giovedì 14 dicembre 2017

Struise XXXX Quadrupel 2013

Birrificio De Struise e Quadrupel/Belgian Strong Dark Ale: un mondo piuttosto variegato e ambiguo che parte dalla serie delle PannepotPannepøt (Pannepeut) e arriva a quello delle St. Amatus e delle XXX o XXXX.  Meglio non farsi troppe domande e concentrarsi su quello che c’è nel bicchiere, spesso di ottima qualità. 
Nel 2012 gli Struise, che ancora producevano la maggior parte delle loro birre presso gli impianti della Deca di Oostvleteren, misero in commercio una quadrupel “scura”, chiamata appunto St. Amatus (10.5%) e una “chiara” che nelle loro intenzioni era chiamata XXX Quadrupel (12%). Il disegnatore grafico che stava assemblando l’etichetta pensò che la parola Quadrupel non andasse d’accordo con le tre X e, pensando in un errore, cambiò di sua iniziativa il nome in XXX Tripel e mandò tutto in stampa. Le prime bottiglie uscirono quindi con il nome XXX Tripel, e così si continuò sino ad esaurimento scorta etichette. 
Un'altra versione della storia  (perché quando si parla di birrai belgi non c’è niente di scontato) raccontata da Carlo Grootaert parla invece di una Quadrupel che sugli impianti della Deca risultò essere di colore più chiaro rispetto a quanto voluto: da qui la decisione di chiamarla XXX Tripel. Il nome fu cambiato in XXXX Quadrupel nel momento in cui gli Struise iniziarono a produrla sui propri impianti, rendendola più scura.
Per ricapitolare, XXX Tripel e XXXX Quadrupel (e XXX Rogge Tripel) sono la stessa identica birra "alla segale", anche nelle immancabili versioni barricate chiamate XXX Reserva, XXX Rye Quad Reserva, XXXX Quadrupel Reserva. Sino al 2013 le X sono state tre, a partire dal 2014 – bottiglie messe in commercio come “millesimo 2015” è stata aggiunta la quarta. Confusi? Meglio berci sopra.

La birra.
All’aspetto è di un ambrato piuttosto carico con intense venature rossastre ma un po’ sporcato da un’abbondante flocculazione; la schiuma è cremosa e compatta ma non particolarmente generosa o persistente. Il naso è dolce e caldo, ricco di caramello e biscotto, zucchero candito e uvetta, fico, prugna, qualche accenno di mela al forno. Il corpo di questa XXXX è medio ma dal punto di vista tattile risulta molto più viscosa e ingombrante di una classica Quadrupel/Belgian Dark Strong Ale belga: il risultato è morbido e avvolgente, molto gratificante per il palato. Con passo compassato, la bevuta procede sullo stesso percorso con uguale pulizia e intensità, l’alcool si fa sentire senza esagerare elargendo coccole ad ogni sorso. La bevuta è dolce ma termina con una secchezza quasi sorprendente che “asciuga” benissimo il palato , senza amaro. Il retrogusto è lungo e caldo, ricco di frutta sotto spirito. 
Una birra ancora molto potente e solida nonostante siano passati ormai quattro anni dalla messa in bottiglia: non c’è forse molta complessità o  profondità ma l’alcool è splendidamente amalgamato con i sapori, riuscendo a regalare qualche suggestione di vino fortificato. Un’ottima compagna con la quale passare una bella serata. 
Formato 33 cl., alc. 12%, IBU 41, lotto 100506142013, scad. 30/05/2019, prezzo indicativo 5.50-7.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 13 dicembre 2017

Alus Darbnīca Labietis: Soho Švītinš Bitter & Mežs Red Ale

Arriva sul blog anche la Lettonia, nazione che ancora mancava all'appello. Ammetto la mia completa ignoranza sulla scena brassicola di un paese che ottenuta l’indipendenza nel 1991 ha visto crescere lentamente un piccolo sottobosco di birrifici artigianali.  Tra quelli di recente apertura figura Alus Darbnīca Labietis, ovvero “Laboratorio di Birra Labietis”, fondato a Riga da  Reinis Pļaviņš  e Edgar Melnys nel 2013, due homebrewers che dopo aver collezionato medaglie ad alcuni concorsi nazionali riservato alle produzioni casalinghe si sono lanciati nel mondo dei professionisti. 
Labietis, antico nome col quale venivano chiamati alcuni guerrieri lettoni – una sorta di samurai -  ha iniziato l’attività in un brewpub da 170 metri quadrati che si trova nel quartiere “creativo”  di Riga (Aristīda Briāna 9a-2) e si è poi espansa con una seconda sede – non produttiva – all’interno del mercato centrale. Se ho ben capito è in costruzione un nuovo stabilimento a Eimuri, 20 km da Riga, che consentirà di aumentare ulteriormente la capacità produttiva. 
Nonostante i protagonisti di molte birre Labietis siano i luppoli americani, il birrificio dichiara di tenere in massima considerazione le erbe officinali locali. “Prima di aprire Labietis avevo intenzione di fondare una specie di “erboristeria o farmacia birraria“ -  dice Reinis - immaginate di entrare in un bar e chiedere qualcosa per lenire il vostro mal di pancia o altri malanni grazie ad una serie di birre realizzate con una diversa combinazione di erbe officinali”. 
La gamma Labietis conta oggi una cinquantina di birre che sono state raggruppate a seconda del colore dell’etichetta, a sua volta collegato al contenuto alcolico ed al prezzo di vendita: l’etichetta bianca-grigia identifica birre “semplici” con contenuto alcolico inferiore al 5%;  si vestono di giallo birre più “ricche o corpose”, con ABV tra 4 e 6%; il rosso alza l’asticella sino all’8%, il nero la supera. Il colore viola è infine riservato a produzioni occasionali e speciali particolarmente alcoliche, oltre il 10%.

Le birre.
Partiamo dalla Soho Švītinš (letterlmente il Dandy di Soho) una bitter inglese vincitrice nel 2012 di un concorso lettone per homebrewers. L’etichetta parla di una bitter classica (cinque varietà di malto e luppolo E.K. Goldings) con tocco di modernità donato dal Galaxy. Fortunatamente questo luppolo è usato con creanza e parsimonia e non stravolge il carattere inglese, prerogativa per me imprescindibile se si vuole utilizzare il termine “bitter“. 
Il suo colore oscilla tra l’ambra, l’oro e il rame, la schiuma è cremosa e compatta e il naso regala profumi di biscotto e caramello secca, cereali e quel nutty/frutta secca tipicamente inglese. Al palato è forse un pelino troppo pesante in quanto "session beer" ma è ugualmente morbida e gradevole. La bevuta prosegue rigorosa e semplice, tutta imperniata sull'asse caramello-biscotto-nutty: ci regala qualche nota di prugna e un bel finale amaro che si sviluppa tra il terroso e la mandorla. Bitter molto pulita, intensa ma facile da bere, una birra perfetta per accompagnare le chiacchiere di una serata al pub, inglese ovviamente. Piacevolissima sorpresa.

Mežs, ovvero "foresta" dovrebbe essere la birra più venduta di Labietis: si tratta di una read/amber ale prodotta con bacche di ginepro e caratterizzata da un generoso dry-hopping di Kazbek, un luppolo boemo.  Nel bicchiere è di un bell'ambrato molto carico e impreziosito da venature rossastre; la schiuma è impeccabilmente cremosa e compatta. Il naso è piuttosto dolce e si compone di ciliegia e prugna, ginepro, caramello e biscotto, frutti di bosco.  Un ottimo livello di pulizia ed intensità che tuttavia, sopratutto per quel che riguarda quest'ultima, non trova riscontri in bocca. La bevuta mostra infatti un drastico calo e, dopo un inizio biscottato e caramellato scivola progressivamente nell'acquoso e un finale amaro e terroso, molto timido. Non ci sono evidenti difetti ma la birra risulta piuttosto blanda e noiosa, quasi priva di vita: si beve con sufficienza ma dopo un aroma così interessante è impossibile non restare delusi. 
Nel dettaglio:
Soho Švītinš, formato 50 cl., alc. 4,4%, IBU 21, lotto 17 195, scad. 01/06/2018
Mežs, formato 50 cl., alc. 5.5%, IBU 7, lotto 17 211, scad. 01/08/2018

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 12 dicembre 2017

Jackie O’s Pub & Brewery: Elle Saison & Oro Negro Imperial Stout

Doppio appuntamento con Jackie O's, birrificio dell'Ohio che vi avevo presentato non molto tempo fa; alcune delle loro birre sono finalmente reperibili anche in Europa, a prezzi non propio economici, ma per chi ha comunque voglia di provarle l'occasione è quella giusta.

