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lunedì 28 dicembre 2020

Great Divide Yeti Imperial Stout - Barrel Aged 2019

L’ultima Imperial Stout dell’anno che sta per concludersi è una birra che avevo sempre voluto assaggiare ma che in Europa/Italia era sempre arrivata di rado e, in quelle occasioni, a prezzi molto poco amichevoli.  Parliamo della Barrel Aged Yeti di Great Divide, birrificio di Denver, Colorado, del quale vi ho già parlato in più di un’occasione. Fondato nel 1994 dall’ex-homebrewer Brian Dunn nei capannoni un vecchio caseificio in disuso, il birrificio è andato via via ingrandendosi su quel terreno fino a quando è stato possibile: nel 2013 è stato costretto a trasferirsi nel River North Art District (RiNo) di Denver dove è stato inaugurato il nuovo stabilimento da 6000 metri quadri.  Great Divide produce oggi circa 35.000 barili all’anno, in leggero calo rispetto al picco del 2015: una flessione che ha colpito quasi tutti i grossi birrifici artigianali americani, incalzati da molte nuove realtà locali di dimensioni più contenute e quindi dotati di una maggior flessibilità produttiva.
A guidare le vendite sono comunque ancora tre classici senza tempo:  Titan IPA, Denver Pale Ale e Yeti Imperial Stout. Titan e Yeti nacquero nel 2004 in occasione dei festeggiamenti del decimo compleanno: sino ad allora si erano chiamate Maverick IPA e Maverick Imperial Stout, ma le minacce di un birrificio californiano che utilizzava già il nome Mavericks obbligarono Dunn a cambiare: “viaggiai per tre mesi tra India, Nepal e Cina e mi innamorai della leggenda dello Yeti, una creatura straordinaria con tutto il folklore  che lo  circonda. Quel nome mi rimase impresso e così nacque la Yeti Imperial Stout”
Nel corso degli anni Yeti è diventato un vero e proprio brand all’interno della gamma Great Divide che include ormai oltre una ventina di varianti. Dalla sorellina Velvet Yeti (5% ABV, nitro) a quella prodotta con avena (Oatmeal Yeti) o cioccolato (Chocolate Oak Aged) disponibili ogni anno stagionalmente; la moda del pastry ci ha poi regalato la Maple Pecan Yeti e la S’mores Yeti;chi vuole restare sul classico può invece optare per la serie Oak Aged, ma attenzione alle parole (e al prezzo). Oak Aged (chips di rovere) non significa Barrel-Aged.
Il 2019 è stato un altro anno particolare per l’abominevole uomo delle nevi: i festeggiamenti del venticinquesimo compleanno di Great Divide sono culminati in una festa a Arapahoe Street, dove il birrificio fu fondato, nel corso della quale vennero servite ben 14 varianti di Yeti e per l’occasione è stata prodotta la 25th Big Anniversary Yeti  (13.5% anziché 9.5%). Qualche mese dopo, a novembre, la Barrel Aged Yeti Imperial Stout ha abbandonato il classico formato Bomber per fare il suo debutto in lattina.

La birra.

Sono almeno dodici i mesi che la potente Yeti trascorre in botti che avevano in precedenza ospitato whiskey; non ci vengono date ulteriori informazioni e quindi apriamo questa lattina 2019, disponibile come sempre solo nei mesi che vanno da novembre a gennaio.
Minacciosamente nera e viscosa,  forma un glorioso cappello di schiuma cremosa e compatta dall'ottima persistenza. Torrefatto, tabacco, fondi di caffè, cacao fondente: al naso si ritrovano le caratteristiche tipiche della Yeti affiancate da note di distillato, accenni di legno e vaniglia, un filo di fumo, ricordi di fruit cake e liquirizia. Il suo splendido aspetto non trova piena corrispondenza del mouthfeel, anche se non ci si può lamentare: il suo look “catramoso” regala solo una leggera oleosità ma nessuna particolare densità o morbidezza. Melassa, fudge, frutta sotto spirito (uvetta, prugna) e accenni di vaniglia disegnano una bevuta molto più morbida e docile rispetto all'aggressività (anche luppolata) di una giovane Yeti.  Non manca comunque l’amaro del torrefatto, del caffè e del cioccolato fondente, prologo ad un lungo retrogusto potenziato dal distillato. L’alcool (non dichiarato in etichetta, ma siamo al 12.5%) riscalda con vigore ma non è affatto difficile sorseggiare questa Barrel Aged Yeti. L’apporto della botte non è forse dei più raffinati o profondi, il distillato prende il sopravvento rispetto a tutte le altre sfumature ma la bevuta regala comunque belle soddisfazioni con un rapporto qualità prezzo piuttosto positivo, per i tempi che corrono.
Formato 47,3 cl., alc. 12%, lotto 24/10/2019, prezzo indicativo 10-12 Euro (beershop)

sabato 5 dicembre 2020

Gigantic Most Most Premium Russian Imperial Stout - Bourbon Barrel Aged 2020

Del birrificio di Portland Gigantic vi avevo già parlato qualche anno fa: lo inaugurarono il 9 maggio 2012 nel distretto Reed di Portland, nelle vicinanze del Reed College, due birrai abbastanza noti in quella città dell’Oregon soprannominata Beervana per la sua alta concentrazione di birrifici e brewpub.  Ben Love aveva iniziato la sua carriera come birraio nel 2003 all’Adler Brewpub di Appleton (Winsconsin) per poi ritornare l’anno successivo in Oregon presso il birrificio Pelican; nel 2007 diventò infine headbrewer alla Hopworks Urban Brewery (HUB) di Portland. Van Having, fiero Alfista (!), aveva cominciato nel 1995 presso la Minnesota Brewing Company per trascorrere sedici anni come headbrewer nei brewpub della Rock Bottom, prima a Minneapolis e poi a Portland. Nel 2010 un diverbio con la proprietà spinse Having a lasciare la Rock Bottom per mettersi in proprio; inizialmente la sua idea era di allontanarsi da Portland ma l’incontro con Ben Love gli fece cambiare idea dando vita al progetto Gigantic, con il supporto finanziario di alcuni amici.  
Nonostante il nome scelto, Love e Having non avevano particolari ambizioni e partirono con un impianto da 15 barili costruito su misura dalla Metalcraft:  “vogliamo essere un birrificio di quartiere con una tasting room dall’atmosfera rilassata dove poter passare qualche ora, piena di clienti abituali e qualche occasionale visitatore. Non saremo mai un birrificio ‘gigante’, anche se ci sentiamo ‘giganti’.”    I birrai organizzano la propria produzione (circa 5500 ettolitri l’anno) su due birre fisse, Gigantic IPA e Ginormous Imperial IPA, affiancate da una grande quantità di birre stagionali, collaborazioni e one-shot; si focalizzarono soprattutto sulle bottiglie, in quanto offrono maggior margine  di guadagno rispetto ai fusti. 
Da subito Gigantic si è fatto notare per le belle etichette: “quando vedi le nostre birre riesci ad identificarle immediatamente - dice Love – Abbiamo uno schema fisso, che ricorda la copertina di un fumetto: non importa quale sia poi il soggetto raffigurato, appena la vedi riesci a capire subito che è una birra di Gigantic.  Non abbiamo budget per la pubblicità, preferiamo piuttosto dare quei soldi agli artisti che disegnano per noi”.  La prima etichetta, quella della Gigantic IPA, fu ad esempio realizzata da Rob Reger, art director e creatore del personaggio Emiliy The Strange. Il successo è immediato, le birre vengono vendute ancora prima di uscire dai fermentatori e a due mesi dall’apertura Love e Having ottengono 400.000 dollari di finanziamento per espandere la taproom e dare il via al programma di invecchiamenti in botte. Nell’agosto del 2019 Gigantic annunciava il progetto di una seconda taproom (Gigantic Satellite) nel distretto Montavilla di Portland, ad una decina di chilometri dal birrificio. I lavori di ristrutturazione del  Rocket Empire Machine, una ex autofficina che ospiterà anche quattro venditori di cibo rendendo così la taproom accessibile anche alle famiglie con bambini, hanno subito forti rallentamenti a causa dell’emergenza Covid-19 e sono attualmente ancora in corso. 

La birra. 
Per l’etichetta della Gigantic Most Premium Russian Imperial Stout fu reclutato Frank Kozik, grafico noto per i poster realizzati negli anni ’90 per i concerti di  gruppi musicali come Nirvana, White Stripes, Green Day, Beastie Boys, Pearl Jam, Red Hot Chili Peppers; Kozik possedeva anche la piccola etichetta musicale indipendente Man’s Ruin Records.  La ricetta prevede malti Pale, Vienna, Crystal 40, Crystal 80, Crystal 120, Chocolate, Black, zucchero Demerara, orzo tostato, luppoli Magnum e Cascade.  Le sue svariate edizioni Barrel Aged, disponibili ogni anno nei mesi invernali, diventano Most Most Premium Russian Imperial Stout: vediamo la prima della serie, ovvero quella invecchiata in botti ex Bourbon. 

