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martedì 15 dicembre 2020

Tripel de Garre

Birra, cioccolato e merletti sono le cose che non potrete evitare di acquistare nel corso di una visita a Brugge. A noi interessa ovviamente la prima: il libro “Around Bruges in 80 Beers” (l’ultima edizione è  del 2013, purtroppo) vi dà solo una vaga idea dell’offerta che la splendida e affollata città delle fiandre offre.  Anche Brugge non sfugge al cliché delle “trappole per turisti della birra”: chi cerca semplicemente una birra d’abbazia o una bella triplo malto non avrà problemi a soddisfare la propria voglia con spine e bottiglie di marchi industriali o di beerfirm. Il Beer Wall  sarà una delizia per i vostri occhi e i piccoli negozietti del centro storico saranno un pericolo per il vostro portafoglio. Uno dei vantaggi di recarsi in Belgio è di poter acquistare bottiglie a prezzi irrisori, se paragonati a quelli italiani: bene, non fate allora acquisti a Brugge e dirigetevi in qualche Drankenwinkel nei dintorni. Ma Brugge può stupire anche gli appassionati di birra meno ingenui: è sorprendente scoprire come in un normale negozietto di generi alimentari potete comprare una bottiglia di quella rara Westvleteren che i (furbi) monaci vendono esclusivamente al proprio monastero previa prenotazione.
Come ogni meta turistica anche Brugge ha i suoi tesori nascosti e in questo caso l’aggettivo nascosto è più che mai appropriato. Non capiterete mai davanti alla Staminee De Garre per caso, nonostante si trovi in linea d’aria a poche decine di metri dal Grote Mark, la piazza principale. Per raggiungere questo piccolo bar/birreria dovete infatti imboccare un minuscolo vicolo, una specie di passaggio segreto che parte da un piccolo arco di Breidelstraat. La mappe di Google non vi aiuteranno ma le difficoltà nel riuscire a raggiungerlo sono parte integrante della gratificante esperienza De Garre: una volta messi i piedi sul lastricato di ciottoli, spesso umidi, come per magia non avvertirete più il brulichio delle vie più trafficante che avete appena abbandonato. Un ultimo dubbio vi assalirà anche dopo aver imboccato il vicolo: dove si trova il locale? La risposta che state cercando è davanti a voi, quell’anonima porta in cima a quei pochi scalini che sembrerebbero essere solo l’ingresso di un palazzo costruito nel 1700. 
Il locale è piccolo, con pochi tavolini e posti a sedere: oltre dai locali è frequentato da un numero sempre crescente di appassionati provenienti da ogni parte del mondo. Andateci presto se volete essere sicuri di trovare posto e godere delle calde pareti in mattoni a vista, dei lampadari in ferro battuto e del legno che adorna  balaustra e pavimenti delle piccole sale ai piani superiori. E’ un salto indietro nel tempo.  Ad attirarvi qui non è certo l’offerta delle quattro spine (monopolio del birrificio Van Steenberge: Tripel van de Garre, Baptist Witbier, Gulden Draak e Gulden Draak Quadrupel ) o del menù che include circa 150 bottiglie ma nessuna rarità particolare. E neppure il benvenuto che lo staff vi riserverà, tipicamente belga: occasionalmente amichevole, più probabilmente un po’ seccato dalla vostra presenza, soprattutto quando il locale è pieno: evitate di fare troppe domande e siate autosufficienti nella scelta.  La “cucina”  offre solamente qualche snack freddo e informale, il bar serve superalcolici, vino ma anche caffè, tè e cioccolata calda. 
A farvi cercare il vicoletto De Garre è la birra della casa, la Tripel van de Garre: è una delle tante birre che il birrificio Van Steenberge, moderno e completamente automatizzato, produce per conto terzi: locali, distributori, importatori, beer firm. Ricetta originale? Rietichettatura di qualche altra Tripel? Non lo sapremo mai, ma non è questo che conta. E’ importante il modo in cui ve la spillano e ve la portano, in quel bicchiere dalla base tozza che pare più adatto ad un distillato. Lei arriva con un schiuma cremosissima e indissolubile, che vi accompagnerà senza battere ciglio sino al termine della bevuta. Ad affiancarla una piccola ciotola di vetro con alcuni pezzi di formaggio, infilzati da un paio di stecchini di legno. Il tutto vi sarà servito su di un vassoio tondo adornato da un’imitazione in plastica di un merletto. Pensate al paradosso: arrivate in Belgio, patria di tanti piccoli produttori di birra, del lambic, delle Flanders Red e vi ritrovate a bere quella che è sostanzialmente una beerfirm, una birra nata a tavolino. Eppure funziona. L’atmosfera è unica, il servizio rigoroso ma impeccabile, la magia prende forma e voi di dimenticate di tutto il resto. 
Si dice che alla Staminee vi sia concesso di  berne al massimo tre a testa, per poi lasciare il posto ad altri: considerata la gradazione alcolica delle etichette normalmente presenti alle spine, potete comunque prendervela molto comoda. 