Le birre.
Partiamo senza indugiare da una birra che tuttavia non credo sia tra quelle importate nel nostro continente; si tratta di Elle, una saison chiamata con il nome della stanza - a forma di "elle" - che il birraio Brad Clark usa per creare, fermentare e imbottigliare - su di una linea rigorosamente dedicata - tutte le birre acide. Dopo una prima fermentazione con lievito saison, Elle riceve un mix di lieviti selvaggi e batteri che l'accompagna per sei mesi in foudres di rovere. 
Il risultato è una saison sorprendentemente limpida nel bicchiere e di colore oro pallido: i profumi parlano di fiori, uva bianca, vino, limone e pompelmo, mela acerba e un rustico che richiama il legno e la paglia. Al palato è perfetta, scorrevolissima e vivacemente carbonata, leggera dal punto di vista tattile: la delicatezza di pane, crackers e frutta a pasta gialla fanno da contraltare ad une bevuta ricca di uva aspra, limone. Il finale è ben secco, l'amaro zesty e terroso è delicato quanto basta a ripulire il palato e renderlo bisognoso di un nuovo sorso. Note rustiche e di legno completano una saison semplice ma pulitissima, solare, attraversata da un'acidità contenuta, perfetta per dissetarsi in un giorno d'estate: molto evidente la componente vinosa, nonostante i foudres in cui Elle matura non abbiano ospitato vino in precedenza. Venti dollari al litro negli Stati Uniti spesi senza rimpianti perché il livello è piuttosto alto.

Dalla luce passiamo alle tenebre della Oro Negro: si tratta di una variante della Oil of Aphrodite - un'altra imperial stout di Jackie O's - alla quale sono stati aggiunti fave di cacao, baccelli di vaniglia, cannella e peperoncini habeneros. Nei tini d'acciaio, dove la birra ha maturato per tre mesi, sono poi state immerse delle doghe di rovere.
Nera di nome e di fatto, questa imperial stout di Jackie O's forma una perfetta testa di schiuma color nocciola, cremosa e compatta, dall'ottima persistenza. Al naso molta vaniglia, cioccolato al latte, lievi tostature e frutta secca, peperoncino; è un naso dolce che mostra buona intensità e pulizia ma che non accende grossi entusiasmi. Il mouthfeel è molto morbido, vellutato piuttosto che viscoso: la sensazione tattile è molto gradevole e la bevuta procede ricca di cioccolato al latte e vaniglia, caramello, suggestioni di gianduia. Il dolce è progressivamente bilanciato da caffè e moderate tostature che annunciano il calore dell'habanero, vero e proprio protagonista del finale di questa birra. Difficile dire dove finisce il peperoncino e dove inizia l'alcool, fatto sta che Oro Negro si congeda con un piccolo incendio che scalda lo stomaco e il cuore. Imperial Stout bilanciata e piuttosto tranquilla per 3/4 del suo percorso, fino a quando il piccante entra in scena: è un avviso ai naviganti, nel caso non lo gradiscano molto. Qui si sente abbastanza. Il livello è complessivamente alto ma non altissimo, anche se ammetto di non essere un appassionato di peperoncino.

Nel dettaglio:
Elle, 50 cl., alc. 5.1%, lotto 2017, pagata 10.95 dollari (beershop, USA)
Oro Negro, 37.5 cl., alc. 10%, lotto 2017, prezzo indicativo 13.00-20.00 Euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 11 dicembre 2017

Northern Monk: Patrons Projects 6.03 Slamdank & Patrons Projects 2.03 City of Industry

Torno con piacere a parlare di Northern Monk, birrificio di Leeds che avevamo incontrato per la prima volta un anno fa. Russell Bisset ne è il fondatore e Brian Dickinson il birraio alla guida di una delle realtà più interessanti della scena brassicola inglese “moderna”:  quattro lattine prodotte regolarmente (Eternal Session IPA,  New World IPA, Mocha Porter, Bombay Dazzler Indian Wit) sono affiancate da un numero sempre più crescente di produzioni occasionali, speciali e collaborazioni, per offrire agli appassionati sempre qualcosa di nuovo da bere.  Nel periodo 2014-2016 la produzione Northern Monk è aumentata dal 750%, grazie all’aggiunta di nuovi fermentatori e un bollitore da 11 ettolitri in funzione sei giorni su sette: è già operativo un piano di espansione che prevede la messa in funzione di un impianto da 35 ettolitri ed altri fermentatori da posizionare in un nuovo magazzino a pochi metri di distanza dallo splendido edificio in mattoni chiamato The Old Flax Store dove attualmente si trovano birrificio, taproom e spazio eventi di Northern Monk. 
A luglio 2016 il birrificio ha inaugurato il Patrons Project, ovvero una serie di collaborazioni con artisti, atleti e talenti creativi di Leeds: un progetto che non coinvolge quello che c’è dentro alle lattine ma quello che viene incollato su di esse fuori. In questo caso il contenitore di latta è un vero e proprio supporto fisico per l’esposizione dei lavori artistici; a questo proposito Northern Monk annuncia orgoglioso di essere il primo birrificio ad utilizzare etichette del tipo “peel and reveal” realizzate dalla CS Labels. In pratica sulla lattina vi sono due etichette incollate l’una sull’altra: su quella esterna viene dato il massimo spazio possibile alla grafica e sul suo retro vengono fornite informazioni sull’artista che ha partecipato alla collaborazione. Dopo aver rimosso questa prima etichetta ne viene rivelata un’altra con il logo del birrificio e informazioni “tecniche” sulla birra.

l Patrons Project è stato inaugurato nel 2016 con la Raw Emotions Coffee Porter realizzata in collaborazione con il fotografo di Leeds Tom Joy: tre birre diverse le cui lattine hanno ospitato una sorta di mini “mostra” personale dell’artista.

Le birre.
Vediamo due delle più recenti collaborazioni; partiamo dalla Patrons Projects 6.03 Slamdank, uscita all’inizio di ottobre e realizzata assieme al designer Jon Simmons. L’artista è in realtà un collaboratore di Northern Monk da lunga data, avendo già curato alcune etichette, il merchandising e tutte le grafiche per il festival The Hop City organizzato ad aprile 2017 nel quale si potevano assaggiare, oltre alle birre di numerosi birrifici inglesi (Cloudwater, Deya, Verdant, Kernel, Siren..)  anche quelle di The Alchemist e Other Half. 
La birra Slamdank fa il verso al famoso manga giapponese ambientato nel mondo della pallacanestro liceale con una splendida etichetta nella quale due cestisti si contendono un pallone/cono di luppolo. Si tratta di una West Coast IPA reinterpretata in un’ottica New England: i luppoli vengono quindi utilizzati in bollitura per regalare un po’ di amaro a bilanciare il solito succo di frutta. Nello specifico parliamo di Simcoe, Amarillo, Citra, Mosaic e Columbus. 
Nel bicchiere è di un bel dorato opalescente e forma una cremosa testa di schiuma biancastra, abbastanza compatta. Nonostante siano passati poco più di due mesi dalla messa in lattina l’aroma non mi sembra all’apice della fragranza, ma c’è comunque un soddisfacente bouquet di pino e resina, pompelmo e frutta tropicale in sottofondo, qualche accenno “dank”. La sensazione palatale è ottima: birra che scorre senza intoppi con una leggera cremosità che non arriva agli eccessi di una NEIPA. Al palato è di fatto una West Coast IPA con la sua base maltata leggera (pane e miele), il suo tocco di frutta tropicale, il pompelmo un amaro di buona intensità (solo 20 le IBU dichiarate?) resinoso e pungente, nel quale il "dank/cannabis" era forse più evidente qualche settimana fa. Una IPA pulita, davvero ben fatta, intensa ma facile da bere: un palato "allenato" (o rompiscatole) non può non notare il precoce calo di fragranza a soli due mesi dalla nascita, ma è un dettaglio sul quale si può tranquillamente soprassedere. In gola l'amaro lascia un altrettanto piccolo "raschietto vegetale": è lieve, ma c'è. Trattandosi di una West Coast IPA, mi chiedo se non era possibile proprio eliminarlo anche a costo di sacrificare l'aspetto "hazy/opalescente": alla moda forse no, ma alla birra avrebbe sicuramente giovato.

