giovedì 19 ottobre 2017

Half Acre Double Daisy Cutter

Half Acre Beer Company nasce a Chicago nel 2006 come beerfirm. A fondarla è Gabriel Magliaro, arrivato dal New Jersey a Chicago per studiare all’Art Institute fotografia e comunicazione visiva e poi trasferitosi per lavoro in Colorado dove, tra l’altro, soffiava il vetro. E’ qui che conosce il birrificio Avery, s’innamora delle loro birre e inizia con l’homebrewing; ritornato a Chicago, Magliaro frequenta le taproom di Goose Island, Three Floyds e abbozza l’idea di lanciare una propria birra: nel progetto vengono coinvolti i soci  Maurizio Fiori  (oggi hospitality manager – trasferitosi negli USA dalla Sardegna ai tempi del liceo) e soprattutto l'investitore Brian Black (passato poi alle cronache per aver acquistato un appartamento da 4,5 milioni di dollari). 
La nuova nata Half Acre si appoggia alla Sand Creek Brewing per produrre la Half Acre Lager che raffigura in etichetta una delle icone di Chicago, la Water Tower: un peccato, fanno notare alcuni, che la  "birra di Chicago"  sia prodotta in Wisconsin! Gli insegnamenti del birraio della Sand Creek sono però fondamentali per il passo successivo che i soci intendono intraprendere: l’apertura di un vero e proprio birrificio Half Acre, nome che si riferisce a quel mezzo acro di terra dove “trovare un po’ di pace e quiete, sedersi, gustarsi una birra e non pensare niente altro. Sono cresciuto in un piccolo paese del New Jersey sul fiume Delaware dice Gabrielsull’altra sponda, in Pennsylvania  esiste una località ancora più piccola chiamata Devil’s Half Acre, letteralmente un mezzo acro di terreno dove non c’è nulla, solamente un bar. Fu costruito illegalmente per far rilassare e dare qualcosa da bere ai lavoratori che nel 1800 stavano lavorando agli scavi dei canali del fiume Delware. Fu chiamato “il mezzo acro del diavolo” perché gli uomini finivano per ubriacarsi, litigare sino ad ammazzarsi, e qualcuno fu persino sepolto in quel terreno.” 
Nel 2008 Magliaro e soci prendono in affitto 1200 metri quadrati di un vecchio magazzino a Lincoln Avenue nel quartiere North Center di Chicago nel quale viene installato l’impianto (18 hl) dismesso del birrificio Ska, Colorado, e due fermentatori da 70 ettolitri acquistati dai 3 Floyds, Indiana, dai quali ricevono anche preziosi consigli. In sala cottura arriva Matt Gallagher, homebrewer e amico di Magliaro ai tempi del Colorado. Half Acre debutta come birrificio nel 2009, producendo solo fusti e continuando ad appaltare le bottiglie in Wisconsin sino all’arrivo della linea per la messa in lattina. La Pale Ale Daisy Cutter e la Pony Pilsner si diffondono rapidamente nei locali di Chicago: dai 2350 ettolitri del primo anno si arriva nel 2012 a quei 17000 che saturano completamente la capacità produttiva. Nello stesso anno viene anche inaugurata la taproom con cucina e Magliaro inizia a pensare a dove potersi espandere aprendo un secondo birrificio: in prima battuta rivolge lo sguardo ad est, a Philadelphia (vicino a dove era nato), ma alla fine decide di installare il nuovo impianto tedesco da 140 ettolitri a Balmoral Avenue, a un paio di miglia di distanza, che viene inaugurato nel 2015.  5500 metri quadri di spazio, un bel giardino esterno e, dallo scorso settembre, taproom con cucina: il vecchio stabilimento continua oggi a funzionare come brewpub e come sito produttivo per produzioni sperimentali, occasionali e acide. 29.000 gli ettolitri prodotti da Half Acre nel 2015, 41.000 quelli nel 2016 e un piano di crescita mirato ad aggiungere 11.000 ettolitri anno dopo anno.

La birra.
Daisy Cutter è la flagship beer di Half Acre, che trovate in moltissimi locali di Chicago e il cui successo ha convinto i tre soci a trasformare la propria beerfirm in birrificio. La sua versione imperiale, la Double Daisy Cutter debutta nel 2010 in bottiglia formato “bomber” (65 cl.) e viene oggi prodotta con cadenza trimestrale in lattina. Non sono rivelati gli ingredienti usati.
Nel bicchiere arriva di color arancio quasi limpido, con riflessi ramati ed un compatto cappello di schiuma biancastra dalla buona persistenza. L'aroma di una lattina che ha poche settimane di vita non è esattamente un'esplosione di profumi ma è tuttavia pulito. Biscotto, caramello, qualche accenno di mango e pompelmo, bubble gum, resina. Bene la sensazione palatale, con poche bollicine e corpo medio a garantire una bevuta morbida e gradevole: l'alcool (8%) si sente e non mostra nessuna intenzione di nascondersi. E' una Double IPA che non fa sconti e non perde tempo a cucire inutili ricami: malti percepibili ma non invadenti, in piena tradizione Midwest, con biscotto, miele e accenni di caramello a costruire una base dolce sulla quale s'appoggia qualche nota di mango, subito incalzata dall'amaro del pompelmo, anticamera di un finale resinoso, pungente e vigoroso, sospinto dalla componente etilica. Bene la pulizia, alcool un po' troppo protagonista nel definire i muscoli: la spina dorsale biscotto/miele/resina è solida e funziona piuttosto bene anche se dà vita ad un'interpretazione di una Double IPA che non è tra le mie preferite. 
Formato: 47,3 cl., alc. 8%, imbott. 02/08/2017,  4.12 $.

martedì 17 ottobre 2017

CRAK Grisette


Al contrario delle Saison, quello delle Grisette è un (sotto) stile ancora poco conosciuto e poco esplorato dai birrifici contemporanei; conviene allora approfondire un po’ l’argomento. Secondo quanto racconta Phil Markowski nel libro “Farmhouse Ales”  le nascita delle Grisette è conseguenza diretta dei cambiamenti nell’economia della Vallonia avvenuti alla fine del diciannovesimo. L’industria mineraria (carbone e pietre) stava crescendo a scapito dell’agricoltura e i birrifici iniziarono a produrre birre per dissetare tutti coloro che erano arrivati in Vallonia per lavorare nelle miniere. 
Non ci sono molte notizie storiche sulla nascita di queste birre e non c’è neppure certezza sull’origine di questo nome: “grisette” erano chiamate le giovani lavoratrici delle fabbriche che indossavano un abito grigio (gris, in francese). Pare che queste giovani portassero anche quei vassoi pieni di birre che accoglievano e rinfrescavano i minatori alla loro uscita dalle miniere; grigio era ovviamente il colore dei porfiriti (pietre) della Vallonia settentrionale, e di polvere grigia erano ricoperti i minatori al termine delle loro dure giornate di lavoro. Non è dunque difficile ipotizzare in quel periodo molti birrifici (almeno trenta, secondo quanto sostiene Joris Pattyn) producessero birre indirizzate a quei minatori che stavano velocemente sostituendo i braccianti agricoli.  
Secondo alcune fonti storiche le “grisette” erano leggere e rinfrescanti, generosamente (per gli standard dell’epoca) luppolate: non erano di solito utilizzate quelle spezie e quei cereali non maltati tipici delle Saison; per alcuni erano dorate, per altri ambrate. Tutti concordano invece sul loro basso contenuto alcolico (3-5%), inferiore a quello delle Saison, in quanto destinata a gente che doveva poi riprendere a lavorare. Ma lo stesso non poteva dirsi dei braccianti agricoli? Secondo Yvan De Baets esistevano “grisette jeune” (giovani), prodotte finché le temperature lo consentivano e  “grisette de garde”, prodotte da settembre a dicembre e destinate poi al consumo nei mesi più caldi, quando non era possibile birrificare. Vi erano probabilmente anche le  “grisette supériere” dal contenuto alcolico più elevato e probabilmente consumate nei ai giorni di riposo o a quelli di festa: con i “second runnings” delle grisette e venivano probabilmente anche prodotte delle “biere de table” dal contenuto alcolico ancora più basso e destinate a sostituire l’acqua. 
Nel corso del ventesimo secolo la parola Grisette è andata estinguendosi, rischio corso anche da quella Saison, "salvata" dal punto di vista brassicolo solamente dalla produzione Dupont. L’unico birrificio belga ad aver abbracciato il termine “grisette” è stato St. Feuillien, per motivi di marketing:  le sue Grisette Blanche, Grisette Blonde, Grisette Cerise e Grisette Fruits de Bois hanno poco a che vedere con la tradizione storica.


La birra.
A realizzare una delle poche Grisette italiane ci prova il birrificio CRAK, oggi sulla cresta dell’onda soprattutto per le sue New England IPA: la sua interpretazione moderna, oltre ad un generoso double dry hopping di Lemondrop e Hull Melon, prevede l’utilizzo di scorza di limone e d’arancia; i malti utilizzati sono Pilsner e Dextrine.  La gradazione alcolica (5.6%) è un po’ superiore a quella di una Grisette che sarebbe stata offerta ai minatori valloni.
Il suo colore è un arancio piuttosto pallido sul quale si forma un cappello di schiuma un po' scomposto dalla discreta persistenza. Al naso c'è una buona pulizia che permette di apprezzare i profumi di limone, cedro e polpa d'arancia; in sottofondo fenoli, erbe officinali, scorza d'arancia e un leggero carattere rustico. L'alcool è molto ben nascosto, quasi inavvertibile e questa Grisette scorre rapidamente senza nessun intoppo: il corpo è tra il medio ed il leggero, con una buona carbonazione a donarle una discreta vitalità. A supporto della generosa luppolatura c'è una base maltata piuttosto lieve che lascia intravedere crackers e miele; un velo di arancia zuccherata introduce un percorso finale, senza ritorno, ricco di agrumi: limone, cedro, pompelmo. Nell'amaro finale, di modesta intensità e durata, fa anche capolino una nota terrosa. Nel bicchiere c'è una birra molto bilanciata e discretamente secca: una leggera acidità la rende molto rinfrescante e dissetante, con un'intensità di sapori davvero notevole. Quello che un po' le manca è la caratterizzazione del lievito, quella nota rustica che mi aspetterei di trovare in una sorta di Saison: la bevuta è invece patinata, generosamente ed educatamente fruttata anche se un po' slegata in alcuni passaggi. Più luppolo che lievito in una birra è comunque estremamente godibile, da bere senza focalizzarsi su nome e contesto storico.
Formato: 33 cl., alc. 5.6%, imbott. 07/09/2017, scad. 07/01/2018, prezzo indicativo 4.00-4.50 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 16 ottobre 2017

