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mercoledì 20 maggio 2020

DALLA CANTINA: Toccalmatto Vecchio Bruno 2015


One-shot, collaborazioni, special editions: fino a qualche anno fa questo era il pane quotidiano del birrificio Toccalmatto, sempre pronto ad incalzare i bevitori con qualcosa di nuovo da provare. Nel 2017 il birrificio di Fidenza (PR) guidato da Bruno Carilli ha stretto una importante partnership con la beerfirm belga Caulier e da allora la propria strategia commerciale è cambiata . Fu lo stesso Carilli ad ammetterlo in un’intervista a Fermento Birra di quel periodo: “non puoi continuare ad inseguire un mercato schizofrenico, modaiolo, publican volubili. Vedo qualche birrificio seguire trend produttivi effimeri, fare birre modaiole, ma è una politica cieca che non paga, tutt’altro. Te lo dice uno che ha lanciato mode, che ha fatto molte one-shot, ma poi le birre che vendi sono altre, devi creare degli standard e puoi farlo anche con birre molto caratterizzate, solo che devi venderle”.  
Va bene divertirsi, va bene far parlare di sé ma alla fine del mese bisogna fatturare e l’impianto deve funzionare, soprattutto se di grosse dimensioni.  Meno varietà e più quantità, sembrerebbe essere questo l’unico modo per sopravvivere: “rimanere in una fascia intermedia a livello dimensionale è pericolosissimo. Il mercato è cambiato e sta cambiando. Noi ci siamo salvati perché abbiamo investito in maniera assennata e graduale. Arrivi però ad un certo punto che devi cambiare il mercato, la distribuzione, e da solo non puoi farcela. Secondo me chi produce tra i 1000 e i 7000hl annui rischia molto”. 
Tutti questi fattori hanno determinato il rinvio di quel Progetto Cantina che Toccalmatto aveva annunciato nel 2015 quando aveva appena inaugurato il nuovo impianto e voleva trasformare i locali adiacenti allo spaccio, che ospitavano l’impianto vecchio, in una “barricaia dove poter iniziare a fare delle birre acide con una forte impronta personale e italiana. Lo stabile sarà diviso in due aree (entrambe a temperatura controllata), una destinata alle Farmhouse Ales e l’altra a birre acide ispirate ai Lambic”.


La birra.

Proprio in quell’anno, esattamente a giugno 2015, veniva messa in vendita la Vecchio Bruno, che veniva presentata così:  “abbiamo pazientemente aspettato qualche anno, e finalmente è pronta. Ispirati alle Flemish Red e all’Aceto Balsamico Tradizionale, siamo partiti dalla Saba, il tradizionale mosto cotto emiliano, e l’abbiamo lasciata in botte a sviluppare la sua spiccata acidità acetica. Vogliamo pensare sia la capostipite dello stile Sour Emilian Red Ale”.  La bella etichetta è stata realizzata dal grafico Antonio Bravo: a lui il compito di raffigurare il Vecchio Bruno (traduzione storpiata di Oud Bruin) mentre si aggira furtivo tra le strade del centro storico di Parma. Un esperimento che credo non fu mai più ripetuto da allora e il sogno delle Sour Emilian Red Ale è stato riposto nel cassetto; andiamo comunque ad assaggiare una di quelle bottiglie che ho conservato per un lustro in cantina.

Alla vista predomina il color rubino con qualche nervatura ambrata: la schiuma è cremosa ma piuttosto rapida a scomparire. Anche il naso si tinge di tonalità rossastre: ciliegia, marasca, amarena cotta, aceto balsamico e frutti di bosco sono accompagnati da note legnose e ricordi di una umida e polverosa cantina. A cinque anni dalla messa in bottiglia la carbonazione è piuttosto vivace e la bevuta è ancora giovane e scattante:  il dolce di zucchero bruciato, mora e mirtillo, ciliegia sciroppata sono contrastati dall’asprezza dell’amarena e di altri frutti rossi, da sbuffi acetici (balsamici) che anticipano un finale vinoso, piuttosto secco, chiuso dall’amaro dei tannini del legno. E’ solo qui che questa birra rinfrescante presenta il conto della propria gradazione alcolica (7.5%): gran bella bevuta, complessa ma di facile fruizione, un’altalena tra dolce e aspro/acetico. A voler essere pignoli qualche passaggio è un po’ troppo brusco ma mi piace considerarlo un richiamo a quel carattere rustico e ruspante che in una Flanders Red autentica (e non addomesticata dal “progresso”  à la Rodenbach) ci dovrebbe sempre essere. La Vecchio Bruno è invecchiata benissimo e sono convinto che lo avrebbe potuto fare ancora per quale anno: peccato che Toccalmatto sia ora impegnato su altri fronti e abbia un po’ lasciato da parte le birre di nicchia come queste.