City of Industry è una delle ultima Patrons Project realizzata da Northern Monk alla metà di ottobre; una sorta di tributo al passato di Leeds, un tempo nota come "la città delle mille aziende. L'edificio in qui si trova il birrificio, nella zona di Holbeck, era utilizzato nel diciannovesimo secolo come un deposito di lino. Alle grafiche hanno collaborato  gli artisti di strada Nomad Clan e Tank Petrol; il primo è divenuto famoso per aver dipinto a Leeds il più grande murale di tutto il Regno Unito. Quello che vedete in etichetta non è altro che la riproduzione fotografica di un grande murale che i due artisti hanno dipinto su di un muro adiacente al birrificio. I luppoli utilizzati per questa Double Dry Hopped IPA sono stati Amarillo, Citra, Mosaic e Simcoe; al frumento e ai fiocchi d'avena il compito di rendere il mouthfeel cremoso. 
Si presenta molto torbida, di colore arancio pallido e con una testa di schiuma cremosa e abbastanza compatta, dalla buona persistenza. Nessuna sorpresa al naso; succo di frutta doveva essere e succo di frutta è. Ananas, mango e papaia, pompelmo e mandarino sono i frutti scelti: pulizia, intensità e finezza sono soddisfacenti. Il gusto ripropone lo stesso scenario con una pulizia leggermente minore ma amplificandone l'intensità. E' un succo di frutta tropicale con qualche incursione agrumata e un finale amaro molto corto e delicato che riduce "l'effetto pellet" davvero ai minimi termini. C'è una bella secchezza, una sensazione palatale davvero cremosa enfatizzata da poche bollicine: il retrogusto è di nuovo un tuffo dolce ai tropici, l'alcool (6.6%) è molto ben nascosto e la bevuta risulta perfettamente rinfrescante e dissetante, anche se procede ad un ritmo compassato. Livello davvero alto, NEIPA molto ben fatta che tiene assolutamente il passo di quelle realizzate da altri birrifici inglese molto più alimentati dall'hype, Cloudwater in primis. Inlattinata solo pochi giorni dopo la Slamdank, risulta sorprendentemente più fragrante senza dare ancora nessun segno di cedimento.
Northern Monk, birrificio in grande crescita: segnarsi il nome sul taccuino e non farsi scappare l'occasione di provarlo. 
Nel dettaglio:
Patrons Projects 6.03 Slamdank, 44 cl., alc. 7,4%, IBU 20, lotto SYD047, scad. 01/2018.
Patrons Projects 2.03 City of Industry, 44 cl., alc. 6.6%, IBU 18, lotto 51, scad. 04/04/2018

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 7 dicembre 2017

La Débauche Nevermore

La Débauche, “la dissolutezza”, è il nome scelto da Aurélien Camandone e Églantine Clément per il birrificio che inaugurano a giugno 2013 ad Angoulême, Nuova Aquitania, un centinaio di chilometri da Bordeaux e Limoges. La coppia parte con un impianto piuttosto piccolo installato in un locale di 200 metri quadri che consente una capacità produttiva di circa 350 ettolitri l’anno: “fu un errore – ammette Aurélien –  dopo quindici giorni eravamo già senza birra e avevamo richieste superiori al 50% di quanto riuscivamo a produrre”. Ingrandirsi sarebbe la cosa più immediata da fare ma le banche non sono disposte a concedere ulteriori finanziamenti: ricorrono al crowfunding di ulule.com mentre per "vendicarsi" realizzano una birra chiamata “Slap a banker” (schiaffeggia un bancario) dedicata a chi aveva negato loro il prestito.  La produzione cresce lentamente sino a 1500 ettolitri l’anno aiutata anche dall’export verso Russia, Spagna, Belgio e Italia. Qualche mese fa La Débauche aveva annunciato l’inizio dei lavori per l’installazione di un nuovo impianto da 50 hl e la ristrutturazione di nuovi locali (1500 metri quadri) che si trovano a poche centinaia di metri di distanza e che porterà la capacità annuale e 6000 ettolitri; oltre ad un punto vendita di bottiglie per l’asporto sarà anche realizzata una taproom. L’inaugurazione è avvenuta poche settimane fa. 
La produzione attraversa trasversalmente quasi tutti le tradizioni: Belgio e Inghilterra, birre acide, IPA e dintorni, un programma sempre più crescente d’invecchiamenti in botte nelle quali finiscono soprattutto, barley wine, saison e imperial stout. Tra queste spiccano la Big Boy (con peperoncino), la Demi Mondaine (caffè e cacao), l’Amorena (ciliegie) e la  Nevermore che andiamo a stappare.

La birra.
Diversi illustratori e tatuatori si occupano delle grafiche delle etichette: per questa imperial stout, ispirata al racconto “Il Corvo” di Edgar Allan Poe, l’artista L’Encrier Fêlé mi sembra abbia a sua volta attinto delle inquietanti immagini del pittore Francis Bacon. La birra è stata poi invecchiata per un imprecisato periodo di tempo in botti di bourbon (Heaven Hill, se non erro). 
Nel bicchiere è splendidamente nera e forma un sontuoso cappello di schiuma cremosa e compatta dalla lunghissima persistenza. L’aroma non è un manifesto di pulizia ed eleganza ma mostra una bella complessità tutta da scoprire: il dolce della vaniglia si scontra con la “durezza” di tabacco e cenere, legno bruciato, fondi di caffè, pane nero e orzo tostato, frutti di bosco. La sensazione palatale non è (purtroppo) quella di una imperial stout densa e viscosa: ci sono troppe bollicine ma, anche dopo averle stemperate, non c’è particolare morbidezza. Indubbiamente la scorrevolezza ne trae beneficio. La bevuta prosegue in linea retta delineando un’imperial stout piuttosto bilanciata tra la dolcezza di vaniglia e caramello, cioccolato al latte e l’amaro delle tostature, protagoniste di un crescendo che sfocia in un finale piuttosto intenso, rafforzato da una generosa nota resinosa donata dalla luppolatura. Il buio della notte è ormai sceso e arrivano anche note terrose, di tabacco, cenere e  legno affumicato a chiudere il percorso laddove era iniziato. 
Neppure il gusto brilla di pulito e di eleganza ma se ci si accontenta c’è tutto quello che si desidera in un’imperial stout, con l’alcool a dare il suo contributo senza andare oltre le righe. Diciamo che “soffre di quel male” che affligge anche la maggior parte delle imperial stout italiane: poco corpo, poca viscosità, pulizia migliorabile. Sistemate queste cose, si potrà davvero pensare in grande.
Formato: 33 cl., alc. 9.5%, lotto 8/222 (?), scad. 08/2021, prezzo indicativo 6.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 6 dicembre 2017

MashUp Brewing: Indie Pop IPA, French Suite Saison & Fusion IGA

In ambito musicale con mashup s’intende la composizione di un brano utilizzando due o più spezzoni di altre canzoni, sovrapponendoli. Per quel che riguarda la birra, la parola MashUp ci porta invece a Roma dove da luglio 2015 è attiva l’omonima beerfirm fondata da Andrea Romani ed Emanuele Loffa, appassionati birrofili i cui nomi saranno probabilmente già noti a chi condivide la loro stessa passione. 
Mi riferisco soprattutto ad Andrea Romani, alias “Barone Birra”, homebrewer dal 2011 e fondatore del concorso Brassare Romano che dal 2012 si svolge in alcuni locali romani in quattro tappe ciascuna delle quali dedicata ad uno specifico stile di birra. Dopo l’esperienza come responsabile commerciale per il birrificio Free Lions, oggi Andrea utilizza il suo impianto casalingo da 50 litri per elaborare le ricette che realizza poi in grande scala su impianti altrui con il nome MashUp Brewing. 
Molto azzeccato il merchandising che accompagna le birre: sottobicchieri a forma di vinile, etichette e maniglie per le spine a forma di audiocassette: nostalgia e gioia per chi ascoltava musica prima che inventassero i cd e gli mp3. Per quel che riguarda la sostanza, MashUp debutta a luglio 2015 con la American IPA Indie Pop seguita a breve distanza dalla West Coast (Double) IPA Hip Hop (8.5%): per la produzione si appoggiano agli impianti di due birrifici vicini e amici: Hilltop  di Bassano Romano (Viterbo) e EastSide di Latina. La gamma è stata poi ampliata con una saison e una Italian Grape Ale, entrambe prodotte in Lombardia sugli impianti del Carrobiolo: l’ultima arrivata, lo scorso luglio, è l’American Pale Ale chiamata Loop. La beerfirm è spesso in giro per l’Italia a promuovere le proprie birre, proprio come se si trattasse di serate musicali, per continuare i parallelismi:  è attualmente in corso il “Tour of the Hops”  che coinvolge undici locali dislocati tra Lazio, Umbria, Campania, Lombardia e Sicilia.

La birre. 
Devo innanzitutto ringraziare MashUp per avermi inviato tre birre da assaggiare. Partiamo dalla Indie Pop, una American IPA (5.5%) prodotta sugli impianti di Hilltop che utilizza luppoli Summit, Centennial, Cascade e Citra in aroma; il suo colore è un dorato carico, leggermente velato e sormontato da una testa di schiuma cremosa ma poco generosa. L’aroma è fresco a abbastanza pulito: mango, papaia e melone, passion fruit, pompelmo e arancia, con qualche nota che vira più sul vegetale che sul resinoso. Al palato è morbida e scorre bene, ma il gusto è meno convincente e soprattutto meno pulito. Su una delicata base maltata (pane, accenni biscottati) c’è un non ben definito frutto tropicale e un finale amaro che indugia sul binomio zesty-terroso, anziché puntare dritto al classico resinoso americano.  Annoto anche una lieve astringenza ed un ritorno di cereale nel retrogusto che – a mio parere – poteva essere evitato. Nel complesso è una IPA gradevole ma che necessita ancora di aggiustamenti se la si vuol far emergere in quel contesto molto competitivo che è la scena romana. 

