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domenica 10 giugno 2018

Lagunitas DogTown Pale Ale

1993, 2015 e 2017: sono questi gli anni che hanno fatto la storia di Lagunitas Brewing Company, birrificio fondato nel 1993 da Tony Magee nell'omonima cittadina californiana, una settantina di chilometri a nord di San Francisco. Nel 2015 Magee, che aveva sempre pubblicamente criticato le cessioni di birrifici indipendenti alle multinazionali, vendette il 50% delle azioni alla Heineken per una cifra - si vociferava - di 1 miliardo di dollari. A maggio 2017 il colosso olandese ha completato l'acquisizione rilevando il restante 50%. Magee mantiene il suo ruolo di direttore generale della sezione "craft" di tutto il gruppo Heineken; Lagunitas ha concluso il 2017 superando il milione di ettolitri prodotti ed ha anche acquistato il 50%  di due birrifici artigianali. E in programma ci potrebbe anche essere la costruzione di un birrificio in Europa che andrebbe ad affiancare quelli di Petaluma (California) e di Chicago.
Il primo effetto della vendita ad Heineken è stato ovviamente l'ingresso del marchio Lagunitas nei canali della grande distribuzione, sia negli Stati Uniti che in Europa. A fine 2016 passammo in rassegna le prime tre bottiglie arrivate sugli scaffali dei nostri supermercati: di tanto in tanto dalla California arriva qualche altra etichetta, come la DayTime Session IPA e l'ultima arrivata DogTown Pale Ale.

La birra. 
La DogTown Pale Ale è un importante pezzo di storia di Lagunitas, essendo stata la prima birra prodotta nel lontano 1993, quando Magee si era da poco trasferito dalla cucina di casa ai locali commerciali del Richards Grocery Store di Forest Knolls. Quella che potete bere oggi non è però la stessa birra ma, come racconta il birrificio in etichetta, una nuova versione migliorata e "rinata" nel 2008: "la vecchia sapeva di broccoli e kerosene e la carbonazione ti scioglieva lo stomaco nelle budella". Un tempo chiamata "New DogTown Pale Ale", ha oggi definitivamente perso l'aggettivo "nuova". 
La data di scadenza impressa con il laser sul collo della bottiglia mi fa pensare ad un esemplare nato lo scorso gennaio 2018. Nel bicchiere è dorata, limpida e forma una testa di schiuma cremosa e compatta dall'ottima persistenza. L'aroma è pulito ed ha una buona intensità: a quasi sei mesi dalla messa in bottiglia non si può parlare di freschezza ma i profumi sono comunque ancora accettabili e gradevoli: note floreali, aghi di pino, frutta tropicale, pesca e pompelmo si mescolano a quel dank tipico della West Coast. E' una Pale Ale che al palato scorre bene pur mostrando qualche muscolo: se in etichetta ci fosse scritto IPA, in pochi avrebbero qualcosa da obiettare. Il gusto riprende il percorso dell'aroma con un bell'equilibrio e una bella intensità: alle note maltate di pane e miele il compito di sorreggere la generosa luppolatura che si esprime prima con un tocco di frutta tropicale e poi con un bel finale amaro, resinoso e pungente, dank.  E' ancora in buona forma questa bottiglia di DogTown che - parliamo di 8 euro al litro, promozioni escluse - rappresenta un'ottima risorsa sugli scaffali del supermercato. Profumata e pulita, intensa, amara ma bilanciata: la trovo in condizioni ancora accettabili e se non cercate in lei l'espressione massima della freschezza ne ricaverete ben più di una soddisfazione.
Formato 35.5 cl., alc. 6.2%, IBU 62, lotto 2574 1848, scad, 23/01/2019, prezzo indicativo 2.49 Euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 30 dicembre 2016

Lagunitas Brewing Company: IPA, A Little Sumpin’ Sumpin’ Ale & Lagunitas Sucks

"Vendere significa vendere il cuore dei tuoi migliori amici e quella parte della vita che i tuoi collaboratori hanno passato a lavorare per te": questo un tweet di Tony Magee datato 2013 con il quale criticava una delle tante acquisizioni di birrifici "craft" da parte di grandi multinazionali, dichiarando che lui mai lo avrebbe fatto.  
Come commentare allora l'annuncio di settembre 2015 con il quale Lagunitas Brewing Company annunciava di aver stretto una partnership 50/50 con il colosso mondiale Heineken? E' Magee stesso, fondatore nel 1993 del birrificio a Petaluma (California), a spiegarne le motivazioni direttamente sul forum di BeerAdvocate, anticipando tutte le critiche. E mentre dall'altra parte dell'oceano Heineken non parlava di partnership ma di aver  acquistato il 50% di Lagunitas, Magee chiariva di avere ormai 55 anni e la necessità di guardare al futuro assicurandolo a se stesso, ai suoi dipendenti e ai suoi partner aziendali: "abbiamo ricevuto e rifiutato proposte da AB InBev e SABMiller, siamo stati noi a bussare alla porta di Heineken che inizialmente non aveva nessun interesse nei birrifici craft".  La partnership con Heineken gli consente infatti di accedere ad una catena distributiva mondiale e di guardare al di là dei confini nazionali: "questa non è la fine di Lagunitas, è forse solo la fine del suo percorso iniziale. Ora abbiamo davanti un'opportunità storica per esportare la passione che caratterizza la Craft Beer americana in tutto il mondo; anzi questo forse potrebbe diventare il giorno della vittoria della Craft Beer americana".  
I dettagli economici della partnership operativa da fine 2015  non sono stati resi noti ma si dice che il birrificio di Petaluma, che nel biennio 2012-2014 è cresciuto del 58% con una produzione di un milione di ettolitri, sia stato valutato all'incirca un miliardo (!) di dollari. Oltre alla sede di Petaluma e a quella di Chicago sarà a breve operativa anche quella di Azusa, a quaranta chilometri da Los Angeles, città dove finalmente la craft beer sta prendendo piede e, soprattutto, luogo strategicamente conveniente per  l'esportazione verso i mercati del Sud America, Messico in primis. Una capacità iniziale di 400.000 barili/anno che, assieme a quelli prodotti a Petaluma e Chicago, porteranno Lagunitas alla pari di Sierra Nevada.
Per il momento la partnership con Heineken sta iniziando a dare i suoi frutti in Europa, con le Lagunitas che, attraverso i partner distributivi del colosso olandese, sono arrivate sugli scaffali di qualche supermercato; se qualcuno me lo avesse predetto quattro anni fa, gli avrei sicuramente riso in faccia.

