mercoledì 20 marzo 2019

Cigar City Marshal Zhukov's Imperial Stout 2017

La storia ve l’avevo già raccontata ma vale la pena ripeterla:   Georgij Konstantinovič Žukov, ovvero “il generale che non ha mai perso una battaglia”: di origini contadine, venne arruolato in cavalleria nel corso della prima guerra mondiale. Dopo la rivoluzione d’ottobre entrò nell’Armata Rossa dapprima come comandante di Brigata, poi di divisione ed infine di corpo d’armata. Nel 1938 fu nominato vicecomandante di tutte le Forze Armate della Bielorussia: in Mongolia sconfisse l’esercito giapponese, ottenendo per la prima volta il titolo di “Eroe dell’Unione Sovietica”. Nel 1940 venne nominato Capo di Stato Maggiore ed fu lui ad organizzare la difesa che contrastò il lungo assedio (1941-1944) dell’esercito nazista a Leningrado.  Stalin, impressionato dal suo lavoro, lo chiamò ad organizzare anche la difesa di Mosca affidandogli il comando generale di tutte le operazioni: la strategia di Žukov, grazie anche all’aiuto del gelido inverno russo che arriva in anticipo, ebbe successo. Dopo alcuni contrasti con Stalin e conseguenti declassamenti fu richiamato per dirigere l'Operazione Urano per il salvataggio di Stalingrado, assediata dai tedeschi: Žukov preparò la “controffensiva del Don”, facendo traghettare oltre il Volga 170.000 soldati, 27.000 automezzi e 1300 vagoni ferroviari  senza che il nemico se ne accorgesse. Il 31 gennaio 1943 liberò Stalingrado dopo aver accerchiato i nemici: nella battaglia -  che segnò l’inizio della disfatta di Hitler - persero la vita un milione e mezzo di tedeschi.  Žukov, si guadagnò il soprannome de “il salvatore”, ma a seconda delle occasioni era anche “l’uragano”, “l’invincibile” oppure “l’ariete” al quale viene affidata l’Operazione Berlino. Fu lui a battere sul tempo inglesi ed americani entrando per primo (30 aprile 1945) nella capitale  tedesca ormai in macerie issando la bandiera rossa sul Reichstag; sarà lui a presenziare ed a firmare l’atto di resa della Germania.  Salvatore di Mosca, liberatore di Stalingrado, conquistatore di Berlino: la sua fama era ormai maggiore di quella di Stalin, che iniziò a vederlo come un pericoloso avversario. Nel dopoguerra Žukov fu messo in disparte, venne indagato dalla polizia segreta ed esiliato negli Urali; alla morte di Stalin, nel 1953, Žukov fu nominato Ministro della Difesa dal successore Malenkov. La sua parabola si concluse con l’avvento al potere di Kruscev, che lo destituì accusandolo di aver cercato di sottrarre l’esercito al controllo del Partito Comunista. Venne obbligato a fare una autocritica sulla Pravda e visse recluso e lontano della vita politica sino alla sua morte, avvenuta nel 1974.  Žukov, dal carattere difficile, venne ripreso più volte per ubriachezza e violenze ma fu uno dei militari sovietici più decorati e l'unico a ricevere quattro volte il titolo di Eroe dell'Unione Sovietica".

La birra.
All’invincibile maresciallo (Marshal) Zhukov il birrificio della Florida Cigar City (qui la sua storia) dedica quella che è diventata rapidamente una delle sue birre di maggior successo. La parabola dell’hype beergeekiano è poi scemata col tempo spostandosi su altre imperial stout prodotte dal birrificio della Florida o su alcune varianti barricate della Marshal Zhukov stessa. Dal 2008 Marshal Zhukov esce ogni anno tra fine luglio e inizio agosto, periodo non proprio ideale: “come gli strateghi militari le Russian Imperial Stout danno il loro meglio dopo un po’ di tempo. Noi la commercializziamo nel torrido agosto in modo che possa dare il meglio con l’arrivo di gennaio e febbraio” dicono alla Cigar City. 
Facciamo un salto indietro nel tempo al 2017 quando l’uscita della birra avvenne nell’ambito del Red Banner Day, un evento dedicato al debutto della Marshal Zhukov fresca e ad alcuni vintage; in quell’anno erano presenti alle spine anche le version Cognac, Bourbon e Double Barrel  (Bourbon e Rum) oltre alla  Marshal Zhukov Penultimate Push Bourbon Barrel Aged. Per quel che riguarda le bottiglie, nessun limite all’acquisto per la Marshal Zhukov normale; solo due bottiglie a testa per la sua versione Cognac Barrel-Aged 2017 da 75 cl., in vendita solo alla taproom. 
Nel bicchiere è completamente nera con un cremoso cappello di schiuma minacciosamente scuro, anche se di dimensioni contenute. I profumi dell’aroma sono tuttavia molto più “rassicuranti”: fudge, fruit cake, melassa, prugna disidratata e uvetta, liquirizia, accenni di tostature, caffè  e cioccolato. Una bella partenza dolce che trova parziale seguito anche nei primi istanti della bevuta prima dell’arrivo delle tenebre, ovvero un amaro piuttosto intenso e pungente che si snoda tra torrefatto, caffè ed una generosa luppolatura erbacea, ancora pungente a quasi due anni dall’imbottigliamento. Anche il cacao fa  ogni tanto capolino, l’alcool (11.2%) c’è e riscalda ogni sorso con vigore: è una imperial stout potente ed intensa, da sorseggiare senza fretta abbandonandosi al suo lungo finale etilico, caldo e avvolgente.  E anche se lascia di sé un ricordo prevalentemente “duro ed amaro” la Marshal Zhukov di Cigar City non disdegna diversi passaggi in territorio dolce e goloso (“decadent cake”, per dirla in inglese). Ci potrebbe essere qualche emozione in più nel bicchiere ma il livello è indiscutibilmente elevato e non c’è nulla di cui lamentarsi.
Formato 65 cl., alc. 11.2%, IBU 70, imbott. 13/07/2017, prezzo indicativo 20.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 19 marzo 2019

DALLA CANTINA: Elav Progressive Barley Wine 2014

Dopo un’assenza di cinque anni ritorna sul blog il birrificio bergamasco Elav, fondato nel 2010 da Antonio Terzi e Valentina Ardemagni. Vediamo quanto di nuovo è avvenuto dal 2014 ad oggi: in quell’anno Elav metteva in funzione il nuovo impianto da 2,5 ettolitri a cotta seguito a ruota dalla nascita della Società Agricola Elav nel territorio che circonda il Monastero Vallombrosano ai piedi di Bergamo Alta. Due ettari di terreno  nella Val d’Astino sul quale si coltivano luppolo, erbe officinali e frutti rossi anche destinati alla produzione di birra. 
Sugli stessi campi si trova la Cascina Elav, “succursale” estiva del birrificio aperta da fine maggio a settembre: ristorante, pizzeria, pub e una corte all’aperto dove vengono ospitati eventi culturali, laboratori, seminari, spettacoli, concerti, mercati, corsi e workshop. Nei mesi più freddi dell’anno, ma non solo, potete dissetarvi allo storico Clock Tower Pub di Treviglio o all’ Elav Kitchen & Beer,  inaugurato a Bergamo Alta a gennaio 2018. Se state invece partendo per una vacanza troverete la Beerstrotheque Elav all’aeroporto di Orio al Serio, precursore italiano di un fenomeno che sta lentamente iniziando a prendere piede in molti aeroporti nel mondo: finalmente si possono ingannare i tempi d’attesa tra un volo e l’altro dissetandosi con birre di qualità e non con i soliti anonimi prodotti industriali. Abitate a Bergamo? Elav in collaborazione con Winelivery vi consegnerà a domicilio con bicicletta elettrica la vostra birra preferita in mezz’ora. Ogni giorno potete scegliere tra sei diverse birre che vi verranno recapitate a casa in appositi contenitori pressurizzati che promettono di preservare al meglio la qualità del prodotto. Il prezzo? Lo stesso di una pinta al bancone, ovvero sei euro per mezzo litro. 

La birra.
Dalle innovazioni commerciali passiamo a quelle nel bicchiere. Il barley wine di casa Elav si chiama Progressive non a caso: lievito american ale, solo due malti (pils e pale) e un luppolo esotico (Sorachi Ace), ma il birrificio assicura che questa birra “vi stupirà per la sua complessità e la sua spiccata personalità”. Alla prova dei fatti una bottiglia del 2014: i cinque anni in cantina le avranno fatto bene? 
Nel bicchiere si presenta di un color ambrato opaco ma ancora vivace e luminoso: la schiuma biancastra è cremosa ma di dimensioni piuttosto modeste e poco persistente. Il naso sorprende subito per pulizia, espressività e complessità: frutta secca a guscio, uvetta e datteri, mela, ciliegia, albicocca disidratata, toffee, accenni di vino marsalato. Aroma caldo, liquoroso e sensuale: si creano grandi aspettative che il gusto fortunatamente non delude. La bevuta è un liquore ricco di frutta sotto spirito la cui dolcezza viene stemperata da una leggera asprezza vinosa e da un’acidità quasi rinfrescante che, a cinque anni dalla messa in bottiglia, appare stupefacente. Il finale, anticipato da una punta amara di frutta secca, è caldo e ricco di nuovi rimandi ai vini liquorosi.  Sono quegli effetti positivi dell’ossidazione che vorresti sempre trovare in queste birre. Gran bella sorpresa questo barley wine di Elav, un piccolo gioiello tutto da scoprire: bilanciato nella sua dolcezza, morbido al tatto ed amalgamato tra tutte le sue componenti, scalda (11%) senza bruciare regalando sorprese ad ogni sorso. A cinque anni d’età è ancora in splendida forma e mostra di poter andare ancora avanti nel tempo: peccato non averne qualche altra bottiglia in cantina. Non mi sembra godere di notorietà tra gli appassionati, ma per quello che trovo in questo bicchiere la meriterebbe.
Formato 33 cl., alc. 11%, IBU 65, imbott. 14/05/2014, scad.  14/05/2034, prezzo indicativo 6,00 euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 18 marzo 2019

DALLA CANTINA: Alaskan Smoked Porter 2008

Birre e cantina: anche se la stragrande maggioranza delle bottiglie va bevuta fresca ogni birrofilo cela dentro di sé l’irrefrenabile desiderio di provare ad invecchiare i suoi acquisti. Per chi non ha molta esperienza e volesse approfondire la questione segnalo l’interessante libro Vintage Beer di Patrick Dawson; non è ancora stato tradotto in italiano ma al suo interno troverete tanti utili consigli su come allestire una piccola o grande cantina personale. Quali sono i fattori che contribuiscono positivamente all’invecchiamento di una birra, quali sono le tipologie maggiormente indicate all’invecchiamento, come invecchiarle e alcuni appunti di degustazione di diverse annate della stessa birra. 
Alla regola generale  che dice d’invecchiare “birre acide o birre scure dall’alta gradazione alcolica” ci sono alcune eccezioni e la birra di oggi è una di queste: parliamo della Smoked Porter del birrificio americano Alaskan che abbiamo già assaggiato in questa occasione quando era passato “solamente” un anno dall’imbottigliamento. 
Una birra che fa anche rivivere il processo usato alla fine del diciannovesimo secolo dai birrifici in Alaska: producevano porter con malti da loro stessi essiccati in forni alimentati ad ontano, il legname da sempre utilizzato dai nativi di quella regione per affumicare il pesce. E fu proprio ad un affumicatore di salmone che si rivolse il fondatore del birrificio Geoff Larson nel 1988, anno in cui la Alaskan Smoked Porter fece il suo debutto: è la birra che ha ancora detiene il record del maggior numero di medaglie (21) vinte nelle diverse annate del Great American Beer Festival. 
Dal libro Vintage Beer: “con una percentuale d’alcool del 6.5 non sembrerebbe essere una candidata all’invecchiamento. Ma i fenoli derivanti dall’affumicatura agiscono da preservante facendo in modo che la birra invecchi in modo eccezionale  come quelle con un contenuto alcolico di molto superiore”.  Secondo Larson “il fumo è molto evidente quando la birra è fresca, ma col tempo s’affievolisce lasciando il posto ad altri elementi che danno forma ad un profilo complesso. Dopo dieci anni questo si semplifica un po’ e il fumo ritorna ad essere protagonista”.

La birra.
Ottobre e novembre sono i mesi in cui ogni anno il birrificio Alaskan mette in vendita la sua Smoked Porter.  Non tutti i millesimi arrivano in Italia e  in Europa: attualmente nei vari beershop c’è ancora disponibilità delle annate 2013-2014 e se cercate bene potete trovarle a prezzi davvero sorprendenti.  Il prezzo del biglietto diventa invece più salato se volete tentare la sorte con qualche esemplare degli anni 90 (35 cl. ed etichetta color violetto) o dei primi anni 2000 (47 cl.). 
Noi facciamo un passo indietro nel tempo al 2008 quando la Smoked Porter spegneva la sua ventesima candelina. Giudicandola dall’aspetto non le daresti tutti questi anni:  la testa di schiuma è ancora generosa, compatta e piuttosto persistente. Il suo vestito è il classico ebano scuro, prossimo al nero. L’aroma è piuttosto intenso ed è dominato dal legno affumicato; impossibile non pensare allo Schwarzwalder Schinken, il prosciutto affumicato tedesco. In sottofondo emergono anche profumi di cioccolato, cola e caramello. Davvero pochi gli acciacchi dovuti all’età: si scorge giusto qualche accenno di gomma bruciata. Neppure il mouthfeel mostra particolari segni di cedimento e dopo dieci anni mantiene la stessa grande scorrevolezza e bevibilità delle bottiglie più giovani senza sembrare slegata o scarica. L’affumicato è il protagonista indisturbato dei primi sorsi e per apprezzare in pieno questa Smoked Porter dovete attendere che il vostro palato si abitui alla sua presenza per assistere alla sua “trasfigurazione”. Ecco affiorare biscotto, caramello, cola, prugna e uvetta, un sottofondo di cioccolato e un finale amaro di caffè prima del ritorno dell’affumicato che era improvvisamente scomparso. L’alcool (6,5%) è praticamente assente.  
Alla cieca credo sarebbe impossibile per chiunque dire che nel bicchiere c’è una birra che ha dieci anni d’età: il tempo sembra non essere passato.  Ed è forse questo pensiero ad emozionare maggiormente della bevuta in sé, comunque estremamente gradevole e soddisfacente ma incredibilmente priva dei classici segni del tempo. Una birra perfettamente conservata (quasi) come fosse nata ieri.
Formato 65 cl., alc. 6.5%, IBU 45, lotto 10/2008.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 12 marzo 2019

[Le birre rivisitate] Firestone Walker Parabola 2018

Nel 2015 riuscivo finalmente a stappare una bottiglia di una birra che era da sempre sulla mia lista dei desideri: l’imperial stout Parabola del birrificio californiano Firestone Walker, recuperata con un po’ di fortuna nel 2014 nel corso di una vacanza negli Stati Uniti.  A quel tempo Firestone Walker era ancora indipendente e la loro produzione “barrel aged” abbastanza limitata: nessuna di queste birre veniva esportata in Europa. Nell’estate del 2015  Adam Firestone e David Walker hanno ceduto la maggioranza (? -  i dettagli dell’accordo non sono mai stati resi noti) della loro azienda ai belgi della Duvel Moortgat il cui denaro è stato utilizzato per finanziare un ambizioso piano d’espansione. Qualche anno dopo si sono iniziati a vedere i risultati: nel 2018 la Proprietor’s Vintage Series ha varcato l’oceano e qualche bottiglia è arrivata anche nel nostro continente.   
Il legame Firestone – Duvel  ha suscitato più di qualche perplessità tra gli appassionati americani: la ciliegina sulla torta fu proprio la Parabola millesimo 2017. Quell’anno la birra fu interamente prodotta e imbottigliata,  sotto la diretta supervisione del birraio di Firestone Walker Matt Brynildson, in un altro birrificio americano di proprietà Duvel Moortgat: Boulevard Brewing a Kansas City, Missouri.  E, come avviene spesso in questi casi, le reazioni di beergeeks non furono entusiaste: qualità inferiore, non è più la Parabola di una volta. In quell’anno avvenne anche il passaggio dal formato 65 a quello più pratico, per uso personale, da 35.5 centilitri. 
La dura legge dell’hype ha colpito anche Firestore Walker, nome ancora molto apprezzato ma ormai al di fuori da quel circolo ristretto di birrifici che fanno impazzire gli appassionati. Per recuperare un po’ di terreno perduto Firestone ha iniziato a giocare con le varianti di Parabola, oggi ancora molto ricercate: Parabajava (con aggiunta di caffè), Scotch Parabola (invecchiata in botti di whisky torbato scozzese Ardbeg) e Parabanilla (invecchiata in botti di whiskey di segale con aggiunta di vaniglia).

La birra.
Per la storia della Parabola vi rimando al post di quattro anni fa: oggi concentriamoci sulla sua edizione 2018, quella arrivata anche in Italia. Fece il suo debutto in aprile: nelle tre locations di Firestone Walker (Paso Robles, Buellton e Venice) era anche disponibile la sua versione Coconut Rye, ovvero invecchiata in botti di whiskey di segale con aggiunta di cocco tostato. Di quest’ultima solamente 300 casse disponibili, con un limite d’acquisto massimo di dodici bottiglie a testa. 
La Parabola 2018 vede una gradazione alcolica leggermente inferiore alle annate precedenti (12.7% anziché 14% e dintorni): ho trovato informazioni discordanti anche sul suo processo produttivo. Sulla sito del birrificio viene attualmente dichiarato che “questa imperial stout è stata invecchiata un anno in botti che avevano contenuto in precedenza burbon Heaven Hill”. I comunicati stampa rilasciati al momento dell’uscita riportano invece che Parabola nasce – come era a me noto -  da un blend di botti che avevano contenuto diverse tipologie di bourbon: Buffalo Trace, Elijah Craig, Four Roses, Pappy Van Winkle e Woodford Reserve. 
Le uniche certezze riguardano la ricetta: malti Maris Otter Pale, Munich, Cara-hell, Carafa, Dark e Light Crystal, Chocolate, avena e orzo tostato, luppoli Zeus in amaro e un non ben specificato “Hallertau” a fine bollitura. Il suo vestito non è completamente nero ma poco ci manca; si forma una piccola testa di schiuma, cremosa e compatta ma poco persistente. Al naso tanti “dark fruits” (prugna, uvetta, frutti di bosco, ciliegia sciroppata), accenni di caffè e tostature, qualche nota di cioccolato fondente e bourbon. La bevuta è morbida, leggermente oleosa, corpo medio-pieno: densa ma non troppo, si potrebbe dire. Fruit cake, dark fruits e bourbon caratterizzano una bevuta intensa e molto soddisfacente che si sviluppa per la maggior parte sul versante dolce per poi essere bilanciata dall’amaro del caffè, del cioccolato fondente e del torrefatto. 
E’ una birra potente che scalda corpo e anima senza esagerare: giocoforza impegnativa, non proibitiva. Mettetevi comodi e dedicatele tutta la serata, seguendo dopo ogni sorso la sua lunga scia di bourbon, cioccolato e frutta sotto spirito. 
Una imperial stout nella quale c’è tutto quello che si può desiderare? Quasi. Invero non c’è molta profondità e anche l’eleganza non raggiunge l’eccellenza, ma è un po’ il voler cercare il pelo nell’uovo: mi riferisco soprattutto alle caratteristiche apportate dal passaggio in botte, da sempre uno dei punti di forza del birrificio di Paso Robles. C’è il bourbon, c’è il legno ma non riesco a trovare quei dettagli preziosi capaci di fare la differenza, come cocco e vaniglia ad esempio; forse è il mio naso o forse è l’ennesimo prezzo da pagare quando la qualità viene leggermente sacrificata in favore della quantità. Si viaggia ancora in prima classe ma avevo di lei un ricordo migliore. E’ cambiata lei, è cambiato il mio palato o nel 2015 ero troppo influenzato dall’entusiasmo di poterla finalmente bere per la prima volta? Forse di tutto un po’.
Formato 35.5 cl., alc. 12.7%, IBU 69, lotto 2018, prezzo indicativo 16.00-20.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 11 marzo 2019

DALLA CANTINA: Lervig Brewers Reserve Barley Wine Aged in Bourbon Barrels 2014

Dal 2013 il birrificio norvegese Lervig è stato una costante presenza sul blog: qui trovate tutte le birre stappate in questi anni.  Stavanger, capitale del petrolio norvegese, è oggi conosciuta dai beergeeks per l’eccellente lavoro svolto dal birraio Mike Murphy, chiamato nel 2010 a risollevare le sorti di un marchio che non stava riscuotendo grande successo. Lervig è uno dei più apprezzati produttori europei e la fredda Stavanger ha iniziato a scaldare i motori: dal 2014 anche lei ha il suo piccolo festival birrario, chiamato “What’s Brewing”. 
Ad organizzarlo furono James Goulding  e David Graham in collaborazione con l’agenzia media Melvær&Co: Goulding (oggi European Manager per i canadesi della Collective Arts Brewing) a quel tempo lavorava per la Lervig, di cui a tutt’oggi Graham è ancora head brewer.  Il birrificio non volle organizzarlo in prima persona ma diede il proprio benestare a James e David; Mike Murphy sfruttò la propria rete di conoscenze per portare in Norvegia alcuni amici birrai stranieri per la prima edizione del festival. 
Da allora il “What’s Brewing” festival di Stavanger è cresciuto ed ha da poco annunciato i partecipanti all’edizione 2019 che si terrà il 18 e 19 ottobre: Verdant, Siren, Left Handed Giant, Harbour e Cloudwater (UK), Whiplash e White Hag (Irlanda), Basqueland (Spagna), To Øl, Mikkeller e Æblerov (Danimarca), O/O Brewing, Stockholm Brewing, Stigbergets e Omnipollo (Svezia), Loverbeer e Cra/k (Italia), Fuerst-Wiacek e Mahrs Bräu (Germania), Põhjala (Estonia), Lervig e Yeastside (Norvegia), Cascade, Other Half, Lamplighter, Modern Times, Stillwater, Norway, Sand City e Bruery (USA), Coedo e Shiga Kogen (Giappone), Jing-A e Great Leap (Cina), Collective Arts e Malty (Canada).

La birra.
“Our Barley Wine is the most special beer we make”: così alla Lervig descrivono una birra prodotta solamente una volta all’anno. Nel 2011 fu fatta la prima cotta, 800 litri in tutto, sull’impiantino pilota che Mike Murphy utilizzava per i propri esperimenti.  Oggi il Barley Wine viene fatto assemblando una piccola percentuale di birra fresca con quella che riposa da almeno un anno in diverse botti ex-bourbon. La ricetta prevede malti Monaco, Caramello e Chocolate, luppolo Styrian Goldings. Il birrificio le dà una shelf life di dieci anni: andiamo a vedere come si trova il Barley Wine 2014 a metà del suo percorso, dopo cinque anni in cantina. 
Il suo vestito è colorato di ebano scuro, o tonaca di frate cappuccino se preferite: in superficie solamente un piccolo pizzo di bolle sul bordo del bicchiere. L’aroma è caldo e intenso: arrivano subito ricordi di porto e di vini fortificati, frutti di bosco scuri, prugna disidratata, ciliegia sotto spirito, melassa, bourbon, qualche nota legnosa.  Il mouthfeel mostra qualche cedimento dovuto all’età ma la sensazione palatale è ancora gradevole, leggermente oleosa: poche bollicine, corpo medio-pieno. La bevuta corrisponde in pieno con l’aroma: dolce, calda, ricca di melassa, caramello e tanta frutta sotto spirito: prugna, uvetta, ciliegia, frutti bosco. I ricordi di vino fortificato sbiadiscono lentamente lasciando posto ad un finale nel quale emergono bourbon, legno e qualche nota ossidativi meno piacevole. Il bilancio degli effetti del passare del tempo è comunque ancora ampiamente positivo. Il passaggio in botte non (r)aggiunge particolari complessità o vette espressive ma ciò andrebbe verificato anche in un esemplare più giovane. L’alcool riscalda e rincuora senza esagerare ma è ovviamente una birra capace di fare serata da sola: mettetevi comodi e gustatevela con calma, cogliendo le sue diverse sfumature man mano che la temperatura nel bicchiere si alza. Ha già passato il suo picco, ma regala ancora belle soddisfazioni.
Formato 33 cl., alc. 13%, IBU 40, lotto AR 2014, scad. 30/01/2024, pagata 7.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 7 marzo 2019

Põhjala / Jing-A (京A) Cellar Series - Early Morning Regrets

Del birrificio estone Põhjala abbiamo già parlato in molte occasioni e non c’è quindi molto da aggiungere, se non che lo scorso dicembre è stata inaugurata a Tallin la nuova taproom: 24 spine, cucina specializzata in barbecue texano, negozio merchandising e possibilità di noleggiare una sauna privata. La taproom è aperta tutti i giorni tranne il lunedì da mezzogiorno a mezzanotte; la domenica è invece dedicata a chi si alza tardi: colazione servita tutto il giorno, dalle 10 sino alla chiusura anticipata alle 17. 
Ma Tallin non è solo Põhjala: da quattro anni la capitale estone ospita la Craft Beer Weekend, festival di due giorni con una cinquantina di birrifici locali, nazionale e esteri. L’edizione 2019 è prevista per il primo weekend di maggio. Come spesso accade in queste occasioni i festival rappresentano per i birrifici locali anche una conveniente opportunità per realizzare qualche birra collaborativa con i birrifici stranieri. 
Alla Craft Beer Weekend del 2017 fu invitato il birrificio cinese Jing-A (京A), fondato nel 2013 a Pechino dagli americani Alex Acker e Kristian Li, entrambi residenti dal 2000 nella capitale cinese: dagli Stati Uniti si sono portati dietro la passione per l’homebrewing e, dopo aver deliziato amici e parenti con le birre fatte in casa, hanno deciso di trasformare l’hobby in una attività professionale. In un primo periodo le birre sono state prodotte su impianti terzi e solo successivamente i due americani hanno lasciato le loro precedenti occupazioni lavorative per dedicarsi a tempo pieno alla birra dotandosi di impianto proprio e aprendo un brewpub a Pechino con cucina e una dozzina di spine.  
In quell’occasione Põhjala e Jing-A realizzarono la loro prima birra collaborativa chiamata Late Night Date (9%), una baltic porter %) prodotta con datteri e fichi affumicati su legno di lychee e melo. Nel 2018 Jing-A fu nuovamente invitato a Tallin per il festival e per realizzare un’altra birra assieme a  Põhjala.

La birra.
L’ideale seguito della Late Night Date (un appuntamento a notte fonda) è  almeno nel nome la Early Morning Regrets, ovvero i “rimpianti della mattina presto”. In sostanza si tratta di una imperial stout invecchiata in botti ex bourbon con aggiunta di chicchi di caffè cinese, proveniente dalla provincia di Yunnan, anch’essi “invecchiati” nelle stesse botti. Chi si aspettava l’utilizzo di qualche spezia, frutto o ingredienti della tradizione cinese rimarrà un po’ deluso; i due birrifici hanno deciso di non rischiare troppo e di andare sul sicuro, aggiungendo caffè ad uno stile che Põhjala ha già dimostrato di saper maneggiare alquanto bene.  Un’occasione mancata? Vediamo. 
La ricetta prevede malti Pale, Monaco, Crystal 50, Cara 150, Carafa T-2 Special, Roasted, Black, Chocolate wheat, Chocolate rye e avena in fiocchi; i luppoli sono Warrior e Chinook. Il suo colore è nero come la notte che si è appena lasciata alle spalle: la schiuma è cremosa, compatta ed ha una discreta persistenza. L’aroma è ricco, pulito e anche abbastanza elegante: caffè, cioccolato fondente, orzo tostato,  accenni di vaniglia, uvetta e prugna sotto spirito. Il caffè è l’indubbio protagonista. Il suo corpo è quasi pieno ma la consistenza di questa massiccia (12.6%) imperial stout non è particolmente densa o viscosa: per il mio gusto un po’ di “ciccia” in più non le avrebbe fatto male. Il gusto è un po’ meno interessante e variegato dell’aroma: il caffè esce di scena per lasciare spazio al bourbon, alla frutta sotto spirito, a melassa e liquirizia. La componente dolce, croce e delizia di quasi tutte le imperial stout di Põhjala, è qui abbastanza ben contrastata dal bourbon e da un finale leggermente amaro al quale contribuiscono note legnose, di caffè e di torrefatto. Il retrogusto è sorprendentemente quasi delicato, un ben riuscito abbraccio tra cioccolato fondente e bourbon. 
L’aroma ha un passo in più del gusto ma questa  Early Morning Regrets di Põhjala e Jing-A è comunque una bella bevuta che regala soddisfazione: potente e pulita, intensa, da sorseggiare con calma. In barba al suo nome, in questo caso il prezzo di fascia alta non lascia grossi rimpianti la mattina dopo averla bevuta e smaltita.  
Formato 33 cl., alc. 12.6%, IBU 35, lotto 753, scad. 01/10/2021, prezzo indicativo 10,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 5 marzo 2019

Founders Curmudgeon Old Ale 2014 vs Curmudgeon's Better Half 2018

Aggiungiamo un altro tassello mancante per completare la Barrel Aged Series 2018 del birrificio Founders di Grand Rapids, Michigan. Sei birre barricate provenienti da un’enorme “cantina” (virgolette d’obbligo), ovvero una vecchia cava di gesso ora in disuso che si trova a 5 chilometri di distanza dal birrificio. E’ qui dove oggi riposano circa 20.000  barili a 25 metri di profondità e ad una temperatura costante di 3-4 gradi centigradi. Al termine dell’invecchiamento i barili vengono riportati in superficie con un montacarichi, caricati su di un camion e consegnati al birrificio; dalle botti la birra viene trasferita in serbatoi d’acciaio e centrifugata per rimuovere i sedimenti prima del confezionamento. 
La Barrel Aged Series 2018 è stata inaugurata come al solito dalla imperial stout KBS (marzo) seguita da Backwoods Bastard (aprile),  Dankwood (maggio), Barrel Runner (giugno), Curmudgeon’s Better Half (agosto) e CBS (novembre).  Oggi tocca alla Curmudgeon’s Better Half, ovvero la versione barricata della Old Ale Curmudgeon: visto che in cantina avevo qualche bottiglia di Curmudgeon ho colto l’occasione fare un confronto, in verità non del tutto equo. Quest’ultima ha già cinque anni sulle spalle mentre la Better Half ha “solo” sette mesi di vita.  
Partiamo innanzitutto dal nome: Curmudgeon è una sorta di “vecchio musone”, un anziano che ha un brutto carattere ed è spesso di pessimo umore. Lo sguardo dell’uomo (un pescatore in un vecchio pub di un porto di mare, a quanto dicono) ritratto in etichetta è abbastanza significativo:  la stessa riporta anche la scritta “Old Ale brewed with molasses and Oak Aged”.  Oak Aged non significa Barrel Aged e come Founders stesso conferma in questo caso vengono usati chips di rovere. 
Nel bicchiere si presenta di color ambrato carico, piuttosto velato e con intense sfumature rossastre: si forma una discreta testa di schiuma ocra, cremosa e compatta. Al naso non ci sono grosse profondità ma l’intensità è ancora notevole:  melassa e caramello, prugna, ciliegia, uvetta, qualche nota di legno e vino fortificato.  Non ci sono drammatici cedimenti dovuti all’età e anche al palato la Curmudgeon – fedele al proprio nome - non sembra essersi ammorbidita più di tanto. Corpo tra medio e pieno, carbonazione ancora presente: tra melassa, biscotto, uvetta e prugna si scorge qualche traccia di porto, l’alcool  (9.8%) non intende nascondersi e caratterizza la bevuta dall’inizio alla fine, contribuendo in maniera decisiva a contrastare il dolce. Nel finale, abbastanza ben attenuato, si fa ancora sentire l’amaro resinoso/terroso dei luppoli. Il suo congedo è lungo e lento, caldo, ricco di alcool e frutta sotto spirito.  Ha quasi cinque anni d’età ma questa bottiglia di Curmudgeon, vigorosa e vivace, sembra poter resistere in cantina ancora a lungo: anche se arrivava sugli scaffali in primavera, per me rappresenta un antidoto perfetto ai freddi inverni del Michigan. Da sorseggiare con calma nel corso di una serata.

Passiamo alla Curmudgeon’s Better Half: per parlare della “migliore metà” del vecchio musone dobbiamo fare un salto indietro nel tempo al 2012. In quell’anno Founders annunciava il debutto in bottiglia di una birra che sino ad allora era stata occasionalmente disponibile in fusto alla taproom di Grand Rapids e in pochi fortunati locali:  la Kaiser’s Curmudgeon, ovvero la Curmudgeon invecchiata per 254 giorni in botti ex-bourbon che avevano di recente ospitato sciroppo d’acero del Michigan. La dolce consorte del “musone” è raffigurata in etichetta pronta a versare un po’ di sciroppo d’acero sui pancakes nella speranza di far spuntare un sorriso al vecchio marinaio: fece il suo debutto in bottiglia nel giorno di San Valentino 2012 modificando il proprio nome in Curmudgeon’s Better Half. Da allora Founders non l’ha più replicata, per lo meno in bottiglia. Ma negli ultimi anni la Barrel Aged Series del birrificio del Michigan ha saputo rallegrare i propri clienti riesumando alcune birre scomparse dal radar: il caso più eclatante fu il ritorno nel 2017 della mitica CBS, anch’essa invecchiata in botti di bourbon/sciroppo d’acero. E così nell’agosto del 2018 arrivò da Grand Rapids l’annuncio del ritorno della Curmudgeon’s Better Half: “era un birra che dovevano riportare in vita”  disse Jason Heystek, responsabile del programma Barrel Aged di Founders.
La fotografia al solito non le rende giustizia perché all’aspetto è davvero bellissima:  color ambrato acceso da luminose ed intense venature rossastre. Nonostante l’imponente gradazione alcolica (12.7%) la schiuma ocra è generosa, fine, compatta e ha ottima ritenzione. Sin dall’aroma è evidente come il passaggio in botte rappresenti un salto di qualità impressionante per la Curmudgeon: bourbon, melassa e sciroppo d’acero in primo piano, vaniglia, legno, biscotto, uvetta, prugna, datteri e ciliegia nelle retrovia. Pulizia e finezza rimediano ad un’intensità un po’ dimessa. La sensazione palatale è quella che vorrei sempre trovare in una birra così “importante”: il corpo è quasi pieno ma dal punto di vista tattile questa birra è una morbida carezza, cremosa e vellutata. Il palato si trova ad affrontare una specie di dessert liquido assemblato con melassa, uvetta, ciliegia, datteri e prugne, il tutto generosamente inzuppato nel bourbon: in superficie è stata versata qualche goccia di sciroppo d’acero e, prima di servire il piatto, una spolverata di vaniglia. Il dolce è miracolosamente bilanciato dalla componente etilica, da qualche nota legnosa e dal buon lavoro del lievito: il risultato non è comunque stucchevole e molto, molto soddisfacente. 
Per me il livello è piuttosto alto e il passaggio in botte rappresenta un vero valore aggiunto alla Curmudgeon “base”, birra piacevole ma un po’ avida di spunti emotivi ed espressivi: elementi che invece ritrovo nella sua “dolce metà”, in questo caso davvero la “migliore metà”.  Non gode della stessa fama delle sorella KBS e CBS ma probabilmente la meriterebbe. Volendo proprio farle un appunto le si potrebbe contestare quel carattere un po' "patinato", un po' borghese che le Founders hanno oggi: inevitabile, quando si diventa grandi, molto grandi.
Nel dettaglio: 
Curmudgeon Old Ale, 35.5 cl., alc. 9.8%, IBU 50 , imbott. 04/2014, scad. 12/05/2015, pagata 5.00 euro (beershop)
Curmudgeon's Better Half, 35.5 cl., alc. 12.7%, IBU 35, imbott. 08/2018, scad. 13/08/2019, prezzo indicativo 6.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 28 febbraio 2019

Altotevere Breakfast Stout

Nasce nel novembre 2016 nella  Zona Industriale Altomare a San Giustino (PG) il birrificio Altotevere.  Al progetto partecipano Giuliano Nocentini, presidente del Gruppo Kemon (produzione di profumi e cosmetici) e il birraio Luca Tassinati, aiutato dalla collega Eleonora Manservigi. Se il nome Luca Tassinati non vi è nuovo, non vi sbagliate: fu lui a fondare nel 2013 la beerfirm ferrarese Monkey Beer che avevamo conosciuto in questa occasione.  Da quanto leggo il marchio Monkey Beer non verrà dismesso ma entrerà a far parte della gamma Altotevere. 
A San Giustino l’impianto da 12 ettolitri (1400 quelli che dovrebbero essere stati prodotti nel 2018) viene affiancato da quella che vuole essere molto più di una semplice taproom. C’è lo spazio per concerti e DJ set e soprattutto c’è una cucina che promette di utilizzare “il più possibile con ingredienti locali, freschi e da selezionatissimi fornitori”: spazio dunque a zuppe, taglieri di salumi e formaggi, hamburger e pizze gourmet. La carta delle birre abbraccia quasi tutte le scuole: anglosassone/americana, tedesca e belga.  Ecco la A-T Doppel (Heller Doppelbock), A-T Pils, Freezo (West Coast IPA con Citra, Simcoe e Mosaic),  Goldie (4.6% Belgian Hoppy Ale 4,6%  con scorza  d’arancia),  Joy (Blanche con scorza d’arancia e bergamotto, camomilla e coriandolo) e a sua versione potenziata Hangover Imperial Blanche 10,5%),  Noir (American Porter), Polly  (Belgian Hoppy Ale 4,6%) e Random (American Pale Ale che utilizza un mix di luppoli diverso a seconda delle disponibilità).  
E il 2019 è iniziato col botto; lo scorso gennaio il concorso Birraio dell’Anno organizzato da Fermento Birra ha incoronato Luca Tassinati come birraio emergente dell’anno 2018.

La birra.
Ha debuttato alla metà dello scorso gennaio la Breakfast Stout di Altotevere; una one-shot la cui ricette include caffè 100% arabica, vaniglia bourbon in baccelli e fave di cacao, lattosio e una buona percentuale di avena.  
Nel bicchiere si presenta di color ebano scuro, la cremosa schiuma che si forma in superfice ha modeste dimensioni e scarsa ritenzione. Il caffè domina un aroma pulito e intenso, abbastanza elegante: il profumo di una golosa nella quale potete trovare anche orzo tostato, tracce di cacao e di caffe latte. In sottofondo c’è qualche nota terrosa, quasi di sottobosco. La bevuta prosegue nella stessa direzione con buona intensità ma meno precisione: lattosio/vaniglia e caramello sono il trampolino per un bel tuffo nel caffè e nel torrefatto al quale fa seguito qualche piccola sorpresa di cacao. L’alcool è ben nascosto, l’acidità è molto contenuta ma questa Breakfast Stout si chiude un po’ bruscamente, allontanandosi un po’ troppo in fretta: lascia comunque un delicato retrogusto nel quale si ritrovano di nuovo caffè, cacao e vaniglia. Quello che tuttavia mi lascia maggiormente perplesso è il cosiddetto mouthfeel, o sensazione palatale che dir si voglia:  in una stout robusta (8%) dove ci finiscono lattosio e avena mi aspetterei morbidezza, cremosità, qualche coccola che invece in questa birra non trovo. Soprattutto in questo, ma non solo, ci sono ampi margini di miglioramento: nel complesso, comunque una buona bevuta.
Formato 33 cl., alc. 8%, IBU 15, scad. 09/01/2020, prezzo indicativo 5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 27 febbraio 2019

Welde Bourbon Barrel Bock

Nel 1752 Carl Theodor di Baviera concedeva a Heinrich Joos la licenza di produrre birra a Schwetzingen,  oggi parte del Baden-Württemberg. Per l’occasione Joos fece costruire un edificio in Mannheimer Straße nel quale trovava spazio anche un piccolo birrificio. Nel 1846 secolo la “gasthaus” fu acquistata da Heinrich e Anna Seitz che la ristrutturarono rinominandola Grünes Laub; a loro succedette il figlio Georg, morto prematuramente nel 1885. Nel 1888 la vedova Barbara convogliò a nozze col  birraio Johann Welde, il cui cognome è ancora oggi nel nome del birrificio: Weldebräu. Alla sua morte, nel 1917, l’azienda passò nella mani della figlia Elisabeth che sposò il giovane mastro birraio Hans Hirsch; il loro unico figlio maschio morì nel corso della seconda guerra mondiale e fu ancora una volta una donna a ricevere il testimone. Bärbel Welde, sposata con  Wilhelm Spielmann: fu lui a decidere la costruzione del nuovo birrificio a Plankstadt, visto che non era più possibile aumentare la produzione nella vecchia sede di Schwetzingen. 
Nel 1981 il piccolo brewpub di città venne quindi trasformato nella moderna Weldebräu, guidata dal figlio Hans Spielmann: oggi sono circa 100.000 gli ettolitri prodotti ogni anno.  In sala cottura c’è al momento il birraro Stephan Dück, mentre la parte commerciale e strategica è affidata al Max Spielmann, diplomato biersommelier con alla spalle una breve esperienza in Heineken. Alle birre della tradizione anche Weldebräu come molti altri birrifici tedeschi affianca una linea “craft” della quale al momento fanno parte la Welde Craft Pepper Pils (pils con pepe rosa),  Welde Craft Pale Ale, Welde Craft Citra Helles, Welde IPA, Badisch Gose con sale e coriandolo e una Bourbon Barrel Bock che ha catturato la mia attenzione.

La birra.
La Bourbon Barrel Bock di Weldebräu è in realtà un blend proveniente da tre botti (bourbon, rum e tequila) nella quale la birra ha riposato per tre mesi. E’ di un bel color oro antico e forma una generosa testa di schiuma, cremosa e compatta, dall’ottima persistenza. Al naso non c’è purtroppo molto e i profumi vanno cercati col lanternino:  biscotto, pane, un ricordo di miele, qualche traccia di legno. Non è esattamente quello che t’aspetteresti da una birra che nata da un blend di tre botti contenente distillati. Fortunatamente le cose vanno un po’ meglio al palato: il passaggio in botte ha giocoforza tolto alla bock quelle che dovrebbero essere le sue caratteristiche principali, ovvero fragranza e freschezza, ma tale assenza dovrebbe essere "compensata" dai benefici del Barrel Aged.  Pane, biscotto e miele sono comunque presenti ma l’apporto delle botti è timido e si fa attendere sino alla fine del percorso, quando emerge una nota etilica piuttosto evidente che evoca soprattutto la tequila: delle altre due botti, e mi riferisco in particolare a quella ex-bourbon che dà il nome alla birra, onestamente non avverto la presenza. La bevuta è comunque gradevole, pulita e bilanciata ma il risultato lascia un po’ di delusione soprattutto per la mancanza di profondità, spessore e complessità. Sarebbe legittimo pretendere un po’ di più di un lieve sapore di tequila in una bock. 
Formato 33 cl., alc. 6.5%, IBU 28, scad. 28/08/2019, prezzo indicativo 3.00  Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 26 febbraio 2019

DALLA CANTINA: Toccalmatto Dudes 2011

One-shot, collaborazioni, special editions: fino a qualche anno fa questo era il pane quotidiano del birrificio Toccalmatto, sempre pronto ad incalzare i bevitori con qualcosa di nuovo da provare. Nel 2017 il birrificio guidato da Bruno Carilli ha stretto una importante partnership con la beerfirm belga Coulier e da allora la strategia commerciale è stata modificata. Fu lo stesso Carilli ad ammetterlo in un’intervista a Fermento Birra:  “non puoi continuare ad inseguire un mercato schizofrenico, modaiolo, publican volubili. Vedo qualche birrificio seguire trend produttivi effimeri, fare birre modaiole, ma è una politica cieca che non paga, tutt’altro. Te lo dice uno che ha lanciato mode, che ha fatto molte one-shot, ma poi le birre che vendi sono altre, devi creare degli standard e puoi farlo anche con birre molto caratterizzate, solo che devi venderle”
Va bene “divertirsi”, va bene far parlare di sé ma alla fine del mese bisogna fatturare e l’impianto deve funzionare, soprattutto se di “grosse” dimensioni:  “noi di Toccalmatto abbiamo già fatto un investimento importante due anni fa con l’acquisto del nuovo impianto, un investimento sostenibile attraverso un indebitamento non rischioso. Ma non basta. Sono necessarie risorse per assumere personale, soprattutto in ambito commerciale, oltre che per la comunicazione e per il marketing. Per fare lo scalino puoi vendere alla grande industria o puoi accordarti con i tuoi simili. Io ho preferito la seconda scelta”. 
Le birre Caulier vengono dunque prodotte oggi a Fidenza con l’obiettivo dichiarato di raggiungere 20.000 ettolitri l’anno entro 24 mesi.  In aggiunta a questi ci sono i volumi della gamma La Brassicola che Toccalmatto produce per una catena di discount italiani.  Meno varietà e più quantità. Sembrerebbe essere questo l’unico modo per sopravvivere: “rimanere in una fascia intermedia a livello dimensionale è pericolosissimo. Il mercato è cambiato e sta cambiando. Noi ci siamo salvati perché abbiamo investito in maniera assennata e graduale. Arrivi però ad un certo punto che devi cambiare il mercato, la distribuzione, e da solo non puoi farcela. Secondo me chi produce tra i 1000 e i 7000hl annui rischia molto”.

La birra.
Rimini, febbraio 2012:  la manifestazione oggi  nota come Beer Attraction  in quell’anno si chiamava Selezione Birra. Per l’occasione Toccalmatto presentò al pubblico la nuova linea di Barley Wine. Alla Dudes, versione base ”maturato in bottiglia per un minimo di 9 mesi”, vengono affiancate le varianti Salty Dog (invecchiata in botti ex- Caol Ila), Ombra (grappa) e Bedda Matri (Marsala). Qualche anno dopo arriverà anche Sugar Kane, invecchiata in botti ex-rum. 
Dalla cantina recupero quella che dovrebbe essere il primo lotto di Dudes, birra prodotta nel 2011 e messa poi in vendita l’anno successivo. Nel bicchiere è piuttosto torbida, di color ambrato con intense venature rossastre: la foto la rende molto più scura delle realtà. In superficie si forma una manciata di bolle grossolane che svaniscono immediatamente. L’aroma è un po’ stanco ma si porta dietro il cosiddetto “fascino dell’età”: prugna disidratata, frutti di bosco, cuoio, vino marsalato, accenni di ciliegia sciroppata, qualche frammento di cartone bagnato. L’assenza di schiuma è purtroppo indicatore di una birra  piatta: anche se un po’ indebolita dagli anni, la sensazione palatale è tuttavia ancora morbida e gradevole. Il gusto mostra buona corrispondenza con l’aroma: alla prugna disidratata e ai frutti di bosco s’aggiungono lievi note biscottate e caramellate prima che Dudes entri nel territorio dei vini marsalati per poi riposarsi su di una piccola poltrona di cuoio. E’ solo qui che l’alcool si fa finalmente notare in un finale lungo, caldo e avvolgente. 
I sette anni in cantina le hanno dunque fatto bene?  Indubbiamente è una birra che ha già intrapreso la parabola discendente:  leggere tracce di cartone bagnato ed ematiche spuntano fuori di tanto in tanto, c’è una lieve astringenza e mancano le bollicine. Il risultato è tuttavia ancora godibile e le connotazioni positive sono ancora dominanti rispetto a quelle negative. Toccalmatto dichiara che “può invecchiare decenni”, ma se ne avete ancora una bottiglia in cantina io non aspetterei molto ad aprirla, fossi in voi.
Formato 37,5 cl., alc. 12%, lotto 11018, scad. 04/2026, pagata 9.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 25 febbraio 2019

De Moersleutel Double Roast Brandmeester’s Lintong Sumatra

Avevamo scoperto il birrificio olandese De Moersleutel lo scorso anno proprio quando era in procinto di traslocare nella nuova sede di Alkmaar. U business di famiglia, quello degli Zomerdijk: padre, quattro figli e in parte anche la madre che si dedicano a produrre la birra. Il padre gestiva il microbirrificio Vriendenbier e i figli hanno utilizzato l’impianto per il proprio marchio De Moersleutel, ovvero “la chiave inglese”: pare sia stato lo strumento usato dal genitore per assemblare l’impianto da due ettolitri che è andato in pensione a giugno del 2018. 
I giovani Pim, Tom, Rob e Max, tutti nati tra il 1990 e il 1998, seguono le mode e sanno quello che vogliono i beergeeks: IPA e Imperial Stout, possibilmente in lattina, al ritmo incessante di una novità dietro l’altra. Poco importa se le birre siano leggere variazioni della stessa ricetta, l’importante è che ci sia qualcosa di nuovo da commercializzare. Detto fatto: il cambio d’impianto ha quadruplicato la capacità produttiva ed ha permesso di abbandonare le bottiglie. L’obiettivo dichiarato, per i primi cinque anni, è di arrivare a produrre 15.000 ettolitri all’anno.  
E non è neppure mancato il crowfunding online ad accompagnare il lancio del nuovo birrificio: bicchieri, magliette e quattro birre speciali passate in botte (un barley wine e tre imperial stout) venivano offerte in diversi pacchetti da acquistare direttamente online sul sito del birrificio. E dopo aver raggiunto l’obiettivo ecco le cinque birre di ringraziamento (Barley Wine, Double IPA, Porter, IPA  e Imperial Stout) della serie “We Helped Building the Brewery with this..”

La birra.
Sembrerebbe difficile orientarsi tra le quasi cinquanta (!) Imperial Stout / Porter prodotte in poco più di due anni di attività da De Moersleutel, ma in verità il compito è piuttosto semplice. Si tratta quasi sempre “one-shot”, quindi la maggior parte non è più in produzione ma sostituite da altre: ricette migliorate, varianti, aggiunta di vari ingredienti o diversi affinamenti in botte. Non credo faccia grossa differenza: quello che trovate sugli scaffali dei beershop oggi può tranquillamente sostituire quello che c’era l’anno scorso. Se ad esempio non riuscite più a trovare le imperial stout/porter al caffè Je Moer op de Koffie o Motorolie Koffie, lo scorso ottobre ne sono arrivate altre due in collaborazione con la torrefazione Brandmeester's di Amsterdam: una con la varietà Lintong proveniente dall’isola di Sumatra (Indonesia) e una quella etiope chiamata Sidamo.
Versiamo nel bicchiere la Double Roast Brandmeester’s Lintong Sumatra (10%): su di un lucido specchio nero si forma un piccolo cappello di schiuma un po' grossolana e non molto persistente. Caffè, caffè, caffè: intenso, pulito, dominatore assolto dell'aroma. Bisogna concentrarsi per scovare in secondo piano qualche nota terrosa, torrefatta e di cacao. Realtà? Fantasia? Difficile dirlo perché il tempo per riflettere manca: la bevuta è di fatto un caffè in tutto e per tutto, potenziato dal morbido calore etilico. Bisogna di nuovo affidarsi alle suggestioni: un velo di caramello dolce in sottofondo, liquirizia, orzo tostato, cioccolato. Sono piccoli frammenti, non aspettatevi alternanza, profondità, equilibrio. L'eleganza non è la caratteristica principale di questa imperial porter in un certo senso  estrema: forse non mi era mai capitata una birra così caratterizzata dal caffè. I giovani ragazzi armati di chiave inglese sono esuberanti e mostrano di volerci dar dentro, ma un po' di giudizio non guasterebbe.  L'acidità è comunque ben controllata, l'alcool scalda senza bruciare e nel complesso la bevuta è piacevole: certo, sarebbe meglio se il caffè lasciasse un po' di spazio ad altri elementi. Perché dopo tutto si tratta di una imperial porter al caffè e non di un caffè all'imperial porter. 
Dedicata a chi vuol far colazione con la birra o a chi vuole restare sveglio tutta la notte. 
Formato 44 cl., alc. 10%, lotto 104, scad. 08/2023, prezzo indicativo 8.00-10.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 24 febbraio 2019

Evil Twin Consumed 15 Today, Diane. All Galaxy

Se la musica è una delle principali fonti d’ispirazione per quel che riguarda i nomi delle birre, la cinematografia segue probabilmente a ruota.  Per (i pochi) che non la conoscono, Twin Peaks è stata una serie televisiva ideata e diretta da David Lynch trasmessa agli inizi degli anni ’90; qualcuno la considera addirittura come lo spartiacque delle serie televisive. Nel 1991 al termine della seconda stagione di Twin Peaks, Laura Palmer sussurrava all’orecchio dell’agente Cooper “I’ll see you again in 25 years”,  ci rivedremo tra 25 anni.  David Lynch ha mantenuto la promessa e nel 2017 (ventisei anni dopo, in verità) è arrivata la terza stagione, trasmessa in Italia da Sky Atlantic. 
L’occasione non è sfuggita all’attento Mikkeller che ha subito realizzato tre Twin Peaks beers con il benestare di David Lynch: Log Lady Lager, Damn Good Coffee Stout e Red Room Ale. E altri birrifici si sono subito accodati, anche se in maniera non ufficiale: se cercate troverete decine di birre con nome o grafiche d’etichetta ispirate alla serie di David Lynch: la Remember 430 di Wylam bevuta qualche tempo fa è un esempio. 
Poteva il fratello gemello cattivo di Mikkeller, ovvero l’Evil Twin Jeppe Jarnit-Bjergsø, sottrarsi dall’operazione commerciale?  Certo che no e sono circa una decina le sue birre a tema Twin Peaks, ispirate da personaggi, frasi o dall’iconografia lynchiana.

La birra.
Che dire della IPA chiamata Consumed 15 Today, Diane? Il riferimento questa volta è a una parodia della serie Twin Peaks andata in onda al Saturday Night Live Show il 28 settembre del 1990. Il giorno prima dell’inizio della seconda serie, l’attore Kyle MacLachlan/agente Cooper fu protagonista di un divertente siparietto nel quale si prendeva gioco della sua maniacale abitudine di confidare le proprie riflessioni ad una misteriosa Diane, registrando dei messaggi su un piccolo registratore vocale. Perché a quel tempo gli smartphones ancora non esistevano. 
Ecco parte del testo: “Diane, 11:31 di sera. Ho appena finito di lavare i piatti e sono pronto per andare a letto. Questa mattina ho fatto una doccia durata nove minuti. Ho trovato diciassette cappelli, tre ricci e quattordici lisci (…)  ho mangiato quindici ciambelle oggi, Diane. Tutte ripiene di marmellata. Tra quattro minuti mi farò l’iniezione di insulina. Diane, ho dormito benissimo ieri sera.“ 
Consumed 15 Today, Diane. All Jelly: ne ho mangiate 15 oggi, Diane. Tutte alla marmellata. Nel caso specifico della birra, “All Jelly” è stato sostituito da “All Galaxy”: bevete questa birra allo stesso modo in cui l’agente Cooper beveva caffè e divorava ciambelle. Il primo lotto è uscito dalla Dorchester Brewing Co. di Boston a luglio del 2017. Attualmente siamo arrivati alla terza edizione, data di confezionamento sconosciuta; le prime recensioni di bevitori americani sono datate novembre 2018, quindi immagino che la lattina in mio possesso abbia quei 3-4 mesi che spesso hanno sul groppone le birre americane importate via mare. 
All'aspetto è velata è di colore dorato, la schiuma è cremosa, compatta e ha ottima persistenza. La freschezza non è purtroppo la caratteristica principale dell'aroma, ma se si è disposti a chiudere un occhio si può comunque apprezzare una piccola macedonia nella quale svettano mango, lychee e ananas, forse papaia. Non ci sono grandi ampiezze, in sottofondo s'avverte anche una nota biscottata. Il gusto ricalca in fotocopia l'aroma: la parte fruttata tropicale non è fragrante e non è molto intensa ma la bevuta è comunque gradevole. Biscotto in sottofondo, amaro resinoso finale delicato e di breve intensità; anche la secchezza potrebbe essere maggiore, secondo il mio guasto. La gestione dell'alcool non è agevolata dalla poca fragranza: come spesso accade nelle IPA che hanno perso un po' di smalto, la  componente etilica si fa avanti e in questo caso si percepisce per quanto dichiarato (7%).  Messe da parte le pretese di freschezza, fragranza ed esplosività rimane una birra comunque piacevole: se (giustamente) pensate che queste debbano essere le imprescindibili caratteristiche di una IPA allora evitate le importazioni dagli Stati Uniti (soprattutto quando sulle lattine/bottiglie non vedete la data di confezionamento) e guardatevi attorno, Europa o ancora meglio Italia. 
Formato 47.3 cl., ala. 7%, lotto 356 - 3rd edition, prezzo indicativo 7.00-8.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 21 febbraio 2019

The Kernel India Double Porter Mosaic Simcoe Vic Secret

Il birrificio londinese The Kernel è stato una musa ispiratrice per la maggior parte dei birrifici protagonisti della craft beer revolution non solo londinese ma di tutto il Regno Unito. Fondato nel 2009 sotto le arcate ferroviarie nel quartiere di Bermondsey, oggi ribattezzatto “The Beer Mile”, nel 2012 si è poi trasferito poco lontano all’interno di “arcate più capienti” che hanno permesso un aumento della capacità produttiva. Da allora non è cambiato molto: Londra continua ad essere il mercato nel quale viene venduto il 70% della produzione, le etichette sono ancora quelle di un tempo, minimaliste e spartane, poche lettere stampate su di uno sfondo che emula la carta da pacchi. Le birre non hanno un nome, ma utilizzano solamente la categoria stilistica e il nome dei luppoli usati. 
Nel futuro nessuna intenzione di crescere. Il fondatore Evin O'Riordain è contento così: “la nostra produzione è limitata dallo spazio in cui siamo. Di più non possiamo fare e siamo felici così.  Non bisogna confondere il successo con l’espansione, la crescita e l’aumento di volumi. Ai miei occhi è molto più importante lavorare in modo etico e sostenibile, principi in contrasto con i paradigmi che guidano la crescita economica. Facciamo birra sul nostro impianto da 20 barili una volta al giorno, cinque giorni la settimana. Tutti quelli che lavorano qui sono felici, negli ultimi cinque anni solamente una persona ha voluto andare via. I birrifici che vogliono crescere iniziano ad introdurre turni di lavoro alla notte, alla mattina presto: noi siamo in quattordici persone, iniziamo e finiamo il lavoro tutti assieme, prestando attenzione a quello che facciamo, alternandoci. Ci conosciamo e ci fidiamo l’uno dell’altro; a turno tutti facciamo la birra, la imbottigliamo, guidiamo il muletto, rispondiamo al telefono. Non si tratta solo di lavoro… io la chiamo umanità. Quasi tutti noi abbiamo lavorato in passato al Borough Market qui vicino: quella è la nostra famiglia allargata. Alla mattina ci viene a trovare il macellaio, il fornaio ci porta il pane fatto con la stout e i croissant; pranziamo con il pane e il formaggio che vendono i nostri vicini.  Allargando di un po’ l’orizzonte c’è una decina di birrifici a Bermondsey..  ed è un’altra comunità nella quale siamo coinvolti: se abbiamo bisogno di lievito o se restiamo senza tappi delle bottiglie chiediamo aiuto a Brew by Numbers or Partizan. Avere molti piccoli produttori è un bene per l’economia. Le grandi imprese tendono a sottrarre denaro agli azionisti, mentre i soldi che tu dai ad una piccola impresa rimangono in quel sistema economico, girano. 
Abbiamo deciso di chiudere la nostra taproom perché non riuscivamo più a gestirla: non potevamo continuare ad usare le nostre risorse ad allungare pinte ai clienti, a gestire code di mezz’ora, a decidere chi poteva entrare e chi doveva ancora aspettare fuori dalla porta. Non riuscivamo più ad offrire alla gente quell’esperienza che le nostre birre meritavano. Eravamo diventati un luogo dove noi stessi non saremmo mai andati a bere!”
Il birrificio è ancora aperto ogni sabato ma solamente per l'acquisto di birra da asporto.

La birra.
India Double Porter è la versione potenziata di quella India Porter che – come passa il tempo – avevo bevuto nel 2012. Quando si tratta di birre scure O’Riordain si ispira sovente a ricette di vecchi birrifici di Londra, rielaborandole in chiave moderna ovvero con luppoli americani. Il blog di Ronald Pattinson è una fonte inesauribile di notizie storiche e vi consiglio quindi di visitarlo se volete sapere di più sulle India Porter, molto amate dalle truppe inglesi in India nel diciannovesimo secolo. 
Esistono alcune versioni della India Double Porter di Kernel che si differenziano per le varietà dei luppoli utilizzati: in questo caso parliamo di Mosaic, Simcoe e  Vic Secret. Si presenta vestita di nero con un generoso cappello di schiuma cremosa e compatta dall’ottima persistenza. All’aroma c’è una curiosa convivenza tra profumi terrosi, di caffè e torrefatto, resina, frutta tropicale, pompelmo: pulito e intenso, un mix rischioso ma ben riuscito. Cos’è esattamente una India Porter? Una Black IPA? No, in questo caso è una porter generosamente luppolata e il gusto lo conferma. Il palato viene invitato a salire su specie di montagna russa che sale e scende tra frutta tropicale, resina, caffè, torrefatto e – ciliegina sulla torta – un bel finale di cioccolato fondente. Questi ultimi tre elementi non dovrebbero per l’appunto essere presenti in una Black IPA. I descrittori entrano ed escono di scena più volte, nel complesso c’è equilibrio, intensità e pulizia. L’alcool è ben gestito ed è un piacere sorseggiarla.  
Birra ben fatta, di livello alto come quasi tutte le “scure” prodotte da The Kernel: tutto il resto dipende ovviamente dal gusto personale. Per me è un bel “si”.
Formato 33 cl., alc. 7.5%, imbott. 08/11/2018, scad. 08/11/2019, prezzo indicativo 5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 20 febbraio 2019

DALLA CANTINA: Deschutes Mirror Mirror Barley Wine 2014

Sono passati 31 anni da quando nel 1988 Gary Fish aprì con la moglie il Deschutes brewpub a Bend, Oregon: 368 gli ettolitri prodotti nei primi 12 mesi di vita, cresciuti esponenzialmente a 91.000 dopo dieci anni e 216.000 dopo venti. Il tutto grazie a numerose espansioni, all’apertura di un secondo brewpub a Portland (2008) e di uno sulla costa ad Est a Roanoke  (impianto da 22 ettoltri) che doveva costituire l’anteprima di un progetto ben più ambizioso da 95 milioni di dollari che prevedeva la costruzione di un secondo birrificio nella stessa città della Virginia, 180.000 ettolitri all’anno di capacità. Il progetto è stato tuttavia temporaneamente congelato nell’attesa di capire meglio gli sviluppi del mercato della craft beer. Il birrificio di Bend ha infatti attualmente una capacità di 684.000 ettolitri l’anno ma ne produce poco più di 470.000: nonostante questo Deschutes rimane il decimo maggior produttore craft americano, posizionandosi al numero venti se allarghiamo la classifica anche alla birra industriale.  
Nel 2018 anche Deschutes ha introdotto le lattine, formato ormai indispensabile per competere nel mercato craft, ma ha anche annunciato dolorosi tagli al 10% del personale. Gary Fish rimane ancora il maggior azionista del birrificio ma, come altri fondatori di birrifici artigianali americani divenuti molto grandi,  ha ceduto il ruolo di CEO e presidente a Michael LaLonde;  le restanti quote societarie sono state offerte ai dipendenti. 
Tutte o quasi le birre di Deschutes hanno riferimenti a luoghi geografici che si trovano nei dintorni di Bend:  la Pale Ale Mirror Pond, ad esempio, è dedicata ad un piccolo laghetto formato dal fiume Deschutes. Mirror Pond è stata anche la ricetta di partenza per la prima birra della Reserve Series, birre prodotte occasionalmente, stagionalmente o solamente una volta l’anno nel formato da 65 centilitri. Ad inaugurarla fu nel 2006 il barley wine Mirror Mirror, versione “raddoppiata” (dicono alla Deschues) della Mirror Pond Pale Ale. Si tratta di un blend di birra fresca e della stessa birra invecchiata per dieci mesi in botti che avevano contenuto vino Pinot Noir, Tempranillo e Malbec.
Mirror Mirror è stata poi replicata nell’aprile 2009 e nell’aprile del 2014. Rispettando la cadenza quinquennale nel 2019 è prevista l’uscita di un nuovo barley wine che dovrebbe essere questa volta chiamato Black Mirror; i dettagli non sono ancora stati resi noti.

La birra.
Dalla cantina recupero una bottiglia di Mirror Mirror millesimo 2014: la ricetta prevede malti Pale, Victory, Crystal, Maris Otter e Cara-Pils, luppoli Millennium e Cascade. Per chi volesse provare a replicarla in casa, ecco qui la “versione per homebrewing”. 
Come per molte birre della Reserve Series, Deschutes indica in etichetta la  data dopo la quale sarebbe meglio stappare a birra, in questo caso febbraio 2015. Si chiede quindi ai clienti di tenerla in cantina per quasi un anno per poterla apprezzare al meglio.
A quasi  cinque anni dalla messa in bottiglia Mirror Mirror ha perso un po’ di brillantezza e il suo color ambrato carico risulta piuttosto spento e opaco: la schiuma è invece ancora generosa e compatta, rivelando ottima ritenzione. Al naso c’è una buona complessità fatta di caramello, uvetta e datteri, ciliegia, fragola, mela cotogna, frutta secca a guscio e biscotto; l’ossidazione ha avuto fortunatamente sviluppi positivi, in questo caso regala ricordi di vini passiti e marsalati. Quello che impressiona maggiormente la sensazione palatale: nessun segno di cedimento, mouthfeel cremoso, morbido ed avvolgente, corpo tra il medio ed il pieno.  La bevuta inizia  dolce di caramello e biscotto, uvetta e datteri, ricalcando di fatto l’aroma per poi rivelare gli effetti del passaggio in botte; note vinose e di legno, una lieve asprezza ed una bella secchezza arrivano a portare equilibrio. Il finale è piuttosto lungo e riscalda senza bruciare: una scia etilica vinosa, avvolgente e morbida. Davvero una bella bevuta questo barley wine di Deschutes: pulito, intenso, bilanciato, ancora pieno di vita. Capace di regalare emozioni e probabilmente di poter resistere in cantina ancora per qualche altro anno. 
Formato 65 cl., alc. 11.2%, IBU 53, imbott. 04/2014, 24/02/2015, pagata 17,00 dollari (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 18 febbraio 2019

Walhalla Daemon #4 Baba Yaga

Due sono le passioni di Aart van Bergen: musica e birra. La prima viene perseguita attraverso il sassofono nello Starlight Jazz Trio, la seconda fino a qualche anno fa consisteva nel fare la birra in casa, cercando di replicare quelle bevute nei pub di Amsterdam. Nel 2013 assieme all’amico Peter Harms fonda la beerifrm De Vriendschap che produce inizialmente sugli impianti del birrificio Sallandse Landbier di Raalte e poi inaugura nel  2014 il proprio impiantino da un ettolitro nel centro culturale Melkweg di Amsterdam. Nel 2015 i due amici si separano: Harms gestirà De Vriendschap sino alla chiusura avvenuta nel 2016,  van Bergen inaugura invece la sua nuova beerfirm Walhalla Craft Beer che debutta con vernissage ad Amsterdam nel febbraio 2016. Due le birre prodotte, la Osiris Farmhouse Ale (7.0%) e la Shakti Double IPA  (8.8%). Per produrle si appoggia agli impianti dei birrifici Huttenkloas e Oproer. 
Nel 2017 grazie ad una campagna di crowfunding vengono raccolti i centomila euro necessari alla ristrutturazione di una vecchia officina meccanica nella zona nord di Amsterdam: qui nasce la Walhalla Brouwerij & Proeflokaal, una quindicina di spine alle quali in un secondo periodo viene affiancato un piccolo impianto produttivo destinato ad alimentare fusti e lattine, oltre al brewpub. Le bottiglie sono invece ancora prodotte presso il birrificio Huttenkloas, anche se le etichette non lo indicano. Walhalla si trova letteralmente a due passi da un’altra taproom di Amsterdam, quella del birrificio Oedipus. 
La produzione comprende birre prodotte tutto l’anno  (Loki IPA, Ares American Amber, Oriris Farmhouse Ale, Shakti Double IPA, Wuldor Barley Wine, Ymir West Coast Pale Ale, Aphrodite Raspberry Berliner Weisse, Izanami Sorachi Ace Stout, Elixer Neipa), birre stagionali ed alte prodotte in edizione “limitata” come la serie Daemon: tra queste  due Imperial Black IPA, alcune imperial stout e una imperial brown ale.

La birra.
La mitologia è un’altra della passioni di Aart van Bergen e a lei si ispira la maggior parte delle birre da lui prodotte; Baba Yaga è una creatura leggendaria della mitologia slava, una mostruosa  vecchietta dotata di poteri magici e vari oggetti incantati, spesso paragonata ad una strega incantatrice. A noi interessa però la birra a lei dedicata, ovvero la quarta della serie Daemon: una imperial stout “nera come il suo cuore” commercializzata nel novembre del 2017. Duemila bottiglie prodotte con luppoli americani e un parterre di malti che include Pale, Monaco, Roasted, Dark Crystal, Brown e Chocolate. 
Nel bicchiere è effettivamente nera come la notte e forma un generoso cappello di schiuma dall'ottima ritenzione. L'aroma non è molto intenso ma c'è un buon livello di pulizia: anch'esso nero, è dominato dal torrefatto e dai fondi di caffè. In secondo piano si scorge qualche nota terrosa e biscottata. Il mouthfeel è molto morbido, sebbene l'avena non sia citata tra gli ingredienti in etichetta: avvolge il palato con una coltre delicata e vellutata che non costituisce nessun ingombro. E' una birra che ha bisogno di un po' di tempo per aprirsi e rivelarsi completamente: inizialmente noiosa, tutta basata su torrefatto e fondi di caffè, man mano che s'avvicina alla temperatura ambiente rivela bei dettagli di frutta sotto spirito, caramello e sopratutto un bel cioccolato amaro che, abbracciando caffè e tostature, arriva ad ammorbidire un finale che sarebbe altrimenti stato un po' troppo ruvido. L'alcool è ben gestito a fa sentire la sua presenza senza esagerare. 
Ci sono ampi margini di miglioramento ma nel complesso il risultato è abbastanza godibile, a patto che non abbiate pretese elevate. Buona parte del merito va alla sensazione palatale, davvero azzeccata. 
Formato 33 cl., alc. 10.2%, IBU 104, imbotto 10/2017, scad. 10/2019, prezzo indicativo 4.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

venerdì 15 febbraio 2019

Dry & Bitter Double Dippy Doo

Del birrificio danese Dry & Bitter abbiamo già parlato in più di un’occasione. Alla guida ci sono Søren Wagner e Jay Pollard, proprietari anche del noto beer bar di Copenhagen chiamato Fermentoren,  24 spine tutte dedicate al craft e una succursale aperta di recente ad Aarhus. Nel 2015 i due soci rilevarono anche il birrificio Ølkollektivet che produce per moltissime beer firm danesi ed ora lo utilizzano, oltre che per realizzare le birre destinate al Fermentoren, anche per il loro marchio Dry & Bitter, lanciato nello stesso anno. Da notare che Wagner possiede già un'altra beefirm, Croocked Moon. 
IPA e dintorni la fanno da padrone nel portfolio di un birrificio che opera in una città molto attenta alle mode: in questo senso sorprendeva, fino a pochi mesi fa, la completa assenza del sotto-stile di IPA più in voga al momento, ovvero il New England/Hazy/Juicy. Una mancanza alla quale Dry & Bitter ha rimediato solo lo scorso novembre quando sono arrivate quasi contemporaneamente le Double NEIPA Juicy Gotcha Krazy, realizzata in collaborazione con gli americani di Interboro Spirits & Ales, e la Double Dippy Doo. Qualche settimana fa ha invece debuttato la NEIPA /JU:-DAB/  (6.3%) e, prossimamente, sarà disponibile la NEIPA Yoga Dog, collaborazione con il birrificio italiano Vento Forte.

La birra.
E' arrivata il  15 novembre 2018 alle spine del Dispensary e di altri bar selezionati a Copenhagen la NEIPA Double Dippy Doo: Citra e Simcoe sono i luppoli protagonisti di una birra la cui ricetta annovera anche una buona percentuale di avena e frumento. I due dinosauri protagonisti della grafica alle spine sono stati sostituiti, sull’etichetta delle lattine, da una serie di psichedeliche montagne, o forse onde sonore? 
Nel bicchiere assomiglia visivamente ad un torbido succo alla frutta, pera nello specifico: arancio pallido, schiuma scomposta ma dalla buona persistenza. L’aroma non lo definirei esattamente elegante o raffinato ma c’è quell’esplosività, quella sfacciataggine che t’aspetti di trovare in questo tipo di birre: un carattere tropicaleggiante non troppo definito nel quale emergono soprattutto ananas e mango, affiancati da arancia e mandarino. Il protocollo NEIPA prevede anche una sensazione palatale morbida e quasi masticabile, obiettivo in questo caso raggiunto solo a metà. C’è effettivamente una che di  chewy/masticabile ma è ingombrante piuttosto che vellutato o setoso: d’accordo, è una Double IPA (7.5%) e nessuno vorrebbe tracannarla, ma si potrebbe onestamente fare di meglio. Neppure il gusto mi convince del tutto: ci trovo la stessa scarsa definizione dell’aroma ma con un’intensità minore. La prima parte della bevuta è un gradevole tappeto tropicale dolce che pian piano va sfumando in un finale leggermente aspro di frutta acerba; la chiusura è abbastanza secca, l’amaro resinoso è molto delicato ma riesce tuttavia a provocare un leggero bruciore al palato. 
Ad un mese dalla messa in lattina la freschezza di questa Double Dippy Doo è fuori discussione ma il risultato è solo discreto, soprattutto in bocca: non c’è quell’intensità fruttata e sfacciata tale da poterle perdonare la scarsa pulizia e il lieve “effetto pellet” finale. Per entrare nell’olimpo delle NEIPA europee c’è ancora da lavorare.
Formato 44 cl., alc. 7.5%, imbott. 16/01/2019, scad. 16/07/2019, prezzo indicativo 7.00-8.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio