Visualizzazione post con etichetta Hammer - Italian Craft Beer. Mostra tutti i post
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lunedì 13 novembre 2017

Hammer Daarbulah 2016

A molti le parole “beergeek” e “beer-rating” non diranno granchè ma sono due fenomeni con i quali chi s’interessa alla birra artigianale deve avere a che fare, volente o nolente, sia che si tratti di un professionista che di un semplice bevitore. Il beer-rating è stato capace di decretare il successo di birrifici, di birre e di stili di birra e quindi di smuovere un po’ di soldoni, soprattutto nel mercato statunitense e in quello scandinavo.  
Le imperial stout sono tra le birre più amate e ricercate dai beergeeks e sono tra le birre che ottengono i voti più alti sui siti di beer-rating; fatevi un giro su Ratebeer, prendete un birrificio a caso e ordinate le sue birre per ordine di punteggio discendente. Nella maggioranza delle volte, se il birrificio produce un’imperial stout, quella birra sarà in cima alle preferenze; se non è un’imperial stout, sarà un’imperial IPA. A meno che il birrificio non produca birre acide. 
Sono soprattutto le imperial stout, meglio se invecchiate in botte, che generano le file davanti agli stand dei birrifici ai festival e che danno vita ad un mercato “secondario” nel quale i prezzi delle bottiglie impennano rapidamente. Difficilmente ad un festival troverete 50 persone in fila per un assaggio di una pils; difficilmente troverete beergeeks americani accampati fuori dal birrificio sin dalla notte per riuscire ad accaparrarsi un paio di bottiglie di una bock. E’ triste se ci pensate, ma così stanno le cose. 
E in Italia? Non è un mistero che gli italiani “preferiscono le bionde” e le birre scure (porter, stout, brown ales) non conquistano una grossa fetta di mercato all’interno della nicchia della birra artigianale; immagino che le imperial stout siano un’ulteriore “nicchia nella nicchia”.  E’ probabile che la scarsa domanda domestica non motivi i birrifici a lavorare e a sperimentare maggiormente in questo ambito: in molti si sono buttati a produrre le New England IPA, quasi nessuno (vado a memoria) ha mai tentato di produrre una  imperial stout densa e viscosa, magari invecchiandola in botti di bourbon. Una birra come BORIS The Crusher è ormai accessibile in Europa senza grosse difficoltà, basta ordinarla on-line: che nessuno abbia cercato non dico di clonarla, ma di fare qualcosa che potesse somigliarle? I maligni potrebbero dire che “non siamo semplicemente in grado di farle”.  Eppure le imperial stout ci sono in Italia  - alcune anche buone - ma non riescono ad arrivare al livello dei “mostri” americani o scandinavi, quelli per i quali la gente è disposta a fare la fila, quelli che generano “hype”.  Non dico che per essere buona un’imperial stout debba essere necessariamente “viscosa o catramosa” e non possa essere scorrevole come quelle di Samuel Smith o di The Kernel: dico solo che i beergeeks vanno in estasi per altro.  Il risultato è – giusto per fare un esempio – che nei festival europei più “cool”, come ad esempio Mikkeller Beer Celebration Copenhagen o Beavertown Extravaganza di birrifici italiani ne vengono invitati molti pochi, se non nessuno. 

Il birrificio Hammer rappresenta indubbiamente una delle eccellenze del panorama brassicolo italiano, soprattutto per quel che riguarda le birra luppolate: birre come Killer Queen, Wave Runner  e Mini non hanno nulla da invidiare alle analoghe produzioni di molti birrifici europei attorno ai quali si è generato parecchio hype, e farebbero ottima figura a qualsiasi festival del nostro continente.  E per quel che riguarda l’imperial stout? L’etichetta della Daarbulah è stata virtualmente presente sul sito di Hammer sin dal debutto avvenuto a maggio 2015, ma ci è voluto oltre un anno per vederla in una bottiglia: il suo debutto è infatti avvenuto solo a novembre del 2016.