Le birre.
Tre le etichette che sono arrivate dalla California; non manca ovviamente la flagship IPA (6.2%), la IPA più venduta in tutta la California. Nel febbraio 2015 il 12 pack di Lagunitas IPA divenne addirittura il "pack" più venduto in tutta la Bay Area (San Francisco), capace di superare i grandi marchi industriali. Disponibile quasi ovunque, la IPA di Lagunitas è in molti locali l'unica alternativa alle multinazionali, capace di "salvarvi" la vita quando non trovate niente di decente da bere.
La bottiglia in questione è "nata" lo scorso settembre 2016 e si presenta quasi limpida e di color oro antico, con qualche venatura ramata; la schiuma leggermente biancastra è compatta e cremosa ed ha un'ottima persistenza. Il naso non è di certo un elogio alla freschezza ed alla intensità ma è tutto sommato ancora accettabile: pompelmo e pino la fanno da padrone, accompagnati da profumi floreali e di biscotto; il fruttato più che di fresco ricorda però la marmellata. Il percorso continua in linea retta al palato senza grosse divagazioni; la base maltata, seppur non invadente, richiama biscotto e caramello e introduce il dolce della marmellata d'agrumi al quale risponde subito l'amaro, resinoso e vegetale, al quale spetta poi il compito di chiudere la bevuta. La secchezza potrebbe essere migliore, il finale amaro è lungo ed intenso ma ha perso un po' di vigore e non punge quanto potrebbe. Non c'è da fare salti di gioia ma se ci si accontenta si ha nel bicchiere una delle tante IPA americane che arrivano dopo tre mesi di viaggio e il fiato un po' corto ma ad un prezzo vantaggioso.  Se cercate la fragranza e la freschezza dei luppoli guardate altrove, se invece vi accontentate di una discreta IPA, bilanciata e facile da bere ma lontana parente di quella che era in origine, non sarebbe affatto male trovare sempre questa Lagunitas sugli scaffali della grande distribuzione. Il prezzo è un po' più elevato delle IPA crafty (Poretti, Ceres, Tennents) ma è più contenuto di molte altre IPA "artigianali" (italiane e non) che occupano gli stessi scaffali dei supermercati con alterne fortune (per chi le compra).

La seconda Lagunitas arrivata in Italia è la A Little Sumpin’ Sumpin’ Ale (7.5%): realizzata per la prima volta nel 2009 come birra stagionale estiva è poi entrata di diritto in produzione regolare. Il mash prevede il 50% di frumento ed un generoso utilizzo di luppoli in dry-hopping: India Pale Ale o  American Wheat Ale? A voi la preferenza. Il bicchiere diventa dorato, leggermente velato e anche in questo caso la schiuma che si forma è impeccabile: cremosa, fine e compatta, ottima persistenza. Buona parte del (dichiarato) abbondante dry-hopping si è evidentemente perso nel viaggio attraverso l'oceano: l'aroma è pulito ma poco intenso e, anche in questo caso, poco fresco/fragrante. Ci si muove in territorio tropicale; mango e melone, con pompelmo e frutti di bosco ad agire in sottofondo. Molto più secca della sorella IPA, riaccompagna subito il bevitore in territorio  tropicale con il dolce del mango, del melone e della papaia. Anche questa birra è stata imbottigliata lo scorso settembre e la freschezza della frutta ne risente, virando di nuovo verso la marmellata ed il candito. I malti, leggermente caramellati, supportano la generosa luppolatura che sfocia in un finale amaro, lungo e intenso, nel quale la resina punge ancora un po'. Alcool ben nascosto, corpo medio ed una carbonazione contenuta le consentono di scorrere piuttosto pericolosamente: il rapporto qualità prezzo (2.65 € per 35 cl.) è buono, ma anche qui dovete accontentarvi e non essere alla ricerca della freschezza, che purtroppo è la caratteristica principale delle birre molto luppolate.

Terminiamo questa rassegna con Sucks, una sorta di Double IPA prodotta con malto d'orzo, frumento, segale, avena ed un parterre di luppoli composto da Chinook, Simcoe, Apollo, Summit, HBC342 e Nugget.  L'avevo già incontrata un paio di anni fa in California nel formato criminale (per un ABV dell'8%) da 35 once, ovvero quasi un litro che viene venduto a cinque dollari. Quella bevuta non era purtroppo andata nel migliore dei modi e cerco di rimediare ora con una bottiglia nata - quasi come quella di allora - circa tre mesi fa. Il nome abbastanza curioso di questa birra significa “Lagunitas fa schifo” ed il perché ve lo avevo raccontato in quella occasione. 
Il suo colore è tipicamente West Coast, tra il dorato e l'arancio, appena velato; la schiuma biancastra è anche in questo caso perfettamente fine, cremosa, compatta e mostra una lunghissima persistenza. Nell'aroma convivono i profumi degli aghi di pino con quelli del pompelmo e della frutta tropicale (mango, melone, ananas): l'aroma non è esplosivo ma molto pulito, con un livello di freschezza tutto sommato ancora accettabile, se ci si accontenta. La sensazione palatale è ottima: birra morbida, corpo medio, bollicine contenute e ottima scorrevolezza. Il gusto ricalca l'aroma riproponendo la frutta tropicale che viene supportata dall'impalcatura per nulla invadente dei malti (biscotto, miele, caramello). Il fruttato ha perso un po' del suo splendore (canditi e marmellata) ma è ancora predominante e caratterizza una bevuta facile e gradevole. Il pompelmo chiude il percorso della frutta e introduce il finale amaro e resinoso, purtroppo non molto pungente, con il quale si conclude questa Double IPA. Alcool ben nascosto che riscalda con garbo solo a fine corsa, buona attenuazione, pulizia ed equilibrio: delle tre Lagunitas la Sucks è quella che è meglio sopravvissuta al viaggio oceanico. Una bevuta ancora godibile e dal buon rapporto qualità prezzo, soprattutto se dovete acquistarne più di una bottiglia per una cena tra amici o per una grigliata.

