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venerdì 9 ottobre 2020

L' artigianale al discount: Blondie American Pale Ale & Indie India Pale Ale (Aldi)


La birra artigianale non è a buon mercato e questo è sempre stato uno dei principali ostacoli alla sua diffusione: alla spina le differenze tra artigianale e industriale sono molto meno evidenti, ma nei negozi e supermercati è difficile spiegare ad un consumatore occasionale perché dovrebbe pagare una bottiglia di artigianale da 33 quattro volte quello che costa un’industriale da 66. Per cercare di entrare nella grande distribuzione ed aumentare i volumi i birrifici artigianali hanno usato diverse strategie: c’è chi ha semplicemente proposto i propri prodotti rinunciando ad una fetta di margine e c’è chi invece ha realizzato delle etichette ad hoc, dal costo contenuto, nel quale il nome del birrificio veniva rilegato tra le note di coda. In questo senso i pionieri furono Birra del Borgo con la linea Trentatre e il Birrificio Del Ducato con le BIA  – Birra Artigianale Italiana.  Correva l’anno 2010, sembra passato un secolo: guarda caso si tratta di due birrifici che hanno poi venduto all’industria e che oggi non possono essere più considerati artigianali: il loro percorso nella grande distribuzione continua, con etichette diverse e con il proprio marchio ben in evidenza. 
I discount non si sono certi lasciati sfuggire l’occasione: l’artigianale al discount è secondo me una bella sfida: si può bere decentemente spendendo poco?   Uno dei primi esempi (2009) fu la gamma Lucilla prodotta da Amarcord per Eurospin; il birrificio di Apecchio è stato per molti anni l’unico punto di riferimento: nel 2014 alla Lidl è arrivata la gamma Arcana, tutt’oggi ancora presente, assieme alla IPA – Italian Pale Ale che non vedo in giro da un po’ di tempo. Pian piano quasi ogni discount, come del resto ogni supermercato, ha avuto le sue birre artigianali:  il birrificio La Granda le ha portate sugli scaffali del Dpiù (2015), Amarcord (2016) ha piazzato nei Penny Market e negli In’s la NYC IPA e la Postina IPA,  cloni della Italian Pale Ale.  Più di recente (2018) Toccalmatto è riuscito a strappare ad Amarcord gli scaffali dell’Eurospin,  rimpiazzando le Lucilla con il marchio La Brassicola. Tutto questo vale per il nord Italia, è possibile che i discount abbiano trovato accordi con altri birrifici locali nelle altre zone del paese. E quelle che vi ho elencato sono probabilmente solo una parte delle opzioni disponibili: sicuramente me ne sarà sfuggita qualcuna. 
Nel 2018 il discount tedesco Aldi è sbarcato in Italia ed ha rapidamente espanso la sua rete, condizione necessaria per poter attuare quella che da sempre è stata la sua politica: una gamma di prodotti “private label” molto estesa che ha coinvolto anche la birra. A collaborare con Aldi è stata Birra Flea di Gualdo Tadino (PG): a lei l’onere e l’onore di realizzare un’APA ed una IPA che siano buone e che costino poco (1,99 € la bottiglia  da 33, a volte offerta in sconto anche a 1,29 €) alle quali viene data una shelf-life di due anni. Missione impossibile? Vediamo.

Le birre.

Partiamo dall’American Pale Ale chiamata Blondie (5%): l’etichetta inneggia all’estate, il suo color dorato tendente al rame, sporcato da numerose particelle di lievito in sospensione, un po’ meno. La schiuma biancastra è generosa ed ha ottima ritenzione. Immagino che l’aroma non sia l’aspetto sul quale il birrificio si sia concentrato nello studiare una  ricetta “low cost” e il risultato si vede: intensità ai minimi termini, avverto giusto qualche lontano ricordo di pompelmo e marmellata d’arancia. Al palato ci sono un po’ troppe bollicine, visto che stiamo parlando di un’American Pale Ale: la bevuta parte dal dolce del biscotto e del caramello, apre e chiude una parentesi agrumata, si congeda con un finale amaro tra l’erbaceo ed il terroso che non brilla per eleganza. Non ci sono grandi difetti e nel complesso c’è una buona intensità,  sebbene il risultato finale sia un po’ sgraziato e grezzo. Per 2 euro direi che Blondie sia un compromesso accettabile,  si beve e porta a casa una sufficienza rosicata: speravo in un piccolo miracolo, ma se voglio un’APA profumata, pulita e fragrante devo rivolgermi altrove.

Passiamo alla IPA Indie (6.4%) il cui look è un salto indietro nel tempo di qualche anno, alle classiche IPA italiane 1.0: ambrata, molto velata, indossa un bel cappello di schiuma ocra molto persistente. L’aroma è anche in questo caso latitante: caramello, marmellata d’arancia, un lieve nutty che fa un po’ UK, accenni di bubblegum. Pulizia e intensità latitano. Anche Indie è un po’ troppo carbonata e al palato mostra perfetta corrispondenza con l’aroma, anche se l’intensità è più elevata. E questo non è sempre un pregio. Si parte con l’accoppiata biscotto-caramello per poi virare piuttosto bruscamente sull’amaro sgraziato terroso, resinoso e vegetale di un’abbondante luppolatura. Ed è questo il vero problema di tutte le IPA  del discount: quando si calca la mano col luppolo, e lo si fa con materie prime di seconda (o terza) scelta per tagliare i costi, il risultato è sempre negativo. Ne risulta una IPA (d’ispirazione inglese?) per niente armoniosa e squilibrata che assilla il palato con un amaro invasivo, pesante e rozzo, obbligando a frequenti pause che ne limitano la bevibilità. Anche l’alcool alza la testa in un finale da tutto dimenticare. No, grazie.  
Nel dettaglio:
Blondie APA, formato 33 cl., alc. 5%, scad. 09/07/2022, prezzo 1,99 Euro (supermercato)  
Indie IPA, formato 33 cl., alc. 6.4%, scad. 22/06/2022, prezzo 1,99 Euro (supermercato)  

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 22 gennaio 2019

Van Pur Roger

Perlenbacher, Grafenwalder, Fink Brau e Best Brau sono i marchi più popolari sugli scaffali dei discount italiani, birre il cui costo s’aggira nei dintorni dell’euro al litro; ma non ci sono solo loro ad allietare il palato di chi desidera spendere il meno possibile o di chi ama l’horror. Prendete ad esempio questa lager leggera (3%) chiamata Roger, la cui lattina da lontano potrebbe quasi ricordare quella di una Coca Cola. 
Il più grande birrificio polacco indipendente si chiama Van Pur ed è stato fondato da Zbigniew Wantusiak e Siegfried Pura: un imprenditore polacco ed uno tedesco che sfruttarono il crollo del regime comunista. Nel 1992 la Van Pur cominciò a mettere in lattina la birra prodotta da altri birrifici per poi iniziare, l’anno successivo, a produrre anche la propria Van Pur Premium; il birrificio finì poi nelle mani della Brau Union austriaca che lo controllò sino al 2003, anno in cui i proprietari originali lo riacquistarono.  Van Pur possiede oggi cinque siti produttivi in Polonia che producono oltre 4 milioni di ettolitri all’anno, il 50% dei quali viene esportato in settanta paesi.  Oltre alla birra prodotta per conto terzi, Van Pur possiede una quota del mercato polacco che si aggira attorno al 10% ottenuto grazie a numerosi marchi propri: Lomża, Export, Łomża non pastrotizzata, Łomża al miele, Łomża non filtrata;  Karpackie Lager, Pils e Strong (9%); Brok Premium Lager, Gluten Free e Specialty (quest’ultima descritta come Craft Beer); Halne Strong (6, 9 e 10%)  il cui orso in etichetta ammicca alla Bjorne beer. La storica Van Pur Premium (Pilsener), affiancata dalle versioni Strong (10 e 12 %) ed analcolica; la Edelmeister Pilsener, Weizen, Witbier, Schwarzbier e Radler, la Hermann Muller Premium Lager e l’inquietante Cortes Cerveza Extra, una lager in bottiglia trasparente o una Corona in incognito, se preferite.