La birra.
Niente da dire sul suo aspetto: il bicchiere si veste di un nero mantello sul quale si forma una bella testa di schiuma cremosa e compatta, dalla buona persistenza. L’aroma non è particolarmente intenso ma si avvertono ugualmente profumi di fruit cake e toffee, uvetta e prugna; in secondo piano caffè, lievi tostature, qualche nota di carne leggermente affumicata. Al palato non ci sono velleità edonistiche: si privilegia la scorrevolezza, con un corpo medio ed una consistenza leggera, né viscosa né oleosa. La bevuta mostra una buona intensità ma non rispetta gli elevati standard di pulizia che ho sempre trovato nelle birre di Hammer: c’è un generale carattere torrefatto, un po’ confuso, sostenuto dal dolce del caramello e della frutta sotto spirito. Suggestioni di liquirizia, caffè e cioccolato fanno ogni tanto capolino in una imperial stout bilanciata ma poco precisa: l’alcool è molto ben gestito e apporta quel calore atteso e necessario ad accompagnare le tostature e frutta sotto spirito nel finale di media durata. Una birra discreta ma piuttosto deludente, soprattutto se contestualizzata nella gamma di un birrificio che mi ha abituato a ben altri livelli: mi riferisco in primis alla pulizia ed alla definizione dei singoli elementi, ma in generale anche la Daarbulah si aggiunge alla lista delle imperial stout italiane non molto corpose e non molto viscose, da bere anziché da sorseggiare in tutta tranquillità. Ed è una scelta che va bene se il mercato di riferimento è quello nostrano, ma i grandi palcoscenici europei richiedono ben altro. 
Da quanto ho capito ho assaggiato una bottiglia del primo lotto di Daarbulah, al quale ne sono seguiti altri che hanno apportato alcuni correttivi: il prossimo weekend al Dark Fest organizzato da Hammer avrete invece l’occasione di assaggiare la Daarbulah 2.0, una versione più alcolica (10.5%) e corposa.  E prima o poi la troverete anche sulle pagine del blog.
Formato: 33 cl., alc. 9%, IBU 60, lotto 2798, imbott. 11/2016, scad. 30/11/2017.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 15 maggio 2017

Hammer Mini

E’ l’ultima nata in casa Hammer – Italian Craft Beer, il birrificio di Villa d’Adda (BG) operativo da maggio 2015 e guidato dalle mani del birraio Marco Valeriani: Mini, una Session IPA che arriva giusto in tempo per affrontare i mesi più caldi dell’anno. 
Non è una novità assoluta, visto che di Session IPA Hammer ne aveva già prodotte due, se non erro; qualche fusto era circolato nella primavera dello scorso anno come “Workpiece”, serie che racchiude birre occasionali e sperimentali che prodotte per ricevere un feedback dai bevitori al fine di valutare se farle poi entrare in produzione stabile con nome ed etichetta dedicate. Workpiece in inglese è il pezzo grezzo da lavorare sul quale si abbatte il martello (Hammer) del fabbro o gli attrezzi del centro di lavoro che danno poi origine al pezzo finito. Quella Session IPA (4.2%) era luppolata con Mosaic, Amarillo e Citra e fu seguita poco tempo dopo dalla Microwave, una nuova session IPA (4.5%) disponibile anche in bottiglia che utilizzava Simcoe ed Amarillo; per la stagione estiva 2017 la Microwave non è tornata ed ha lasciato il posto alla  nuova Mini, con un ABV leggermente inferiore (4.2%) ed un mix di luppoli che ricorda più quello della Workpiece: Mosaic e Citra. Ventilatore e chitarra sono i due elementi che s’inseriscono sulla tipica importazione grafica dell’etichette di Hammer:  birra come una folata che allieva la calura e birra per accompagnare le serate all’aperto assieme agli amici, magari con una chitarra in mano.

