domenica 30 luglio 2017

Prairie Brett C (2015)

Ritorna sul blog Prairie Artisan Ales, marchio ora di proprietà della Krebs Brewing  (Oklahoma) birrificio sui cui impianti aveva iniziato a produrre come beerfirm dal 2012; dopo aver inaugurato il proprio brewpub (2015) e quindi aver trasformato la beerfirm in un birrificio, il fondatore di Prairie Chase Healey ha ceduto alle lusinghe di  Zach Prichard, presidente di Krebs, vendendogli a giugno 2016 il marchio. Una scelta “di vita”: Healey non se la sentiva di affrontare gli investimenti necessari per aumentare la capacità produttiva di Prairie  e, soprattutto, non aveva intenzione di “gestire un azienda di grosse dimensioni. Volevo soltanto continuare a fare birra”.  Con parte del ricavato della vendita Healey ha messo in piedi un nuovo microbirrificio a Tulsa chiamato American Solera, concentrandosi sulla  produzione di birre acide e sull'utilizzo di lieviti selvaggi.
Nel 2015 Prairie lancia sul mercato una nuova robusta (8.1%) Saison chiamata Brett C; il nome è ovviamente dovuto a quei Brettanomyces claussenii usati per la rifermentazione in bottiglia. Si tratta di una varietà di brettanomiceti più gentile dei "fratelli" Bruxellensis e Lambicus: secondo le descrizioni commerciali questo lievito dovrebbe infatti produrre soprattuto esteri fruttati anziché "puzzette" animalesche. La ricetta include anche una generosa luppolatura di Cascade, Citra ed un tocco di sale marino; la bottiglia che vado a stappare è nata nel 2015 e ha riposato per quasi un anno e mezzo in cantina. 

La birra.
Accompagnata dalla solita bella e divertente etichetta realizzata da Colin Healey, la Brett C di Prairie si presenta nel bicchiere di colore dorato, quasi limpido; la schiuma è cremosa e compatta e mantiene un'ottima persistenza. L'aroma non è molto intenso ma evidenzia una grande pulizia: c'è un piacevole nota rustica e terrosa che tuttavia non ha ambizioni di protagonismo in un bouquet prevalentemente fruttato. Il tempo passato in cantina ha tuttavia trasformato in canditi e in marmellata quella che probabilmente  era in origine una fragrante macedonia di frutta: al dolce degli agrumi s'affianca anche qualche note mielosa. La sensazione palatale è invece perfetta: birra che scorre piuttosto bene, vivacizzata da una elevata carbonazione. L'alcool non è in evidenza ma si percepisce tuttavia che si tratta di una saison "robusta": il gusto non di discosta di molto rispetto all'aroma, con un carattere prevalentemente fruttato che chiama in causa arancia e albicocca candita, marmellata, sostenuto da una solida base maltata (pane e miele). Il dolce è ben bilanciato da una lieve acidità e sopratutto dall'amaro finale nel quale convivono note terrose, vegetali, di pelle/cuoio ed una lievissima presenza salina. 
In questa birre brettate e molto luppolate c'è un dilemma sempre difficile da risolvere: meglio berle fresche, rinunciando così al carattere "rustico" che i lieviti selvaggi dovrebbero sviluppare col tempo, o è meglio aspettare? Difficile rispondere con certezza: attendere diciotto mesi come nel caso di questa Prairie non mi è sembrata una buona scelta. Le generosa luppolatura si è portata dietro il peso dell'età (frutta candita, marmellata) che non ha sicuramente giovato alla gradevolezza della bevuta, appesantendola un po' troppo: al tempo stesso non si è neppure sviluppato un carattere "funky/brettato" così complesso da poter compensare quello che è andato "perduto". In breve: bevetela prima che potete. 
Formato: 50 cl., alc. 8.1%, lotto 17315, prezzo indicativo 13.00-15.00 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 27 luglio 2017