Prairie Paradise

Le imperial stout sono tra le birre che hanno indiscutibilmente contribuito al successo del birrificio Prairie (Tulsa, Oklahoma):  tra queste Bomb!, Noir  e le loro declinazioni che differiscono per aggiunta di ingredienti o per i diversi passaggi in botte. A giugno 2016 Prairie è stato ceduto dai fondatori Chase e Colin Healey alla Krebs di Zach Prichard, birrificio che da sempre gli aveva prodotto le birre su grande scala; nel 2015 Prairie aveva raggiunto lo status di “birrificio” con l’apertura dell’impianto di Tulsa  destinato però ad alimentare solamente il brewpub, continuando a produrre bottiglie e fusti alla Krebs. E mentre Chase Healey si sta dedicando al suo progetto American Solera, il fratello Colin sta continuando a collaborare con la nuova proprietà. 
Ma il 2016 ha portato altre novità in casa Prairie: l’annuncio dell’apertura di un secondo brewpub a Oklahoma City, con impianto da 4 ettolitri,che dovrebbe essere inaugurato entro la fine del 2017 e investimenti per aumentare la capacità produttiva del birrificio Krebs: nuovi fermentatori, più spazio da dedicare agli invecchiamenti in botte e una linea per la messa in lattina che ha debuttato ad aprile 2017. Novità di giugno 2016 è stat una massiccia imperial stout (13%) chiamata Paradise che tra i propri ingredienti annovera cocco e vaniglia; il suo debutto avviene solamente in fusto;  dopo pochi mesi viene annunciato l’arrivo di Pirate Paradise, ossia la sua versione invecchiata in botti di rum, venduta in bottiglia a partire da settembre. Per le prime bottiglie di Paradise bisogna invece attendere la fine dell’anno quando finalmente il birrificio ottiene l’approvazione della Texas Alcoholic Beverage Commission che - pare - ne aveva invece rifiutato tre precedenti versioni.

La birra.
Non è sempre facile risalire alla data di produzione delle Prairie, in quanto le stampe al laser sul vetro sono spesso illeggibili: quella che s’intravede su questa bottiglia (35416) mi fa pensare che si tratti proprio di una di quelle prodotte alla fine dello scorso anno. 
Il suo aspetto lascia un po’ a desiderare: la schiuma è parecchio scomposta e grossolana e scompare piuttosto in fretta lasciando nel bicchiere un liquido nero privo di “pizzo”. L’aroma non è esattamente paradisiaco: un po’ di carne e salsa di soia accompagnano i profumi di vaniglia e cocco tostato, caramello e caffè: pulizia e eleganza non sono certamente a livello ottimale. Al palato le cose vanno meglio: c’è un piccolo dessert liquido nel quale s’incontrano caramello e melassa, uvetta e prugna sotto spirito, vaniglia e cocco, qualche ricordo di cioccolato. L’alcool (13%) si fa ovviamente sentire ma non è una birra particolarmente difficile da sorseggiare, mentre nel finale amaro che bilancia la bevuta c’è quasi più luppolo che tostature. Delude un po’ la sensazione palatale, solo leggermente oleosa e con corpo medio, a mio parere un po’ troppo debole per dare forma ad un dessert, senza nessuna velleità cremosa. Il retrogusto è un lungo tappeto caldo ed etilico nel quale arrivano a coccolarti tostature, vaniglia, cocco e caramello. 
Imperial Stout di discreto livello ma con ampi margini di miglioramento soprattutto per quel che riguarda pulizia ed eleganza: la caratterizzazione “dessert” si mantiene lontana da eccessi “Omnipolliani” ma il risultato non è del tutto convincente, soprattutto perché quando ci si colloca in fascia di prezzo alta le aspettative di chi beve sono altrettando elevate. E, al contrario di altre Prairie, in questo caso non vengono soddisfatte.
Formato: 35.5 cl., alc. 13%, lotto 35416, prezzo indicativo 11,00 - 14,00  Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 13 ottobre 2017

Mikerphone That One Guitar

Craft Beer Inspired By Music: è questo il motto di uno dei birrificio di Chicago che ha aperto le porte solamente il 15 marzo 2017 ma è già uno dei più chiaccherati. Mikerphone Brewing corrisponde al nome di Mike Pallen, una decina d’anni passati a lavorare nell’industria discografica prima di lasciarla per dedicarsi ad un’altra delle sue passioni, la birra. Bevanda a lui familiare, visto che suo padre lavorava per la Miller Brewing Company di Milwaukee. 
Il suo primo incontro con la birra è all’Università, quando per l’esame di Botanica realizza assieme ad un amico una Brown Ale che ottiene il massimo dei voti: come ricompensa, i genitori gli regalano un kit da homebrewing per inaugurare il loro trasloco a Chicago, avvenuto nel 2004. Mike trasforma in poco tempo il seminterrato in un microbirrificio casalingo, procedendo al ritmo di una cotta al mese e offrendola ai suoi amici e colleghi di lavoro:  la motivazione iniziale era quella di replicare le birre che non riusciva sempre a trovare, come ad esempio Gumballhead dei Three Floyds: “volevo berla e non riuscivo sempre a trovarla, così ne feci un clone e alla gente piacque, me ne chiedevano sempre di più”
Tra quelli che l’assaggiano c’è anche Gerrit Lewis, che sta aprendo Pipeworks; Pallen inizia ad aiutare come volontario molti birrifici di Chicago tra i quali Temperance, 5 Rabbit, Revolution, Begyle e Lake Effect prima di passare a dare una mano a Pipeworks dove conosce il birraio Drew Fox, sul piedi di partenza per andare a fondare 18th Street. Pallen si offre di aiutarlo con i social media nel corso della campagna di crowfunding e lo assiste come aiuto birraio, ricevendo in cambio da Fox preziosi consigli su come mettere in piedi la sua beerfirm chiamata Mikerphone, che intende utilizzare proprio gli impianti di 18th Street. Ma a settembre 2013, quando Pallen è pronto per lanciare Mikerphone, gli viene offerto il ruolo birraio al birrificio BreakRoom; un’occasione per fare esperienza che dura un anno e mezzo, periodo in cui Mike e sua moglie utilizzano tutti i suoi risparmi per commissionare un impianto da 4 ettolitri da installare in Wisconsin, suo stato natale. Gli amici gli consigliano però di non lasciare Chicago e la nuova proposta di Steve Miller, proprietario della SlapShot Brewing Company, arriva al momento giusto: installa il tuo impianto nel mio edificio, a fianco del mio, e fai contemporaneamente il birraio anche per me.  
A marzo 2015 debutta ufficialmente la beerfirm Mikerphone sugli impianti di Miller e Mike non ha neppure il tempo di mettere in funzione i suoi perché SlapShot chiude dopo pochi mesi   costringendolo a produrre altrove (Une Annee Brewery) e a cercare un nuovo spazio nel quale operare finalmente il proprio impianto. La ricerca termina nel grande parco industriale (350 mq) del quartiere di Elk Grove Village, un intricato labirinto di strade che ospita 3600 imprese e 80.000 lavoratori:  un luogo forse non ideale per aprire un birrificio con taproom che però soddisfa l’unico criterio richiesto da Mike, ovvero essere raggiungibile in un quarto d’ora di macchina da casa. 
Il nome Mikerphone inizia a circolare tra i beergeeks di Chicago soprattutto per la sua imperial stout Smells Like Bean Spirit (prodotta con caffè e sciroppo d’acero) ma l’hype inizia ad arrivare solamente grazie alla solita parola magica, “juicy”.  E’ un viaggio in New England, a fine 2015, a far innamorare Mike delle IPA torbide, poco amare e succose: la sua prima New England IPA fatta a Chicago si chiama Special Sauce e “cambiò ogni cosa per noi, cambiò la velocità con la quale riuscivamo a vendere la birra”. Ratebeer incorona Mikerphone come miglior nuovo birrificio dell’Illinois del 2015 e BeerAdvocate come una delle “Best New Breweries” dello stesso anno. A marzo 2017 apre finalmente le sue porte la Mikerphone Brewing al 121 di Garlisch Drive, Elk Grove Village, una taproom con quaranta posti a sedere che celebra l’unione tra birra e musica: alle pareti chitarre, poster, memorabilia musicale e amplificatori a diffondere rock. 
A pochi mesi dall’apertura la capacità produttiva di Mikerphone è già insufficiente nel soddisfare tutte le richieste e Pallen sta già pensando di espandersi nello stesso edificio in cui si trova. La zona industriale non spaventa i beergeeks che affollano la taproom e danno vita a quelle scene ormai tipiche davanti a alcuni birrifici americani: la fila per acquistare le birre. Lo scorso 9 settembre, per l’uscita della versione Barrel Aged dell’imperial stout Vanilla Smells Like Bean Spirit, beergeeks iniziarono a mettersi in fila alle 5.30 del mattino nell’attesa dell’apertura, prevista per le 11; per cercare di accontentare tutti, il birrificio a ridusse all’ultimo momento da tre a due il numero massimo di bottiglie acquistabili a persona, creando molti malumori tra la gente cui fecero seguito delle scuse ufficiali sui social network. 
Sino ad ora le Mikerphone erano disponibili solamente nel poco pratico formato da 75 cl.: in queste settimane hanno finalmente debuttato le bottiglie da 12 once (35.5 cl.)

La birra.
That One Guitar è una Double (New England) IPA prodotta esclusivamente con luppolo Mosaic, utilizzato anche nell'ormai imprescindibile Double Dry Hopping che debutta a fine luglio 2017; il riferimento musicale potrebbe essere Jukebox Hero dei Foreigner: “That one guitar, felt good in his hands, didn’t take long to understand…” 
Nel bicchiere si presente di un opalescente colo arancio sul quale si forma una bella testa di schiuma cremosa e abbastanza compatta, dalla buona persistenza. L'aroma è una danza tropicale nella quale ballano mango e ananas, passion fruit e melone: in sottofondo un po' di "dank" a completare un naso piuttosto intenso, fresco e pulito che riesce anche ad essere quasi elegante. La sensazione palatale non è cremosa e "masticabile" come prevederebbe il manuale di una vera NEIPA ma è ugualmente morbido e gradevolissimo, con la giusta quantità di bollicine. L'alcool (8%) è molto ben gestito e la bevibilità è davvero facile: il gusto ripropone l'opulenza tropicale dell'aroma con uguale intensità e pulizia, un velo caramellato in sottofondo. L'amaro resinoso è molto contenuto, con il (quasi) inevitabile raschiare in gola o "effetto pellet" che dir si voglia molto, molto contenuto. Il risultato è una birra di ottimo livello, juicy ma con criterio, valorizzata dalle poche settimane passate in bottiglia.
Mikerphone, birrificio molto interessante da non perdere se vi trovate a passare per la Windy City: prezzi non economici che riflettono hype e metropoli.
Formato: 75 cl., alc. 8%, lotto non riportato, 14.39 $.

giovedì 12 ottobre 2017

Bevog Ond Smoked Porter

Torniamo a parlare di Bevog, birrificio in territorio austriaco (Bad Radkersburg) ma guidato dallo sloveno Vasja Golar che ha bypassato la lenta burocrazia del suo paese spostandosi a produrre a tre chilometri da casa (Gornja Radgona) in Austria.  Dal 2013 Bevog ha visto una crescita costante che lo ha portato nel 2016 a produrre circa 7000 ettolitri con il suo impianto da 15 hl.  Negli ultimi mesi il birrificio è stato molto impegnato a rinfrescare il proprio internet e a suddividere la propria gamma produttiva tra birre prodotte tutto l’anno, birre occasionali, stagionali e “prototipali” racchiuse sotto la Who Cares Editions e  invecchiamenti in botte, questi ultimi raggruppati nella categoria “Paper Bag”, in quanto le bottiglie sono incartate. Le birre prodotte  tutto l’anno è rappresentata da tante strane creature o mostri dai nomi singolari:  Tak, Ond, Kramah, Baja, Deetz e Rudeen. Inutile chiedersi il significato di questi nomi, che secondo quanto dichiara Golar non significano assolutamente nulla ma corrispondono a quelli che avevo dato alle proprie birre nel corso degli esperimenti casalinghi; le strane creature rappresentate in etichetta, a metà strada tra mitologico, fantastico ed fumetto sono realizzate dall’artista croato Filip Burburan, ispirato da alcuni scritti del nonno di  Golar, un poeta/scrittore abbastanza conosciuto a Gornja Radgona. 
Dopo la natalizia Brown Snowball Coconut Porter e la Baja Oatmeal Stout è il momento di stappare un’altra birra scura di Bevog: una robusta porter affumicata che viene prodotta con un mix di luppoli sloveni e americani.

La birra.
L’aspetto è invitante, il bicchiere si tinge di nero sul quale si forma una bella testa di schiuma cremosa e compatta, dalla buona persistenza. L’affumicato entra subito in gioco dominando l’aroma con i suoi profumi piuttosto grassi che ricordano quelli della carne, con qualche sconfinamento meno gradevole nella gomma bruciata: in sottofondo un po’ di caffelatte e frutti di bosco. Anche in bocca c’è qualcosa da sistemare, a partire dalla sensazione palatale non particolarmente morbida e un po’ spigolosa, nonostante la carbonazione non sia particolarmente elevata: il corpo è medio, ma in alcuni passaggi la birra sempre un po' slegata. Al gusto l’affumicato è molto meno dominante e la bevuta viene guidata da tostature vigorose ma ruvide, caramello brunito e caffè; l'alcool è ben nascosto, nel finale l'affumicato si fa più presente e accompagna un amaro piuttosto energico composto da tostature, fondi di caffè e note terrose. L'intensità è davvero notevole ma in quanto a pulizia ed eleganza ci sono ampi margini di miglioramento in questa smoked porter di Bevog, soprattuto per quel che riguarda tostature e affumicato: il risultato è solo discreto e non al livello di altre produzioni del birrificio austriaco.

Formato: 33 cl., alc. 6.3%, IBU 43, scad. 10/11/2017, prezzo indicative 3.50-4.50 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 11 ottobre 2017

Pipeworks Brewing Company: Lizard King & Sure Bet

Beejay Oslon e Gerrit Lewis, entrambi devoti homebrewers e beergeeks, si conoscono nel 2008 mentre lavorano da West Lakeview Liquors, negozio di birre, vini e liquori di Chicago. Un beergeek non dovrebbe mai mancare al Dark Loyd Day di Three Floyds, soprattutto se si trova a pochi chilometri da casa: è in quel giorno dell’aprile del 2008 che Oslon e Lewis, mentre sono in fila ad attendere di mettere le mani sulle bottiglie d’imperial stout, che decidono di voler aprire il proprio birrificio. 
Nel 2009, mentre Lewis termina il suo master in marketing alla Loyola University, Beejay Oslon manda un’email a Urban Coutteau degli Struise e si offre per andare a lavorare gratis in Belgio per qualche mese: “sino ad allora sapevamo riconoscere una buona birra racconteràma non avevamo nessuna idea su come far funzionare un birrificio”. Gli Struise realizzano anche una birra collaborativa con quei "due ragazzi americani” e con il birrificio Alvinne che viene chiamata Pipedream, nome che anticiperà il futuro. Terminata l’esperienza europea. Oslon e Lewis passano diciotto mesi ad elaborare il loro business plan, mentre le loro produzioni casalinghe riscuotono consensi ed entusiasmo ad alcuni festival nei quali vengono offerte alla spina al fianco delle produzioni professionali, come ad esempio lo Stout Fest organizzato da Goose Island; non è tuttavia facile racimolare i fondi necessari per partire. Impossibilitati nell'ottenere finanziamenti dalle banche senza una casa di proprietà da ipotecare e con il mutuo per gli studi ancora sulle spalle, i due amici decidono di ricorrere al crowdfunding con una campagna su Kickstarter nella quale alla fine del 2010 riescono a racimolare 40.000 dollari, 10.000 in più di quelli richiesti. In attesa di divenire operativi, Pipeworks (il nome sembra che derivi da un soprannome di Lewis al college, “l’idraulico”) produce occasionalmente qualche fusto appoggiandosi ad impianti altrui facendo crescere l’attesa per il proprio debutto in una metropoli che a quel tempo non aveva ancora abbracciato la “craft beer revolution” e  - brewpub esclusi - annoverava solo tre microbirrifici: Half Acre, Metropolitan e Revolution. Nel 2011 il Chicago Reader nomina Pipeworks “il miglior birrificio craft che ancora non esiste”. 
Oslon e Lewis, assieme a Scott Coffman che viene ingaggiato come head brewer, tagliano a marzo 2012 il nastro del locale di 250 metri quadri nel quartiere Bucktown: le prime bottiglie della Double IPA Ninja vs. Unicorn vanno esaurite in pochissimi giorni. Beejay Oslon, che ha frequentato una scuola d’arte e che ha tatuato la parola B-E-E-R su quattro dita della mano destra e G-E-E-K su quelle della mano sinistra, si occupa della grafica delle prime etichette e promette che “Pipeworks non farà mai la stessa birra due volte”, un credo poi smentito dal tempo: “siamo stati male interpretati – dirà poi – noi vogliamo rifare le birre che la gente vuole bere, ma siamo anche un gruppo di creativi e abbiamo moltissime idee strane che non riusciamo a controllare. E’ eccitante, uno stimolo a provare sempre qualcosa di nuovo. Quasi tutti quelli che lavorano al birrificio – diciassette persone, oggi -  danno il loro contributo alle ricette”. 
Nel 2013 Ratebeer incorona Pipeworks come “best new brewery al mondo del 2012" e in paio d’anni Pipeworks satura la propria capacità produttiva crescendo dai 500 ettolitri del 2012 ai 1800 del 2014: l’unico modo per continuare a crescere è trasferirsi in un nuovo capannone da 1500 metri quadri a quattro chilometri dal precedente e confinante con quello in cui si trova un altro microbirrificio di Chicago, Off Color. Il piano di espansione viene finanziato con un mutuo ventennale da 1 milione di dollari circa; il nuovo impianto da 35 ettolitri viene inaugurato nel 2015 assieme alle lattine che fanno il loro debutto a luglio. Nel 2016 gli ettolitri prodotti sono stati circa 7000, ma in cantiere c’è già l’acquisto di nuovi fermentatori per arrivare a 17.000 in pochi anni. Il birrificio non è attualmente visitabile e non dispone di taproom: è tuttavia possibile acquistare bottiglie e merchandising nel punto vendita chiamato The Dojo che si trova all’interno dei locali di produzione.