La birra.
L'estate è nel bicchiere: dorata, appena velata, ed una candida e compatta testa di schiuma cremosa che rivela un'ottima persistenza. L'aroma è valorizzato dalla freschezza della bottiglia (aprile 2017) e da quegli elevati standard di pulizia ed eleganza a quali il birrificio di Villa d’Adda ci ha aiutato. Domina la frutta, dal tropicale (ananas e mango) all'agrume, sopratutto arancia: in sottofondo c'è una leggerissima nota dank che emerge dal "fondo" del bicchiere a temperatura ambiente. Scorrevole e piacevolmente carbonata, la Mini di Hammer potrebbe sfuggirvi alla velocità di una vera session beer senza nessuna deriva acquosa. Al palato le proporzioni si ribaltano e ci sono più agrumi che frutta tropicale, fattore che aiuta ad incrementare la secchezza ed il potere dissetante di una birra la cui generosa luppolatura viene sostenuta da una leggerissima base maltata (crackers). L'amaro ha una bella crescita progressiva che sfocia in un finale di notevole intensità per una session beer nel quale la scorza d'agrume è protagonista con note erbacee e resinose a completare un bouquet molto elegante. Birra molto ben bilanciata tra frutta ed amaro, piaciona ma non ruffiana, bevibilità record come il "protocollo session" pretende. Livello alto, che la freschezza mette ulteriormente in risalto: "mini" di nome ma grande di fatto. 
Formato: 33 cl., alc. 4.2%, lotto 062C, imbott. 04/2017, scad. 31/10/2017, prezzo indicativo 4.00-4.50 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 29 marzo 2017

Hammer Deville

Workpiece è il nome dato dal birrificio Hammer ad una serie di birre occasionali/sperimentali che vengono prodotte di tanto in tanto. Workpiece in inglese è il pezzo grezzo da lavorare sul quale si abbatte il martello (Hammer) del fabbro o gli attrezzi del centro di lavoro che danno poi origine al pezzo finito.  
Sette sino ad ora le birre realizzate in quest’ottica: Imperial IPA, American Wheat , Hoppy Saison, Imperial Dark Ale, Keller Pils,  Pacific IPA  e Session IPA : di queste la Pacific IPA è stata la prima ad entrare poi in produzione regolare con il nuovo nome di Koral, seguita dalla Session IPA che se non erro è diventata Microwave.
L’ultima a trasformarsi da “pezzo grezzo” a "finito" è stata la Hoppy Saison, che dalla fine dello scorso gennaio è entrata ufficialmente in produzione regolare e continuativa con il nome di Deville. Non sono riuscito a trovare particolari motivazioni dietro al nome scelto, se non un riferimento all’omonima cittadine francese nel dipartimento delle Ardenne, confinante con quell’Hainaut belga dove le Saison nacquero, prodotte dai birrifici in inverno per dissetare i braccianti agricoli che lavoravano d’estate nei campi.  La birra era rinfrescante, fortificante e, soprattutto, più sicura dell’acqua, spesso fonte di possibili infezioni.  Ogni fattoria/birrificio aveva la propria ricetta e a quel tempo si faceva la birra con i cereali e le spezie che erano disponibili di volta in volta; sarebbe quindi più corretto parlare di “famiglia di birre” anziché di “stile”.