Dall’ispirazione statunitense passiamo a quella belga, ovvero la saison chiamata French Suite: a guidare le danze è ovviamente il lievito (French Saison) con una generosa luppolatura di Hallertau Blanc; malto d’orzo, fiocchi di avena e di frumento completano il grist. 
Nel bicchiere è molto chiara, tra il paglierino e l’arancio pallido: la schiuma è impeccabilmente cremosa e compatta. Al naso c’è un buon equilibrio che permette sia al lievito che ai luppoli di esprimersi: una delicata speziatura (coriandolo, pepe, chiodo di garofano) accompagna banana e agrumi, c’è qualche lievissima nota fenolica che richiama a tratti la plastica e la necessaria componente rustica che fa pensare al fieno, alla paglia.  Le generose bollicine rendono la bevuta molto vivace:  pane e crackers, frutta a pasta gialla, banana e una delicata speziatura compongono un gusto che è inferiore all’aroma come intensità ma ne ripropone la buona pulizia. E’ una saison abbastanza secca e attraversata da una delicata acidità che ne garantisce l’effetto dissetante e rinfrescante: la chiusura è ruspante e moderatamente amara, con note terrose, erbacee e di scorza d’agrumi. E’ una saison di buon livello, facilissima da bere, alla quale manca forse ancora un po' di carattere ed di cuore; la strada da percorrere mi sembra tuttavia in discesa.  

Chiudiamo con la Italian Grape Ale chiamata Fusion: ad una base saison viene aggiunto il mosto (20%) di Moscato Filari Corti dell'Azienda Agricola Carussin di San Marzano Oliveto. 
Di colore dorato, forma un generoso cappello di schiuma che è però molto rapido a dissolversi. Nell’aroma convivono arancia e scorza di limone, spezie, frutta candita, richiami alla pasticceria e soprattutto un’evidente nota vinosa. Il mouthfeel è leggero e vivace come quello della French Suite, mentre la bevuta ripropone abbastanza fedelmente quanto annunciato al naso: la componente vinosa è però molto evidente e i due mondi (birra e vino) cercano di far funzionare un matrimonio che in alcuni passaggi è piuttosto litigioso. La pulizia è davvero notevole, ma per il mio gusto è una birra troppo sbilanciata verso il vino e non una birra arricchita dall’utilizzo del mosto d’uva. La chiusura è secca, con un amaro di discreta intensità che chiama in causa note terrose, zesty e di mandorla: paradossalmente mi sembra la birra tecnicamente meglio riuscita di MashUp ma è quella che trovo più contraddittoria da bere. Evolverà probabilmente bene nel tempo, raggiungendo forse un maggior equilibrio tra le due componenti.
Nel complesso un debutto sul blog in positivo per MashUp: bene Saison e IGA (anche se sub judice), un po' deludente la IPA che mi sembra ancora in cerca di un'identità precisa. 

Nel dettaglio:
Indie Pop, formato 33 cl., alc. 5.5%, IBU 45, lotto 17041, imbott. 09/2017, scad. 01/08/2018.
French Suite, formato 33 cl., alc. 5%, IBU 20, lotto 1766, scad. 31/08/2018
Fusion, format 33 cl., alc. 7%, IBU 30, lotto 7616, scad. 31/08/2018

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 5 dicembre 2017

Lambrate / Beavertown The Magic Tram

Viene annunciato a giugno 2017 il risultato della collaborazione tra il birrificio Lambrate e quello inglese di Beavertown: The Magic Tram, la prima New England IPA realizzata dal birrificio milanese. Per Beavertown collaborare è ormai all’ordine del giorno: in questa pagina trovate l'elenco delle ultime birre realizzate sui propri impianti, mentre qui ulteriori dettagli e fotografie. 
Le collaborazioni rispondono perfettamente alla continua richiesta di novità che proviene da una buona fetta di consumatori della birra artigianale, sempre desiderosi di provare qualcosa di nuovo anziché ritornare su quanto già di buono hanno provato. Metti in etichetta il nome di due birrifici “famosi” e buona parte della cotta sarà venduta ancora prima di averla distribuita: Trillium, Other Half e altri che hanno partecipato all’ultima edizione del festival Extravaganza.  
La prima versione della Magic Tram, come detto, viene realizzata a giugno 2017 ed è disponibile solamente in fusto, qualcuno viene anche spedito in Inghilterra. Lo scorso novembre si è replicato e questa volta sono anche arrivate le bottiglie. Se non erro si tratta della prima collaborazione tra Beavertown ed un birrificio italiano, se si eccettua quella del 2016 realizzata in Australia con Nomad e Birra Del Borgo.

La birra.
Il suo aspetto è “hazy” ma non drammaticamente torbido come molte rappresentanti del New England-style: se ne avvantaggia la schiuma, spesso penalizzata in queste birre, che riesce a formare un dignitoso cappello biancastro abbastanza compatto e dalla discreta persistenza. 
L’aroma è fresco ed ha una buona intensità, un bouquet familiare per chi frequenta queste birre: agrumi e frutta tropicale, con i protagonisti che entrano ed escono di scena al variare della temperatura nel bicchiere. Qui ci sono pompelmo e arancia, ananas, papaya e mango, qualche nota più aspra che ricorda il frutto della passione. Anche l’eleganza, spesso corpo estraneo a molti tentativi di New England IPA, qui è presente in una buona quantità. La bevuta è però molto meno convincente dell’aroma: l’inizio sembrerebbe quasi reggere il confronto, un succo di frutta tropicale ed arancia. E’ l’amaro che rovina la festa, abbastanza intenso per lo stile ma poco elegante. Un vegetale-quasi-resinoso che gratta il palato e obbliga ad una pausa prima di tentare un nuovo sorso: ne deriva una IPA (6.7%) che si sorseggia anziché bere, e non è un complimento. La sensazione palatale (2.5% di avena nel mash) è gradevole e morbida anche se non arriva a quegli “estremi” che ci si aspetterebbe da una NEIPA. Il tram di Lambrate e Beavertown è “magico” solo a metà: ancora parecchie cose da sistemare, soprattutto al palato, prima di avere un’ottima NEIPA nel bicchiere.
Formato: 33 cl., alc. 6.7%, lotto MT249/17-A, scad. 12/04/2018, prezzo indicativo  4.70-5.00 Euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 4 dicembre 2017

Against the Grain 70K

Ritorna sul blog dopo un paio d’anni d’assenza il birrificio  Against the Grain di Louisville, Kentucky, fondato nel 2011 da Sam Cruz, Jerry Gnagy, Adam Watson e Andrew Ott; la loro storia la trovate qui.  In questi due anni Against the Grain ha completato un piano di espansione da 1,7 milioni di dollari che ha portato all’apertura a febbraio 2015 del nuovo birrificio nel sobborgo di Portland, Louisville: 7000 ettolitri prodotti ogni anno nei 2000 metri quadrati di spazio. Con l’occasione sono anche arrivate (maggio 2015) le prime lattine. 
Rimane ancora operativa la  Against The Grain Brewery and Smokehouse che si trova nella suggestiva location dello stadio di baseball Slugger Field: 2100 ettolitri la capacità produttiva. Qualche settimana fa il birrificio ha annunciato l’acquisto di un edificio nella zona sud di Louisville con l’intenzione di ristrutturarlo e aprire un pub con beer-garden. Ma la novità più interessante per quel che riguarda l’Europa, dove Against The Grain esporta 1000 ettolitri ogni anno, è quella annunciata lo scorso luglio: è stato raggiunto un accordo con il birrificio tedesco Vormann (Düsseldorf) per produrre sui suoi impianti le birre luppolate. Il nuovo marchio è stato chiamato Against the Grain Europe, come racconta il birraio americano Jerry Gnagy: “ho provato in Europa alcune delle nostre IPA e, nonostante ci impegniamo a spedirle e  distribuirle fresche, non sono fresche come noi vorremmo che fossero. AtG Europe è quindi nata per concentrarsi sulla produzione di birre luppolate e far sì che arrivino ai consumatori più fresche e più economiche. Due buone cose. C’era perplessità da parte dei nostri importatori Europei, paura che i clienti confrontino le birre prodotte in Germania con quelle negli Stati Uniti: per questo abbiamo creato un brand separato che non vuole clonare le nostre birre americane ma solamente ispirarsi a loro”.