La birra.

La Tripel de Garre è (era) disponibile solo alla Staminee, con l’eccezione di un numero limitato di bottiglie magnum (1,5 litri) per l’asporto.  Negli ultimi anni sono stati però avvistati fusti anche in alcuni locali all’estero, inclusa Italia, nell'improbabile tentativo di replicare la magia. Non ci vedo nulla di strano e non è mia intenzione fare il moralizzatore indignandomi che questa birra sia fruibile anche lontano dalla sua casa; qualsiasi appassionato sa quanto la birra sia più buona quando non viaggia e viene bevuta nel luogo in cui viene fatta. A voi scegliere se ordinarla o no. A far “indignare” ulteriormente i puristi qualche tempo fa sono poi apparse in molti paesi europei anche delle più pratiche bottiglie da 33 centilitri. 
Il suo colore è un limpido oro antico, con qualche riflessi ramato: la schiuma biancastra è generosa e abbastanza compatta, ma non sono riuscito a replicare la scultura plasmata dalla spina della Staminee. Al naso emergono profumi di coriandolo, mela e scorza d’arancia, accenni di banana, miele e pasticceria, un pizzico di pepe bianco e qualche ricordo floreale. Al palato scorre piuttosto bene ed è sospinta da una buona carbonazione; la sua gradazione alcolica  (11%) è se non ricordo male leggermente inferiore rispetto a quella in fusto (11.5%). Biscotto, miele, un po’ di canditi ma non troppi, una  delicata speziatura e richiami alla pasticceria guidano una bevuta dove l’alcool parte in sordina (assecondando la “diabolica” tradizione delle letali Strong Ales belghe) per poi alzare progressivamente la testa. La classica domanda da fare agli amici che portate per la prima volta da De Garre è: ”indovina quanti gradi fa questa birra?” .  La risposta di solito oscilla intorno al numero 7: nel caso di questa bottiglia io mi spingerei sicuramente sino al numero 9, ma non ci si può certo lamentare della sua bevibilità. Il suo percorso termina con una punta amaricante di curaçao, lievemente terrosa: cerca di chiudere secca ma  le manca un po' d'acidità e c’è una patina zuccherina che rimane un po’ troppo appiccicata al palato. 
Tecnicamente è una Tripel ben fatta, una delle tante che Van Steenberge sa fare: ma a dispetto della sua gradazione alcolica non riesce a scaldare il cuore.  In sottofondo immagino quel Bolero di Ravel che spesso suona da De Garre quando arriva l’orario di chiusura; in questo caso però la danza della giovane gitana sul tavolo non riesce a sedurre chi è seduto ai tavoli della taverna in Andalusia. 
Formato 33 cl., alc. 11%, lotto 29IT, scad. 29/09/2023, prezzo indicativo 5 Euro (beershop) 

