e laboriosa da fare che non ha però subìto nessun passaggio in botte: con più di qualche euro in meno si riescono a reperire imperial stout americane di livello eccezionale. Nella valutazione a 360 gradi di un prodotto anche questo è un fattore che va considerato.  
Papa Nero è intensa e ricca ma migliorabile per quel che riguarda eleganza, profondità e lunghezza: per il mio gusto personale un maggior carattere torreffato/tostato le gioverebbe molto, ad esempio come quello che possiede la Big Black Voodoo Daddy. Il Papa Nero è tra le migliori imperial  stout italiane, è quella che s’avvicina maggiormente alla scuola americana ma vi sono ancora delle imperfezioni da limare. Ci dev’essere obiettività anche nel patriottismo.
Formato 33 cl., alc. 13.5%, lotto L69, scad. 11/2022, prezzo indicativo 10-12 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 29 aprile 2020

Destihl Privyet Russian Imperial Stout


Nel Natale del 1995 Matt Potts riceve in regalo dalla moglie Lyn un kit per homebrewing: è l’inizio di un hobby che andrà ad occupare tutto il suo tempo libero dalla propria attività di avvocato nel settore immobiliare. Amici e conoscenti apprezzano le sue produzioni casalinghe che vengono consumate in grandi quantità in feste nella sua casa nella campagna dell’Illinois. La passione e la confidenza nelle proprie capacità di fare la birra aumentano al punto che nel 1997 Potts acquista all’asta con alcuni soci un edificio in disuso e v’installa un impianto di  seconda mano proveniente da un birrificio fallito di Portland, Oregon: senza aver mai lavorato in un birrificio e senza aver mai seguito nessun corso professionale, nel dicembre 2001 apre le porte del brewpub Elmwood Brewing nell’omonima sperduta cittadina dell’Illinois. 
Spostiamoci ora a Normal, sempre Illinois, 200 chilometri a sud-est di Chicago: 50.000 abitanti, quasi la metà quali studenti che risiedono nel campus dell’Illinois State University.  Qui nel 2005 si sta progettando la realizzazione di una grossa area commerciale chiamata Shoppes at College Hills ed a Potts viene offerta l’opportunità di replicare il brewpub in un contesto dal potenziale maggiore:   lo seguono nell’avventura i soci Troy Nelson (ristorazione), Laurie Nelson e Jason Bratcher (amministrazione e finanza). Prima di trasferirsi definitivamente con la famiglia a Normal per l’inaugurazione del 23 novembre 2007 Potts trova anche il tempo di seguire un corso per la produzione della birra al Siebel Institute di Chicago dove s’innamora delle birre acide belghe. 
Il momento non è dei più favorevoli, la crisi finanziaria del 2007-2009 picchia duro ma Desthil Restaurant & Brew Works, questo il nome scelto, riesce a sopravvivere e ad aprire nel 2011 un secondo brewpub a Champaign, un centinaio di chilometri a sud-est. Il 2011 è anche l’anno in cui lo sconosciuto brewpub Desthil decide di partecipare per la prima volta al Great American Beer Festival: Potts porta con se dieci birre, sei delle quali sono acide fermentate e maturate in legno. A quel tempo non vi erano molti produttori che si cimentavano nello stile, lo stand di questo sconosciuto birrificio al festival viene preso d’assalto e per Desthil arriva la notorietà nella scena craft americana.  C’è un piccolo problema: produce solo fusti, non confeziona nulla e chi vuole assaggiare le birre deve per forza recarsi in Illinois. 
A marzo 2013 in un magazzino a Bloomington (Illinois) Desthil inaugura il primo impianto dedicato al confezionamento: per i primi mesi d’attività la produzione è esclusivamente destinata ad alimentare quelle botti che dopo un anno o più d’attesa restituiranno quelle birre acide che il pubblico vuole bere. La capacità produttiva di Desthil sale da 1.200 a 30.000 ettolitri barili all’anno: Potts prevede di saturarla in una decina d’anni ma nel giugno 2016 iniziano già i lavori per la costruzione di un nuovo stabilimento a Normal. Un investimento da 15 milioni di dollari per un edificio da 4500 metri quadri che ospita un impianto da 70 ettolitri destinato alle birre “standard”, una sour kettle da 280 ettolitri ed un impiantino pilota da 11 ettolitri; in cantina ci sono oltre 600 tra botti e foudres di legno.  Il nuovo sito produttivo, che sostituisce quello di Bloomington, potrà arrivare sino a 180.000 ettolitri all’anno: ciò ha consentito a Desthil di espandere la propria distribuzione in 30 stati americani ed occasionalmente anche al continente europeo. Chi volesse provare le birre in loco può recarsi al brewpub originale di Normal o alla Beer Hall adiacente al birrificio, tutti dotati di ristorante con cucina americana-contemporanea; il brewpub di Champaign dovrebbe essere invece chiuso proprio in questi giorni e riaprire in una nuova location.

La birra.
Privyet (“ciao”, in russo) è il nome scelto per la base utilizzata per la realizzazione della Dosvidanya, un'imperial  stout invecchiata in botti di bourbon che portò a Destihl la medaglia di bronzo al Great American Beer Festival del 2015.  Dosvidanya fu prodotta per la prima volta nel 2008 al brewpub di Normal:  era nata in occasione di una festa d’addio ad un dipendente del birrificio che aveva deciso di cambiare lavoro. 
La base Privyet è realizzata con malti 2-row, chocolate, black, caramel 120, munich, victory, extra special, orzo tostato, frumento,  lolle di riso (rice hulls) ed è disponibile nel periodo che va da ottobre a dicembre. Non è nera ma poco ci manca: la schiuma è cremosa, abbastanza compatta ma piuttosto rapida a collassare nel bicchiere.  L’aroma è quello giusto ma poco intenso e piuttosto “chiuso”, forse anche per colpa dei due anni passati dalla messa in lattina: tostature, fondi di caffè, accenni di melassa e liquirizia, fruit cake. Ma da qui in poi è tutto un crescendo, a partire da un mouthfeel sorprendentemente denso per una birra prodotta nel Midwest americano: corpo pieno, consistenza quasi masticabile, poche bollicine. E la bevuta è per “uomini duri”, di quelle che picchiano subito con tostature, torrefatto e un amaro ulteriormente potenziato da una generosa luppolatura resinosa. C’è anche posto per tabacco, cenere ed una necessaria controparte dolce che richiama melassa, fudge e frutta sotto spirito. L’alcool fa una bella progressione che sfocia in un finale piuttosto caldo che riscalda e rincuora. Bevuta densa, potente, intensa: non è un manifesto di finezza ma incarna perfettamente il prototipo di American Imperial Stout. Ottima.
Formato 35,5 cl., alc. 11.4%, IBU 80, lotto 04/12/2018, prezzo indicativo 5,00--6,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 22 aprile 2020

Adroit Theory Dia De Los Muertos Port Barrel (Ghost 706)


Adroit significa “abile e veloce nel modo di pensare e di agire”: questo è il nome scelto da Mark Osborne e dalla moglie Christina per il loro birrificio localizzato a Purcellville, Loudoun County, Virginia. Mark s’innamora della birra ai tempi del college mentre sta studiando all’estero, in Irlanda, dove scorrono fiumi di Guinness. Rientrato negli Stati Uniti non riesce più a bere quelle “fizzy yellow beer” che dominano il mercato: fortunatamente in Virginia e sulla East Coast non mancano le alternative “craft”.  Mark e Nina diventano poi titolari di un’impresa di tinteggiature, la Manor Works Painting, ma nei weekend visitano regolarmente birrifici ed iniziano a pensare di averne uno tutto loro.  Alla fine del 2011 viene fondato Adroit Theory che, con un nano impianto da appena 60 litri, era in quel momento il più piccolo produttore di tutta la Virginia: per quasi tre anni si va avanti a piccoli lotti sperimentali che vengono distribuiti soprattutto tra amici e conoscenti.
Il birrificio vero e proprio, con relativa taproom, apre le porte nel 2014 in un magazzino di 200 metri quadri: una sorta di speakeasy, nessun insegna, niente riscaldamento in inverno o aria condizionata in estate. Fusti, growlers e bottiglie (a mano) vengono vendute solo attraverso la taproom. 
In sala cottura c’è il birraio Greg Skotzko: a lui il compito di seguire le indicazioni di Mark e di elaborare delle ricette coerenti con le sue idee che vanno oltre la semplice birra. In Virginia ci sono tanti birrifici che fanno ottime birre, ma nessuno si stava spingendo oltre i limiti, nessuno pensava a birre sperimentali o aggressive. Sin dal primo giorno abbiamo deciso di non fare le stesse cose che tutti gli altri birrifici stavano facendo, e mi riferisco anche alle etichette o ai nomi delle birre”.   
Per farsi notare in un mercato craft sempre più affollato Osborne decide di sfruttare il suo amore per la musica e di creare un legame con la birra attraverso nomi e grafiche accattivanti. Il riferimento principale sono i Nine Inch Nails: le tre birre con le quali Adroit debutta sono un tributo al gruppo di Trent Reznor. B/A/Y/S (Black As Your Soul) è un’imperial stout che prende il nome da una frase del testo di Head Like A Hole;  l’imperial IPA  G/I/A/A (God Is An American) è invece un estratto dal testo del brano di Bowie “I’m Afraid of Americans”, poi remixato da Reznor. T/P/D (The Perfect Drug) è una saison chiamata esattamente come il singolo dei NIN pubblicato nel 1997. Ma non finisce qui: la strategia commerciale adottata da Adroit è quella di produrre in continuazione nuove birre per invitare la gente a tornare alla taproom ogni settimana a provare qualcosa di diverso. Ogni lotto, diverso dal precedente, viene catalogato con un codice simile a quello utilizzato dalle etichette musicali per la pubblicazione di dischi e CD: il codice alfanumerico scelto?  GHOST001, 002, etc.,  un altro riferimento diretto ai Nine Inch Nails
L’utilizzo dell’iconografia esoterica o che rimanda alla musica metal non è certo una novità per quel che riguarda la birra: tra i vari tentativi quello di Adroit è comunque ben riuscito e d'effetto. Dice Osborne: “io realizzo qualche bozza e poi lavoro con otto-nove grafici diversi, a  seconda del progetto. E’ fondamentale trovare la persona giusta alla quale affidare il concetto da sviluppare. Le nostre grafiche sono oscure e misteriose, mi piace che la gente le guardi e provi a decifrarle ma non mi focalizzerei troppo su quest’aspetto. Dopotutto si tratta di birra e prima di tutto dev’essere buona. Ma voglio anche che sia bella e artistica, come quando da ragazzo andavo nel negozio di dischi: si compra anche con gli occhi. Personalmente ho acquistato tantissimi dischi perché avevano una copertina e un libretto stupendo, e questo è quello che cerco di fare con le birre”. 
Il birrificio si dichiara specializzato in Hazy IPA, Sour alla frutta, Pastry Stouts e invecchiamenti in botte: praticamente tutto quello che i beergeeks amano bere oggi, ma non avere un nucleo fisso di birre e sperimentare di continuo comporta inevitabilmente qualche scivolone. I bevitori sembrano comunque apprezzare e Adroit inizia ad appoggiarsi ad impianti terzi, soprattutto quello della Old Bust Head in Viriginia, per aumentare la quantità e portare le proprie etichette anche al di fuori della propria area grazie alla Monarch Distribution gestita dalla moglie di Mark. Nei primi tre anni di attività Adroit produce 600 diverse birre,  o meglio sarebbe dire variazioni di alcune. Nel 2017 la coppia vende la propria impresa di tinteggiatura per concentrarsi a tempo pieno sul birrificio che nel frattempo si è dotato di un impianto più capiente da 10 barili; Bryan Younger sostituisce Skotzko in sala cottura. Anche la taproom viene abbellita e resa più confortevole: ci sono circa sedici spine ed una selezione di bottiglie e lattine. Non c’è cucina ma si possono addentare degli snack confezionati: occasionalmente è presente qualche food truck, in alternativa potete portarvi il cibo da casa o farvelo consegnare.

