giovedì 13 giugno 2019

The Alchemist: Beelzebub & Luscious Imperial Stout


Molti birrifici artigianali americani sono divenuti famosi grazie alle loro imperial stout, meglio se invecchiate in botte o “pastry”. Non è il caso di The Alchemist, birrificio del Vermont che abbiamo già incontrato più di una volta; qui trovate la loro storia. Heady Topper e Focal Banger sono le due birre luppolate che lo hanno portato nell’olimpo dei beergeeks: ma The Alchemist produce anche due imperial stout, per il cui acquisto i beergeeks non hanno mai fatto pazzie.  Nessun inseguimento ai furgoni delle consegne, nessun appostamento fuori dai negozi: del resto le classifiche del beer rating alla voce “imperial stout” erano e sono tutt'ora dominate da altre birre. 
Partiamo da Beelzebub, American Imperial Stout (8%) prodotta solitamente ogni anno a novembre giusto in tempo per riscaldare l’atmosfera dal Thanksgiving Day. John Kimmich, fondatore e birraio, è spesso considerato l’inventore delle NEIPA ma lui è il primo a non essere d’accordo: “quelle che chiamano New England IPA sono molto diverse dalle nostre birre, oggi i birrai cercano di ridurre al massimo l’amaro mentre io voglio che l’amaro si percepisca per avere equilibrio”.  Kimmich ama l’amaro e l’etichetta della Beelzebub, infarcita di coni di luppolo, è indicativa di quello che c’è nella lattina.
Il suo vestito è quasi nero, la schiuma è generosa e molto persistente, anche se un po’ scomposta. Al naso i profumi di caffè, torrefatto e cioccolato fondente sono affiancati da quelli provenienti dalla generosa luppolatura; resina e pompelmo.  In secondo piano ci sono note di tabacco e cenere, frutta secca a guscio (nocciola). Un’Imperial Black IPA? No, ha un carattere torrefatto troppo evidente. E’ solamente un’Imperial Stout molto, molto luppolata. E il gusto lo conferma: la bevuta è dominata dall’amaro. Si parte da quello di caffè, torrefatto e cioccolato fondente per lasciare poi che sia la resina dei luppoli a spingere ancora più in basso il pedale dell’acceleratore. Un ricordo di caramello e di agrumi portano qualche spiraglio di luce in una birra nera come la pece, aggressiva, che colpisce duro. Stupisce per contrasto la sensazione palatale: morbida e cremosa, sarebbe quasi impalpabile se non fosse per una carbonazione un po’ più elevata di quello che lo stile vorrebbe. L’alcool scalda ma non brucia e non è affatto difficile sorseggiare Beelzebub, imperial stout pulita, definita, molto ben fatta e dedicata a chi ama i classici e non è alla ricerca di inutili pizzi e merletti.  Non ha uno spettro particolarmente ampio ma c’è tutto quel (poco) che serve per bersi un’ottima (American) Imperial Stout nella quale i luppoli guidano le danze.

Domenica 28 agosto 2011:  la tempesta tropicale Irene colpisce Waterbury e le acque del fiume Winooski tracimano allagando anche il brewpub The Alchemist. Tutto quello che si trova nel seminterrato (impianto, fermentatori, uffici, materie prime) è perduto e inutilizzabile. Dal disastro Kimmich riesce a salvare solamente i fusti di un paio di birre già pronte: una di queste era Luscious, una British Style Imperial Stout (9.2%) 
Il suo colore è leggermente più chiaro rispetto alla Beelzebub ma è sempre prossimo al nero; la schiuma è di dimensioni abbastanza modeste e abbastanza compatta. Rispetto alla sua sorella americana l’aroma risulta più complesso: caffè, tostature e cioccolato sono accompagnate da profumi di fruit cake, uvetta e prugna disidratata, creme brûlé, frutta secca a guscio. Il suo nome (Luscious, “succolenta”) è in questo caso azzeccato.  Al palato è morbida, leggermente oleosa, con delicate bollicine, rispettosa della tradizione inglese. Il gusto fotocopia l’aroma mettendo in campo pulizia, eleganza e grande equilibrio: si parte con dolcezza per poi virare sull’amaro di caffè e tostature, nel quale emerge anche una nota luppolata terrosa. Il tutto finisce in un lungo abbraccio finale tra cioccolato e frutta sotto spirito. Riscalda, rincuora, emoziona. 
Alchemist mette in mostra due belle interpretazioni dello stile: quella inglese, classica e di classe, e quella americana: sfacciata ed esagerata, ideale rappresentazione dello stile di vita americano: “'Go Big or Go Home”.   Un gran bel combo.
Nel dettaglio:
Beelzebub, formato 47,3 cl., alc. 8%, lotto e scadenza non riportati
Alchemist Luscious, format 47,3 cl., alc. 9,2%, lotto e scadenza non riportati

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia/lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 10 giugno 2019

Verdant Brewing: Mary Lou APA, Neal Gets Things Done IPA & Unique Damage DIPA


Ritorna sul blog uno dei birrifici più alla moda nella scena craft del Regno Unito. Verdant Brewing, Falmouth, Cornovaglia: ve ne avevo parlato qui. Nell’autunno del 2014 James Heffron e Adam Roberts dopo quattro anni di homebrewing mettono in funzione un piccolo impianto da 200 litri all’interno di un container marittimo producendo quasi esclusivamente torbide APA ed IPA ispirate al New England. Il passaparola tra i beergeeks funziona e dopo 12 mesi d’attività Heffron e Roberts si trasferiscono in locali un po’ più ampi, aggiungono nuovi fermentatori e abbandonano le loro rispettive occupazioni per dedicarsi tempo pieno alla birra. Altri dodici mesi ed è tempo di un nuovo trasloco: quello nella zona industriale di Tregoniggie a Falmouth, dove Verdant si trova tutt’ora. L’entrata in società di Richard White  consente l’acquisto di un nuovo impianto da 1,6 ettolitri: al resto ci pensa il mondo del beer-rating: alla fine del 2016 Verdant guida le classifiche di Ratebeer e Untappd, scalzando Cloudwater. I fermentatori tolgono però spazio alla taproom e Verdant lancia un primo crowfunding (26.000 sterline) per raccogliere i fondi necessari alla ristrutturazione e apertura dello Seafood Bar & Tap Room, nel centro di Falmouth. E questo è nulla paragonato alla seconda campagna di crowfunding lanciata alla fine del 2018: mezzo milione di sterline per la realizzazione di un nuovo sito produttivo (sala cottura da 35 hl, potenziale da 15.000 hl/anno) e relativa tap room. Obiettivo raggiunto e ampiamente superato: oltre duemila investitori hanno permesso di racimolare  1,35 milioni di sterline.

Le birre.
Passiamo rapidamente in rassegna altre tre lattine del birrificio della Cornovaglia: per quel che ne so le loro birre non sono ancora ufficialmente importate in Italia. Qualcuno di voi è magari riuscito ad assaggiarle all’ultima edizione del Woodscrak, festival organizzato dal birrificio padovano CRAK che annoverava Verdant tra i partecipanti. 
Mary Lou è un’American Pale Ale (5.2%) che ha debuttato nell’agosto del 2017:  la dedica è a LuAnne Henderson, una delle protagoniste del romanzo Sulla Strada scritto nel 1951 da Jack Kerouac e divenuto poi il manifesto della Beat Generation. La ricetta prevede malti Extra Pale Ale, Golden Promise, Caragold, Premium Cara,  destrosio, avena e frumento in fiocchi, ma i protagonisti sono ovviamente i luppoli: Mandarina Bavaria, Citra, Mosaic, Nelson Sauvin. Il lievito? London Ale III.  Protocollo succo di frutta rispettato dal punto di vista estetico: la schiuma è un po’ scomposta ma ha una buona persistenza.  L’intensità non manca ed anche pulizia e finezza, per quel che lo stile consente, sono degne di nota: mango, pesca, melone, papaia, passion fruit: una macedonia molto matura e quindi dolce. Il gusto è un po’ meno definito ma ripropone la stessa intensità dell’aroma: mango e albicocca mi sembrano essere  i due frutti che maggiormente si fanno notare. Il mouthfeel è morbido e non ingombrante, la chiusura è secca, l’alcool non è pervenuto. L’amaro è ridotto ad un velocissimo passaggio resinoso, corto e delicato: si fa quasi fatica ad notarlo. Una Juicy Pale Ale molto ben fatta che risulta alla fine vittima della sua stessa virtù: quell’essere così morbida e accomodante le toglie sprint e vitalità, soprattutto in bocca. Il livello è molto alto ma manca quel guizzo in più: sarebbe una (quasi) session beer dall’intensità impressionante se il mouthfeel “alla New England” non rallentasse il suo scorrimento.

Neal Gets Things Done è una IPA (6.1%) nella quale sono protagonisti Simcoe, Citra, Mosaic e Nelson Sauvin. Non sono riuscito a capire chi sia Il Neal protagonista di una birra che lo scorso anno provocò qualche problema a Verdant che si vide costretto a ritirare dal commercio  fusti inutilizzabili e lattine esplosive.   Nessun problema per le lattine messe invece in vendita lo scorso aprile. Visivamente ricorda anch’essa un succo di frutta nel quale al naso la frutta tropicale (ananas, papaia e passion fruit) viene accompagnata dalle classiche note del Nelson Sauvin (uva, lychee) e in sottofondo spunta anche il cedro. Morbida e delicata, quasi impalpabile al palato, regala una bevuta “liscia” e priva di quegli spigoli che spesso affliggono le NEIPA. Il gusto “succoso” è di ottima intensità ma risulta meno preciso e definito rispetto all’aroma: ananas e mango guidano danze che vengono poi concluse dagli agrumi in un finale molto secco nel quale l’amaro è quasi impercettibile. L’alcool si adegua facendo di tutto per non farsi notare. Aroma fresco e solare, gusto un po’ più confuso ma nel complesso “Neal” fa le cose nel modo giusto e gli amanti del juicy restano assolutamente soddisfatti.