La birra.
Roger:  quaranta centesimi per mezzo litro di birra, ovvero 0.80 euro al litro. Filtratissima e quindi assolutamente limpida, di color oro antico, forma un cappello di schiuma bianca un po’ scomposta e dalla discreta persistenza. La lista degli ingredienti annovera malto e un inquietante… “malto da birra”, o “brewing malt” per dirla all’inglese. Non era meglio chiamarlo estratto? Riso e mais non sono elencati ma l’aroma mi sembra un piccolo compendio di succedanei del malto; c’è una sgradevole nota saponosa e di cereali andati a male (non trovo descrittore più appropriato) e, in fondo al tunnel, qualche ricordo di limone e di mela verde.  Poche bollicine, corpo leggerissimo, praticamente acqua. Il gusto latita, soprattutto se bevuta fresca, e la sensazione è di bere un bicchiere d’acqua con un delicato ma ributtante amaro finale saponoso. Lasciandola scaldare arrivano sbiaditi ricordi di mais, miele e soprattutto un forte gusto metallico a chiudere una bevuta poco secca e neppure troppo rinfrescante. E’ impressionante come una birra dal gusto così blando riesca tuttavia a risultare quasi  imbevibile e a finire nel lavandino. Il verdetto? Risparmiate anche questi quaranta centesimi e compratevi una bottiglietta d’acqua, se avete sete.
Formato 50 cl., alc. 3.0%, lotto 0220LE 13871827 1, scad.  28/09/2019, prezzo indicativo 0.40 euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 16 aprile 2018

L'artigianale al discount: La Brassicola La Bionda & La Brassicola La Rossa


Ero in qualche modo affezionato alla birra “Lucilla” che il birrificio Amarcord ha per molti anni prodotto per la catena di discount Eurospin: non tanto per la sua bontà (ahimè) ma per il fatto che “La Rossa” è stata per molti anni la pagina più visitata del blog, superata solo di recente dalla Ichnusa Non Filtrata.  Alla fine dello scorso gennaio l’azienda distributrice Target 2000 (sempre gruppo Amarcord) ha annunciato il commiato della gamma Lucilla dalla distribuzione Eurospin: chi l’ha amata (incluso gli homebrewers che tanto cercavano la sua bottiglia con tappo meccanico) non si lasci tuttavia prendere dalla sconforto, visto che un mese dopo è stato ufficializzato il ritorno delle Lucille presso un'altra catena di discount. 
Eurospin rinuncia alla birra artigianale? Certo che no, ma cambia partner: la “gara” per la produzione di una generica “birra bionda” e di una “birra rossa” viene vinta da altri. Per la distribuzione al centro-sud il birrificio Maltovivo produce oggi la Birra del Ponte con (cito le etichette) una Bionda - Golden Ale Style (5.2%) e una Rossa – Dark Belgian Ale Style (7.5%);  al nord la B.T. Srl di Fidenza (non ci vuole molto a ricondurre queste due iniziali al Birrificio Toccalmatto) crea il marchio La Brassicola. Il target richiesto è sempre quello: birre facili da bere e che costino poco. Per quel che riguarda La Brassicola il prezzo finale al cliente è di 2,29 Euro per una bottiglia da 50 cl., ovvero 4,58 euro al litro. Un leggero aumento (+15%) rispetto agli 1,99 Euro della Lucilla (3,98 al litro). 
Quando si parla di birra “artigianale” e discount la domanda da farsi è sempre la solita: è possibile bere bene spendendo poco?

Le birre.
Iniziamo con La Bionda (4.8%), prodotta “selezionando i migliori luppoli nobili europei, delicati ed aromatici, per creare una birra semplice e raffinata”: questo quanto riportato in etichetta. Lo stile non è dichiarato, la fermentazione è ad alta anche se si guarda alla tradizione tedesca, per farla breve una sorta di “Helles un po’ più luppolata”. 
L’aspetto è di colore dorato, leggermente velato, con una bella testa di candida schiuma cremosa e compatta, dalla buona persistenza. I profumi sono piuttosto delicati ma c’è una buona pulizia: pane e fiori, un tocco speziato, un leggero ricordo di agrumi. Al palato scorre senza intoppi grazie ad un corpo leggero e ad una carbonazione abbastanza contenuta. Il gusto è semplice quanto l’aroma, con un delicato profilo maltato (pane e miele), un accenno fruttato non ben definito e un finale amaro erbaceo di breve intensità e durata.  Non ci sono difetti ma non ci sono neppure emozioni in una birra abbastanza precisa alla quale manca però un po’ di quella secchezza che la renderebbe ancora più rinfrescante. Non c’è molto carattere, l’intensità è quella che è ma l’assenza di quei sapori sgradevoli che spesso si trovano nelle birre sugli scaffali del discount le permette di guadagnarsi ampiamente la sufficienza. Gli appassionati di birra artigianale non la troveranno particolarmente interessante, ma per salire di livello bisogna ovviamente mettere mano al portafogli e fare acquisti altrove. O pensavate davvero di bere una Toccalmatto ad un terzo del suo costo?

La Rossa (7%)  si autodefinisce “una birra per le grandi occasioni, compagna perfetta per la tavola, ideale per la pizza, ma i suoi ricchi aromi maltati sapranno accompagnare anche formaggi di media stagionatura e carni rosse”. Il suo colore è un bell’ambrato accesso da fiammate rossastre, mentre la schiuma ocra, cremosa e compatta, mostra un’ottima persistenza. L’ispirazione è belga ed è evidente sin dall’aroma: zucchero candito, caramello, spezie (cardamomo, coriandolo?), biscotto, frutta secca a guscio, persino qualche accenno di pasticceria. Intenso e molto pulito, una bella sorpresa. Purtroppo il gusto non mantiene le aspettative e si rivela molto meno pulito ed interessante:  la bevuta è dolce, guidata dall’accoppiata caramello-biscotto ed incalzata da note di prugna ed uvetta. L’alcool è abbastanza ben dosato anche se l’intensità complessiva della birra potrebbe essere migliore: c’è qualche problemino nel finale, con un amaro terroso un po’ sgraziato che non lascia un buon ricordo e rischia quasi (e sottolineo quasi) di scivolare nella plastica bruciata.  Parte davvero bene questa “birra rossa” ma è un peccato non ritrovare nel gusto tutte le belle premesse dell’aroma; il risultato è comunque sufficiente, ma valgono le stesse considerazioni (qualità-prezzo) fatte per la sorella bionda.  
Per quel che riguarda il classico abbinamento pizza-birra (doppio malto!) citato anche in etichetta, direi che La Rossa può essere una dignitosa alternativa a prodotti industriali (non da discount)  come questi che costano più o meno uguali. E per il confronto in casa Eurospin con l’ex Lucilla ?  Direi che La Brassicola rappresenta senz’altro un passo in avanti, anche se queste due bottiglie sono ancora giovani e non hanno ancora affrontato il caldo dell'estate e dei magazzini della grande distribuzione.
Nel dettaglio: 
La Bionda, formato 50 cl., alc. 4,8%, lotto 18003, scad. 30/01/2020, prezzo 2.29 Euro
La Rossa, formato 50 cl., alc. 7,0%, lotto 18004, scad. 31/01/2020, prezzo 2.29 Euro

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

mercoledì 5 ottobre 2016

L’artigianale al discount: NYC India Pale Ale vs Lucilla La IPA vs Target Postina IPA vs Italian Pale Ale