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 10 dicembre 2019

Coop Italia Fior Fiore IPA & Fior Fiore Blonde


“Nel corso del 2018, per la prima volta, gli acquisti di birra in Italia hanno raggiunto e superato il miliardo di euro, con un consumo medio pro capite di 32 litri. Continua a crescere la passione per questa storica bevanda, che può offrire agli estimatori tante versioni diverse, per gusto, sapore, tipologia di lavorazione e paese di provenienza. Se la cavano bene le birre straniere, ma crescono anche quelle italiane, sia nel mercato interno sia nell’esportazione che ha raggiunto i 200 milioni di euro e un +11% nell’ultimo anno”: questa la premessa fatta dal gruppo Coop nei primi mesi del 2019 per annunciare il rinnovamento l’ampliamento dell’offerta “Birre Fior Fiore”.  Si parte dall’Italia e dalle Birre doppio malto Fior Fiore (chiara e rossa) prodotte da Pedavena caratterizzate “da un profilo aromatico più ricco e un rafforzamento organolettico del corpo delle ricette, approvate da esperti assaggiatori” (sic)  per arrivare alla Germania dove il birrificio Wieninger, in Baviera, produce la  Birra di frumento IGP tedesca Fiorfiore.  Le novità sono invece rappresentate con due tuffi nella tradizione belga (Blanche e Blonde) e uno in quella anglosassone (English IPA). 
Curiosi di sapere come sono ? Beviamole. 

Pariamo dall’Inghilterra e dal birrificio Robinson che si trova a Stockport, nella grande periferia di Manchester. Personalmente lo ricordo solamente per quella che credo sia la sua birra più famosa e, probabilmente, la meno peggio: parlo della Old Tom, disponibile anche nella sua improbabile versione al cioccolato. Ma Robinson è anche il responsabile (sì, "che può essere chiamato a rispondere di certi atti") della serie delle Trooper, le birre ufficiali degli Iron Maiden e produce già svariate birre per la grande distribuzione inglese (Marks & Spencer) e per le Co-op europee. A loro per il mercato italiano viene chiesto di produrre la Fior Fiore IPA: sarà un clone della Robinsons 9 Hop IPA  (anche’essa  6.0%) ? Non lo sapremo mai. La novità in casa Coop non è però accompagnata da un adeguato restyling delle etichette, che ripropongono le stesse (terrificanti) linee guida di tutta la gamma Fior Fiore. Il comunicato stampa Coop ci vuole però far sapere che la birra ha seguito il “metodo di produzione del periodo coloniale, quando i lunghi viaggi verso l’India richiedevano l’uso di tanto luppolo per la conservazione della birra”. 
Nel bicchiere è perfettamente limpida, il suo colore oscilla tra il ramato e l’ambrato: schiuma biancastra, cremosa, ottima persistenza. Fiori, marmellata d’agrumi, trebbie, terra: l’aroma non è così terribile, anche se trasmette una sensazione di vecchiaia anziché di freschezza. Dopo tutto in una English IPA nessuno va a cercare l’intensità e la freschezza del dry-hopping o del DDH. Purtroppo il peggio deve ancora venire: note metalliche e saponose caratterizzano una IPA che si fa davvero fatica a bere. C’è anche posto per un po’ di caramello, di marmellata d’agrumi e per un amaro terroso e vegetale davvero sgraziato e sgradevole: anche l’alcool (6%) potrebbe essere meglio nascosto. Costa all’incirca 5 euro al litro ma fa rimpiangere i soldi spesi: se proprio volete spendere poco vi conviene andare al discount e mettere nel carrello le IPA prodotte da Amarcord o quelle della Crafty Brewing Company fatte per Lidl dal birrificio irlandese Rye River. Spenderete ancora meno meglio.