Nera, quasi impenetrabile alla vista, schiuma cremosa e compatta dalla discreta persistenza: il suo aspetto è sontuoso e l’aroma non è da meno, pulito e intenso, complesso. In ordine sparso emergono profumi di vaniglia e cocco, legno, fruit cake, tabacco e caffè, prugna disidratata e uvetta: il distillato è ben presente ed amalgama il tutto, all’orizzonte si scorge anche un filo di fumo. Non è un’imperial stout particolarmente densa e oleosa: bollicine sottili ma vivaci ne compromettono inizialmente la morbidezza, ma il mouthfeel migliora dopo aver lasciato stazionare la birra nel bicchiere.  La bevuta segue l’aroma riproponendolo in buona parte: frutta sotto spirito, fruit cake, vaniglia, caramello, mentre il distillato è ben in evidenza e riscalda con vigore senza mai bruciare. Al  palato latita un po’ la componente caffè/torrefatto, appena percepibile,  la chiusura è calda e lunga, ricca di bourbon e un tocco di legno. Gran bel naso, emozionante e coinvolgente, mentre la bevuta è maggiormente segnata dal passaggio in botte e non ha lo stesso livello di complessità e di definizione: è comunque un’imperial stout di livello che si sorseggia senza difficoltà e con grande soddisfazione.

Formato 50 cl.,  alc. 12%, IBU 60, lotto 2020, prezzo indicativo 18 euro (beershop)

martedì 1 dicembre 2020

DALLA CANTINA: Sierra Nevada Bigfoot Barley Wine 2015

Sono passati giusto quarant’anni da quel 21 novembre del 1980 in cui Ken Grossman, assieme al compagno di home-brewing Paul Camusi, produsse il suo primo lotto di Sierra Nevada Pale Ale, una birra destinata ad entrare nella storia e probabilmente la birra che ha maggiormente influenzato tutti quei birrai che hanno dato il via, dieci anni dopo, all’American Craft Beer Revolution. In quell’anno vi erano solamente 43 birrifici indipendenti in tutti gli Stati Uniti. 
Quel primo lotto non fu però soddisfacente e i due novelli birrai furono costretti a buttare via altre dieci cotte prima di ottenere quello che volevano. Grossman e Camusi avevano preso in prestito dalle rispettive famiglie 100.000 dollari e con quei soldi avevano assemblato un impianto da 14 ettolitri usando componenti di seconda mano. Sino ad allora Grossman aveva riparato biciclette, un’altra delle sua passioni, e faceva birra in casa: nel 1976 aveva aperto a Chico il piccolo Home Brew Shop dando lezioni ai novizi e tra i suoi clienti vi era anche Camusi. Nel primo anno di vita il birrificio Sierra Nevada produsse un migliaio di  ettolitri guadagnandosi lentamente un buon seguito locale, soprattutto tra gli studenti della Chico University: per un paio di anni Grossman e Camusi fecero tutto da soli, cercando di inventare quello che per i microbirrifici ancora non esisteva: canali di distribuzione, potenziali clienti non abituati a bere birre così amare e intense, accesso diretto alle materie prime, soprattutto ai luppoli della Yakima Valley. 
I primi dipendenti furono assunti nel 1983: Steve Dresler, birraio andato poi in pensione nel 2017 dopo 34 anni di attività e Steve Harrison, marketing e vendite: a lui il compito di far conoscere Sierra Nevada ma ci volle un colpo di fortuna per spiccare il volo. La catena di supermercati Safeway aveva un migliaio di punti vendita in tutti gli Stati Uniti: un loro dipendente andava spesso a trovare la figlia che studiava a Chico, fermandosi per una birra. Amava la Pale Ale, divenne amico di Grossman e portò le birre sugli scaffali del supermercato: alla Sierra Nevada arrivarono richieste da altri distributori e improvvisamente il problema, per Grossman e Camusi, non era come vendere la birra ma come soddisfare tutte le richieste. I soldi per espandersi non c’erano e le banche non davano nessun finanziamento ad un microbirrificio: era un business plan nel quale nessuno credeva. I due birrai lavoravano 12 ore al giorno, sette giorni su sette: Grossman prese un aereo e volò in Germania dove riuscì ad acquistare per 15.000 dollari l’impianto da 117 ettolitri di un birrificio fallito e lo spedì in California. Peccato che per metterlo davvero in funzione fossero necessari altri investimenti che sfioravano il milione di dollari: l’impianto resterà per molti anni inutilizzato in un magazzino, mentre Grossman con la saldatrice si costruiva da solo i nuovi fermentatori necessari per aumentare la prodzione. Nel 1987 Sierra Nevada produceva 14.000 ettolitri all’anno e distribuiva in sette stati: in quell’anno finalmente Grossman e Camusi riuscirono ad inaugurare l’impianto tedesco che avevano acquistato quattro anni prima. 
Il resto è una storia che parla di una crescita che per molti anni viaggia al ritmo del +50%, di ettolitri che diventano 117.000 (1993), 300.000 (1997) e 500.000 (1999).  Nel 1997 veniva inaugurato il nuovo impianto da 234 ettolitri e nel 1998 Grossman acquistava da Camusi il 50% delle quote societarie, diventando unico proprietario. Nel 2014 Sierra Nevada superava il milione di ettolitri venduti ed inaugurava un secondo sito produttivo in Nord Carolina. Nel 2015 la rivista Bloomberg aggiungeva Ken Grossman all’elenco dei “miliardari della birra”, ma  l’El Dorado della Craft Beer Revolution stava finendo, almeno per i “padri fondatori” del movimento: il craft non cresceva più esponenzialmente anno dopo anno e i birrifici artigianali che avevano investito milioni di dollari per espandersi vedevano le proprie quote di mercato rosicchiate da tanti piccoli produttori locali. Nel 2016 Sierra Nevada registrava un -6%, nel 2017 un -7% e riusciva ad invertire la tendenza solo nel 2019 (+5%), anno in cui il sessantacinquenne Grossman affidava il ruolo di amministratore delegato a Jeff White andandosi a sedere sulla poltrona presidenziale. Attualmente Sierra Nevada è il terzo produttore craft, dietro a Yuengling e Boston Beer Company, e il decimo produttore americano considerando anche i marchi industriali. 

La birra.

La prima birra prodotta da Sierra Nevada nel 1980 fu una Stout, seguita a ruota dalla Pale Ale. Nell’inverno del 1983 debuttò il possente Barley Wine (9.6%) chiamato Bigfoot che ottenne nel 1987 la medaglia d’oro al Great American Beer Festival. Grossmann e Camusi non pensavano ad una birra da invecchiamento; il loro approccio era lo stesso della Pale Ale, ovvero un’interpretazione americana, generosamente luppolata, della tradizione anglosassone. Bigfoot, prodotta con malti Two-row Pale e caramello, riceve un’abbondante luppolatura di Cascade, Centennial e Chinook e raggiunge quota 90 IBU: fresco, è un barley wine potente ed aggressivo, ricco di note resinose e di pompelmo, secondo i dettami della scuola West Coast.  La sua facile reperibilità e il suo ottimo rapporto qualità prezzo la resero rapidamente una birra da cantina per gli appassionati desiderosi di sperimentare gli effetti dell’invecchiamento. Ricorda il birraio Steve Dresler:  “a me piace particolarmente a cinque anni dalla messa in bottiglia. Non vale la pena andare oltre. Ma da tre a cinque anni è deliziosa!”.
Seguo le indicazioni di Dresler ed anche quelle contenute nel libro Vintage Beer di Patrick Dawson, lettura che consiglio a chiunque voglia provare di abbandonare qualche birra in cantina. 
Bigfoot 2015 si presenta nel bicchiere di color ambrato torbido: la schiuma ocra è cremosa, compatta ed ha buona ritenzione. Il naso è ricco di fichi disidratati, datteri, mela al forno, frutti di bosco, richiami al vino passito e a vini fortificati, soprattutto Sherry: l’aroma è intenso, pulito, “caldo” e avvolgente. Il mouthfeel è ancora ben solido e potente, non ci sono evidenti segni di cedimento dovuti all’età: in bocca è morbida nel suo percorso di caramello e biscotto, frutta sotto spirito. L’ossidazione regala belle sensazioni di vino fortificato mentre nel finale è ancora presente una generosa luppolatura resinosa, molto gradevole. Ed è questa la nota più positiva che devo sottolineare: i luppoli americani, contrariamente a quelli inglesi, invecchiano molto male e il loro resinoso spesso evolve in sensazioni poco gradevoli al palato.  Chi ha avuto occasione di assaggiare Barley Wine americani d’annata conosce bene quella sensazione. Bigfoot è invece una piacevole eccezione alla regola: a cinque anni dall’imbottigliamento presenta ancora un resinoso gradevole abbinandolo alle note ossidative di sherry e vino passito.
In questa bottiglia non c’è la classe la complessità dei migliori barley wine inglesi d’annata, ma è sicuramente una bella bevuta, ancora potente, sostenuta da un corpo solido e da un bel alcol warming. Tra i migliori vintage american barley wine che mi sia mai capitato di bere.
Formato 35.5 cl., alc. 9.6%, IBU 50, lotto 18/12/2015, pagata 5.00 euro (beershop)