Sempre più di frequente è possibile trovare anche sugli scaffali dei discount, oltre a quelli dei supermercati, birre che vanno oltre la classica offerta industriale e che si collocano in quel cosiddetto settore "artigianale". Attenzione, l’aggettivo artigianale non è sinonimo di buono e la sfida del discount è proprio questa: è possibile offrire ai consumatori qualcosa da bere di qualità ad un prezzo nettamente inferiore al quello delle “esose birre artigianali”?
Indiscusso protagonista di questa piccola invasione artigianale nei discount italici è il gruppo Target 2000 di Riccione (RN), da oltre quindici anni attivo come distributore presso i canali della GDO; le birre commercializzate da Target 2000 sono tutte prodotte presso gli stabilimenti Amarcord di Apecchio (PU). Il focus è soprattutto su quello stile che la "rivoluzione della birra artigianale" ha maggiormente portato sugli scudi: India Pale Ale. Ne vengono attualmente distribuite cinque: Italian Pale Ale, la prima nata, è stata di recente affiancata da NYC India Pale Ale, Postina IPA, Lucilla La IPA e la ultima nata Brewmaster's Choice IPA, che non sono riuscito a reperire.  Tutte vengono vendute in differenti catene di discount, evitando la convivenza sullo stesso scaffale, allo stesso prezzo (1,49 Euro per la 33 cl. netto di promozioni); fa eccezione solamente Lucilla la IPA, disponibile nel formato 50 e ad un prezzo leggermente più conveniente (3,38 Euro/litro anziché 4,52 Euro).
La domanda che viene quasi spontaneo farsi è: si tratta della stessa birra alla quale viene solamente cambiata l’etichetta? In assenza di informazioni certe, ho provato ad assaggiare quattro di loro contemporaneamente e alla cieca. 

La prima che capita nel bicchiere è la Italian Pale Ale (6.1%), di colore dorato carico, leggermente velata, e con un cappello di schiuma biancastra cremosa e compatta, dalla discreta persistenza. Leggero diacetile al naso, profumi floreali e di marmellata d’agrumi che cercano di farsi strada in un conteso di pulizia tutt’altro che eccellente, poco invitante e leggermente ossidato. Al palato il dolce del miele e della marmellata d’agrumi hanno il compito di bilanciare l’amaro, erbaceo e terroso, che conclude la bevuta in modo poco elegante: non resta che annotare un po’ di diacetile e di gomma bruciata in una IPA che si chiude amara, sgraziata e accompagnata da delicato tepore etilico. Meglio berla fredda, appena tirata fuori dal frigorifero, per limitare l’effetto di questi off-flavors e garantirsi un po’ di refrigerio.

Nel secondo bicchiere scopro esserci Lucilla La IPA (5.7%); un marchio - Lucilla - che fu il primo a comparire nei discount con "La Rossa" e "La Bionda". Lucilla non è insensibile alle mode ed eccola in versione IPA: il suo dorato si sembra leggermente più carico rispetto all'Italian Pale Ale, mentre sull'aroma sarebbe meglio sorvolare. Ossidazioni, diacetile e nonostante la bottiglia di vetro scuro c'è anche qualche puzzetta da colpo di luce. Le cose non sono molto diverse in bocca, dove tra il diacetile e il dolce del miele si fa strada un amaro molto sgraziato, terroso ed erbaceo, che non si fa mancare un po' di plastica bruciata. Palato sempre avvolto da un patina dolciastra che ne annulla qualsiasi velleità rinfrescante: da bere rigorosamente ghiacciata, ma a terminare il bicchiere è un'impresa dalla quale desisto dopo un paio di sorsi.

Il terzo assaggio è la NYC India Pale Ale (5.8%), per l'esattezza trattasi di una bottiglia dello stesso lotto già descritto lo scorso giugno. Il naso si muove sullo stesso canovaccio della Italian Pale Ale, ma risulta nel complesso più pulito e - finalmente! - privo di difetti: note floreali e marmellata d'agrumi formano un bouquet semplice ma tutto sommato accettabile. La bevuta, la cui intensità è modesta tanto quanto l'aroma, usa il dolce del miele, del caramello e della marmellata d'arancia per bilanciare un amaro che in verità non morde e, proprio per questo, risulta molto più tollerabile rispetto a quanto riscontrato negli altri bicchieri. Minore l'amaro, minori gli effetti collaterali che tuttavia a galla quando la birra s'avvicina alla temperatura ambiente; una filo di diacetile non manca neppure qui, seppur ampiamente tollerabile. Birra che mi sembra sostanzialmente identica a quella del primo bicchiere, ovvero la Italian Pale Ale.

La breve "orizzontale" si chiude con la Postina IPA (5.7%), all'aspetto perfettamente uguale a quanto contenuto nel bicchiere numero uno e numero tre. Il naso, poco intenso, ripropone quasi fedelmente quello della NYC IPA che a sua volta assomigliava moltissimo a quello della Italian Pale Ale. Gli stessi elementi si trovano al palato: miele, un tocco caramellato, marmellata d'agrumi a contrastare un amaro terroso ed sempre sgraziato in un contesto dalla bassa intensità. Lieve diacetile e gomma bruciata, in piccola quantità, rispondono presenti all'appello.

Si tratta dunque della stessa identica bevanda (cit.)? Mi sembrerebbe di sì, ma in assenza di dati certi lungi da me affermarlo con sicurezza. Ci sono lievi differenze nel contenuto alcolico ed altre organolettiche dovute ai diversi lotti produttivi e, probabilmente, alle modalità di conservazione: benchè birre progettate per resistere ad eventuali maltrattamenti della grande distribuzione discount, non sono ovviamente indistruttibili. L'unica che è risultata davvero inferiore alle altre è stata Lucilla La IPA: lotto sfortunato o bottiglia mal conservata poco importa, la birra è risultata davvero compromessa. Per tutte vale la stessa considerazione: costano molto meno rispetto ad altre birre artigianali ma la sufficienza non la raggiungono, soprattuto se le bevete da sole, prestando attenzione a quanto c'è nel bicchiere. Se invece le abbinate ad una pizza in compagnia di amici o a una vivace grigliata possono risultare un'alternativa accettabile ad un'anonima lager industriale o a una delle tante birre crafty, a patto che vi ricordiate di berle ben fredde e a patto v'interessi più divertirvi e chiacchierare anziché discernere di quello che che state bevendo. Altrimenti è difficile che vi venga voglia di fare il bis.

Nel dettaglio: 
Italian Pale Ale, 33 cl., alc. 6,1%, lotto LO491602, scad. 18/05/2017, 1.49 Euro
NYC India Pale, 33 cl.,  alc.  5,8%, lotto LO501602, scad. 19/05/2017,  1.49 Euro
Lucilla La IPA, 50 cl., alc. 5,7%, lotto L175160, scad. 23/09/2017, 1.69 Euro
Postina IPA, 33 cl., alc. 5,7%, lotto L1731602, scad. 21/09/2017,  1.49 Euro

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 23 giugno 2016

L'artigianale al discount: NYC India Pale Ale

Di tanto in tanto torno ad occuparmi della “birra artigianale” che si trova sempre più di frequenta anche sugli scaffali dei discount, a dei prezzi finalmente interessanti e lontani da quelli esosi ai quali siamo purtroppo abituati quando si parla di “birra artigianale”. La domanda però è sempre la stessa: si può bere bene spendendo il giusto? 
Una possibile risposta cerca di darla Target 2000, società per azioni con sede a Riccione che dal 2000 fornisce birre e altre bevande analcoliche alla grande distribuzione;  della società fa anche parte Amarcord, birrificio  “artigianale” con sede operativa ad Apecchio (PU), che produce molti dei marchi distribuiti. 
Se non erro Target 2000 è stata la prima a proporre birre artigianali anche presso i discount: da molti anni sono disponibili in alcuni discount le birre Lucilla (Bionda, Bianca e Rossa) mentre più di recente sono arrivate (in altri discount) le Arcana (Golden e Red)  e le due Italian  (Pale Ale e Amber). Dedicata ai supermercati (no discount)  è invece la linea Bad Brewer, che con un lieve sovrapprezzo offre sicuramente una migliore qualità, almeno per quello che sono riuscito a provare. 
Ma l’offerta di Target è molto più ampia: ci sono le Tosca e le Contessa (nomi non proprio originali, vedi birrifici San Michele e Amiata) a altre tre IPA, visto che la moda del luppolo non è affatto tramontata: Lucilla La IPA, Postina IPA, NYC India Pale Ale. Non ho ancora avvistato le prime due, mentre grazie alla segnalazione un lettore del blog, Angelo, sono riuscito a recuperare una bottiglia di NYC India Pale Ale, distribuita presso una catena di discount ancora diversa rispetto a quella di Lucilla e Arcana/Italian. Molto carina l’etichetta, sebbene non riveli  dove (Amarcord) la birra viene prodotta, ma il contenuto? Se poi vi chiedete perché New York City, ecco quanto afferma il distributore: "lo stile cosmopolita per eccellenza,  l' INDIA PALE ALE, dalla città cosmopolita per eccellenza: NYC. Da qui un giallissimo taxi, e il motto "On radio call: Beer": una birra italiana da gustare quando la sete chiama."


La birra.
Bella nel bicchiere, di colore oro carico con venature arancio e una compatta testa di schiuma bianca e cremosa, dall’ottima persistenza. L’aroma non brilla per intensità e freschezza/fragranza, ma è sostanzialmente pulito e privo di difetti: sentori floreali, una leggera presenza di agrumi che richiama più la marmellata che il frutto fresco. Neppure il gusto è un manifesto d'intensità, ricalcando in buona parte l'aroma: miele e un tocco di caramello introducono il dolce-ma-non-troppo della marmellata d'arancia per poi arrivare abbastanza rapidamente alla conclusione amara. Il livello anche qui è medio-basso, giusto un "colpetto" resinoso, vegetale e terroso e poi riemerge il dolce: intendiamoci, in sé non è di certo una birra dolce, ma non ha neppure quel livello d'amaro che t'aspetteresti in una IPA. La sua secchezza è ben lontano dall'essere esemplare, con il palato avvolto dopo ogni sorso da una patina dolce che riduce di molto il potere rinfrescante di questa IPA: tutto sommato bene la sensazione palatale, con un corpo tra il medio ed il leggero e una carbonazione delicata, e tutto sommato non è neppure un male che l'intensità sei sapori sia modesta. Finezza e grazia non sono di casa, basta farla scaldare un po' per aumentare il tasso d'amaro e veder apparire le prime poco gradevoli avvisaglie di gomma bruciacchiata. 
Una birra che si beve ma che - se devo esprimere un giudizio - si ferma al di sotto della sufficienza, sopratutto se la bevete da sola e fuori pasto: costa relativamente poco, intorno ai 4 euro/litro, ma non offre particolari soddisfazioni pur restando ampiamente preferibile ad una qualsiasi lager industriale presente sugli scaffali della grande distribuzione, o alla IPA "crafty" di Poretti.
Mi sembrerebbe leggermente meglio della Italian Pale Ale prodotta dallo stesso birrificio per lo stesso distributore, anche se le ultime bottiglie di quest'ultima le ho trovate migliori rispetto a quelle assaggiate un paio di anni fa. Il livello è comunque più o meno quello: valutatene l'acquisto se volete qualcosa da bere ad una grigliata tra le chiacchiere degli amici senza fare troppa attenzione a quello che vi mettono nel bicchiere: con meno di venti euro ve ne portate via una dozzina. 
Formato: 33 cl., alc. 5.8%, IBU 40, lotto 501602, scad. 19/05/2017, prezzo 1,48 Euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 11 novembre 2015

Discount vs Industriale: Finkbräu Pils, Grafenwalder Pils, Warsteiner Premium Verum e Ceres Top Pilsner

Si parla tanto, spesso e comunque non abbastanza dei prezzi (alti!) della cosiddetta “birra artigianale”:  non mi riferisco al consumo al pub, dove il delta costo tra una media “artigianale” e una industriale è minore. Mi riferisco in particolare al consumo in bottiglia casalingo: le “artigianali” che si trovano nei beershop, supermercati, enoteche e alimentari vari hanno un costo medio al litro che possiamo quasi moltiplicare quasi per cinque rispetto ad un’industriale. 
Ma per stavolta lasciamo fuori “l’artigianale” e parliamo delle  “birre del discount”: sono anche loro prodotti industriali, eppure costano sensibilmente meno (all’incirca la metà) dei noti marchi industriali. Avete sentito qualcuno lamentarsi che una lattina di Heineken al supermercato è cara perché costa il doppio di una birra discount? Ma questa differenza di prezzo è giustificata? Ci se ne accorge bevendole? 
Ho voluto fare una prova "quasi" alla cieca, mettendo a confronto due birre industriali e due “discount”  bevendole senza sapere che cosa ci fosse nel bicchiere; sono quattro Pils, o almeno questo è lo stile che i produttori dichiarano in etichetta. Le birre che ho scelto per questa prova sono le seguenti:  dal discount Finkbräu Pils e Grafenwalder Pils; dal supermercato Warsteiner Premium Verum e Ceres Top Pilsner. Tutte e tre, per meglio renderle irriconoscibili, in formato 50 cl. e con il “lato superiore” della lattina di color argento. Le descriverò inizialmente facendo riferimento solamente al numero del bicchiere dal quale bevuto.
Aspetto.
Sono tutte e quattro identiche, limpide e dorate;  forse la Nr.1 è appena un po’ più chiara.  Tutte mostrano un bel cappello di schiuma bianca, compatta e cremosa, dalla buona persistenza: la ritenzione delle birre Nr.1 e Nr.4 è leggermente migliore, con una patina bianca che rimane sempre in superficie. 
Aroma. 
Bicchiere nr.1:   avverto miele e cereali, crosta di pane, qualche sentore erbaceo. La fragranza non è certamente di casa, l’intensità non è granché ma per lo meno i profumi “giusti” ci sono. 
Bicchiere nr.2:  aroma assente, bisogna farla scaldare un po’ per far emergere un qualcosa dolciastro che mi ricorda un po’ il mais, ingrediente non citato sulla lattina. A temperatura ambiente mi sembra che ci sia anche un po’ di cartone bagnato. 
Bicchiere nr.3:  anche qui aroma nullo, con qualche lieve miglioramento a temperatura ambiente. Qualcosa di dolce simile al mais e ricordi di cereali che emergono quando la birra si scalda. 
Bicchiere nr.4: pochissima intensità, ma almeno qualcosa c'è. E' una generale sensazione dolce di pane, forse miele, nella quale non c’è ovviamente traccia di fragranza ed eleganza. 
Mouthfeel. 
Ovviamente leggere, watery e mediamente carbonate. Un DNA che le accomuna tutte, con la componente “acquosa” un troppo marcata nel bicchiere nr.2.
Gusto. 
Bicchiere nr.1: pane, cereali, accenno di miele. Non c’è una gran intensità ma – come per l’aroma -  ci sono quasi tutti i descrittori tipici dello stile. Si finisce nell’amaro erbaceo, non particolarmente elegante ma tollerabile; l'amaro è molto più evidente che negli altri bicchieri, ma all'alzarsi della temperatura aumenta anche la percezione della sua modesta eleganza/piacevolezza.  Meglio berla finché "fredda", in quanto risulta più bilanciata e più secca rispetto alle altre. 
Bicchiere nr.2:  quasi scarso, tendente al nullo. A birra fresca c’è una sensazione appena dolce che di nuovo mi ricorda quel mais non citato in etichetta e qualche suggestione di pane;  la chiusura amara è poco intensa ma riesce ugualmente ad essere poco gradevole. Riscaldandosi migliora un po’ la parte dolce (pane e miele) ma peggiora quella amara; la bocca rimane sempre impastata da una patina dolcina, con la birra che alla fine non risulta neppure particolarmente rinfrescante.
Bicchiere nr.3:  è una birra che rasenta l’acqua, in quanto all'assenza di sapori. Lievi accenni di pane e cereali, il solito timido finale erbaceo amaro un po’ sgraziato; nonostante la bassissima intensità riesce comunque a lasciare la bocca avvolta da una patina dolce poco rinfrescante. Anche riscaldandosi l’intensità non migliora di molto: aumenta un po’ la componente dolce, con il risultato che la nr.3 risulta essere la meno amara delle quattro; ma nonostante il basso livello d’amaro, quel poco che c’è è davvero poco elegante. 
Bicchiere nr.4:  rilevo pane, cereali, accenno di miele. L’intensità è bassina, e anche qui una patina dolce un po' appiccicosa rimane sul palato anche a fine bevuta, mentre ci vorrebbe un po’ più secchezza. L’amaro erbaceo finale è delicato ma ugualmente privo di eleganza e non esattamente gradevole; la sua bassa intensità lo rende comunque praticamente innocuo. 
Indoviniamo? 
Mi butto e abbino la Warsteiner Premium Verum al bicchiere nr. 1.  E’ senza dubbio la birra “meno peggio” delle quattro; non la andrei a cercare, ha tutte le caratteristiche dell’industriale inoffensiva e noiosa ma tutto sommato decente, benchè priva di  fragranza e/o freschezza. E’ pastorizzata, se non erro; ammetto di aver bevuto diverse volte la Warsteiner, in passato, ma era davvero tanto tempo fa. Il bicchiere nr.2 e nr. 3 mi sembrano molto simili, nella loro pochezza di gusto che rasenta l’acqua e in quell’amaro poco aggraziato che non ti lascia un piacevole ricordo anche di quel poco che c’è; mi gioco l’opzione discount su entrambe, ma non avendole mai bevute prima sarebbe inutile tentare di assegnare un numero a  Finkbräu Pils  o Grafenwalder. La nr.4 mi sembra un pochino meglio rispetto a queste due, per lo meno nell’intensità: scommetto sulla Ceres Top Pilsner, dopotutto c’è quel aggettivo “top” che mi fa pensare a qualcosa di qualità. 

Il verdetto.
Scarto le lattine numerate, ecco cosa c'era nei bicchieri.
Bicchiere nr.1  - Warsteiner Premium Verum
Bicchiere nr.2  - Finkbräu Pils
Bicchiere nr.3  - Ceres Top Pilsner
Bicchiere nr.4  - Grafenwalder Pils

E quindi?
Ho indovinato la Warsteiner, ma gli “avversari” erano forse troppo inferiori per non riuscirci; volendo guardare il prezzo, è anche la più cara del quartetto: 1.32 Euro (2,64 Euro/litro). 
La sorpresa in negativo è la Ceres Top Pilsner, quella "in positivo" (se così si può dire) è la  Grafenwalder che io avevo scambiato per la danese; prodotta dalla a me sconosciuta Frankfurter Brauhaus per una noto discount tedesco, si  difende con onore nei confronti della famosissima Ceres e, elemento da non sottovalutare, costa esattamente la metà  (0.59 invece di 1,19 Euro). 
Innocua, e quindi nulla da dichiarare, sulla Finkbräu: discount nel prezzo e anche nel gusto. Sicuramente meglio una Warsteiner, anche se costa più del doppio; prendete ovviamente la parola "meglio" con le dovute cautele. Stiamo sempre parlando di prodotti industriali alquanto anonimi e con molto poco gusto. 
Mi si perdoni infine il bicchiere fuori stile, ma era l'unico disponibile in quattro esemplari identici. 
In via eccezionale pubblico anche la classifica utilizzando la scala di punteggi BJCP: Warsteiner Premium Verum (26/50), Grafenwalder Pils  (23/50), Ceres Top Pilsner (20/50) , Finkbräu Pils (19/50).
Nel dettaglio:
Warsteiner Premium Verum, formato 50 cl., alc. 4.8%, lotto 04 A 17, scad.  05/08/2016, prezzo 1.32 Euro.
Finkbräu Pils, formato 50 cl.,  alc. 4,9%,  lotto A4 02:10, scad.  03/09/2016, prezzo 0.55 Euro.
Ceres Top Pilsner, formato 50 cl., alc. 4,6%, lotto H 0355, scad. 13/10/2016, prezzo 1.19 Euro.
Grafenwalder Pils, formato 50 cl., alc. 4,5%, lotto A4 02:40, scad. 20/08/2016, prezzo 0.59 Euro.


NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa lattina, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 30 ottobre 2015

L'Artigianale al discount: Cask 65 Bruna & Arcana Red Ale

Di tanto in tanto mi piace ritornare sull’argomento “la birra artigianale al discount”, due concetti teoricamente contrapposti;  “birra artigianale” è stata infatti "inventata" con in mente target ambiziosi: ristorazione, esperienze gourmet, enoteche, eleganti bottiglie da 75 cl. che inizialmente ricordavano quelle del vino o dello champagne, prezzi elevati (anche per) caratterizzare e posizionare un prodotto in fascia “premium”. Solo in tempi più recenti, dopo lo scarso successo nell’ambito della ristorazione, la “birra artigianale” ha preferito rivolgersi ai suoi canali “tradizionali”, ovvero la birreria, il pub, il bar e il beershop, rimpiazzando o almeno affiancando il formato 75 con quello da 33. I prezzi non sono diminuiti, ma questa è un’altra storia. 
E’ curioso come un prodotto come la  “birra artigianale”  sia pian piano entrato anche nelle cerchie dei supermercati “discount”, dove difficilmente i prodotti “premium” trovano collocazione e dove la gente si reca soprattutto per comprare “quello che costa poco”. Ma è allora possibile trovare una “birra artigianale italiana”  (e sottolineo “italiana”, perché in altri paesi il problema non si pone) che sia buona e che costi poco?  Al momento la risposta sembrerebbe essere più no che sì: queste sono almeno state le mie impressioni derivanti da questo e questo assaggio.   Facciamo oggi un terzo tentativo con due birre che ho di recente avvistato per la prima volta sugli scaffali del discount. 
La prima è la Arcana Red Ale, commissionata dalla Target 2000 di Riccione e, sebbene non sia indicato in etichetta, prodotta dal birrificio Amarcord di Apecchio (PU): una “rossa” che va ad accompagnare la già esistente “bionda” Golden Ale, assaggiata lo scorso anno. Piuttosto bella nel bicchiere, ambrata, velata con venature ramate; la schiuma ocra è compatta e cremosa, con un’ottima persistenza. L’ idillio dura però poco: al naso un discreto diacetile e qualche sentore metallico mettono un po’ in ombra i sentori di toffee e di frutta secca (o “nutty", per dirla all’anglosassone). C’è quasi una suggestione di ciliegia e, quando la birra si scalda, di mela.  La pulizia non brilla neppure al gusto, ma nel complesso l’inizio della bevuta è accettabile, riproponendo biscotto, toffee, frutta secca e anche un lieve diacetile; abbastanza sgraziata è invece la chiusura, con un amaro tra il terroso e l’erbaceo poco elegante, leggermente astringente e lievemente bruciacchiato (gomma).  Indubbiamente un po’ migliore della sua sorella “bionda” , è un’ambrata dal vago carattere inglese non certo memorabile ma neppure imbevibile; l’avessi trovata al bancone del bar/pub a 5 Euro mi sarei probabilmente inca**ato,  ma la bottiglia di mezzo litro a  1,79 Euro  fa socchiudere gli occhi sui difetti e può essere un’opzione per bere qualcosa che ha un po’ più gusto di una blanda industriale senza dover arrivare ai soliti prezzi della “birra artigianale” italiana. In due parole, “quasi sufficiente”.
Più arduo il compito che deve affrontare la birra Cask 65 Bruna, prodotta dal birrificio cuneese Della Granda  per la linea “Mastri Birrai Italiani”  de “La Cantinetta” di un altro noto discount italiano: qui si entra in territorio Belga, dove il lievito è più che mai protagonista. Sorvolerei sulle trionfanti note descrittive del volantino pubblicitario (“Viaggio fra sapori autentici, tra tradizione ed innovazione, alla scoperta delle birre dei migliori Mastri Birrai Italiani” con “l’obiettivo di presentare una birra genuina e di altissima qualità, ad un costo contenuto rispetto ad altre dalle medesime caratteristiche”) per passare subito alla sostanza , non prima di ricordare i luppoli utilizzati: Spalter Select, Saaz, Magnum.  
Anche per questa birra il meglio arriva dagli occhi: ambrata e velata, bei riflessi rossastri e ramati, schiuma ocra, cremosa e compatta ma poco persistente. L'aroma è quasi inesistente, ma quel poco che c'è è dominato dall'acetaldeide (mela verde) e, impegnandosi, si può scorgere qualche sentore zuccherino e di caramello. Le cose vanno solo un pochino meglio al palato, ma non c'è nulla di cui essere contenti: biscotto, caramello, mela e pera vanno a comporre un gusto poco pulito, poco intenso che si rivela essere una sorta di amalgama di elementi privi di qualsiasi eleganza e fragranza. La chiusura di mandorla amara e nocciolo di pesca è piuttosto leggera, la birra slegata e un po' tropo watery, un pelino astringente, dove anche nel gusto c'è un po' troppa mela a far capolino; il retrogusto è piuttosto corto e la Cask 65 si congeda molto rapidamente con caramello e un lieve tepore etilico. Birra alquanto modesta che, onestamente, ho fatto piuttosto fatica a finire; alla fondamentale domanda "la ricompreresti?" la mia risposta sarebbe senz'altro di no. E questo a prescindere dal prezzo che, solo lui, mi riporta idealmente in un qualche supermercato belga. Si conclude anche questa terza puntata del "viaggio" tra le artigianali dei discount senza grosse lodi e con tanta mediocrità che sembra voler dire: volete bere bene? Lasciate perdere il discount.
Nel dettaglio:
Arcana Red Ale, formato 50 cl., alc. 6.7%, lotto 2091501, scad. 28/10/2016, pagata 1.79 Euro (3.58/litro)
Cask 65 Bruna, formato 75 cl., alc. 6.5%, lotto 4153/4, scad. 08/2017, pagata 3.49 Euro (4.65/litro)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 23 giugno 2015