Le birre.
Da un birrificio che ama i beergeeks e che inizialmente dichiarava di “non voler mai fare la stessa birra due volte” è ovvio attendersi uno sterminato elenco di etichette tra le quali non è facile orientarsi. Accanto ad un nucleo di lattine prodotte tutto l’anno (Ninja vs. Unicorn Double IPA, Blood of the Unicorn Red Ale, Lizard Kind Pale Ale, War Bird Session Ale, Lil Citra Session IPA, Glaucus Belgian IPA e Close Encounter Black IPA) vi è una lunghissima serie di produzioni stagionali, occasionali e varianti della stessa ricetta, come ad esempio quindici diverse Abduction Imperial Stout. 
Partiamo dalla “Mosaic Pale Ale” chiamata Lizard King e venduta nella bella lattina la cui grafica dovrebbe essere opera dell’artista Jeff Kuhnie; disponibile inizialmente solo in fusto in alcuni locali di Chicago, questa birra è poi diventata una delle produzioni fisse di Pipeworks. Oltre al Mosaic la sua ricetta dovrebbe anche includere il luppolo Amarillo. Il suo colore è un dorato piuttosto pallido e velato, sormontato da una cremosa e compatta testa di schiuma bianca. Le poche settimane passate dalla messa in lattina permettono di godere di un aroma freschissimo e molto pulito: ci sono soprattutto agrumi, cedro e pompelmo, ma in secondo piano si scorge un ricco bouquet tropicale che rimanda a mango e papaya, maracuja, ananas e melone. Il bouquet si completa con qualche nota “dank” e di uva bianca. Al palato è molto morbida, con il giusto livello di bollicine per apprezzare un gusto che ricalca l’aroma e riesce ad essere “succoso” senza sconfinare negli eccessi del “juicy”. Un accenno biscottato rimane in sottofondo a supporto di agrumi e fragrante frutta tropicale, mentre l’epilogo è un amaro resinoso e vegetale di breve intensità e durata. Alcool molto ben dosato, chiusura abbastanza secca in una Pale Ale molto intensa e ruffiana quanto basta che si beve con impressionante facilità: fragranza e pulizia non mancano, l’eleganza è buona anche se ancora migliorabile. Nel complesso il livello è davvero molto, molto alto: occasionalmente si trova anche dalle nostre parti, inevitabilmente con qualche mese sul groppone.

Sure Bet è invece una Double IPA (9.5%) che se non erro viene prodotta una volta l'anno, solitamente nel mese di agosto. Citra e Mosaic i luppoli utilizzati, ma gli ingredienti fondamentali, in questa birra, sono altri: se la luce del sole è il cibo preferito dagli unicorni, al secondo e terzo posto ci sono rispettivamente miele e mango, secondo quanto ci racconta Pipeworks. Entrambi sono stati utilizzati nella ricetta, l'ultimo in forma di purea.
Il suo colore è un arancio opaco, mentre la schiuma biancastra è cremosa e compatta. Festa tropicale al naso, dove mango e ananas spopolano, lasciando in sottofondo profumi di biscotto zuccherato, miele, arancia. La bevuta prosegue in linea retta un percorso intensamente fruttato, molto pulito ed elegante, con l'ingrediente frutta usato molto intelligentemente e ben integrato nella birra. Il mango è ovviamente protagonista, al suo fianco ci sono altre suggestioni tropicali e agrumate a dare forma ad una Double IPA piuttosto dolce ma mai stucchevole e valorizzata dalla freschezza del recentissimo imbottigliamento. L'amaro resinoso è corto e serve solamente a bilanciare, l'alcool è nascosto benissimo ed è impressionante la facilità con la quale si beve una birra dall'ABV quasi in doppia cifra. Corpo tra il medio e il pieno, grande morbidezza al palato, bollicine quanto basta. Double IPA di ottimo livello, molto pulita e molto godibile anche per chi, come me, non sia un grande amante delle IPA alla frutta. 

Nel dettaglio:
Sure Bet, formato 65 cl., alc. 9.5%, imbott 08/2017, 10.99 $
Lizard King, formato 47.3 cl., alc. 6%, imbott. 09/08/2017, 2.75 $

martedì 10 ottobre 2017

DALLA CANTINA: Cantillon Saint Lamvinus 2013

La prima bottiglia di Saint Lamvinus di Cantillon è datata 1995: se il lambic è da molti considerato l’anello di congiunzione mancante tra il mondo della birra e quello del vino, e in quell’anno Jean-Pierre Van Roy vuole fare un ulteriore passo in avanti verso quest’ultimo, del quale egli è un grande appassionato. Quelle prime bottiglie non furono però prodotte a Bruxelles ma in territorio francese ed esattamente a Saint-Émilion, una delle zone vinicole più pregiate della zona di Bordeaux (Côtes de Bourg); da un’idea di Pascal Delbeck dello Château Belair di Saint-Emilion, un blend di uva Merlot e Cabernet fu aggiunto a lambic di due anni inviato dal Belgio e il risultato fu poi messo a maturare in botti che avevano in precedenza contenuto vino rosso. Nacque così la Saint Lamvinus, nome che unisce tutti e tre i protagonisti:  Saint (Émilion) Lam(bic)vinus(vino in latino). 
Il successo di questo druivenlambic fu immediato e per aumentarne la quantità le operazioni furono trasferite a Bruxelles; le ultime annate sono state tutte realizzate utilizzando uva Merlot, ma in passato ne sono state adoperate altre varietà a bacca nera, a seconda della disponibilità del raccolto. Nel 2001, anno in cui la Saint Lamvinus fu per la prima volta  esportata negli USA, fu un blend di uve Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot; nel 2003 solo uva Cabernet Sauvignon e la maturazione avvenne in botti ex-Porto; nel 2004 ne fu realizzata un’edizione speciale per l’Akkurat di Stoccolma; nel 2005 fu commercializzata per la prima (e ultima?) volta anche in formato 37.5 cl. 
L’uva, priva degli steli, viene aggiunta al lambic di 16-18 mesi in serbatoi d’acciaio per circa  due mesi per l’estrazione dei tannini; la maturazione avviene poi in botti di rovere francese cui segue l’imbottigliamento senza ulteriore miscelazione che solitamente avviene verso la fine di ottobre. Nel 2016 è apparsa sul mercato anche la Saint Lamvinus Grand Cru, un blend di due botti di lambic di tre anni con uve Merlot e una botte di lambic di un anno.

La birra.
Il millesimo 2013 di Saint Lamvinus si presenta nel bicchiere di un acceso color ambrato con riflessi che vanno dal rosa al rosso vermiglio; la schiuma biancastra è tanto esuberante nel nascere quanto rapida nel dissolversi. Al naso ci sono le note “selvagge” e funky tipiche del lambic (legno, polvere, cantina, pelle di salame e legno umido) che viaggiano fianco a fianco a note floreali e profumi aspri di uva e frutti di bosco, qualche accenno dolce di ciliegia. Il bouquet è molto pulito e bilanciato in maniera piuttosto elegante tra le varie componenti. A quattro anni dalla messa in bottiglia le bollicine sono ancora vivaci e contribuiscono a creare una sensazione palatale ancora piuttosto fresca e scattante, molto secca: il gusto è ricco di frutta aspra e ripropone quanto anticipato dall’aroma: soprattutto uva e limone, frutti di bosco, alla cui asprezza si contrappone un velo dolce che ricorda la ciliegia. Molto in sottofondo s’avverte anche qualche lieve spunto acetico che non disturba per nulla una bevuta davvero splendida, appagante, estremamente dissetante e rinfrescante, attraversata da una piacevole acidità lattica. Lasciandola riscaldare la Saint Lamvinus di Cantillon s’arricchisce della complessità delle note rustiche e funky del lambic, soprattutto nel retrolfatto: emerge anche una leggera nota etilica con un lieve tepore a “spingere” la bevuta più in territorio vinoso. Chiude con una delicata nota amaricante di tannini e scorza di limone. 
Grande birra, davvero emozionante, ancora molto in forma, sorprendentemente viva e “fresca e con un potenziale d’invecchiamento ancora enorme, resistenza del tappo permettendo. Prezzo e reperibilità sono i principali ostacoli da affrontare per chi volesse metterne un po'  in cantina; peccato, perché Saint Lamvinus è una birra non difficile da apprezzare anche a chi sta muovendo i primi passi nel mondo delle fermentazioni spontanee. 
Formato: 75 cl., alc. 5%, imbott. 31/10/2013, scad. 01/10/2023, prezzo indicativo 17-20 euro (beershop)

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 8 ottobre 2017

Three Floyds Brewing Company: Space Station Middle Finger, Necron 99, Permanent Funeral

A brevissima distanza di tempo rieccomi a parlare di Three Floyds, birrificio dell'Indiana del quale vi avevo parlato qualche giorno fa. Passiamo dunque subito dalle parole alla birra andando a scoprire altre tre birre.
Partiamo dall'American Pale Ale chiamata Space Station Middle Finger, nata nel 2013 come birra stagionale disponibile soltanto nel formato "bomber" da 65 cl. ed entrata poi in produzione tutto l'anno; al solito i Floyds non rivelano i luppoli utilizzati ma uno di loro dovrebbe essere l'Azacca. Il perché il "dito medio" sia stato scelto come nome è presto detto: "sin dall'alba dei tempi gli esseri umani hanno guardato in alto nel cielo in cerca di risposte. Dalla sua orbita eterna, la Stazione Spaziale del Dito Medio risponde a tutti". L'etichetta è opera del solito Zimmer Design e dell'artista Dick Smart (?).
Nel bicchiere si presenta di color arancio, con riflessi dorati e una cremosa e compatta testa di schiuma bianca dall'ottima persistenza. Arancio, mandarino e fiori formano un aroma pulito ed elegante ma non particolarmente intenso; in sottofondo qualche nota biscottata. La sensazione palatale è quella - pressoché perfetta - tipica di molte birre dei Floyds: morbida, delicatamente carbonata, grande scorrevolezza. Lo stesso si può dire del tappeto di malti a supporto della generosa luppolatura: caramello, biscotto e miele sono nettamente percepibili ma la loro presenza è delicata e permette agli agrumi di restare in primo piano fino alla chiusura amara, di moderata intensità, dove il terroso incontra la scorza d'arancia. Pulitissima e perfettamente bilanciata, a quasi due mesi dall'imbottigliamento ha già perso un po' di fragranza ma è comunque una APA tecnicamente pressoché perfetta  nella quale tutto è al posto giusto e che non stanca mai il palato. 