La birra
A novembre 2013 Against The Grain rilascia una versione potenziata della propria Milk Stout chiamata 35K. Il numero viene raddoppiato a 70, e questa nuova Imperial Milk Stout viene invecchiata in botti di bourbon. Angel’s Envy, prodotto dalla Louisville Distilling Company (dal 2015 di proprietà della Bacardi Limited) è una creazione del mastro distillatore Lincoln Henderson, artefice di altri nomi famosi come Woodford Reserve Bourbon, Gentleman Jack e Single Barrel Whiskey di Jack Daniel’s. Il bourbon Angel’s Envy (72% mais, 18% segale e 10% malto d’orzo) invecchia da sei a quattro anni in botti di rovere americano e successivamente per sei mesi in una dozzina di cask (227 litri ciascuno) che hanno ospitato Porto, importati dal Portogallo. Alla fine di questo secondo passaggio in botte avviene il blend finale che viene poi imbottigliato. 
La 70K di Against The Grain è uno splendore nel bicchiere: vestita di nero, mostra un generoso e compatto cappello di schiuma, cremoso e molto persistente. L'aroma è un elegante bouquet dolce nel quale le note di bourbon accompagnano orzo tostato e caramello, fruit cake, vaniglia, qualche accenno di caffè. Eleganza e delicatezza rimpiazzano cafoneria ed esuberanza. Un ottimo biglietto da visita che trova riscontro al palato: la bevuta è dolce e ricca di caramello e vaniglia/panna, cioccolato al latte, fruit cake, liquirizia, uvetta e prugna. Il bourbon fa una breve comparsa a centro bevuta per poi lasciare posto al moderato amaro del caffè e delle tostature: il suo ritorno, in grande stile, è nel finale: caldo ma morbidissimo, un dolce abbraccio che riscalda ogni sorso facendosi ascoltare senza mai dover alzare la voce.
E' una Imperal (Milk) Stout ed è quindi parecchio dolce: personalmente trovo che una maggior presenza di caffè o tostature innalzerebbero ulteriormente il livello già piuttosto elevato di questa birra. Impressionante il contributo del bourbon passato in botti di porto, che in alcuni passaggi regala delle fugaci sensazioni fruttate (agrumi?) inaspettate. L'alcool (13%) è gestito in maniera perfetta, la sensazione tattile è morbida ma non particolarmente viscosa: in una birra così importante un pelo di corpo in più non avrebbe affatto stonato, anzi. Non è una birra economica (negli Stati Uniti siamo tra i 25-30$ + tasse) ma sono quei sacrifici che si fanno ogni tanto e che - in questo caso -  non lasciano con l'amaro in bocca, in tutti sensi.
Formato: 75 cl., alc. 13%, IBU 48, anno di produzione 2016. 

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 1 dicembre 2017

Lost Abbey Box Set: Track #8 (Number of the Beast)

Dell’ambizioso ed esoso Box Set del birrificio Lost Abbey ne avevamo già parlato in questa occasione: dodici birre ispirate da canzoni rock che parlano di paradiso e inferno, al ritmo di una per ogni mese del 2012, disponibili a fine anno anche in un lussuosa confezione contenente – per restare in tema musicale – anche una “birra bonus-track” e un depliant informativo a forma di vinile.  Le dodici birre vennero suddivise in tre sezioni. La prima, chiamata “Re-masters”, include nuove versioni barricate di alcuni classici di Lost Abbey; la sezione “Re-mixes” raggruppa i blend creati con altre birre Lost Abbey, mentre  le nuove birre create appositamente per questo progetto fanno parte della “Fresh Tracks”.  
Questo l’ordine delle birre uscite, a partire dal 21 gennaio 2012:  Track #01 – Runnin' With The Devil: parte della Frash Tracks e ispirata all’omonimo brani dei Van Halen) è una brown ale invecchiata tre mesi in botti di vino rosso con aggiunta di uve Cabernet Sauvignon e brettanomiceti.  Track #02 – Stairway to Heaven: ovviamente l’accompagnamento musicale sono i Led Zeppelin; la birra (Remixed Tracks) è un blend di Angel’s Share (60%), Cuvée de Tomme (20%) con aggiunta di pesche; per bilanciarne la dolcezza il blend si completa con  la Project X (20%), una birra a fermentazione selvaggia.  Track #03 – Hell's Bells: entrano in scena gli AC/DC per un blend acido (Remixed Tracks) di Mellow Yellow e Phunky Duck.  Track #04 – Sympathy for the Devil: Rolling Stones e blend (Remixed Tracks) di due botti di  Veritas 009 (sour ale) e due di Hot Rocks (stein/dunkel) invecchiata in botti di vino rosso con i brettanomiceti naturalmente presenti in esse.  Track #05 – Shout at the Devil: arrivano i Motley Crüe ad accompagnare la bevuta di un altro blend acido (Remixed Tracks) di Poppy e Framboise de Amorosa con ulteriore aggiunta di frutta e successiva maturazione in botti di quercia.  Track #06 – Highway to Hell: ritornano gli AC/DC per una birra nuova (Fresh Tracks) che consiste però in un blend di Serpent's Stout invecchiata in botti di brandy e di Angel’s Share (vintage 2009, botti di bourbon).  Track #07 – The Devil Inside: dal rock si passa a qualcosa di più leggero (INXS) per una versione (Remixed Track) di Veritas 006 prodotta con aggiunta di lamponi, ciliegie e scorza di mandarino. Track #08 – Number of the Beast: alla festa potevano mancare gli Iron Maiden? Tra le Fresh Tracks, ecco la Judgment Day che viene invecchiata in botti di bourbon con aggiunta di cannella e pepperoncino.  Track #09 – Knockin' on Heaven's Door: in teoria si dovrebbe chiamare in causa Bob Dylan, ma Tomme Arthur afferma di amare la cover dei Guns N'Roses. La Remixed Track è una versione “potenziata” della Cuvée de Tomme con aggiunta di ribes e brettanomiceti.  Track #10 – Bat out of Hell: arrivano i Meatloaf  ed una (Fresh Track) Serpent's Stout invecchiata in botti di bourbon con aggiunta di caffè e cacao poco prima della messa in bottiglia.  Track #11 – The Devil Went Down to Georgia: la (a me sconosciuta) Charlie Daniels Band suona una Remixed Track che consiste nella Angel’s Share invecchiata nove mesi in botti di Heaven Hill whiskey con aggiunta di pesche fresche e brettanomiceti.  Track #12 – Heaven and Hell: la chiusura è affidata ai Black Sabbath e ad una birra acida realizzata con un blend della Avant Garde, di una nuova Sour Brown Ale e della Gift ofthe Magi invecchiata in botti di rovere.  La bonus Track #13 (Message in a Bottle) che chiude la serie a dicembre 2012 vede scendere in campo i Police: si tratta di un barley wine invecchiato in botti di cognac con aggiunta di amarene e scorza d’arancia. 

La birra.
Number of the Beast, terzo album in studio per gli Iron Maiden, pubblicato nel 1982. E’ lui ad ispirare la Track numero 8 di Lost Abbey che, dopo la prima ed “esclusiva” edizione dell’agosto 2012, viene replicata anche a gennaio 2015. In concreto si tratta della quadrupel Judgement Day invecchiata in botti di ex-bourbon con aggiunta di cannella e peperoncino chili. La ricetta della Judgment Day dovrebbe includere malti Two Row, Medium e Dark English Crystal, Special B, Chocolate e  frumento; luppoli sono Challenger ed E.K. Golding.  Completano la ricetta il lievito proprietario e l'aggiunta nel mosto di destrosio ed uvetta. 
Nel bicchiere si presenta di un color ambrato carico e piuttosto torbido sul quale si forma un piccolo cappello di schiuma abbastanza grossolana e rapida nel dissolversi. L’aroma è intenso, caldo e avvolgente, ricco di bourbon e uvetta, prugna e ciliegia, frutti di bosco, vino fortificato; in sottofondo il peperoncino e qualche remota nota di cannella. Che si tratti di una “Quadrupel/Belgian Strong Dark Ale on steroids” è evidente dal primo sorso: siamo ben lontani dal mouthfeel di una Rochefort 10, per intenderci. La Track 8 è molto più viscosa e morbida, il suo passaggio accarezza e riscalda il palato con caramello e tanta uvetta, prugna e datteri, porto, bourbon: l’alcool è sempre ben presente ma non arriva mai a dare fastidio, asciuga il dolce e regala un lunghissimo retrogusto di bourbon e uvetta sotto spirito al termine del quale si manifesta anche il calore del peperoncino. 
Non è un mostro di complessità e di eleganza  ma è comunque una gran bella bevuta questa versione barricata della Judgment Day: potente, appagante, un po’ monotematica ma comunque una piacevolissima compagna che vi riscalderà sorso dopo sorso dal freddo dell’inverno. Il prezzo dello spettacolo è però piuttosto elevato e non del tutto giustificato.
Formato: 37,5 cl.,  alc. 13.7%, lotto 2015, prezzo indicativo 18.00-20.00 Euro (beershop).