La birra.
Malto 100% pils, luppoli Hallertau Blanc, Citra, Saaz e Styrian Golding, lievito French Saison: questa la ricetta per una birra che non utilizza nessuna spezia ed affronta il non semplice compito di far convivere una generosissima luppolatura con l’espressività del lievito Saison. 
Il suo colore è un dorato un po’ pallido e leggermente velato, sormontato da un generoso cappello di schiuma candida, un po’ grossolana ma dalla buona persistenza. Al naso c’è quella “estate” che vorresti sempre trovare in una Saison: profumi floreali, una bella nota rustica di paglia, pepe bianco; l’asprezza degli agrumi (cedro e lime) è contrastata da un velo dolce che richiama la  polpa d’arancia, la pesca gialla e l’ananas, in secondo piano c’è anche un accenno di banana. Fresco e pulitissimo, l’aroma riesce a far convivere l’eleganza dei luppoli con quel carattere rustico che non dovrebbe mai mancare in una Saison. La sensazione palatale è pressoché perfetta:  vivaci bollicine, corpo medio-leggero, ottima scorrevolezza. L’intento di creare una Hoppy Saison  trova qualche difficoltà in più al palato, dove i luppoli dominano decisamente la scena mettendo un po’ in un angolo la Saison: il mio è un appunto puramente teorico perché la pratica – ovvero bere – dice che nel bicchiere c’è un’ottima birra.  Malti molto lievi (pane e crackers), un tocco dolce di tropicale e pesca gialla e poi la bevuta passa in mano agli agrumi, il cui amaro è il vero protagonista affiancato da quelle note terrose che, assieme a qualche spigolo un po’ ruvido (bollcine, speziatura del lievito) ci ricordano in fondo in fondo che stiamo pur sempre parlando di una Saison, anche se più ruffiana che rustica. 
Secchissima e molto pulita, attraversata da una delicata acidità, facilissima da bere, la Deville di Hammer non può non entrare tra le mie birre fondamentali per affrontare i mesi più caldi dell’anno: i luppoli e le IPA dominano ancora il mercato della cosiddetta birra artigianale, ma quando incontri “il Belgio luppolato fatto come si deve“ per quel che mi riguarda non c’è proprio partita.
Formato: 33 cl., alc. 5%, lotto 3548, imbott. 01/2017, scad. 31/07/2017, prezzo indicativo 4.50 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 10 gennaio 2017

Hammer Workpiece - Imperial Dark Ale

Ritorna sul blog un altro dei protagonisti in positivo dell’anno che ci ha appena salutato ovvero il birrificio Hammer - Italian Craft Beer di Villa d'Adda (BG) di proprietà della famiglia Brigati, titolare di un mollificio: è Fausto il membro della famiglia ad essere stato contagiato dalla passione per la buona birra e ad aver coinvolto nella costruzione di un birrificio anche il fratello Roberto ed il padre Angelo. 
In una superficie di 1300 metri quadrati, viene installato un impianto automatizzato da 20 hl. con sala cottura Flex-Bräu (EasyBrau), cinque fermentatori con serbatoi da 2500 litri ed una linea d'imbottigliamento a pressione isobarica. La scelta del birraio è caduta su Marco Valeriani, classe 1981, molto conosciuto tra i birrofili italiani per la sua precedente esperienza presso il Birrificio Menaresta ove ha realizzato alcune delle più interessanti IPA italiane (Verguenza e Due di Picche, ad esempio). 
Workpiece è il nome dato da Hammer ad una serie di birre occasionali/sperimentali che vengono prodotte di tanto in tanto. Workpiece in inglese è il pezzo grezzo da lavorare sul quale si abbatte il martello (Hammer) del fabbro o gli attrezzi del centro di lavoro che danno poi origine al pezzo finito. In quest’ottica sono state realizzate sino ad ora un’Imperial IPA, un’American Wheat , una Keller Pils,  una Session IPA e una Pacific IPA entrate poi in produzione regolare con il nuovo nome di Koral. 
L’ultima arrivata nella serie Workpiece è la Imperial Dark Ale, disponibile dallo scorso 28 ottobre 2016: secondo quanto dichiara il birrificio la birra è stata creata appositamente prima della realizzazione della imperial stout Daarbulah per verificare la capacità della sala cottura a reggere quantità enormi di malto. Potete chiamarla Imperial/Double Black IPA o Imperial Dark Ale, 8.7% ABV: la ricetta vede una “enorme quantità di malti scuri”, zucchero di canna ed un’abbondante luppolatura di Azacca, Citra, Simcoe e Amarillo.