Necron 99 è invece una birra che da quanto leggo in internet ha spiazzato molte persone che l'hanno acquistata, me incluso. L'etichetta, realizzata da Alexis Ziritt e Zimmer Design, riporta infatti le parole "Scorch-Style Ale" con dei caratteri tipografici non troppo chiari che, ad uno sguardo veloce, possono indurre a leggere Scotch-Style Ale. E' appunto quello che ho pensato io, salvo poi scoprire che nella bottiglia c'è in verità un'American IPA, una delle ultime nate (ottobre 2016) in casa Three Floyds. 
Il termine scorch vuol dire "bruciacchiato" e onestamente non vedo come possa applicarsi ad una birra che è invece quasi solare nel suo colore che oscilla tra il dorato e l'arancio. L'aroma, d'intensità piuttosto dimessa, porta qualche profumo floreale e reminiscente di frutta tropicale. Di tutt'altro livello è invece il gusto, ricco di mango  papaya, passion fruit e melone retato: le poche settimane in bottiglia restituiscono un frutto dolce ma fragrante e delicato, lontano da qualsiasi stucchevole cafonaggine. I malti, biscotto e miele, rispettosi della tradizione del Midwest americano sono sempre ben percepibili ma non invadenti; l'alcool (7.1%) è praticamente invertibile e Necron 99 è una IPA che chiude con una buona secchezza ed un amaro quasi delicato di resina e note terrose e vegetali. Pulizia, equilibrio ed eleganza la fanno anche qui da padrone in una birra tecnicamente davvero ben fatta che si beve con una facilità impressionante. 

Chiudiamo questo trittico con Permanent Funeral, una birra realizzata dai Three Floyds assieme agli amici del gruppo grindcore Pig Destroyer; i Floyds non amano molto il termine IPA (ecco il perché di scorch?) e quindi battezzano come Pale Ale questa massiccia birra da 10.5% ABV e 100 IBU. I membri dei Pig Destroyer sono degli homebrewers occasionali ma sopratutto degli appassionati di craft beer, e il loro desiderio di collaborare coi Floyds si è avverato nel 2013; l'idea era di realizzare una versione "potenziata" della Zombie Dust. Permanent Funeral è anche il nome di una canzone tratta dall'album Book Burner del gruppo originario di Washington D.C. Se come me siete completamente ignoranti di grindcore, uno sguardo alla minacciosa etichetta, opera di Orion Landau e del solito Zimmer Design, è sufficiente a schiarirvi le idee; questa Double Pale Ale o Double IPA che dir si voglia viene prodotta occasionalmente. Mi è capitata tra le mani una bottiglia che dovrebbe avere circa quattro mesi di vita: tra il non berla, forse mai più nella vita, e il tentare la sorte, ho scelto per questa seconda opzione. 
Il suo colore è un arancio piuttosto carico nel quale trovano spazio venature dorate e ramate: il naso non è ovviamente un trionfo di freschezza ma mantiene una buona intensità e una grande ricchezza di frutta: mango, melone, ananas, passion fruit, arancia e pompelmo, albicocca, miele. Un bouquet ancora molto godibile, dolce ma non stucchevole che lascia solo un po' di rimpianto per non averlo potuto apprezzare qualche mese prima al massimo del suo splendore. Il mouthfeel è perfetto, una Double IPA dal corpo quasi pieno ma estremamente morbida e quasi delicata al palato, con poche bollicine. L'alcool c'è e si sente ma la bevuta non presenta particolari asperità: biscotto, un tocco di miele e di caramello supportano con delicatezza la macedonia di frutta tropicale annunciata dall'aroma a formare una bevuta dolce ma sempre ben bilanciata anche in assenza di un finale amaro. Double IPA potente ma non impervia che termina con una bella scia calda di alcool e frutta tropicale: se dall'etichetta pensavate di trovarvi nel bicchiere una IPA aggressiva, amara e asfalta-palato siete completamente fuori strada. Qui c'è grande pulizia, eleganza ed equilibrio, nessuna deriva cafona, grande maestria nell'esecuzione: quello che c'è nel bicchiere è alquanto soddisfacente, peccato solo non aver avuto la possibilità di berla più fresca. 

Nel dettaglio: 
Space Station Middle Finger, 35.5 cl., alc. 6%, IBU 50, imbott. 28/06/2017, 3.29 $
Necron 99, 35.5 cl., alc. 7.3%, IBU 61, imbott. 11/08/2017, 2.56 $
Permanent Funeral, 65 cl., alc. 10.5%, IBU 100. imbott. 04/2017 ?, 14.29 $

venerdì 6 ottobre 2017

Tempest Double Shuck

L’abbondanza lungo le coste dell’Inghilterra avevano reso le ostriche nella seconda metà del diciottesimo secolo “il pasto dei poveri”:  per un penny se ne potevano acquistare quattro, ovviamente accompagnate da quella che era la bevanda più diffusa (e più economica) nelle public houses. Porter/Stout e ostriche divennero quindi il pasto tipico per migliaia di lavoratori, creando quell’involontario abbinamento gastronomico che ancora oggi conosciamo. La disponibilità di ostriche si ridusse drasticamente nel secolo successivo ed il mollusco riprese ad avere quello “status di pregio” che gli era stato riconosciuto dai romani sin dal primo secolo dopo Cristo: un simbolo di femminilità, nascita e suggestione afrodisiaca. 
Non si hanno invece notizie precise riguardo la nascita della prima Oyster Stout: ad inizio del ventesimo secolo è noto che la Colchester Brewing Company produceva una Oyster Feast Stout in occasione della festa annuale che celebrava il raccolto di ostriche nei pressi del fiume Colne. E’ probabile che molte altre Oyster Stout – nessuna delle quali utilizzava realmente ostriche – siano nate per queste occasioni. E’ altresì provato che per un certo periodo l’estratto di guscio di ostrica fu usato nella produzione della birra come agente chiarificante, e quindi con una motivazione tutt’altro che gastronomica. La Oyster Stout di Marston, oggi rinominata Pearl Jet, fu probabilmente la Oyster Stout più diffusa e di maggior successo, ma anche lei non conteneva nessuna ostrica.

La birra.
Vere ostriche sono invece state utilizzate dal birrificio scozzese Tempest (qui la loro storia) per produrre Double Shuck, una massiccia imperial stout (11%); per 2000 litri di mosto sono state impiegate 200 ostriche provenienti dall’isola di Lindisfarne e aggiunte a fine bollitura assieme a della paprika affumicata, a ricordare quelle ostriche affumicate che potete talvolta assaggiare negli Osyter Bar. Le ostriche erano state in precedenza bollite per 90 minuti; la ricetta fu realizzata per la prima volta nel luglio 2015 e prevede l’utilizzo del luppolo neozelandese Waimea, mentre per la rifermentazione in bottiglia viene utilizzato lievito champagne. Il termine “shuck” in inglese significa “guscio” ma con “to shuck” si indica anche “l’aprire le ostriche con un coltello", ovvero quello che hanno fatto i due birrai di Tempest per ben duecento volte in quel pomeriggio di luglio.  L’etichetta è invece opera di Zuzana Kerdova.
Si presenta completamente nera e nel bicchiere forma un piccolo cappello di schiuma beige, cremosa e abbastanza compatta, dalla discreta persistenza. Carne affumicata, orzo tostato, fondi di caffè e liquirizia formano un aroma che si completa con note minerali; l'intensità è notevole, mentre pulizia e eleganza sono soltanto discrete. Il corpo, tra il medio e il pieno, è quello necessario a reggere una birra imponente: ci sono tuttavia un po' troppe bollicine per lo stile a rendere la bevuta meno morbida di quello che potrebbe essere. Al gusto l'affumicato è molto meno in evidenza rispetto all'aroma: è un'imperial stout ben bilanciata tra caramello, liquirizia, caffè e tostature, con queste ultime che aumentano d'intensità nel finale e vengono affiancate dall'amaro della resina. Una quasi impercettibile nota salina fa ogni tanto capolino, ma è sopratutto la componente minerale ad essere avvertita; la paprika, oltre all'affumicato, apporta un delicato calore che emerge sopratutto negli ultimi istanti della bevuta. E' un'imperial stout intensa ma non immune da imprecisioni, soprattutto per quel che riguarda pulizia ed eleganza; l'alcool è presente ma non disturba e la birra si sorseggia senza grosse difficoltà. Di spazio per migliorare ce n'è: bene ma non benissimo, considerando il prezzo del biglietto che si colloca in fascia alta.
Formato: 33 cl., alc. 11%, lotto 000331, scad. 16/11/2017, prezzo indicativo 7.00-8.00 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 5 ottobre 2017