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 30 novembre 2017

Zure van Tildonk 2013 No.1

Il birrificio  Hof Ten Dormaal  si trova a Tildonk, nella municipalità di Haacht (Fiandre Orientali): una fattoria che è gestita da tre generazioni dalla famiglia Janssen che ospita anche un agriturismo.  Andre Janssen, ex-commercialista, era stato costretto ad abbandonare la sua attività a causa di un infarto e decide quindi di dedicarsi all’azienda di famiglia:  ai trenta ettari coltivati, principalmente cicoria e cereali, decide di affiancare la produzione di birra, una delle sue passioni.  
Nel corso di un viaggio negli Stati Uniti acquista nel Montana un impianto da 16 ettolitri che viene trasportato in Belgio e messo in funziona con l’aiuto del consulente Peter Kindts. E’ lui a guidare i primi passi di Hof Ten Dormaal  che debutta nel 2009 con la Dormaal Amber, seguita l’anno successivo dalla Blond e, nel 2011, dalla Dormaal Wit Goud, la prima birra belga prodotta con cicoria; in attesa di avere una linea d’imbottigliamento, Janssen si rivolge a Frank Boon. L’orzo prodotto sui propri terreni viene fatto maltare e nel 2010 l’azienda agricola inizia anche a coltivare il luppolo, con lo scopo di arrivare ad essere completamente autosufficiente. 
Nel 2012 ecco i primi esperimenti con i lieviti selvaggi, le fermentazioni spontanee e gli invecchiamenti in botte: nel gennaio del 2015 un incendio colpisce il birrificio danneggiando parte degli impianti produttivi, distruggendo la linea d’imbottigliamento e rovinando quasi tutta la birra in magazzino. La ricostruzione, affidata ancora a Peter Kindts è l’occasione per sostituire l’impianto con uno più grande da 25 hl; quello usato viene venduto in Vietnam: a Tildonk la produzione riparte a settembre 2016.  Il birrificio – e la fattoria – sono visitabili tutti i sabati dalle 14 alle 18.

La birra.
Zure van Tildonk, ovvero “l’acida di Tildonk”: se non erro si trattava del primo esperimento acido di Hof Ten Dormaal, datato 2013. Il mosto fu versato in una ventina di secchi che vennero poi disseminati sul terreno della fattoria per l’inoculo dei lieviti e dei batteri naturalmente presenti nell’aria. Le migliori colture di lievito vennero poi utilizzate per creare il ceppo usato per la realizzazione della Zure van Tildonk. Se non erro la birra è poi stata fermentata in botti di legno presso le cantine del monastero di Engelenburch.
Dorata e leggermente velata, forma un discreto cappello di schiuma biancastra dall'ottima persistenza. La componente funky/rustica dà subito il benvenuto trasportando idealmente chi ha il bicchiere in mano in una polverosa cantina nella quale ci sono profumi di legno e di muffa. Aprendo gli occhi arrivano profumi di arancia e pesca zuccherata, chiudendoli di nuovo c'è una surreale visione di fragola. Al palato ha una consistenza morbida e abbastanza sostenuta, se la si confronta con la tradizione belga: corpo medio, la giusta quantità di bollicine. La bevuta non brilla di pulito e risulta nel complesso un po' sgraziata e poco definita: ma quella che normalmente sarebbe una critica in questo caso diventa un elogio. Ne risulta una farmhouse ale ruspante, con l'acidità bilanciata da un dolce fruttato non ben identificabile che sembra suggerire pesca e arancia. La chiusura è secca, con un finale amaro molto leggero nel quale s'intravede qualche nota di scorza di limone e terrosa. L'alcool (6%) è quasi inavvertibile e la Zure van Tildonk rinfresca e disseta con grande efficacia.
Non c'è grande profondità ma il risultato è comunque autentico e sincero: una birra rustica, piacevole, che parla di campagna e di un tempo andato che è ancora possibile ritrovare in alcuni villaggi del Belgio.
Formato: 37.5 cl., alc. 6%. lotto 2013, scad. 12/2017, pagata 3,15 € (drink store, Belgio)

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 29 novembre 2017

DALLA CANTINA: Paul-Bricius & C 'Mpardist Ale 2010

Secondo i dati riportati da Microbirrifici.org Paul Bricius è uno dei più longevi birrifici artigianali siciliani, un primato condiviso assieme al brewpub La Caverna Del Mastro Birraio di Acireale. Correva l’anno 2004 quando Fabrizio Traina,  Paolo Trainito decisero di trasformare l’hobby dell’homebrewing in qualcosa di più grande e professionale: a Fabrizio l’onore e l’onere di ricoprire il ruolo di birraio, iniziato quasi per caso nel garage di casa quando nel 1995 acquistò per curiosità un kit da birra. Dopo un paio d’anni gli estratti furono abbandonati a favore dell’All Grain: fondamentale il coinvolgimento dell’amico Paolo che, titolare di un pastificio, disponeva di un macchinario che poteva servire a macinare il malto. 
Paul Bricius (ovvero Paolo e Fabrizio) apre le proprie porte nel 2004 a Vittoria (Ragusa) con un impianto progettato e costruito da soli, grazie l’aiuto di un fabbro: oltre ai due compagni di homebrewing c’è il socio Luigi Carrubba.  Da cinque anni il birrificio ha anche iniziato a coltivare il proprio orzo che viene poi fatto maltare altrove;  in oltre dieci anni d’attività l’offerta brassicola ha subito pochissimi cambiamenti e si compone di una “Special Ale” una Strong Dark Ale, una Strong Red Ale, una IGA prodotta con mosto di Nero d’Avola, un barley wine chiamato 'Mpardist Ale e una Belgian Strong Dark Ale prodotta in collaborazione con l’Abbazia di Monreale.

La birra.
Malto Maris Otter e luppoli inglesi sono le materie prima utilizzate per realizzare un potente (11%) barley wine chiamato 'Mpardist Ale. La bottiglia che andiamo a stappare fa parte di un lotto di 4554 esemplari prodotto nel 2010 e che ha dormito per qualche anno in cantina: immagino che ne siano stati poi realizzati altri lotti più recenti. 
A sette anni d’età la 'Mpardist di Paul Bricius si presente di torbido colore ambrato, piuttosto carico; la schiuma di modeste dimensioni e piuttosto grossolana, svanisce piuttosto rapidamente. Il naso, al di là delle inevitabili ossidazioni, è una piacevole sorpresa: caldo e intenso, con mela caramellata e pera a guidare le danze accompagnate da toffee, uvetta e datteri, marzapane, vino marsalato. In sottofondo cartone bagnato e qualche nota ematica non disturbano un bouquet aromatico comunque interessante anche se un po’ sbilanciato sull’asse mela-pera. La sensazione palatale è ancora solida: corpo medio, poche bollicine, bevuta potente sostenuta da una robusta gradazione alcolica che riscalda ogni sorso, a tratti bruciando un po’. Purtroppo il gusto non è interessante e ricco quanto l’aroma: caramello, uvetta e datteri sono a tratti soffocati dalla componente etilica, c’è qualche nota ematica e nel finale un pochino di cartone bagnato porta una lieve astringenza.  
E’ un barley wine che si sorseggia senza particolari difficoltà e che riesce comunque a riscaldare e a coccolare in una fredda serata d’inverno; una componente aromatica molto interessante non trova adeguati riscontri in bocca dove la birra ha sicuramente già superato il suo picco e ha iniziato la sua inevitabile parabola discendente. 
Formato: 33 cl., alc. 11%, bottiglia 4216, imbott. 27/08/2010, scad. 01/08/2040.

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 28 novembre 2017

Pipeworks S’More Money, S’More Problems

La storia di Pipeworks, birrificio di Chicago, l’avevo già raccontata qualche mese fa. Beejay Oslon e Gerrit Lewis, entrambi devoti homebrewers e beergeeks, si conoscono mentre lavorano in un negozio di liquori e abbozzano l’idea di fondare un birrificio. Per raccogliere parte dei fondi necessari ad ottobre 2010 Oslon e Lewis lanciano un crowfunding su Kickstarter con l’obiettivo di racimolare i 30.000 dollari necessari per il trasferimento in locali commerciali e la messa in funzione dell’impianto che già possedevano. Pipeworks debutterà a marzo 2012 e nel 2015 si trasferirà poi in un nuovo capannone dove troverà posto il nuovo impianto da 35 ettolitri, frutto di un ambizioso piano di espansione finanziato con un mutuo ventennale da 1 milione di dollari circa. 
Ma torniamo alla campagna Kickstarter del 2010 che termina a gennaio 2011 raccogliendo  da 492 persone ben 10.000 dollari in più di quanto richiesto; a giugno Pipeworks annuncia di aver finalmente individuato la location giusti dove portare gli impianti: 1675 N Western Ave, Chicago. Tra le varie modalità di finanziamento (dai 5 ai 10.000 dollari) vi era un pacchetto  da 2.500 dollari che, tra vari benefit, includeva l’opportunità di creare la ricetta di una birra assieme ai birrai  e vedere il proprio nome pubblicato sulla etichetta. Quattro persone l’hanno sottoscritta, tra questi Keith Lonergan: a gennaio 2014 gli impegni vengono mantenuti con la messa in commercio della imperial stout chiamata S'more Money S'more Problems. Una “pastry stout” la cui ricetta prevede l’utilizzo di graham crackers, fave di cacao e vaniglia per tentare di ricreare nel bicchiere uno “s'more” (un marshmallow arrostito su di un falò e poi infilato dentro due graham crackers con un pezzetto di cioccolata). Un dolce ma – dicono i personaggi coinvolti nella realizzazione della birra – anche un ricordo delle serate passate in campeggio con gli Scouts a bere imperial stout davanti al fuoco. Da allora la imperial stout S'more Money S'more Problems è stata occasionalmente prodotta altre volte; difficile dire quando visto che Pipeworks non mette nessuna data sulle proprie bottiglie.