Se volete provarle, fate in fretta: sono tutte e tre state imbottigliate lo scorso settembre e il tempo non è amico di questo tipo di birra. Tra qualche mese il loro decadimento sarà ancora più evidente: ed è forse questo il maggior problema che riguarda le birre "artigianali" (anche se Lagunitas non può più essere definita tale) nella grande distribuzione. Acquisti di grossi quantitativi che poi rimangono in giro per moltissimi mesi, sino ad esaurimento scorte, quando invece sarebbe assolutamente indispensabile far arrivare regolarmente sugli scaffali lotti produttivi sempre freschi. Per ora dalla California sono arrivate queste tre birre, della tipologia meno adatta a viaggiare: speriamo che prima o poi arrivino anche altre birre meno luppolate e quindi meno suscettibili al trascorrere del tempo. Con il buon livello di prezzi di Lagunitas (negli Stati Uniti era tra i produttori craft più a buon mercato) sarebbero davvero un'ottima risorsa sugli scaffali del supermercato.

Nel dettaglio:
IPA: 35.5 cl., alc. 6.2%, IBU 51.5, scad. 07/09/2017, prezzo indicativo 2.49 Euro (supermercato)
A Little Sumpin’ Sumpin’ Ale: 35.5. cl., alc. 7.5%, scad. 07/09/2017, prezzo indicativo 2.65 Euro (supermercato)
Sucks: 35.5 cl., alc. 8%, IBU 63, lotto 1438 0424, scad. 09/09/2017, prezzo indicativo 2.65 Euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 8 settembre 2014

USA - Double IPA: Lagunitas Sucks, Dust Bowl Therapist, Ninkasi Tricerahops, Firestone Walker Double Jack, Knee Deep Hoparillo