Three Floyds Brewing Company: Yum Yum, Alpha King, Apocalypse Cow

Finalmente arriva sul blog anche Three Floyds, birrificio operativo dal 1996 nello stato dell’Indiana ma praticamente inglobato in quella enorme area urbana che circonda Chicago, Illinois. A fondarlo è Nick Floyd con l’aiuto del padre Michael e del fratello Simon in un edificio di mattoni a Hammond, Indiana, dove un tempo c’era un meccanico auto: “pagavamo 500 dollari d’affitto al mese, se avessimo aperto un brewpub da 500 metri quadri in Illinois ne avremmo pagati 5000”. 
Nick ai tempi del college odiava la birra e non capiva come i suoi compagni potessero bere Budweiser o Old Style; è un viaggio in Europa a fargli scoprire quella buona e a spingerlo a iniziare con l’homebrewing quando è diciottenne. Al compimento del ventunesimo anno s’iscrive al Siebel Brewing Institute di Chicago e inizia poi a lavorare alla Florida Brewery di Auburndale e alla Weinkeller, un brewpub nei dintorni di Chicago ovviamente specializzato in stili della tradizione tedesca. Nel 1996, “stanco di far arricchire gli altri con il mio lavoro” Nick apre il Three Floyds Brewpub. L’investimento economico è ridotto ai minimi termini  per evitare troppi debiti: l’impianto da 6 ettolitri, che egli stesso chiama Frankenstein, viene ricavato da un enorme bollitore alimentato da un fornello tipo “wok”, vecchi fermentatori aperti dimessi da un’industria casearia del Wisconsin e da serbatoi provenienti dalla Canfield Cola. 
Il successo è quasi immediato e nel 2000 i Three Floyds acquistano un magazzino più grande nella vicina Munster dove viene installato un nuovo impianto da 40 ettolitri che inizia a produrre circa 11000 ettolitri continua a crescere del 20% anno dopo anno; nel 2005 il vecchio brewpub originale viene trasferito accanto al nuovo magazzino continuando ad essere alimentato da un mini-impianto separato con il quale i Floyds si divertono a sperimentare nuove ricette. “’Non è normale’ è il nostro motto” dice Nick “non c’interessa se al consumatore medio le nostre birre non piacciono. Vogliamo essere strani e diversi; molto microbirrifici prendono il loro nome da una città e mettono animali, montagne o alberi sulle loro etichette. Noi volevamo l’esatto contrario, ecco perché abbiamo queste etichette così strane" (molte delle quali realizzate dal designer e beer writer Randy Mosher)
Difficile parlare di Three Floyds senza chiamare in causa i beer-geeks ed il beer rating: Ratebeer lo proclama miglior birrificio al mondo nel 2007, 2009, 2010, 2011 e 2012. Nei due anni mancanti, 2006 e 2008, si piazza al secondo posto. La spinta arriva soprattutto dall’hype nato intorno all’imperial stout chiamata Dark Lord (imbottigliata a partire dal 2005) che viene messa in vendita solo una volta l’anno, solitamente l’ultimo sabato di aprile, nel corso di un evento per il quale dovete essere molto rapidi nell’acquistare i biglietti on-line, esauriti in pochissimi minuti. Quello dell’ultima edizione (180 $) permetteva a circa 6000 fortunati l’acquisto 4 bottiglie di Dark Lord più una variante a scelta. 
In molti si sono domandati il perché del successo o culto di Three Floyds: birrificio di elevata qualità come però ce ne sono tanti altri negli Stati Uniti. O perché a gennaio 2012, quando debuttò l’American Pale Ale Zombie Dust, la gente si precipitò (letteralmente) di corsa al birrificio per acquistare le bottiglie che stavano uscendo dalla linea di confezionamento: in poche ore sparirono tutti i 1000 cartoni prodotti, ossia 24.000 bottiglie.  La risposta – ovvia -  è che Three Floyds è molto più che un semplice birrificio: è un marchio che include le fantasiose etichette, le barbe e i tatuaggi, l’heavy metal. E’ una grande operazione di marketing da parte di un birrificio in cui non c’è in verità nessuno che si occupa di marketing: è semplicemente lo stile di vita del fondatore Nick Floyd. 
Three Floyds distribuisce regolarmente solamente in Indiana, Chicago e in alcune città del Wisconsin (Milwaukee e Madison); occasionalmente anche in alcune città dell’Ohio, dell’Illinois e del Kentucky. In un futuro sempre più prossimo ci dovrebbe finalmente essere la tanto attesa apertura di un secondo brewpub a Chicago (“ovunque ma non nel loop”, dice Nick); 65.000 gli ettolitri prodotti nel 2016 secondo i dati della Brewers Association: da qualche anno i Floyds hanno annunciato un nuovo piano di espansione da 10 milioni di dollari per arrivar ad un potenziale di 100.000 barili/anno (117.000 ettolitri). 
A novembre 2016 è poi arrivato il birraio Todd Haug, fuoriuscito da  Surly dopo il licenziamento della moglie, ora anche lei assunta dai Floyds. Una figura pressochè perfetta (barba, tatuaggi e heavy metal) per il marchio: “quando diedi le dimissioni da Surly mi arrivarono offerte di lavoro da mezzo mondo – dice Todd – ma io già sapevo quello che volevo fare: andare da Three Floyds”.

Le birre.
Iniziamo dalla Yum Yum, che il birrificio di Munster definisce un’American Session Ale, anche se l’ABV (5.5%) è un po’ oltre la soglia del sessionabile; i luppoli utilizzati non sono dichiarati, l’etichetta è opera dello studio di design Zimmer. Il suo colore oscilla tra il dorato e l’arancio ed è sormontato da un cremoso e compatto cappello di schiuma bianca. Il naso non è particolarmente intenso ma c’è pulizia ed eleganza di profumi floreali, arancia e pompelmo, qualche nota biscottata. Più intenso e convincente è invece il gusto che propone una delicata base maltata (biscotto, miele, caramello) a supporto dei luppoli:  il dolce dell’arancia e del pompelmo ricorda più la marmellata che la frutta fresca, il finale è delicatamente amaro con un mix ben riuscito di scorza d’arancia, note terrose ed erbacee. Una (Session) Pale Ale bilanciatissima e facile da bere, ottimo mouthfeel, con una pulizia ed una precisione quasi chirurgica che però le tolgono un po’ di emozione. 

Alpha King è la flaghsip beer dei Floyds; la ricetta originale risale al 1996 e, ricorda Nick, ”aveva 100 IBU quando tutti gli altri birrifici qui intorno non andavano oltre i 30”. La birra è stata negli anni un po' ammorbidita, diventando meno amara (68 le IBU dichiarate): dicono che la ricetta originale si  sia oggi reincarnata quasi per intero nella Dreadnaught Imperial IPA. L’etichetta è opera dell’artista  Phineas X. Jones dello studio Zimmer-design; i luppoli utilizzati non sono noti ma qualcuno parla di Centennial, Warrior e Cascade. 
Il suo colore è un arancio carico velato, mentre la schiuma biancastra è cremosa ed ha un'ottima persistenza. Ad un mese dall'imbottigliamento l'aroma non è particolarmente intenso: note floreali e biscottate, marmellata d'agrumi, qualche spunto terroso. Il mouthfeel è invece perfetto: una APA/IPA morbidissima che scorre con grande facilità e soddisfazione per il palato. La tradizione del Midwest che vuole una base maltata non invadente ma comunque ben presente è rispettata: biscotto e miele supportano il dolce dell'arancia candita e della marmellata di agrumi. Niente da obiettare per quel che riguarda pulizia ed eleganza, chiude con un amaro d'intensità moderata dove la scorza d'arancia incontra il terroso. Alcool (6.5%) inavvertibile, grande bevibilità ed un equilibrio perfetto sono i pregi di un'American Pale Ale molto ben fatta. Ad un mese dalla messa in bottiglia non c'è tuttavia quella fragranza che t'aspetteresti, e anche qui la "perfezione" tecnica tende a sopprimere le emozioni.  

Chiudiamo in crescendo con la Double IPA Apocalypse Cow, gradazione alcolica imponente (11%) e aggiunta di lattosio per ottenere un mouthfeel vellutato. Realizzata per la prima volta nel 2008, è una delle undici birre stagionali che Three Floyds produce ogni anno: il suo mese è giugno. Non so se il nome sia ispirato all'omonimo episodio dei Simpsons, trasmesso in quello stesso anno: l'etichetta è opera dell'artista Dan Grzeca.
Nel bicchiere si presenta di color arancio e, considerando la gradazione alcolica, la schiuma è piuttosto generosa ed ha un'ottima persistenza. Ananas, mango, mandarino, arancia e pompelmo formano un bouquet aromatico molto pulito ed elegante ma privo di quell'intensità esplosiva che ti aspetteresti da una (triple) IPA. Al palato è effettivamente cremosa ed estremamente morbida, e il suo corpo imponente, quasi pieno, non è comunque ingombrante. Lo stesso si può dire dei malti, biscotto e miele non tolgono assolutamente spazio ad una componente fruttata che richiama quasi in toto l'aroma. L'amaro (zesty, resina) è molto delicato e serve più che altro a bilanciare il dolce: l'alcool è molto ben dosato e dimostra almeno tre gradi in meno di quelli dichiarati. Non è quindi difficile sorseggiare questa "big beer" che sfoggia pulizia ed eleganza a livelli davvero alti. Spesso queste IIIPA rischiano di trasformarsi in dolcioni zuccherini o in bombe di resina e alcool che asfaltano il palato: al di là del nome "apocalittico", quella di Three Floyds è invece un riuscitissimo esempio di bilanciamento. Nel suo genere un piccolo capolavoro, solamente penalizzato da un'aroma un po' sottotono per quel che riguarda l'intensità.  
A dispetto dell’immagine aggressiva che il birrificio veicola, tutte queste birre di Three Floyds mi hanno davvero stupito per avere le stesse caratteristiche: grande equilibrio, pulizia e facilità di bevuta.

Nel dettaglio:
Yum Yum, formato 35.5 cl., alc. 5.5%, IBU 63, lotto non riportato, 3.29 $
Alpha King, formato 35.5 cl., alc. 6.5%, IBU 68, imbott. 11/07/2017, 2.74 $
Apocalypse Cow, formato 65 cl., alc. 11%, IBU 90, imbott. 15/06/2017, 12.99 $

martedì 3 ottobre 2017

Marston's Pearl Jet Stout

Del birriifico Marston, fondato nel 1834 e passato poi attraverso le mani di diversi proprietari, ne avevo già parlato in occasione della loro birra “iconica” Pedigree. Nel novembre 2016 Marston ha annunciato investimenti per un milione di sterline per rinnovare completamente la propria offerta brassicola: nuove etichette e grafiche, in alcuni casi nuovi nomi, ristrutturazione del centro visitatori del birrificio nel quale è anche stato installato in microimpianto, chiamato DE14, con il quale verranno prodotte nuove birre in piccoli lotti, al momento disponibili solo per l’assaggio in loco e nei festival ai quali Marston parteciperà. Il piccolo impianto consentirà una maggior flessibilità produttiva e di sfornare novità agli elevati  ritmi che oggi il mercato richiede. 
“I giorni in cui bastava far uscire una qualsiasi birra dal contenuto alcolico ridotto sono finiti - dice  Richard Westwood, direttore di Marston – Dieci anni fa tutti usavano gli stessi luppoli e gli stessi malti, oggi un birraio dev’essere creativo; nel passato nessuno si è mai chiesto quello che volessero i consumatori, i prototipi di birra non venivano mai fatti assaggiare a loro ma solamente a un panel che decideva se erano buone o no. Oggi dobbiamo conquistare il consumatore, e le grafiche delle nostre etichette non erano al passo col mercato attuale; le abbiamo rinfrescate per i vecchi bevitori e per farle scoprire a dei nuovi. E avremmo dovuto farlo molto prima”.  
Una nuovo campagna pubblicitaria vuole promuovere, con lo slogan “From Burton With Love’”, l’importanza delle radici storiche del birrificio e della gente locale che vi lavora: “Burton è una città dalla grande tradizione brassicola e la storia di Marston è la storia di Burton”. Abbiamo quindi nuove etichette per le classiche Pedigreem Old Empire e EPA – English Pale Ale; nasce una nuova Pale Ale chiamata 61 Deep, il cui nome si riferisce alla profondità di uno dei pozzi d’acqua fresca utilizzati dal birrificio; Burton Bitter viene rinominata Saddle Tank in onore del veicolo a vapore su rotaie che veniva utilizzato per trasportare materie prime e fusti. 
Roger Protz non è molto convinto del successo di questa iniziativa e si chiede, a ragione, che fascino potrà avere un nome come “Saddle Tank” su quei giovani consumatori che Marston dice di voler conquistare.

La birra.
Anche la storica Oyster Stout di Marston viene coinvolta in questo cambiamento, e modifica il proprio nome in “Pearl Jet”: la termine perla rappresenta un’ovvia continuità con le ostriche mentre “jet” si riferisce al suo colore, ovvero “jet black”.  Anche l’etichetta si tinge di nero e ospita un corvo con una perla nel becco; scompaiono spiaggia, gabbiano e didascalia “dark-rich-smooth”. Ricordo che a dispetto del suo nome la Oyster Stout di Marston, pastorizzata nella versione in bottiglia, non utilizzava i pregiati molluschi. 
Il suo colore è effettivamente prossimo al nero ed è sormontato da una perfetta testa di schiuma “abbronzata”, cremosa e compatta, dalla buona persistenza.  Al naso orzo tostato, caffelatte, qualche accenno al terroso e ai frutti di bosco. L’intensità è discreta, la pulizia c’è, inutile aspettarsi fragranza o eleganza. Il mouthfeel è invece piuttosto soddisfacente per una session beer: corpo medio, poche bollicine, consistenza palatale piuttosto morbida, quasi una carezza che si mantiene ben distante da pericolosi scivoloni nell’acquoso. L’intensità è buona anche per quel che riguarda il gusto, bilanciato tra caramello e delicate tostature, accenni di caffelatte e qualche timida nota di cioccolato; convince meno il finale, dove tostato e terroso formano un amaro poco elegante che sconfina un pochino nella gomma bruciata. Priva di sussulti emotivi, la (nuova) Pearl Jet di Marston è una discreta stout abbastanza secca ma poco “viva” e priva di fragranza e non lascia un particolare ricordo di sé:  gli scaffali dei supermercati italiani non offrono tuttavia molta scelta a chi ha voglia di bere una stout e anche le poche “stout artigianali” che  s’incontrano non rappresentano il meglio della produzione italiana. Se vi accontentate, il rapporto qualità prezzo di questa Marston sul suolo italico (6 euro al litro circa) è tutto sommato accettabile.
Formato: 50 cl., alc. 4.5%, lotto B7006, scad. 06/02/2018, prezzo indicativo 2.99 Euro (supermercato)

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 2 ottobre 2017

Dark Horse: Smells Like a Citra Safety Meeting IPA & Bourbon Barrel Toonilla

Un ritorno  sempre a me gradito quello della Dark Horse Brewing Company, birrificio di Marshall (Michigan) fondato Bob Morse e dal figlio Aaron dapprima nel 1997 come brewpub e poi trasformato nel 2000, a causa dello scarso successo, in un microbirrificio. La loro storia ve l’avevo riassunta qui; l’impianto originale da otto ettolitri, ancora in funzione per soddisfare il consumo della taproom, è stato affiancato nel 2011 da uno da ventitré ettolitri con un investimento da 700.000 dollari. Dai 7100 ettolitri prodotti nel 2010, prima del cambio, si è arrivati agli 11.000 del 2011 e ai 17.500 del 2012; l’annata 2015 si è conclusa con 30.000 ettolitri, numero ormai prossimo a saturare l’attuale capacità massima (35.000). 
Dark Horse produce cinque stout di alto livello  (“per meglio affrontare i rigidi inverni del Midwest”) che sono a mio parere le loro birre meglio riuscite; ma gli amanti del luppolo non rimangono di certo con la bocca asciutta: la Crooked Tree è la IPA della casa disponibile tutto l’anno e affiancata da diverse altre “sorelle” occasionali e stagionali. 
Tra queste c’è la Smells Like A Safety Meeting, una Double IPA commercializzata per prima volta nel 2013 nel periodo aprile-luglio; la birra era in verità già disponibile al brewpub di Dark Horse da qualche anno ed era nota con il nome Smells Like Weed IPA, ovvero “ha l’odore dell’erba”. E’ realizzata con un mix “segreto” di luppoli per ottenere il massimo carattere “dank” possibile, reminiscente appunto della marijuana; tutto bene finché la IPA era disponibile solo al brewpub, ma al momento della commercializzazione in bottiglia la Michigan Liquor Control Commission non ha apprezzato il nome scelto e Dark Horse è stato costretto a cambiarlo, optando per Smells Like A Safety Meeting. “Safety meeting” è lo slang utilizzato per darsi appuntamento a fumare una canna sul luogo di lavoro.

Le birre.
A luglio 2016 viene realizzata una variante di questa Double IPA con il solo luppolo Citra e chiamata Smells Like A Citra Safety Meeting, abbandonato così il legame con "l'erba": la varietà di luppolo non è di certo nota per impartire un carattere “dank” alla birra. 
Il suo colore è ambrato con riflessi ramati: la schiuma che si forma è un po’ grossolana, di modeste dimensioni e dalla persistenza piuttosto breve. L’aroma è piuttosto dolce, con agrumi canditi ad affiancare profumi tropicali di ananas e mango: notevole la componente zuccherina, anche l’alcool si fa sentire mentre in secondo piano ci sono richiami di terriccio umido. E’ una Double IPA che al palato si fa notare sia per quel che riguarda la componente etilica che per il corpo, quasi pieno, morbido, avvolgente: i malti sono ben percepibili, rispettando la “scuola del Midwest", con note di biscotto, caramello e miele ad affiancare quelle dolce degli agrumi canditi e della marmellata. La bevuta parte piuttosto dolce per essere poi bilanciata da un finale amaro di buona intensità basato sul canovaccio vegetale/terroso. E’ una Double IPA pulita e intensa, ben fatta ma che si trova agli antipodi rispetto alle mie preferenze d'interpretazione dello stile: riesco a sorseggiarla con molta noia. Non ho avuto l’occasione di provare la Smells Like A Safety Meeting “originale”, dove forse il diverso mix di luppoli meglio interagiva con il robusto sottofondo maltato. 

Nel 2016 una nuova stout s’aggiunge alla già ampia offerta di Dark Horse: è la Toonilla, una sweet stout che probabilmente si basa sulla ricetta della Too Cream Stout (7.5%) prodotta con lattosio. Toonilla (7.5%) impiega invece baccelli di vaniglia e caffè prodotto dalla Dark Street Roasting Company, ovvero la branca di Dark Horse dedicata alla torrefazione del caffè; il nome “Dark Horse” era già utilizzato da altre torrefazioni e quindi il birrificio del Michigan si è visto costretto a sceglierne un altro. La Stout Toonilla venne messa in vendita, solamente in bottiglia, a partire dall’11 giugno 2016 nel General Store del birrificio e fu seguita, qualche mese dopo, dalla sua versione invecchiata in botti ex-bourbon. Lo scorso febbraio 2017 sono stati riempiti i barili di bourbon che hanno poi dato vita, dopo circa sei mesi, alla Bourbon Barrel Toonilla 2017. 
Assolutamente nera, forma nel bicchiere una piccola ma cremosa patina di schiuma che ha una discreta persistenza. L'aroma è molto pulito e evidenzia un uso piuttosto raffinato del caffè; l'accompagnano profumi di vaniglia, bourbon e, nelle retrovie, fruit cake, tabacco e cacao. E' una stout robusta (7.5%) o, se preferite, una che si colloca sul limite inferiore "dell'imperial": il corpo è medio, con poche bollicine ed una consistenza oleosa abbastanza morbida e avvolgente all'ingresso ma che s'assottiglia un po' nella parte finale. L'intensità è assolutamente notevole e la bevuta procede ricca di caffè e tostature, vaniglia e caramello, bourbon, frutta sotto spirito, tabacco. Potente, calda e appagante, dimostra un po' di più dei gradi alcolici dichiarati ma la si sorseggia con calma e piacere, senza grossa difficoltà. Il passaggio in botte le dona una netta nota di bourbon che ben si sposa con il caffè; le manca il corpo delle grandi imperial stout ma è un lusso al quale l'intensità e la pulizia dei sapori fa facilmente rinunciare: Un altra ottima birra da un birrificio che difficilmente sbaglia quando si tratta di produrre stout.

Nel dettaglio:
Smells Like a Citra Safety Meeting IPA, 35,5 cl., alc. 8%, IBU 43, imbott. 07/2017,   2,40 $
Bourbon Barrel Toonilla, 35.5 cl., alc. 7,5%, IBU 23, data imbott. non riportata, 4,49 $

domenica 1 ottobre 2017

OWA Ume Lambic 2016

OWA, ovvero Europa (O) e Giappone (WA): queste le lettere scelte da Leo Imai, quarantenne nativo di Yokohama, per dare vita alla sua beerfirm nel 2007. Dopo aver lavorato in Giappone al ristorante del birrificio Kirin, nel 2001 Imai si sposta in Scozia per frequentare Brewing and Distilling alla Heriot-Watt University di Edimburgo. Dal 2003 inizia a fare pratica presso alcuni birrifici in Irlanda, Germania e Belgio; è proprio qui che coglie l'occasione di sfruttare la capacità produttiva inutilizzata del birrificio dove sta lavorando per lanciare la sua beerfirm OWA. 
Al centro del progetto c'è l'abbinamento gastronomico, e ogni birra è studiata per accompagnare pietanze giapponesi. Si parte con un birra ambrata chiamata semplicemente Owa alla quale viene affiancata la stout Kuro. Da quanto capisco le ricette vengono studiate su un piccolo impianto che si trova nel comune di Uccle, poco fuori Bruxelles, e vengono poi prodotte su grande scala altrove; attualmente Imai si appoggia agli impianti di Van Den Bossche, ma in passato ha prodotto anche presso De La Senne, De Ranke e St. Feuillien. La stout Kuro è anche proposta in versione barricata in botti di vino rosso con il nome di Grand Cru.  OWA produce poi tre lambic alla frutta, tutti caratterizzati dall'utilizzo di un ingrediente giapponese: il Sakura Lambic, con foglie di ciliegio, lo Yuzu Lambic con scorza dell'omonimo agrume e lo Ume Lambic che andiamo ad assaggiare.