martedì 17 novembre 2020

Fremont B-Bomb - Coconut 2019

E’ tristemente un bel periodo per gli appassionati italiani di birra a stelle e strisce: un po’ meno per il loro portafoglio. Ma se avevate messo da parte un po’ di soldi per una vacanza negli States potete usarne una parte per acquistare tutte quelle birre che in questi mesi stanno attraversando l’oceano: avreste probabilmente fatto fatica a trovarle anche in loco, a meno di non capitare nel posto giusto al momento giusto. Sto ovviamente estremizzando: nulla può sostituire il piacere di un viaggio negli Stati Uniti e l’atmosfera che si respira nelle taproom, nei pub e nei bar, nei liquor store o anche le semplici possibilità d’acquisto che offrono i supermercati, i negozi di vicinato o le stazioni di servizio. E questo vale anche se non siete riusciti a reperire quella birra che stavate disperatamente cercando. 
L’emergenza sanitaria legata a Covid-19 ha provocato anche negli Stati Uniti una forte riduzione nei consumi a seguito della riduzione della capienza o alla chiusura di taproom, bar e ristoranti, alla cancellazione dei festival e di quasi tutti gli eventi nei quali scorrevano fiumi di birra. Ogni stato americano ha applicato le proprie restrizioni ma in generale l’impatto si è fatto sentire molto sui birrifici artigianali, per i quali la taproom era un’importantissima fonte di reddito nonché un’immediata iniezione di denaro contante. I birrifici hanno dovuto cambiare strategia riducendo i fusti e privilegiando il formato per l’asporto e per il consumo tra le mura domestiche. 
L’arrivo nel nostro continente di birrifici americani molto quotati non è un evento raro, ma negli ultimi mesi il mercato europeo è stato letteralmente invaso: Moka, Abnormal, Old Nation, Equilibrium, Other Half, Trillium  e Cycle  sono alcuni dei nomi “sulla cresta dell’onda” arrivati solo nell’ultimo mese, per quel che ricordo. A questi va senz’altro aggiunto quello di Fremont, birrificio di Seattle (Washington) che vi avevo presentato in questa occasione quasi un anno fa. Fusti (festival) e lattine (luppolate) di Fremont erano già sporadicamente arrivati in Europa negli scorsi anni; le bottiglie delle birre barricate  (da me avvistate per caso lo scorso anno in Giappone) sono invece arrivate per la prima volta all’inizio dall’autunno, e un’altra infornata è giunta la scorsa settimana; Rusty Nail, Brew 3000 e 4000, Anniversary Stout e molte varianti di B-Bomb e Dark Star. I beergeeks più aggiornati mi faranno certamente notare il fatto che Fremont non sia più un nome in cima alla lista dei loro desideri e in verità lo è stato solo fino ad un certo punto. Ma non ci sarebbe nulla di strano, il meccanismo è inesorabile, lo sappiamo: l’hype dura solamente qualche anno, finché il birrificio è ancora relativamente nuovo, piccolo e le birre sono difficili da reperire, generando così un elevato valore di scambio o di rivendita sul mercato secondario. Non appena la produzione aumenta o entrano in gioco altri nomi, l’hype si sposta altrove.  

La birra. 
L’Abominable Winter Ale è stata per molti anni la birra stagionale invernale (8%) prodotta da Fremont: nel 2016 il suo nome è stato accorciato in Winter Ale per evitare problemi con il birrificio Hopworks di Portland che produceva già una birra con lo stesso nome. E questa la prima birra di Fremont a finire in una botte ex-bourbon: era il 2010 e nasceva la Bourbon Abominable, poi rinominata B-Bomb. Il suo successo ne ha fatto nascere inevitabili varianti: vediamo la Coconut edizione 2019.  Per questa versione sono state utilizzate botti di rovere americano di 8-12 anni che avevano in precedenza contenuto bourbon: il risultato finale è un blend fatto con la stessa birra invecchiata per nove, dodici e ventiquattro mesi, con aggiunta di cocco tostato. La ricetta prevede malti 2-Row Pale, Crystal-120, Munich, Roast Barley, Carafa-2 e Chocolate, luppoli Columbus, Willamette, Goldings americano. E’ stata messa in vendita nel dicembre 2019.
Nel bicchiere è sontuosa, perfetta: color ebano scuro, schiuma generosa, a trama fine e dalla buona ritenzione. Caramello bruciato, bourbon, cuoio/pelle, legno, cocco tostato, fondi di caffè, liquirizia, accenni di fruit cake e di tabacco/fumo: naso splendido, molto pulito ed elegante, avvolgente. Nulla da eccepire. Il suo corpo è quasi pieno: non è un’imperial stout masticabile ed ha una consistenza morbida, leggermente oleosa e cremosa. La bevuta si apre con dolci note di melassa e fruit cake, vaniglia e cocco, liquirizia: è soprattutto la componente etilica, con una splendida progressione che parte in sordina e sfocia in un morbido warming, a portare equilibrio. L’amaro di cioccolato, torrefatto e caffè resta in disparte, la chiusura è sorprendentemente quasi secca grazie al contributo del legno: resta una lunghissima scia finale ricca di bourbon e cioccolato, degno epilogo di una bellissima festa.  Pulizia, precisione, eleganza, intensità, tanti elementi perfettamente amalgamati tra di loro: un’altra gemma dallo scrigno Fremont. Se amate le grandi imperial stout americane non ancora contaminate dalla deriva pastry non perdetevela.  
Formato 65 cl., alc. 13.2%, lotto 2019, prezzo indicativo 32 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 10 novembre 2020

Trillium Brewing Company: Dot Ave Double IPA, Vicinity Double IPA, Arnold Arboretum IPA, Double Dry Hopped Stillings Street IPA, Fort Point Pale Ale Galaxy Dry Hopped