La birra.
Poco più di due mesi di vita per una birra che colora il bicchiere di marrone scurissimo, quasi nero: la schiuma beige è cremosa e compatta e ha un’ottima persistenza. Pompelmo, qualche accenno tropicale di ananas e mango, aghi di pino e un lieve terroso formano un bouquet aromatico fresco e pulito, anche se non  tra i più intriganti che mi sia capitato di annusare.  L’abbondante luppolatura viene sostenuta al palato da leggerissime tostature e da un tocco caramellato: dopo un veloce passaggio di frutta tropicale che richiama l’aroma, la bevuta prende la strada dell’amaro e non l’abbandona più. Resina pungente, note terrose e di pompelmo completano un finale amaro molto intenso e potenziato da un discreto alcool warming, sino ad allora molto ben nascosto. La sensazione palatale, molto morbida e quasi delicata, è in sorprendente contrasto con l’intensità dell’amaro: ne risulta un mouthfeel gradevolissimo, con poche bollicine e una bella chiusura secca. 
Imperial Dark Ale o nella sostanza una birra che soddisfa chi ha voglia d’amaro: si punta dritto al sodo senza divagazioni, ornamenti o orpelli: ci sono pochi elementi in gioco ma molto ben disposti, con gli elevati standard di precisione e pulizia che contraddistinguono la produzione Hammer. 
Formato:  33 cl., alc. 8.7%, lotto 2608 del 10/2016, scad. 30/04/2017, prezzo indicativo 5.00/6.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 22 aprile 2016

Hammer Koral Pacific IPA

Workpiece è il nome dato dal birrificio Hammer ad una serie di birre occasionali/sperimentali che vengono prodotte di tanto in tanto. Workpiece in inglese è il pezzo grezzo da lavorare sul quale si abbatte il martello (Hammer) del fabbro o gli attrezzi del centro di lavoro che danno poi origine al pezzo finito. 
Cinque sino ad ora le birre realizzate in quest’ottica:  Imperial IPA, American Wheat , Keller Pils,  Pacific IPA  e Session IPA : di queste la Pacific IPA è stata la prima ad entrare poi in produzione regolare con il nuovo nome di Koral. Anche la ricetta è stata leggermente modificata: se non erro la Workpiece utilizzava Citra, Ella e Sorachi Ace mentre questa prima versione della Koral  prevede l’australiano Enigma, il giapponese Sorachi Ace e l’americano Mosaic. A memoria non ricordo di aver mai incontrato l’Enigma sino ad ora, una varietà concepita dalla Hop Products Australia che dopo essere stata utilizzata da alcuni birrifici australiani in via sperimentale è stata commercializzata su larga scala a partire dal 2015 grazie ai generosi raccolti provenienti dai luppoleti in Tasmania. Discende (non lo direste mai) da una varietà svizzera di Tettnang ed il produttore lo descrive come un luppolo particolarmente adatto al Dry o Late Hopping, chiamando in causa la  frutta tropicale, l'uva bianca, i lamponi ed il ribes rosso.


La birra.
La foto inganna un po', perché il suo colore è dorato e assieme all'azzurrino dell'etichetta trasporta idealmente su di un'assolata isola tropicale nelle cui acque cristalline di trovano le tartarughe, i pesci ed i coralli raffigurati in etichetta; si forma un perfetta schiuma bianca, cremosa e compatta, dall'ottima persistenza. 
Tropicaleggiante e piacione l'aroma la cui dolcezza trae immenso beneficio dalle poche settimane di vita di questa bottiglia: il frutto è pieno e fragrante, pungente. La macedonia include papaia, mango e passion fruit, ananas, melone retato; in sottofondo un ricordi di aghi di pino e una suggestione di lampone. Il gusto invece rimescola un po' le carte in gioco: il tropicale dell'aroma è ben presente ma meno sfrontato e bilanciato dagli agrumi, pompelmo in primis. La bevuta si libera dall'opulenza dell'aroma per correre snella e veloce, freschissima: ci pensa il finale amaro, nel quale la resina e la scorza degli agrumi vanno a braccetto, a ripulire definitivamente il palato ed accompagnarlo nella lunga ed intensa scia amaricante del retrogusto. IPA molto ben attenuata nella quale eleganza e pulizia sono a livelli estremamente alti sia al naso che al palato: alcool molto ben nascosto, bevuta amara a soddisfare le aspettative di chi ordina una IPA ma concepita con la ragione piuttosto che con l'asfaltatrice. Non è semplice costruire una birra attorno al fruttatone tropicale senza farla diventare stucchevole ma in questo caso la mano del birraio Marco Valeriani assieme alla freschezza della bottiglia sono riusciti nell'impresa. 
Formato: 33 cl., alc. 6.3%, lotto 033B, imbott. 03/2016, scad. 30/09/2016, 4.50 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 9 aprile 2016