Meglio attraversare in fretta lo Stretto della Manica per abbandonare il Regno Unito e recarsi in Belgio dove al birrificio belga Van Steenberge è stata commissionata la Fior Fiore Birra Blonde. Van Steenberge è un birrificio commerciale che produce quasi più per conto terzi che per se stesso e che vanta un numero sterminato di etichette: Gulden Draak, Old Buccaneer, Piraat e Augustijn sono quelle che godono di maggior notorietà e che trovate spesso anche nei supermercati italiani. Ma Van Steenberge è anche colui che produce la Tripel de Garre, e berla alla spina dello Staminee de Garre nell’omonimo vicolo di Bruges è un’esperienza che ogni birrofilo dovrebbe fare almeno una volta nella vita.  Il problema è che Van Steenberge non di rado commercializza la stessa birra con etichette e nomi diversi: difficile orientarsi.  Ad esempio il birrificio belga produce già di suo le Keizersberg Blond, Tripel e Dubbel e quelli della Coop dicono che la Fior Fiore Blonde si basa su una ricetta del 1899 arrivata dall’abbazia benedettina di Keizersberg. Bingo? 
Mi coglie di sorpresa: gushing, dai tecnici di Van Steenberge non me l’aspettavo. Il suo colore invece è perfettamente in bilico tra l’arancio e il dorato, la schiuma non è invece quella “panna montata” tipica della scuola belga. Il naso però non è niente male: coriandolo, chiodo di garofano, pepe bianco, zucchero candito, biscotto, curacao; pulito, abbastanza intenso. Bene anche la sensazione palatale, scorrevole, vivacemente carbonata e con l’alcool (7%) che s’avverte solo nel finale come da manuale belga. La bevuta è meno interessante rispetto al naso ma comunque accettabile: biscotto, miele, zucchero candito e frutta candita disegnano una birra piuttosto dolce che viene comunque abbastanza ben attenuata e bilanciata da un tocco amaricante di curacao e purtroppo spenta da un finale un po’ troppo acquoso. Una belga standard che sembra uscire da un campionario, priva di anima ma che comunque si beve senza problemi. Rispetto alla IPA qui siamo su di un altro pianeta. 
Nel dettaglio:
Fior Fiore IPA, formato 50 cl., alc. 6,0%, lotto L9898, scad. 28/10/2020, prezzo 2,40 €
Fior Fiore Birra Blonde, formato 50 cl., alc. 7%, lotto 19HS, scad. 05/12/2019, prezzo 2,40 €

