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mercoledì 6 maggio 2020

Ritual LAB / Voodoo Papa Nero


Il 2020 del birrificio laziale Ritual Lab è iniziato col botto, in particolare quello del concorso di Unionbirrai che lo scorso febbraio a Rimini lo ha incoronato Birrificio dell’Anno. Primo posto nelle rispettive categorie per la Modern Pale Ale Head Space, la Oatmeal Stout Black Belt e l’Imperial Stout Papa Nero, menzione d’onore per la Double IPA Too Nerdy e la Session IPA Nerd Choice. Un meritatissimo riconoscimento a coronamento di un percorso iniziato nel 2014: Ritual Lab è oggi un punto di riferimento nella scena italiana quando di parla di birre luppolate ma non solo, come mostrano i risultati del concorso. 
La vetrina del festival internazionale Eurhop di Roma è come sempre una ghiotta occasione per realizzare qualche birra collaborativa con i birrifici che vi prendono parte: i frutti del lavoro collegati all’edizione 2019 sono stati raccolti dopo qualche settimana  con la Gose al melograno concepita con gli svedesi di  Wizard Brewing e poi con Freya, ottima Double IPA realizzata con Stigbergets e O/O Brewing. 
Ma i beergeeks e i semplici appassionati italiani sono rimasti soprattutto colpiti dalle immagini pubblicate sui social media di Ritual nella giornata dell’8 ottobre: In sala cottura a Fornello erano infatti presenti emissari del birrificio della Pennsylvania Voodoo, anch’essi ospiti di Eurhop,  per quella che veniva definita una “esperienza unica di birrificazione estrema”. Di Voodoo Brewing, fondato nel 2007 da Matt Allyn e ceduto nel 2016 ai propri dipendenti vi avevo parlato in questa occasione: le imperial stout barricate Black Magic e Grande Negro hanno portato hype mettendolo sulla lista dei desideri dei beergeeks americani e di tutto il mondo.  In Italia lo stile imperial stout è ancora ristretto ad una piccola cerchia di aficionados: la loro produzione impegna l’impianto per più tempo, i birrai le fanno occasionalmente, forse non amano troppo berle e anche per questo il livello qualitativo non ha mai raggiunto l’eccellenza. Nell’ultimo anno si sono comunque visti grandi miglioramenti da parte di qualche birrificio. 
Ritual Lab non aveva mai prodotto un’imperial stout e cimentarsi per la prima volta con l’affiancamento dei “maestri” di Voodoo è stata un’esperienza da ricordare, come racconta il birraio Giovanni Faenza al sito Mybeerpassion: “ci hanno passato un metodo totalmente nuovo di lavorare! Momenti davvero stimolanti per un birraio. La ricetta è massiccia, 1900 kg di malto per 2000 litri di mosto! 32.5 gradi plato di partenza che regalano dopo una fermentazione vigorosa 13,5% gradi alcolici, lasciando però un importante contenuto di zuccheri non fermentescibili che le donano la tanto ricercata masticabilità che la caratterizza! In aggiunta un 3% di maltodestrine ad amplificare ulteriormente  il mouthfeel”. 
La birra è stata messa in vendita subito dopo il weekend della premiazione di Birraio dell’Anno, ovvero a partire dallo scorso 20 gennaio. Inevitabile pensarla anche in qualche versione Barrel Aged: a quanto mi dicono botti ex-bourbon ed ex-cognac sono già state riempite, ci vorrà ancora un po’ di pazienza.