Terzo ed ultimo mini-reportage americano; dopo le Session IPA che vi ho raccontato in questa occasione, è l’ora di passare alzare l’asticella e di passare "alle cose serie", potrebbe dire qualcuno. Per questa mia seconda trasferta americana ho volutamente deciso di tralasciare un po' la categoria delle IPA/IIPA, ma qualcuna c'è ugualmente scappata. Ecco allora una rapida carrellata di quanto bevuto; come vedrete l'esperienza - a parte un paio di episodi - è stata purtroppo tutt'altro che soddisfacente.
Da Lagunitas (Petaluma, California del Nord) ecco la Lagunitas Sucks, un nome abbastanza curioso che significa “Lagunitas fa schifo”. Il perché è presto svelato: nel 2011 Lagunitas non è in grado di  produrre la sua birra stagionale invernale, chiamata Brown Shugga. Nell’attesa dell’arrivo di un nuovo impianto, la capacità produttiva è tutta impegnata nel produrre ogni tre ore 80 barili di PILS e di IPA e il birrificio non se la sente di sacrificare una buona parte della produzione di queste birre per fare un piccolo lotto della complessa Brown Shugga.  Quindi si autodefiniscono “schifosi, incapaci” e decidono di sostituire la Brown Shugga con una birra meno impegnativa (per gli impianti) chiamata appunto Lagunitas Sucks (Brown Shugga Substitute Ale).  Malto, segale, frumento, avena ed un parterre di luppoli composto  da Chinook, Simcoe, Apollo, Summit, HBC342 e Nugget:  ecco la ricetta di questa Lagunitas Sucks, che Ratebeer classifica come American Strong Ale (voto: 100/100) e BeerAdvocate come Double/Imperial IPA (voto: 97/100).  Il successo di pubblico ha portato alla creazione di una pagina Facebook per chiedere a gran voce che fosse poi replicata e resa disponibile tutto l’anno. Il birrificio ha ascoltato le richieste degli “aficionados” e già ad Aprile del 2012, grazie all’aumentata capacità produttiva, promette di inserirla tra le birre prodotte stabilmente: le promesse vengono però mantenute con un po’ di ritardo ovvero ad Aprile di quest’anno, con l’annuncio della distribuzione in  6 pack e nel generoso formato da 32 once, praticamente un litro (qualcuno in Italia ci pensi… ci sono birre che meriterebbero questo formato). La bevibilità è senz’altro ottima, nonostante il contenuto alcolico (8%) non sia certo “sessionabile”, ma personalmente l’ho trovata abbastanza monocorde con la tendenza a saturare il palato già dopo il primo bicchiere. Limpida e dorata, naso di aghi di pino, erbe officinali, una nota di geranio; manca quasi del tutto quella componente fruttata/tropicale che ti fa pensare di essere sulla West Coast.  Pulita e ben equilibrata in bocca, regala un po’ più di frutta tropicale su una base di malto (biscotto, nutty); è pulita, ha il corpo medio ed un finale quasi balsamico di resina ed erbe officinali. E’ l’amaro a limitare un po’ la bevuta, piuttosto che l’alcool, e sono costretto a vuotare nel lavandino parte di quel litro che mi ero prefisso di prosciugare in solitudine; mi resta il dubbio di aver bevuto una birra diversa da come dovrebbe essere. Il rapporto qualità-prezzo – come quasi tutte le Lagunitas – è comunque interessantissimo: cinque euro al litro. Bisogna invece un po’ impegnarsi (e ricorrere ad internet) per decifrare che la scritta al laser sulla bottiglia “154 4” indica una birra prodotta il cento cinquantaquattresimo giorno (3 giugno) del 2014.
Restiamo in California per passare alla Dust Bowl Brewing Company; siamo a Turlock, duecento chilometri a sud-est da Lagunitas; il birrificio è stato aperto nel 2009 da Brett Tate e dai partner Brett Honore e Dianne Drive. Ha annunciato proprio in questi giorni un ambizioso piano di espansione da 10 milioni di dollari per quadruplicare la capacità produttiva. Il birrificio non lesina nel produrre “big beers”, come testimonia questa pagina “imperializzando” quasi tutto: una Blanche/wit, una Alt, una Belgian Blonde. Delle due Double IPA prodotte, eccovi la Therapist, una bestia da 100 IBU e 10.4% di alcool che promette in etichetta di “non lasciarvi nessun’amarezza. Mettevi a sedere (ne avrete bisogno) e lasciate le vostre preoccupazioni al terapetua”. Il birrificio è a me nuovo, ma la bottiglia con un mese e mezzo di vita sulle spalle, è il  motivo che mi spinge all’acquisto. La birra, di colore oro antico dalla limpidezza quasi inquietante, si rivela però molto più mansueta delle sue stesse minacce: l’aroma è quasi dimesso e poco fresco, nonostante la giovine età.  Pompelmo, aghi di pino, caramello, qualche sentore di marmellata e di frutta tropicale non rappresentano certo quall’esplosione che t’aspetteresti.  Poco carbonata e dal corpo medio, morbida, offre al palato biscotto e caramello a formare il sostegno per la generosa luppolatura che si sviluppa soprattutto in pungenti note resinose; l’alcool non disturba troppo ma i 10 gradi rendono la bevuta alquanto robusta. Non è scorrevole come le migliori IIPA West Coast, mette nel “piatto” molta poca frutta e dopo qualche sorso la noia si fa largo nel palato del bevitore, o almeno nel mio; evidenzia una discreta “muscolatura” resinosa, ma l’impressione è di una birra stanca, quasi poco fresca, ad un solo mese dall’imbottigliamento. Viene quasi da pensare che sia stata lasciata al caldo per un po' di tempo.
Ripercorriamo la West Coast in direzione nord per spostarci virtualmente in Oregon, alla Ninkasi Brewing Company di Eugene, fondata nel 2006 da Jamie Floyd e Nikos Ridge. Dal 2007 producono la loro Double IPA chiamata Tricerahops, la cui ricetta si compone di malti 2 Row, Munich e Carahell, luppoli Chinook, Cascade, Summit, Centennial  e Palisade.  100 IBU x 8% ABV, con il risultato di una birra tra il dorato ed il ramato dalla schiuma biancastra, abbastanza fine e cremosa.  L’aroma è molto poco entusiasmante, con tanta marmellata d’agrumi e qualche note tropicale di mango e papaya; completano caramello e fetta biscottata. Intensità bassa, freschezza non pervenuta. Da quanto ne so Ninkasi riporta la data d’imbottigliamento sui cartoni e consiglia di bere entro 60 giorni, peccato che chi acquista le bottiglie singole che non abbia nessun riferimento su quello che sta comprando.  Oleosa, corpo medio, poche bollicine, è morbida al palato e tiene l’alcool molto ben nascosto. Quello che manca (ed in una IIPA è tutto) è la freschezza: biscotto, miele, marmellata caratterizzano il gusto, con l’amaro (resina e pompelmo) quasi assente e che riesce appena a bilanciare il dolce.  Bottiglia molto poco godibile, che il lavandino finisce di bere al posto mio.
Dopo la breve escursione in Oregon, ritorno virtuale in California da Firestone Walker.  Ho stappato con grande curiosità ed aspettative la loro Double Jack IPA, visto che in giro se ne parla assai bene e visto che mi è capitata una bottiglia con un mese scarso di vita sulle spalle. Svariati premi nel palmares, ed una ricetta che prevede malti Two-Row (Metcalf & Kendall), Munich e Simpson's Light Crystal. I luppoli per l'amaro sono Warrior, Columbus, Cascade e Centennial con un dry-hopping di Amarillo, Cascade, Centennial e Simcoe. E, finalmente, una Double IPA in un formato regolare (35 cl.) che non impegna più di tanto chi non ha intenzione di bere solo quella nel corso di una serrata. Aspetto oro antico, con riflessi ramati, limpido e cremosa schiuma biancastra dalla buona persistenza. Naso quasi imbarazzante: un po ' di biscotto, marmellata d'agrumi ed una leggera presenza etilica. Il contrario di quello che ti aspetteresti da una bottiglia ancora molto fresca. Non è che in bocca le cose migliorino più di  tanto: luppoli quasi scomparsi, rimangono i malti (biscotto, "nutty"), un corpo medio, poche bollicine. Nessuna traccia di West Coast,  un lieve warming etilico finale ed un amaro resinoso non molto intenso; quel che resta di una Double IPA è pulito e bevibile, ma la delusione è davvero tanta e mi ritrovo ad imprecare verso la famigerata "bottiglia sfortunata".
Per trovare finalmente una buona, ottima Double IPA mi devo rispostare a Nord, nella cittadina di Auburn, sulla strada che collega Reno (Nevada) a Sacramento, la capitale della California. Knee Deep era un birrificio che avevo sulla wishlist e che avevo già incontrato un paio di anni fa: nato a Reno, si era poi spostato a Lincoln ed era in attesa di ritraslocare in Nevada dove, se non erro, c'è un regime di tassazione molto più favorevole per le imprese rispetto alla California. Ma ad Aprile 2013 il fondatore Jerry Moore ed il suo socio, il birraio Jeremy Warren, annunciano di avere ottenuto la licenza dalla cittadina ai Auburn (California), che tra l'altro fornisce l'acqua proprio al paese di Lincoln, precedente sede del birrificio. Pare che sia stato proprio questo uno dei fattori decisivi: mantenere la stessa acqua utilizzata sino ad allora senza dover investire in impianti di trattamento. Che sia vero o no, alla fine dell'estate 2013 la Knee Deep riapre nell'ampia sede (1500 metri quadri) di un capannone adiacente all'aeroporto di Lincoln; qualche mese dopo viene inaugurato la taproom, affiancata da qualche food truck che rifornisce di cibo i bevitori.
Avevo in lista la loro Double IPA più famosa, chiamata Simtra, ma avendo incontrato solo delle bottiglie non molto fresche ho preferito ripiegare sulla nuova nata in casa Knee Deep, la Triple IPA chiamata Hoparillo. Simpatica l'etichetta che raffigura e riporta il nome dei tre luppoli utilizzati: Citra, Mosaic ed Amarillo, per 122 IBU e 11,1% di alcool. Sembrerebbe un pericoloso animale ultraluppolato da sorseggiare lentamente ed invece ti ritrovi a finirla con (relativa) facilità: anche lei quasi limpida, una testa di schiuma molto persistente e compatta, bianca, su di una basa color oro antico, quasi limpido. Un mese dall'imbottigliamento e finalmente un aroma degno di essere chiamato tale: fresco e pungente, pulitissimo e piacione. Una sorta di macedonia che porta mango, papaya, maracuja, lampone e fragola, pesca, pompelmo. Il corpo è medio, con una morbidezza al palato quasi inaspettata: davvero gradevole. Dalla base di malto (biscotto e caramello) si passa ad un bel fruttato tropicale che richiama l'aroma (soprattutto mango, ananas, pesca e papaya) per poi concludere con un bel finale amaro, intenso e pungente, resinoso. Pulitissima, potente ma molto ben equilibrata, con l'alcool che si manifesta in maniera molto subdola: irrobustisce quasi delicatamente la bevuta per poi presentare il conto solo quando la bottiglia è finita ed è già troppo tardi. Se penso ad una Double IPA West Coast penso al classico "bigger is better" americano e questa birra ne è in un certo senso l'incarnazione: non è qualcosa che berresti tutti i giorni, non è replicabile in nessun'altra parte del mondo ed è sproporzionata e superflua nel suo formato da 65 cl. ad uso singolo. Un po' come noleggiare una "Limo" (limousine ) per farsi accompagnare all'aeroporto, o come un weekend a Las Vegas.