Nonostante sia la più fresca delle tre (nata il 15/04/2019) la Double NEIPA Unique Damage (8%) mi ha convinto un po’ meno. Prodotta con malti Extra Pale Ale, Golden Promise, avena, frumento in fiocchi, frumento e destrosio, luppoli  Idaho 7, Galaxy, Cascade e Columbus. E’ stata “pensata” per il festival Hop City di Leeds che si è tenuto lo scorso aprile. è quella dall’aroma meno intenso: mango, ananas, pompelmo e arancia, tracce di bubble gum. Gli elementi giusti ci sono ma rispetto alle due birre precedenti c’è meno pulizia e definizione. Anche dal punto di vista estetico il suo “essere torbida” risulta molto meno luminoso e invitante e il gusto ripropone l’aroma nel suo mix non troppo definito, anche se piacevole, tra tropicale ed agrumi. L’alcool non disturba ma fa comunque sentire la sua presenza: il percorso si chiude in maniera abbastanza secca con un breve passaggio amaro resinoso-vegetale. Chi conosce ed ha apprezzato la  Pulp! non potrà fare a meno di notare la differenza: Verdant sa fare di meglio. Giusta “punizione”  per quella fetta di mercato che vuole bere sempre qualcosa di nuovo anziché affidarsi alle certezze.
Nel dettaglio:
Mary Lou, 44 cl., alc. 5.2%, imbott. 03/04/2019, scad. 03/07/2019
Neal Gets Things Done, 44 cl., alc. 6.1%, imbott. 01/04/2019, scad. 01/07/2019
Unique Damage, 44 cl., alc. 8%, imbott. 15/04/2019, scad. 15/07/2019

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia/lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 5 giugno 2019

North Brewing Co DDH Transmission IPA

Del birrificio di Leeds North Brewing Co. vi avevo già parlato qualche tempo fa. Si tratta di un progetto collegato al North Bar, primo locale a servire birra artigianale a Leeds facendosi poi conoscere in tutta l’Inghilterra: è al North che si sono spillati i primi fusti  arrivati in Inghilterra di Sierra Nevada e Brooklyn Brewery. I fondatori John Gyngell e Christian Townsley erano a quel tempo due studenti universitari stanchi di non trovare nulla di buono da bere nella loro città. Nel 1997 riuscirono a racimolare le risorse economiche necessarie per aprire un piccolo bar nella periferia a nord di Leeds: nel decennio successivo inaugurarono altre sette filiali. Il successo non fu però immediato: ci mettevamo a sedere davanti alla finestra del bar per far credere a chi passava di lì che era pieno di gente”! Belgio e Germania furono le nazioni maggiormente rappresentate prima dell’arrivo della birra artigianale americana e, poco dopo di quella inglese, soprattutto BrewDog e Magic Rock.  
L’apertura di nuovi locali ha fatto slittare di un decennio l’idea di aprire anche un birrificio: “eravamo coinvolti a pieno nel business della craft beer ma non avevamo le conoscenze necessarie per produrla”.  Seb Brink era un insegnante di musica nelle scuole di Leeds, un cliente affezionato del bar North ed anche titolare di una beerfirm chiamata Golden Owl:  fu lui il birraio scelto a guidare l’impianto da 17 ettolitri entrato in funzione nel 2015. Ad aiutarlo arrivò Darius Darwel, proveniente dalla Bristol Beer Factory. 
“Volevamo iniziare con una Brown Ale – ricorda Townsley – per rispettare la tradizione del nord-est inglese e perché è uno stile che adoro. Ma abbiamo sempre fatto fatica a venderle nei nostri bar:  essendo costantemente a contatto con i clienti sapevamo benissimo quello che la gente voleva bere”.   North Brewing debutta quindi con la Transmission IPA, una West Coast che strizza un po’ l’occhio alla costa orientale: “nel 2015 avevo solo sentito parlare di New England sui blog degli homebrewers. In quel periodo la maggior parte delle IPA fatte in Inghilterra erano troppo amare, era in corso la battaglia delle IBU senza prestare molta attenzione al profilo aromatico. Così decidemmo di fare una IPA che fosse un po’ influenzata da quello che leggevo sui blog americani”. 
“Birre succose con quintali di luppolo" è l'obiettivo dichiarato di North Brewing che cavalca quelle che sono le ultime tendenze del mercato. O, per dirla con un aggettivo inquietante, birre “Instagrammabili”.  Le novità annunciate in aprile non lasciano dubbi in proposito: Triple Fruited, una torbida Gose con lamponi e guava prodotta in collaborazione con Browar Stu Mostow; Sour IPA con mirtilli e pesche in collaborazione con gli inglesi di Boxcar;  North X Jakobsland, una Double NEIPA con gli spagnoli di Jakobsland che utilizza lattosio e avena.

La birra.
Ad inizio aprile vengono annunciate anche due nuove versioni di Transmission, la IPA della casa.  Mentre la “Tall Boys” è la stessa birra ma nel più ampio e modaiolo formato da 44 centilitri, la DDH Transmission introduce l’altrettanto modaiolo processo del Double Dry Hopping. La birra debutta in contemporanea alla taproom di North e all’Hop City Festival di Leeds. Vediamola.
Visivamente ricorda un torbido succo d'arancia, la schiuma fa quel che può: scomposta, un po' grossolana, poco persistente. L'aroma però è davvero notevole: oltre alla componente juicy ci sono pulizia ed eleganza. Mango, ananas, mandarino, cedro, melone bianco, passion fruit compongono uno spettro ampio e abbastanza intenso. Al palato paga un po' il prezzo della modernità: è morbida ma un po' chewy ed ingombrante, scorrendo con ritmo compassato. Le ottime premesse trovano seguito al palato con un gusto altrettanto succoso ma non privo di eleganza. Il dolce del tropicale sfuma progressivamente nell'amaro del pompelmo che viene poi rafforzata da note pungenti note resinose. Il finale è molto secco, l'alcool (6.9%) è quasi inesistente e il risultato è per me assolutamente convincente. Pochi spigoli, pulizia, intensità ed equilibrio: il carattere fruttato è dominante ma non sconfina in inutili eccessi che spesso provocano più dolori che gioie. Un bell'incontro tra le due coste americane, realizzato con intelligenza e buona mano: zero hype, tanta sostanza e un bel passo in avanti rispetto alla Transmission che avevo assaggiato un paio di anni fa.
Formato 44 cl., alc. 6.9%, imbott. 11/04/2019, scad. 11/10/2019, prezzo indicative 7.00-8.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 4 giugno 2019

Abbaye des Rocs Triple Impériale

Il Belgio virtuale (della birra) sta cambiando?  A guardare il sito internet della Brasserie des Rocs si potrebbe affermare di sì.  Sino a qualche tempo fa il suo era il tipico sito di un birrificio belga: amatoriale, poco bello, con pochissime informazioni spesso solamente in francese e/o fiammingo. Non lo visitavo da un po’ ed oggi mi trovo di fronte ad un sito completamente rinnovato che fa anche riferimento al beer-rating: Untappd e Ratebeer, riportando alcune recensioni particolarmente positive.  Al rinnovamento del sito ha fatto seguito anche quello (per me sciagurato) delle etichette. Prendiamo la Brune dell’Abbaye des Rocs: molti anni fa era una gioia trovarla sugli scaffali dei supermercati con un ottimo rapporto qualità prezzo.  La sua storica etichetta “a trifora” è stata ora sostituita da una grafica asettica che mette in evidenza l’anno di fondazione del birrificio, il 1979. Per me è un pezzo di storia che se ne va. 
In quell’anno nasceva la Brasserie Eloir-Bertiau, la “sfida” che Jean Pierre Eloir, ex-impiegato al catasto, aveva lanciato al suocero, un birraio ormai in pensione che passava il suo tempo a lamentarsi di quanto quel lavoro fosse stato difficile e faticoso.  Jean Pierre iniziò con l’homebrewing per dimostrargli che era possibile  produrre una buona birra anche nella propria cantina con pochi mezzi, pochi sforzi e con poca esperienza.  Il gioco si trasformò poi in un hobby, con una ottantina di litri di birra che venivano prodotti ogni due settimane in garage; la necessità di smaltire la produzione convinse Jean Pierre a richiedere i permessi e le autorizzazioni necessarie per operare commercialmente e vendere l’unica birra da lui prodotta, chiamata Abbaye des Rocs, che realizzava con un ceppo di lievito recuperato da alcune bottiglie di Rochefort e Westmalle. E’ questo l’unico legame – se lo si vuole cercare – con la cosiddetta “birra d’abbazia” belga.  Il nome Abbaye des Rocs si riferisce solamente ad un vecchio rudere di  campagna che si trova a qualche centinaia di metri dalla casa dei coniugi, un tempo possedimento dell’Abbazia di Crespin. L’ Abbaye des Rocs rimase l’unica birra prodotta sino al 1985 quando, in occasione delle festività, venne realizzata l’Abbaye des Rocs Spéciale Noel seguita l’anno successivo da La Montagnarde
Fu solo nel 1987 che il birrificio divenne una società a responsabilità limitata e venne costruito un nuovo locale adiacente alla casa di famiglia per ospitare i nuovi impianti di seconda mano  (l'ammostatore era stato utilizzato anche nell’abbazia di Chimay)  che consentirono di aumentare la produzione da 80 a 1500 litri. Nel 1991 il birrificio cambiò nome in Brasserie des Rocs  e nel 1996 , quando la produzione annuale aveva raggiunto gli 800 ettolitri, il testimone passò da Jean Pierre nelle mani della figlia Nathalie Eloir che andò in sala cottura lasciando il padre ad occuparsi degli aspetti commerciali. Arrivarono una dopo l'altra Abbaye des Rocs Blonde, Abbaye des Rocs Grand Cru e Abbaye des Rocs Triple Imperiale; la produzione è destinata per la maggior parte all'esportazione, con Stati Uniti, Francia e Italia come mercati principali. 
L'Abbaye des Rocs Brune (9%) è la birra “madre” che ha generato diverse figlie: non solo la natalizia ma anche La Montagnarde (9%),  la Abbaye des Rocs Grand Cru (9.5% - un tempo solo in formato magnum, oggi anche da 33 centilitri) e la Triple Impériale (10%). Sarebbe interessante provarle tutte e quattro assieme per coglierne le differenze.

La birra.
Imperiale di nome e anche di fatto, o regale se preferite: nel bicchiere è di uno splendido ambrato carico impreziosito da intense venature rosso rubino. La schiuma è “belga”: generosa, compatta, a trama fine e dalla lunga ritenzione. Una delicata speziatura apre le porte di un aroma “sciropposo” dominato da esteri fruttati, in verità un po’ “sparati” : prugna, frutti di bosco, uvetta, suggestioni di ciliegia e fragola, zucchero candito, caramello. La scuola belga è evidentissima anche al palato: alcool nascosto in maniera diabolica, vivaci bollicine, corporatura forse un po’ esile per il grado alcolico. Il risultato è noto: ci si ritrova con il bicchiere vuoto prima del previsto. La bevuta risulta meno intensa rispetto all’aroma ma è molto più armonica e bilanciata: biscotto, caramello, zucchero candito, prugna, uvetta e ciliegia disegnano un profilo dolce che viene magicamente bilanciato da un finale secco nel quale si scorge una punta amaricante di frutta secca a guscio. Breve pausa cui fa seguito un finale delicatamente etilico di frutta sotto spirito.  Gli estimatori della Brasserie des Rocs si sentiranno a loro agio in un territorio familiare: Belgian Strong Dark Ale classica e ben fatta che tuttavia non eguaglia in complessità la scuola delle West-Flanders (St. Bernardus, Kapiteel, De Struise e Westvleteren).  Una una “comfort zone” per chi ama il Belgio dalla quale è difficile allontanarsi.
Formato 33 cl., alc. 10%, lotto 1735 02794, scad. 18/02/2020, prezzo indicativo 3.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 3 giugno 2019

Cigar City Caffè Americano Double Stout

Ricordo la sweet stout Café Con Leche (6%)  del birrificio della Florida Cigar City come una delle più belle bevute del 2018: la trovate qui. Ricordo che nel 2016 Cigar City è stata acquistata dal birrificio del Colorado Oskar Blues, aiutato dal fondo azionario privato Fireman Capital; la società è stata da poco rinominata CANarchy il cui “ombrello” abbraccia oggi, oltre a Oskar Blues e Cigar City, anche i birrifici Perrin, Squatters e Wasatch. 
Caffè in grani, fave di cacao, lattosio; questi gli ingredienti a comporre una birra davvero notevole nata nel 2009 e proposta sino al 2017 solamente in fusto.  Il birraio di Cigae City Wayne Wambles ha alle sue spalle un passato come cuoco: “sin dai tempi dell’homebrewing ho sempre cercato di mettere in pratica idee che potessero unire birra e cucina; in Florida c’è un gran miscuglio di culture. I cubani fanno una crostata alla guava, noi abbiamo deciso di utilizzarla in una saison. Il caffè cubano è molto concentrato: quando arrivarono in Florida i cubani erano poveri, usavano le drupe di caffè più piccole, di seconda scelta, tostandole molto. I chicchi più piccoli hanno una maggior concentrazione di caffeina e quindi con pochi soldi riuscivano ad ottenere un espresso dal sapore pieno.  Al di là dell’aspetto culinario c’è anche quello storico”.  
Dalla Cafè con Leche alla più potente Caffè Americano il passo è breve: ABV raddoppiato per una Double Stout prodotta con aggiunta di vaniglia e caffè arrostito dalla torrefazione Buddy Brew di Tampa.

La birra.
Caffè Americano Double Stout ha debuttato nel 2013 come produzione stagionale disponibile alla spina nel mese di marzo con una percentuale d’alcool variabile di anno in anno. Nel 2015 è stata commercializzata per la prima volta in bottiglia.  Anche l’edizione 2019 è arrivata puntuale assieme alla primavera con un ABV del 12%.  Ne esistono anche versioni barricate riservate ai membri di El Catador Club, una membership che per 250 dollari all’anno vi garantisce sette diverse Barrel-Aged Beers da ritirare presso le taproom di Cigar City in Florida o di Oskar Blues in Colorado.  Oltre alle birre avete uno sconto del 20% sulle consumazioni alla taproom, accesso ad eventi esclusivi e qualche gadget.
Nel bicchiere è nera e forma una bella testa di schiuma cremosa e compatta, dall’ottima persistenza. Caffè, cioccolato, orzo tostato, vaniglia e frutta sotto spirito disegnano un bouquet gradevole ma un po’ dimesso che non si distingue per finezza ed eleganza, prerogativa secondo me fondamentale quando entra in campo l’ingrediente caffè. Al palato è morbida e oleosa, con un corpo quasi pieno ma non ingombrante a livello tattile: sorseggiarla non è affatto difficile. La bevuta inizia con il dolce di melassa, fruit cake, uvetta e prugna, vaniglia e liquirizia per poi virare progressivamente verso l’amaro del caffè e del torrefatto; l’alcool riscalda con vigore senza mai arrivare a bruciare. La Caffè Americano di Cigar City riscatta al palato le incertezze dell’aroma regalando una bevuta intensa e soddisfacente, bilanciata: pulizia e precisione potrebbero essere migliori soprattutto per quel che riguarda l’elemento caffè. Non riesce a raggiungere le vette espressive della Cafè con Leche: bene ma non benissimo, come si dice in questi casi.
Formato 65 cl., alc. 12%, IBU 80, imbott. 02/2019, prezzo indicativo 16.00 euro (beershop) 

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 24 maggio 2019

Wylam / Other Half Is There Music In Your Dreams?

Ritorna sul blog uno dei birrifici più alla moda tra i beergeeks inglesi; parliamo di Wylam, nato nel 2000 nel piccolo e omonimo villaggio del Northumberland inglese e poi  trasformato profondamente nel 2015 con l’arrivo dei nuovi soci Dave Stone e Rob Cameron. A loro il merito di aver reperito i finanziamenti necessari ristrutturare il Palace of Arts dell’Exhibition Park di Newcastle e installarci il nuovo impianto da 50 ettolitri, taproom con 12 spine e 6 casks, bar, beer-garden, ristorante ed un spazio per organizzare eventi, matrimoni, concerti e serate. 
Anche la produzione è stata completamente rivisitata:  “Wylam fa birre eccezionali sin da quando è nata nell’anno 2000”, ricorda Stone. “Birre in cask, tradizionali, molto locali. Non c’era una grossa fatte di mercato per questi prodotti che facevano fatica ad essere distribuiti lontano dal nord-est. Il palato della gente è profondamente cambiato negli ultimi anni. Tutti pensano che Wylam sia un birrificio nuovo, ma esiste da diciannove anni”. Alla guida dell’impianto c’è dal 2012 il birraio Ben Wilkinson
Lattine, belle etichette, collaborazioni, focus sulle torbide NEIPA  e novità ad un ritmo incalzante: anche Wylam asseconda le regole che attualmente sono in vigore in una certa fetta di mercato. La gente vuole costantemente provare qualcosa di nuovo. Nei primi cinque mesi del 2019  sono arrivate ben venti nuove etichette, una alla settimana. 
L’inizio di aprile è stato dedicato a due collaborazioni con i newyorkesi di Other Half:  con loro e con il birrificio inglese Deya è nata la There’s Nothing Wrong With Dreaming, una Belgian Wit (5.8%) prodotta con aggiunta di arance, coriandolo e dry-hopping di Sabro. Negli stessi giorni, con una bella etichetta a tema realizzata dallo studio Real Eyes Design è stata annunciata anche la Double IPA Is There Music In Your Dreams? Vediamola.

La birra.
Ella T90, Citra Cryo, Idaho 7 T90 e Denali T90: questi i luppoli scelti da Wylam ed Other Half per dare forma ad una nuova Double NEIPA destinata agli amanti dei succhi di frutta. La ricetta si completa con malto Extra Pale Pilsner e fiocchi d’avena. 
Nel bicchiere ricorda una torbida spremuta d’arancia: la schiuma  è abbastanza compatta ed ha una buona persistenza. L’ananas domina un aroma al quale partecipano anche litchi, mango, arancia e mandarino. Per essere una NEIPA direi che raggiunge un livello di pulizia e di eleganza piuttosto soddisfacente, e anche l’intensità è degna di nota. Si potrebbe invece fare di più per quel che riguarda il mouthfeel: la consistenza è leggermente “masticabile” ma non particolarmente morbida, ed è anche disturbata da qualche bollicina di troppo. Rispetto all’aroma, molto convincente, il gusto mantiene una buona intensità ma risulta meno definito: c’è una sensazione tropicale generalizzata nel quale emergono ananas e mango, nel finale piuttosto secco sono invece protagonisti gli agrumi. Si chiude con un amaro di discreta intensità ma brevissima durata che si porta addietro un leggero hop burn. La gradazione alcolica (8.2%) è molto ben dosata e si avverte un po’ di calore solamente nel finale.
Sono birre che difficilmente riescono ad emozionarmi: questa di Wylam ed Other Half è tuttavia una Double NEIPA di livello abbastanza alto anche se ci sono margini di miglioramento e qualche spigolo di troppo: chi ama il genere troverà comunque quasi tutto quello che desidera.
Formato 44 cl., alc. 8.2%, imbott. 04/2019, scad. 01/11/2019, prezzo indicativo 8.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 23 maggio 2019

Avery Tweak 2017


La storia del birrificio Avery (Boulder, Colorado) inizia come quella di tanti altri:  homebrewing, un hobby che alla fine degli anni ’80 aveva contagiato Adam Avery, arrivato in Colorado col padre per soddisfare un’altra delle sue passioni, l’arrampicarsi sulle rocce.  Ricorda: “lavoravo in un negozio di attrezzature sportive e il proprietario mi fece assaggiare una delle birre che lui faceva in casa. Era fantastica…  anche il mio coinquilino al college faceva la birra ma non era così buona. Il giorno dopo corsi a comprare il mio primo kit per homebrewing! Sperimentavo usando molto luppolo, frutta, facendo birre molto alcoliche: ne producevo molto più di quanto riuscissi a bere e così iniziai a farla assaggiare in giro, ottenendo riscontri positivi”. All’inizio degli ann’90 il padre Larry va in pensione ed offre al figlio una somma d investire in una propria attività. Adam non ci pensa due volte e nel settembre 1993 apre le porte della Avery Brewing Company, un piccolo birrificio che si trova nel reticolo di una zona commerciale tra meccanici d’auto e altri piccoli negozi.  “Non siamo mai esplosi – ricorda Adam -  e per dieci anni non abbiamo quasi guadagnato nulla; abbiamo resistito perché facevamo birre estreme ed eravamo sicuri che prima o poi la gente ci avrebbe seguito. Nel 1996 producemmo la nostra prima IPA e i locali in cui la consegnavamo ci chiamavamo per dirci che era una birra troppo amara e che nessuna voleva berla!”
Negli anni a venire Avery prenderà in affitto altre undici unità commerciali adiacenti  (la zona verrà rinominata Avery Alley) per potersi espandere fino a raggiungere una capacità produttiva di 60.000 ettolitri all’anno facendo funzionare l’impianto ventiquattr’ore al giorno.  Anche una buona porzione del parcheggio clienti viene occupata dai fermentatori e chi si reca alla piccola taproom, aperta nel 2003, incontra grosse difficoltà a posteggiare; gli uffici degli impiegati vengono più volte spostati in diversi edifici.
Il “calvario” dura 22 anni e termina nel febbraio 2015 quando Avery inaugura il nuovo stabilimento nel sobborgo di Gunbarrel: investimento da 27 milioni di dollari, impianto tedesco da 101 ettolitri, seimila metri quadrati di superficie occupata e potenziale annuo da 120.000 ettolitri aumentabile sino a 500.000. Il sogno non dura però a lungo: l’esposizione debitoria è notevole e le vendite non decollano e negli anni a seguire si stabilizzano a quota 80.000 ettolitri.  Gli Avery iniziano a guardarsi attorno per cercare qualche partner disposto ad entrare in società e gli spagnoli della Mahou San Miguel (già acquisitori nel 2014 del 30% del birrificio Founders) non ci pensano due volte. Alla fine del 2017 anche Avery annuncia di aver ceduto il 30% a Mahou  per una cifra non rivelata. Il birrificio, che si trova a poche miglia dalla sede dell’American Brewers Association,  viene quindi depennato dall’elenco dei birrifici artigianali.  Per Adam non è un problema: “a me non importa, io so chi sono e so cosa è il nostro birrificio, non ho bisogno che nessuno venga a dirmelo. Non m’interessa di essere considerato un birrificio artigianale, voglio solo essere un ottimo birrificio. Per noi è un’enorme opportunità di ridurre i nostri debiti e avere a disposizione liquidità,  la maggior parte della quale andrà ai nostri dipendenti.. vogliamo che passino un bellissimo Natale”.
La transazione si chiude a marzo 2018,  anno che si concluderà comunque in maniera negativa: per la prima volta in vent’anni le vendite calano  (-22%) e in estate il birrificio è costretto a ridurre del 4% il proprio personale. Nell'ultimo trimestre  iniziano a vedersi i primi effetti della sinergia con Mahou: sugli impianti di Avery si fanno i primi test per produrre anche in Colorado la All Day IPA di Founders, una birra le cui vendite (quasi 200.000 ettolitri l’anno!) basterebbero da soli a saturarne la capacità produttiva.  Per invertire la rotta quelli di Mahou chiedono maggior potere decisionale e così qualche settimana fa Avery ha dovuto cedere un ulteriore 40% a Mahou/Founders. Agli Avery resta ora solamente una quota del 30%: “oggi nell’industria della birra stanno accadendo delle stronzate assurde e dobbiamo usare tutte le armi che abbiamo a disposizione. E’ una fortuna avere degli investitori che guardano lontano e che hanno fiducia in noi, nonostante le vendite siano in calo”.
La birra.
Avery ha iniziato a sperimentare con gli invecchiamenti in botte nel 2003 ma solamente nel 2009 ha lanciato una vera e propria Barrel Aged Series inaugurata dalla Brabant, una Belgian Dark Ale brettata maturata in botti di Zinfandel. Nel corso del tempo sono state realizzate una cinquantina di diverse etichette che trovate elencate qui. Nel 2011 è poi arrivata la Annual Barrel Series composta da quattro birre barricate che, a rotazione, sono disponibili ogni anno: le imperial stout Tweak (novembre-dicembre) e Uncle Jacob (febbraio-maggio), la Coconut Porter Plank’d (maggio-luglio) e Rumpkin (agosto-ottobre) un’imperial Pumpkin Ale invecchiata in botti di rum.In Colorado gli inverni sono freddi e le birre barricate di Avery costituiscono un ottimo antidoto: gradazioni alcoliche elevate, spesso esagerate.
Prendiamo Tweak, una potente (16%) imperial stout prodotta con aggiunta di caffè e invecchiata quattro mesi in botti ex-borbon. La ricetta annovera malti Special B, Roasted Barley, Black, 2-Row e Aromatic, luppolo Columbus e lievito Westmalle Belgian Ale.
Nera, impenetrabile e persino capace di generare una buona quantità di schiuma dalla discreta persistenza. L’aroma non è molto profondo ma c’è tuttavia una buona intensità: bourbon, legno, melassa, uvetta e prugna, accenni vaniglia e di fumo, tabacco. Questa bottiglia di Tweak è nata nell’ottobre del 2017 e nonostante i diciotto mesi passati in cantina ancora brucia: i gradi alcolici si sentono tutti ed è quindi d’obbligo sorseggiarla quasi fosse un distillato. Anche se la bottiglia è da 35 centilitri il consiglio è di condividerla con qualcuno. Ci sono tanti “dark fruits” accompagnati da cioccolato, melassa, caffè e qualche tostatura, ricordi di vaniglia. Il bourbon la attraversa dall’inizio alla fine ma esce soprattutto nel finale, con una vampata di calore che riesce ad asciugare quasi completamente il dolce di una birra  lunghissima, che sembra non voler finire quasi mai. L’apporto del caffè risulta altrettanto fondamentale nel portare un po’ d’amaro in un’imperial stout dal corpo pieno e dalla consistenza piuttosto oleosa. Se amate le grande birre di The Bruery questa Tweak di Avery vi risulterà familiare:  non è un mostro di complessità e definizione, il carattere barricato non è dei più profondi ma nel complesso non c’è di che lamentarsi, anzi. Con lei passerete una bella ed intensa serata.
Formato 35.5 cl., alc. 16%, imbott. 27/10/2017, prezzo indicativo 14 dollari  / 16 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 22 maggio 2019

Loka Polly (Polly's Beer) Wilt Double India Pale Ale & Double IPA Mosaic Simcoe


Quello di Loka Polly è un nome che sta iniziando a circolare con una certa insistenza tra i beergeeks del Regno Unito:  la data di nascita risale al gennaio 2018 ma in verità il birraio e proprietario Sean Wheldon era già attivo dall’estate del 2016 con il birrificio Black Brook Beer Company, produzione quasi interamente dedicata ai casks.  Il nome scelto era quello della sua strada di campagna  a Mold, cittadina del Galles nord-orientale. Ad inizio 2018  Wheldon decide di abbandonare i casks e cambiare il nome in Loka Polly Beer, rebranding al quale partecipa anche il socio/commerciale Arron Fellows: “Non avevo nessuna esperienza con la birra ma conoscevo Sean in quanto io gestivo da sei anni un bar ed un ristorante a Mold;  lui mi chiamò per affidarmi il ruolo di commerciale ed io accettai con entusiasmo. Black Brook Brewing aveva un nome legato al territorio qui vicino, mentre con Loka Polly noi miriamo ad espanderci in tutto il Regno Unito e all'estero. E’ un nome che non ha radici locali. Il birrificio si trova in un vecchia stalla dove un tempo viveva il cavallo di Sean, chiamato Polly. In seguito il fratello di Sean la convertì in uno studio grafico per il proprio progetto Loka Island. Dall’unione di queste due parole nacque Loka Polly”. 
Dai casks  -  nobile tradizione ma purtroppo non molto redditizia – si passa alle lattine riempite con le birre che vanno di moda oggi; IPA e Double IPA, meglio ancora se torbide e ispirate al New England. E, ovviamente, mai replicare (o quasi) la stessa birra due volte: sono quasi 90 le birre realizzate in diciotto mesi d’attività. I fatti hanno dato ragione a Sean visto che ad inizio 2019 è entrato in funzione il nuovo impianto produttivo, espansione necessaria per poter tenere il passo di una domanda sempre crescente da parte dei clienti; Wheldon e Fellows hanno già reclutato un aiuto birraio e presto il team dovrebbe passare da tre a sei persone. 
Non abituatevi però al nome Loka Polly, perché è già cambiato!  A marzo è arrivata in Galles una diffida ad usarlo da parte del birrificio svedese Spendrups, produttore anche del marchio registrato di bevande Loka (Brunn).   Per Wheldon e Fellows le opzioni erano due: continuare ad usare Loka Polly senza poter esportare le birre all’estero nei mercati in cui erano già presenti le bevande Loka, oppure cambiarlo. Le due parti hanno trovato un accordo e dal 30 aprile 2019 il birrificio è stato rinominato Polly's Beer Co. La produzione per ora si concentra su IPA e DIPA ma in futuro dovrebbero arrivare anche stout, birre acide e qualche invecchiamento in botte.

Le birre.
Il birrificio ha dichiarato di volersi momentaneamente concentrare sulle Double IPA e allora vediamone due messe in vendita prima del cambio nome. Wilt è una Double IPA (8.1%) prodotta con Azacca, Citra, Ekuanot, Mosaic e  Simcoe, abbondantemente usati soprattutto in dry-hopping. Il suo colore è abbastanza velato ed oscilla tra il dorato e l’arancio: la schiuma biancastra è cremosa e compatta ed ha una buona persistenza. I profumi sono freschi, puliti e intensi:  passion fruit, papaia, mango, albicocca, ananas,  qualche accenno dank. Elementi che ritroviamo anche al palato, senza eccessi e con un po’ meno di definizione. E’ una DIPA moderna che trae in parte ispirazione dal New England ma non segue il protocollo per filo e per segno: al palato è morbida ma non ingombrante, quasi setosa. Non c’è quasi amaro e quindi non c’è il tanto temuto hop burn, la chiusura è sorprendentemente secca: l’alcool si fa sentire quasi solo a fine corsa e la bevibilità è molto buona, anche se non da record. Immaginate una West Coast DIPA depurata completamente della componente amara. A due mesi circa dalla messa in lattina il risultato è godibile, anche se per il mio gusto personale sento la mancanza proprio di un po' d'amaro, in assenza del “juicy” estremo. 

Le cose vanno meno bene con la Double IPA Mosaic Simcoe (8.2%), la cui ricetta si completa con malto Extra Pale, avena e frumento. Nel bicchieri è leggermente velata, direi quasi limpida visto i tempi che corrono. Non sono riuscito a risalire alla data di nascita di questa lattina ma guardando la scadenza dovrebbe avere anche lei un paio di mesi. L’aroma è tutt’altro che esaltante, pulito ma poco intenso. Mango, ananas, miele, note floreali: se si descrive una birra come “una macedonia di frutta” bisogna fare di più.  Il mouthfeel (ottimo) è molto simile a quello della Wilt ma le similitudini finiscono qui.  Al palato trovo qualche accenno di miele, un po’ di frutta tropicale: il finale è poco secco e la bocca rimane in qualche modo leggermente “impastata” e poco pulita, con un effetto molto poco rinfrescante. Il risultato è una Double IPA senza difetti ma abbastanza dimessa, quasi muta, tutt’altro che esplosiva. Non discuto la scelta di voler progettare una birra priva d’amaro, ma se la controparte fruttata non brilla, che cosa ci rimane? A suo favore annoto solo il modo in cui la componente alcolica è stata ben gestita. Da rivedere in condizioni migliori.
Nel dettaglio:
Wilt Double India Pale Ale, formato 44 cl., alc. 8,1%, scad. 26/08/2019
Double IPA Mosaic Simcoe, formato 44 cl., alc.  8,2, scad. 09/09/2019

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 21 maggio 2019

Epic Big Bad Baptist

Lo Utah non è certamente una “beer destination” ma i suoi parchi (Zion, Bryce Canyon, Capitol Reef, Arches e Canyonlands) lo rendono una tappa obbligata per chiunque decida di visitare il West. Lo stato americano ha leggi abbastanza restrittive sugli alcolici: potete acquistare nei supermercati e nei grocery stores solamente le birre con contenuto alcolico inferiore al 4%; per tutte le altre ci sono i negozi controllati dallo stato o ristoranti e bar che dispongono di apposita licenza. Passiamo al frivolo, ovvero al beer-rating: il birrificio Epic non ha mai avuto rivali e da anni domina incontrastato le classifiche dello Utah grazie alla Imperial Stout Big Bad Baptist e alla sue numerose varianti. 
Nel 2012 visitati lo Utah per la prima volta e questa birra era sulla mia lista dei desideri: ma era estate e fu impossibile trovare nei negozi una bottiglia che era uscita negli ultimi mesi dell’anno precedente. A quel tempo la birra godeva ancora di un moderato hype e non restava sugli scaffali per molto tempo. Oggi molte cose sono cambiate: il birrificio Epic (qui la storia) ha più che raddoppiato la sua produzione grazie all’apertura di un secondo stabilimento in Colorado.  Sul mercato i concorrenti si sono moltiplicati e quasi tutte le birre che un tempo godevano di fama hanno dovuto cedere il passo ai nuovi arrivati: questi due fattori rendono oggi possibile l’approdo della Big Bad Baptist e di alcune sue varianti sul continente europeo, cosa alquanto improbabile  fino a pochi anni fa.

La birra.
L’Imperial Stout Big Bad Baptist, prodotta con aggiunta di caffè, cacao ed invecchiata in botti ex- whiskey, debutta nel 2011. Da allora ne sono stati realizzati 114 lotti i cui ingredienti sono tutti riportati sul sito del birrificio. Le piccole variazioni riguardano sostanzialmente la percentuale alcolica e la varietà di caffè utilizzata. Nel 2015 la gamma “Baptist” si è espansa con l’arrivo della più piccola Son of A Baptist  (8%) e di tanto in tanto dallo stabilimento del Colorado, dove oggi viene prodotta, arriva anche qualche versione speciale. Lo scorso novembre l’uscita della Big Bad Baptist è stata accompagnata da quella della Bad Baptista  (con aggiunta di vaniglia, cannella, cacao e caffè messicano) e della più complessa Quadruple Barrel Big Bad Baptist: due diversi lotti di Big Bad Baptist sono stati invecchiati in botti di whiskey e rum; in contemporanea anche cocco, mandorle e fave di caffè sono state invecchiati in botti “fresche” appena svuotate dal whiskey. La birra è il risultato dell’unione di tutte queste componenti. 
Restiamo fermi alla Big Bad Baptist “standard” la cui ricetta prevede Maris Otter Malt, 2-Row Brewer Malt, Crystal, Light Munich Malt T1, 2-Row chocolate malt, 2-row black malt, roasted barley, luppoli Nugget, Chinook e Cascade, fave di cacao e caffè; non sono riuscito a scoprire quale varietà sia stata utilizzata per questo lotto numero 114 (11.1% ABV). 
Vestita di nero forma una generosa testa di schiuma cremosa e compatta, dall’ottima persistenza. Il naso non è esplosivo ma regala tutto (o quasi) quello che si può desiderare da una Imperial Stout barricata: distillato whiskey, legno, uvetta e prugna, cocco, caffè e cacao, tostature. Nessun elemento intende prevaricare l’altro: equilibrio, pulizia, eleganza. Al palato non ci sono particolari viscosità ma il mouthfeel è comunque morbido, a tratti quasi vellutato. Fruit cake al cioccolato, liquirizia e melassa abbozzano una bevuta dolce che vira velocemente sul caffè e sul torrefatto in un finale piuttosto amaro dove anche i luppoli giocano la loro partita. Il distillato è ben presente, c’è qualche accenno di vaniglia, la chiusura è abbastanza secca e prelude ad una lunga scia nella quale whiskey, caffè e cioccolato fondente vanno d’amore e d’accordo. 
Interpretazione classica d’Imperial Stout barricata, senza fronzoli o stranezze, come piace a me. C’è un utilizzo intelligente degli ingredienti “extra”, c’è un bel carattere barricato, c’è il calore del distillato, ci sono pulizia, equilibrio ed eleganza, tutte caratteristiche al di fuori dal tempo e dalle mode.
Formato 65 cl., alc. 11.1%, lotto 114 (11/2018), prezzo indicativo 18.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 20 maggio 2019

FrauGruber Pleasure Seekers IPA

Enzo Frauenschuh e  Matthias Gruber si conoscono da più di venticinque anni, da quando armati di bicicletta e skateboard scorrazzavano per le strade di Gersthofen, un sobborgo di Augusta. Se si esclude l’homebrewing la birra artigianale entra nelle loro vite quando si trovano in Australia: Matthias per lavoro, Enzo per divertimento.  Al ritorno dalla vacanza Frauenschuh va a studiare all’Università di Weihenstephan mentre Gruber fonda una piccola azienda di distribuzione di birra focalizzata sulle importazioni da America e Belgio: Liquid Hops. La sede è inizialmente il garage della casa del padre, poi un locale da cento metri quadri e successivamente un magazzino da cinquecento. Liquid Hops diventa pian piano il maggior distributore di birra artigianale della Baviera e i due ventenni possono abbandonare i loro rispettivi lavori per iniziare a guadagnarsi da vivere con la birra. 
Gersthofen trova impiego come birraio presso il birrificio Riegele di Augusta: vi resterà per cinque anni nei quali, sotto la guida del mastro birraio Frank Müller, contribuisce ad espandere la linea “craft” (Riegele BierManufaktur) del più grande produttore di Augusta.  Nel 2016 per Enzo è tempo di spiccare il volo: Markus Lohner, proprietario della Braukon (impianti) e di Camba Bavaria sta installando un secondo birrificio che vuole destinare alla produzione per conto terzi (Camba Old Factory  - impianto da 20 ettolitri) ed è alla ricerca di un birraio. Per Frauenschuh è un’occasione da non lasciarci sfuggire. Alla Camba può finalmente gestire un impianto in autonomia e, soprattutto, realizzare il sogno che aveva da tempo: produrre le sue birre con un proprio marchio. Sarebbe assurdo non sfruttare la distribuzione Liquid Hops per questo progetto e quindi l’amico Matthias Gruber viene coinvolto: “pensammo a lungo se usare un nome tedesco o inglese. Un giorno un nostro amico al quale stavamo raccontando il nostro progetto ci disse scherzando: “unendo i vostri cognomi  Frauenschuh e Gruber si otterrebbe FrauGruber (la signora Gruber)”. Ridemmo a più non posso ma da quel momento ci fu chiaro che ci saremmo chiamati FrauGruber”.  Come regalo di addio, la Riegele gli consente di utilizzare il proprio ceppo di lievito.  C’è solo un problema: alla Camba Old Factory non si possono fare bottiglie, c’è solo un’inlattinatrice. Contenitore non molto apprezzato dal mercato tedesco in quanto associato a birre di scarsa qualità: “tutti ci dissero che eravamo pazzi, ma non avevamo alternative”
FrauGruber debutta a febbraio 2017  con una gamma che include APA (Green is Lord), IPA (Yeast is King) e rivisitazioni moderne di Helles (24/7) e Kellerbier (Modern Times).  A Frauenschuh e Gruber non mancano i contatti commerciali, conoscono bene le dinamiche del mercato della craft beer e le loro birre arrivano rapidamente nella maggior parte dei paesi europei avidi di lattine e di novità: in due anni di vita sono state commercializzate quasi quaranta diverse birre, la maggior parte delle quali IPA, DIPA, NEIPA o Session IPA.

La birra.
Pleasure Seekers è una IPA prodotta con abbondanti quantità di Nugget, Cascade, Citra BBC and Simcoe;  completano la ricetta malti Pale Ale, Pilsner, avena  e frumento maltati.  Nel bicchiere si presenta di un colore che oscilla tra il dorato e l’arancio, molto velato me ben lontano dall’assomigliare ad un succo di frutta: la schiuma è un po’ scomposta e abbastanza veloce a dissiparsi. L’aroma è ancora fresco, intenso e pulito: la sua buona definizione permette di cogliere profumi di arancia, mandarino, pompelmo, pesca, mango e ananas.   La bevuta è “juicy con giudizio”: s’avverte una leggera presenza maltata (crackers), la frutta tropicale non si spinge più in là del dovuto ed è bilanciata da un finale succo, zesty e resinoso, caratterizzato da un amaro di discreta intensità ma piuttosto lungo.  Il mouthfeel (leggermente “chewy” e morbido) ammicca un po’ al New England ma è forse l’unica cosa di questa birra che si potrebbe alla lontana associare a quello stile.  La Pleasure Seekers di FrauGruber è una IPA pulita, precisa e profumata, quasi una session beer (5%) da bere a più riprese. L’intensità è buona ma potrebbe essere migliore; s’avverte un po’ di timidezza, caratteristica secondo me tipica del 90% delle IPA prodotte sul suolo tedesco, incluse quelle dei colonizzatori americani di Stone Berlin (R.I.P.).  Bevibilità ed equilibrio ne traggono vantaggio, ma per conquistare i beergeeks di tutta Europa, oltre a lattine e belle etichette, ci vorrebbe qualcosina in più; per il resto, birra ben fatta con un buon rapporto qualità prezzo, per i tempi che corrono.
Formato 44 cl., alc. 5%, lotto 119, scad. 14/07/2019, prezzo indicativo 5.00-6.00 euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 17 maggio 2019

Untitled Art / Bottle Logic Neapolitan Stout

Untitled Art è una beerfirm americana fondata nel 2016 da Isaac Showaki e Levi Funk, rispettivamente proprietari del birrificio Octopi e della Funk Factory Geuzeria. Siamo a Waunakee, nel Wisconsin, lo stato Americano che applica la più bassa tassazione sulla birra: è questo il motivo principale per il quale Isaac Showaki, dopo otto anni passati a lavorare come consulente per birrifici, è arrivato per aprire nel 2015 il proprio birrificio con sala cottura da 60 ettolitri e potenziale annuo di circa 65.000.  Octopi opera principalmente come contoterzista ma commercializza anche le proprie birre attraverso i marchi Octopi Brewing, The Giving Brewery, Dachs e l’ultimo nato Untitled Art. 
A questo progetto partecipa Levi Funk della Funk Factory Geuzeria, cliente regolare di Octopi per il mosto da utilizzare per i propri progetti di fermentazione spontanea: “lo chiamo American Lambic perché non mi viene in mente un nome miglioredice Levi. “Untitled Art nacque dal desiderio di bere stili di birra difficili da trovare in Wisconsin. Il nome fu una mia idea: volevamo che la birra parlasse da sola”. La birre di Untitled Art non hanno infatti nomi se non lo stile di birra. 
“Fummo i primi a fare una Hazy Ipa in Wisconsin, tre anni fa. Ora le stanno facendo quasi tutti.  Il marchio sta crescendo in maniera impressionantegongola  Showaki  - abbiamo iniziato a fare lotti da 500 casse di birre e ora li stiamo facendo da 3000. Sapevo che c’era del potenziale per crescere, ma non mi aspettavo che accadesse così in fretta”.  Octopi ha già avviato un piano di espansione da dieci milioni di dollari che dovrebbe essere completato entro l’estate.  
Su cosa verte la produzione Untitled Art ?  Principalmente NEIPA, Milkshake IPA, IPA alla frutta e qualche imperial stout. Sono tuttavia le collaborazioni con altri birrifici a farla da padrone:  3 Sons, Angry Chair, Bottle Logic, J. Wakefield, Mikerphone sono alcuni tra i nomi più ricercati da appassionati e beergeeks. Per quel che riguarda la parte grafica, il paragone più immediato è con il progetto canadese Collective Arts. Per ogni etichetta vengono coinvolti artisti: al grafico Stephenie Hamen il compito di impaginare i lavori dei pittori Noelle Miller, Teresa Navajo, Eric Thomas Wolever  e della fotografa Aliza Rand.

La birra.
Non sono esperto in materia, ma leggo che la Neapolitan Cake è una delle torte attualmente più in voga negli Stati Uniti. Un dolce a tre strati (cioccolato, vaniglia e fragole) che sembra essere l’evoluzione di quel gelato che nel diciannovesimo secolo gli immigrati italiani (e napoletani) iniziarono a produrre sul territorio americano.  Untitled Art, assieme al birrificio californiano Bottle Logic (un nome caldo sulla lista dei beergeeks) cerca di replicare questo dessert in un bicchiere di birra con un imperial stout prodotta con aggiunta di fragole, vaniglia e cacao. Premetto: non sono un amante delle pastry stout, soprattutto delle interpretazioni più estreme di questo sotto stile che (purtroppo) sta diventando sempre più popolare. Non ho niente in contrario ad aggiungere ingredienti in una birra, anche se inusuali o “esotici”; ma per me una birra deve comunque sapere di birra. 
Nel bicchiere la Neapolitan Stout è quasi nera, la schiuma è piccola ma evanescente. Birra? Gelato?  Ad occhi chiusi propenderei per la seconda ipotesi: c’è un netto aroma di fragoline, non esattamente appena colte ma più reminiscente, per l’appunto, di un gelato confezionato.  Il tutto è abbastanza artificioso ed accompagnato da qualche ricordo di vaniglia. Al palato è densa e viscosa ma non particolarmente morbida: il corpo è tra il medio ed il pieno. La bevuta parte ricca di fragola, con le stesse caratteristiche riscontrate nell’aroma, mentre progressivamente entrano in campo anche vaniglia e cioccolato al latte. L’alcol (11%) è molto ben nascosto e nel finale arriva un po’ di torrefatto e terroso a cercare di bilanciare una bevuta che comunque vuole essere dolce, e non potrebbe essere altrimenti. I passaggi di consegna tra i vari elementi sono però parecchio bruschi, con l’effetto fragola che sembra viaggiare su un binario parallelo. La stessa base Imperial Stout sulla quale tutto si dovrebbe appoggiare è abbastanza poco definita e non eccelle in pulizia ed eleganza. Guidano i cosiddetti “adjuncts”, veri o artificiosi che siano. Per me è un bel “no”, ma sono di parte: la fragola è uno degli ultimi ingredienti che mi verrebbe in mente di aggiungere in una Imperial Stout.
Nel dettaglio:
Formato 35.5 cl., alc. 11%, lotto e scadenza non riportati, prezzo indicativo 7.00-8.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 16 maggio 2019

Cloudwater / Other Half Likeable Orange Liquid & Cloudwater Dance Like Everyone Is Watching


Almeno una volta l’anno cerco di rivisitare uno dei birrifici inglesi più apprezzati dai beergeeks e dagli appassionati; siamo a Manchester e parliamo di Cloudwater Brew Co, attivo dalla primavera del 2015.  Qui trovate tutte le birre che sono transitate sul blog dal 2017 ad oggi.  Facciamo un passo indietro al 20 settembre 2018 quando James Campbell, birraio e fondatore di Cloudwater assieme a Paul Jones, annunciò la sua fuoriuscita dal birrificio per “aver maggior autonomia”. Per lui, già apprezzato birraio alla Marble di Manchester, si trattava di ritornare al lavoro di “consulente esterno” per vari birrifici nell’attesa di vederlo magari un giorno ritornare direttamente in pista con un progetto tutto suo. Al suo posto non è stato nominato nessun nuovo Head Brewer: le responsabilità sono state assunte dai vari birrai che già affiancavano Campbell. 
Un paio di settimane dopo Paul Jones ha annunciato i primi cambiamenti: dalle etichette scompare il dettaglio degli ingredienti (varietà di malto, luppolo e lievito) utilizzati. “Focalizzandoci sulla descrizione degli aromi e dei sapori della birra, anziché sulle varietà di luppolo usate, possiamo incuriosire molte più persone. Le birra con il Citra sono fantastiche ma le caratteristiche del luppolo cambiano ogni anno a seconda del raccolto e di come viene usato: descrivendo le sue caratteristiche saremmo meglio in grado di coglierle. Elencando solo gli ingredienti nessuno è in grado di sapere se nel bicchiere c’è una IPA resinosa e amara o torbida e tropicaleggiante”.  
Il vero motivo del cambiamento sembra tuttavia essere un altro: “una birra è molto di più dell’elenco degli ingredienti usati per produrla, ma elencando il dettaglio degli ingredienti usati abbiamo reso la vita più facile ad altri birrifici che hanno voluto seguirci.  Abbiamo fatto grandi investimenti di tempo e denaro per arrivare a fare queste birre, in un certo senso è come se avessimo fatto sperimentazione e ricerca anche per conto di altri birrifici che ne hanno poi beneficiato”. 
Anche la gamma produttiva è stata riorganizzata: per anni Cloudwater ha sfornato una novità dietro l’altra arrivando quasi a non replicare mai la stessa birra.  Novità e collaborazioni sono sempre all’ordine del giorno, ma d’ora in poi ci sarà per ogni stagione (autunno-inverno, primavera-estate) un nucleo di birre prodotte (quasi) stabilmente.

Le birre.
Other Half è uno dei birrifici più chiacchierati della scena di New York: l’oggetto del desiderio sono ovviamente sempre le IPA/DIPA torbide e succose, ispirate al New England. Other Half è stato uno degli ospiti al primo festival organizzato lo scorso febbraio da Cloudwater, chiamato Friends & Family & Beer! Il festival ha vissuto alcuni momenti drammatici ma si è poi concluso per il meglio: ne riparleremo prossimamente. 
Dal 2017 ad oggi Cloudwater ed Other Half hanno prodotto assieme una decina di birre, l’ultima delle quali è una Double IPA chiamata Likeable Orange Liquid. Nessun informazione sugli ingredienti utilizzati: sappiamo solo che sono stati utilizzati in (double) dry-hopping 48 grammi al litro di luppolo. Una quantità “insensata”, mi dicono dalla regia. 
All’aspetto ricorda un torbido succo di frutta sul quale si genera una piccola e scomposta testa di schiuma, molto poco persistente. L’aroma è intenso e ricco di frutta tropicale: un bouquet gradevole che tuttavia manca di eleganza e finezza. Annoto mango e papaia, albicocca e pesca, arancia ben zuccherata. Il gusto ne è la esatta copia, nei pregi e nei difetti: è una succo tropicale intenso ma non particolarmente definito nella sue componenti; l’alcool (8.5%) si fa sentire senza dare fastidio, il mouthfeel è morbido e “chewy/masticabile” ma non provoca estasi palatale. Il percorso si chiude in modo abbastanza secco e con un amaro resinoso di buona intensità e breve durata. Non ci si fa mancare neppure un lieve hop burn, quel grattino/raschiare in gola che in questo caso è tuttavia facilmente sopportabile. Per gli appassionati del genere: un succo di frutta che soddisfa la voglia di bere due birrifici alla moda: riempite un bicchiere dalla forma strana sino all’orlo, fotografatelo e piazzatelo su Instagram. Per tutti gli altri: un birra piacevole ma un po’ noiosa e uguale a tante altre già bevute. 
Apro una breve parentesi sui 48 grammi di luppolo al litro usati in DDH: uno spreco di materia prima. Ne vale la pena?   rofumi e sapori sono  di intensità doppia rispetto ad una birra simile nella quale di luppolo ne viene usato la metà? Vediamolo subito.

Dal Friends & Family & Beer Festival organizzato da Cloudwater a Manchester passiamo all’edizione 2019 (18-20 aprile) dell’Hop City che il birrificio Northern Monk offre alla propria città, Leeds. 
Dance Like Everyone Is Watching  è la IPA (6.5%) che Cloudwater ha prodotto appositamente per il festival, utilizzando due varietà non specificate di luppolo. L’intensità dell’aroma è del tutto simile – se non maggiore -  a quello della  Likeable Orange Liquid, nonostante nel doppio dry-hopping siano stati utilizzati “solamente” 24 grammi al litro di luppolo. Bastano i quattordici giorni di differenza anagrafica a giustificare ciò?  Anche qui finezza ed eleganza non sono le caratteristiche principale di un aroma tropicale comunque alquanto gradevole: si scorgono i soliti mango e papaia, arancia, pompelmo e mandarino, albicocca. La bevuta parte dalla dolcezza del tropicale che viene affiancata dagli agrumi, sempre “ben zuccherati”:  a bilanciare il tutto ci pensano una buona secchezza finale e un amaro resinoso/vegetale di breve intensità e durata.  Il mouthfeel morbido è disturbato da qualche bollicina di troppo, l’alcool si fa sentire soltanto a fine corsa e nel complesso si tratta di un succo di frutta intenso e piacevole se si è disposti a mettere da parte pretese di eleganza, precisione e finezza. Anche qui c’è un lieve hop burn finale, ma non è nulla di drammatico.   
Tra le due birre non sembrano esserci molte differenze o, per lo meno, la scarsa finezza non consente di cogliere evidenti sfumature: per questo il consiglio è di orientarvi sulle Cloudwater “normali” lasciando perdere collaborazioni ed edizioni speciali fatte per eventi: risparmierete qualche sterlina/euro e berrete ugualmente un buon succo di frutta. E lasciate perdere la guerra dei grammi di luppolo usato in DDH: è solamente la versione aggiornate della battaglia a colpi di IBU di qualche anno da, quando si faceva la gara a fare la birra più amare del mondo. La chiave di tutto è come sempre l’equilibrio.

Nel dettaglio:
Likeable Orange Liquid, 44 cl., alc. 8.5%, lotto 27/03/2019, scad. 17/07/2019, prezzo indicativo 8,00 sterline
Dance Like Everyone Is Watching, 44 cl., alc. 6.5%, lotto 10/04/2019, scad. 31/07/2019, prezzo indicativo 6,00 sterline

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 15 maggio 2019

Altavia Contamusse IPA

L’Alta Via dei Monti Liguri è un itinerario escursionistico di circa 440 chilometri aperto nel 1983 che percorre l’entroterra ligure collegando Ceparana (SP)  a Ventimiglia; il percorso si snoda in 43 tappe che attraversano crinali soleggiati e boschi ombrosi. Sassello è un piccolo comune della provincia di Savona il cui territorio si trova al confine tra Liguria  e Piemonte,  all’interno del Parco naturale regionale del Beigua e attraversato dal torrente Erro. E’ qui, a circa 500 metri sul livello del mare, che nell’estate del 2016 è entrato in funzione il birrificio (agricolo) dell’Altavia: a fondarlo  Giorgio Masio (birraio), Marco Lima (commerciale) ed Emanuele Olivieri (agronomo) che hanno recuperato un castagneto e alcune stalle abbandonate installandovi dentro un impianto da 6 ettolitri che ha permesso, alla fine del 2018, di produrre circa 480 ettolitri di birra. 
Nei campi circostanti viene coltivato luppolo e orzo – prerogativa indispensabile per un birrificio agricolo – che viene poi utilizzato nella produzione della birra: il progetto sembra essere iniziato col piede giusto e all’ultima edizione di Birraio dell’Anno Giorgio Masio ha ottenuto il terzo posto nella categoria emergenti. Alle birre dell’esordio, Pils Badani, Golden Ale Matota, American IPA Contamusse e American Pale Ale Maccaja si sono via via affiancate la Biere de Garde Gelinda, la bock Deiva, la Strong Ale al miele (autoprodotto) Monte Rama, una Saison in collaborazione con Canediguerra, la Belgian Strong Ale Fiandrin, la Rustikeller, la Witbier Trezze, la Rauchbier Scau e l’ultima arrivata Garanzia, una kellerbier fatta assieme ai birrifici Elvo e Mukkeller,  due eccellenze del nostro paese quando per quel che riguarda le basse fermentazioni. Logo ed etichette sono stati realizzati dal Premiato Studio Sorelle Bodoni di Finale Ligure.

La birra.
Contamusse è un termine dialettale ligure che indica chi è solito raccontare bugie e inventare storie surreali. Ma di falsità non ce ne sono in questa American IPA prodotta con sei non specificate varietà di luppoli americani. 
L’aspetto è piuttosto invitante: dorata, leggermente velata, schiuma candida, cremosa e compatta, ottima ritenzione.  Naso fresco e intenso, pulito ed elegante: cedro, pompelmo e limone,  passion fruit e maracuja, qualche incursione dank e floreale. Un bel biglietto da visita che anticipa un’interpretazione di American IPA nelle mie corde:  malti poco invadenti (miele, accenni biscottati), un bel profilo di frutta tropicale, soprattutto mango e passion fruit, un breve assaggio di pompelmo prima di un finale amaro, resinoso di buona intensità e durata. L’alcool (6.6%) ben nascosto in una IPA moderna che non sfocia negli estremismi del Juicy/Hazy regalando una bevuta piacevolmente fruttata che “sa di birra”: precisazione purtroppo necessaria in un periodo in cui molte birre tendono ad assomigliare sempre più a succhi di frutta. Per il mio gusto personale le gioverebbe una maggiore secchezza e a livello palatale la sensazione tattile potrebbe essere un po’ più sbarazzina e leggermente meno ingombrante. Questione di dettagli. Nel bicchiere non ci sono bugie ma certezze.
Formato 33 cl., alc. 6.6%, lotto 1903-B, scad. 30/08/2019, prezzo indicativo 4,50 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 10 maggio 2019

Garage Gold on Blue

Del birrificio di Barcellona Garage Beer Co. avevamo già parlato in questa occasione. Nato nel 2015 come brewpub nel quartiere dell’Eixample, dopo un anno ha inaugurato una seconda e più grande sede nella zona di Sant Andreu raddoppiando la capacità produttiva. Aal comando vi sono l’italiano Alberto Zamborlin e l’inglese James Welsh; Il brewpub originale, strategicamente posizionato in quella zona che è stata oggi rinominata dagli appassionati Beerxample vista l’elevata densità di locali a tema,  continua comunque a funzionare come “taproom” e come impiantino sperimentale. 
Lattine, collaborazioni e novità a ritmo incessante: alla Garage hanno subito imparato quali sono i meccanismi che regolano una certa fetta di mercato e li stanno mettendo in pratica con successo.  Sono già oltre 150 le birre sfornate in pochi anni d’attività. Tanto per darvi un esempio, lo scorso aprile sono arrivate Embryo (Brett Pale Ale), Glassfinger (stout), Trouble (IPA), Missouri (Gose), Pilser Urgell, Phenomena Sour Ale, R.I.C.C.I. Coffee Stout. E’ andata “meglio” in marzo quando sono arrivate solamente due birre nuove – dalle grafiche simili - per festeggiare il secondo compleanno del sito produttivo di Sant Andreu: Cartoons Double IPA 8.6%  (con Vic Secret, Ella e il luppolo sperimentale  AU035) e Gold on Blue, una IPA più tranquilla  prodotta con lattosio, malti Golden Promise e Cara Gold, maltodestrine, frumento, avena maltata e in fiocchi, luppoli Columbus e Simcoe in whirpool, Mosaic, Palisade e HBC431 in Double Dry Hopping. Lo sguardo è ovviamente rivolto al New England.

La birra. 
Visivamente ricorda un torbido succo di frutta sul quale si forma un cappello di schiuma grossolana e scomposta che ha una scarsa ritenzione.  L’aroma segue la vista e, ad occhi chiusi, siamo di davanti ad un succo di frutta: arancia, pompelmo, mango e frutti tropicali. L’intensità non manca mentre, come spesso accade quando ci si cimenta nel New England style, eleganza e finezza non sono esattamente di casa. L’intensità al gusto è ancora maggiore e davvero notevole, a fronte di una gradazione alcolica (5.7%) contenuta: il dolce della frutta tropicale caratterizza una bevuta fruttatissima nella quale i malti sono completamente sovrastati.  Ed è sempre la frutta, in questo caso aspra e reminiscente di passion fruit, a portare equilibrio: il passaggio amaro resinoso è davvero fugace e una bella secchezza completa il dipinto. Alcool non pervenuto. Birra piaciona e un po’ sfacciata con i pregi e difetti tipici di molte NEIPA/Juicy “spinte”:  c’è qualche spigolo di troppo, finezza e pulizia latitano ma nel complesso si finisce il bicchiere piacevolmente soddisfatti, anche se magari un po’ annoiati.
Formato 44 cl., alc. 5.7%, imbott. 11/03/2109, scad. 11/09/2019, prezzo indicativo 7,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 9 maggio 2019

Bearded Iris Homestyle IPA

Whiskey, musica country e pollo piccante/bbq: lo stato americano del Tennessee è principalmente noto per questo e non è ancora finito sulle mappe dei birrofili e dei beergeeks. Quasi sette milioni di residenti sono serviti da una settantina di birrifici artigianali (dato 2017) che si rifanno ad una tradizione portata sul suolo americano dai primi immigrati di origine tedesca. 
Kavon Togrye, Paul Vaughn e Matthew Miller sono tre amici di Nashville con la passione per l’homebrewing. Hanno sempre sognato di aprire un brewpub/birrificio e, terminati i loro studi universitari, sono riusciti a concretizzare il progetto all’inizio del 2016 inaugurando nel quartiere di Germantown il brewpub Bearded Iris, una dedica al fiore dello stato del Tennessee, l’Iris Germanica o Giaggiolo Paonazzo. Dei tre è Matt Miller ad occuparsi principalmente della produzione: per lui una esperienza alla SweetWater Brewing Company in Georgia; Paul Vaughn approfitta invece delle conoscenze del padre che da anni lavora nel settore del beverage. 
Bearded Iris inizia a produrre come beerfirm nel 2015 appoggiandosi per qualche mese alla Blackstone, altro birrificio di Nashville. L’inaugurazione del brewpub con impianti a vista avviene il 6 febbraio 2016:  mille metri quadrati dedicati alla produzione e 140 alla taproom. Niente cucina, ma potete portarvi il cibo da casai o utilizzare i food truck che spesso sostano al di fuori. Nonostante le promesse di voler mischiare tradizione e innovazione, di voler affiancare alle IPA anche la tradizione belga, gli invecchiamenti in botte e di voler sperimentare con diversi ceppi di lievito, è proprio grazie alle IPA/DIPA (ovviamente “Hazy”) che  Bearded Iris inizia a farsi conoscere tra i beergeeks. Nel 2017 sono arrivate anche le prime lattine, packaging ormai irrinunciabile se si vuol competere sul mercato craft, e nel 2018 il completo restyling di logo ed etichetta ad opera dello studio Punch Design. Qualche mese fa il birrificio ha annunciato la prossima apertura di un ristorante/punto vendita nel Sylvan Supply a Charlotte Avenue, una zona commerciale di Nashville che è attualmente oggetto di un’importante opera di riqualificazione. Al progetto partecipa anche la torrefazione Barista Parlor.

La birra.
Homestyle è la birra più venduta da Bearded Iris, una IPA (6%) prodotta con avena e abbondantemente luppolata con Mosaic. Curiosità? Leggo che le sue vendite aumentano ogni mese del 25% nonostante sia il 4 pack più caro sul mercato locale di Nashville. Sarà vero? 
Nel bicchiere è  solare, anche se hazy: oro e arancio, quasi un succo di frutta; paga dazio la schiuma, scomposta e poco persistente. Nonostante questa lattina sia nata alla fine dello scorso gennaio l'aroma è ancora intenso e sorprendentemente fresco. C'è grande pulizia ed una sorprendente eleganza per una IPA che guarda al New England: arancia, pompelmo, cedro, qualche intermezzo tropicale di mango e ananas, accenni dank. Il contributo dell'avena si avverte in maniera determinante al palato: birra morbidissima, leggermente chewy e assolutamente non ingombrante. Il gusto mantiene le elevate promesse fatte dell'aroma è regala una grande intensità per una IPA dal contenuto alcolico tutto sommato contenuto, se pensiamo agli standard americani. Un piccolo benvenuto di malto (pane e crackers) e poi tanta frutta tropicale, presente sempre in maniera intelligente e mai sfacciata. Mango, ananas e pesca sono incalzati deal pompelmo, preludio ad un finale molto secco nel quale il delicato amaro della scorza d'agrumi viene affiancato da qualche nota vegetale e resinosa. Nessun "grattino in gola" (o hop burn, per dirla all'americana) in quella che si può considerare una session beer da 6%, dalla sorprendente bevibilità. E' il Juicy che piace a me: elegante e raffinato, pulito, bilanciato, intelligente. Livello molto, molto alto. E chissà com'era tre mesi fa. 
Formato 47,3 cl., alc. 6%, imbott. 28/01/2019, prezzo indicativo 7.00-800 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.