La birra.
Papa Nero: questo il nome scelto per la prima imperial stout di Ritual Lab che fa sfoggio della solita splendida etichetta. (Nota per il birrificio: a quando una bella linea di merchandising e magliette?). Il suo arrivo ha creato anche nella nostra comunità di birrofili un po’ di hype, per quanto sia imprudente pronunciare questa parola riferendosi alla scena italiana. 
  Il suo vestito è assolutamente nero ma il suo aspetto non è inappuntabile: la schiuma è piuttosto modesta ed ha una persistenza solo discreta. L’aroma non è esplosivo ma è comunque degno di nota: fondi di caffè, tabacco, liquirizia, caramello bruciato, tostature, accenni di cioccolato fondente. Il corpo è davvero pieno (forse il primo caso in Italia?) e densissimo ma le bollicine, benché contenute, sono inizialmente un po’ troppo pungenti e ne deteriorano un po’ la morbidezza. E’ comunque sufficiente lasciare un po’ la birra nel bicchiere (cosa peraltro inevitabile, considerata la gradazione alcolica) per sistemare le cose.  E’ un Papa Nero ma dolce, con un percorso di bevuta ricco di caramello, frutta sotto spirito e liquirizia: tostature e caffè, molto contenute, arrivano solo nel finale assieme a qualche suggestione di cioccolato fondente e fruit cake. L’alcool è molto ben controllato: anche se è una birra che fa serata, riuscirete a finire di sorseggiarla prima del previsto. 
Quando si  collabora con un nome importante internazionale che nello stile raggiunge l’eccellenza si creano inevitabilmente delle aspettative piuttosto elevate, soprattutto quando il prezzo del biglietto è molto salato. Parliamo di circa 30 euro al litro per un’imperial stout ceralaccata e laboriosa da fare che non ha però subìto nessun passaggio in botte: con più di qualche euro in meno si riescono a reperire imperial stout americane di livello eccezionale. Nella valutazione a 360 gradi di un prodotto anche questo è un fattore che va considerato.  
Papa Nero è intensa e ricca ma migliorabile per quel che riguarda eleganza, profondità e lunghezza: per il mio gusto personale un maggior carattere torreffato/tostato le gioverebbe molto, ad esempio come quello che possiede la Big Black Voodoo Daddy. Il Papa Nero è tra le migliori imperial  stout italiane, è quella che s’avvicina maggiormente alla scuola americana ma vi sono ancora delle imperfezioni da limare. Ci dev’essere obiettività anche nel patriottismo.
Formato 33 cl., alc. 13.5%, lotto L69, scad. 11/2022, prezzo indicativo 10-12 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 12 gennaio 2019

Voodoo Big Black Voodoo Daddy

Matt Allyn vanta oltre vent’anni d’esperienza nella produzione di birra ed ha avuto a che fare con quasi tutti i birrifici operanti nella zona del lago Erie, Pennsylvania. Arruolatosi nell’aviazione statunitense dopo il college, è stato “costretto” ad imparare a far la birra nel corso di un periodo passato in Islanda: lui ed i suoi compagni di stanza iniziarono a produrla in un seminterrato come alternativa più “leggera” alla vodka. Ritornato negli Stati Uniti, lascia l’esercito per dedicarsi a tempo pieno alla birra: dal 1993 ad oggi sono oltre una trentina i birrifici che hanno usufruito del suo operato, sia come birraio che come consulente esterno per la progettazione e la messa in funzione degli impianti. 
Allyn corona il sogno di avere un birrificio tutto suo nel settembre del 2007 quando a Meadville (Pennsylvania), in un piccolo spazio nel retro di un ex negozio di mobili, apre la Voodoo Brewing Company: impianto da 12 ettolitri e una produzione che alla fine del 2009 aveva raggiunto solamente i 500 ettolitri/anno grazie a sei birre fisse (IPA, Pilsner, Brown Ale e tre “belghe”) e alcune stagionali. La situazione finanziaria del piccolo birrificio di Allyn era tuttavia abbastanza precaria e, nell’autunno del 2010, la fine sembrava ormai certa; il suo aiuto birraio Justin Dudek se n’era andato e a sostituirlo arrivò il californiano Curt Rachocki che ricorda: “quando Matt mi assunse fu molto chiaro con me riguardo alla situazione finanziaria. Forse il mio lavoro sarebbe durato un mese o poco più; in quel primo mese rimasi sconvolto nel vedere come le cose andavano male. Ogni giorno ci sospendevano la fornitura di qualcosa..  acqua, gas, elettricità… mi furono persino consegnati dallo sceriffo dei documenti di pignoramento di alcune delle nostre attrezzature. Mi accorsi subito che avevamo bisogno di qualcuno abile dal punto di vista imprenditoriale e commerciale; conoscevo uno di cui mi fidavo, mio fratello Matteo”. 
Matteo Rachocki raggiunge Curt e riesce a chiamare a bordo alcuni investitori (tra i quali Jake Voelker che oggi occupa il ruolo di presidente) per ottenere i fondi necessari ad espandersi ed aumentare la produzione; nel 2011 viene inaugurato un pub a Meadville dove la gente può bere e mangiare: è la svolta e Voodoo inizia lentamente ad entrare nelle grazie dei beergeeks. Il merito è ancora una volta degli invecchiamenti in botte; le varianti della imperial stout Black Magic che venivano distribuite normalmente nei negozi ed in buone quantità (e quindi non generavano hype) a partire dal 2013 vengono vendute solamente presso il brewpub. Anche a Meadville i beergeeks iniziano a dormire in macchina per essere tra i primi della fina la mattina del giorno in cui iniziano le vendite. Sotto la guida dei fratelli Rachocki  nel 2014 la produzione di Voodoo aveva già raggiunto i 1200 ettolitri e nel 2015 toccata quota 3000;  in quell’anno viene aperto un secondo pub a Homestead (Pittsburgh), ma Voodoo ha già saturato la sua capacità. Il 2016 è un altro anno fondamentale nella storia del birrificio: a febbraio il fondatore Matt Allyn lascia l’azienda per tornare alla sua attività di consulente fondando l’Allyn Brewing Group e ai dipendenti viene offerta la possibilità di diventare azionisti. Investimenti per quasi un milione di dollari consentono di realizzare un secondo birrificio a Meadville (The Compound) che decuplica la capacità produttiva portandola a 35000 ettolitri/anno; in parallelo prosegue il piano di espansione dei pub in Pennsylvania con le aperture di Erie , Grove City  (2017) e Lancaster (2018).

La birra.
L’imperial stout Big Black Voodoo Daddy non ha il blasone delle sorelle barricate Black Magic e Grande Negro (peraltro impossibili da reperire alle nostre latitudini) ma è comunque una signora birra che vale la pena di provare. E’ una produzione stagionale invernale la cui ricetta include un ricco parterre di malti come 2-row, Chocolate, Roast, Black, Caramel Munich 120, Brown e Crystal 70-80; nessuna indicazione di lotto in etichetta ma la bottiglia in mio possesso dovrebbe risalire al 2017.  
Nel bicchiere è quasi nera, la schiuma è cremosa e compatta anche se non troppo generosa. Il naso è intenso e ricco, dolce di fruitcake, prugna, uvetta, datteri, melassa: in secondo piano qualche nota di tabacco e leggere tostature. Poche bollicine, morbidissima, quasi setosa: una carezza per il palato capace di scorrere con buona facilità, se si considera la gradazione alcolica (12%). Il gusto ribalta le gerarchie stabilite dall’aroma lasciando al dolce della melassa e della frutta sotto spirito solamente i primi metri di un percorso che vira subito nel territorio del torrefatto e del caffè, impreziosito da dettagli che suggeriscono il cacao amaro ed il tabacco. Anche l’alcool fa un bel crescendo sfociando in un finale caldo e potente di frutta sotto spirito che riscalda corpo e anima senza mai dare fastidio. Eccellente pulizia, grande equilibrio tra gli elementi, eleganza e precisione: un’imperial stout che tocca (le mie) corde giuste e che regala anche emozioni. Livello alto, se vi capita a tiro non fatevela sfuggire: qualche bottiglia è arrivata tempo fa anche alle nostre latitudini.
Formato 33 cl., alc. 12%, lotto e scadenza non riportati, prezzo indicativo 8.00 euro (beershop)