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giovedì 3 settembre 2020

BrewDog Indie Pale Ale

Quando si parla di un birrificio si dovrebbe parlare solo di birra ma nel caso di BrewDog le cose sono state sempre diverse. All’inizio c’erano le birre, ma gli scozzesi hanno rapidamente iniziato a far parlare di sé per le loro provocazioni, per le irriverenti operazioni di marketing e per altre iniziative nelle quali la birra era stata relegata in secondo piano. Una strategia che era forse necessaria in un primo periodo per rompere l’establishment della birra industriale inglese e che ha indubbiamente portato successo: BrewDog si dichiara ancora paladino dell’indipendenza e della Craft Beer nonostante abbia ormai raggiunto dimensioni ragguardevoli: un beer-hotel in Ohio (USA), una linea aerea, altri due piccoli hotel in Scozia, una cinquantina di BrewDog bar sparsi in tutto il mondo e cinque siti produttivi sparsi in Scozia (due ad Ellon), Germania (l’ex Stone Berlin), USA (Columbus, Ohio) e Australia.  
Ho incontrato per la prima volta BrewDog nel 2010 ed allora il mio palato era indubbiamente diverso: la mia esposizione alla birra artigianale era ancora limitata e le birre BrewDog mi sembravano estreme, potenti, aggressive. Esattamente quello che ti aspetti da un birrificio che proclama il punk e la rivoluzione. Mi sembravano o lo erano davvero?  Poi la rivoluzione di BrewDog si è espansa: per far girare gli impianti sempre più grandi è necessario vendere tanta birra e per farlo è necessario andare a pescare sempre più nel territorio dominato dalle anonime birre industriali. Portare i consumatori verso la più costosa Craft Beer non è semplice: bisogna conquistare il loro palato senza spaventarlo con prodotti estremi o troppo diversi da quelli che sono abituati a consumare. Le birre di BrewDog sono progressivamente divenute sempre più docili, le ricette sono state modificate e ammorbidite per avvicinarsi con più facilità ai consumatori. La loro birra più  iconica, la Punk IPA, è l’esempio perfetto. 
Le BrewDog degli ultimi anni mi sono sembrate sempre più anonime e un lontano ricordo di quello che erano.  Personalmente ho perso interesse verso il birrificio scozzese e probabilmente lo hanno fatto tanti altri appassionati della vecchia guardia. Un piccolo prezzo da pagare per poter continuare a crescere a e diventare una grande porta d’accesso per passare dal mondo industriale a quello artigianale? Certo, anche se per i vecchi nostalgici trovare una spina BrewDog in mezzo a tante industriali può ancora essere un’ancora di salvezza, in attesa di tempi migliori.

La birra.
E’ esattamente in quest’ottica che venne annunciata a gennaio del 2018 la nascita della nuova Indie Pale Ale. Non India, ma Indie: independent. Una “pale ale per il ventunesimo secolo, la nostra interpretazione della perfetta gateway beer: studiata per essere facile da comprare e da bere in ogni occasione. Una birra Ideale per chi voglia espandere i propri orizzonti: la utilizzeremo come trampolino di lancio carico di luppolo nel mondo della birra artigianale. La Indie Pale Ale è al tempo stesso un campanello d’allarme e uno squillo di tromba. La birra artigianale continuerà ad avanzare nel mercato solo se sarà accessibile a tutti: questa birra è la nuova arma per combattere le birre industriale insapori. Perché crediamo che una volta si sia attraversato il cancello non si posso più tornare indietro”. 
Per fare questo BrewDog progetta una nuova Pale Ale (4.2%) con malti biscotto e caramello, luppoli Columbus, Cascade e Simcoe.  Nel giorno del suo debutto, 11 gennaio, chiunque avesse taggato BrewDog con l’hashtag #DrinkIndie avrebbe avuto due mezze pinte di birra offerte nei vari BrewDog bar.  
Nel bicchiere si presenta di color dorato, leggermente velato, mentre la schiuma è  cremosa, compatta ed ha una buona persistenza. Pane, miele e cereali; l’aroma è tutt’altro che luppolato. Un po’ di mela verde completa un quadro poco entusiasmante e le molte poche bollicine non aiutano a riportare un po’ di entusiasmo a chi beve il primo sorso. La bevuta è figlia dell’aroma è quindi sono protagonisti i malti, dovrei dire: in realtà l’intensità è davvero ai minimi termini e quindi parlare di protagonismo è fuori luogo.  Un po’ d’amaro, nella forma di frutta secca a guscio, arriva alla fine di un percorso anonimo e deludente.  Ma è una chiusura poco secca e quindi poco dissetante, con una leggera patina dolciastra che rimane avvolta al palato.  
Ben vengano birre entry level per portare i bevitori di birra industriale dall’altra parte della barricata, ma questa lattina di Indie Pale Ale è equiparabile proprio ad un banale e insapore prodotto industriale, noioso e privo di carattere. Meglio allora risparmiare qualche centesimo e restare tra la braccia dell’industria. Siamo nel 2020 e si deve pretendere di più anche da una semplice gateway beer. Non so se la birra sia stata maltratta dalla distribuzione, ma l’impressione è che sia una delle tante anonime e deludenti birre alle quali ormai BrewDog ci ha purtroppo abituato.
Formato 33 cl., alc. 4.2%, lotto 03029 50,  scad. 11/09/2021, prezzo indicativo 2.00 euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

mercoledì 26 febbraio 2020

BrewDog Off Duty King

E’ stato uno dei principali protagonisti della craft beer revolution nel Regno Unito ma oggi per me è onestamente difficile associare il nome BrewDog alla parola “artigianale”. Il birrificio non ha ceduto quote a nessuna multinazionale (la maggioranza è posseduta dalla TSG Consumer Partners, private equity) ma ha sviluppato un modello di business che, per quel che mi riguarda, mi ricorda molto più quello di una grande impresa: un beer-hotel in Ohio (USA), una linea aerea, altri due piccoli hotel in Scozia, una cinquantina di BrewDog bar sparsi in tutto il mondo e cinque siti produttivi sparsi tra Scozia (due ad Ellon), Germania (l’ex Stone Berlin), USA (Columbus, Ohio) e Austrialia (Brisbane). 
I due fondatori, gli ex-punk James Watt e Martin Dickie, non sono più birrai ma imprenditori che hanno scelto di privilegiare la quantità sulla qualità: BrewDog si trova quasi ovunque e nel corso degli anni ha modificato i propri prodotti per cercare di raggiungere il maggior numero di persone. La loro birra simbolo, la Punk IPA, è oggi un prodotto completamente diverso da quello che era nato nel 2007 e che si era fatto largo con campagne pubblicitarie provocatorie e aggressive; la Punk IPA è oggi una birra docile e facile da bere che non riesce più come una volta a stupire il palato di chi è già abituato a bere prodotti artigianali. BrewDog ha indubbiamente avuto il merito di contribuire alla diffusione della birra artigianale ed è ancora oggi una valida alternativa ai prodotti industriali ma la scena craft offre alternative molto più allettanti per gli appassionati. Per tutti gli altri, BrewDog può ancora rappresentare una porta d’accesso per passare dal mondo industriale a quello artigianale.
Quel che è certo è che in Scozia non stanno mai fermi: nelle scorse settimane è stato lanciato il manifesto ”ecologista” BrewdogTomorrow che vuole promuovere il riciclo delle lattine, la trasformazione delle birre venuta male in distillato/Vodka (sai che novità) e l’invito all’homebrewing (ovviamente usando i kit di BrewDog) per evitare d’inquinare andando a berla o a comprarla in giro. Il birrificio ha inoltre annunciato che investirà un milione sterline in ricerca e iniziative di tipo ecologico. Il tutto sarà accompagnato da un completo restyling di grafiche ed etichette, quest’ultime sempre meno punk.

