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lunedì 6 aprile 2020

Belgio, correva l'anno 2010: Rochefort Trappistes 8, St. Bernardus Abt 12, Struise Pannepot 2010, Cantillon Gueuze


Premessa: il 90% della birra va bevuta fresca ma se proprio volete provare a metterne qualcuna in cantina la tradizione belga è quella che forse meglio si presta agli esperimenti. Dark Strong Ales e Gueuze/Lambic possono regalare belle soddisfazioni anche dopo molti anni: alcune migliorano, altre diventano semplicemente diverse e non necessariamente più buone. Personalmente preferisco queste due categorie di birre con qualche anno sulle spalle ma sono gusti personali. Gli invecchiamenti più estremi meritano invece un discorso a parte: non c’è nessuna birra che meriti dieci anni d’attesa per poter essere bevuta al culmine del potenziale. Io la vedo come un gioco, un esperimento, un soddisfare la propria curiosità. 
Avevo in mente da un po’ di tempo stappare qualche birra belga dopo dieci anni dalla messa in bottiglia. L’emergenza Coronavirus ha reso un po’ più difficile accedere alla birra fresca e ho quindi sfruttato l’occasione per alleggerire un po’ la cantina. Ecco la prima parte del racconto delle bevute; visto che le birre “fresche” sono già comparse sul blog in altre occasioni mi limiterò alle note di degustazione rimandandovi al link originale per le informazioni più generali sulla birra stessa. Tutte le birre sono state conservate al buio ad una temperatura variabile tra una media di 5-10 gradi in inverno e di 20 in estate, con qualche picco di 25 negli anni più torridi.

Rochefort Trappistes 8 2010 (9.2%)
L’aspetto è molto bello per la sua età: tonaca di frate, riflessi rubino, schiuma ancora generosa, spumeggiante e compatta. Al naso sono svanite le spezie tipiche del lievito di casa Rochefort e dominano gli esteri fruttati, in verità un po’ sparati e molto sciropposi: mela, ciliegia, persino fragola e frutti di bosco. Al palato è ancora ben carbonata e non ci sono grossi cedimenti di corpo. La bevuta è molto più bilanciata rispetto all’aroma: biscotto, caramello, uvetta, datteri e ciliegia, bei richiami di Porto e, nel finale, di frutta secca a guscio. Qualche nota cartonata non rovina una birra che è invecchiata con dignità, soprattutto in bocca, e che si beve con piacere: l’alcool è ben nascosto e si fa sentire solo nel finale. Qui l'avevo bevuta dopo "solo" tre anni e m'aveva fatto un'ottima impressione.
Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: 7/10.


St. Bernardus Abt 12 2010 (10%)
La più trappista tra le non trappiste (LINK) sembra essersi schiarita col tempo: ambrata, torbida, schiuma ancora sorprendentemente generosa e compatta. Tra le varie componenti il naso è quello che è invecchiato peggio: mela, pera, frutta secca, sciroppone di ciliegia, qualche nota di polvere/sughero gentilmente donatale dal tappo. Le bollicine sono ancora ben presenti ma il corpo mostra qualche segno di cedimento: caramello, uvetta, frutta secca e ciliegia disegnano una bevuta molto più equilibrata rispetto al l’aroma. L’ossidazione le ha portato dei piacevoli spunti di vino liquoroso ma anche un’astringenza finale cartonata poco gradevole: per fortuna si riprende in fretta con un piacevole retrogusto di prugna e uvetta sotto spirito. L’età non sembra averle donato molta saggezza/complessità: i tratti positivi e negativi si equivalgono anche se il naso è quello che ha “sofferto” di più. A quattro anni mi sembrava molto meglio.
Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: 6/10. 

Struise Pannepot (10%)
L’etichetta indica il millesimo 2010 ma credo sia stata commercializzata l’anno successivo. Avrà quindi nove o dieci anni? Poco importa, i millesimi in casa Struise vanno sempre presi con le molle. Visivamente è quella che ha sofferto maggiormente: poca schiuma che scompare quasi subito, color ebano scuro. Ma che bel naso! Porto, marsala, melassa, frutti di bosco, prugna disidratata, marmellata di more, accenni di cioccolato. In bocca non ci sono grossi cedimenti: è ancora morbida, ben carbonata, dal corpo medio. Il gusto ricalca l’aroma con buona precisione: è una birra ricca di note marsalate e di vino fortificato, calda ed avvolgente. Annoto una lieve astringenza finale (bustina di tè/cartone) ma è un dettaglio che non rovina una bella festa. Sono forse gli Struise che oggi purtroppo non ci sono più e che procedono tra alti e bassi: difficile chiedere ad una Pannepot d’invecchiare e di emozionare meglio. Qui il confronto con un vintage di sei anni,
Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: 8/10. 

Cantillon Gueuze 2010 (5%)
Quella che prevedevo essere la miglior bottiglia di questo lotto non ha deluso le aspettative. La Gueuze 100% Lambic Bio "base" di Cantillon si veste come una giovincella: oro antico, leggermente velato e schiuma generosa e compatta, dalla buona persistenza. Legno, polvere, cantina, pelle di salame, uvaspina, mela verde, limone, accenni di ananas e frutta a pasta gialla, qualche sbuffo acetico. Serve altro? Sfido chiunque ad indovinarne l’età in un assaggio alla cieca: bollicine ancora vivaci, corpo medio, nessun cedimento. La bevuta ricalca fedelmente l’aroma: la parte sour è sostenuta da un bel sottofondo dolce di ananas e frutta a pasta gialla, la componente acetica è fortunatamente molto contenuta. Chiude secca, funky e legnosa, con un delicato e morbido warming etilico: emozionante, profonda, complessa ma semplice da bere.
Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: 9/10. 

Riassumendo: benissimo Cantillon, piacevole sorpresa Struise, niente di ché Rochefort e St. Bernardus. Tutte tranne forse Cantillon hanno già superato il loro picco e avrei potuto/dovuto berle qualche anno prima. Ma non è una grossa scoperta dire che gueuze e lambic giocano un campionato a parte: se sia valsa la pena aspettarla dieci anni, piuttosto che cinque, è una domanda alla quale non ho risposta.

Nel dettaglio (i prezzi si riferiscono al momento dell’acquisto)
Rochefort Trappistes 8, 33 cl., alc. 9,2%, scad. 22/07/2015, pagata 2.89 € (supermercato)
St. Bernardus Abt 12, 75 cl., alc. 10,5%, scad. 06/2015, pagata 5,60 € (drink store)
Struise Pannepot 2010, 33 cl., alc. 10%, lotto A, scad. 02/2016, pagata 3,20 € (beershop)
Cantillon Gueuze, alc. 5%, 75 cl., lotto  17/03/2010, scad. 12/2030, pagata 7,90 € (drink store)

martedì 17 marzo 2020

Struise Ypres Reserva 2011


Ypres (frances), Yper (fiammingo), Ieper (olandese): questa cittadina belga nelle Fiandre Occidentali iniziò a prosperare nel dodicesimo secolo come centro per la produzione ed il commercio dei tessuti, grazie anche alla propria posizione strategica sulla strada che collegava Bruges a Lille e sul fiume Yser. I battelli lo risalivano per portare in città la lana dalla costa, dove venivano  allevate le pecore. Il suo coinvolgimento in numerose guerre (Francia, Inghilterra) e la peste nera del 1347 misero fine alla sua prosperità. 
Ypres tornò ad essere tristemente famosa nel corso della prima guerra mondiale. Nell’ottobre del 1914, nel tentativo di fermare la corsa delle truppe tedesche verso il mare,  l’esercito belga decise di inondare le campagne aprendo le chiuse marine di Nieuwpoort: Ypres divenne allora l’ultimo caposaldo dell’esercito inglese prima del fango e delle paludi e teatro di quattro devastanti battaglie. Le seconda battaglia di Ypres  (aprile-maggio 1915) divenne tristemente famosa per l’utilizzo di gas asfissianti a base di cloro: il gas mostarda, poi rinominato Iprite. Un tentativo tecnologico per sfuggire all’immobilità della trincea: il gas colpiva polmoni ed occhi causando problemi respiratori e cecità; essendo più denso dell'aria tendeva a raccogliersi sul fondo delle trincee, forzando gli occupanti ad abbandonarle. I sopravvissuti fuggirono in massa dalle trincee: anche l’esercito tedesco fu sorpreso dall’efficacia del gas e non disponeva di un numero di truppe sufficiente per sfruttare l’occasione. Il vento soffiava in favore dei tedeschi e quindi una vera e propria ritirata non sarebbe servita a molto: gli alleati decisero allora di avanzare usando come primitive maschere dei fazzoletti imbevuti di urina (l'ammoniaca in essa contenuta neutralizzava il cloro) e riuscirono a ripristinare il fronte. 
La terza battaglia di Ypres (luglio 1917) si svolse in un clima perennemente piovoso che ridusse l’intera zona ad un paesaggio lunare e spettrale; moltissimi soldati furono vittima del fango e degli elementi naturali avversi, ancor prima delle mitragliatrici e dei cannoni. L’ultima battaglia, quella che lasciò Ypres completamente distrutta, si svolse tra marzo ed aprile del 1918: le campagne circostanti ospitarono 170 cimiteri militati e ci vollero quarant’anni per ricostruirla completamente.


La birra.
Sono quindici i chilometri di strada che separano il birrificio De Struise da Ypres: alla cittadina teatro di sanguinose battaglie, la cui devastazione è raffigurata in etichetta, “gli struzzi” dedicano una FOB, acronimo che sta per Flemish Oud Bruin. La sua prima edizione (7% ABV, 2009) venne messa in vendita nel 2013 dopo due anni d’invecchiamento in botti di Borgogna e due in botti di bourbon (Wild Turkey). 
Io vi parlerò invece della Ypres Reserva 2011, commercializzata nel 2014 dopo quattro anni passati in botti ex-Bourgogne. Il suo vestito è di color ebano scuro accesso da profonde venature rosso rubino; la schiuma, cremosa e compatta, ha ottima persistenza. Al naso emergono note acetiche, di frutti rossi come ribes e marasca; c’è una bella controparte dolce che richiama l’aceto balsamico, la ciliegia sciroppata. Il bouquet si completa con accenni di vinosi, di legno e  di “cantina umida”.  Ottima e morbida la sensazione palatale: corpo medio, avvolgente, consistenza leggermente oleosa: è forse la Oud Bruin più densa (prendete questo aggettivo con le pinze) che mi sia mai capitato d’assaggiare. La bevuta parte dolce è ricca di ciliegia e frutti di bosco sciroppati, vino marsalato e aceto balsamico, mentre la controparte richiama di nuovo note acetiche, l’asprezza dei frutti rossi. Annoto anche delle suggestioni effimere di vaniglia e cioccolato, un bel carattere legnoso e una bella secchezza finale, accompagnato dal lieve amaro dei tannini.  Una birra quasi rinfrescante che sembra poi smentire sé stessa con retrogusto tiepido donato da un alcool che sino ad allora si era nascosto. 
E’ un bel percorso questa Ypres degli Struise: profondo, intenso, bilanciato: c’è inverso qualche spigolo acetico di troppo ma è un piccolo sacrificio che vale la pena fare.
Formato 33 cl., alc. 8%, IBU 20, lotto 692951132011, imbott. 09/2014, scad. 15/09/2019.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 14 dicembre 2017

Struise XXXX Quadrupel 2013

Birrificio De Struise e Quadrupel/Belgian Strong Dark Ale: un mondo piuttosto variegato e ambiguo che parte dalla serie delle PannepotPannepøt (Pannepeut) e arriva a quello delle St. Amatus e delle XXX o XXXX.  Meglio non farsi troppe domande e concentrarsi su quello che c’è nel bicchiere, spesso di ottima qualità. 
Nel 2012 gli Struise, che ancora producevano la maggior parte delle loro birre presso gli impianti della Deca di Oostvleteren, misero in commercio una quadrupel “scura”, chiamata appunto St. Amatus (10.5%) e una “chiara” che nelle loro intenzioni era chiamata XXX Quadrupel (12%). Il disegnatore grafico che stava assemblando l’etichetta pensò che la parola Quadrupel non andasse d’accordo con le tre X e, pensando in un errore, cambiò di sua iniziativa il nome in XXX Tripel e mandò tutto in stampa. Le prime bottiglie uscirono quindi con il nome XXX Tripel, e così si continuò sino ad esaurimento scorta etichette. 
Un'altra versione della storia  (perché quando si parla di birrai belgi non c’è niente di scontato) raccontata da Carlo Grootaert parla invece di una Quadrupel che sugli impianti della Deca risultò essere di colore più chiaro rispetto a quanto voluto: da qui la decisione di chiamarla XXX Tripel. Il nome fu cambiato in XXXX Quadrupel nel momento in cui gli Struise iniziarono a produrla sui propri impianti, rendendola più scura.
Per ricapitolare, XXX Tripel e XXXX Quadrupel (e XXX Rogge Tripel) sono la stessa identica birra "alla segale", anche nelle immancabili versioni barricate chiamate XXX Reserva, XXX Rye Quad Reserva, XXXX Quadrupel Reserva. Sino al 2013 le X sono state tre, a partire dal 2014 – bottiglie messe in commercio come “millesimo 2015” è stata aggiunta la quarta. Confusi? Meglio berci sopra.

La birra.
All’aspetto è di un ambrato piuttosto carico con intense venature rossastre ma un po’ sporcato da un’abbondante flocculazione; la schiuma è cremosa e compatta ma non particolarmente generosa o persistente. Il naso è dolce e caldo, ricco di caramello e biscotto, zucchero candito e uvetta, fico, prugna, qualche accenno di mela al forno. Il corpo di questa XXXX è medio ma dal punto di vista tattile risulta molto più viscosa e ingombrante di una classica Quadrupel/Belgian Dark Strong Ale belga: il risultato è morbido e avvolgente, molto gratificante per il palato. Con passo compassato, la bevuta procede sullo stesso percorso con uguale pulizia e intensità, l’alcool si fa sentire senza esagerare elargendo coccole ad ogni sorso. La bevuta è dolce ma termina con una secchezza quasi sorprendente che “asciuga” benissimo il palato , senza amaro. Il retrogusto è lungo e caldo, ricco di frutta sotto spirito. 
Una birra ancora molto potente e solida nonostante siano passati ormai quattro anni dalla messa in bottiglia: non c’è forse molta complessità o  profondità ma l’alcool è splendidamente amalgamato con i sapori, riuscendo a regalare qualche suggestione di vino fortificato. Un’ottima compagna con la quale passare una bella serata. 
Formato 33 cl., alc. 12%, IBU 41, lotto 100506142013, scad. 30/05/2019, prezzo indicativo 5.50-7.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 9 novembre 2017

DALLA CANTINA: Struise Cuvée Delphine 2011

Non è facile orientarsi tra i millesimi che il birrificio De Struise riporta in etichetta, soprattutto se si tratta di birre invecchiate in botte. L’anno non corrisponde quasi mai a quello della messa in commercio ma a quello in cui è stata effettuata la cotta e la successiva messa in botte. Spulciando in cantina leggo che la Struise Ypres Reserva 2011 è stata imbottigliata a settembre 2014, stessa data per la Cuvée Delphine 2012; la Pannepot Grand Reserva 2010 a novembre 2014, la Pannepot Grand Reserva 2011 a marzo 2016 mentre la Blue Monk Special Reserve 2013 ad ottobre 2013. Alla fine del 2016 è arrivata la  Cuvée Delphine Oscar 2015 (in bottiglie da 75 cl., due passaggi in botte diversi) mentre poche settimane fa (quindi 2017) è arrivata la  Cuvée Delphine 2015 nel solito formato da 33 cl.
Potete solo ipotizzare che lasso di tempo trascorso dal millesimo in etichetta a quello della data d’imbottigliamento sia corrispondente alla durata dell’invecchiamento in botte: possibile che la Pannepot Grand Reserva 2011 abbia passato quasi cinque anni in botte prima di essere messa in bottiglia a marzo 2016? Poco probabile. Siamo in Belgio e stiamo parlando di birra, quindi mai fidarsi delle apparenze: anche le etichette costano e quindi conviene utilizzarle anche “fuori annata” piuttosto che buttarle via e stamparne delle nuove. 
Detto questo, oggi dalla cantina riesumo una bottiglia di Cuvée Delphine, versione barricata (bourbon Four Roses) dell’imperial stout Black Albert; la sua storia l’avevo raccontata qui.  In origine la si voleva chiamare Four Black Roses ma dalla distilleria del  Kentucky che aveva gentilmente fornito le botti non arrivarono dei segnali incoraggianti ad utilizzarlo.  Gli Struise decisero allora di optare per Cuvée Delphine in onore di quella Delphine Boël che da anni cerca di far valere le sue ragioni e farsi riconoscere come figlia dal re Alberto II, a cui era stata invece dedicata la Black Albert; gli ultimi aggiornamenti della vicenda giudiziaria non sembrano essere favorevoli alle richieste di Delphine.

La birra.
Con tutti i se ed i ma del caso, seguendo la regola dei 24 mesi d’invecchiamento, direi che la Cuvée Delphine 2011 sia stata messa in commercio nel 2013; a quel tempo l’etichetta non riportava la data d’imbottigliamento ma solo il lotto di produzione, ovvero 271515062011. La riesumo dalla cantina per vedere se i quattro anni passati al buio e al fresco le hanno fatto bene. Interessante sarà il confronto con la Cuvée Delphine 2012 bevuta qualche tempo fa ad un anno dalla messa in bottiglia.
Il tempo ha influito sicuramente sulla schiuma, cremosa e abbastanza compatta ma di dimensioni piuttosto contenute rispetto allo splendore di una versione giovane. L’aroma è pulito e intenso, marcatamente dolce e ricco di melassa, caramello brunito, bourbon, uvetta e prugna sotto spirito, qualche nota di legno e di carne. Manca forse un po’ di complessità e di profondità. Ha retto invece benissimo il mouthfeel: corpo pieno, poche bollicine, una consistenza ancora viscosissima, masticabile e avvolgente, una coltre nera sostenuta da una decisa componente etilica che riscalda con il vigore del bourbon senza arrivare mai a bruciare. Al gusto le tostature si sono affievolite e il dolce è ancora più evidente: uvetta e prugna, ciliegia sotto spirito, melassa, fruit cake; nel finale spunta anche una curiosa nota salina, un tocco legnoso, un amaro molto delicato di tostature e caffè. Una breve intermezzo prima del lunghissimo retrogusto ricco di bourbon e frutta sotto spirito. 
Birra che ha sicuramente superato il suo picco ed ha intrapreso – senza fretta - la fase calante, spostandosi un po’ troppo sul dolce nonostante il bourbon sia ancora in grado di contrastarlo. La bevuta rimane potente ed intensa, meno complessa rispetto ad una Delphine più giovane ma sempre di alto livello; a quattro anni dalla nascita la Cuvée Delphine 2011 è ancora quella compagna di una fredda serata d’inverno che immaginavate prima di stapparla.
Formato: 33 cl., alc. 13%, lotto 271515062011, scad. 12/2017.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 19 aprile 2017

Struise Blue Monk Special Reserve (Vintage 2013)

Mike Shatzel è uno dei protagonisti della scena craft di Buffalo, la seconda città più popolosa dello stato di New York: sin da bambino ha iniziato ad aiutare i propri genitori nei bar di proprietà della famiglia, dapprima come semplice lavapiatti. Nel 1998, terminati gli studi a San Diego, Shatzel ritorna a Buffalo per gestire il locale Cole’s: “dopo un paio d’anni arrivò un venditore a proporci la birra artigianale. Il primo fusto che ordinai fu la Sawtooth Ale di Left Hand e la settimana dopo mi portarono la  IPA di Harpoon: a quel tempo neppure sapevo che cosa fosse una IPA. Ma tutto iniziò davvero a prendere piede con la Sierra Nevada Pale Ale, della quale io stesso divenni un fan. Arrivarono anche le birre di Stone e gradualmente passammo da 18 a 24 e poi a 30 spine: mio padre ed i miei colleghi pensavano che io fossi impazzito, ma mi ero innamorato della craft beer. Nel 2007 andai con un amico ad Amsterdam a vedere i Black Crowesricorda - scoprimmo questo bar chiamato Gollem che aveva tutte le birre trappiste; m’innamorai dell’atmosfera di quel locale e mi venne subito voglia di aprirne uno simile a Buffalo. Ritornato negli Stati Uniti iniziai subito a cercare la location giusta, che trovai nel quartiere di Elmood;  venni a sapere che il proprietario era il padre di Kevin Brinkworth, un mio vecchio amico d’infanzia. Diventammo soci ed  inaugurammo nel 2010 il Blue Monk Cafè, focalizzato soprattutto sulla tradizione belga: il locale cambiò per sempre la scena di Buffalo, ne divenne un punto di riferimento, iniziammo ad ospitare numerosi birrai che arrivavano anche da molto lontano. Per quasi sei anni io e Kevin lo gestimmo con successo, eravamo amici da sempre ma come partner commerciali non eravamo molto compatibili".
Il 16 aprile 2016 il Blue Monk di Buffalo ha chiuso i battenti proprio a causa delle divergenze di vedute tra i sue soci: Mike spera di poterlo un giorno riaprire, magari dopo aver vinto la causa legale attualmente in atto per l’utilizzo del nome. Nel frattempo la famiglia Shatzel continua a gestire il ristorante Cole’s  a Buffalo e Mike, assieme ad alcuni soci, i locali Moor Pat nel sobborgo di Williamsville,  l’ABV - Allen Burger Venture ad Allentown e ha da poco inaugurato con il socio Rocco Termini il brewpub Thin Man Brewery nel quartiere di Elmood, a pochi isolati da dove un tempo si trovava il Blue Monk.

La birra.
Tutto questo che cosa c’entra con la bevuta di oggi?  Nel ottobre 2015 ad un festival organizzato in Florida da Shelton Brothers, importatore americano di molti birrifici belgi, Mike Shatzel incontra Urban Coutteau degli Struise. “Mi presentai per dirgli che le sue birre riscuotevano un ottimo successo nel mio locale - racconta Shatzel - e gli allungai un biglietto da visita del Blue Monk”.  “Fu come un’illuminazione – ricorda Urban -  su quel biglietto c’era la mano di un monaco, colorata di blu, che faceva il gesto dell’assoluzione. Io nel 2013 avevo fatto una birra che avevo chiamato Blue Monk e che da allora era ferma ad invecchiare in botti di vino rosso dello Château Haut Breton Larigaudière di Margaux, Francia. Di solito noi invecchiamo le birre per un anno, ma quella era ancora nelle botti perché non avevamo ancora trovato l’etichetta giusta. Feci una rapida ricerca in internet e rimasi ancora più sorpreso: Mike stava promuovendo da anni la birra belga di qualità, come un ambasciatore. Era troppo bello per essere vero, e gli chiesi se potevo usare il logo del suo locale come etichetta per la mia birra. Era come chiedere a qualcuno di prestarti il suo bene più prezioso, ma lui rispose subito di sì, che potevo fare quello che volevo. Tornato in Belgio, mostrai ai miei soci il biglietto da visita del Blue Monk e tutti furono d’accordo con me: Mike nominato ambasciatore degli Struise per l’anno 2016”. 
La Blue Monk degli Struise è una quadrupel (Sint Amatus?) che è stata prodotta ad ottobre 2013 ed imbottigliata nel gennaio 2016 dopo aver quindi passato poco più di due anni in botti di vino rosso.  I primi fusti sono disponibili per l’assaggio presso il birrificio degli Struise dagli ultimi mesi del 2015; le bottiglie arrivano a febbraio 2016 in Europa e qualche mese più tardi anche negli Stati Uniti. Per ironia della sorte, il locale Blue Monk di Buffalo ha già chiuso al momento del debutto ufficiale della birra sul territorio americano. 
Nel bicchiere si presenta di color ebano scuro con intensi riflessi rosso rubino; la schiuma, cremosa e abbastanza compatta, non è troppo generosa e abbastanza rapida nel dissolversi. Si parte da un aroma piuttosto complesso ed interessante: ci sono le caratteristiche di una quadrupel (uvetta, prugna, zucchero candito) alle quale s’affianca un netto carattere vinoso. In sottofondo un tocco d’affumicato, poi legno, tabacco, carne ed una remota suggestione di cioccolato. L’eleganza non è la caratteristica principale ma è comunque un bouquet aromatico piuttosto interessante e molto piacevole. La sensazione palatale è secondo me perfetta: corpo tra il medio e il pieno, poche bollicine, consistenza che trova un mirabile equilibrio tra morbidezza, presenza tattile e scorrevolezza tipica della tradizione belga. Al palato incontriamo biscotto, caramello, zucchero candito, prugna e uvetta; quella che sembrerebbe una quadrupel “normale” si porta però dietro un netto carattere vinoso, note di legno e di frutti di bosco, d’affumicato. L’alcool è presente e scalda senza mai andare oltre le righe, la chiusura è sorprendentemente secca e introduce un lunghissimo retrogusto caldo e vinoso, ricco di frutta sotto spirito e qualche accenno di tostatura (pane? Frutta secca?). 
Quadrupel ricca e complessa, avvolgente, appagante: il suo dolce è molto ben bilanciato dall’alcool, da una lieve asprezza vinosa e da una buona attenuazione. Più intensa che elegante, ma comunque un’ottima birra da sorseggiare in tutta tranquillità che personalmente colloco tra i lavori meglio riusciti che gli Struise hanno sformato negli ultimi anni. E ad un prezzo ancora affrontabile.
Nel dettaglio: formato 33 cl., lotto 12/10/2013, imbott. 15/01/2016, scad. 11/01/2029, prezzo indicativo 5,50-6,50 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 10 dicembre 2016