Nei dettagli:
Lagunitas Sucks,  94.6 cl., alc. 8%, IBU 63,21, lotto 154 4 1 7014 1949, pagata 4,54 Euro ($ 5,99 beershop)
Dust Bowl Therapist, 65 cl., alc. 10.4%, IBU 100, lotto 03/07/2014, pagata 5.30 Euro ($ 6,99 supermercato)
Ninkasi Tricerahops, 65 cl., alc. 8%, IBU 100,  pagata  4,54 Euro ($ 5,99 beershop)      
Firestone Walker Double Jack IPA, 35.5 cl., alc. 9.5%, lotto 09/07/2014, pagata 2.64 Euro ($ 3,49 supermercato)
Knee Deep Hoparillo 3x IPA, 65 cl., alc. 11.1%, IBU 122, lotto 16/07/2014, pagata 5.30 Euro ($ 6,99, beershop)

mercoledì 3 settembre 2014

USA - Session IPAs: Lagunitas DayTime, Stone Go To IPA, Firestone Walker Easy Jack

Lo stile che ha maggiormente caratterizzato la cosiddetta "rivoluzione della birra artigianale" è - che vi piacciano o meno - quello delle IPA, le India Pale Ale; cadute nel dimenticatoio dai fasti del diciannovesimo secolo e risorte grazie alla loro reinterpretazione effettuata dai microbirrifici americani a partire dagli anni '80, le IPA si sono poi ritagliate un ruolo da protagoniste nella (ri)nascita della birra artigianale in quasi tutte le nazioni. Italia e Scandinavia, Spagna, Brasile, Francia. Nella loro patria d'origine, l'Inghilterra, sono rinate a suon di luppolature americane ed esotiche; persino in Belgio i birrari sono stati in qualche modo "costretti" ad aggiungere più luppolo a qualche loro produzione e, per finire con il paese più tradizionale di tutti, la Germania, anche qui la "craft bier" ha iniziato a muovere i primi passi con le IPA. E non dimentichiamoci la Repubblica Ceca e la Polonia.
Con il passare degli anni negli USA le IPA sono diventate l'ordinario e con ciò è giunta la necessità di superarle, reinventandole: sono state dapprima raddoppiate o imperializzate (IIPA), poi triplicate (Triple IPA), poi imbastardite con lieviti non "convenzionali" (Belgian IPA, Farmhouse IPA) e poi si è cominciato a giocare con il colore. Ecco il controsenso delle Black IPA e poi le White IPA, queste ultime di recentissima moda; e volendo potreste aggiungere o levare a piacimento gli aggettivi, creando ad esempio una Imperial Belgian Black IPA.  Ah, dimenticavo le Rye IPA (con utilizzai di segale).
Per un po' di anni la tendenza, nata ed esportata dagli Stati Uniti (dove "bigger is better"), è stata quella dell'abbondare e del potenziare, creando birre sempre più alcoliche e sempre più luppolate, o dagli IBU teorici sempre più elevati.  Esplorato ed esaurito anche questo territorio, a partire dal 2010 qualcuno ha invece iniziato ad andare in senso opposto; non sono ancora riuscito ad individuare quale sia stato il primo esempio nella storia ad autodefinirsi così, ma dopo quello delle Black IPA è nato quello che potrebbe essere un nuovo ossimoro, quello delle Session IPA.
Partiamo dal concetto di “Session beer”, che solitamente identifica quelle birre dalla gradazione alcolica inferiore al 4.5% che potete bere in grandi quantità senza necessariamente andare incontro ad una (pesante) ubriacatura. La storia del termine “session”  è abbastanza fumosa; vi segnalo questo articolo di Martyn Cornell  per chi volesse approfondire. E va anche fatta una distinzione tra Regno Unito e Stati Uniti; mentre la soglia di una session beer in UK si colloca al di sotto del 4% (è ciò che solitamente distingue una Bitter/Ordinary Bitter da una Best Bitter), negli Stati Uniti il Great American Beer Festival, che nel proprio concorso ha una categoria chiamata “session beers”, indica il 5% come soglia massima [anche se negli USA una modifica al 18th Amendment/Proibizionismo aveva nel 1933 consentito la produzione in alcuni stati di una birra leggera (la “3.2 Beer”) con un ABV inferiore appunto al 3.2%:  una soglia "session" che poteva essere presa in considerazione].
Perché, quindi parlare di ossimoro?  Perché le linee guida dello stile IPA prevedono un contenuto alcolico decisamente superiore alle soglie elencate sopra: citando di nuovo il GABF, per una English IPA si parla di 5,1-7.1% e per una American IPA di 6.3-7.6%. Realizzare quindi una IPA con un ABV del 4%  vorrebbe dire per qualcuno fare semplicemente una (fucking)  Pale Ale molto luppolata   (cito questo divertente articolo-sfogo). Ma restiamo negli Stati Uniti perché l’idea delle “Session IPA” è principalmente nata qui, dove “bigger is better”; in Inghilterra c’è ampia scelta di birre con un basso ABV, e ci sono già esempi di IPA ben al di sotto della soglia del 5% stabilita dal BJCP  (cito ad esempio la Harveys India Pale Ale , 3.2%) senza nessun bisogno di scomodare il termine “session”.
Ma si può “sessionare” una IPA ?  No, una IPA fedele alle linee guida, non sarà mai sessionabile e non riuscirete a berne molte pinte senza poi accusarne il peso (alcolico).  Per farlo è stato quindi necessario creare una versione “ridotta” di una IPA: "la sfida di luppolare "come" una normale IPA una birra dalla bassa gradazione alcolica consiste nell'evitare un carattere eccessivamente erbaceo e vegetale,  in quanto il basso contenuto alcolico cambia il modo in cui si sviluppa il profumo ed il sapore dato dal luppolo", scrive Mitch Steele nel libro "IPA". Grande attenzione quindi al dry-hopping, capace di regalare complessità ad una birra nata per essere semplice e per essere bevuta con estrema semplicità.  Dicevo, è all’incirca nel 2010 che negli USA appaiono le prime “Session IPA”, ma è solamente nel 2012 che iniziano a fare tendenza, soprattutto dopo la nascita della All Day IPA realizzata dalla Founders in Febbraio. Una sua ricetta sperimentale aveva già vinto la medaglia d'argento al GABF del 2010; disponibile prima in bottiglia e poi in lattina (ora anche nel succosissimo “family” pack da 15 lattine, una vera goduria se acquistata al prezzo americano), la birra ottiene un clamoroso successo, e nel 2013 occupa già il 27% dell’intera produzione del birrificio del Michigan sorpassando nei volumi anche la storica Centennial IPA.
Ma non perde tempo nemmeno il geekissimo sito Ratebeer, che crea una categoria apposita, quelle delle Session IPA: il termine Session IPA identifica una categorie di birre caratterizzate da un profilo dominante luppolato ed un livello di alcool "sessionabile". Sebbene questo sia di solito tra il 3.2 ed il 4.6, alcuni hanno un po' allargato i confini. Si differenzia da una  American Pale Ale per il minor tenore alcolico e per avere un profilo più luppolato. Le migliori Session IPA del mondo secondo i beer-raters ? A guidare le danze sono due birrifici molto sulla cresta dell’onda e dalla distribuzione alquanto limitata, una condizione che spesso fa aumentare i “voti” anche solo per il piacere di essere riusciti a “berle”:  Hill Farmstead in Vermont (Walden, 3.7%) e il nuovissimo Arizona Wilderness (Little Guy Rye, 3.7%) che con soli 29 voti (!!)  è già al secondo posto in classifica.  Nella Top 10 c’è ancora il Vermont (Lawson’s Finest) e poi tanta California: Stone, Lagunitas, Pizza Port, Firestone Walker. Avevo in mente di fare una sorta di “orizzontale” di Session IPA negli Stati Uniti, ma purtroppo non sono riuscito a recuperare tutte quelle che volevo. Il post di oggi si “limita“ quindi a tre: Lagunitas DayTime, Stone Go To IPA  e Firestone Walker Easy Jack. Andiamo in ordine cronologico.
La DayTime di Lagunitas (Petaluma, California) segue di pochi mesi la All Day di Founders, debuttando ad Agosto 2012. Con un ABV di 4.65%, si presenta nel bicchiere di color dorato, un po' pallido ed una bella schiuma bianca, cremosa e dall'ottima persistenza. Difficile determinare l'età di questa bottiglia, visto che la supposta data d'imbottigliamento (stampa a laser sul collo della bottiglia) è malridotta e Lagunitas utilizza (ma perché?) il calendario giuliano. L'aroma è comunque fresco e pungente, con un bel bouquet di agrumi, pompelmo ed aghi di pino, con qualche sfumatura dolce di frutta tropicale e di crackers. In bocca è leggera, scorrevole e morbida, non sfugge mai, mediamente carbonata; il gusto è un fedele specchio dell'aroma con una leggera presenza di malto/crackers e di dolce frutta tropicale che fanno da partner all'abbondante presenza di agrumi (lime, limone, pompelmo). Il risultato è una birra semplice ma molto ben costruita, secca e rinfrescante, dal finale amaro e zesty, ricco di scorza d'agrumi con qualche traccia di resina. Quanta ne potreste bere? Praticamente una vasca da bagno: pensate di trovarla sugli scaffali al prezzo di 1.39 dollari, che al cambio attuale fanno 1,05 Euro.  Che fareste? Altro che le "artigianali del discount"...
Esce invece un po' in ritardo, a Marzo del 2014, a causa della capacità degli impianti produttivi che non ne consentivano la realizzazione nella quantità desiderata, la Go To IPA di Stone Brewing Co. (Escondido, California del Sud).  4.5% l'ABV, ed una ricca lista di luppoli (Mosaic, Citra, Ahtanum, Cascade, Crystal, 06300, El Dorado, Magnum, Sterling) che credo siano utilizzati "a rotazione" a seconda della disponibilità. Ben riportata la scadenza sulla bottiglia (Settembre 2014) stabilita a 90 giorni dall'imbottigliamento; la bevo quindi a circa due mesi dalla "nascita"; anche qui il colore è un dorato pallido, con la schiuma bianca, cremosa e molto persistente. Il naso è fresco e pulito, solletica con pungenti note di mandarino, limone, lime e pompelmo; qualche traccia di ananas, di crosta di pane. Poco carbonata, il corpo è leggero ma al palato risulta un po' sfuggente rispetto alla Lagunitas. Nessun cambiamento in bocca; leggero ingresso di pane e crackers, un accenno di dolce tropicale e poi abbondanza di agrumi amari come pompelmo, cedro e limone che danno come risultato una birra molto rinfrescante e secca, che sparisce dal bicchiere in pochi secondi. L'intensità è ottima come la pulizia, con un lieve calo solo a fine corsa dove la birra dà - di nuovo - la sensazione di correre un po' troppo in fretta.
L'ultima nata è invece la Session di Firestone Walker, a Paso Robles (California); il nuovo membro della famiglia "Jack" (Union Jack è la loro IPA, Double Jack la IIPA e Wookey Jack una Black Rye IPA) arriva per la prima volta sugli scaffali lo scorso Aprile.  Ancora un ABV da 4.5%, malti American Pale Malt, Munich Malt, English Carmel-35, Cara Pils, frumento maltato ed avena. I luppoli sono Bavarian Mandarina, Hallertau Melon, ed un blend di Mosaic americano e neozelandese. Anche questa bottiglia ha un paio di mesi di vita sulle spalle: dorata, praticamente limpida, forma un'impeccabile schiuma bianca e cremosa. L'aroma è quasi una fotocopia della Go to IPA: lime, limone, pompelmo e mandarino, con una lievissima suggestione di crackers e di tropicale. Fresco e pulito, elegante. La sensazione in bocca è forse la migliore tra le tre Session IPA bevute: corpo leggero ma una morbidezza (immagino anche grazie alla percentuale di avena utilizzata) sorprendente e quasi cremosa che non intacca assolutamente la scorrevolezza. Le bollicine sono poche. E' anche la meno amara tra le tre IPA e quella meglio bilanciata: il gusto predilige la polpa degli agrumi piuttosto che la scorza, con sfumature dolci di frutta tropicale, di crosta di pane e di crackers. Il finale è comunque amaro, in equilibrio tra note erbacee e la scorza di lime, limone e pompelmo: pulita e fragrante, elegante e dissetante, la versi, è già finita ed hai già l'apribottiglie in mano per aprirne un'altra.
Conclusioni? Che abbia senso chiamarle o no Session IPA, sono tre birre molto ben fatte e facilissime da bere, che non tralasciano assolutamente l'intensità;  il loro profilo è per necessità ruffiano, con tanti agrumi e tanta frutta e pochi "muscoli". Sono indubbiamente birre quotidiane, da bere in qualsiasi momento della giornata o da portarsi appresso in spiaggia o ad un barbecue all'aperto. Chi vince ?  I miei appunti danno a pari punti Lagunitas e Firestone, con la Stone, un po' sfuggente, che rimane un passo indietro. Il rapporto qualità prezzo di Lagunitas (e non vale solo per questa birra) le dà quel mezzo punto in più nell'ipotetico ballottaggio con Firestone Walker.
E in Italia?  Si  trova la All Day IPA di Founders, anche in lattina, ma non ho ancora osato assaggiarla a causa della mia sfiducia verso le birre molto luppolate che attraversano l’oceano. Certo, il prezzo americano moltiplicato per tre (o per quattro) non la rende esattamente una birra da bevuta seriale. Tra le produzioni nostrane mi vengono in mente anche la Violent Shared di Opperbacco e la Victoria Session IPA del Birrificio del Ducato: c'è dell'altro? Forse…  ma, di nuovo, il problema è sempre il prezzo.
Nei dettagli:
- Lagunitas DayTime, 35.5 cl., 4.65% ABV, 54 IBU lotto illeggibile, pagata 1,05 Euro ($ 1.30).
- Stone Go To IPA, 35.5 cl., 4.5% ABV, 65 IBU, imbott. 21/06/2014, scad. 21/09/2014,  pagata 2.59 Euro ($ 1,96)
- Firestone Walker Easy Jack, 35.5 cl., 4.5% ABV, 45-50 IBU, imbott. 26/06/2014, scadenza 120 giorni, pagata 2.59 Euro ($ 1,96)

martedì 17 aprile 2012

Lagunitas India Pale Ale

Viene fondata nel 1993 da Tony Magee nell'omonima cittadina californiana, una settantina di chilometri a nord di San Francisco, la Lagunitas Brewing Company. Le prime produzioni avvengono nel garage di casa, ma già dopo qualche mese è tempo di espandersi e spostarsi di qualche chilometro a Forest Knolls. Non passa neppure un anno che Tony è costretto - questo volta contro la sua volontà - ad un secondo trasloco, a Petaluma, dove ancora oggi la Lagunitas ha sede; per i primi cinque anni lavora part-time al birrificio, matenendo il suo impiego nel marketing. Tra i birrifici americani a maggior crescita, impiega oggi 92 persone per una produzione (2010) di 106.000 barili; è di qualche settimana fa la notizia della prevista apertura di una seconda sede a Chicago, dove attualmente arrivano cinque camion a settimana pieni di birre Lagunitas. Si tratta di un investimento che, sommato all'ulteriore espansione della sede di Petaluma, vale circa 15 milioni di dollari per una prima "cotta" a Chicago prevista per la fine del 2013. Nonostante questo, Lagunitas rimane ancora un birrificio a gestione pressochè familiare; Tony elabora personalmente tutte le ricetta, disegna le etichette, mentre sua moglie supervisiona l'attività operativa del birrificio. Mentre ricordiamo ancora - con una lacrima - una freschissima e stupenda Hop Stoopid Ale degustata più di un anno fa ( link ), salutiamo l'arrivo in Italia - evento abbastanza occasionale - di un lotto di Lagunitas IPA, ovvero la "flagship" beer della casa e, ci dicono, la IPA più bevuta in tutta la California. E' di colore oro antico, leggermente velato; la schiuma, fine e cremosa, è bianca ed ha buona persistenza. Sebbene denoti un po' di stanchezza, l'aroma è tutto sommato ancora accettabile e godibile: non "punge", ma ci sono pompelmo e frutta tropicale (mango, ananas) a costruire un boquet olfattivo pulito ed elegante. L'imbocco è di malto, con note di biscotto e di miele, seguite da un richiamo della frutta (tropicale) presente al naso; l'amaro si fa attendere qualche attimo, è intenso ma molto pulito e bilanciato. Non si tratta di "un'ondata" di luppoli, ma piuttosto di un ordinato "crescendo" che culmina nel bel retrogusto vegetale, lungo e persistente, dove ritorna una nota di scorza di pompelmo. Una gran bella IPA, ancora in buone condizioni, molto bilanciata e secca, che punta al massimo della beverinità senza esibire i muscoli. Il consueto corpo "medio" statunitense, la media carbonazione ed il giusto livello di consistenza "watery" invitano a terminare molto in fretta il "six pack", l'unico formato di vendita di questa birra. Non ci siamo dovuti accontentare di una bottiglia sola, che in Italia ha circa lo stesso prezzo del "six pack" americano, ahinoi. Formato: 35.5 cl., alc. 6.2%, lotto e scadenza sconosciuti, prezzo 5.80 Euro.

venerdì 31 dicembre 2010

Lagunitas Hop Stoopid Ale

Chiudiamo il 2010 (auguri ai lettori di queste pagine!) in maniera sontuosa con questo Hop Monster brewed in the USA dalla Lagunitas Brewing Co., in California. Non c'è nulla da obiettare; gli Americani sono gli inventori di questi mostri luppolati (lo stile double o imperial india pale ale) e li sanno fare davvero bene. D'accordo, i "detrattori" diranno che sono tutti più o meno uguali ed invece no... le sfumature ci sono. Questo pieno di luppolo ci ha davvero rinfrancato dopo tutte le Natalizie (più o meno dolci, più o meno riuscite) che stiamo degustando in questo periodo dell'anno. Questa Hop Stoopid (conosciuta anche come Sonoma Farmhouse Hop Stoopid) è di un bel colore oro pallido, appena velato. La schiuma, bianca, non è molto generosa ma compatta, pannosa, e molto persistente. Al naso una violenta esplosione di luppoli americani con agrumi, soprattutto pompelmo, e note di pino. Un mix davvero elegante, gradevole e profumato. Il corpo è solido, quasi pieno, con una gasatura abbastanza elevata. In bocca gli IBU (ben 102) si fanno sentire, eccome; l'amaro è deciso, note di pino si mescolano a resine con un profilo di malto che è solo lievemente percettibile in una birra che riesce ad essere incredibilmente buona in una sorta di "equilibrio sbilanciato". La bevibilità è ovviamente un po' limitata, non tanto dalla gradazione alcolica (8%) ma dall'amaro. Finisce secca, lasciando il palato pulitissimo e deliziando con un lunghissimo retrogusto amaro, resinoso con note di scorza d'agrume. Una sontuosa, splendida double Ipa, come testimonia anche un punteggio di 100 (e soprattutto di 99 sullo stile) sul sito di Ratebeer. Bottiglia da 1 pinta e 6 once, 6 €.

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english summary:
Our 2010 year ends (all the best to all our readers !) with a somptuous Imperial Ipa from Lagunitas Brewing Co. Hazy light amber color with a small frothy white head. Hop Stoopid Ale has a rich, elegant strong hoppy aroma with citrus (grapefruit) and some pine. Solid body with medium-high carbonation. Taste is very bitter (102 IBU) with citrus, pine and some resin. Malt profile is only barely present as this beer is beautifully hoppy unbalanced. Dry finish followed by a very long and bitter aftertaste with notes of resin and citrus peel. What a great beer, rating extremely high on Ratebeer. 1 pt 6 fl. oz. bottle, 8% ABV, 6 €.