Formato 75 cl., alc. 7.5%, lotto 11079, scad. 31/12/2025, prezzo indicativo 16,00 euro (birrificio)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 17 marzo 2020

Struise Ypres Reserva 2011


Ypres (frances), Yper (fiammingo), Ieper (olandese): questa cittadina belga nelle Fiandre Occidentali iniziò a prosperare nel dodicesimo secolo come centro per la produzione ed il commercio dei tessuti, grazie anche alla propria posizione strategica sulla strada che collegava Bruges a Lille e sul fiume Yser. I battelli lo risalivano per portare in città la lana dalla costa, dove venivano  allevate le pecore. Il suo coinvolgimento in numerose guerre (Francia, Inghilterra) e la peste nera del 1347 misero fine alla sua prosperità. 
Ypres tornò ad essere tristemente famosa nel corso della prima guerra mondiale. Nell’ottobre del 1914, nel tentativo di fermare la corsa delle truppe tedesche verso il mare,  l’esercito belga decise di inondare le campagne aprendo le chiuse marine di Nieuwpoort: Ypres divenne allora l’ultimo caposaldo dell’esercito inglese prima del fango e delle paludi e teatro di quattro devastanti battaglie. Le seconda battaglia di Ypres  (aprile-maggio 1915) divenne tristemente famosa per l’utilizzo di gas asfissianti a base di cloro: il gas mostarda, poi rinominato Iprite. Un tentativo tecnologico per sfuggire all’immobilità della trincea: il gas colpiva polmoni ed occhi causando problemi respiratori e cecità; essendo più denso dell'aria tendeva a raccogliersi sul fondo delle trincee, forzando gli occupanti ad abbandonarle. I sopravvissuti fuggirono in massa dalle trincee: anche l’esercito tedesco fu sorpreso dall’efficacia del gas e non disponeva di un numero di truppe sufficiente per sfruttare l’occasione. Il vento soffiava in favore dei tedeschi e quindi una vera e propria ritirata non sarebbe servita a molto: gli alleati decisero allora di avanzare usando come primitive maschere dei fazzoletti imbevuti di urina (l'ammoniaca in essa contenuta neutralizzava il cloro) e riuscirono a ripristinare il fronte. 
La terza battaglia di Ypres (luglio 1917) si svolse in un clima perennemente piovoso che ridusse l’intera zona ad un paesaggio lunare e spettrale; moltissimi soldati furono vittima del fango e degli elementi naturali avversi, ancor prima delle mitragliatrici e dei cannoni. L’ultima battaglia, quella che lasciò Ypres completamente distrutta, si svolse tra marzo ed aprile del 1918: le campagne circostanti ospitarono 170 cimiteri militati e ci vollero quarant’anni per ricostruirla completamente.


La birra.
Sono quindici i chilometri di strada che separano il birrificio De Struise da Ypres: alla cittadina teatro di sanguinose battaglie, la cui devastazione è raffigurata in etichetta, “gli struzzi” dedicano una FOB, acronimo che sta per Flemish Oud Bruin. La sua prima edizione (7% ABV, 2009) venne messa in vendita nel 2013 dopo due anni d’invecchiamento in botti di Borgogna e due in botti di bourbon (Wild Turkey). 
Io vi parlerò invece della Ypres Reserva 2011, commercializzata nel 2014 dopo quattro anni passati in botti ex-Bourgogne. Il suo vestito è di color ebano scuro accesso da profonde venature rosso rubino; la schiuma, cremosa e compatta, ha ottima persistenza. Al naso emergono note acetiche, di frutti rossi come ribes e marasca; c’è una bella controparte dolce che richiama l’aceto balsamico, la ciliegia sciroppata. Il bouquet si completa con accenni di vinosi, di legno e  di “cantina umida”.  Ottima e morbida la sensazione palatale: corpo medio, avvolgente, consistenza leggermente oleosa: è forse la Oud Bruin più densa (prendete questo aggettivo con le pinze) che mi sia mai capitato d’assaggiare. La bevuta parte dolce è ricca di ciliegia e frutti di bosco sciroppati, vino marsalato e aceto balsamico, mentre la controparte richiama di nuovo note acetiche, l’asprezza dei frutti rossi. Annoto anche delle suggestioni effimere di vaniglia e cioccolato, un bel carattere legnoso e una bella secchezza finale, accompagnato dal lieve amaro dei tannini.  Una birra quasi rinfrescante che sembra poi smentire sé stessa con retrogusto tiepido donato da un alcool che sino ad allora si era nascosto. 
E’ un bel percorso questa Ypres degli Struise: profondo, intenso, bilanciato: c’è inverso qualche spigolo acetico di troppo ma è un piccolo sacrificio che vale la pena fare.
Formato 33 cl., alc. 8%, IBU 20, lotto 692951132011, imbott. 09/2014, scad. 15/09/2019.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 7 maggio 2019