Hammer Killer Queen

Nuovo appuntamento con Hammer di Villa d'Adda (BG) che ha aperto le porte nel maggio dello scorso anno e che dunque si appresta a festeggiare il primo compleanno. Li avevo incontrati per la prima volta in occasione della Wave Runner IPA poi seguita dalla Bulk Porter.  
Il birraio di Hammer Marco Valeriani non nasconde certo il suo amore per il luppolo, peraltro già espresso nelle ottime ricette elaborate durante la sua precedente esperienza al birrificio Menaresta; è qui che ha realizzato una delle birre di maggior successo, la Double IPA 22 La Verguenza.
A gennaio 2015, mese dell'annuncio della dipartita di Valeriani da Menaresta, molti appassionati birrofili italiani si saranno fatti qualche domanda sul futuro di questa birra; a più di un anno di distanza direi che è andato tutto per il meglio. La Verguenza continua ad essere prodotta da Menaresta e Valeriani, arrivato da Hammer, ha sfornato una nuova Double IPA. Killer Queen, questo il nome scelto di quello che è un omaggio musicale all'omonimo brano dei Queen, pubblicato nell'ottobre del 1974 ed estratto dal loro terzo album Sheer Heart Attack. Primo vero successo commerciale del gruppo (raggiunse il secondo posto nel Regno Unito ed il dodicesimo negli USA), il singolo fu scritto da Freddy Mercury in una notte, completato il giorno successivo e narra di una ragazza squillo d'alta classe che "beve Moët et Chandon e mangia caviale". Sull'etichetta della birra appaiono una ghigliottina, un riferimento alla (morte della) regina Maria Antonietta citata nel brano dei Queen ed una boccetta di profumo (a forma di luppolo) anch'esso incluso nel testo della canzone.

La birra.
Simcoe, Chinook, Centennial, Columbus, Citra ed Amarillo, questo il parterre di luppoli scelto per la Killer Queen che arriva nel bicchiere di un colore velato a metà strada tra il dorato e l'arancio; la schiuma bianca e cremosa non è particolarmente ampia e neppure molto persistente. La bottiglia ha poche settimane di vita e l'aroma ne riflette tutta la freschezza: dominano gli agrumi (limone, cedro, pompelmo) con qualche intermezzo dolce di polpa d'arancia e  frutta tropicale come ananas e mango. L'intensità non è esplosiva ma eleganza e soprattutto pulizia sono ineccepibili. Al palato risulta molto gradevole e morbida, con una carbonazione contenuta e un corpo medio; il gusto è speculare ai profumi: qui è la frutta tropicale a dominare, componendo una succosa e "ruffiana" macedonia di ananas, mango e papaia su una base maltata leggermente biscottata. L'amaro si fa un po' attendere, arrivando proprio a fine corsa con le sue note resinose intense ma non al punto da spostare la bevuta in quella direzione; il dolce del tropicale rimane sempre presente, bilanciato anche da una buona secchezza. L'alcool rimane sempre ben nascosto portando un lieve tepore solamente nel retrogusto, dove permane una leggera scia amara resinosa. Killer Queen è una Double IPA che si lascia bere abbastanza facilmente a dispetto della sua gradazione alcolica: l'abbondanza di frutta dolce tropicale la rende molto piaciona senza nessuna deriva "dolciona", soprattutto ora che la bottiglia è ancora molto fresca. Per il mio gusto personale le manca un pochino d'amaro, ma siamo comunque in presenza di una delle migliori rappresentanti italiane dello stile. 
Formato: 33 cl., alc. 8%, IBU 100+, lotto 036B, imbott. 03/2016, scad. 30/09/2016, 5.50 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 4 marzo 2016