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 7 maggio 2019

Monks Café Flemish Sour Red Ale

Del birrificio belga Van Steenberge vi avevo già parlato in questa occasione. Si trova ad Ertvelde, una quindicina di chilometri a nord di Gent: Piraat e Gulden Draak sono le due birre di maggior successo di un’azienda moderna ed automatizzata che dedica una buona parte della propria capacità a produrre per conto terzi. 
Le cose erano ovviamente diverse nel 1922 quando Paul Van Steenberge prese il comando del birrificio e lanciò una birra chiamata  Bios Vlaams Bourgondië, una Flemish  Red che a quel tempo veniva prodotta assemblando birra fresca con birra che era stata invecchiata in botte per un paio di anni. Col passare del tempo la popolarità dello stile è andata scemando e la Bios venne prodotta solo occasionalmente, quasi abbandonata: all’inizio degli anni 2000 fu un pub americano a salvarla dal definitivo oblio.
Facciamo un passo indietro al 1984 quando Tom Peters – un publican di Philadelphia -  si trovava in vacanza con la moglie in Europa: “eravamo diretti a Parigi ma il nostro volo low cost si fermò a Brussels e avevamo un paio d’ore per visitare la città prima di salire sul treno. Avevamo sete e ordinammo in una bar una Heineken, avevo sentito che in Europa era migliore di quella che arrivava in America. Ma dopo averla assaggiata dissi a moglie che faceva schifo come quella negli Stati Uniti. Il barista sentì il mio commento e poco dopo mi allungò un bicchiere di Duvel. Poi di Orval, poi di Chimay. Quando uscì dal bar non sentivo più le gambe: cambiammo i nostri programmi di viaggio e restammo qualche altro giorno a Brussels. Quel viaggio e quelle birre cambiarono la mia vita per sempre”.  
Rientrato a casa Tom inizia a reperire e ad assaggiare qualsiasi birra belga riesca a reperire dagli importatori e comincia a proporre qualche bottiglia di birra belga ai propri clienti che, lentamente, apprezzano. Nel 1997 si mette in proprio e assieme al socio Fergus Carey apre il pub Monk’s:  tante bottiglie, tre spine dedicate al Belgio e ai primi birrifici artigianali americani. A quel periodo la Craft Beer Revolution doveva ancora nascere. “Facevo  vedere ai clienti la bottiglia ed il bicchiere e dicevo loro: “se non ti piace non te la faccio pagare e me la bevo io.  Al tempo stesso li incuriosivo con le storie dei monasteri e dei birrifici che avevo visitato in Belgio.  Le prime bottiglie di Cantillon non furono però così facili da vendere” ammette Tom. 
In quegli anni anni il Monk’s Cafè di Philadelphia diventa una vera e propria mecca per birrofili e uno dei beer bar più noti agli appassionati americani.  Tom viene riconosciuto come esperto conoscitore di birra belga e gli viene affibbiato il soprannome di “The Belgian Beer Whisperer of Philadelphia”. Il sogno di (quasi) ogni pub è di avere la “propria” birra da offrire ai clienti; la birra del Monk’s non poteva altro che essere belga e nel 2002 Tom Peters convinse il birrificio Van Steenberge a tornare a produrre la Bios Vlaams Bourgondië rietichettandola come “Monks Cafè”.  Da allora viene prodotta una volta all’anno. Purtroppo il birrificio non utilizza più botti di legno quindi il blend tra birra giovane e vecchia viene fatto utilizzando tini in acciaio. La birra debutta il 23 marzo 2003 nel corso di una esosa serata ($100) presenziata da Michael Jackson. Non mi sto ovviamente riferendo al cantante. 

La birra.
Colore ebano scuro, intensi riflessi rosso rubino, schiuma cremosa e compatta: un ottimo biglietto da visita. Al naso ciliegia sciroppata, frutti di bosco, lieve aceto di mela, profumi floreali e di frutti rossi aspri che tuttavia non mettono in discussione la dominanza del “dolce” in un aroma pulito e intenso. Premesse che suggeriscono una Flemish Red  abbastanza docile ed addomesticata, poco spigolosa:  in effetti la bevuta è dolce, ricca di ciliegia, aceto balsamico, caramello e frutti di bosco che sfumano lentamente in un finale dall’acetico e dall’acidità lattica molto contenute. Il risultato è una birra secca, rinfrescante e dissetante, gradevole da bere ma poco profonda e un po’ patinata se vogliamo essere pignoli, priva di quel carattere rustico e ruspante che dovrebbe sempre avere una birra della tradizione. Nota di merito per quel che riguarda la sensazione palatale, davvero ottima: poche bollicine, bevuta morbida e delicata, quasi setosa, una carezza. Una facile introduzione al mondo dell’acido per i novizi, un piacevole divertissement per chi invece ha già dimestichezza con lo stile.
Formato 33 cl., alc. 5.5%, lotto 04HO, scad. 04/08/2018, pagata 1.95 Euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 27 novembre 2014