Monks Café Flemish Sour Red Ale

Del birrificio belga Van Steenberge vi avevo già parlato in questa occasione. Si trova ad Ertvelde, una quindicina di chilometri a nord di Gent: Piraat e Gulden Draak sono le due birre di maggior successo di un’azienda moderna ed automatizzata che dedica una buona parte della propria capacità a produrre per conto terzi. 
Le cose erano ovviamente diverse nel 1922 quando Paul Van Steenberge prese il comando del birrificio e lanciò una birra chiamata  Bios Vlaams Bourgondië, una Flemish  Red che a quel tempo veniva prodotta assemblando birra fresca con birra che era stata invecchiata in botte per un paio di anni. Col passare del tempo la popolarità dello stile è andata scemando e la Bios venne prodotta solo occasionalmente, quasi abbandonata: all’inizio degli anni 2000 fu un pub americano a salvarla dal definitivo oblio.
Facciamo un passo indietro al 1984 quando Tom Peters – un publican di Philadelphia -  si trovava in vacanza con la moglie in Europa: “eravamo diretti a Parigi ma il nostro volo low cost si fermò a Brussels e avevamo un paio d’ore per visitare la città prima di salire sul treno. Avevamo sete e ordinammo in una bar una Heineken, avevo sentito che in Europa era migliore di quella che arrivava in America. Ma dopo averla assaggiata dissi a moglie che faceva schifo come quella negli Stati Uniti. Il barista sentì il mio commento e poco dopo mi allungò un bicchiere di Duvel. Poi di Orval, poi di Chimay. Quando uscì dal bar non sentivo più le gambe: cambiammo i nostri programmi di viaggio e restammo qualche altro giorno a Brussels. Quel viaggio e quelle birre cambiarono la mia vita per sempre”.  
Rientrato a casa Tom inizia a reperire e ad assaggiare qualsiasi birra belga riesca a reperire dagli importatori e comincia a proporre qualche bottiglia di birra belga ai propri clienti che, lentamente, apprezzano. Nel 1997 si mette in proprio e assieme al socio Fergus Carey apre il pub Monk’s:  tante bottiglie, tre spine dedicate al Belgio e ai primi birrifici artigianali americani. A quel periodo la Craft Beer Revolution doveva ancora nascere. “Facevo  vedere ai clienti la bottiglia ed il bicchiere e dicevo loro: “se non ti piace non te la faccio pagare e me la bevo io.  Al tempo stesso li incuriosivo con le storie dei monasteri e dei birrifici che avevo visitato in Belgio.  Le prime bottiglie di Cantillon non furono però così facili da vendere” ammette Tom
In quegli anni anni il Monk’s Cafè di Philadelphia diventa una vera e propria mecca per birrofili e uno dei beer bar più noti agli appassionati americani.  Tom viene riconosciuto come esperto conoscitore di birra belga e gli viene affibbiato il soprannome di “The Belgian Beer Whisperer of Philadelphia”. Il sogno di (quasi) ogni pub è di avere la “propria” birra da offrire ai clienti; la birra del Monk’s non poteva altro che essere belga e nel 2002 Tom Peters convinse il birrificio Van Steenberge a tornare a produrre la Bios Vlaams Bourgondië rietichettandola come “Monks Cafè”.  Da allora viene prodotta una volta all’anno. Purtroppo il birrificio non utilizza più botti di legno quindi il blend tra birra giovane e vecchia viene fatto utilizzando tini in acciaio. La birra debutta il 23 marzo 2003 nel corso di una esosa serata ($100) presenziata da Michael Jackson. Non mi sto ovviamente riferendo al cantante. 