La birra.
Nel bicchiere è nera ma il suo aspetto  è un po’ penalizzato dalla pochezza della schiuma che si dissolve molto rapidamente. Nemmeno l’aroma è particolarmente goloso: c’è la vaniglia, ci sono i graham crackers, il “fumo del falò“ sconfina un po’ nella plastica bruciata, in sottofondo appare qualche nota di carne. Il mouthfeel è invece solidissimo: imperial stout potente e viscosa, poche bollicine, morbida anche senza dispensare particolare cremosità. Il gusto è un crescendo dolce di cioccolato e caramello, vaniglia e liquirizia, graham crackers: all’alcool (10%) il compito di riscaldare il bevitore e di attenuare un po’ la dolcezza, funzione alla quale contribuisce in chiusura l’amaro delle tostature e del cioccolato fondente. Liquirizia, frutta sotto spirito e cioccolato danno poi forma ad un lungo retrogusto delicatamente etilico che soddisfa e accompagna per molti minuti. 
La S'more Money S'more Problems è una birra-dessert (o pastry stout, se preferite usare una terminologia ora molto in voga) che pecca un po’ di pulizia e di eleganza, e che appare un po’ confusa in alcuni passaggi: nel complesso è comunque godibile, se vi piace il genere. Mettetevi comodi e sorseggiatela con calma al posto del dolce.
Formato 65 cl., alc. 10%, lotto e scadenza non riportati, prezzo indicative 12 $  (food store, USA)

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 27 novembre 2017

Moor: Nor'Hop & Raw

Ritorna sul blog il birrificio inglese Moor, fondato nel 1996 da Freddy Walker, chiuso nel 2005 e poi rilevato nel 2007 dall’attuale proprietario Justin Hawke, un californiano la cui formazione brassicola è passata attraverso quattro anni in Germania nell’esercito americano, viaggi in Inghilterra assieme al padre a bere Real Ales e l’homebrewing a San Francisco. Hawke ha lentamente sostituito le birre della precedente gestione con ricette più moderne che utilizzano spesso luppoli extra-europei.  Sino al 2014 il birrificio ha operato negli edifici di un ex caseificio sperduto nella campagna del Somerset: in quell’anno è avvenuto finalmente il trasloco a Bristol, nel sobborgo industriale di St. Phillips, dove ha trovato posto il nuovo impianto da 20 barili, la nuova linea per la produzione di lattine e anche la “Brewery Tap”, aperta dal mercoledì alla domenica. 

Partiamo da una delle tre birre che il birrificio definisce “Ultra Pale Ales”, ovvero birre chiare, leggere, prodotte tutto l’anno e caratterizzata dall’utilizzo di diverse varietà di luppolo. La Union’Hop, come il nome può far intuire, è prodotta con materie prime inglesi; la So’Hop, precedentemente disponibile solo in autunno e nota con il nome Southern Star, utilizza luppoli provenienti dell’emisfero australe. La sua controparte che impiega un non specificato luppolo americano, anch’essa prodotta occasionalmente, era invece chiamata Northern Star. Nel 2012 cambia il nome in Nor’Hop e viene prodotta tutto l’anno.  
Il suo colore è un bel dorato, leggermente velato e sormontato da una cremosa e compatta testa di schiuma dall’ottima persistenza. Al naso profumi floreali, di arancia e pompelmo, lemon grass, crackers, qualche lieve suggestione tropicale. Freschezza e pulizia non mancano ed è subito voglia di portare il bicchiere alle labbra: la bevuta è snella e leggera, scorrevolissima, senza nessuna debolezza acquosa. Una session beer (4.1%) “delicatamente intensa”, se mi passate il gioco di parole, dal carattere prevalentemente agrumato: la controparte è una lieve base maltata (crackers) e qualche nota dolce di frutta a pasta gialla e polpa d’arancia. Il finale è secco, l’amaro (zesty, erbaceo) è della giusta e moderata intensità per non stancare mai il palato e renderlo subito desideroso di un altro sorso. Molto pulita, fragrante ed elegante, la Nor’Hop può tenervi compagnia per tutta la giornata senza mai annoiarvi: utilizza luppoli americani con grande creanza e nel risultato finale troverete anche qualcosa che vi farà pensare alle Golden Ales inglesi. 

Raw è invece una bitter che fu in origine realizzata per essere una delle “house beers” dei pub Real Ale Weston e Royal Artillery Arms, ora purtroppo chiusi. I loro clienti già apprezzavano Merlin’s Magic, la bitter prodotta da Moor, e ne volevano una più luppolata: furono realizzate tre diverse birre sperimentali con da un diverso dry-hopping, la migliore delle quali venne poi chiamata Raw.
Nel bicchiere si presenta abbastanza velata e di colore ambrato: la schiuma biancastra è perfetta, a trama fine, cremosa, compatta e molto persistente. Al naso, fresco e pulito, i delicati profumi di biscotto e caramello convivono con quelli di frutta secca e arancia: anteprima di un gusto che prosegue nella stessa direzione ma con maggior intensità.  Rispetto alla Nor’Hop la presenza dei malti è più evidente e c’è una maggior presenza a livello di sensazione palatale, pur mantenendo la stessa elevata facilità di bevuta. Biscotto e caramello sono perfettamente integrati al dolce della marmellata d’arancia, presente in maniera assolutamente delicata (non pensate al “marmellatone” delle IPA Americane “defunte”).  La chiusura è moderatamente amara, con note terrose e di frutta secca mentre nel retrogusto appare quel “nutty”  tipicamente britannico. Ottima intensità per una session beer (4.3%) che rispetta la tradizione “aggiornandola” con qualche nota fruttata in più. Aroma e gusto viaggiano in sintonia, ogni cosa è al posto giusto, ottima bevuta.
Nel dettaglio:
Nor'Hop, formato 33 cl., alc. 4.1%, lotto 845NH125, scad. 08/2018
Raw, formato 33 cl., alc. 4.3%, lotto 838RAW114, scad. 08/2018

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 24 novembre 2017

Jolly Pumpkin Fuego del Otono 2016

Tra le cinque le succursali  del birrificio Jolly Pumpkin (Ann Arbor, Dexter,  Royal Oak, Detroit e Old Mission Peninsula) quest’ultima è indubbiamente quella che dovreste visitare in autunno: si tratta di una stretta striscia di terra che si addentra nel lago Michigan per una trentina di chilometri. 
A partire dalla fine di settembre, quando le temperature iniziano a diventare più rigide, i terreni ricchi di frutteti, vigneti, foreste e minuscoli villaggi regalano uno splendido panorama dipinto di giallo, arancio e rosso. Oltre che visitare i numerosi produttori di vino, non dimenticate di fare una sosta al brewpub di Jolly Pumpkin per assaggiare la loro birra stagionale chiamata  Fuego del Otoño, “fuoco dell’autunno”. 
Ron Jeffries, fondatore di Jolly Pumpkin, la definisce una “sour saison” che viene prodotta con un bouquet di spezie autunnali come castagne, anice stellato, zenzero cristallizzato, cannella; la ricetta si completa con malti Pilsner, Pale, Vienna, Crystal 75, Chocolate e frumento maltato, luppoli Perle e Willamette.  La Fuego del Otoño matura poi per sei mesi in botti di rovere. Quest’anno non credo sia stata ancora prodotta, quindi le ultime bottiglie in circolazione risalgono allo scorso ottobre, quando la vecchia etichetta era stata completamente rivisitata.