Il birrificio Trillium apre i battenti a marzo del 2013 a Fort Point, ex distretto industriale di Boston, con l’intento di volersi ispirare ad altri birrifici agricoli del New England, il più famoso dei quali è ovviamente Hill Farmstead: l’ultima apertura di un birrificio a Boston risaliva al 1986.  A rompere la quiete brassicola della capitale del Massachusetts ci pensano Jean-Claude e Esther Tetreault, da poco sposi e genitori: Jean-Claude, prolifico homebrewer, sognava e progettava da tempo di aprire un birrificio anche se non esattamente a Boston.  Già nel 2009, sul suo blog personale si possono vedere nome e logo di quel birrificio casalingo destinato poi al successo commerciale: le prime bottiglie etichettate furono recapitate agli inviati al matrimonio. Jean-Claude è appassionato anche di botanica e sceglie il nome del fiore Trillium come simbolo di quello che vuole ottenere con le proprie birre: “bellezza effimera, equilibrio, semplicità, senso di appartenenza”.
 Tetreault pensano inizialmente di stabilirsi in altre città del Massachusetts  ad alta densità birraria, come Chelsea o Everett, ma si presenta una bella occasione nel distretto di Fort Point a Boston; i locali al numero 369 di Congress Street vengono individuati già nel 2011 ma ci vogliono 14 mesi solo per ottenere tutti i permessi necessari, dalle autorità e dalla comunità di residenti, per iniziare i lavori di ristrutturazione e installare un impianto da 12 ettolitri: “e c’è gente di Boston che ci ha detto di essersi meravigliata del fatto che ci sia voluto così poco tempo”, ricorda Jean-Claude. Esther ama le IPA di The Alchemist e di Port Brewing, Jean-Claude le saison di Jolly Pumpkin, Allagash e Hill Farmstead: Trillium debutta con la Farmhouse Ale (6.4%), l’American Wheat Adam, la Red Rye Ale Wakerobin, la Fort Point Pale Ale e la Porter Pot & Kettle. 
Nel frattempo i beergeeks americani hanno scoperto le NEIPA, le IPA del New England, e tutti vogliono berle: i birrifici che le producono sono piccoli, le lattine sono distribuite solo localmente e la scarsità dell’offerta fa impazzire la richiesta, alimentando scambi e mercato secondario.  il Vermont ha aperto la strada con The Alchemist, Hill Farmstead e Lawson's Finest Liquids, ma ora sono entrati in campo altri giocatori negli stati vicini. Nel Massachusetts ad esempio c’è l’astro nascente Tree House: al resto ci pensano i social network. Tetreault è bravo ad intercettare quella nicchia di mercato e le sue NEIPA diventano rapidamente famose: impegnato a gestire le file di beergeeks fuori dalla porta si dimentica di chiedere il rinnovo della propria licenza. O forse no. Fatto sta che le autorità di Boston dicono di non aver mai ricevuto nessuna richiesta e, al terzo sollecito privo di risposta, mandano la polizia. A novembre del 2014 la produzione di Trillium viene sospesa e i beergeerks si trovano improvvisamente fuori dalla porta del birrificio senza poter riempire i loro preziosi glowers. Alcuni di loro iniziano a mandare email di protesta alle autorità competenti e nel frattempo supportano l’amato birrificio acquistando tutto il merchandising disponibile. Dopo un mese le parti trovano un accordo e la birra riprende a scorrere. 
Non sarà l’unica macchia nella carriera del birrificio di Boston, che nel 2015 inaugura il nuovo sito produttivo con taproom di Canton, trenta chilometri a sud di Boston:  la produzione annua passa da 3.000 ad un potenziale di  40.000 ettolitri, la location di Fort Point viene destinata alla produzione di birre acide.  L’espansione di Trillium continua nel 2017 con l’apertura di un Beer Garden estivo al Rose Kennedy Greenway, sul Waterfront di Boston, che diviene operativo ogni estate. L’anno successivo i Tetreault annunciano di aver acquistato a North Stonington, Connecticut, il terreno dover far nascere quel birrificio agricolo che avevano immaginato sin dall’inizio, la Trillium Farm & Brewery: il progetto, ancora in costruzione, prevede la realizzazione di un birrificio, un ristorante ed un’azienda agricola in grado di rifornirlo. Alla fine dello stesso anno viene inaugurato a Boston un ristorante-brewpub su tre piani con impianto da dieci barili.
La bravura di Trillium è stata quella di essere riuscita a vendere quasi tutta la propria produzione in autonomia, senza distributori, con enormi margini di profitto: si stima che il 95% dei 21.000 ettolitri prodotti nel 2017, venduti direttamente al pubblico, abbiamo generato ricavi per oltre 20 milioni di dollari. Il passaparola e i social network ne hanno decretato il successo: nel 2016 Ratebeer celebrava Trillium come terzo miglior birrificio al mondo, includendo sei IPA, una DIPA e sei Pale Ale tra le migliori 15 birre al mondo delle rispettive categorie. Ma i social network hanno tirato fuori alcuni scheletri dall’armadio: nel novembre del 2018 un post anonimo sul forum di Beer Advocate di un dipendente denunciava pratiche scorrette ed illegali, in parte poi ammesse dai Tetreault con un comunicato ufficiale. Potete trovare i dettagli in questo articolo in italiano su Fermento Birra. Mentre i beergeeks continuavano a fare la fila fuori dal birrificio per comprare i 4 pack di Trillium a 22 dollari (un prezzo altissimo per gli standard statunitensi), i Tetreault non avevano concesso a molti dipendenti gli aumenti e i benefici promessi; molti di loro erano stati spostati da Fort Point al Beer Garden con uno stipendio ridotto da 8 a 5 dollari all’ora, per fare lo stesso lavoro.  Spacciavano come barricate delle birre che non avevano mai visto nessuna botte, riciclavano resti di birra ossidata e invendibile, mescolati a frutta, per i Beer Slushy, riempivano i growler da asporto quasi solo con la fondazza dei fermentatori.

Le birre.

E’ stata una grossa sorpresa vedere arrivare lattine di Trillium  nel nostro continente, tutte con più o meno un mese di vita sulle spalle. Occasione da non lasciarsi sfuggire per provare birre normalmente reperibili solo in loco o tramite scambio con altri appassionati. 

Dot Ave Double IPA: nel 2013 Trillium lanciava Congress Street, la prima di una serie di IPA single-hop chiamate con il nome delle strade del distretto di Fort Point; un’operazione analoga veniva fatta qualche anno dopo con le Double IPA, passando dalle strade ai più lunghi viali (Avenue). Tra queste vi è Dot Ave (8.2%), ovvero Dorchester Avenue, viale di Boston inaugurato nel 1805. La sua ricetta prevede malti American 2-row, frumento (White e Flaked), luppoli Nelson Sauvin e CTZ. Visivamente è un torbido succo d’arancia, la schiuma è abbastanza compatta ed ha buona ritenzione. Il dank è dominatore assoluto dell’aroma: netto e pulito, speziato  ed 
affiancato da qualche ricordo di aglio. Mouthfeel ottimo: soffice e cremoso, a tratti quasi impalpabile. Mango, melone e pesca sono il biglietto d’accesso ad una bevuta  che s’incanala subito sul dank e sul resinoso-vegetale, molto intenso. L’alcool è molto ben nascosto, la frutta tropicale riaffiora nel retrogusto a portate un po’ di sollievo in una birra che è in pratica una pianta di marijuana. Sorprendentemente amara, priva di spigoli e di hopburn, è ben fatta nel suo genere: ma se voglio una DIPA che picchia forte, per me niente batte la cara vecchia scuola West Coast. Prezzo al birrificio? 20 dollari per un 4 pack: più tasse, ovviamente.

Vicinity è un’altra Double IPA (8%) che fu prodotta in origine per il primo compleanno del Row 34, un oyster-bar con buona selezione di birre artigianali. La sua ricetta prevede malti Pilsner, Flaked Wheat, C-15, luppoli Galaxy, Citra e Columbus. Questa volta il succo di frutta è alla pesca, almeno nel look: schiuma biancastra, grossolana, poco persistente. Aroma splendido, ampio e pulito, ricco di suggestioni che variano all’innalzarsi della temperatura nel bicchiere: albicocca, ananas, papaia, frutti di bosco, arancia, pompelmo, mandarino, melone e potrei andare ancora avanti. Il mouthfeel è morbido ma non mi regala quella straordinaria sensazione della Dot Ave: il gusto purtroppo non riesce a replicare neppure la metà del giardino delle meraviglie aromatico. C’è quella generale sensazione “tropicale” di molte NEIPA dal profilo poco definito, un po’ di agrumi, un finale resinoso-vegetale pungente con un pizzico di hopburn.  Si beve bene ma il suo punto di forza è indubbiamente l’aroma: potrei sniffarla per ore. Anche questo 4 pack costa 20 dollari alla fonte.

Arnold Arboretum (7%): questa IPA deve il suo insolito nome all’omonimo centro di ricerca della Harvard University di Boston, famoso per la sua collezione di alberi e arbusti ornamentali provenienti dall'Asia. Il centro si trova all’interno di un complesso di parchi e corsi d’acqua chiamato Emerald Necklace, nome usato da Trillium per raggruppare un’altra serie di birre a tema. Malti American 2-Row, Flaked Wheat, C-15, luppoli Citra e Galaxy, 17 dollari il 4 pack. Nel bicchiere è di color oro antico, molto velato ma luminoso: schiuma compatta e persistente. L’aroma non è esplosivo ma è molto gradevole, pulito ed elegante: ananas, lychee, melone, mandarino, arancia. Al palato è “moderatamente juicy”: si avverte qualche tocco di panificato e biscottato, il dolce di mango e ananas a bilanciare un finale resinoso e pepato di buona intensità. Anche lei è più interessante e complessa al naso che in bocca, ma per lo meno riesce a mantenere lo stesso livello di pulizia e definizione. Bella IPA, ben fatta e facile da bere che però non mi provoca nessuna visione mistica.

Double Dry Hopped Stillings Street IPA (7,2%): versione amplificata (DDH) della Stillings, ovviamente dalla serie delle Street IPA. La compongono malti American 2-row,  White Wheat, destrine, destrosio, luppoli Columbus e Nelson Sauvin, quest’ultimo in doppia dose. Il colore di questo succo di frutta è a metà strada tra la pesca e l’arancia. Il Nelson si presenta subito con netti profumi di uva e kiwi, uvaspina; in secondo piano note dank, passion fruit, anana. Aroma particolare, intenso e pulito: a me piace molto, ma non se non amate il Nelson potreste non gradire. Il mouthfeel è soffice, leggermente chewy, estremamente appagante. La bevuta è molto succosa e ricalca l’aroma, con l’alternanza tra l’asprezza di  uva e kiwi (mi raccomando non sbucciatelo), passion fruit, ribes e uvaspina  e la dolcezza di mango e ananas. Molto secca, chiude con un breve tocco amaro resinoso-vegetale privo di hopburn. Per me è una birra molto ben riuscita, pulita ed intensa, priva di spigoli: la consiglierei però solo ai fans del Nelson.

Chiudiamo questa rassegna con la Fort Point Pale Ale (6.6%), una delle birre con le quali Trillium ha debuttato nel 2013; nel beer-rating è ancora stabilmente in cima alle classifiche della propria categoria. Il suo successo ne ha fatto proliferare una lunga serie di varianti che si differenziano per il metodo di luppolatura (DH, DDH)  e per il luppolo utilizzato. In Europa è arrivata la Galaxy Dry Hopped Fort Point: American 2-row Barley, White Wheat, C-15, maltodestrine, luppoli Columbus e ovviamente Galaxy.  American Pale Ale piuttosto esosa anche alla fonte: 15 dollari il 4 pack. In etichetta ci sono gli iconici lampioni Congress Street. Nel bicchiere è un torbido ma luminoso succo d’arancia, la schiuma è cremosa, compatta e piuttosto persistente. Il naso oscilla tra note zesty e di frutta tropicale, soprattutto mango e ananas: un aroma fresco e pulito ma migliorabile per quel che riguarda intensità e definizione. La sensazione palatale è ancora una volta perfetta: birra morbida e cremosa, leggermente chewy ma scorrevolissima. E del lotto è la birra di Trillium più simile ad una classica birra, ovvero quel juicy “moderato” che piace a me. Pane, qualche accenno biscottato, frutta tropicale dolce, un bel finale secco e zesty, leggermente resinoso-erbaceo. Una bella APA moderna, generosamente fruttata ma non estrema, intensa ma facilissima da bere, assolutamente priva di spigoli. Non è un mostro di precisione e definizione: appunto zelante ma necessario, visto il blasone del birrificio.

Nel dettaglio: 
Dot Ave Double IPA, 47,3cl., alc. 8.2%, lotto 06/10/2020, prezzo indicativo 13.00 Euro
Vicinity Double IPA, 47,3 cl., alc. 8%, lotto 23/09/2020, prezzo indicativo 14.00 Euro
Arnold Arboretum IPA, 47,3 cl., alc. 7%, lotto 21/09/2020, prezzo indicativo 12.00 Euro
DDH Stillings Street IPA, 47,3 cl., alc. 7.2%, lotto 09/10/2020, prezzo indicativo 13.00 Euro
Fort Point Pale Ale - Galaxy Dry Hopped, 47,3 cl., alc. 6.6%, lotto 05/10/2020, prezzo indicativo 11.00 Euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

giovedì 5 novembre 2020

Belching Beaver Peanut Butter Milk Stout

Si può dire di tutto tranne che Belching Beaver (il castoro che rutta)  non sia un nome originale. Siamo nel 2012 e la contea di San Diego, California, è il paradiso della Craft Beer Revolution americana: Stone, Alesmith, Green Flash, Alpine, Port Brewing, Ballast Point, tutti desiderano le IPA della West Coast. Come tanti altri, anche Thomas Vogel, Dave Mobley e Troy Smith si buttano nella mischia e aprono un birrificio: per essere originali, in una scena dominata dal luppolo, debuttano con una Milk Stout.   ”Siamo stati i primi a farne una a San Diego – ricorda Vogel –  è andò subito molto bene. Molti altri birrifici ci hanno poi seguito”.
Thomas Vogel si divertiva a produrre birra e vino in casa sin dai tempi del college; lavorare con la birra era uno dei suoi obiettivi e venne assunto dalla Sublime Ale House, un ristorante di San Marcos con una bella carta di vini e birre artigianali. Tra i suoi clienti c’era anche il birrificio Coronado di San Diego, dove lavorava come birraio Troy Smith. Per lui nessuna esperienza di homebrewing, ma essere figliastro di Rick Chapman, fondatore e presidente di Coronado, aiuta: si fa le ossa direttamente sul campo. Vogel e Smith diventano amici, giocano spesso assieme a poker e frequentano regolarmente le taproom di Port Brewing e Lost Abbey a San Marcos: ridendo e scherzando, abbozzano l’idea di aprire un birrificio a Vista, contea di San Diego. A loro si unisce Dave Mobley, un architetto. I tre danno fondo ai loro risparmi e lanciano Belching Beaver con un impianto da 20 ettolitri.  Il nome?  In verità la storia alle sue spalle non è poi così interessante: “conoscevamo un tipo, che si occupava di marketing e che doveva diventare nostro socio; aveva già quel nome quel logo pronti. In mancanza d'altro, li abbiamo adottati. Non volevamo offendere nessuno, soltanto essere un po’ diversi. Ripensandoci potevamo fare forse altre scelte, ma ormai è troppo tardi per tornare indietro”. 
Dopo un paio d’anni è già tempo di espandersi con una seconda succursale location ad Ocean Beach, San Diego, seguita nel 2016 del brewpub con ristorante Tavern & Grill di Vista Village e dal nuovo sito produttivo ad Oceanside: un milione di dollari d’investimenti. La location originale di Vista viene trasformata nel Pub 980 e viene aperta anche una piccola taproom nella zona di North Park a San Diego. La produzione annuale passa dai 12.000 ettolitri del 2014 ai quasi 50.000 del 2016 ed è tutt’ora s stabile. A guidare le vendite ci sono la Phantom Bride IPA e quella Peanut Butter Milk Stout che andiamo ad assaggiare.

La birra.

Chi segue regolarmente il blog saprà che non sono un amante della deriva “pastry” che sta caratterizzando la scena della birra artigianale negli ultimi anni,  soprattutto quella americana. Ma la Peanut Butter Milk Stout di Belching Beaver ha debuttato in tempi non sospetti, quando il burro d’arachidi in una stout non era ancora la moda ma un’idea stravagante. Ricorda Smith:  “quando aprimmo non c’era nessuno nell’area di San Diego a fare una Milk Stout; oggi offriamo una selezione di birre scure che pochi birrifici in questa zona possono vantare. Aggiungemmo del burro d’arachidi ad un fusto della nostra Milk Stout e boom!, fu un successo”. 
La ricetta base della Milk Stout prevede malti Two-Row, Roasted Barley, Pale Chocolate, Caramel 60, avena, lattosio, luppoli Northern Brewer e Fuggles: per rendere la birra accessibile anche a chi ha allergie, sembra che venga usato un burro d’arachidi non proprio naturale. 
Si presenta di colore ebano scuro, la schiuma è piuttosto grossolana, scomposta e collassa rapidamente. Le tazze di burro d’arachidi della Reese/Hershey si possono comprare oramai abbastanza facilmente anche in Italia: chi le conosce le ritroverà nell’aroma di una birra che offre quanto promesso, ovvero soprattutto arachidi tostate. In sottofondo emergono deboli richiami di cioccolato al latte e di caramello.  Non c’è altro.  Caramello, cola e caffelatte (con molto poco caffè, in verità) formano una bevuta dolce che parte con buona intensità per poi assottigliarsi un po’ troppo e sfociare in un finale che stempera il dolce, porta equilibrio ma presenta qualche spunto acquoso di troppo. Per fortuna la birra torna a galla con un retrogusto di discreto livello dove riemergono le arachidi tostate, il cioccolato e qualche accenno di caffè. 
La Peanut Butter Milk Stout di Belching Beaver non è una pastry spinta all’estremo: il burro d’arachidi è protagonista ma la base milk stout è ancora riconoscibile. Il mouth è scorrevole ma se volete un po’ di cremosità dovete probabilmente optare per la sua versione nitro. Non è una birra che berrei regolarmente, ma un piacevole divertissement ogni tanto non fa male. 
Formato 35.5 cl., alc. 5.3%, IBU 30, lotto 05/07/2020, prezzo indicativo 4,50 euro (beershop)

giovedì 29 ottobre 2020

Cycle Monday 2020

Fino a cinque-sei anni fa la Florida non era certo il paradiso di chi amava la birra artigianale: Cigar City era forse l’unico nome noto di una scena che faticava a decollare. Oggi le cose sono cambiate grazie a birrifici come Funky Buddha (poi acquistato dalla Constellation Brands), Angry Chair, J. Wakefield, Cycle e 3 Sons.  Peg Wesselink e Tony Dodson aprirono nel 2004 a Gulfport la Peg's Cantina, una sorta di bungalow di legno trasformato in ristorante messicano. Doug Dozark, figlio di Peg, ricorda: “in Florida la birra artigianale non esisteva ma un distributore ci mandò qualcosa di Boulder, Oskar Blues, Great Divide, Schneider, Hofbräu, Weihenstephaner”. Doug inizia ad appassionarsi e redige una carta delle birre per il ristorante dei genitori. Tra i clienti più affezionati c’è anche un homebrewer; tra lui e Doug nasce un’amicizia e i due producono una stout usando le pentole nella cucina del ristorante. “All’inizio era tutto così misterioso – dice Doug – ma dopo aver fatto un po’ di pratica iniziai a capire che potevo farcela”.
Dozark trova lavoro per qualche mese alla Oscar Blues sulla linea di produzione lattine, capendo innanzitutto quello che non vuole diventare: “non volevo che fare la birra diventasse solo un lavoro esecutivo; pulire i tini va bene ma non è la parte che m’interessa del processo produttivo. Volevo qualcosa che mantenesse viva la mia passione”.  Rientrato a Gulfport, propone ai genitori di iniziare a produrre alcuni piccoli lotti di birra per il ristorante su di un impiantino da 130 litri: avrebbe pagato lui i costi e per farlo trova lavoro presso Cigar City, o quasi:  “lavorai come volontario per tre mesi  20-30 ore la settimana. Altrimenti non credo che mi avrebbero mai assunto”.  Doug fa esperienze fondamentali sull’impianto da 15 ettolitri a Tampa sotto la supervisione del birraio Wayne Wambles e alla sera ritorna a Gulfport a fare birra alla Peg's Cantina. Il doppio lavoro dura quasi tre anni ma i risultati iniziano  ad arrivare: nel 2010 Peg’s Cantina ottiene tre medaglie al Best Florida Beer Championship e nello stesso anno due delle sue Berliner Weisse (stile che molti birrifici artigianali della Florida poi abbracceranno) entrano nella Top 50 di Ratebeer. Ma è nel 2012, grazie alla solita imperial stout invecchiata in botti di bourbon, che la Peg’s Cantina attira l’attenzione di tutti i beergeeks: gli insegnamenti di Wayne Wambles, ideatore delle grandi imperial stout di Cigar City, danno i suoi frutti e  la Peg's Rare D.O.S Imperial Stout si posiziona al numero 10  tra le migliori 100 birre al mondo secondo Beer Advocate.
Nel 2013 Doug decide che è tempo di cambiamenti: “Peg’s Cantina è sempre stato il nome di un locale, non è un marchio; ha aperto come ristornate otto anni fa e 4 anni fa è diventato brewpub. Gulfort è un bel paese, una piccola comunità ma le nostre birre stanno andando  sempre più lontano e Peg non è un’identità da portare in giro”.  La scelta cade su Cycle Brewing, un tributo alla sua passione per le due ruote. E la sua intenzione è quella di puntare forte su quelle imperial stout che gli hanno portato successo e anche il primo invito alla Copenhagen Beer Celebration; Cycle acquista altri barili usati e inaugura un nuovo impianto a  St. Petersburg, cinque miglia da Gulfport, raddoppiando la capacità produttiva annuale a 16.000 ettolitri. A St. Petersburg s’iniziano a vedere  le classiche scene di beergeekismo con aficionados appostati sui marciapiedi la notte prima che vengano messe in vendita le bottiglie di Rare DOS e di altre imperial stout: Cycle punta forte sull’aggiunta di adjuncts negli affinamenti in legno, diventando di fatto uno dei pionieri della pratica odierna di realizzare molteplici varianti della stessa base con un diverso mix di  ingredienti. E le imperial stout arrivano ad assorbire il 50% della capacità produttiva.  All’inizio del 2015  il ristorante Peg’s Cantina chiude i battenti:  Doug e il suo assistente birraio Eric Trinoskey  lo trasformano nel progetto parallelo Orange Belt Brewing, dedicato alla produzione di birre acide.
Tutto bene, quindi? Non esattamente, perché aumentare rapidamente la produzione per sfruttare la notorietà ha anche dei lati negativi: alcune preziose imperial stout risultano infette e per risolvere il problema Cycle ricorre alla pastorizzazione flash di tutte le proprie birre “scure” . I problemi sembrano risolti ma nel 2018, anno in cui la classifica di Ratebeer  celebra Cycle tra i dieci migliori birrifici al mondo, accade un mezzo disastro: nonostante la pastorizzazione le bottiglie dell’edizione 2018 dell’imperial stout  Monday risultano infette e l’intera produzione di Friday viene direttamente buttata via senza neanche arrivare all’imbottigliatrice. Altre bottiglie invece esplodono improvvisamente non appena vengono immesse nel pastorizzatore. Cycle deve cancellare la settimana-evento dell’anno nella quale viene rilasciato un set di cinque diverse imperial stout barricate corrispondenti ai diversi giorni della settimana. Nello stesso anno Cycle raggiunge un accordo  con il birrificio Brew Hub, che opera principalmente per conto terzi: la maggior parte delle birre luppolate vengono ora prodotte sui loro impianti e confezionate in lattina, esattamente come aveva fatto qualche anno prima un altro birrificio sulla cresta dell’onda come Toppling Goliath.

La birra.


Aumentata capacità produttiva e hype in discesa hanno fatto sì che le bottiglie di Cycle da qualche anno arrivano ogni tanto anche nel nostro continente. Prezzi di primissima fascia (oltre 50 euro al litro) ma si tratta di birre che vengono vendute a 30 dollari più tasse già alla fonte, in birrificio. Vediamo l’edizione 2020 di Monday, imperial stout invecchiata in botti di bourbon con aggiunta di caffè messicano El Triunfo della Bandit Coffee Co. di St. Petersburg. 
Nera come la pece, forma una bella testa di schiuma cremosa e compatta dalla buona persistenza. Al naso emerge netto il bourbon mentre è quasi assente  il torrefatto: il caffè si esprime piuttosto attraverso note terrose che a tratti richiamano pelle e cuoio. In sottofondo prugna disidratata, accenni di legno e vaniglia, frutta sotto spirito. La sensazione palatale è perfetta: Monday è un’imperial stout piena e morbida, viscosa: una densa carezza che scorre lenta sul palato, avvolgendolo. Come spesso accade per le birre realizzate in Florida il contenuto alcolico non è dichiarato in etichetta: dovrebbe aggirarsi sull’11.5%.  Il bourbon domina anche al palato una bevuta intensa, che scalda ma non brucia: prugna e uvetta sotto spirito, fudge e vaniglia sfumano progressivamente in un finale amaro di cioccolato, note terrose e finalmente tostature e caffè, tannini e legno. Buona secchezza, mouthfeel edonistico ed emozionante, lungo retrogusto di bourbon: Monday di Stout non è un mostro di profondità e complessità ma è sicuramente una imperial stout di livello alto. Anche eleganza e pulizia non raggiungono il nirvana: non vorrei essere pignolo ma quando il prezzo è di fascia alta sono considerazioni che vanno inevitabilmente fatte. 
Formato 65 cl., alc. 11,5% (?), lotto 2020, prezzo indicativo 35,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 26 ottobre 2020

Other Half Brewing: Triple Cream, DDH Half Citra + Galaxy, DDH Small Citra Everything, DDH Space Dream & DDH Small Green Everything


Dopo aver studiato Fermentation Science alla Oregon State University, Sam Richardson ha iniziato la sua carriera professionale lavorando come birraio prima al brewpub The Rake di Seattle e poi al birrificio Pyramid di Portland.  Mentre si trovava sulla costa ad est a far visita ai genitori della moglie, Richardson risponde ad un annuncio del birrificio Greenpoint Beer Works di Brooklyn che cercava un birraio, ed ottiene il posto trasferendosi con tutta la famiglia. Alla Greenpoint incontra Matt Monahan, un ex-cuoco stanco degli orari imposti dal mondo della ristorazione: era diventato padre e pensava che lavorando come birraio avrebbe potuto conciliare meglio lavoro e famiglia. I due diventano amici e utilizzano gli impianti della Greenpoint – birrificio che opera soprattutto per conto terzi - per produrre quattro birre destinate alle spine di un ristorante pop-up di Andrew Burman, un vecchio conoscente di Monahan. Le birre ottengono grande successo, la voce si sparge, Richardson e Monahan ricevono richieste da altri operatori di settore che vogliono delle birre per i loro locali. 
I due amici capiscono che ci sono delle opportunità e vorrebbero mettersi in proprio, ma il problema principale sono i costi della Grande Mela: ci mettono quasi due anni per trovare una location dal prezzo accettabile nel quartiere di Carroll Gardens, a Brooklyn, sotto ai piloni della Gowanus Expressway, grazie ad un annuncio su Craigslist: “siamo stati fortunati – ricorda Monahan – questo spazio era completamente vuoto ed aveva quindi un costo accessibile. Abbiamo installato l’impianto, costruito una cella frigo e ricavato una piccola taproom dove c’era un piccolo ufficio”. 
Nel gennaio del 2014 Richardson, Monahan e Burman lasciano Greenpoint e lanciano il birrificio Other Half: “l’altra metà”, quella artigianale,  dell’industria. L’idea è di concentrarsi su IPA e birre luppolate, puntando tutto sulla loro freschezza: “abbiamo centinaia di clienti, bar e ristoranti che sono nel raggio di dieci chilometri a cui possiamo consegnare la birra in un’ora. Alla sera i pub possono attaccare il fusto di una birra che alla mattina era ancora nei nostri fermentatori”. Le birre di Richardson sono buone e la loro freschezza le valorizza al massimo: il debutto avviene con la Doug Cascadian Dark Ale (un omaggio al suo nord-ovest) , la Other Half IPA e una Imperial Stout.  Ricorda Richardson: “sono cresciuto sulla costa ad ovest e volevo quindi fare una West Coast IPA; quando iniziammo a New York c’erano molte IPA ma erano tutte abbastanza anonime e blande”. Ma il 2014 è anche l’anno in cui il New England spinge la California giù dal trono della Craft Beer: The Alchemist, Trillium e Tree House spodestano i grandi birrifici di San Diego e dintorni in cima alla lista dei desideri dei beergeeks. 
Richardson è attento ed è bravo ad intercettare quella fetta di mercato realizzando All Green Everything, probabilmente la prima New England IPA prodotta a New York: “mi accorsi che la gente era interessata a quello stile e le nostre IPA un po’ già ci assomigliavano. Non ho mai detto di averle inventate io, ma siamo stati tra i primi a farle e siamo divenuti famosi per quelle”. 
Ma c’è un altro fattore determinante: alla fine del 2014 viene approvato il Craft New York Act, una legge che consente ai birrifici di vendere direttamente al pubblico lattine e bottiglie senza essere obbligati a passare tramite un distributore. Per Other Half è una grande opportunità di incrementare i propri margini, e per i beergeeks newyorkesi di fare quello che i loro amici fanno in molti stati americani: gli appostamenti fuori dal birrificio nel giorno della messa in vendita delle birre.  Con pochissimo budget per marketing e pubblicità, Other Half si affida ai social media ed al passaparola tra gli appassionati; dopo due anni, all’inizio del 2017, il New York Times regala ad Other Half quella pubblicità che qualsiasi birrificio vorrebbe: un articolo che descrive la pazzia di centinaia di beergeeks disposti a sfidare il freddo e restare in fila undici ore per riuscire ad accaparrarsi qualche four pack di Green Diamonds o All Green Everything.  Nello stesso anno Other Half amplia la propria taproom per meglio accogliere le migliaia di persone (appassionati e curiosi) che nel weekend affollano Carroll Gardens;  il magazzino viene spostato in un altro edificio dello stesso isolato.
Nell’agosto del 2018 Richardson e soci annunciano 
di avere acquistato per  660.000 dollari gli edifici abbandonati del birrificio Nedloh a East Bloomfield, nei dintorni di Rochester, non lontano dalle rive del Lago Ontario.  Oltre ad aumentare la produzione portandola da 11.000 a 16.00 ettolitri, il nuovo birrificio doveva anche dare il via alla produzione di birre acide: per l’occasione viene reclutato Eric Salazar, birraio con esperienza ventennale alla New Belgium, Colorado, in cerca d’occupazione in quella zona. Ma dopo nove mesi Salazar è ancora con le mani in mano in quanto barili e foeders in legno non sono mai arrivati; i tre Other Half stanno infatti progettando l’apertura di altre succursali a Brooklyn e Washington e hanno deciso di posticipare la produzione di sour e wild ales.  Salazar se ne va mentre Monahan presenta la seconda location a Domino Park, Brooklyn, sotto al Ponte di Williamsburg; l’emergenza Covid-19 ne ha fatto slittare l’inaugurazione che dovrebbe avvenire proprio in queste settimane (ottobre 2020).   
Stesse tempistiche anche per Other Half Washington, D.C.: gli impianti del nuovo birrificio nella città natale di Burman e Monahan (2000 metri quadri) sono già operativi mentre la taproom con 900 posti a sedere e  beer garden da 800 metri quadri potrebbe essere riaperta in questi giorni. “Siamo entusiasti di poter aumentare la produzione delle nostre IPA  – ha detto Monahan – ma con questo impianto potremo anche produrre imperial stout e barley wine molto più potenti e anche molte basse fermentazioni”.

Le birre.

Buone notizie per gli appassionati europei: in ottobre una selezione di lattine è arrivata anche nel nostro continente, dopo poco più di un mese di viaggio.  L’aumentata capacità produttiva di Other Half e, immagino, un calo della domanda domestica dovuta al Covid lo hanno reso possibile. Vediamole rapidamente in ordine di ABV decrescente cercando di rispondere alla solita domanda: “is the hype real?”. Le birre sono state tutte prodotte sull’impianto di Brooklyn e non su quello di Rochester: per i beergeeks anche questo è un dettaglio importante.  
Partiamo dalla Double NEIPA Triple Cream (10%) il cui nome fa riferimento alla cremosità donatole dall’avena e al triplo dry-hopping. Citra, Eukanot, Khatu, Wai-Iti sono i luppoli utilizzati, mentre per l’ultimo dry-hopping sono stati usati Galaxy e Citra Lupulin in polvere. Visivamente simile ad un torbido succo di frutta all’albicocca, ha una bella schiuma cremosa e compatta. Mango, albicocca, pesca percoca e papaia formano una macedonia di frutta molto matura nella quale ci finisce anche qualche frammento di pompelmo. Il gusto è coerente, dolce ma non troppo, merito di una chiusura sorprendente secca che fa il miracolo in assenza pressochè totale di amaro. S’avverte giusto uno zic resinoso. Il corpo è quasi pieno, è una birra masticabile ma non particolarmente cremosa.  L’alcool si sente solamente a fine corsa ma il suo maggior pregio è la completa mancanza di quegli spigoli e di quelle incrinature (hop burn) che spesso affliggono il mondo delle NEIPA. Impalcatura ineccepibile, birra molto buona e pulita: nonostante questo le Double NEIPA raramente riescono ad emozionarmi e questa non fa eccezione. Colpa mia.

Passiamo alla DDH Citra + Galaxy, altra Imperial IPA (8.5%) dove imperversano Citra, Galaxy e luppolina di Citra. Visivamente identica alla sorella maggiore, ha un profilo aromatico abbastanza simile nel quale emergono pesca, albicocca, papaia e mango. Definizione e precisione potrebbero però essere migliori. Al palato si ha la sensazione di sorseggiare un succo di frutta tropicaleggiante, le bollicine sono un po’ più presenti del dovuto e quindi il mouthfeel NEIPA ne risulta un po’ penalizzato all’inizio. L’alcool è ben gestito ma è maggiormente in evidenza rispetto alla Triple Cream, soprattutto nel finale: chiude con un amaro resinoso/vegetale piuttosto educato, che non lascia nessun grattino. Double NEIPA ben fatta, di nuovo avara di emozioni e non impeccabile per quel che riguarda definizione e pulizia.

Continuiamo a percorre la scala ABV scendendo a 6.5% con la IPA Small Citra Everything; questa single-hop è di color arancio, torbido ma luminoso: anche in questo caso la schiuma è cremosa, compatta e molto persistente, cosa che non accade sempre nelle NEIPA.  E Citra sia: arancia, mandarino, pompelmo dominano un aroma nel quale avverto anche qualche nota di ananas. In questo caso la pulizia è maggiore dell’intensità e i profumi non sono esplosivi. Non si tratta tuttavia di un succo di frutta sfacciato: si riesce ancora a percepire l’elemento birra (pane, crackers) prima di un finale zesty, a tutta scorza d’agrumi. Sarebbe una birra piuttosto gradevole ma c’è una nota amara vegetale, piuttosto pesante, che non rientra esattamente nella mie corde. Questione di gusti. Non amo le IPA mono-Citra, in particolare per quel che riguarda l’amaro che quel luppolo impartisce: avesse un bel finale resinoso in stile West Coast guadagnerebbe un paio di punti.

Space Dream è invece una IPA (6%) nel quale il Galaxy è affiancato da lattosio ed avena per darle un mouthfeel lussureggiante: operazione riuscita solo in parte, la birra è solida e chewy ma non particolarmente morbida. Pesca, mango, ananas, arancia  e pompelmo sono affiancate da qualche suggestione di panna donata dal lattosio. Anche Space Dream mantiene le parvenze di una birra, dietro alla sembianze “Juicy”: non è una NEIPA estrema e sfacciata, peccato che il gusto sia meno definito e preciso rispetto all’aroma. Il testimone passa dalla frutta tropicale agli agrumi in un finale nel quale è protagonista il pompelmo, affiancato da una nota amara resinosa che non gratta e che lascia una scia abbastanza breve. Nessuna Madonna, ma senz’altro una bella bevuta.

Chiudiamo questa breve rassegna con Small Green Everything (4.8%), sorellina della più famosa Double IPA All Green Everything, una delle prime NEIPA prodotte da Other Half e una delle birre che hanno contribuito al suo successo. Il suo colore velato oscilla tra il dorato e l’arancio, mentre al naso c’è un bouquet abbastanza intenso e pulito composto da note dank, arancia, pompelmo e frutta tropicale. Pane e crackers, frutta tropicale dolce, finale amaro che oscilla tra zesty, dank e resinoso:  ci sono tutte le caratteristiche per una (Session) IPA moderna e l’esecuzione di Other Half è convincente. Alcool fantasma, grande facilità di bevuta, buona presenza palatale, finale secco, amaro educato ed abbastanza persistente. Potere della semplicità: se siete un po’ fuori moda e amate la birra che sa di birra, questa è senz’altro la Other Half che vi consiglierei di bere tra quelle arrivate in Europa.
Non mi soffermerei troppo sul  fattore prezzo. Vale la pena spendere 25 euro al litro per una IPA (4.8%)?  Ovviamente no, ma se siete beergeeks incalliti o grandi appassionati è un’occasione ghiotta per provare delle birre che potreste altrimenti bere solo a New York. Il viaggio vi costerebbe di più, e chissà quando potrete farlo.  Per chi invece ama soltanto bere una buona NEIPA, ci sono alternative altrettanto valide in Italia e in Europa: non vi bastano i già (tanti)  12-15 euro al litro ?

Nel dettaglio
Triple Cream, 47,3 cl., alc. 10%, lotto 03/09/2020,  prezzo indicativo 14,00 euro (beershop)
DDH Half Citra + Galaxy, 47,3 cl., alc. 8.5%, lotto 01/09/2020, prezzo indicativo 13,00 euro (beershop)
DDH  Small Citra Everything, 47.3 cl., alc. 6.5%, lotto 07/09/2020, prezzo indicativo 12,00 euro (beershop)
DDH Space Dream, 47.3 cl., alc. 6%, lotto 31/08/2020, prezzo indicativo 12,00 euro (beershop)
DDH Small Green Everything,  , 47.3 cl., alc. 4.8%, lotto 27/08/2020, prezzo indicativo 12,00 euro (beershop)


NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

mercoledì 21 ottobre 2020

Almanac Sunshine and Opportunity - Barrel Aged

Di Almanac Beer Company vi avevo parlato nel 2014:  beerfirm fondata a San Francisco da Jesse Friedman e Damian Fagan, dopo essersi conosciuti nel 2007 ad un club di homebrewing si scoprono appassionati anche di cibo di qualità, di prodotti a Km 0 e di mercati contadini. Abbozzano qualche idea per iniziare assieme una professione:  un bar, un cafè o  un negozio per homebrew?  Meglio ancora un birrificio: in mancanza di capitali per dotarsi d’impianti propri i due optano per la soluzione low cost della beer firm.  
Dopo tre anni passati ad esercitarsi ed affinare le ricette nei rispettivi appartamenti, a cotte da venti litri per volta, nel 2010 i due sarebbero pronti per partire ma scoprono che il nome da loro scelto, Old Oak Beer Co.,  potrebbe infrangere qualche copyright; per evitare qualsiasi noia legale, decidono di cambiarlo in  Almanac Beer Co., corredato dal motto “Farm to Bottle” (dalla fattoria alla bottiglia) mutuato dalla filosofia del “Farm to Table”.   La scelta vuole mettere in risalto il legame con il territorio circostante che i due imprenditori intendono valorizzare: l’Almanacco è quello dell’agricoltore, della stagionalità delle colture: l’idea è di utilizzare frutti o altri ingredienti provenienti dalle fattorie della California settentrionale per produrre birre maturate in legno, destinate alla tavola ed agli abbinamenti gastronomici. A giugno 2011 arrivano le prime bottiglie della Summer 2010 Blackberry Ale, una birra acida realizzata con quattro diverse varietà di more provenienti dalla Sebastopol Berry Farm della contea di Sonoma ed invecchiata per undici mesi in botti di vino rosso.   Viene prodotta presso gli impianti della Drake’s di San Leandro, nella baia di San Francisco, mentre le altre birre saranno principalmente realizzate alla Hermitage Brewing Co. di San Jose. Nelle birre ci finiscono progressivamente moltissimi altri ingredienti provenienti da aziende agricole e da piccoli produttori californiani:  agrumi, uva, prugne, pesche, miele, cacao, vaniglia e finocchio, solo per citarne alcuni.  Almanac si specializza in birre acide affinate in legno e, anziché in un impianto di produzione, Friedman e Fagan preferiscono acquistare  un migliaio di botti e due tini di rovere da 4000 litri. Ma nel 2014 è anche arrivata la prima birra “normale” per Almanac: una India Pale Ale,  nonostante Friedman e Fagan si erano sempre dichiarati contrari a realizzare una birra che avrebbe avuto – a loro dire – troppa concorrenza.
Alla fine del  2016 Almanac inaugura la taproom  
nel Mission District di San Francisco: una dozzina di spine, 75 posti a sedere all’interno, altri 25 nel piccolo beer garden e cucina informale affidata al cuoco Chad Arnold. Ma il vero cambiamento arriva nel 2018 quando viene inaugurata la nuova sede ad Alameda in un ex hangar aeronautico del 1942 fatto ristrutturare dal birrificio ThirstyBear di San Francisco per ospitare il suo progetto Admiral Maltings: l’ultima malteria in California aveva chiuso i battenti un secolo prima. Almanac prende in affitto una parte del fabbricato – 3000  metri quadri – nel quale trovano posto gli impianti di produzione, una taproom e un beergarden. “Il nostro mercato di riferimento è diventato molto affollato - dichiarò Fagan - improvvisamente quasi tutti I birrifici si sono messi a fare birre acide e i prezzi sono scesi. Il nostro modello d’impresa non sarebbe stato sostenibile a lungo”.
Almanac non è più una beerfirm, diventa birrificio ma dopo pochi mesi Jesse Friedman se ne va,  mantenendo le proprie quote societarie ma lasciando il ruolo di birraio a Phil Emerson. Le ragioni della separazione non sono mai state rese note. All’inizio del 2019 la taproom di San Francisco viene definitivamente chiusa.  

La birra.

La prima birra in lattina di  Almanac risale alla primavera del 2016, grazie ad una collaborazione con il birrificio collaboration with Speakeasy di San Francisco: pilsner, due saison e una  IPA. Oggi anche le birre acide affinate in botte vengono commercializzate nello stesso formato, come ad esempio la Farmhouse Sour Ale chiamata Sunshine & Opportunity, riferimento alla California: terra “del sole e delle opportunità”. Questa Sour Ale viene prodotta con malti Admiral Pale, Aromatic, frumento, avena e viene poi invecchiata in botti di rovere con aggiunta di succo di pera e con un delicato dry-hopping di Citra, Sabro e Mosaic. Ne sono state realizzate anche una versione Lavender Honey Edition, con aggiunta di lavanda e miele, ed una colorata Rosé Edition con uva Merlot e ibisco.
Restiamo sulla Sunshine & Opportunity originale che si presenta di color dorato, quasi limpido e un generoso cappello di schiuma pannosa dall’ottima persistenza. Agrumi, pera, frutta tropicale, pepe bianco, lime, legno e un lieve carattere funky/rustico: l’interazione tra luppoli, lievito e botte funziona alla perfezione e regala un naso fresco, pulito, elegante e intenso. L’etichetta mette in evidenza lo slogan tart-refreshing-tropical e la birra mantiene le promesse: al palato è piacevolmente acidula, un tappeto dolce di tropicale e pera bilancia la secchezza e l’asprezza  degli agrumi. A fronte di una bella intensità non c’è tuttavia grande profondità e s’avverte qualche accenno legnoso solo nel finale. E’ una Sour Ale ruffiana e piaciona nella quale la frutta eclissa il funky: l’alcool (5.8%) è inesistente e la birra è assolutamente rinfrescante, perfetta per i mesi più caldi dell’anno. Sunshine & Opportunity, ovvero una Gently Sour fatta per piacere che coglie nel segno. 
Formato 47,3 cl., alc. 5.8%, lotto 29/01/2020, prezzo indicativo 9.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio