mercoledì 13 gennaio 2021

Tutto quello che inizia ha una fine. Tutto quello che finisce ha avuto un inizio da qualche parte.

Una perfetta Tmavy Lezák 
a Praga, 2010
No, non è il nome di una birra, anche se pensando alle stravaganti scelte fatte da Evil Twin,  ora birrificio a New York, potrebbe benissimo esserlo. Non rammento esattamente quando è nato il blog Unabirralgiorno: l’archivio attuale su blogspot arriva sono all’ottobre del 2009 ma l’avventura era partita un po' prima, nel 2008. Ricordo con certezza che il primo post,  poi cancellato, fu sulla Birra Magalotti un marchio storico italiano riesumato da un distributore nazionale e fatto produrre in Austria: non un buon inizio, insomma. Avrei voluto riberla per l’occasione ma non sono riuscito a trovarla.
Nel 2008 la birra artigianale italiana esisteva già da una decina d’anni (nel 1996 aprirono le porte Birrificio Italiano, Le Baladin, Beba, Turbacci e Mastro Birraio) ma io l'avevo incontrata solo sporadicamente in qualche fiera gastronomica senza peraltro contestualizzarla: per me era solo birra, una bevanda che mi è sempre piaciuta,  anche se era industriale. A cavallo tra gli anni ’80 e ’90 il massimo dell’eccentricità era per me bere una Weiss o una Guinness, trovare la rossa McFarland o la Foster’s alla spina, qualche Leffe in bottiglia. Collezionavo etichette, probabile evoluzione di qualche  precedente disturbo da accumulo in età pre-adolescenziale: biglie di vetro, tappi a corona, figurine Panini e, più avanti, dischi musicali.  

Una mia tipica valigia di ritorno
da una vacanza
Ero quindi spinto dalla curiosità di provare sempre una birra nuova, quella che non avevo ancora bevuto: ogni vacanza divenne per me occasione di provare birre diverse e di tornare con il baule della macchina carico di bottiglie. 
Nel frattempo la birra artigianale si stava pian piano diffondendo e l'incontravo sulla mia strada sempre più di frequente. Mi si apriva un nuovo mondo disapori, quelli che poco tempo prima non ero stato in grado di apprezzare: ricordo ancora la reazione disgustata nel bere la mia prima IPA a New York nel 2007. 
Quando aprii Unabirralgiorno non sapevo nulla sulla cosiddetta degustazione (termine che ancora oggi non amo) della birra, anche se ero un appassionato bevitore: il mio intento - oltre all’inevitabile narcisismo - era realizzare una semplice raccolta d'immagini.  Le mie conoscenze sensoriali sulla birra non andavano al di là del dolce/amaro o del  “sapore di malto” e quindi andai soprattutto alla ricerca di notizie storiche sul birrificio e sulla birra che mi accingevo a fotografare. I post più vecchi del 2009 ancora presenti su Unabirralgiorno sono solo fotografie: ho da tempo rimosso gli scritti, troppo imbarazzanti anche per la mia autoironia o per il mio black humor. 

Un normale giorno d'estate
nelle Fiandre, 2015.
Westvleteren 6, la session
beer perfetta.
La mia voglia di conoscere la birra aumentava ed internet era un alleato prezioso. Iniziai a spulciare gli archivi del vivace
Newsgroup It.Hobby.Birra sul quale scrivevano molti homebrewers diventati poi grandi birrai e soprattutto il forum di MoBi., vera e propria palestra formativa; purtroppo l’archivio storico del forum non è oggi più disponibile e non posso linkarvelo. Ero particolarmente terrorizzato dalla sezione “L’angolo della vergogna” nella quale venivano affondate vere e proprie coltellate nei confronti di birre poco riuscite (cit. “fogna di calcutta”), bloggers impreparati e birrifici imprudenti.  Era il periodo dei cosiddetti “sceriffi del web”:  Luigi Schigi D'Amelio, che non era ancora il birraio di Extraomnes, e Stefano Ricci erano implacabili nel punire chiunque avesse sbandierato inesattezze e la paura di finire un giorno in quella sezione mi spinse ad essere prudente e preciso, a verificare le informazioni e ad evitare di fare premature dissertazioni sulle cause dei difetti di una birra, anche se mi era evidente che ci fosse qualcosa che non andava. In quegli anni la birra artigianale italiana stava muovendo i primi passi, la costanza produttiva era per molti ancora un miraggio e non era affatto strano trovarsi tra le mani quelle che venivano definite bottiglie sfortunate. Più di una cavolata l’ho sicuramente scritta e se non sono finito nell’angolo della vergogna è probabilmente solo perché il blog non lo notava nessuno. 
Seguivo con grande interesse le trasmissioni della BQ TV , il canale televisivo di Paolo Polli, presidente dell’Associazione Degustatori Birra e ricordo ancora con emozione il mio primo Salone della Birra Artigianale e di Qualità a Milano. Non ho tuttavia mai voluto fare un vero e proprio corso di degustazione: un po’ per colpa della mia indole post-punk ho sempre preferito l’autoformazione alla teoria ed al nozionismo. E’ stato così anche in altri settori, come scrittura, musica e fotografia, con tutti i limiti che la mancanza di un fondamento tecnico/teorico comporta. Anche per questo ho sempre cercato di parlare di birra in termini semplici, comprensibili anche ai neofiti. Non mi è neppure mai interessato sviluppare o migliorare la parte grafica del blog: l'ho tenuto essenziale, rifiutando sempre l'inserimento di qualsiasi banner pubblicitario.

Anche sottozero... sole, birra
e sei in pole position!
Non posso negare l'importanza che hanno avuto siti come Ratebeer e Beer Advocate, oggi surclassati da Untappd: per molti anni mi sono stati alleati preziosi, le loro classifiche  hanno alimentato le mie liste dei desideri  e  ogni volta che bevevo una birra confrontavo le mie impressioni con quelle di altri utenti, alla ricerca di conferme sulle mie note gustative. Poi arrivò una manna dal cielo: il libro Tasting Beer di Randy Mosher, a quel tempo disponibile solo in inglese. 
Era il periodo in  cui mi entusiasmavo per la Elixir di Baladin, per la Reale di Birra del Borgo, per la Tipopilsla Zona Cesarini di Toccalmatto e  la Via Emilia del Ducato, giusto per citare le prime che mi vengono in mente. In questi dieci anni la birra artigianale italiana ha fatto dei cambiamenti impressionanti: è fortunatamente tramontata del tutto quell'idea della birra come alternativa al vino sulle tavole dei ristoranti ed è quasi scomparso l'odioso formato 75 centilitri.  La birra è tornata ad essere birra, anche se i prezzi sono purtroppo rimasti simili a quelli del vino. Ci siamo fortunatamente lasciati alle spalle il periodo degli ingredienti inusuali che tanto piacevano alla stampa italiana: la birra al tartufo, al basilico, al carciofo. In compenso abbiamo iniziato con le birre pastry e milkshake.

Birra con vista 1:  Ocean Beach a 
San Diego e Alesmith IPA, 2012.
Mancava giusto il sole.
Un'altra tappa fondamentale della mia formazione fu il Salone del Gusto di Torino del 2010. Il mio primo incontro consapevole con le birre acide in un laboratorio di Kuaska: sino ad allora le avevo assaggiate in autonomia ma non le avevo capite e ben mi guardavo dallo scriverne sul blog: per farlo ne ho dovuto bere molte altre ed ho scelto di aspettare
sino al 2013, quando mi sentivo un po' più confidente sull'argomento. E ancora oggi evito di parlare di quegli stili birrari che conosco solo marginalmente: consiglio che vorrei dare a tutti gli aspiranti beer-writer. Ma a quell'edizione del Salone del Gusto c'era anche un angolo di paradiso, almeno per me: lo stand dell'American Brewers Association. Per la prima volta potevo bere IPA americane fatte arrivare in perfetta forma, refrigerate: quello stand era sostanzialmente un bancone dietro al quale vi erano degli enormi frigoriferi. Mi fu consentito anche di portare a casa qualche bottiglia , mi diedero una enorme lista ma io non sapevo bene cosa scegliere, conoscevo pochissimi nomi, mi affidai ai loro: Ruination IPA, Lagunitas Hop Stoopid, Smuttynose IPA, Sculpin IPA,  Si raccomandarono di tenerle in frigorifero, ma io non capivo il perché. 

Birra con vista 2: Big Red Coq di Brewery Vivant 
Old Mission Peninsula, Michigan, 2017.
A quel tempo le IPA americane erano già di moda e in Italia se ne importavano molti esemplari, anche se arrivavano tutte con almeno quattro mesi di vita sulle spalle. Il frigorifero lo vedevano solo a casa del consumatore finale. Erano inevitabilmente scariche, ossidate, spesso prive di quella meravigliosa componente fruttata che doveva contrastare l'intenso amaro resinoso. A noi comunque piacevano e le prime IPA italiane si ispirarono proprio a quelle "vecchie" bottiglie: drammaticamente ambrate, caratterizzate da un bel caramellone dolce subito incalzato da un violento amaro resinoso. Bere quelle IPA fresche al Salone del Gusto fu per me una sconvolgente rivelazione sensoriale ed un punto di non ritorno: dovevo assolutamente pianificare una vacanza negli Stati Uniti.


Birra con vista 3: i tetti di Lille e Lager
di Kronenbourg.

Nel 2011 i blog birrari in Italia erano diventati più numerosi,
con tutti i pregi e i difetti del caso. Io leggevo avidamente i post quotidiani di Cronache di Birra, la cui sezione commenti era in quegli anni un affollato luogo di scambio di idee e polemiche; ammiravo i racconti di Mattia Simoni (oggi publican nel suo Birrlandina) su Pinta Perfetta, le ricostruzioni storiche di Marco Pion, ma tra le mie letture non posso non dimenticare The Hoppy Hour di Alessio Leone  (Byvolume) e  Losing Hope Growing Hops di Eric Novielli (oggi beerwriter su riviste di settore e beergeek nazionale) che già allora mi faceva venire l’acquolina in bocca raccontando birre mostruose come la BORIS The Crusher di Hopping Frog.  La reperibilità di birre sul nostro territorio è ormai vastissima, ma dieci anni fa un vero appassionato avrebbe probabilmente scambiato un rene per delle birre che oggi si trovano sugli scaffali del supermercato, come la Centennial IPA di Founders, le IPA di Avery, Oskar Blues e Lagunitas.

Brasserie Cantillon, 2015
Ma devo ricordare soprattutto il blog di
Inbirrerya  tenuto da Alberto Laschi, vera e propria fonte d’ispirazione, il giusto mix tra notizie storiche sulla birra e note di degustazione: bevevo e leggevo i suoi scritti cercando conferma dei miei appunti di bevuta.  Decisi che Unabirralgiorno doveva assolutamente prendere quella direzione e mi piace pensare d’aver un po’ colmato il vuoto provocato dalla chiusura improvvisa di quel blog avvenuta nel 2013, se non erro.  Nel 2012 la maggior parte dei partecipanti al forum di Mo.Bi. traslocava su Il Barbiere della Birra: io iniziavo a sentirmi un po' più sicuro di quel poco che  sapevo sulla birra ed iniziai a partecipare alle discussioni. Nell'estate dello stesso anno mi recai in California: la birra riuscì a farmi innamorare di una nazione e di una cultura che avevo sempre considerato "inferiore" rispetto alla tradizione Europea. Mi riferisco sopratutto all'Ovest degli Stati Uniti: i suoi sconfinati spazi aperti, i suoi deserti e i suoi canyon furono per un misantropo come me una vera rivelazione, potevi vagare per ore senza quasi incontrare un anima viva. Il tutto accompagnato da luppolo fresco, IPA dorate (e non ambrate!) come il sole della California del Sud: ricordo ancora come fosse ieri l'emozione di scorgere una bottiglia di Pliny The Elder in un food store a San Diego: era la birra che avevo sempre sognato di bere. 
Mi soffermo volutamente sugli Stati Uniti perché dopo tutto sono la nazione che ha dato il via alla Craft Beer Revolution che  si è poi espansa in quasi tutti gli altri paesi. Che vi piacciano o no, le American IPA hanno cambiato per sempre la birra, arrivando a contaminare anche tradizioni birrarie secolari come quella belga, tedesca o inglese: quanti birrifici vi sono nel Regno Unito che ancora oggi  producono una English IPA?

Birra con vista 4: Dogfish Head 
90 Minutes IPA nella Monument 
Valley, 2012.
Non ho mai fatto molto caso alle statistiche della piattaforma Blogspot di Google ma è a partire dal 2013 che Unabirralgiorno ha iniziato ad avere una discreta visibilità, con una fase di crescita lenta ma costante. In quell'anno le visualizzazioni mensili delle pagine iniziarono a raggiungere quota 15.000 per poi superare 30.000 alla metà del 2016 e arrivare a 50.000 nel 2017, anno record. Nel 2018 si stabilizzarono tra le 30 e le 40.000 e nel 2019, anche a causa della ridotta frequenza dei post, sono scese a quota 25.000. L'anno che si è appena concluso ha visto una media di circa 500 visualizzazioni al giorno, ma se prendo in considerazione solo i nuovi post noto che sono visti/letti da solo 150 persone di media: nel 2018 venivano visualizzati da una media di circa 700-800 persone. Del resto su Unabirralgiorno ogni birra viene presentata solamente una volta, tranne pochissime eccezioni: dopo aver passato in rassegna tutti i classici è inevitabile finire a parlare di birre poco conosciute alla gente e poco interessanti. Le dinamiche attuali del mercato della birra artigianale che procede a ritmo di
one-shot e birre che spesso non vengono mai replicate non aiuta: che senso ha parlare di una birra che dopo qualche settimana nessuno sarà in grado di reperire sul mercato?  Io stesso ammetto di non leggere quasi più nessun blog.

Eat local, drink local:  Deep Dish pizza
e Daisy Cutter Pale Ale. Chicago, 2017.

Lo strumento blog è già obsoleto da tempo, sostituito prima da Facebook e poi da altri social network che mettono le parole ancora più nelle retrovie rispetto alle immagini, come Instagram. Non a caso un tempo i birrifici mandavano birre da assaggiare ai bloggers, oggi le vedo sopratutto arrivare a ragazzi e ragazze su Instagram che le stappano e si filmano  senza spesso proferire una sola parola sulla birra. 

Clam chowder e Red Trolley Ale. 
San Francisco, 2014
Negli ultimi anni ho scritto questo post nella mia mente più di una volta. Segno che dopo dodici anni di Unabirralgiorno è il momento di staccare la spina; stanchezza da parte di chi legge e anche da parte di chi scrive. Da un po' di tempo ho provato a ridurre il numero dei post privilegiando la "qualità" alla quantità ma non è servito a molto. Amo ancora la birra, la bevo quotidianamente ma la mia passione nei suoi confronti si è un po' raffreddata: ho sempre meno voglia di correre dietro all'ultima novità e di dover spendere quasi 18 euro al litro per bere una semplice IPA. Non ho più quella passione necessaria a farmi acquistare a quei prezzi delle cosiddette
birre quotidiane: le alternative per fortuna non mancano. Ma ho sopratutto voglia di bere con il bicchiere in mano lasciando da parte la penna e la scheda per le note di degustazione. Di bere una birra quando mi va di berla, senza dover rimandare perché pubblicarla sul blog avrebbe significato una mole di lavoro troppo onerosa nei giorni successivi. 

Russian River Brewing Company, 2014.
Ringrazio tutti i lettori che mi hanno seguito in questo percorso: spero di aver lasciato loro qualcosa e sopratutto di aver convertito neofiti appassionati alla birra "buona", che sia artigianale o no. E di essere riuscito a farli appassionare a questa splendida bevanda, a fargli scoprire magari qualche ottima birra che prima non conoscevano, com'era accaduto a me oltre dieci anni fa. Ringrazio tutti gli altri blogger, gli "sceriffi" e i forumisti che ho citato in precedenza e che ho virtualmente incontrato in tutti questi anni; tutti loro hanno contribuito, involontariamente, alla redazione delle pagine di Unabirralgiorno. Ringrazio tutti gli homebrewers che si sono fidati del mio umile parere e mi hanno mandato bottiglie da assaggiare: qualcuno di loro è oggi diventato un affermato birraio. Ringrazio infine mia moglie e mia figlia, anche se non leggeranno mai queste parole visto che la birra è l'ultimo dei loro pensieri: mi hanno sOpportato in ogni vacanza con improbabili deviazioni verso luoghi dove non c'era nulla d'interessante se non un birrificio o un beershop. 

Unabirralgiorno finisce qui. 
Rimarrà attiva la pagina Facebook, sulla quale probabilmente proseguirà una versione molto ridotta del blog (ne avete avuto sporadici assaggi in questi giorni), la relativa pagina Instagram e l'inevitabile account di Untappd.

Cheers,
Davide.

Deviazioni casuali verso luoghi privi di interesse turistico:
la vecchia taproom di Toppling Goliath, Iowa, 2017.