Augustijn Blond

Bisogna camminare a ritroso sino al 1794 per arrivare all'origine della Brouwerij Van Steenberge ad Ertvelde, 15 chilometri a nord di Gent. Jean Baptise De Bruin fonda il birrificio De Peer che, alla sua morte, passa in gestione alla moglie Angelina Petronella Schelfaut. I successivi proprietari sono il cugino Jozef Scelfaut, la cui figlia sposerà Paul Van Steenberge, un professore di microbiologia all'università della birra di Gent. E' lui a gestire il birrificio dopo la prima guerra mondiale, rinominandolo Brouwerij Bios. Paul diventa sindaco di Ervelde e mostra più interesse per gli affari che per la produzione vera e propria della birra: è lui a fare gli investimenti necessari per ammodernare ed ingrandire gli impianti, trasformando i fermentatori da tini di legno a vasche di vetro, cercando al tempo stesso di tagliare i costi di produzione, sacrificando un po' - dicono - la qualità del prodotto. Nel 1972 il timone passa nelle mani dl figlio Jozef Van Steenberge, che decide di focalizzarsi solamente sulla produzione di birra, chiudendo la malteria ed i luppoleti di proprietà. Nel 1978 riesce ad ottenere i diritti di produrre la ricetta che i frati Agostiniani producevano all'interno dell'abbazia di Gent ed è lui a lanciare le altre due birre per le quali oggi il birrificio è conosciuto: Piraat e Gulden Draak.
Nel 1990 è la volta di Paul Van Steenberge, figlio di Jozef: nuovi investimenti sulla produzione, con un nuovo birrificio completamente automatizzato. Il mercato domestico è in fase calante, ed è necessario iniziare a guardare più lontano: lentamente il peso della clientela straniera assorbe sino al 60% della produzione, con Stati Uniti, Olanda e Italia come mercati principali.
Ma torniamo all'Abbazia di Gent, che nel 1295 iniziò a produrre birra sia perché era una bevanda più sicura dell'acqua che per aiutare il sostentamento dell'ordine Agostiniano. Nel 1978 i frati sono alla ricerca di un partner che possa produrre all'esterno la loro Augustijn ed il vicino birrificio Van Steenberge è la scelta più ovvia.
L'etichetta e la gradazione alcolica hanno progressivamente subito delle modifiche nel corso del tempo, con quest'ultima che è passata dall'8% dell'inizio al 7.5% ed al 7% attuale.
Molto bella nel bicchiere, l'Augustijn Blond si presenta di un bel color dorato, appena velato, ed un generoso cappello di schiuma bianca, un po' grossolana e pannosa, dalla buona persistenza. Al naso ci sono in primo piano i fiori bianchi, una lieve nota pepata e poi sentori di pera e banana, polpa d'arancio, albicocca, miele e biscotto. Un bouquet pulito e fragrante, molto piacevole. In bocca è invece il dolce a catturare la scena, con una decisa presenza zuccherina e di miele, biscotto al burro, canditi e frutta a pasta gialla, albicocca. In sottofondo un discreto ma percepibile warming etilico che arrotonda la bevuta: il corpo è medio, le bollicine si fanno sentire, la sensazione palatale è gradevole. Sebbene non ci sia praticamente amaro, l' Augustijn riesce comunque a non trasformarsi in un dolcione ma a mantenere sempre un buon equilibrio. Pulita e ben eseguita, finisce come è iniziata, senza nessuna sorpresa, dolce e zuccherina, con una lieve speziatura ed un caldo retrogusto di canditi e frutta sotto spirito. 
Formato: 75 cl., alc. 7%. lotto 28EN 06:24, scad. 28/05/2017, pagata 3.95 Euro (supermercato, Italia).

mercoledì 6 febbraio 2013

Gulden Draak

Le birre "scure" sono storicamente sempre state la specialità del birrificio belga Van Steenberge; non sorprende quindi che a metà degli anni '90, quando il birrificio decise di concentrarsi sull'esportazioni all'estero, la strong ale Gulden Draak fu scelta come "apripista". Una decisione che fu ripagata dal giudizio datole nel 1998 dall'American  Culinary Institute: miglior birra al mondo. Ma il "Dragone d'oro" è soprattutto quella scultura che domina la torre centrale (91 metri d'altezza) della chiesa Sint Niklaas di Gent, nelle Fiandre. Ha la forma di una nave vichinga, con la prua stilizzata a forma di testa di drago; la scultura fu in origine donata nel 1111 dal re di Norvegia Sigrid Magnusson all'imperatore di Costantinopoli e destinata alla sommità della cupola della basilica di Santa Sofia. Un secolo dopo, nel corso della quarta crociata, Baldovino IX, Conte delle Fiandre, durante il saccheggio della odierna Istanbul riportò la statua in Belgio, nel suo piccolo paese natale di Biervliet. Ma i vicini cittadini di Bruges, invidiosi del fatto che un paese così piccolo avesse una statua così bella, se la portarono a casa alla prima occasione (leggi "conflitto"). Gent non fu da meno, ed approfittò della battaglia di Beverhout contro Brugge del 1382 per sottrarre il dragone d'oro ai rivali e collocarlo, in bella vista, in cima alla cattedrale della loro città. La Gulden Draak da bere arriva invece in un'insolita bottiglia plastificata di bianco; fu prodotta per la prima volta all'inizio degli anni '80. E' di colore marrone scuro, con intensi riflessi rosso rubino visibili in controluce; la schiuma, molto persistente e cremosa, è beige chiaro. L'aroma sprigiona profumi di pane nero, melassa, fruit cake, zucchero di canna, frutta candita e spezie. Ha un imbocco meno "massiccio" del previsto (ABV 10,5%), con un corpo medio ed una carbonazione molto sostenuta che tuttavia non le preclude una buona morbidezza palatale. C'è toffee, liquirizia, spezie, ma soprattutto molta frutta (prugne e datteri), con un inizio di bevuta dolce che è bilanciato da una seconda parte più aspra, ricca di note di prugna acerba. E' preludio ad un finale secco e ripulente, seguito da un retrogusto abboccato, morbido, caldo ed etilico (frutta e liquirizia). Strong Ale molto solida con l'alcool nascosto in maniera esemplare; decisamente meglio in bocca che al naso, si rivela una bevuta appagante, ben equilibrata e molto "sostanziosa". Formato: 33 cl.,  alc. 10.5%, scad. 20/10/2013.

martedì 22 maggio 2012

Queue de Charrue Triple

Nel 1906 Henri Vanuxeem acquista il vecchio birrificio Gilleberte, continuando a produrre birra sino al 1966 quando la concorrenza dei grandi gruppi industriali e l'obsolescenza degli impianti lo costringono a sospendere. Il birrificio viene trasformato in un magazzino e la famiglia Vanuxeem diventa un'importante operatore nella distribuzione di bevande; il loro primo beershop di 70 m², aperto nel 1983 e tre anni dopo i nipoti di Henri, Alexandre e Arnaud Mahieu, decidono di ricominciare a produrre birra. Lo fanno senza rimettere in funzione gli impianti, affidandosi a noti birrifici come Van Steenberge, Du Bocq e Verhaeghe. Inzialmente viene prodotta una Brune, che viene seguita dalla Triple nel 1992, anno in cui la superficie commerciale del negozio di Ploegsteert arriva a 770m² che diventano 1450 nel 2000.  Questa Queue de Charrue Triple viene brassata presso la Van Steenberge, e si presenta di color oro antico, velato. Enorme la schiuma, bianchissima e pannosa, molto persistente. Naso caratterizzato subito da una fortissima speziatura, soprattutto pepe, quasi insostenibile alle narici; terminata la “tempesta”, emergono miele d’acacia e frutta candita (pesca, albicocca). Anche in bocca c’è molta dolcezza, zucchero, canditi, frutta sciroppata e biscotto al burro; il palato rimane sempre un po’ appiccicoso, ma tutto sommato la dolcezza è tenuta sotto controllo grazie ad un finale discretamente secco, preludio ad un retrogusto abboccato, abbastanza corto e leggermente etilico, dove ritorna la pesca sotto spirito. Tripel dal corpo medio, vivacemente carbonata, che nasconde molto subdolamente il contenuto alcolico (9%); se da un lato si beve con grande facilità, come se fosse una Blonde da 6,5%, dall'altro lato ci sarebbe piaciuto un finale un po' più sostenuto ed un retrogusto un po' più caldo/etilico ed avvolegente. Discreta. Formato: 33 cl., alc. 9%, lotto 16KJ, scad. 16/11/2012, prezzo 1,86 Euro.