La birra.
Quando fu messa in commercio per la prima volta la Dia De Los Muertos diventò subito la birra di Adroit che andò esaurita più rapidamente e che fu più apprezzata dai beer-raters: alla Adroit, molto attiva sui social networks, ci tengono a farcelo sapere. La imperial  stout “base” (13%) ha poi originato una vasta serie di varianti barricate e non, spesso prodotte in poche centinaia di esemplari. Non è facile identificarle anche perché le varie versioni hanno tutte lo stesso nome e la stessa etichetta che si differenzia solamente per il colore della scritta. Quella che mi appresto a stappare oggi dovrebbe essere il lotto “Ghost 706” (informazione non riportata sulla bottiglia) imbottigliato a gennaio 2019: imperial stout  (13.7%) invecchiata in botti che avevano precedentemente contenuto del Porto.  Ne sono state prodotte solamente 300 bottiglie. 
Si presenta di colore prossimo al nero, la schiuma è cremosa, compatta ed ha una buona persistenza. Orzo tostato, fudge, caramello, accenni di caffè e di legno, un tocco di vaniglia: il bouquet è piuttosto intenso e abbastanza elegante, pur con margini di miglioramento. In bocca è leggermente oleosa e c’è inizialmente qualche bollicina in eccesso a non renderla esattamente morbida da sorseggiare: per fortuna migliora col passare del tempo. La bevuta è ricca di caramello, uvetta e prugna disidratata, frutta sotto spirito e fudge: non c’è quasi traccia d’amaro e l’alcool risulta fondamentale nell’attenuare una birra che rischierebbe di risultare troppo dolce. Il finale è l’unico momento nel quale mi parte d’avvertire tracce del liquido precedentemente ospitato nelle botti ma devo essere onesto: non avrei mai pensato al Porto se non l’avessi saputo. Il percorso termina con qualche strascico di cioccolato, di cenere e d’affumicato: una birra potente, dal contenuto alcolico importante (13.7%)  ma non una montagna da scalare: piuttosto una collina. Pulita e ben fatta, si sorseggia con calma senza troppe soste: livello piuttosto buono ma, per quel che riguarda profondità e finezza siamo ancora lontani dall’olimpo.
Formato 65 cl., alc. 13.7%, IBU 60, imbott. 25/01/2019, nr. 65/300, prezzo indicativo 15,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.