La birra.
Colore ebano scuro, intensi riflessi rosso rubino, schiuma cremosa e compatta: un ottimo biglietto da visita. Al naso ciliegia sciroppata, frutti di bosco, lieve aceto di mela, profumi floreali e di frutti rossi aspri che tuttavia non mettono in discussione la dominanza del “dolce” in un aroma pulito e intenso. Premesse che suggeriscono una Flemish Red  abbastanza docile ed addomesticata, poco spigolosa:  in effetti la bevuta è dolce, ricca di ciliegia, aceto balsamico, caramello e frutti di bosco che sfumano lentamente in un finale dall’acetico e dall’acidità lattica molto contenute. Il risultato è una birra secca, rinfrescante e dissetante, gradevole da bere ma poco profonda e un po’ patinata se vogliamo essere pignoli, priva di quel carattere rustico e ruspante che dovrebbe sempre avere una birra della tradizione. Nota di merito per quel che riguarda la sensazione palatale, davvero ottima: poche bollicine, bevuta morbida e delicata, quasi setosa, una carezza. Una facile introduzione al mondo dell’acido per i novizi, un piacevole divertissement per chi invece ha già dimestichezza con lo stile.
Formato 33 cl., alc. 5.5%, lotto 04HO, scad. 04/08/2018, pagata 1.95 Euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 26 giugno 2018

Bruery Terreux Oude Tart 2015

Bruery Terreux è la costola del birrificio californiano The Bruery che si dedica alle produzioni di birre acide con lieviti selvaggi e batteri. Uno “spin-off” necessario per eliminare qualsiasi rischio di contaminazione batterica sulle birre normali. Il mosto delle birre viene ancora prodotto sugli impianti di The Bruery ma inoculazione dei lieviti selvaggi, fermentazione e eventuale invecchiamento in botte e imbottigliamento avvengono in uno stabile che si trova a qualche chilometro di distanza, anch’esso dotato di taproom. 
Patrick Rue, fondatore di The Bruery, ha scelto di affidare l’intero progetto Terreux a Jeremy Grinkey, proveniente dal mondo del vino e  - sebbene appassionato birrofilo -  alla grossa prima esperienza in ambito brassicolo.  Sotto il marchio Terreux, operativo dal 2015,  sono migrate con nuove etichette tutte le birre acide e prodotte con lieviti selvaggi, tra le quali ad esempio le famose Saison Rue, Oude Tart,  Sour in the Rye, Reuze e Tart of Darkness. 
Ricordo che a maggio 2017 Bruery ha ceduto la propria maggioranza alla  società di private equity Castanea Partners di Boston: da loro provengono gli investimenti necessari per crescere. Attualmente The Bruery produce e vende circa 17.000 ettoltri l’anno a fronte di una capacità potenziale che supera i 40.000, e una collezione di quasi 5000 botti di legno. Una delle prime novità è stata la decisione di affiancare allo storico formato da 75 cl. anche quello  da 37.5 per andare incontro alle richieste del mercato.

La birra.
Oude Tart è il tributo di The Bruery alle Flemish Red Ales del Belgio. Prodotta per la prima volta nel 2009, viene invecchiata per diciotto mesi in botti che avevano in precedenza contenuto vino rosso.  Ne esistono anche versioni con aggiunta di ciliegie e di boysenberry, un frutto di bosco ibrido ottenuto incrociando il lampone con la mora del Pacifico. 
Nel bicchiere è splendida, d’un acceso color rubino quasi limpido sul quale si forma una testa di schiuma cremosa e compatta ma poco persistente. L’aroma è pulito, piuttosto gradevole e dominato dall’asprezza dei frutti rossi: visciole, ribes e mela. A contrastarlo una controparte dolce che chiama in causa ciliegia e frutti di bosco, mentre in sottofondo ci sono note vinose e di legno. La bevuta risulta meno complessa e molto più sbilanciata verso l’aspro: il risultato è una birra a tratti tagliente, con qualche deriva acetica di troppo che brucia un po’ in gola: un velo di ciliegia sciroppata in sottofondo non basta a lenire. Al palato la Oude Tart  di Bruery scorre senza grosse difficoltà ma dal punto di vista tattile è molto più ingombrante di una classica Flemish Red belga. Nel finale acidità lattica e asprezza di limone chiudono una bevuta molto secca, a tratti un po’ astringente,  che disseta e rinfresca ma che obbliga a qualche pausa di troppo per far riposare un po’ il palato. Legno e vino aggiungono un po’ di profondità ad una birra spigolosa che ogni tanto viene improvvisamente accesa da qualche vampata di alcool. 
Qualche imprecisione di troppo in una birra che al palato non mantiene le belle promesse dell’aroma:  The Bruery non è un birrificio economico e quindi diventa più difficile perdonarle.
Formato 75 cl., alc. 7.7%, IBU 6, imbott. 31/08/2015, prezzo indicativo 16.00-18.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 29 marzo 2016

Rodenbach Caractère Rouge

Gli chef amano la birra e i birrai amano il buon cibo: si può utilizzare questa semplice equazione per giustificare tutte le numerose birre che vengono realizzate con la collaborazione di chef più o meno stellati?  Ovviamente no: ci sono collaborazioni ben riuscite (qui e qui due a caso ospitate sul blog) ed altre francamente incomprensibili motivate solo dal denaro, soprattutto quando entrano in gioco le multinazionali: pensate alla Estrella Damm Inedit realizzata con lo chef Ferran Adrià o alle regionali di Moretti per le quali è stato scomodato lo stellato Claudio Sadler. 
La collaborazione di oggi è invece tra quelle da portare ad esempio: nel 2011 la Brouwerij Rodenbach  (fondata nel 1821 e dal 1998 di proprietà della Palm) annuncia una birra realizzata assieme allo chef stellato Viki Geunes del ristorante 't Zilte di Anversa. La Rodenbach Vintage che matura per due anni nei grandi “foeders” di legno viene sottoposta ad un’ulteriore fermentazione e maturazione di sei mesi in compagnia di lamponi, ciliegie e mirtilli rossi: nasce così la Caractère Rouge, che subisce anche la rifermentazione in bottiglia. 
La nuova nata in casa Rodenbach si aggiunge alle altre che, ricapitolando, sono:  la Rodenbach "base", ovvero un blend del 75% di birra fresca e 25% blend di birra invecchiata nei diversi tini di legno; la Grand Cru, formata dal 34% di birra giovane e dal 66%  blend di birra invecchiata nei 294 foeders che il birrificio possiede; la  Rodenbach Vintage, birra 100% invecchiata sino a due anni in un unico foeder, senza che avvenga nessun blend. 
Nel 2011 vengono prodotte circa 900 bottiglie da 75 centilitri di Caractère Rouge, disponibili nel ristorante stellato di Viki Geunes che si trova al nono piano del museo MAS di Anversa; la birra ottiene grandi apprezzamenti e nel 2012 le bottiglie prodotte salgono a 10.000,  metà delle quali destinate all’esportazione, con una percentuale predominante verso gli Stati Uniti dove le birre acide hanno una richiesta di mercato sempre più crescente. Al di là di quello che è arrivato da quando la Palm ha preso il controllo di Rodenbach, e parliamo di pastorizzazioni, colorazioni e addolcimenti con caramello, quello che conta alla fine è sempre il risultato di quanto c’è nel bicchiere, e in questo caso è assolutamente eccezionale. 

La birra.
La bottiglia in mio possesso, che credo sia l’edizione 2013, ha una bel foglietto pieghevole dall’effetto “vintage” legato al collo con uno spago; sopra la carta, un adesivo in rilievo con il logo Rodenbach a simulare l’effetto visivo di un sigillo di ceralacca. 
L’aspetto della confezione-bottiglia è suggestivo ma lo stesso non si può dire della birra nel bicchiere: ambrato piuttosto torbido, riflessi rossastri abbastanza spenti, un dito di schiuma biancastra, un po’ grossolana e rapida nello svanire.  Niente paura, basta chiudere gli occhi ed avvicinare le narici al bicchiere per essere immediatamente trasportati in un mondo di intensi profumi dove convivono legno, ciliegia e lamponi, vaniglia e richiami lontani ad una torta di panna/yogurt e frutti di bosco rossi. In sottofondo sentori floreali di violetta, il dolce dell’aceto balsamico e l’aspro dell’aceto di mela, una punta lattica. Al palato c’è una splendida alternanza tra le note dolci di caramello, ciliegia, aceto balsamico e quelle aspre di frutta acerba, subito incalzate da un dolce che ricorda di nuovo una pasticceria ai lamponi  ai quali risponde un nuovo passaggio aspro di amarene; le note vinose di ciliegia si confrontano con quelle acetiche e lattiche, a comporre un finale molto finale secco e rinfrescante, impreziosito da richiami al legno. L’equilibrio e la pulizia sono impeccabili, così come la pienezza e la fragranza della frutta, nonostante siano passati alcuni anni dalla messa in bottiglia. Impossibile indovinarne il contenuto alcolico (7%): la Caractère Rouge di Rodenbach scorre con una facilità  impressionante, nonostante questa bottiglia avrebbe probabilmente tratto beneficio da qualche bollicina in più. Ci vuole senz’altro più tempo a descriverla che a berla, perché dietro alla semplicità di bevuta si cela un’emozionante complessità non difficile da decifrare. 
Mi soffermo sul termine “emozione”: spesso sul blog mi è capitato di scrivere di birre “buone ma poco emozionanti”, ben conscio di quanto quest’affermazione possa essere soggettiva o anche solo dettata dal mio stato d’animo al momento della bevuta. Ci sono però dei rari casi in cui l’emozione diventa oggettiva, esempi in cui la birra non può altro che essere definita come “un’emozione in un bicchiere”: ecco, parole più appropriate non trovo per descrivere la  Rodenbach Caractère Rouge, il cui biglietto vale assolutamente ogni centesimo del prezzo.
Formato: 75 cl., alc. 7%, scad. 17/04/2016, 14.50 Euro (food store, Francia)

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 23 marzo 2016

Ichtegems Grand Cru (Cuvée 2012)

Nel 1831 Carolus Strubbe arriva nella città di Ichtegem, Fiandre Occidentali, a quel tempo famosa per l’industria del lino: diviene agricoltore e birraio, attività un tempo spesso strettamente correlate in quanto il birraio era solito coltivare in proprio (quasi) tutte le materie prime necessarie. Da quella data si sono date il cambio sei nuove generazioni di Strubbe ma il birrificio è ancora saldamente rimasto nella mani della famiglia. A Carolus succedettero Louis, Medard (fu lui a cambiare il nome in Brouwerij Strubbe)  e Aimé, quest’ultimo promotore del passaggio alla bassa fermantazione; sino alla prima guerra mondiale il birrificio produceva infatti solamente due birre (2% e 4% ABV) ad alta fermentazione. Arrivarono una Bock ed una Pils che però non ottennero il successo necessario a ripagare gli importanti investimenti economici. 
Ad Aimé succedettero i figli Gilbert (birraio) ed Etienne, seguiti da Norbert e Marc, responsabili di un importante investimento che, nel 1978, portò ad Ichtegem gli impianti in rame del dismesso birrificio Aigle-Belgica (De Meulemeester-Verstraete);  nel 1986 le vasche di fermentazione aperte furono sostituite da fermentatori tronco-conici mentre successivi investimenti vennero fatti nel 1986, 1999, 2000 e 2005. Il birrificio aveva ricominciato a produrre anche birre ad alta fermentazione e, nel 1982, la Ichtegems Oud Bruin nata dalle ceneri della Bruin Hengstenbier, una delle storiche produzioni di Strubbe che vennero dismesse dopo la prima guerra mondiale. Nel 2008 Norbert Strubbe passa il testimone al figlio Stefan che affianca oggi Marc.

La birra.
La Ichtegems Oud Bruin, che costituisce anche la base per il Lambickx Kriek, viene prodotta con malto Pilsener (75%), Amber (20%) e Dark Caramel (5%), luppolo invecchiato; la fermentazione primaria avviene spontaneamente in vasca aperta a 18°C e in seguito l’80% della birra viene trasferito a maturare per due mesi a 0°.  Il restante 20% matura invece fino a diciotto mesi in vasche di metallo e, al momento dell’imbottigliamento, viene “addolcita” con una percentuale di birra fresca. Un po’ diverso l’iter produttivo della Ichtegems Grand Cru, la cui maturazione avviene per 24 mesi in barili di legno in compagnia dei batteri naturalmente presenti: alla Grand Cru non viene aggiunta birra fresca.
All'aspetto è quasi limpida e di colore ambrato molto carico, con intense venature rossastre e ramate; la schiuma biancastra si rivela compatta e cremosa ma dalla persistenza solo discreta. Il naso è pulito e piuttosto elegante, con profumi di legno umido e terrosi che si mescolano con quelli dolci dell'aceto balsamico, della ciliegia e dei frutti di bosco; c'è l'asprezza della mela acerba, dei frutti rossi (ribes?) e una nota polverosa, di cantina. Il gusto ripercorre gli stessi passi dell'aroma sul percorso "sour" e dell'asprezza di frutti rossi (ribes, amarena) e mela acerba, bilanciati da un passaggio centrale dolce di malto e di ciliegia. Il finale ritorna di nuovo in territorio acido, con una punta d'amaro tannica e terrosa appena accennata. Delle due componenti a me risulta più convincente quella "sour", delicata ma piacevolmente ruspante, con l'acetico (mela) abbastanza contenuto: la parte dolce manca un po' d'eleganza,  la ciliegia a tratti sconfina nello sciroppo "al gusto di" piuttosto che nella pienezza del frutto. Facilissima da bere - se avete dimestichezza con l'acido, ovviamente -  agevolata da una carbonazione delicata e una sensazione palatale leggera e scorrevole, risulta alla fine soddisfacente e quasi rinfrescante grazie ad un'ottima attenuazione.

Formato: 33 cl., alc. 6.5%, lotto 21A140 12:06, scad. 20/05/2020, 2.35 Euro (beershop, Belgio).

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 22 novembre 2015

Verzet Oud Bruin (Experimenteel) 2014

Nuovo debutto belga sul blog: si tratta di Brouwers Verzet,  "birrificio" con virgolette obbligatorie visto che per il momento stiamo parlando di una beerfirm proprio in questi mesi alle prese con l'installazione dei propri impianti.  
I birrai "della resistenza" sono Alex Lippens, Joran Van Ginderachter e Koen Van Lancker, compagni di studi e nel 2008 diplomati birrai alla scuola di Gent. Subito al lavoro in diversi birrifici, i tre erano soliti ritrovarsi durante i weekend per sperimentare o per produrre birre secondo il proprio gusto. Famigliari ed amici apprezzavano, arrivando a convincerli di fare le cose un po' più in grande; in assenza di finanziamenti per progettare il proprio birrificio, i tre ragazzi decidono nel 2011 di partire a produrre presso gli impianti del vicino birrificio Gulden Spoor di Gullegem. Nel 2012 si spostano presso De Ranke e, nel 2013, si aggiunge anche il birrificio Geert Toye.
Nella loro città natale, Anzegem, è già operativo il Café Local, un locale dove poter assaggiare le proprie birre destinato a diventare tra qualche mese un vero e proprio brewpub. 
Sono circa una decina le birre prodotte da Verzet sino ad oggi; la gamma si compone di un paio di IPA (Golden Tricky e Rebel Local), una stout ed una belgian ale. Più interessante è invece la scelta di produrre una Oud Bruin, uno stile che raramente mi è capitato di vedere proposto da queste nuove realtà belghe.
Viene assemblata con un blend di birra fresca e di birra che viene invecchiata un anno in botti ex-vino rosso; secondo quanto classificato da Ratebeer, oltre alla Oud Bruin "classica" ne esiste anche una "sperimentale". Non sono riuscito a reperire notizie sulla differenza tra le due, ma l'etichetta della bottiglia in mio possesso riporta la scritta "Experimenteel"; il millesimo è 2014.
All'aspetto è ambrata con intense venature rossastre e qualche riflesso ramato; la schiuma ocra è "croccante" e cremosa, compatta ed ha una buona persistenza. Bella da vedere e bella anche da annusare, la Oud Bruin di Verzet regala un "naso" elegante e ricco di profumi aspri (mela verde, amarena, aceto di mela, lattico) e più dolci (ciliegia, frutti di bosco) che sono accompagnati da sentori  floreali, legnosi e terrosi. I primi sorsi sono un po' deludenti rispetto ai profumi, ma è una birra che ha bisogno di scaldarsi un po' più del solito per aprirsi completamente. L'asprezza acetica e quella dei frutti rossi e della frutta acerba (mela, ribes, amarena) è contrastata da un'elegante dolcezza di ciliegia, miele e caramello che rimane inizialmente in sottofondo per poi raggiungere il livello ottimale quasi a temperatura ambiente. Le bollicine sono vivaci e rendono la birra snella e piacevole, stemperandone in parte l'asprezza; la chiusura è ovviamente secca, a garantire un ottimo effetto rinfrescante, mentre il retrogusto è caratterizzato da piacevoli note legnose, qualche tannino e da un'acidità acetica abbastanza discreta e per nulla invadente. E una Oud Bruin ben assemblata e costruita; la manca ancora un pochino di profondità, complessità e/o maturità per raggiungere livelli d'eccellenza, ma la strada intrapresa dai giovani di Verzet sembra essere davvero quella giusta.
Formato: 37.5 cl., alc. 6%, lotto 2014,  scadenza non indicata, 2.95 Euro (drink store, Belgio).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 22 luglio 2013

Rodenbach Grand Cru

Rodenbach è un nome che non necessità di presentazioni per tutti gli appassionati di birra; per chi invece si è da poco interessato al mondo della birra, e capita magari per caso su queste pagine, facciamo un breve riassunto storico, ricavato per lo più dall'imprescindibile libro di Michael Jackson "Great Beers Of Belgium", che parte dal lontano 1820 quando Alexander Rodenbach (la famiglia era originaria di Coblenza, in Germania) acquista assieme ai fratelli Pedro, Ferdinand e Constantijn il birrificio St. George di Roeselare; tra di loro c'è l'accordo di gestire assieme il birrificio per quindici anni. Alla scadenza del vincolo, Pedro e sua moglie Regina Wauters rilevano per intero la proprietà, lasciandola poi in eredità al figlio Edward al quale succede nel 1878 il figlio Eugene, che apprende il mestiere del birraio nell'Inghilterra delle Porter, allora realizzate con un blend di birra giovane e di birra più vecchia maturata in botti di legno. E' lui a costruire la grande cantina, con enormi tini di quercia, che ancora oggi potere visitare alla Rodenbach e che è stata dichiarata monumento d'archeologia industriale dalla comunità fiamminga di Roeselare. Eugene non ebbe figli maschi, e la famiglia Rodenbach decide di costituire una società a cui affidare il controllo del birrificio; nel corso degli anni le quote dei discendenti della famiglia Rodenbach si sono sempre più ridotte, per arrivare alla cessione, nel 1998, alla Palm Brewery. Come purtroppo la storia insegna, il cambiamento di proprietà spesso comporta anche un cambiamento dei prodotti, per la necessità di ridurre i costi di produzione, ed anche le birre della Rodenbach non sono state immuni da questo, come fanno notare i più esperti bevitori. Rimane comunque ancora un bel bere, come dimostra questa bottiglia di Grand Cru (brassata per la prima volta alla fine del 1800), ottimo esempio di una Flanders Red Ale (categoria  stilistica che Beer Advocate mantiene, mentre Ratebeer opta per il "sour red/brown ale") che viene ottenuta miscelando un terzo di birra giovane con due terzi di birre invecchiate per due anni in enormi botti di rovere. All'aspetto è di colore rosso borgogna, scuro, splendido, e forma una schiuma ocra, fine e cremosa, poco persistente. Il naso è molto  complesso, lattico ed acetico convivono assieme a sentori di terra umida, legno, frutti rossi come ribes ed amarena, mela; quando la birra si scalda emergono anche note più dolci di prugna secca e di ciliegia matura. Il gusto ha una buona corrispondenza con l'aroma, aspro di frutti rossi, mela renetta, anche se in secondo piano c'è una sottile dolcezza (ciliegia sciroppata) a stemperarlo. Le caratteristiche vinose, di un vino inevecchiato, sono più evidenti man mano che la birra s'avvicina alla temperatura ambiente; chiude con uno splendido finale secco e tannico,  con una punta amarognola (nocciolo di pesca) e legnosa. Birra complessa ma molto facile da bere, versatile sia come aperitivo che, grazie alla marcata acidità, in abbinamento gastronomico.  Non a caso l'ultimo Michael Jackson la definiva contemporaneamente "the most refershing beer in the world" e "the most food-friendly beer in the world" senza dimenticare, ovviamente, la sua prima definizione della Rodenbach Grand Cru: "il Borgogna del Belgio". Formato: 33 cl., alc. 6%, IBU 8, lotto 3.20 13:10, scad. 04/11/2014, pagata 3.50 Euro (foodstore, Italia).

martedì 9 agosto 2011

Verhaeghe Duchesse De Bourgogne

La famiglia Verhaeghe produce birra sin dal 1500; gli arttuali discendenti hanno inaugurato il birrificio negli anni '60 a Vichte, nelle Fiandre Occidentali. La Duchessa di Borgogna è Maria di Borgogna; nata nel 1457 a Bruxelles, divenne a 20 anni Imperatrice del Sacro Romano Impero Germanico; morì a Bruges, nel 1482, a seguito di una caduta da cavallo durante una battuta di caccia. La Duchesse De Bourgogne, invece, nasce da un blend di due birre: una giovane (8 mesi) ed una più vecchia (18 mesi), maturata in botti di rovere. All'aspetto è di uno stupendo color rubino, velato. La schiuma, fine e cremosa, è color ocra, molto persistente. Aroma complesso, dove convivono sentori di aceto di mele, melograno, frutti rossi (ribes) e di legno. Al palato l'imbocco è molto dolce e ricco di frutti di bosco rossi, ma subito bilanciato da un'acetosità marcata che fa ritrovare una corrispondenza quasi perfetta con l'aroma. Birra che si muove sul sentiero dell'agrodolce, dal gusto molto pulito, terminando secca. Lascia un retrogusto agrodolce, fruttato, con qualche timida nota legnosa. Si lascia bere abbastanza bene; c'è chi la considera perfetta come aperitivo, noi invece ci siamo per un attimo dimenticati d'essere in Agosto e l'abbiamo idealmente collocata in un tranquillo dopocena autunnale. Formato: 33 cl., alc. 6.2%, scadenza 05/01/2013, prezzo 2.40 €.