La birra.
Ume è una sorta di prugna giapponese dal gusto più aspro rispetto a quelle europee; Imai utilizza quelli provenienti dalle regione di Wakayama che, oltre ad essere le più pregiate, dovrebbero essere anche quelle meno "allappanti". Con l'ume si produce in Giappone anche un liquore chiamato Umeshyu. Per il primo lotto di circa 2000 bottiglie OWA ha utilizzato lambic di due anni proveniente da Oud Beersel mentre per quelli successivi lambic di un anno di De Troch.
Il millesimo 2016 si presenta nel bicchiere di colore dorato quasi limpido: in superficie si forma una piccola schiuma piuttosto grossolana e molto rapida nel dissiparsi. L'aroma è caratterizzato dall'asprezza del limone e della frutta acerba come mela verde e uva: non ho mai assaggiato l'ume ma effettivamente qualche profumo che ricorda la prugna molto acerba c'è. La componente "funky" del lambic non è particolarmente evidente con gli odori di "cantina", polvere e legno che rimangono molto in secondo piano. Le poche bollicine presenti nella bottiglia non aiutano a dare a questo lambic particolare vitalità: la bevuta è attraversata da un'asprezza piuttosto netta (limone e uva acerba) e da taglienti note lattiche. Man mano che la birra si scalda emergono alcune note legnose e altre - molto meno piacevoli - che ricordano un po' il vomito: la chiusura è molto secca, con una lieve astringenza che rovina un po' l'effetto dissetante e rinfrescante della bevuta.
Il frutto caratterizzante non è particolarmente in evidenza, nel bicchiere ci sono molti spigoli e poca complessità: il confronto con un lambic alla prugna simile, quello prodotto da Tilquin, risulta impietoso, anche per il rapporto qualità prezzo. Mi sembra un prodotto che si può lasciare tranquillamente sullo scaffale e passare oltre.
Formato: 37.5 cl., alc. 5.5%, lotto 2016, scad. 02/2023, prezzo indicativo 12.00 Euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 29 settembre 2017

Jackie O's: Mystic Mama IPA & Dark Apparition Imperial Stout 2017

Athens, capoluogo dell’omonima contea dell’Ohio, è una tranquilla cittadina di 28.000 abitanti che si moltiplicano nei mesi in cui gli studenti frequentano i corsi della Ohio University. Tra di loro nel 2004 c’era anche Brad Clark che per mantenersi gli studi faceva un po’ di tutto in un brewpub chiamato O’Hooley’s: era lì che – oltre alle birre della casa - aveva iniziato a conoscere quelle di  Sierra Nevada, Dogfish Head, Avery e Allagash.  
Appena riesce a fuggire dal dormitorio del college e ad affittare un mini-appartamento con alcuni amici Brad inizia a farsi la birra in casa; nel 2005 il pub dove lavorava si trova in difficoltà finanziarie e propone l’investimento all’amico Art Oestrike, già proprietario di un negozio di Bagel che da sempre desiderava aprire un bar. Oestrike rileva l’attività in fallimento e offre a Brad, che lo riforniva spesso con la sua birra fatta in casa, il ruolo di apprendista birraio: “io sapevo solo fare birra da kit in casa e lui non aveva mai gestito neppure un bar, figuriamoci un brewpub; fu una pazzia, non avevamo idea di quello che stavamo facendo”.  Per qualche mese Clark affianca il precedente birraio del brewpub sull’impianto da 8 ettolitri e poi si reca per un anno a Chicago per di seguire un corso al Siebel Institute; in città passa i weekend al Map Room, un pub nel quale s’innamora della Rodenbach Grand Cru e di altre birre acide a lui ancora sconosciute. 
Nel frattempo, ad Athens, la madre di Oestrike muore improvvisamente di cancro ai polmoni e, in suo onore, il locale O’Hooley’s viene rinominato Jackie O’s; terminato il corso Clark è molto più confidente delle sua capacità e assume il ruolo di birraio. Per il nuovo nato brewpub Jackie O’s è l’inizio di una crescita senza sosta che inizia nel 2009 con l’apertura di un secondo pub con trenta spine e cucina a fianco del brewpub e di un forno i cui prodotti sono serviti sia al pub che nei Farmers Market della zona. Nel 2012 Oestrike e Clark acquistano un nuovo edificio ad un paio di miglia di distanza, una sorta di fattoria con tanto di silo, nel quale a marzo 2013 viene inaugurato il nuovo impianto da 24 ettolitri. Qualche mese dopo debuttano le prime lattine della Firefly Amber e della Brown Ale Chomolungma; la produzione si assesta sui 5000 ettolitri l’anno tra fusti (30%), bottiglie e lattine (70%) per raddoppiare l’anno successivo. Il nuovo birrificio offre anche a Clark uno spazio nel quale iniziare a produrre quelle birre acide che ama, una linea d’imbottigliamento separata per evitare contaminazioni, tre foeders da 120 ettolitri e qualche centinaio di botti ex rum, bourbon e vino. 
Tutto sembra andare per il meglio quando, il 16 novembre 2014, un terribile incendio colpisce Union Street, la strada dove si trovano i due locali di Jackie O’s:  il tetto, gli impianti idraulici e la cucina del pub vengono gravemente danneggiati ma fortunatamente gli impianti del brewpub adiacente sono salvi. Ad un’azienda che aveva appena fatto ingenti investimenti viene però a mancare la principale fonte di reddito: una quarantina di persone rimangono senza lavoro per diverse settimane: a fine anno il brewpub riapre offrendo un menu gastronomico ridotto mentre i lavori di ricostruzione della Publican House si sono protratti sino a maggio 2016. Nel frattempo Jackie O’s ha raggiunto i 14000 ettolitri l’anno e ha avviato un nuovo piano di espansione per arrivare sino a 35.000; il 99% delle birre vengono distribuite in Ohio, con qualche occasionale spedizione in California di birre acide e “robuste”, queste ultime apparse di recente anche in Europa.

Le birre
La IPA Mystic Mama (e la sua sorella maggiore Matriarch -Double IPA) è una dedica che Oestrike e Clark fanno a Jackie, la madre di Art Oestrike improvvisamente scomparsa nel 2005. La prima IPA prodotta da Jackie O’s nel 2007 si chiamava Magic Mama e si ispirava a quello che allora era uno dei birrifici preferiti da Brad Clark, Dogfish Head: “era molto amara e conteneva anche una percentuale di malto tostato, era quasi una Indian Brown Ale”. La crisi del luppolo del 2008 ne sospese la produzione che riprese solamente nel 2009 con il nome Mystic Mama. Questa volta Clark guardò alle IPA della West Coast, alla Racer 5 di Bear Republic, alla Green Flash’s West Coast IPA e alla Duet di Alpine: vennero utilizzate cinque varietà di luppolo, Centennial, Columbus, Warrior, Amarillo e Simcoe, questi ultimi due utilizzati anche in dry-hopping. Clark conferma che da allora la birra subisce dei lievi aggiustamenti volti a migliorarne la shelf life o a sopperire alla mancanza di disponibilità di qualche varietà di luppolo; la versione attuale prevede un abbondante dry hopping di Citra e Simcoe (un chilo ogni cento litri) che dura da 5 a 7 giorni.
Il suo colore dorato è quasi limpido, mentre nel bicchiere si forma una generosa e cremosa testa di schiuma bianca, dall'ottima persistenza. L'aroma, benché pulito ed elegante, non è tuttavia il punto di forza di una lattina che ha un mese di vita sulle spalle: arancia e pompelmo, ananas e mango ci sono ma l'intensità è davvero bassa. Pronto riscatto al palato, a partire da una sensazione palatale molto morbida e gradevole: la bevuta è in perfetto equilibrio tra il leggero contributo dei malti (pane, accenni biscottati) e un fragrante ed elegante fruttato che richiama sopratutto il pompelmo e un po' di tropicale. L'amaro finale è di buona intensità, molto pulito ed "educato" nella sua alternanza di resina e pompelmo: l'alcool è molto ben nascosto in questa IPA dalla grande bevibilità, pulitissima e molto bilanciata, capace di rivaleggiare con le sorelle della West Coast alle quali dichiara di ispirarsi. 

"Adoro i malti: non che i luppoli siano da meno, ma sono davvero molto eccitato quando mi trovo nella mia stanza dei malti a immaginare che cosa posso fare con loro": queste le parole di Brad Clark che utilizza una tonnellata di malto nel suo bollitore da 23 ettolitri per una delle birre che ama maggiormente produrre. E' la imperial stout Dark Apparition, il cui successo ne ha poi originato le solite molteplici varianti sia per quel che riguarda gli ingredienti aggiunti (caffè, vaniglia...) che i passaggi in differenti botti.
Nera quanto la sua etichetta, forma nel bicchiere una bella  testa di schiuma cremosa e compatta: al naso s'intrecciano profumi di caramello bruciato e melassa, caramella mou, orzo tostato e caffè, tabacco e cacao in sottofondo. Il suo corpo medio non è particolarmente ingombrante e la sensazione palatale si mantiene sul versante oleoso senza indulgere nella lussuria del cremoso. La bevuta si mostra potente sin da subito, con l'alcool che non mostra nessuna timidezza e riscalda ogni sorso: caramello, frutta sotto spirito (prugna, uvetta) e melassa danno forma ad una bevuta che inizia  abbastanza dolce mettendo caffè e tostature e tabacco in secondo piano. Intensa e avvolgente, la Dark Apparition di Jackie O's è una sorta di piccolo dessert che si sorseggia con calma ma con grande soddisfazione: in chiusura delicate tostature, caffè e qualche accenno di cioccolato vengono bagnati da una calda nota etilica che prende per mano e accompagna per un bel pezzo di strada.
Nel dettaglio:
Mystic Mama IPA, formato 35.5 cl., alc. 7%, IBU 80, imbott. 12/07/2017, 2,02 $
Dark Apparition, format 37.5 cl., alc. 10.5%, lotto 2017, 6,21 $

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.