Castello Intensa


L’appuntamento mensile con la birra industriale, del discount o del supermercato vede protagonista  Castello di Udine Spa - Fabbrica Friulana di Birra, nata nel 1997 dalle “ceneri” dello stabilimento di Birra Moretti a San Giorgio di Nogaro (UD), rilevato da un gruppo di imprenditori da Heineken Italia che lo aveva acquisito solamente un anno prima. Lo stabilimento, uno dei più moderni in Italia, era stato costruito nel 1993.  Nel 2003 l’azionista di maggioranza di Birra Castello diventa il gruppo BSE  (Beverage Service Europe, ora Beverage Network), consorzio nazionale di distributori di bevande con sede a Bergamo.  
Nel 2006 viene acquistato un altro storico stabilimento italiano in crisi, quello di Birra Pedavena, fondato nel 1897 dai fratelli Luciani e rilevato nel 1974 da Heineken: la multinazionale olandese aveva annunciato nel settembre 2004 la decisione di chiuderlo ed esattamente  un anno dopo viene prodotto l’ultimo goccio di birra.  La  mobilitazione nazional-popolare che ne segue (sindacati, politici e personaggi dello spettacolo) porta ad un lungo negoziato che si conclude nel gennaio del 2006, quando Birra Castello lo rileva. Mentre il marchio “Birra Castello” rimane confinato sugli scaffali della Grande Distribuzione, quello Pedavena viene anche indirizzato al canale Horeca (ristorazione, catering, hôtellerie): ai due si affianca poi il marchio “premium” di Birra Dolomiti. Con 130 dipendenti ed una produzione di un milione di ettolitri l’anno, il gruppo Castello è oggi il maggior produttore di birra “italiana”, se si escludono i marchi posseduti dalle multinazionali. 
Tre le birre attualmente commercializzate da Birra Castello: La Decisa (Lager 4.8%), La Forte (Strong Lager 6.7%) e L’Intensa una sorta di Dunkler Bock (6.7%): tutte le etichette sono state sottoposte ad un recente restyling assieme alle bottiglie, ideate da Giugiaro Design. 
Nel bicchiere oggi c’è "L’Intensa", che prima del cambio di etichetta e bottiglia, era semplicemente “Intensa”.
Colore ambrato carico con venature rossastre, perfettamente limpido: la schiuma ocra è cremosa, compatta ed ha una buona persistenza. Al naso c’è una discreta intensità fatta di ciliegia e prugna sciroppata, caramello, frutti rossi e pane nero: domina il dolce, ma i profumi sono un po' troppo artificiosi e ricordano quelli sciroppi zuccherati che accompagnano la frutta in scatola. Non male la sensazione palatale, con una birra dal corpo medio che scorre bene senza scivolare – almeno inizialmente - nell’acquoso: le poche bollicine contribuiscono a renderla morbida. Il gusto è praticamente una fotocopia dell’aroma: l’attacco è deciso e piuttosto dolce e zuccherino ricordando di nuovo lo sciroppo di prugna, ciliegia e mirtillo. Progressivamente l’intensità va poi a calare sempre di più lasciando emergere note di pane nero e, a fine corsa, un timido amaro tra il terroso e l’erbaceo che si porta dietro una leggera ma fastidiosa presenza di cartone bagnato. 
Nel complesso la bevuta risulta un po’ stucchevole e penalizzata da quella fastidiosa sensazione di sciroppo dolce che non la rende né rinfrescante nei mesi estivi né riscaldante in quelli invernali; l’intensità (Intensa)  c’è almeno  all’inizio, peccato che la birra poi termini corta, un po’ annacquata e priva di qualsiasi "warming" etilico.
Ad ogni modo, il mezzo litro si trova indicativamente a 1,75 Euro: personalmente l'ho trovata vicino alla soglia della sufficienza. Siamo ancora lontani dal livello di una Forst Sixtus, tanto per prendere una birra più o meno paragonabile, ma nei supermercati (e non) si trova senz'altro di peggio e spesso ad un costo anche più elevato. 
Formato: 50 cl, alc. 6.7%, lotto SL 246410, scad. 01/2016.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 28 giugno 2014

L'Artigianale al discount: Arcana Golden Ale, Italian Amber Ale, IPA Italian Pale Ale