Hammer Bulk Porter

Ritorna il birrificio Hammer - Italian Craft Beer, incontrato per la prima volta lo scorso giugno 2015 con una delle prime cotte prodotte della Wave Runner IPA. Hammer ha sede a Villa d'Adda (BG), ed è di proprietà della famiglia Brigati, da tempo titolare di un mollificio: è Fausto il membro della famiglia ad essere stato contagiato dalla passione per la buona birra e ad aver coinvolto nella costruzione di un birrificio anche il fratello Roberto ed il padre Angelo. Fausto ha alle spalle qualche esperienza di homebrewing ed un corso Unionbirrai sull'apertura di un birrificio: in una superficie di 1300 metri quadrati, viene installato un impianto automatizzato da 20 hl. con sala cottura Flex-Bräu (EasyBrau), cinque fermentatori con serbatoi da 2500 litri ed una linea d'imbottigliamento a pressione isobarica. In sala cottura troviamo Marco Valeriani, classe 1981, proveniente dal Birrificio Menaresta.
Hammer non ha ancora spento la prima candelina e la sua gamma si sta già ampliando: oltre alle birre “base” prodotte regolarmente,  come  Riverside (Pale Ale), Bulk (Porter), Asia (Blanche), Westfalia (Koelsch), Spring (Amber Ale), Wave Runner (IPA), Killer Queen (Double IPA), Black Queen (Black IPA) e Daarbulah (Imperial Stout), si aggiunta una serie “parallela” chiamata Workpiece comprendente una Imperial IPA , una Pacific IPA, una Session IPA ed una Keller Pils. 
Valeriani si è fatto conoscere in Italia per le sue ottime birre luppolate,  e per sfatare il cliché stappiamo oggi la Bulk Porter; la descrizione commerciale indica che è stata “prodotta con una miscela unica di malti torrefatti e caramellati, e con piccole dosi di malto affumicato e torbato”. 
Nel bicchiere è nera e forma appena un paio di dita scarse di schiuma beige scuro, cremosa e abbastanza fine ma non molto persistente.  Il naso è essenziale ma molto pulito e non privo di una certa finezza, soprattutto per quel che riguarda il caffè in chicchi che domina la scena, affiancato dai profumi di orzo ostato e caffè liquido. Il suo corpo medio e la carbonazione molto contenuta la rende morbida pur consentendole si scorrere con grande facilità: volendo essere proprio (ma proprio) pignoli mi sembra lievemente slegata tra gusto ed acqua, come sensazione tattile. L’intensità al palato è davvero notevole, ricca soprattutto di caffè e tostature, con qualche intermezzo di cioccolato amaro e una patina dolce, in sottofondo, di caramello. Anche il gusto è piuttosto semplice, con pochi elementi in gioco ma molto ben disposti, valorizzati da un ottimo livello di pulizia; la componente amara è molto importante, con tostature e caffè parzialmente stemperate ed alleggerite dall’acidità dei malti scuri.  Chiude coerente con un lungo retrogusto di caffè e tostature, impreziosito da sfumature di cioccolato amaro e torba.  Una (robusta) porter solida e molto caratterizzata dal caffè, pulita e molto intensa, di una precisione quasi chirurgica, forse un po' avara di emozioni ma capace di soddisfare completamente chi se la  trova nel bicchiere.
Formato: 33 cl., alc. 5.8%, IBU 45, lotto 281A, imbott. 10/2015, scad. 31/10/2016, 4.00 Euro (beershop, Italia)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 10 luglio 2015