La birra.
Il suo color ambrato, impreziosito da riflessi ramati e dorati, ricorda effettivamente il foliage autunnale: la schiuma biancastra è cremosa e compatta e mostra un’ottima persistenza. Ad un anno dalla messa in bottiglia le spezie “autunnali” sembrano orami essere svanite e non vi è quasi più traccia della loro presenza (fortunatamente, aggiungerei): eccezione fatta per qualche nota di frutta secca, il bouquet non è diverso da quello di altre Jolly Pumpkin; funky, mela verde, limone, legno, una suggestione di Big Babol. Al palato l’acidità è abbastanza contenuta con un delicato tappeto caramellato che accompagna tutta la bevuta contrastando l’aspreza del limone e dell’uva; di spezie non vi è traccia, ci pensa il legno ad arricchire una birra che non scalda l’animo ma contibuisce a dissetarlo. Qualche spunto vinoso fa capolino più di una volta, il finale è delicatamente amaro distreggiandosi tra tannini, scorza di limone e note terrose.  Le delicate bollicine sembrano quasi accompagnare la contemplazione del paesaggio autunnale rinunciando alla vivacità delle giornate invernali trascorse sulle sponde del lago Michigan. Pulizia ed eleganza non mancano e questa Fuego del Otoño è una godibilissima saison, “sour ma con garbo”, che potete gustarvi in qualsiasi momento dell’anno.
Formato: 75 cl., alc. 5.8%, IBU 22, imbottigliata 02/10/2016, prezzo indicativo 13.00-15.00 euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 23 novembre 2017

Dunham Stout Impériale Russe

Ritorna sul blog il birrificio canadese Dunham che vi avevo presentato un anno e mezzo fa;  il brewpub-Brasserie nasce nel 2006 e viene poi rilevato nel 2010, sull’orlo del fallimento,  da una cordata d’imprenditori tra i quali Sébastien Gagnon, proprietario del Vice & Versa di Montreal, un bar che da anni offre una curata selezione di Craft Beer. La nuova proprietà investe per aumentare la capacità produttiva ma soprattutto la qualità,  portando in sala cottura il birraio Eloi Deit  e dandogli carta bianca nella realizzazione delle ricetta; in un paio d’anni Deit cancella le anonime birre che venivano prodotte e fa arrivare alla Brasserie Dunham le prime medaglie ai concorsi e i meno “ufficialI” apprezzamenti dai siti di beer-rating. 
Alla produzione di stili classici anglosassoni e belgi si è affiancata quella realizzata con lieviti selvaggi e quella degli affinamenti in botte: il distributore americano Shelton Brother non si è fatto sfuggire l’occasione di stringere un accordo commerciale soprattutto per quel che riguarda le Farmhouse Ales, che in negli Stati Uniti hanno una buona fetta di mercato disposto a pagare prezzi premium. Eloi Diet fa arrivare a Dunham centinaia di botti nelle quali mette a maturare o invecchiare diverse tipologie di birre inaugurando un ambizioso programma: le birre acide vengono anche mescolate con birre fresche dando il via ad una serie chiamata "Assemblage". Oltre ad un ulteriore espansione della capacità produttiva (sala cottura da 35 hl con un potenziale annuo di 3500 hl) Diet ha in mente di iniziare ad utilizzare foeders nei quali realizzare una serie di birre a fermentazione spontanea, sfruttando le caratteristiche microbiologiche dell'aria di Dunham, ricca di meleti.

La birra.
Debutta nel 2012 la prima imperial stout della Brasserie Dunham:  qualche anno dopo viene seguita dalla sua versione invecchiata in botti di whisky canadese, bourbon, tequila e da altre varianti che prevedono l’aggiunta dei soliti ingredienti che arricchiscono le imperial stout: caffè e vaniglia, per esempio. Impossibile risalire alla data di nascita di questa bottiglia che ha tuttavia passato un anno e mezzo nella mia cantina. 
Il suo colore è nero e quel “dito” di schiuma che si forma è veloce nel dissiparsi. Al naso coesistono intense tostature, caffè, caramello brunito, ricordi di cioccolato fondente e una nota di carne che tuttavia tende a scomparire con il passare di minuti: il tutto è avvolto da una percepibile componente etilica. L’aroma è pulito e abbastanza bilanciato nelle varie componenti. Al palato questa Stout Impériale Russe è gradevole e abbastanza morbida, leggermente oleosa in modo da scorrere senza particolari difficoltà: il corpo è medio.  La bevuta è potente, sospinta da un buon tenore alcolico (9%) che non intende nascondersi e da vigorose tostature: se si esclude la patina caramellata in sottofondo, il suo percorso è una progressione amara di torrefatto e caffè che trova il suo epilogo in un intenso finale potenziato dalla (ancora) generosa luppolatura. C’è anche spazio per qualche fugace suggestione di cioccolato fondente, poi il lungo viaggio nella buia notte si conclude con un caldo retrogusto etilico e torrefatto.
Imperial Stout solida e dura, per palati tosti: anziché amicarsi chi ha il bicchiere il mano con inutili orpelli sembra quasi sfidarlo. In lei l’edonismo coincide con la sostanza.
Formato: 34,1 cl., alc. 9%, lotto e scadenza non riportati, prezzo indicativo 6.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 21 novembre 2017

Evil Twin Even More Coco Jesus

Nonostante la craft beer continui a sfornare una novità dietro l’altra, la sensazione di deja-vu è sempre dietro l’angolo: è il solito concetto “azzecca una birra e moltiplicala all’infinito” già affrontato di recente più di una volta. Nello specifico parliamo della Even More Jesus, massiccia imperial stout che ha senz’altro contribuito al successo internazionale della beerfirm Evil Twin guidata da Jeppe Jarnit-Bjergsø, “gemello cattivo” di Mikkel Borg Bjergsø alias Mikkeller. 
Divertendosi a spulciare Ratebeer si può calcolare che la beerfirm danese-americana Evil Twin ha prodotto dal 2010 ad circa 300 birre, ovvero più di 30 etichette nuove ogni anno, delle quali ben 71 inserite nella categoria categoria Imperial Porter/Imperial Stout. Ovviamente non la maggior parte altro non sono che variazioni sullo stesso tema, figlie di quattro “birre madri”:  Even More Jesus, Imperial Biscotti Break, Soft Dookie, Imperial Doughnut Break. 
Evil Twin ha la sede operativa a Brooklyn, New York, ma ha utilizzato  impianti terzi dislocati in almeno sette diverse nazioni: Stati Uniti, Inghilterra, Danimarca, Scozia, Norvegia, Spagna e Olanda. Nell’autunno del 2016 Jeppe aveva annunciato l’apertura del suo primo birrificio a Ridgewood, Queens, New York: 1000 metri quadri nei quali collocare una taproom ed un impianto che dovrebbe garantire un potenziale di circa 6000 ettolitri all’anno. In pratica un luogo dove poter sperimentare le nuove ricette che verranno poi prodotte in larga scala presso impianti terzi: l’apertura era prevista per l’estate 2017 ma evidentemente c’è stato qualche ritardo.

La birra.
Even More Coco Jesus è l’ultima variante nata della Even More Jesus, commercializzata a partire da giugno 2017: come il nome può far intuire la ricetta è stata arricchita con cocco e – sorpresa non inclusa nell'appellativo – sciroppo d’acero.
Nel bicchiere si presenta nera con una testa di schiuma cremosa che si scompone abbastanza rapidamente ma è altrettanto pronta a rigenerarsi roteando un po' il bicchiere. L'aroma non può che essere dolce, nella sua ricchezza di caramello, zucchero di canna, cocco e vaniglia; lo sciroppo d'acero rimane in secondo piano, così come l'orzo tostato ed il caffè, il tutto avvolto da una percepibile componente etilica. L'intensità c'è, la finezza potrebbe invece essere migliore. Al palato è oleosa e morbida senza cercare di essere ingombrante, il corpo si colloca tra il medio ed il pieno e se ne avesse un pochino di più non sarebbe affatto male, anzi. La bevuta si mostra coerente con il biglietto da visita aromatico, quindi dolce e zuccherina, ricca di caramello sciroppo d'acero e cocco, uvetta, fruit cake, vaniglia. A bilanciare c'è una discreta nota etilica (12%) che riscalda ogni sorso e un finale amaro, non particolarmente elegante, nel quale caffè e torrefatto vengono supportati dai luppoli. Una imperial stout dolce ma non stucchevole, abbastanza vicina al concetto di birra-dessert (o pastry stout, se preferite) ma ancora distante dagli estremi "omnipolliani": sa ancora di "birra", per intenderci. Bene intensità, migliorabile l'eleganza, sopratutto per quel che riguarda l'ingrediente sciroppo d'acero, piuttosto deludente se penso invece a come l'ha utilizzato The Bruery nella birra The Grade.
Si sorseggia con buona facilità ma la sua dolcezza non rende semplice terminare il mezzo litro: prendetevela molto comoda. Il rapporto qualità prezzo è comunque abbastanza buono, anche se per il mio gusto personale preferisco la Even More Jesus "normale". 
Formato: 47.3 cl, alc. 12%, lotto #002, prezzo indicativo 7,00-9,00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.