Oggi sarò un po' più lungo del solito, e non sarà una semplice "bevuta", ma tre.
La cosiddetta “birra artigianale”  è cara ? Se al bancone di un bar o al tavolo di una birreria il prezzo di una “pinta d’artigianale” e di una “industriale” sono abbastanza simili,  la differenza del prezzo in bottiglia, che sia negozio o supermercato, è davvero evidente. La “fantozziana”  Peroni ghiacciata da 66 cl. viaggia alla media (grande distribuzione) di 2 euro al litro e dintorni;  i supermercati offrono sempre più spesso anche una piccola selezione di “artigianali", e nella migliore delle ipotesi ve la caverete con 7-8  Euro al litro. Ma il prezzo col quale dovrete normalmente fare i conti per l’acquisto di “birra artigianale”, tra beershop, enoteche e rivenditori vari, nella maggioranza delle ipotesi, è tra i 10 ed i 15 Euro al litro, con qualche escursione verso i 20 Euro ed oltre per alcune birre “speciali” o particolarmente elaborate. 
Nessuno si sogna di paragonare il gusto di un’artigianale ben fatta (perché può capitarvi di pagare 7-10 Euro anche per una bottiglia di “porcheria artigianale”, sia chiaro) con quello di un’industriale filtrata, pastorizzata e sempre uguale a se stessa.  E credo che tutti siano disposti a pagare “di più” per bere un prodotto di qualità. Resta da capire se la differenza (x4, x5, x6 etc etc)  sia giustificata o no.  C’è chi sostiene di si  e c’è chi sostiene di no: del resto, se negli ultimi anni sono spuntati birrifici e beerfirm come funghi (oltre 700, al momento) e se anche diverse aziende vinicole o distributrici di bevande hanno commissionato a qualche birrificio una birra artigianale da vendere poi con il proprio nome, evidentemente è una fetta di mercato che  “tira” e nella quale ci sono buoni margini di profitto e buone prospettive di ulteriore crescita, tanto che alcuni microbirrifici  si sono già ingranditi ed altri si stanno ingrandendo. Chiariamo subito che io sto parlando del prezzo che paga il consumatore finale; può darsi che gran parte della fetta di margine se la mangino distributori e rivenditori, ed i produttori debbano accontentarsi delle briciole: non ho dati in mano per lanciare "accuse" o proclami. Al tempo stesso si parla da tempo di "birra artigianale" come di una "bolla" destinata presto ad esplodere e a portarsi via i meno meritevoli o i meno bravi a vendersi: può darsi, ma ciò non è ancora successo.
E’ da quando m’interesso di  “birra artigianale” che sento dire che i prezzi sono destinati a scendere, grazie all’aumento dei volumi di produzione, ai gruppi di acquisto che i microbirrifici avrebbero formato, all’ammortamento degli investimenti iniziali. Non mi pare che ciò sia ancora accaduto; anzi, sono arrivate le birre “one shot”, le collaborative e le barricate, che hanno spesso fatto alzare l’asticella del prezzo - e dei margini ? - ancora un po’. E lo Stato Italiano ha fatto la sua parte, con IVA  ed accise: ma questa è un'altra storia.
Siamo in estate, e immaginate di dover fare una grigliata all’aperto con alcuni amici, magari guardando assieme una partita dei mondiali di calcio, anche se la  Nazionale ha già fatto le valigie. Immaginate di voler accompagnare il tutto con della buona birra, dissetante e facile da bere. Diciamo che per l’occasione vi servirebbero una dozzina di “trentatrè centilitri”.  Al costo medio di 4,00 Euro a bottiglia, vi servono praticamente 50 Euro per dodici “artigianali”, gustose, profumate, dissetanti: l’esborso economico è notevole, direi quasi insostenibile.  Orientatevi su 12 bottiglie o lattine industriali, o da “discount”, e ve la cavate con meno di una decina di euro. Possibile quindi che non ci siano alternative all'industriale ghiacciata et similia   per queste occasioni, o da mettere nel frigo portatile per una giornata al mare o in montagna? La “birra artigianale” a causa del suo costo rimane rilegata ad una forma di bevuta "molto" responsabile, che consiste nel potersi concedere al massimo un paio di bottigliette nel corso di una serata?
Da qualche tempo sono apparse in un noto discount (tedesco), alcune bottiglie di "birra artigianale", commissionate dalla Target 2000 di Riccione (rappresentante e distributore di birre per la GDO) e prodotte dal birrificio Amarcord di Apecchio (PU). Non è una novità: da diversi anni Target 2000 distribuisce in altri discount la gamma Lucilla (La Bionda e La Rossa), anche questa etichettata come "birra artigianale". Ma c'è un'importante differenza: mentre le Lucilla sono una generica "bionda" ed una "rossa", stavolta si fa chiaramente riferimento a degli stili, a delle conoscenze che solo chi ha un certo livello di conoscenza/cultura birraria può cogliere. In etichetta non si fa solo riferimento al colore dei capelli di una ragazza chiamata Lucilla, ma si parla di "Golden Ale",  "Amber Ale, "Pale Ale"; ammetto serenamente che non sarei stato in grado di capire queste etichette una decina di anni fa, e mi sarei sicuramente orientato all'acquisto di una semplice "bionda".  Ciò non toglie che anche chi di birra non sa nulla arrivi ad acquistarle casualmente, magari perché gli piace l'etichetta (mai sottovalutare l'influenza dell'aspetto estetico); ma chi l'ha commercializzata ha chiaramente voluto indirizzarsi per lo meno ad un "bevitore erectus", che abbia una minima cultura birraria.
Ma la cosa più interessante, di queste tre birre, è senza dubbio il prezzo: siamo intorno ai 4.50 Euro al litro.. non alla bottiglia da 33 cl. ! Prezzo basso e birra artigianale buona, servirebbero 18 Euro per comprare la dozzina di bottiglie di cui sopra. E' finalmente possibile sdoganare la "birra buona" (artigianale) e renderla un prodotto anche "popolare" da bere in grandi quantità senza doversi prosciugare il portafoglio e senza doverla far ruotare nei Teku? Vediamo allora come sono queste tre birre "artigianali" del discount.
La Golden Ale (5.8%) si chiama Arcana ed è dorata e limpida; bella la "testa" di schiuma che forma, bianca e cremosa, anche se poco persistente. L'aroma è abbastanza dimesso: qualche lieve sentore di miele, pane e di agrumi, diacetile. Lo stesso scenario viene riproposto anche in bocca: poca intensità, note di pane e di crackers, miele, qualche ricordo di agrumi, una lievissima nota metallica ma soprattutto una netta presenza di diacetile che "imburra" tutto il palato lasciandolo abbastanza appiccicoso. Finisce abboccato, con una presenza amaricante quasi impercettibile; è leggera e dalla carbonazione medio-bassa, ma purtroppo delude in quella che dovrebbe essere una delle sue caratteristiche principali, citando le linee guida del BJCP  ("drinkability is a critical component of the style") o del Camra. Non riesce né a  dissetare, né a rinfrescare, lasciando la bocca impastata dopo ogni sorso. Meglio berla abbastanza fredda (5-6°) per limitare un po' l'effetto diacetile. Peccato.
Passiamo alla Italian Amber Ale (5.2%), che fa un ulteriore passo in avanti verso chi "conosce" la birra; nel retro etichetta sono infatti riportati gli ingredienti. Malti Pilsner, Caramel Dark, Aromatic e Chocolate; luppoli Magnum, Willamette e Centennial, con dry-hopping di Galaxy e Cascade. Il colore è ambrato, anch'esso limpido, e la schiuma biancastra, abbastanza fine e cremosa, ha una discreta persistenza. Il naso evidenzia una notevole sstanchezza, con profumi molto poco freschi: caramello, marmellata d'agrumi, qualche nota metallica. Ovviamente anche in bocca questa Amber Ale è tutt'altro che fragrante, ma c'è invece una buona intensità; caramello, marmellata d'agrumi, un po' di metallo, qualche nota di biscotto e terrosa. Anche qui diacetile, ma abbastanza lieve e tutto sommato sopportabile, con un finale poco secco ma un retrogusto amaro abbastanza intenso (anche se non particolarmente elegante) tra il vegetale ed il terroso. Il corpo è tra il medio ed il leggero, poche bollicine, consistenza acquosa ma la bevuta risulta un po' pesante. Gli elementi giusti ci sarebbero, la birra ti fa persino fare il ruttino al "Cascade", ma la poca fragranza ne penalizza la bevuta.
Chiudo con la IPA, volutamente ambigua: si tratta di una IPA italiana, o di una Pale Ale Italiana?  Pilsner, Vienna e Caramel Dark i malti; Magnum, Chinook, Centennial ed Ahtanum i luppoli, con lo stesso dry-hopping (Cascade e Galaxy) della "Amber". Dorata e limpida, bene la schiuma: fine e cremosa, dalla buona persistenza. Discreta intensità al naso (marmellata di agrumi, pompelmo, frutti di bosco rossi, resina) ma molta poca freschezza. L'ingresso in bocca non è molto pulito; il gusto parla di marmellata d'agrumi, lieve caramello, biscotto al burro, con un'accelerazione amara che a metà bevuta porta resina e pompelmo.  L'intensità è buona, latita invece l'eleganza ed il lungo finale amaro risulta alla fine abbastanza sgraziato e poco gradevole. Poco secca, lieve presenza di metallico e di diacetile, ha corpo e carbonazione media, ma risulta anche lei un po' "pesante" in bocca come la sorella ambrata.
Sono tre birre abbastanza stanche, bel lontane dall'essere fragranti e profumate; non è impressa la data d'imbottigliamento, quindi non conosco la loro "età".  E può anche darsi che ci sia la colpa di uno stoccaggio non proprio ottimale, magari a temperature elevate, che ha dato il colpo di grazia a delle birre molto più luppolate (e quindi più delicate) di quelle che normalmente i discount tengono in magazzino. Bisognerebbe aver l'occasione di provarle appena imbottigliata, per fare la controprova. Dopo tutto, trovo la loro (non) freschezza non molto diversa da molte birre luppolate che vengono importate dagli Stati Uniti, arrivano sugli scaffali italiani spesso bollite e stanche, e vengono vendute a tutt'altro prezzo. Il confronto con una birra "artigianale/di qualità", fresca ed in forma, è invece ancora improponibile.
Il prezzo (discount) rimane la loro vera attrattiva, che potrebbe far passare sopra anche ai loro difetti; se le trovassi per lo meno "fresche", credo che non avrei alcun dubbio nel ripetere l'acquisto per le occasioni in cui ho bisogno di acquistare 6-7 birre da bere senza fronzoli e senza svuotare il portafoglio.
Personalmente "voglio già bene" a queste birre, e spero che col tempo si riescano a migliorare dal punto di vista qualitativo per poter dare ai birrofili italiani quello che ancora manca e che è invece possibile in moltissimi altri paesi. Riuscissero poi anche a  portarle dentro ad una lattina, sarebbe perfetto.
C'è bisogno della "confezione da sei" a 10-12 Euro, da portare in spiaggia o alle grigliate senza dover spendere 25-20 Euro; vanno bene tutte le altre "artigianali", vanno bene le birra al mosto d'uva e le barricate, ma c'è (soprattutto) bisogno di qualche birra "da battaglia" che non deve necessariamente essere un blanda lattina di birra industriale. E se a Bolzano ci riescono già, possibile che in tutto il resto d'Italia rimanga ancora un'utopia?
Arcana: formato 50 cl., alc. 5.8%, lotto 1071402, scad. 17/07/2015, pagata 1,79 Euro
Italian Amber Ale: formato 33 cl., alc. 5.2%, IBU 30, lotto 1191401, scad. 29/05/2015, pagata 1.49 Euro
Italian Pale Ale: formato 33 cl., alc. 6.1%, IBU 40, lotto 1201401, scad. 01/08/2015, pagata 1,49 Euro
Tutte al discount, Italia.