DALLA CANTINA: Struise / Stillwater Outblack 2011

Eccoci ad un altro appuntamento con la rubrica "Dalla Cantinadedicata al vintage, alle birre che hanno superato la loro data di scadenza, a quelle dimenticate in cantina... appunto. Ancora una volta il protagonista è il birrificio belga De Struise, con un altra delle loro robuste Belgian Strong Dark Ales che ben si prestano ad essere conservate per molti anni.
Outblack è una collaborazione datata 2011 con la beerfirm americana Stillwater Artisanal Ales: da notare che a quel tempo anche gli Struise erano una beerfim che produceva presso gli impianti della Deca di Woesten Vleteren. I lavori di ristrutturazione dei locali di una scuola di Oostvleteren a pochi chilometri dall'abbazia di St. Sixtus/Westvleteren stavano per essere terminati e gli impianti produttivi di proprietà stavano per essere finalmente messi in funzione. 
A fine 2010 Urbain Coutteau, Carlo Grootaert e l'americano Brian Strumke si recano alla Deca per produrre la Outblack: come l'etichetta riporta, "ci sono voluti 29 giorni per sviluppare la ricetta, 12 ore per realizzarla, 44 minuti per assaggiare questo gioiello e 2.8 secondi per vedere un sorriso apparire sui nostri volti". La Outblack viene descritta commercialmente come "una Belgian Strong Ale sposata ad uno stile giovane ma molto potente, le Black IPA": difficile dire a cinque anni dalla messa in bottiglia se fosse effettivamente quello il risultato ottenuto. Il giorno successivo della cotta Strumke rimase alla Deca a realizzare la propria strong ale Jaded

La birra.
Non ci sono molte notizie sugli ingredienti utilizzati: in aggiunta a luppolo e malti, l'etichetta cita anche avena, frumento e segale. Nel bicchiere si presenta di color ebano scuro, opaco: forma un discreto cappello di schiuma nocciola cremoso e compatto, dalla buona persistenza. Al naso l'intensità è buona, con un apporto molto positivo dato dal passare del tempo: netti i profumi di vino liquoroso, di porto, liquirizia, uvetta e prugne disidratate, zucchero candido, cuoio/pelle. Con un corpo tra il medio ed il pieno, al palato è morbida ed avvolgente, oleosa, con una carbonazione media. La ricchezza del gusto ricorda in alcuni tratti la Pannepot degli Struise: biscotto, zucchero candito, liquirizia, prugna e uvetta, caramello brunito. Il risultato è simile a quello di un vino liquoroso che scalda ma si sorseggia senza grosse difficoltà; la bevuta dolce è bilanciata da un sorprendente finale quasi rinfrescante, con la generosa luppolatura (di un tempo) che ancora ripulisce bene il palato con una nota amaricante che ricorda il rabarbaro e la china, e il pensiero vola in direzione del barolo chinato. 
La Outblack ha retto piuttosto bene ai cinque anni di cantina virando positivamente nel territorio del  vino marsalato e fortificato; gli aspetti negativi dovuti all'età (cartone bagnato, salsa di soia al naso) sono davvero ridotti ai minimi termini e quasi impercettibili. Il risultato è una birra avvolgente e calda, pulita e potente, solida, perfetta da gustare in tutta tranquillità dopocena. 
Fomato: 33 cl. alc. 10%, lotto 01/01/2011, scad. 01/02/2016, pagata 4.60 Euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 26 novembre 2016

DALLA CANTINA: Struise Pannepot Reserva 2009

Ritorna sul blog dopo un'ingiustificata assenza la rubrica "Dalla Cantina" dedicata al vintage, alle birre che hanno superato la loro data di scadenza, alle birre dimenticate in cantina: chiamatele come più vi piace.    Gli episodi precedenti li trovate qui. Ritorno oggi a parlare del birrificio belga De Struise, del quale qui trovate la storia e qui trovate le birre.  
Il terzo appuntamento con la cantina si collega direttamente al primo,  del quale era protagonista la Pannepot; parliamo infatti oggi della sua versione invecchiata per 14 mesi in botti di rovere francese e denominata Pannepot Reserva. Molto affascinante la storia di questa bier diek raccontata in modo esemplare da Alberto Laschi: la Pannepot prende il suo nome dalla tipica barca che i pescatori di De Panne utilizzavano ogni giorno per navigare il freddo Mare del Nord nei primi anni del '900. A casa, le loro mogli, producevano una birra scura e la conservavano in cantina dentro a piccole botti, dalle quali veniva  "prelevata per essere versata in contenitori di acciaio fatti precedentemente arroventare sul fuoco.  Questa birra senza nome, piatta, arricchita a volte con tuorli d’uova e irrobustita dall’uso non morigerato di zucchero di canna, una volta che entrava in contatto con le pareti arroventate del contenitore di acciaio si caramellizava quasi all’istante, assumendo una caratterizzazione “spessa” e una consistenza altrettanto pronunciata. Perfetta per riscaldare i corpi e lo spirito dei marinai agghiacciati dall’inclemenza del Mare del Nord.". Con la Pannepot gli Struise omaggiano De Panne: quello che un tempo era un piccolo borgo di pescatori vicino al confine francese  oggi, dune escluse, è purtroppo soltanto una delle tante località balneari belghe con lunghe schiere di anonimi condomini rivolti su di una grande spiaggia sabbiosa.

La birra.
Pannepot Reserva 2009: l'anno fa sempre riferimento alla produzione della birra prima della messa in botte. Dopo l'invecchiamento di quattordici mesi in botti di rovere francese avviene l'imbottigliamento, in questo caso datato 2011.
La fotografia al solito la rende molto più scura di quanto non sia nelle realtà: il suo colore è un torbido tonaca di frate, mentre la schiuma beige chiaro è cremosa e abbastanza compatta, benché dalla limitata persistenza. L'aroma è intenso e ricco: fruit cake, pane nero, zucchero a velo, biscotto inzuppato d'alcool, forse pan di spagna. Uvetta, prugne disidratate e datteri vengono accompagnati da note legnose; all'innalzarsi della temperatura qualche nota ossidata (cartone bagnato) ci ricorda che è una birra in bottiglia da cinque anni. In bocca è avvolgente nel suo gusto ricco di frutta sotto spirito che richiama in toto l'aroma e riscalda morbidamente tutto il palato. Le tostature, il caffè e la liquirizia che trovereste più in evidenza in una Pannepot giovane qui sono solo un leggero ricordo che accompagna il dolce del pan di spagna, del caramello e del fruit cake. Corpo tra il medio e il pieno, poche bollicine, morbida e oleosa in bocca, si sorseggia con grande facilità e soddisfazione. Nel finale spuntano accenni di vino liquoroso e di legno a chiudere una bevuta dolce ma ben attenuata e stemperata dal alcool: il retrogusto è lunghissimo e caldo di frutta sotto spirito. 
Sua maestà Pannepot si beve sempre con enorme soddisfazione: certo, anche al palato mostra in alcuni passaggi le inevitabili ossidazioni del tempo ma è ancora una birra potente ed elegante capace di regalare splendidi dopocena, riscaldandoli. Una di quelle birre che, in qualsiasi delle sue declinazioni (versione base, Reserva o Grand Reserva) non dovrebbero mai mancare in nessuna cantina.
Formato: 33 cl., alc. 10%, lotto 32253728050711, scad. 16/08/2016.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 24 ottobre 2015

DALLA CANTINA: Struise Pannepot 2009

Inauguro oggi un nuovo appuntamento, chiamato "dalla cantina" e dedicato al "vintage", a birre invecchiate che hanno passato qualche anno in cantina, a volte forse anche più del dovuto. Non è certo un segreto che la birra nove volte su dieci vada bevuta fresca, ma ci sono delle eccezioni ovvero birre che invece possono sopportare qualche o diversi anni d'invecchiamento, sviluppando gradevoli profumi e sapori. A voi scegliere se andare sul sicuro e mettere in cantina quelle birre già note per il loro potenziale "vintage", oppure rischiare con qualche altra bottiglia meno nota e sperare nella sorte.
La prima birra ad essere riesumata dalla cantina è quasi una certezza, la Pannepot del birrificio De Struise, che era già apparsa sul blog nella sua versione Grand Reserva, e nella variante chiamata Pannepeut. Si tratta di una massiccia Strong Dark Ale la cui storia la trovate descritta in maniera impeccabile qui: prodotta da Carlo Grootaert  e Urbain Coutteau per la prima volta nel 2005, la Pannepot prende il suo nome dalla tipica barca che i pescatori di De Panne utilizzavano ogni giorno per navigare il freddo Mare del Nord nei primi anni del '900. A casa, le loro mogli, producevano una birra scura e la conservavano in cantina dentro a piccole botti, dalle quali veniva  "prelevata per essere versata in contenitori di acciaio fatti precedentemente arroventare sul fuoco.  Questa birra senza nome, piatta, arricchita a volte con tuorli d’uova e irrobustita dall’uso non morigerato di zucchero di canna, una volta che entrava in contatto con le pareti arroventate del contenitore di acciaio si caramellizava quasi all’istante, assumendo una caratterizzazione “spessa” e una consistenza altrettanto pronunciata. Perfetta per riscaldare i corpi e lo spirito dei marinai agghiacciati dall’inclemenza del Mare del Nord.". Con la Pannepot gli Struise omaggiano De Panne, quello che un tempo era un piccolo borgo di pescatori vicino al confine francese e oggi, dune escluse, è purtroppo soltanto una delle tante località balneari sulla costa belga caratterizzata da infinite schiere di anonimi condomini rivolti su di una grande spiaggia sabbiosa.
Pannepot anno 2009, Strong Dark Ale che si dice essere speziata con coriandolo, timo, cannella, e buccia d’arancia dolce; a quel tempo gli Struise erano solo una beerfirm e veniva prodotta presso gli impianti della Deca di Woesten. 
Si veste di color marrone scurissimo, illuminato solamente da qualche riflesso ambrato; la schiuma beige non è particolarmente generosa ma rimane cremosa e compatta, anche se la sua persistenza è piuttosto limitata. L'aroma è ancora molto intenso e ricco di pane nero, prugna disidratata, uvetta e datteri, frutti di bosco, caramello, melassa e zucchero candito. I quasi 6 anni passati in cantina hanno provocato una lieve ossidazione che regala delle belle note di vino liquoroso, di porto; sono invece fortunatamente piuttosto lievi le caratteristiche negative, ovvero l'odore di cartone bagnato. La corrispondenza tra gusto e aroma è pressoché totale: la Pannepot restituisce anche al palato le note dolci di porto e di vino liquoroso, l'uvetta sotto spirito e la prugna disidratata, il caramello, i frutti di bosco. La presenza etilica è importante ma non va mai oltre il dovuto, consentendo di sorseggiare la birra in tutta tranquillità senza nessuno sforzo. Il corpo è ovviamente meno denso rispetto ad una bottiglia giovane, oscillando tra il medio ed il pieno, con poche bollicine; la sensazione palatale è comunque ottima, una birra molto morbida che scende avvolgendo il palato, ancora potente. Non c'è molta complessità (le spezie sono ovviamente già svanite) ma rimangono pulizia e tanta sostanza: pochi elementi sono sufficienti a garantire una bevuta ricca di soddisfazioni, impreziosita dalle note liquorose. Ancora lievi e del tutto "sopportabili" le conseguenza negative dell'ossidazione, come quella nota di cartone bagnato a fine bevuta che viene comunque subito assorbita dall'alcool, fondamentale anche nel bilanciare la dolcezza della birra. Mettetela nel bicchiere e gustatevela some se fosse un porto o un liquore per riscaldarvi in una serata d'autunno o d'inverno.
Resta da rispondere alla domanda che bisognerebbe porsi dopo aver aperto ogni "vintage": vale la pena aspettare sei anni per berla?  La risposta è "ni": personalmente non amo le Strong Dark Ales belghe molto giovani, e preferisco sempre aspettare un po' prima di berle. La Pannepot è già ottima  e "perfetta" dopo 2-3 anni dall'imbottigliamento, avendo già smussato le irrequietezze della gioventù; mancano ancora le note liquorose dovute all'ossidazione, ma è una birra così intensa e così piena di sapori che non ne sentirete la mancanza. E' una birra che regge comunque bene il tempo, e che potrebbe restare in cantina tranquillamente per qualche altro anno senza che l'ossidazione le doni più difetti che pregi.
Formato: 33 cl., alc. 10%, lotto D, scad. 30/09/2015.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 11 ottobre 2015

Struise Aestatis

Il già ampio catalogo del birrificio belga De Struise, guidato da Carlo Grootaert e Urbain Coutteau, viene arricchito nella primavera del 2015 da un'ulteriore novità. La birra viene realizzata in collaborazione con il Monk's Cafè di Stoccolma, un brewpub con una serie di bar e locali disseminati nella capitale svedese e da tempo "partner" commerciale degli Struise. Per il Monk's il birrificio aveva già prodotto la Svea IPA, e assieme al Monks gli Struise inaugurarono nel settembre 2013 il loro bar a Stoccolma, all'interno del Monks Whisky Paradise in Munkbron 15. 
La Scandinavia e la Svezia in particolare sono uno dei mercati che "gli Struzzi" hanno particolarmente a cuore e dove le loro (spesso molto alcoliche) produzioni vengono apprezzate. Non è quindi una sorpresa che dalla collaborazione con il proprio partner svedese nasca un'assurda "Imperial Saison" con un ABV dell'11% e chiamata con un bel po' di ironia Aestatis, ovvero "estate". Vero che le Saison erano le birre che i contadini ed i braccianti bevevano in quella stagione dell'anno per dissetarsi e rinfrescarsi durante le dure giornate di lavoro: ma si trattava per ovvi motivi di birre dal basso contenuto alcolico che dovevano sostituire l'acqua, spesso ritenuta poco salubre.
Bottiglia di Aestatis ("Vintage 2015" in etichetta) che si presenta nel bicchiere di colore ambrato velato, con qualche riflesso arancio; la schiuma è abbastanza fine e cremosa, compatta, ed ha una buona persistenza. L'aroma è quasi sfacciato e butta nella mischia un carico importante di dolce frutta tropicale (papaia, mango), pesca, arancia e fragola; l'impressione non è esattamente quella di frutta fresca ma piuttosto di sciroppo, di marmellata, di canditi. La schiuma regala sentori floreali, i malti quelli di biscotto mentre l'alcool porta il suo benvenuto anche al naso; in questo caso l'opulenza non viaggia a pari passo con l'eleganza. 
E' sufficiente il primo sorso a mettere le cose in chiaro: al dispetto del nome "estivo", questa è una birra che riscalda e che va sorseggiata con calma. Il corpo è medio, mentre la sua consistenza oleosa e leggermente viscosa al palato non si sposa bene con la vivace carbonazione. Il gusto è piuttosto dolce e zuccherino, ricco della stessa frutta dell'aroma nella forma dei canditi, della marmellata e dello sciroppo, con note biscottate e, lievissime, di caramello; a contrastarlo ci sono una leggera acidità, un discreto calore etilico e una chiusura amara (erbacea, terrosa) che si limita al ruolo di sparring partner senza ambizioni di protagonismo. L'attenuazione è tutto sommato buona, se si considera la gradazione alcolica, e concede al palato quei pochi istanti di riposo necessari per poi assaporare il lungo retrogusto dolce di frutta sotto spirito nel quale l'alcool, benché morbido e non "bruciante" si fa comunque sentire parecchio. Del carattere rustico e "ruspante" di una saison non v'è ovviamente traccia,  con l'espressività del lievito che viene completamente oscurata da quel "tanto", da quel "troppo" che costituisce la spina dorsale di questa Aestatis. 
Una birra molto intensa ma altrettanto noiosa ed inutile, nel senso che non aggiunge nulla a quanto già fatto dagli Struise: se volete qualcosa di molto alcolico da sorseggiare con calma dopocena per scaldarvi ci sono  già Pannepot e Black Albert, nelle loro innumerevoli declinazioni, che svolgono alla perfezione il compito.
Formato: 33 cl., alc. 11%, IBU 59, lotto 130391214, scad. 21/06/2020, pagata 3.20 Euro (drink store, Belgio).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 28 settembre 2015

Struise Cuvée Delphine (Vintage 2012)

La storia della Cuvée Delphine del birrificio belga De Struise ve l’avevo in buona parte raccontata in occasione della bevuta della Black Albert. Ricapitoliamo:  l'Ebenezer's Restaurant & Pub di Lovell (Maine, USA), è uno dei templi della birra americana con trentacinque spine ed un impressionante selezione in bottiglia che conta un migliaio di etichette, con ampia selezione vintage. E’ gestito dal 2004 da  Jen e Chris Lively che, nel 2007, contattano gli “amici” Struise per avere una birra speciale da   offrire durante l'annuale Belgian Beer Festival; nasce così la Black Albert, una massiccia “Belgian Royal Stout” (13%) prodotta utilizzando solamente ingredienti belgi e così chiamata in onore di Alberto II, sesto re belga. La birra riscuote un ottimo successo e, terminato il festival, Chris Lively ha l’idea di metterne un po’ ad invecchiare per un anno in botti ex-bourbon; l’esperimento riesce piuttosto bene e tutti i clienti dell’Ebenezer apprezzano molto il risultato. 
L’operazione è ovviamente replicata in Belgio dagli Struise, che riescono a reperire diverse botti ex-bourbon Four Roses; l’idea iniziale è di chiamare la birra “Four Black Roses”, ma dalla distilleria del  Kentucky non arrivano dei segnali incoraggianti ad utilizzare il loro nome. Con una buona dose d’ironia, gli Struise decidono allora di chiamare la birra Cuvée Delphine, in onore di  Delphine Boël, figlia della baronessa Sybille de Selys Longchamps e - si dice -  figlia illegittima di Alberto II. Fu il libro scritto da Mario Danneels  “Paola, van 'la dolce vita' tot koningin” (biografia non autorizzata  di Paola Ruffo di Calabria, moglie di Alberto II)  ad insinuare per la prima volta nel 1999 l’esistenza di una figlia illegittima di colui che a quel tempo era il Re del Belgio. La casa reale ha ovviamente sempre negato ma nel 2013 la Boël ha citato in tribunale il Re e i suoi due figli (in quanto il Re è protetto dell’immunità) per essere riconosciuta attraverso la prova del DNA; nello stesso anno Alberto II ha abdicato al trono e la Boël ha ritirato la prima denuncia per farne una nuova, questa volta solamente all'ex Re, ora non più immune. Il procedimento giudiziario è ancora in corso. 
Delphine Boël è anche artista ed ha accettato di realizzare l’etichetta della birra degli Struise, che si compone dell’eloquente scritta “la verità ti renderà libero”.  La prima versione di Cuvée Delphine è datata 2009 con un ABV uguale a quello della Black Albert (13%); l’ultima, imbottigliata a settembre 2014, è la “Vintage 2012”, ad indicare che il tempo passato in botte è stato superiore ai 12 mesi. Il contenuto alcolico è sceso all’11%.
Maestosa, altezzosa e "regale" nel bicchiere, Cuvée Delphine manifesta la propria opulenza anche all'apparenza: assolutamente nera, sormontata da una cremosissima e compatta schiuma color cappuccino, sorprendentemente generosa considerando la gradazione alcolica della birra ed il passaggio in botte. Sin da lontano si può avvertire il suo profumo dolce di bourbon, zucchero di canna, vaniglia, fruit cake, uvetta e prugna, caffè, liquirizia, legno. L'intensità non viaggia forse a pari passo con l'eleganza, ma è un aroma che invita ad portare subito il bicchiere alle labbra: piena, poche bollicine, morbidissima e vellutata, avvolge il palato con una coltre che è tuttavia di densità inferiore rispetto a quella del "genitore" Black Albert. Passano in rassegna, o in parata, bourbon, vaniglia, caramello bruciato, cioccolato fondente, melassa, miele, uvetta e prugna sotto spirito, frutta secca e qualche lieve sentore di cenere. L'ottima pulizia rende abbastanza facile descriverne la complessità: ne risulta un birra estrema ma piuttosto equilibrata tra le sue componenti, con la partenza dolce (bourbon, ma non solo) che viene equilibrata dal calore etilico, dalle tostature e dal caffè. L'alcool scalda senza mai bruciare, e la bevuta non risulta troppo impegnativa: è chiaramente una birra da sorseggiare in tutta tranquillità prendendosi tutto il tempo necessario per assaporarne il sontuoso e lunghissimo retrogusto nel quale il bourbon abbraccia il caffè, il cioccolato amaro e, idealmente, chi ha il bicchiere in mano.
In sintesi: prendi un'ottima birra (la Black Albert), mettila dentro ad una botte e difficilmente sbaglierai; non a caso ne esistono ormai quasi infinite varianti, alcune davvero troppo esose: la Cuvée Delphine mi sembra quella che per rapporto qualità prezzo vale senz'altro la pena di andare a cercare. L'ultima nata (40% ABV) è la "BAOS - Black Albert on steroids", ottenuta tramite il processo della "distillazione a freddo" ed invecchiata due anni in botti di bourbon. 
Formato: 33 cl., alc. 11%, ABV 72, lotto 90100142012, imbott. 09/2014, scad. 15/09/2019, pagata 4.60 Euro (beershop, Belgio).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 10 aprile 2014

Struise Black Damnation IV Coffee Club

Per parlare della birra di oggi mi tocca ritornare a questo post di un paio di mesi fa; Black Albert, sontuosa Imperial Stout prodotta dai belgi di De Struise; una birra molto ben riuscita della quale gli Struise intravedono il potenziale (anche economico) e la mettono al centro di un progetto biennale (chiamato Black Damnation) che prevede la realizzazione di dodici diverse varianti. Si va dai più ovvi e semplici invecchiamenti in botte ai blend con altre imperial stout (soprattutto  di De Molen) a versioni estremamente alcoliche (22 e 39%). Il progetto è evidentemente andato bel oltre le intenzioni, visto che al momento Ratebeer riporta ben ventidue diverse edizioni di Black Damnation; a voi l'opzione di impersonare un vero beergeek e provarne quante più possibili, con un notevole esborso economico.
Nel bicchiere c'è ora la Black Damnation IV - Coffee Club, che invecchia per 6 mesi in botti che hanno ospitato rum e, come il nome sembra suggerire, forse riceve una qualche aggiunta di caffè ? Bottiglia prodotta nel 2011, minaccioso teschio in etichetta e birra che si presenta assolutamente nera come la "mamma" Black Albert; la schiuma è marrone scuro, compatta e cremosa, ed ha un'ottima persistenza. 
Al naso il rum è abbastanza netto, con sentori di legno umido e, più leggeri, di vaniglia, amaretto e salsa di soia. L'intensità è buona, ma niente a che vedere con la ricchezza e la complessità della Black Albert. Decisamente meglio in bocca, dove ritrovo quel sontuoso "mouthfeel" caratteristico della Black Albert: corpo pieno, pochissime bollicine, una consistenza cremosa, vellutata, morbidissima e quasi "masticabile", che avvolge tutto il palato. Ci sono caffè, tostature, cioccolato amaro, fruit cake e rum; molta frutta sotto spirito (uvetta, prugna) ed in secondo piano delle sfumature di cuoio e di tabacco, ma anche una lieve nota salmastra. Il gusto è decisamente dolce, con una po' di amaro (caffè e tostature) che s'affaccia brevemente solo nel finale; le manca un po' quella lieve acidità finale che aveva la Black Albert, necessaria per alleggerire un attimo l'intensità della (dolce) bevuta. Qui il sorseggiare è ugualmente appagante ma procede forse un po' più lentamente; chiude lunghissima, con un caldo retrogusto di caffè, prugna sottospirito e rum. Una ben riuscita variazione alla Black Albert, della quale ne ripropone praticamente tutti gli elementi aggiungendo delle interessanti sfumature (rum) che mettono maggiormente in evidenza la componente etilica; potente ma morbida,  con l'unico aspetto un po' deludente che è quello dell''aroma.
Non si trova in negozio molto spesso; in questi ultimi mesi ho visto arrivare in Italia le nuove bottiglie da 75 cl., vendute a 30 Euro e dintorni. Al di là del prezzo, è una scelta di formato abbastanza incomprensibile, per una birra molto sostanziosa che si beve senza grossa difficoltà ma che risulta già ampiamente sufficiente per il consumo individuale nel formato da 33.
Formato: 33 cl., alc. 13%, lotto 4634011011, scad. 29/12/2016, pagata 6.50 Euro (beershop, Italia).

martedì 25 marzo 2014

Struise Sint Amatus 12 2010

E' un'aggiunta abbastanza recente nel catalogo De Struise, questa Sint Amatus 12; viene infatti alla luce nel 2012, come una specie di tributo alle proprie radici, quel paese di Oostvleteren (l'unico in Belgio) che ha come patrono Sint Amatus o, in francese, Saint Aimé. Trattasi di un monaco nato a Grenoble intorno al 560- 570, che entrò da giovane nel monastero di Saint Maurice d'Agaune, in Svizzera, e divenne - pare - vescovo di Sion. Nella sua vita fondò due monasteri in Francia prima di ritirarsi a vivere gli ultimi anni della sua vita in una sorta di pozzo all'interno di una grotta, da eremita, nutrendosi solamente di quello che i suoi fratelli calavano dall'alto con l'aiuto di una corda. 
La birra nasce nel periodo (2009) in cui gli Struise, ancora senza impianto proprio, stavano programmando la costruzione del proprio birrificio; una birra benaugurante, o una sorta di "voto" per far sì che tutto andasse bene. Ma quel "12" posto proprio dopo il nome della birra fa inevitabilmente pensare alla "12" per eccellenza, a quella Westvleteren che viene prodotta a pochissimi chilometri di distanza di Oostvleteren.
L'etichetta  non passa certamente inosservata, nella sua dissacrante bruttezza; disegnata dallo Struise Carlo Grootaert, sembra sia nata come sarcastica reazione alla critica ricevuta da un giornalista canadese che aveva definito gli Struise come "un gruppo di bastardi dediti all'autopromozione". I birrai decidono allora di raffigurarsi come dei veri e propri santi, in una sorta di icona religiosa che vede Peter a sinistra, Urbain in alto nelle vesti di dio, Carlo al centro come una sorta di patriarca e Phil alla sua sinistra. Non cercherò di decifrare l'iconografia dell'etichetta ed i simboli in essa contenuti, come il ramo di ulivo (simbolo della pace), il libro delle scritture e quelle tre dita alzate dal "santo" a sinistra che alludono al dogma della Trinità.
Meglio berci sopra, con questa Quadrupel (o Belgian Strong Ale, se non si vuole considerare le "Quad" come uno stile) che viene invecchiata in botti di bourbon di Labrot & Graham provenienti dal le distillerie Woodford Reserve, Kentucky, USA. 
Vintage 2010, quindi si tratta di uno dei primi lotti prodotti dagli Struise. E' di un bellissimo color marrone scuro, con splendide ed intense sfumature rossastre; la schiuma è ancora in ottima forma, biancastra, abbastanza fine e cremosa, con una buona persistenza. Anche l'aroma è ancora forte, con una ricca presenza di frutta secca (uvetta, fichi, datteri), prugna sotto spirito, zucchero candito, marzapane, amaretto ed anche qualche lieve nota metallica. E' una birra che ti fa immediatamente domandare dove sia finito il contenuto alcolico (10.5%) dichiarato in etichetta: corpo più verso il medio che il pieno, pochissime bollicine, è morbida in bocca e si sorseggia con sorprendente facilità. Dopo quattro anni non ci sono praticamente segni di ossidazione, mentre il gusto è spiccatamente dolce e ricco di frutta che richiama l'aroma: datteri, uvetta e prugna. Ci sono anche note di biscotto speziato, fruit cake ed un finale lievemente astringente, con una punta amara di radice. Ben lontana dalla complessità delle migliori "quadrupel" (purtroppo non riesco a evitare il paragone con la Rochefort 10)  è una birra molto dolce che sembra addirittura "troppo" leggera rispetto all'alcool che dovrebbe portare in dote; manca quel calore etilico che ti aspetteresti di trovare un sottofondo, quelle fondamenta sulle quali si posano poi tutti gli altri elementi. Un po' di tepore in verità arriva, ma è solo a fine corsa, quando la birra è già passata per l'esofago; il livello qualitativo è alto, si tratta comunque di un bel bere che però tende a battere sugli stessi tasti (uvetta-prugna-dattero), senza molta fantasia o sorprese ed un po' avaro di emozioni.
Formato: 33 cl., alc. 10.5%, lotto B,  scad. 09/2015, pagata 5.50 Euro (beershop, Italia).

sabato 8 febbraio 2014

Struise Black Albert

Oggi si parte da lontano, nella piccola cittadina di Lovell, USA, nello stato del Maine: qui si trova l'Ebenezer's Restaurant & Pub, che il sito di rating Beer Advocate ha per cinque anni di fila eletto miglior pub americano. Gestito dal 2004 da Jen and Chris Lively, vi accoglie con trentacinque spine ed un impressionante selezione in bottiglia che conta un migliaio di etichette, con ampia selezione vintage. Nel 2007, per celebrare il terzo anniversario del locale, Chris contatta il birrificio belga De Struise per avere una birra speciale da offrire durante l'annuale Belgian Beer Festival che si tiene presso l'Ebenezer. Gli "amici" Struise decidono di produrre una birra completamente nuova, in onore di Alberto II, sesto re belga, utilizzando solamente ingredienti belgi. Il risultato - molto soddisfacente - è una Imperial Stout che viene chiamata Black Albert. Terminato il festival, la birra continua comunque ad essere prodotta in Belgio dagli Struise mentre Chris decide di mettere quella che è avanzata ad invecchiare in botti di bourbon "Four Roses". Anche questo esperimento risulta molto bene riuscito, e la "Four Black Roses" ottiene un grande successo all'Ebenezer; gli Struise decidono ovviamente di fare lo stesso in Belgio, ma preferiscono evitare problemi legali (copyright) e scelgono di non utilizzare il nome Four Black Roses. La Black Albert finisce comunque in botte, diventando la base per una serie molto ampia di birre barricate che vengono in seguito commercializzate dagli Struise; lo stesso esperimento (dodici mesi in botti di bourbon Black Roses) prende allora il nome di Cuvée Delphine. Segue poco dopo la serie Black Damnation (2010-2012); a seconda della versione,  la Black Albert viene di nuovo invecchiata in diverse botti, oppure il 50% di Black Albert serve come base per un blend con altre birre degli Struise o di altri birrifici.
Restiamo per il momento fermi alla versione basica, quella Black Albert prodotta per la prima volta nel 2007. Assolutamente nera, maestosa nella sua oscurità; la schiuma è splendida, color marrone chiaro, molto cremosa e molto persistente, al punto che ne rimane un "dito" nel bicchiere quasi sino alla fine della bevuta. L'aroma è incredibilmente ricco e complesso, sorprendentemente dolce e zuccherino rispetto al colore della birra: fichi, uvetta, tortino al cioccolato, canditi, liquirizia, caramello bruciato, panettone (con vino moscato, o passito, nell'impasto), cioccolato amaro al rum. Basterebbe solamente questo per essere già soddisfatti, ma la festa deve ancora iniziare: in bocca è imponente, massiccia, con un corpo pieno, quasi masticabile. La carbonazione è scarsa, la consistenza è morbida, cremosa, assolutamente appagante, quasi vellutata al palato. Più che una birra risulta un vero e proprio dessert o, volendo, un pasto intero. Prugna disidratata, tostature, liquirizia, datteri, cioccolato amaro, zucchero candito, qualche nota legnosa: l'alcool (13%) è ovviamente presente ma è una birra che si beve con una buona facilità. Proprio quando il palato è saturo di sapori, c'è una lieve acidità che porta un leggero sollievo prima di un retrogusto opulente, ricco di caffè, cioccolato amaro, rum, tostature e qualche nota di cenere; la bocca rimane quasi avvolta da una coltre calda di frutta sotto spirito, densa, appiccicosa. Una birra intensissima, complessa e maestosa, da assaporare e gustare sorso dopo sorso; come detto, si lascia bere abbastanza facilmente presentando il conto quando è ormai troppo tardi. Ma dopo aver bevuto una Black Albert, potete considerare la vostra serata conclusa ed andare a letto felici e soddisfatti. 
Formato: 33 cl., alc. 13%, lotto "D", scad. 09/2015.

domenica 22 dicembre 2013

Struise Tsjeeses Reserva Port Barrel Aged 2011

Netta è la direzione che gli Struise Urbain Coutteau e Carlo Grootaert  hanno intrapreso negli utimi anni, dopo aver anche dismesso i panni di birrai "zingari" (o beer firm) ed aver inaugurato i propri impianti produttivi. Il grande successo che hanno ottenuto in paesi come gli Stati Uniti e la Scandinavia, paesi disposti a spendere anche molti soldi in birre dall'alta gradazione alcolica e quasi sempre barrel-aged. L'invecchiamento in botte sembra essere ormai diventata un priorità per gli Struise, con la stessa cotta di birra che finisce a passare qualche mese in diversi tipi di botte e viene poi immessa sul mercato a prezzi molto poco belgi. Inevitabile che in botte ci finisse anche la loro birra natalizia, o "winter tripel", come la definiscono, chiamata Tsjeeses. La parola, pronunciata, suona all'incirca come l'inglese "cheeses" ed ha anche una certa assonanza con "Jesus".  In verità - dice Urbain Coutteau - si tratta solamente di un'esclamazione senza alcun significato: sarebbe quello che lui stesso avrebbe pronunciato dopo aver assaggiato la prima versione di questa birra invernale, restandone favorevolmente impressionato. L'assonanza non fu però particolarmente apprezzata dalla TTB (Alcohol and Tobacco Tax Trade Bureau) Americana; l'etichetta, ancora meno. L'immagine caricaturale di Urban Coutteau che indossa un cappello da Babbo Natale con il fumo che gli esce dal naso ("inebriato dalla birra appena bevuta", dicono gli Struise) venne considerata dagli ispettori americani un'immagine offensiva che raffigura una specie di Gesù Cristo sotto l'effetto di stupefacenti. Il risultato fu il divieto d'esportazione negli USA, uno dei mercati principali del birrificio belga. Dapprima gli Struise pensano di modificare l'etichetta coprendo il volto di Babbo Natale con un burka nero ma poi, onde evitare altri problemi con le autorità a stelle e strisce, scelgono un approccio più "soft" eliminando il fumo che esce dal naso e mettendo addosso a Santa Claus un paio di innocenti occhiali da sole verdi alle bottiglie destinate al mercato statunitense.
Tre le versioni barricate (per sei mesi, credo) della Tsjeeses; una in semplici botti di quercia, una in botti che hanno ospitato Bourbon, e la terza in botti che hanno ospitato Porto. Mi è toccata in dote quest'ultima, per una di quelle bottiglie che compri giusto una volta l'anno e la tieni da aprire in una occasione speciale. Sontuoso l'aspetto, un bellissimo color ambrato carico, leggermente velato, con riflessi ramati. La schiuma, ocra, è finissima e cremosa, molto persistente; vi sono piccole particelle di lievito sospese nel bicchiere. Al naso sentori di legno, quasi di polvere, che lasciano dopo qualche secondo spazio a marzapane, tortino di frutta, caramello, uvetta e datteri; man mano che la birra si scalda emerge un leggero carattere che ricorda un vino liquoroso, o un porto, per l'appunto. Molto rotonda al palato, con un corpo tra il medio ed il pieno, una discreta carbonazione ma soprattutto una bella consistenza oleosa e densa, morbida, avvolgente. La bevuta non entusiasma da subito, questa Tsjeeses Reserva  ci mette più di qualche minuto per "aprirsi" e dare il meglio di sé, rivelando una gran bella complessità. Arancia e cedro canditi, datteri disidratati ed uvetta, caramello, miele d'arancia, zucchero di canna, con delle sottili note di porto che fanno di tanto in tanto capolino. Birra molto potente (10%) ma estremamente raffinata e lontana da ogni prova di forza fine a se stessa; l'alcool è molto ben dosato, riscalda il palato e lo abbraccia senza mai pungerlo o bruciarlo. Molto ben attenuata, con una partenza dolce che viene pian piano a scemare grazie ad una lieve acidità finale; c'è anche una leggera nota amaricante (scorza d'arancia) ma soprattutto un sublime retrogusto etilico quasi infinito, morbido e dolce, caldo ed avvolgente, pieno di frutta sotto spirito e impreziosito da note di porto. Birra complessa ed appagante, non difficile da bere ma che dev'essere sorseggiata con grande tranquillità in poltrona: delude un po' nei primi sorsi, ma datele il tempo che necessita per aprirsi nel bicchiere e (forse) non rimpiangerete i soldi spesi per l'acquisto. Sbaglierò, ma mi ha dato l'impressione di poter reggere ancora diversi anni con un buon potenziale d'invecchiamento in cantina. 
Formato: 75 cl., alc. 10%, lotto 2311270611 THT ACDPA, scad. 26/12/2017, pagata 24.00 Euro (beershop, Italia).

venerdì 20 dicembre 2013

Struise Pannepeut (Pannepøt) 2008

Non è esattamente una birra natalizia, ma il periodo dell'anno è comunque quello adatto per una corposa Struise Pannepeut; per parlare di questa birra dobbiamo obbligatoriamente rinviarvi ad un'altra, ovvero la Pannepot che abbiamo bevuto ad inizio anno. Se i due nomi sono molto simili, pensate che in origine lo erano ancora di più, con la Pennepeut che nacque chiamandosi Pannepøt; la lettera presa dall'alfabeto danese non è casuale. La prima Pannepøt venne infatti prodotta nel 2006, al Københavnske Øldage 2006, ovvero una one-shot che gli Struise prepararono per quel festival di Copenhagen. La differenza con la Pannepot non risiede solamente nella lettera "ø"; ci sono molte similitudini, è vero, ma da quanto si legge in giro vi sarebbe almeno un diverso mix di spezie a diversificare le due birre; vero anche che dei birrai (belgi, soprattutto) non bisogna fidarsi mai troppo. La Pannepøt ottenne comunque un buon successo in Scandinavia e convinse gli Struise a metterla in produzione regolare riuscendo, un pò più lentamente, a far poi breccia anche tra i bevitori belgi. Poco dopo il nome venne anche cambiato da Pannepøt a Pannepeut, per aiutare i clienti al di fuori della Scandinavia a meglio identificare le due birre.
Siamo quindi davanti ad una imponente (10%) Belgian Strong Ale, che venne prodotta presso gli impianti della Deca (a Vleteren), dove gli Struise si appoggiavano quando ancora non avevano impianti propri. La Pannepeut si presenta di un bel color marrone scuro, con leggeri riflessi ambrati; la schiuma è di dimensioni modeste, un po' grossolana, e vi sono piccole particelle di lievito in sospensione nel bicchiere. Aroma abbastanza complesso, vinoso (marsala, sherry) con una leggera ossidazione; datteri, uvetta, ciliegia sotto spirito, toffee, un lieve ricordo (dopo 5 anni) di spezie. Splendida in bocca, piena e molto poco carbonata, morbida, ricca, oleosa, davvero appagante. Il gusto non di discosta più di tanto dall'aroma, con un carattere di vino liquoroso, dolce e caldo, ricco di uvetta e prugne; l'alcool ha una presenza tutto sommato morbida e discreta, mai sopra le righe. La marcata dolcezza viene comunque ben equilibrata da una lieve acidità finale e da una timida nota amaricante che ricorda la china; termina lunghissima, con un retrogusto etilico ricco di frutta sotto spirito. Una bottiglia che ha ormai virato nel territorio dei vini liquorosi, leggermente ossidata, ma che regala ancora grosse soddisfazioni, soprattutto se (come al sottoscritto) vi piacciono i vini come sherry, marsala, porto, i passiti. Perse negli anni le spezie di gioventù, è una birra da sorseggiare lentamente a fine pasto che mostra gli anni senza aver perso in vigore ed in struttura. E' ancora potente e rotonda, avvolgente, da bere lentamente in tutta tranquillità.
Formato: 33 cl., alc. 10%, lotto B, scad. 03/2015, pagata 4.90 Euro (beershop, Italia).

giovedì 31 gennaio 2013

Struise Pannepot Grand Reserva 2008

Non è la prima "Struise" che ospitiamo su questo blog, ma fino ad ora non avevamo mai approfondito la loro storia. Gli Struise sono quattro appassionati (Urbain Coutteau, Carlo Grootaert, Peter Braem e Phil Driessens) che iniziano la loro avventura come homebrewers: la produzione avviene sotto una tenda nel cortile di un agriturismo dove venivano anche allevati degli struzzi (struise). Ancora senza impianti propri, commercializzano la loro prima birra nel 2001 utilizzando gli impianti della Caulier. Nel 2005 si spostano alla Deca di Woesten Vleteren, approfittando del vuoto produttivo lasciato dalla partenze di De Ranke; la produzione di birre leggere e di facile bevuta viene progressivamente oscurata da quelle di birre molto "importanti" ed alcoliche, spesso invecchiate in botte. Arriva così la notorietà, con il discusso award di Ratebeer del 2008:  miglior birrificio al mondo...  pur non avendo (ancora) un proprio birrificio! Lacuna colmata ad inizio 2010, quando gli Struise ristrutturano i locali di una scuola ad Oostvleteren, a pochi chilometri dall'abbazia di St. Sixtus/Westvleteren, installandoci finalmente i proprio impianti produttivi con beershop annesso. Birrificio molto amato da americani e beer geeks, si posiziona nel 2013 alla 23esima posizione dei migliori birrifici di Ratebeer, infilando due birre (Pannepot e Black Albert) tra le migliori 50 al mondo. Un risultato di poco conto, se paragonato all'exploit del 2007 dove ne avevano piazzate ben nove tra le prime 100. Ma lasciamo da parte queste divertenti classifiche per ritornare alla Pannepot, della quale abbiamo oggi l'edizione Grand Reserva 2008. La Pannepot base viene invecchiata per 14 mesi in botti di quercia francese e poi è  affinata per altri 8 mesi in botti che hanno contenuto Calvados. Un iter che dura quindi quasi due anni; la produzione 2008 è stata di 30 ettolitri. In etichetta è raffigurata la P50 Pannepot, imbarcazione utilizzata dai pescatori del villaggio di De Panne; gli Struise raccontano che la barca raffigurata era appartenuta al nonno di Carlo Grootaert; i pescatori, per riscaldarsi dal freddo e dalle intemperie, erano soliti concedersi una birra scura speziata  e molto alcolica (a volte arricchita con zucchero e tuorli d'uva). Non ci sono ovviamente uova in questa versione contemporanea di quella fisherman's ale, che si presenta di color ebano scuro, quasi nero; molto fine e cremosa la schiuma beige che si forma, per restare abbastanza a lungo nel bicchiere. E' una birra molto complessa, che richiede abbastanza impegno (e tempo) per essere identificata in alcune delle sue sfaccettature. Al naso troviamo pane nero, vaniglia, sentori di legno umido, alcool, prugne, uvetta, una leggera speziatura. L'ABV è 10% ma ha un corpo medio, una carbonazione contenuta ed una consistenza oleosa. Complesso anche il gusto, con note di liquirizia, cioccolato, frutta sotto spirito (prugna ed uvetta, mela, banana matura); l'alcool è presente in maniera molto discreta, con note di Calvados che accompagnano ad un finale sorprendente, preceduto da una bella chiusura tannica. Il retrogusto parte con il caffè, e man mano che la birra raggiunge la temperatura ambiente emergono note di Calvados che virano poi verso il vino liquoroso. Birra molto pulita e molto ben bilanciata in tutte le sue diverse componenti, con l'alcool sorprendentemente celato; bevuta molto appagante per una birra molto complessa che quasi ad ogni sorso sembra regalare una piccola sorpresa. Formato: 33 cl., alc. 10%, scad. 16/08/2016, prezzo 6.30 Euro (beershop, Italia).