La birra.
Dal punto di vista brassicolo vale ancora la pena andare a cercare BrewDog o conviene lasciare che sia lui a trovare voi, dai bar agli scaffali dei supermercati? Ci sarebbe in teoria la “Small Batch Series” il cui nome indica esattamente la direzione opposta a quella presa dal birrificio di Ellon: parliamo principalmente di birre acide e invecchiamenti in botte.  Una delle ultime arrivate in questo “catalogo” è la Off Duty King, una Export (imperial) Stout invecchiata per sei mesi in cask di whisky scozzese ed ulteriori sei mesi in botti che avevano in precedenza contenuto whiskey di segale: in questo caso oltre al cereale è anche la vocale “E” a fare la differenza. Dalla Scozia ci di sposta in Irlanda o negli Stati Uniti, non ci è dato a sapere. BrewDog ci comunica che per la produzione dell’imperial stout sono state impiegate sette diverse varietà di malto e sei di luppolo: è stata messa in vendita nella prima settimana di dicembre 2019. 
Il suo vestito è di colore ebano scuro, la schiuma è generosa, compatta ed ha buona persistenza. L’aroma è davvero un bel biglietto da visita: whisky, melassa, liquirizia, vaniglia, legno, fruit cake, accenni di cioccolato, fudge, uvetta e prugna disidratata: l’intensità è discreta ma c’è profondità e soprattutto un buon livello di pulizia. Purtroppo le belle notizie finiscono qui: la Off Duty King non mantiene le splendide promesse a partire da un mouthfeel troppo leggero per una birra che dichiara in etichetta 13.2%. Ma sarei anche ben disposto a perdonare questo vizio se il gusto mi rappresentasse anche solo il 50% dell’aroma: la bevuta è invece un lento incedere marcatamente caratterizzato dal distillato con qualche concessione alla frutta sotto spirito, al caramello, quasi alla cola. Niente rullo di tamburi finale: è una birra che si congeda quasi in sordina, senza nessun accenno di caffè o torrefatto. Rimane una scia mediamente lunga di whisky come ricordo di una imperial stout non difficile da sorseggiare ma poco profonda e molto noiosa. Un’occasione mancata ad un costo che non vale assolutamente il prezzo del biglietto. 
Formato 33 cl., alc. 13.2%,  lotto 1911065C, scad. 11/21/2029, pagata 8,50 sterline (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 23 gennaio 2017

BrewDog Elvis Juice

Nasce come prototipo a metà 2015 la prima IPA al pompelmo di BrewDog chiamata Elvis Juice. Al solito, i bevitori sono invitati ad esprimere la propria preferenza scegliendo, tra le varie bottiglie sperimentali che ogni anno il birrificio scozzese realizza, quali dovrebbero entrare in produzione stabile. Questa prima versione prevede malti Extra Pale, Monaco ed una luppolatura di Amarillo, Simcoe, Centennial e Magnum; oltre al pompelmo, viene anche aggiunta l’arancia rossa. 
La birra risulta uno dei prototipi vincitori e a marzo 2016 i primi fusti arrivano nei vari BrewDog bar; il debutto non poteva che essere alla “BrewDog”, ovvero eccentrico: si parla di Grapefruit Pay.  Dal 4 marzo chiunque si presenti al bancone con un pompelmo  in mano riceverà gratuitamente una mezza pinta di Elvis Juice, con il limite di una a testa.; i pompelmi raccolti saranno poi utilizzato per produrre un nuovo lotto di birra.  La ricetta definitiva viene leggermente modificata: malti Extra Pale e Cara, luppoli: Magnum, Amarillo, Simcoe, Citra e Mosaic. 
E’ tutto? Ovviamente no, quando c’è di mezzo BrewDog anche una semplice IPA al pompelmo diventa un caso di ben più vaste proporzioni. Alle Elvis Presley Enterprises (EPE), azienda nata per occuparsi della gestione del patrimonio della The Elvis Presley Trust, fondazione creata nel 1979 alla morte del cantante,  non piace molto l’idea che il birrificio possa sfruttare il nome Elvis per una birra. Lo scorso ottobre 2016 è partita un'azione legale dagli Stati Uniti che credo sia ancora in corso. 
La risposta dei fondatori di BrewDog James Watt e Martin Dickie è ancora una volta singolare: entrambi firmano un atto unilaterale per cambiare il proprio nome in Elvis. Il nuovo Elvis Watt dichiara: “abbiamo fatto notare agli avvocati della fondazione Presley che il nome Elvis non è una loro esclusiva. Per sottolineare l’amore che proviamo verso la nostra IPA al pompelmo, abbiamo cambiato i nostri nomi; da oggi la Elvis Juice è dedicata a noi, i birrai un tempo chiamati James e Martin. Potremmo persino iniziare un’azione legale contro il sig. Presley per aver utilizzato i nostri nomi sui suoi dischi senza il nostro permesso”. Ed Elvis Dickie aggiunge: “suggeriamo alle Elvis Presley Enterprises di indirizzare la loro attenzione verso un’altra potenziale fonte di reddito: un birrificio che produce una birra chiamandola “The King of beer” (Budweiser, nda.)”. 
Ed in quel secondo weekend di ottobre 2016, a qualsiasi persona chiamata Elvis che si presenti munita di carta d’identità in un BrewDog bar del Regno Unito venne offerta una mezza pinta di Elvis Juice.

La birra.
Il suo colore, leggermente velato, si trova tra l'arancio ed il ramato, con riflessi dorati: la schiuma biancastra è cremosa e compatta ed ha un'ottima persistenza. L'aroma mette ovviamente in evidenza il pompelmo, ma non c'è una dittatura: emergono profumi floreali e di frutta tropicale, sopratutto mango. In sottofondo un po' di caramello ed anche qualche meno gradevole nota saponosa; intensità e freschezza non brillano, ma nel complesso è un bouquet gradevole. Il gusto mostra buona corrispondenza con l'aroma: caramello e biscotto costituiscono la base maltata, molto discreta, sulla quale si sviluppa un percorso che parte da un lieve fruttato tropicale e vira poi deciso sul pompelmo. Pensate ad un frutto spremuto e zuccherato senza parsimonia. Il pompelmo prosegue la sua corsa facendo un po' a spallate  con l'amaro finale, un po' resinoso e vegetale, non molto elegante: i due elementi sembrano quasi respingersi anziché amalgamarsi. Sparito l'amaro, ritorna il pompelmo.
C'è poi sempre quella patina leggermente dolciastra (no, non il diacetile) che avvolge il palato a fine bevuta, un tema ricorrente in quasi tutte le BrewDog che mi capita occasionalmente d'assaggiare: ne risulta una birra più accomodante ma poco secca e che perde una buona parte del suo potere dissetante e rinfrescante. Il risultato complessivo è discreto, anche se ben lontano dall'eccellenza: tanti per darvi un termine di paragone, la High Wire Grapefruit di Magic Rock viaggia su ben altri livelli qualitativi. 
Formato: 33 cl., alc. 6.5%, IBU 40, lotto 160767, scad. 29/10/2017, pagata 2.79 Euro (supermercato, Austria).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 11 luglio 2016

BrewDog: This. Is. Lager & Dead Pony Club

L’estate avanza e con lei il caldo e la voglia di birre leggere, rinfrescanti e dissetanti, da bere senza troppi pensieri. Ecco due proposte dagli scozzesi di BrewDog, entrambe disponibili nel pratico formato lattina che ben si presta al trasporto e al consumo all’aperto. 
Partiamo dalla This. Is. Lager., con quei “puntini” che vorrebbero indicare il suo voler essere la risposta definitiva alla domanda “come dovrebbe essere una lager”: “la nostra missione è ridare cuore ed anima ad uno stile che è stato per troppo tempo definito da una serie di birre inutili che non meritavano di appartenervi”, annunciano alla BrewDog. . Si tratta del terzo tentativo da parte del birrificio scozzese di realizzare una convincente alternativa alle lager e alle pilsner industriali che dominano gli scaffali dei supermercati: in precedenza c’era stata la 77 lager poi pensionata in favore della Fake Lager, arrivata a aprile 2013 e abbandonata dopo poco più di un anno. Il 2 settembre 2014 BrewDog annuncia la nascita della This. Is. Lager.,  comunicando anche che il giorno successivo tutti i BrewDog Bar del Regno Unito offriranno gratuitamente un 1/3 di pinta a chiunque la vorrà provare.  La ricetta dovrebbe prevedere malti Pilsner, Monaco, Cara e luppoli  luppoli Hallertauer Hersbrucker, Saaz e Columbus.
Il suo colore è giallo paglierino, praticamente limpido, sormontato da un bianchissimo cappello di schiuma cremosa ma un po’ scomposta, dalla buona persistenza. L’aroma evidenzia un buon livello di pulizia ed anche d’intensità, per quel che sono i parametri dello stile: miele, cereali e crackers sono accompagnati in sottofondo da leggeri profumi floreali (camomilla), erbacei e una delicata speziatura da luppolo nobile. La bevuta è ovviamente snella e scorrevole, delicatamente carbonata, senza mai sconfinare nell’acquoso. La semplicità dell’aroma viene riproposta al palato con una corrispondenza quasi perfetta: pane, crackers e miele costituiscono la delicata base maltata sulla quale s’appoggia l’abbondante luppolatura nella quale prevalgono le classiche componenti erbacee e speziate dei luppoli nobili, per un finale amaro di buona intensità completato da qualche accenno di scorza di limone. Finezza e pulizia, ovvero due dei tre capisaldi di una buona Pilsner, sono qui presenti in soddisfacente quantità; non è invece allo stesso livello il terzo elemento, la fragranza; qualche appunto lo devo anche rilevare sulla secchezza, che potrebbe essere migliore lasciando il palato più pulito alla fine di ogni sorso. Non vi ho trovato “quel cuore e quell’anima” che gli scozzesi intendono restituire allo stile con questa loro interpretazione, ma il  risultato è nel complesso soddisfacente a placare la sete in una calda giornata di sole, se non si hanno elevate pretese. 
Passiamo alla Dead Pony Club, che debutta in casa Brewdog alla fine del 2011;  si tratta di una birra ispirata dal successo delle cosiddette “Session IPA” e in particolare dalla All Day IPA di Founder’s.  Ma c’è dell’altro: troppo luppolata per essere una English Pale Ale, troppo poco alcolica (3.8%) per essere un’American Pale Ale.  Gli scozzesi coniano il termine di “Session Pale Ale” e pubblicano un sondaggio on-line invitando il popolo ad esprimere la propria preferenza su una serie di possibili nomi per questo loro “prototipo” di birra; tra le varie opzioni offerte (Brit Pop, Pale Ale, Fake Fix, 38 Automatic , Heist e Death Head Pony Club ) viene alla fine scelto il nome definitivo di Dead Pony Club; al di là di tutta questa teoria, la pratica intende realizzare una birra dal basso contenuto alcolico (3.8%)  ma dalla grande intensità di aromi e sapori. 
Ma poteva una semplice e innocua “Session Pale Ale” realizzata da un birrificio che ha sempre utilizzato la provocazione come strumento di marketing passare inosservata?  Certo che no, e questa  volta sotto accusa ci finiscono alcune frasi riportate sull’etichetta: “rip it up down empty streets” (“spaccala per le strade vuote”) e “drink fast, live fast” (“bevi in maniera spericolata, vivi in in maniera spericolata”). Questi incitamenti non piacciono all’Independent Complaints Panel (PCI)  del  Portman Group, un organismo creato nel 1989 che annovera tra i suoi membri alcuni dei principali produttori di alcolici (Carlsberg, Molson Coors, InBev, Diageo…)  e che ha stabilito nel 1996 un codice di condotta sui nomi, sulla pubblicità e sul confezionamento delle bevande alcoliche. Quelle frase sull’etichetta della Dead Pony Ale vengono considerate come un incitamento al consumo irresponsabile (“bevi in maniera spericolata”) e di comportamenti anti-sociali (lo spaccare la bottiglia per strada); con un comunicato del 28 aprile 2012  le etichette vengono messe al bando e BrewDog è costretta a modificarle, pur rilasciando un sarcastico comunicato stampa in cui sostanzialmente si scusa del fatto che “di quello che dice il Portman Group non c’è n’è mai fregato un cazzo”.
E la birra? Extra Pale, Cara e Crystal  i malti; Simcoe, Citra e Mosaic  i luppoli. Nel bicchiere è leggermente velata e di color ramato, con riflessi dorati; la schiuma cremosa biancastra è un po' grossolana ma ha una buona persistenza. Al naso abbonda la frutta tropicale matura: mango, passion fruit e pompelmo rosa disegnano un bouquet semplice ma dalla buona freschezza e pulizia, con ottima intensità. La partenza così ricca e golosa crea delle aspettative che i primi sorsi non sembrano mantenere: a partire dal mouthfeel, ovviamente leggero e snello, con poche bollicine ma dalla consistenza a tratti troppo acquosa ed un  po' sfuggente. I malti parlano di caramello e biscotto, ma loro presenza è molto leggera ed è subito incalzata dalla stessa dolce frutta tropicale presente nell'aroma. Fin qui le cose procedono bene, con un'ottima intensità a fronte di un contenuto alcolico contenuto, ma nel finale la birra viene un po' a mancare, spegnendosi di fatto e facendo un piccolo tuffo nell'acquosità; bisogna aspettare qualche istante per sentirla riemergere, nel retrogusto amaro e moderatamente intenso dove le note vegetali sono accompagnate da quelle zesty. Una discreta bevuta che ha diversi punti in comune con quella precedente: un po' avara di emozioni, buon livello di pulizia ma un po' carente per quel che riguarda la fragranza e la secchezza. Ruffiana quanto basta al naso, non conquista allo stesso modo al palato: si beve con discreta soddisfazione ma se penso a splendidi esempi di "session beer" che provengono dal Regno Unito il confronto con questa o questa o con la Hopehead di Dark Star risulta abbastanza impietoso. 
Nel dettaglio:
This.  Is.  Lager, formato 33 cl., alc. 4.7%, IBU 40, lotto 160118, scad. 05/03/2017, 2.90 Euro (foodstore, Italia)
Dead Pony Club, formato 33 cl., alc. 3.8%, IBU 40, lotto 160187, scad. 06/04//2017, 2.90 Euro (foodstore, Italia)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 19 novembre 2014

BrewDog Tokyo*

Quando si parla di BrewDog si finisce spesso, se non sempre, per andare oltre il semplice argomento birra ed occuparsi di polemiche, provocazioni ad hoc, strategie di marketing.   
Facciamo un passo indietro a (solamente) 6 anni fa, anche se ne sembrano passati molti, molti di più, leggendo quest’articolo di Cronache di Birra. L’allora giovanissimo birrificio scozzese (nato nell’aprile del 2007) aveva “scandalizzato” l’opinione pubblica per avere realizzato una imperial stout chiamata Tokyo dal contenuto alcolico del 12%. La stampa (Daily Mirror, The Sun e Financial Times, tra gli altri) e le associazioni scozzesi contro l’alcolismo lanciarono il loro grido d’accusa: una birra inopportuna, quasi “immorale” che,  se diventasse popolare “avrebbe effetti devastanti sulla salute collettiva, nonché sulla vita sociale della nazione e sulla sicurezza per le strade” (sic.). Alla BrewDog probabilmente si stropicciarono increduli gli occhi di fronte alla pubblicità gratuita portata da queste accuse, seguite da interviste su quotidiani e telegiornali. Dopo tutto – risposero -  si tratta di una birra molto costosa (oltretutto prodotta inizialmente solo in 2000 esemplari) che nessuno acquisterà in grandi quantità per ubriacarsi; e che dire, allora, del contenuto alcolico di  una ben più pericolosa bottiglia di vino o whisky? 
La Tokyo venne poi replicata l’anno successivo: troppo facile farla uguale, per riaccendere il fuoco delle polemiche (e dei riflettori mediatici) era necessario andare “oltre”. Arrivò quindi la Tokyo* (asteriscata), che con un ABV di 18.2% divenne birra più alcolica mai prodotta in Inghilterra: una bottiglia di Tokyo* conteneva  “6 alcohol units”, ovvero il doppio del dosaggio giornaliero consigliato per un uomo dalle linee guida del ministero della salute del governo inglese.  Per rispondere alle nuove polemiche, BrewDog realizzò quasi contemporaneamente anche la Nanny State, una birra dal contenuto alcolico praticamente inesistente (0.5%); negli Stati Uniti il nome fu invece leggermente modificato da Tokyo* a Tokio*:  per la autorità americane era infatti “ingannevole”, nei confronti del consumatore, chiamare “Tokyo” una birra prodotta in Scozia.   
Le polemiche descritte sopra fanno abbastanza sorridere se si considera che nel Regno Unito erano già a quel tempo distribuite birre belghe dal contenuto alcolico non molto distante da quel scandaloso 12%.; a soli cinque anni di distanza, la “craft beer revolution” ci ha abituato a birre dal contenuto alcolico importante e gli stessi BrewDog hanno partecipato per qualche periodo alla folle gara per produrre la birra più alcolica al mondo. Oggi la Tokyo* continua ad essere prodotta con un ABV leggermente inferiore (16.5%) e nella nuova veste grafica inaugurata qualche mese fa dal birrificio scozzese. 
La ricetta prevede malti Maris Otter, Dark Crystal, Caramalt, Chocolate e Roast, la luppolatura è di Galena; vengono utilizzati gelsomino e e mirtilli rossi (cranberries) e la birra matura poi su trucioli tostati di quercia.   
Bottiglia del 2012, questa Tokyo* riempie il bicchiere di un minaccioso liquido denso color marrone scuro; la schiuma beige  sorprendentemente generosa per 18.2%, fine e cremosa, con una discreta persistenza. L’aroma, che fa capolino già mentre si versa la birra, è dolcissimo: superata l’iniziale “botta” etilica, predominano le note di porto e di vino passito, caramello,  uvetta, datteri disidratati e prugna secca. Ancora più in secondo piano c’è una leggera ossidazione (cartone bagnato), e qualche sfumatura di legno bagnato e di cuoio; nel complesso l’aroma è ricco, quasi “grasso”, non particolarmente elegante.  Il primo sorso serve soprattutto per abituare il palato all’estrema dolcezza ed alcolicità di questa imperial stout; voglio infatti soffermarmi un po' di più sul “mouthfeel” (sensazione palatale) prima di passare a descrivere il gusto. Il passo da compiere è di andare oltre lo “shock palatale” e riuscire a “masticare” una birra dal corpo pieno e dalla consistenza impressionante, viscosa, poco carbonata e morbida. Il palato viene avvolto da una coltre dolce, a limiti della stucchevolezza, quasi appiccicosa: ma proprio quando sembra essere “troppo”, arriva fortunatamente l’ondata alcolica finale a lavare e poi ad asciugare (quasi) tutto il dolce; sono alcuni istante di quiete, che permettono di gustare il lungo retrogusto, etilico, caldo, avvolgente, dove alla frutta sotto spirito si aggiungono dei piacevoli dettagli fatti di legno, tabacco e cenere. E prima? Il gusto viaggia di nuovo nei territori dei vini marsalati, del porto, con abbondanza di uvetta, datteri e melassa, caramello bruciato, suggestioni di creme brûlé, qualche lieve ricordo di tostatura. L’alcool c’è, inutile negarlo, ma una volta che la bocca si è abituata questa Tokyo* si sorseggia (non si beve!) più o meno con la stessa lentezza di una robusta imperial stout scandinava da 10% o dintorni. 
Davvero difficile portare a termine la bottiglia in solitudine: per farlo,  mi sono dovuto arrangiare con quello che avevo a portata di mano e che poi si è rivelato un abbinamento gastronomico particolarmente azzeccato: una generosa porzione di Pampepato ferrarese che ha svolto una duplice funzione a bilanciare e a completare la birra: la “mollica” interna ha assorbito/asciugato parte del dolce e dell'alcool; la calotta esterna di cioccolato fondente, leggermente amara, ha aggiunto un preziosissimo elemento assente nel bicchiere, rendendo la bevuta molto più piacevole e meno monotona.
Formato: 33 cl. alc. 18.2%, IBU 90, lotto 901, scad. 16/01/2022, pagata 8.40 Euro (food store, Italia). 

lunedì 10 marzo 2014

BrewDog Cocoa Psycho

Da qualche anno, poco prima delle festività natalizie BrewDog immette sul mercato alcune birre prototipali, che possono essere di solito acquistate presso il loro sito internet o bevute nei vari BrewDog bar, ma ne sono arrivate anche in Italia. I clienti devono poi indicare la propria preferenza sul sito del birrificio; la birra vincitrice sarà poi prodotta regolarmente nel corso dell’anno successivo. Il concorso si apre  il 9 dicembre del 2012, con queste tre pretendenti:  Cocoa Psycho, una imperial stout prodotta con cacao, caffè e vaniglia; Place Jack Hammer 7.2%, una (nuova, ennesima) IPA da 200 IBUs; Nuns with Guns, una pilsner molto luppolata.  La vincitrice del 2012 Prototype Challenge è Cocoa Psycho, che vince con il 40.88% di preferenze su un totale di 658 voti espressi. La promessa viene quindi mantenuta ed ecco che nel 2013 Cocoa Psycho va a rimpolpare la già vasta gamma di produzioni Brewdog: importante contenuto alcolico (10%), malti Extra Pale, Cara, Smoked, Black e Roasted, frumento, luppoli Cascade, Fuggles, Goldings; chicchi di caffè macinati, baccelli di vaniglia e granella di cacao. 
L’aspetto è sontuoso ma quasi minaccioso: nera, con una testa di schiuma color marrone molto scuro, compatta, cremosa e molto persistente. Al naso, pulito e abbastanza pronunciato, c’è una ben riuscita convivenza tra gli attesi sentori di caffè e di orzo tostato e sfumature che richiamano il tabacco, il cioccolato, il mirtillo, il fruit cake e l’affumicato, con una leggera presenza alcolica che s’affaccia solamente quando la birra inizia a scaldarsi. 
In bocca è meno massiccia di quanto l’aspetto possa far immaginare: il corpo è medio-pieno, e le bollicine sono molto poche; è invece piacevolmente morbida e accomodante, con una consistenza cremosa molto gradevole. Il gusto è meno interessante, meno complesso e meno pulito dell’aroma: è dominato da un amaro molto deciso di caffè liquido, torrefatto e qualche leggera nota di cioccolato amaro, senza molte altre sfumature. Se l’alcool è presente senza mai disturbare, sono le tostature che peccano un po’ di finezza ed arrivano a “raschiare” un po’  la gola; una leggera acidità conferita dai malti scuri viene un po’ in soccorso ad alleviare il palato. Chiude con un finale molto lungo, ovviamente ricco di caffè e torrefatto, dove però c’è anche una gradevole presenza (quasi polverosa) di cioccolato amaro e di affumicato. Dopo più di una delusione da BrewDog, Cocoa Psycho è una buona imperial stout che finalmente soddisfa, pur essendo ben lontana dall’eccellenza;  sebbene l’inizio (l'aroma) sia molto promettente, la birra in bocca si perde un po’ per strada risultando sgraziata in alcuni aspetti e monocorde alla distanza. Si lascia comunque bere senza grosso impegno, nonostante l’elevata gradazione alcolica. Non brilla di pulito (la vaniglia, se c’era, è affondata nel mare di caffè e di tostato?) ma riesce comunque ad essere una bevuta alquanto godibile. 
Formato: 33 cl., alc. 10%, IBU 85, lotto 218, scad. 13/09/2018, pagata 4.82 Euro (beershop, Inghilterra).

venerdì 14 febbraio 2014

BrewDog Hardcore IPA

Sicuramente la prima "Imperial IPA" mai realizzata in Scozia, probabilmente (non ho trovato dati certi) anche la prima Imperial IPA di tutto il Regno Unito; è la Hardcore Ipa di Brewdog. Nasce con etichetta nera e lettere blu, con un ABV leggermente inferiore (9% anziché 9.2%) ed un diverso mix di malti e luppoli (Maris Otter Extra Pale Malt; Simcoe, Chinook, Amarillo, Warrior). Nel 2010 il cambio di ricetta e la medaglia d'oro nella categoria delle Imperial IPA alla World Beer Cup di Chicago. Nella strada che porta sino ad oggi si trovano anche una versione prodotta con luppoli neozelandesi (Hardcore NZ), una rietichettatura per il mercato scandinavo (Hard Høst IPA), una rietichettatura - si vocifera - per la catena di supermercati Tesco (American Double IPA), una edizione meno alcolica apposita per un importatore danese (Hårdkogt IPA), ed un blend (I Hardcore You) con la IPA di Mikkeller I Beat you.  Non da molto accanto al classico formato BrewDog da 33 cl sono apparse anche le più generose bottiglie da 66.  
Maris Otter, Crystal e Caramalt  sono i malti utilizzati;  altrettanti i luppoli, Centennial, Columbus e Simcoe, usati anche in dry hopping. Ecco la Hardcore IPA attuale, che si presenta nel bicchiere di un bel color ambrato carico, riflessi rossastri, velato; la schiuma, color ocra, ha una buona persistenza, ha trama fine e compatta, cremosa.
L'aroma è forte, marcatamente dolce; dominano mango, passion fruit, ananas maturo e caramello, relegando in secondo piano pompelmo ed una lieve presenza di aghi di pino. Non appare freschissimo, ma l'intensità è senza dubbio notevole. Uno scenario pressoché analogo si presenta anche al palato: ingresso dolce, di biscotto (al burro) e caramello, con abbondanza di frutta tropicale. L'amaro fa quasi fatica ad emergere tra la solida base di malti ed il dolce della frutta, rivelandosi soltanto a fine corsa, in un finale resinoso e leggermente pepato. Non brilla di freschezza, ma è comunque una birra molto solida, dal corpo medio-pieno, poco carbonata ed abbastanza morbida in bocca. Sebbene sia impossibile trangugiarla, nasconde molto bene il suo considerevole carico alcolico (9.2%) e chiude discretamente secca, con lieve warming etilico ed un amaro resinoso e vegetale. Una IPA che cammina a testa dritta da capo a coda, senza nessuna variazione e con poche emozioni; più intensa che elegante, quasi più dolce che amara. Promette dal 2007 fuoco e fiamme in etichetta ("Hopped to hell, then dry-hopped to hell too", "an extreme beer rollercoaster"), ma nel frattempo il Regno Unito è cambiato, e diversi microbirrifici nati in questi anni hanno realizzato delle birre che danno parecchio filo da torcere a questa Hardcore.
Formato: 66 cl., alc.  9.2%, IBU 150, lotto 205, scad. 28/08/2014.

giovedì 1 agosto 2013

BrewDog Punk IPA

01 Agosto 2013, giornata in cui si celebra l’effimero IPA Day, una giornata che ogni estate da un paio di anni è dedicata allo stile che la “craft beer revolution” ha maggiormente valorizzato. L’evento 2013 ci ha un po’ colto impreparati (anche perché non esattamente in cima ai nostri pensieri) e con il frigorifero quasi privo di qualsiasi rappresentante di categoria, se non una lattina di BrewDog Punk IPA. Una birra che per certi versi ha assunto un ruolo importante all’interno della rivoluzione “craft” che da qualche anno ha rivitalizzato la scena brassicola britaanica, nonché la “flagship beer” del birrificio scozzese. Commercializzata per la prima volta nel 2007,  ha subito a Gennaio 2010 un cambio di ricetta (per quel che riguarda i luppoli, Chinook, Crystal, Motoeka sono stati sostituiti da Chinook, Simcoe, Ahtanum e Nelson Sauvin) e nel febbraio 2011 è diventata anche la prima craft beer in lattina nello United Kingdom.  Nel frattempo anche la Punk IPA ha un po’ subito le incostanze qualitative alle quali, purtroppo, negli ultimi periodi BrewDog ci ha abituato, al punto da costringere il birrificio alla pubblica ammenda del Gennaio 2012. L’avevamo bevuta a Febbraio 2011  ( link ), in una delle ultime bottiglie prima del cambio ricetta (quelle con  ABV 6% e 68 IBU) e, nonostante avessimo alle spalle molto meno bevute di oggi, ci era sembrata una IPA (davvero quasi) Punk: ruvida, amara, pungente, magari non facilissima da bere ma una birra che si fa notare e che guarda dritto in faccia chi la beve. Poi i BrewDogghi l’hanno ingentilita, imborghesita, con il dichiarato intento di aumentarne la facilità di bevuta; la Punk IPA di questa lattina ti accoglie con un aspetto rassicurante: oro carico, limpido, bella schiuma bianca, compatta e cremosa, molto ordinata e persistente.  Al naso, tutto sommato ancora abbastanza fresco, pompelmo, marmellata d'arancia, qualche sentore tropicale, di ago di pino e terroso. Se l'aroma non è particolarmente ruvido, ma abbastanza intenso, il gusto fa invece qualche passo indietro: ingresso di biscotto, poi agrumi (arancio e pompelmo) ed un veloce passaggio all'amaro che si porta in dote pompelmo e qualche nota resinosa e terrosa. Non c'è intensità, e proprio quando t'aspetteresti un lungo finale luppolato amaro, la birra sembra invece sparire per lasciare il palato appiccicoso e molto poco secco. Il diacetile è purtroppo ormai tristemente abbinato a molte produzioni BrewDog, la suggestione porta quasi a cercarlo in modo sistematico ma rimane comunque innegabile la sensazione di avere il palato un po' "imburrato" dopo ogni sorso di questa Punk IPA. Poco intensa, abbastanza slegata in bocca, si beve facilmente e - magra consolazione - rappresenta un netto miglioramento rispetto alle ultime due BrewDog assaggiate. A portata di mano, nella comoda lattina, rappresenta comunque ancora un'ottima alternativa alle industriali per un eventuale bevuta all'aria aperta, come magari questa. Ma più che  l'ispida cresta di un punk, sembra quasi una tranquilla vecchietta che passeggia con il suo cagnolino nel parco. Del "punk" sembra ereditare solamente l’aspetto commerciale, quello che dopotutto ha dato origine alla carriera dei Sex Pistols, magistralmente orchestrata da Malcom Mclaren e raccontata in The Great Rock’n’Roll  Swindle; una birra la cui bevuta provoca in me sensazioni simili a quelle provate nel vedere sul palco nel ventunesimo secolo Johnny Rotten, Steve Jones, Glen Matlock, e Paul Cook che cantano “Fuck this and fuck that, Fuck it all and fuck the fucking brat” ormai solamente per rimpolpare il proprio conto in banca. La differenza è tra questo, questo e, ahimè questo.  Formato: 33 cl., alc. 5.6%, IBU 45, lotto 3085, scad. 26/03/2014, pagata 2.80 Euro (foodstore, Italia)

mercoledì 17 aprile 2013

BrewDog Trashy Blonde

Dopo la poco entusiasmante bottiglia di Chaos Theory bevuta qualche settimana fa, ci accingiamo con stappare una bottiglia di BrewDog Trashy Blonde. Nel 2011 faceva parte del nucleo "stabile" di 5 birre che ogni anno gli scozzesi decidono di produrre, mentre attualmente non compare neppure sul sito Brewdog. Già nel 2010 questa birra era stata oggetto di un cambio di ricetta; il suo prototipo, chiamato Eurotrash, vedeva l'utilizzo di un ceppo di lievito belga al posto di quello americano. Come al solito veniva chiesto ai fans di esprimere la propria opinione, acquistando per 3 sterline tre bottiglie di Eurotrash. Ratebeer cita Maris Otter, Caramalt e Monaco tra i malti utilizzati, mentre i luppoli sarebbero Motueka ed Amarillo. Quello che ci ha sorpreso è leggere in rete dei commenti completamente contrastanti rispetto al colore: si va dal dorato pallido all'ambrato carico. La nostra è tutt'altro che "blonde": il colore è un bell'ambrato con riflessi color bronzo, limpido. La schiuma è molto persistente, fine e cremosa, leggermente ocra. L'aroma è praticamente inesistente; avvertiamo sentori di cereali e, con grande fatica, riusciamo a riesumare il remoto cadavere di una marmellata d'arance. Un pochino meglio in bocca: attacco di caramello, seguito da marmellata d'arance e mango; l'inizio "dolce", abbastanza delicato,  è subito bilanciato da un "colpo" d'amaro vegetale, non esattamente elegante,  che sbilancia un po' tutta la bevuta. Dovrebbe essere una session beer (ABV 4.1%) ma la bevuta è alquanto limitata dal "calcio" d'amaro che arriva improvviso, quasi raschiante; dovrebbe essere una birra leggera e fruttata, rinfrescante ed invece risulta essere stanca, quasi completamente priva di profumo, senza freschezza o fragranza. E' la seconda bottiglia consecutiva di BrewDog che acquistiamo in condizioni veramente disgraziate, e ci risulta quindi impossibile darne un giudizio veritiero o affidabile. Tentate voi la sorte, e fateci sapere. Formato: 33 cl., alc. 4.1%, IBU 40, lotto 2299 09:55, scad.  25/10/2013, prezzo 3.50 Euro (food store, Italia).




giovedì 14 marzo 2013

BrewDog Chaos Theory

Ritorniamo dopo molto tempo a stappare una BrewDog, che nel frattempo ha da poco inaugurato la nuova location produttiva, che con il modico costo di 7,5 milioni di sterline permetterà agli ex-ragazzi punk scozzesi di decuplicare la propria capacità produttiva. Saranno così riportate "all'interno" la produzione e l'imbottigliamento di alcune birre che, per mancanza di capacità, BrewDog stava producendo su impianti di altre persone. Ma facciamo un passo indietro, all'ottobre del 2008, quando sul blog del birrificio appare un post dedicato a tre birre prototipali che BrewDog  mette in vendita (un pack di 3+3+3 bottiglie a 12.99 sterline) affinché i propri clienti bevano ed eleggano quali saranno le birre da  mettere poi in produzione stabile l'anno successivo. Praticamente, anziché pagare un testing panel, BrewDog chiede alla gente di pagare per bere birre sperimentali e dare la loro opinione. Le tre birre in questione sono la Zeit Geist (una black lager), la Bad Pixie (una birra di frumento con bacche di ginepro e buccia di limone) e la Chaos Theory, una single-hop IPA infarcita di Nelson Sauvin, il luppolo Neozelandese che in quel periodo rappresentava la novità assoluta che qualsiasi birrificio "alla moda" voleva e doveva avere in gamma. Il sondaggio premia la prima e la terza birra, con la Bad Pixie che non verrà poi mai più ricreata. Quasi cinque anni dopo la Chaos Theory (sottotitolo brewdogghiano: "IPA prevedibilmente casuale") è ancora tra le birre "edizione limitata", con una produzione che è soggetta alla disponibilità del ricercato luppolo. Nella pinta si presenta di colore ramato, limpido, con una persistente schiuma ocra, fine e cremosa. Prime note dolenti al naso, dove non c'è né l'intensità né la freschezza che pretenderemmo di trovare in una birra la cui bandiera sventola luppolo. Il fruttato tipico del nelson si è trasfigurato in leggeri sentori mielosi, un aggrumato dolce che ricorda un po' la polpa del pompelmo, qualche accenno di profumo floreale. Le cose non vanno molto meglio in bocca; biscotto, leggero caramello, frutta secca, ancora polpa di pompelmo; è il turno dell'amaro, con note terrose e di scorza di agrumi. Leggero diacetile, finale poco secco, retrogusto amaro/terroso/frutta secca. Pochissima freschezza, pochissimi profumi, birra "stanca", davvero molto poco entusiasmante e - onestamente - poco gustosa. L'avessimo saputo prima di berla, che si trattava di una Nelson Sauvin single-hop, non avremmo creduto alle nostre narici ed alle nostre papille. Corpo medio, bassa carbonazione, sensazione palatale morbida e soddisfacente. Da riprovare, in giro c'è chi ne parla molto bene e forse ci è capitata una bottiglia disgraziata. Formato: 33 cl., alc. 7.1%, lotto 331, scad. 24/10/2013, prezzo 3.50 Euro (food store, Italia).

martedì 8 febbraio 2011

BrewDog Punk IPA

Uno degli ultimi lotti prodotti nel 2009, con ABV 6%. A partire da Gennaio 2010, la ricetta della Punk IPA è stata modificata con l'utilizzo di un diverso mix di luppoli ed un ABV ridotto al 5.4%. Oro pallido, forma un generoso cappello di schiuma bianca, compatta, non molto fine ma persistente. L'aroma è pungente, con agrumi in primo piano, pino e qualche sentore più dolce di frutta tropicale. In bocca scorre molto bene grazie ad un corpo medio-leggero, rivelando però una carbonatazione un po' troppo elevata. I luppoli (Chinook, Crystal, Motoeka) caratterizzano anche il gusto, pungente ed amaro (68 IBU) con note di pino e pompelmo; malti quasi impercettibili. Molto secca, si congeda da noi lasciando un lungo retrogusto amaro, resinoso, erbaceo. Una India Pale Ale dal nome indovinato; rude, pungente al naso ed in bocca, volutamente squilibrata, colpisce abbastanza duro. Buona, non si lascia bere proprio benissimo, e richiede un po' di calma. Imperdibili le descrizioni punkeggianti dell'etichetta. Bottiglia da 33 cl., lotto 320, scadenza 10/2011, 3.20 €.

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english summary:
First Punk Ipa version from Brewdog, which modified the recipe at the beginning of 2010 lowering ABV from 6 to 5.4% and changing the hops mix. Pale golden color with a big fluffy white head. Crisp strong hoppy aroma with citrus, pine and some sweet tropical fruits. Medium-light bodied, carbonation is on the high side. Hoppy (Chinook, Crystal, Motoeka) biting bitter taste with pine and grapefruit; malt is almost absent. Very dry feeling, long bitter hoppy aftertaste with resin and grass. Properly named, Punk IPA is quite harsh and punching. Not really balanced, tastes good but it's not easy drinkable as it would seem.
33 cl. bottle, batch 320, best by 10/2011, ABV 6%, 68 IBU, 3.20 €.

giovedì 30 dicembre 2010

BrewDog Riptide

Nera, ampia schiuma beige, compatta e cremosa. Una imperial stout che sorprende subito, con un naso inaspettatamente luppolato (fiori, erbe) assieme a caramello e leggeri sentori di tostatura. Il corpo è medio, come la carbonatazione. Il gusto, decisamente amaro, ci riporta su percorsi più familiari, con malti tostati, caffè, qualche nota di cioccolato ed alcool. Termina con un lungo retrogusto amaro, dove troviamo un'equilibrata alternanza tra tostature e note erbacee. Riptide è una birra un po' spiazzante; ti aspetteresti tostature, caffè e cioccolato a dosi massiccie ma è quasi il luppolo ad avere il privilegio di caratterizzarla. Una buona imperial stout, anche se ne abbiamo assaggiate decisamente di migliori. Bottiglia da 33 cl., ABV 8%, batch 203.

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english summary:
Black color with a rocky and frothy beige head. Aroma is surprisingly hoppy with grass and flowers, some caramel and roasted malt too. Body and carbonation are medium. Bitter taste of roasted malt, coffee, some chocolate and alcohol. Long bitter aftertaste with roasted malts and grass. Riptide is a quite atypical imperial stout with more emphasis on grassy bitter hops than roasted malts and coffee. Good stuff, but there are better imperials around. 33 cl. bottle, 8% ABV, batch 203.

mercoledì 18 agosto 2010

BrewDog 5A.M. Saint

Gli scozzesi della Brewdog vengono citati sempre più spesso per le loro iniziative bizzarre (l'ultima delle quali è la vendita di una loro birra dentro uno scoiattolo imbalsamato) ma rimangono sempre un birrificio con la B maiuscola, che sa fare le birre, eccome. Esempio ne è questa 5A.M. Saint, una ale ambrata che però batte bandiera più americana che scozzese, nei sapori e negli odori; si presenta di uno splendido rosso rubino con riflessi ambrati, ampio cappello di schiuma beige, cremosa, fine, molto persistente e compatta. Naso molto ricco e luppolato con pino, agrumi (pompelmo), qualche nota di caramello e tostato. Corpo medio, bassa carbonatazione. Il gusto è fotocopia dell'aroma, con i luppoli e l'agrumato ben in evidenza e tuttavia ben equilibrati da un gran bel corpo di malto. Termina in un lungo finale amaro, luppolato che ti invita a riavvicinare il bicchiere alla bocca immediatamente. Sontuosa birra. Bottiglia da 33 cl., ABV 5%.

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english summary:
Amber Ale very much USA style from the scottish Brewdog guys. Pours a gorgeous red rubin color with some amber reflections. Big creamy and long lasting beige head. On the nose there are lots of hops (pine, citrus, grapefruit) with some hidden caramel and roasted malty notes. Body is medium, with low carbonation. Taste is pretty much like aroma; very hoppy (pine and citrus) character well balanced by a good malty body. Long bitter and hoppy finish which makes you take another sip. A fantastic beer ! 33 cl. bottle, 5% ABV.

mercoledì 7 luglio 2010

BrewDog Stone Bashah

Birra nata il 1 Agosto 2009 da una collaborazione tra gli scozzesi della BrewDog e gli americani della Stone Brewing Co. Brassata, in quella che dovrebbe essere stata la sola ed unica volta, in Scozia, riporta la curiosa ed assurda autodefinizione in etichetta di “black double belgian ipa”. Utilizzati malti Pale, Caramalt e Chocolate, luppoli Hercules, Magnum, Warrior, Centennial, Amarillo. Di colore praticamente nero, con schiuma cremosa color cappuccino di media persistenza che lascia un bel pizzo nel bicchiere. Al naso sono i luppoli a dominae: pino, resina, note di pompelmo, con un sottofondo di malto tostato e note di caffè a ricordarci il colore decisamente scuro della birra. Corpo e carbonatazione media. Molto interessante al palato, con un imbocco di malto tostato seguito da note di caffè e di cioccolato amaro; il processo è inverso a quello aromatico, ed a chiudere è una luppolatura resinosa, pungente ed aggressiva sulla lingua. Un finale secco pulisce bene il palato accompagnato da un lungo retrogusto amaro, resinoso. Ottima bevibilità (considerati gli 8.6% ABV) per una ottima birra che sorprende, trovando un perfetto e complesso equilibrio tra luppoli inquieti e malti rassicuranti. Ben fatta, degustata in bottiglia da 33 cl.

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english summary
Nearly black color with a good lasting creamy cappuccino head which leaves a nice lacey in the glass. Flavor is dominated by hops: pine, resin, citrus (grapefruit) with interesting background notes of toasted malt and coffee, just to remind us the color of this beer ! Medium body with medium carbonation. Taste is opposite of flavor: starts with roasted malts, some coffee and dark chocolate notes followed by some strong piney hops on the back of the tongue. Finish is dry followed by a long and nice bitter hoppy aftertaste. Amazingly drinkable for this ABV (8.6%), this beer is a very nice surprise and a complex balance between aggressive hops and quiet toasted malts. Very well done, 33 cl. bottle.

venerdì 7 maggio 2010

BrewDog Zeitgeist

Produzione in stile ceco per gli scozzesi della BrewDog; la loro Zeitgeist è infatti una schwarzbier dal bel colore ebano scurissimo, quasi nero che forma una fine e cremosissima schiuma nocciola, molto persistente. L’aroma è di malto tostato, caffè, con delle note di cioccolato e di affumicato in lontananza. Il corpo è oleoso e ben sostenuto (stiamo parlando di una gradazione alcolica modesta, 4.9%) e la carbonatazione medio-bassa. Al gusto, amaro, ritroviamo malto tostato e caffè che caratterizzano anche il finale leggermente luppolato. Retrogusto molto lungo, amaro, con note di caffè che avvolgono il palato. Ottima bevibilità per un’ottima birra che consigliamo senz’altro di provare. Bonus per la splendida etichetta, degustata in bottiglia da 33 cl.



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english summary:
Czech-style schwarzbier for Scottish BrewDog Brewery. It has a very beautiful and dark ebony colour, almost black with a nice creamy and very persistent hazel head. The aroma is of roasted malt, coffee, with notes of chocolate and some smoke. Body texture is oily and solid (alcohol content is only 4.9%) with medium-low carbonation. Taste is of malt and coffee, with a nice hoppy finish. Very long and bitter aftertaste, with notes of coffee sticking to the palate. A very good beer, highly drinkable, and recommended. And look at the beautiful label…

domenica 4 aprile 2010

BrewDog Dogma

In origine si chiamava Speedball, ma visto che il nome indicava anche una nota miscela di droghe, gli scozzesi della BrewDog, hanno ribattezzato questa strong ale con il nome di Dogma. Una produzione speciale, con aggiunta di stimolanti (guaranà, semi di cola - entrambi contengono caffeina), e sedativi naturali (semi di papavero e luppoli americani); e nell'amalgama ci finisce anche il miele dello Pertshire! ABV 7.8%, ha un bel colore rame con riflessi ambra, quasi limpido; schiuma bianca, non fine, persistente. Il naso è molto ricco, combinazione di elementi dolci (caramello, sentori di miele) e speziati (luppolo, agrumi, soprattutto pompelmo, papavero ed altri elementi poco distinguibili). Il corpo è medio come la carbonatazione. Al palato si presenta sostanzialmente una replica dell'aroma, un complesso mix dolce-amaro con malto e toffee in evidenza, sentori di miele, ben equilibrati da agrumi, note erbacee di luppolo, e diverse spezie. Il finale è secco, con un lunghissimo e ottimo retrogusto amaro che accompagna il palato per diversi minuti dopo l'ultimo sorso di birra. La beva è buona. Questa Dogma potrebbe collocarsi a metà strada tra una belga speziata e una IPA, ed è uno splendido esempio di equilibrio; senz'altro un'esperienza da provare. Bottiglia da 33 cl.

Sito: www.brewdog.com