mercoledì 28 novembre 2012

L'artigianale al discount: Birra Lucilla La Rossa

Esattamente tre anni fa, il 27 Novembre 2009, scrivevamo le nostre impressioni sulla birra Lucilla; il post è a tutt'oggi il più visto di tutto il blog, con 3642 visualizzazioni e 32 commenti, molto discordanti tra loro. Abbiamo deciso di celebrare il terzo anniversario di quel giorno ritornando sul "luogo del crimine", e stappando una nuova bottiglia di Lucilla, che nel frattempo ha subito un restyling di etichetta ed è diventata "Lucilla La Rossa" crescendo anche in percentuale alcolica. A causa della mancanza d'informazioni in etichetta a quel tempo sbagliammo il bicchiere di degustazione; non ricordo se tirammo ad indovinare o se trovammo qualche riscontro in internet, ma ipotizzammo si trattasse di una alta fermentazione ("ale in stile belga", sic) ed optammo per un calice tipo abbazia. Le note in etichetta continuano ad essere scarse, ma dalle informazioni reperite dovrebbe trattarsi di una bassa fermentazione, stile bock o, vista la gradazione alcolica (8%) doppelbock. Visto che la Lucilla di tre anni fa era ferma al 6.5%, supponiamo che la ricetta sia rivisitata. Festeggiamo dunque il terzo anniversario del post più visto di questo blog versando Lucilla in un bicchiere consono. L'aspetto è molto invitante: ambrato carico, praticamente limpido; schiuma ocra, fine, quasi pannosa, dalla buona persistenza. L'aroma è già molto meno accattivante: c'è poca intensità e poca pulizia. Emergono esteri fruttati, note terrose, sentori di lieviti poco eleganti. Il gusto non si discosta molto: anche qui poca intensità, per un birra dal buon contenuto alcolico che risulta da un lato facile da bere, dall'altro troppo sfuggente con un corpo medio-leggero ed una consistenza watery. Troviamo note di caramello e (poca) frutta sotto spirito; birra dolce, che finisce lasciando un po' il palato appiccicoso ed un retrogusto corto di frutta sotto spirito, con una leggerissima nota amaricante che rimanda al tostato, con poca eleganza. Man mano che la birra raggiunge la temperatura ambiente c'è anche un lievissimo tepore etilico. L'etichetta come dicevamo non offre informazioni sul prodotto, ma è a suo modo molto esplicativa di quello che c'è nel bicchiere: una rossa (di colore) birra "doppio malto", che nell'immaginario del bevitore "erectus" identifica una birra leggermente dolce, dal contenuto alcolico abbastanza sostenuto. E questo è esattamente Lucilla, senza grandi difetti o "off flavors". Reperibile soprattutto attraverso i discount italiani, ha un prezzo "artigianale" basso, visto che siamo sui 4 Euro al litro; dovessimo anche dare priorità a questo  (lasciando in secondo piano aroma e gusto, visto che non offrono molto), rammentiamo l'esistenza di altre birre "quasi" industriali che con poca differenza di prezzo (in più e in meno), rappresentano esempi nettamente più appetibili di "rossa italica doppio malto". Non le beviamo da un po' ma ricordiamo la Sixtus della Forst, la Peroni Gran Riserva, la Moretti La Rossa. Chi è avvezzo alla birre da supermercato troverà quindi questa Lucilla un discreto prodotto che non si discosterà molto dalle abitudini del suo palato; chi in invece ha già fatto un percorso più o meno lungo con le birre "di qualità" (omettiamo volutamente la parola "artigianale", che non significa necessariamente "buona") ci  troverà dentro molto poco. In conclusione: siamo affezionati a Lucilla perché è il post più letto di questo blog, ma proprio non riusciamo a farcela piacere. Formato: 50 cl., alc. 8%, lotto 0481201, scad. 17/08/2013, prezzo 1.99 Euro.

venerdì 27 novembre 2009

L'artigianale al discount: Lucilla Birra Artigianale Rossa


Abbiamo trovato pochissime informazioni riguardante questa birra artigianale (?) Lucilla reperibile in diversi supermercati in versione rossa e bionda. Le note sull’etichetta rimandano ad una produzione ed imbottigliamento negli stabilimenti di San Marino e Pesaro che corrisponderebbero a quelli della birra Amarcord. Anche le similitudini di etichetta ed art work sono evidenti. Possiamo dunque ipotizzare che si tratti di un prodotto Amarcord “low cost” (ma non troppo, se comparato alla linea di prodotti principale) distribuito con nome diverso. Lucilla è una ale in stile belga a doppio malto, con gradazione alcolica 6.5%; si dovrebbe confrontare con “La Putena”, analogo prodotto distribuito a marchio Amarcord. Colore rame, chiara, di corpo un po' troppo leggero ed acquoso. Aroma e gusto sono dominati dal caramello e dal malto tostato, bassa carbonazione. Forse leggermente migliore di una birra standard da supermercato. A parte questo, niente di entusiasmante.

Ops.. we did it again:  clicca qui per Lucilla La Rossa, bevuta tre anni dopo, novembre 2012 !