Hammer Wave Runner IPA

Apre ufficialmente le sue porte al pubblico lo scorso 23 maggio, con la sua festa d'inaugurazione, il birrificio Hammer - Italian Craft Beer. Sede a Villa d'Adda (BG), Hammer è di proprietà della famiglia Brigati, da tempo titolare di un mollificio: è Fausto il membro della famiglia ad essere stato contagiato dalla passione per la buona birra e ad aver coinvolto nella costruzione di un birrificio anche il fratello Roberto ed il padre Angelo. 
Come racconta Birranotizie, Fausto ha alle spalle qualche esperienza di homebrewing ed un corso Unionbirrai sull'apertura di un birrificio: in una superficie di 1300 metri quadrati, viene installato un impianto automatizzato da 20 hl. con sala cottura Flex-Bräu (EasyBrau), cinque fermentatori con serbatoi da 2500 litri ed una linea d'imbottigliamento a pressione isobarica. Un investimento iniziale importante (le dimensioni sono paragonabili a quelle di Brewfist, Ducato e Toccalmatto) doveva vedere al timone qualcuno con una comprovata esperienza: la scelta del birraio cade su Marco Valeriani, classe 1981, che ha quindi lasciato dopo alcuni anni di fruttuosa collaborazione (Verguenza e Due di Picche, solo per citarne alcune) il Birrificio Menaresta.
Logo ed etichette vengono affidate allo studio italo-londinese ByVolume.net: Hammer parte con una gamma di birre già numerosa:  Riverside (Pale Ale), Workpiece (Session IPA), Bulk (Porter), Asia (Blanche), Westfalia (Koelsch), Spring (Amber Ale), Wave Runner (IPA), Killer Queen (Double IPA), Black Queen (Black IPA) e Daarbulah (Imperial Stout): soprattutto fusti, al momento, ma pian piano stanno arrivando anche le prime bottiglie. 
E' ovviamente difficile, per  chi ha apprezzato le birre realizzate altrove da Valeriani, non fare confronti con il suo "lascito" a Menaresta. Ma quello è il suo passato, ed ora parliamo di Hammer.
La Wave Runner IPA si presenta nel bicchiere di colore dorato leggermente pallido e lievemente velato; la bianca schiuma cremosa è fine e compatta ed ha un'ottima persistenza. Birra molto fresca, in bottiglia da poche settimane e aroma che ne trae giovamento: la buona intensità permette di assaporare i profumi di pompelmo, lime e limone, mandarino, con una leggerissima nota "dank" in sottofondo. Ottime pulizia ed eleganza, mentre qualche appunto si potrebbe forse muovere sulla composizione del bouquet che, almeno in questa bottiglia, risulta un po' monocorde (agrumi, agrumi, agrumi…). Perfetta al palato, con corpo medio, il giusto livello di bollicine e soprattutto una bella morbidezza che non ne limita la scorrevolezza. Il gusto ricalca quasi fedelmente l'aroma: su una leggera  base maltata (crackers, miele) c'è l'egemonia degli agrumi spezzata solo da qualche lieve ricordo di ananas. L'alcool (6.5%) è molto ben nascosto e la bevuta risulta pulitissima e veloce quasi come fosse una session beer: il finale è molto secco, con un amaro intenso ed elegante caratterizzato dalle note pungenti della resina e dalla scorza d'agrumi. La mano del birraio Valeriani anche qui preferisce costruire equilibrio piuttosto che potenza, con il risultato di una IPA raffinata, godibilissima e rinfrescante: dovessi fare un solo appunto, peraltro guidato dal mio gusto personale, riguarda la necessità di tirare fuori maggiormente la frutta tropicale rispetto al dominio degli agrumi. 
Siamo alle prime cotte e saranno senz'altro fatti leggeri aggiustamenti, ma il livello di partenza di questa IPA di Hammer è davvero alto; volendo fare l'inevitabile paragone con il passato di Valeriani forse non è ancora al livello della Verguenza Summer  bevuta (casualmente?) qualche giorno fa, ma sul fatto che Hammer diventerà in poco tempo uno dei protagonisti della scena brassicola sono in molti a scommettere e qualche spicciolo me lo gioco volentieri anche io.
Formato: 33 cl., alc. 6.5%, L139, data produz. 05/2015, scad. 30/11/2015, pagata 4.50 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.