Vander Ghinste Cuvée des Jacobins

Nel maggio 1892 Remi Vander Ghinste, allora sessantaduenne, acquista per il proprio figlio ventitreenne  Omer una fattoria  nel villaggio di Bellegem, dintorni di Kortrijk: come spesso accadeva a quel tempo nelle fattorie veniva anche prodotta la birra. Omer sposa nel 1900 Marguerite Vandamme, figlia di un birraio di Kortrijk:  la sua consulenza è preziosa per migliorare l’unica birra prodotta chiamata Ouden Tripel  (oggi VanderGhinste Oud Bruin), mentre  Marguerite si occupa  di allestire un café facendo incidere il nome del marito su tutte le vetrate. Pare che sia questo il motivo del perché tutti i discendenti di Omer Vander Ghinste portino almeno in parte il nome del padre (Omer-Jean, Omer III): evitare di dover spendere denaro per sostituire le finestre!  
Qualche anno dopo Marguerite eredita dal nonno la Brasserie Le Fort di Kortrijk, che viene chiusa nel 1911 per concentrare tutta la produzione a Bellegem; gli anni 30 vedono gli inizi delle basse fermentazioni con la nascita della Ghinst Pils e della Bockor. Gli attuali edifici della Brouwerij Omer Vander Ghinste risalgono alla ricostruzione post-bellica del 1947, con il successivo ampliamento del 1964 durante il quale la malteria fu smantellata per installare altri tini di fermentazione ed una nuova linea d’imbottigliamento. Nel 1972 si ricominciano a produrre quelle fermentazioni spontanee che erano state dismesse prima della seconda guerra mondiale; nasce il Jacobins Gueuze Lambic, ma quasi contemporaneamente (1977) il birrificio cambia il nome in Brouwerij Bockor per sfruttare il successo e la popolarità della gamma a bassa fermentazione. Negli anni ’80 arrivano la Jacobins Kriek (1983) e la Framboise (1986) ma è solo in tempi molto recenti che la produzione di birre acide a fermentazione spontanea e mista ha subito un forte aumento grazie alle richieste del mercato statunitense: nel 2012 viene lanciata la Cuvée des Jacobins, un lambic maturato 18 mesi in botti di legno e lo scorso anno il birrificio ha acquistato due nuovi Foeders da 150 hl cadauno per aumentare la capacità produttiva.

La birra.
Il termine cuvée indicherebbe l'assemblaggio di birra provenienti da diversi foeders, ma di questo non vi è nessuna evidenza. Il suo colore è un ambrato molto carico ed impreziosito da accese venature rosso rubino; la schiuma è cremosa e abbastanza compatta ma evapora abbastanza rapidamente. Il naso è piuttosto dolce, con profumi di frutta sciroppata (ciliegia e prugna), caramello e coffe, accenni di legno e di vaniglia; molto bene la pulizia, mentre la gradevolezza è un po' penalizzata da quell'eccesso di "sciroppo dolce" che sfiora la stucchevolezza. Le cose vanno decisamente meglio al palato dove dolce ed aspro si scambiano più volte il testimone dando forma ad una bevuta ricca di caramello e ciliegia sciroppata, mela acerba, visciole e ribes rosso, qualche lieve spunto acetico che a tratti s'addolcisce di note balsamiche. Ancora più in sottofondo si scorgono legno e vaniglia e nel finale c'è persino un'impensabile suggestione di cioccolato. L'alcool è impercettibile, la sensazione palatale è piuttosto morbida e "piena", se si considera la gradazione alcolica (5.5%): il risultato è una birra molto intensa e godibile, dotata di una discreta complessità, nella quale l'asprezza trova una robusta controparte dolce ad agevolare il ritmo di bevuta. Rinfrescante e dissetante quasi come la birra che Michael Jackson aveva messo sul gradino più alto del podio.
Formato: 33 cl., alc. 5.5%, scad. 01/06/2018, 2.00 Euro (drink store, Belgio)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 26 luglio 2017

Moor Dead Punk All Dayer

Il birrificio inglese Moor è ormai una presenza fissa e costante in quasi tutti i beershop italiani ma mancava sul blog da qualche anno; l’avevo in verità conosciuto ancora prima, era il 2011 ed ero riuscito ad assaggiare qualche bottiglia, restandone favorevolmente impressionato, nel corso di una vacanza nel Somerset. 
Il birrificio venne fondato nel 1996 da Freddy Walker, chiuso nel 2005 e poi rilevato nel 2007 dall’attuale proprietario Justin Hawke, un californiano la cui formazione brassicola è passata attraverso quattro anni passati in Germania nell’esercito americano, i viaggi in Inghilterra assieme al padre a bere Real Ales e l’homebrewing a San Francisco. Hawke ha lentamente sostituito le birre della precedente gestione Moor con ricette più moderne che utilizzano spesso luppoli extra-europei. 
Sino al 2014 il birrificio ha operato negli edifici di un ex caseificio sperduto nella campagna di Pitney, regione di Levels and Moors del Somerset: in quell’anno è avvenuto finalmente il trasloco a Bristol, nel sobborgo industriale di St. Phillips, dove ha trovato posto il nuovo impianto da 20 barili, la nuova linea per la produzione di lattine e anche la “Brewery Tap”, aperta dal mercoledì alla domenica. In dieci anni di attività Moor ha alle spalle un elenco di birre ancora tutto sommato modesto (70 circa) soprattutto se paragonato a quelli di altri microbirrifici della scena inglese (e non) che sfornano novità con cadenza settimanale o mensile.  Una delle ultime nate in casa Moor è proprio la lattina che mi accingo a stappare. 
Dead Punk All Dayer viene infatti presentata lo scorso aprile giusto in tempo per l’edizione 2017 del Dead Punk Special, tenutosi a maggio. Si tratta di un festival che dal 2012 porta su diversi palchi disseminati per Bristol gruppi Punk, Ska e, Hardcore.

La birra.
Nessuna informazione sugli ingredienti utilizzati per quella che viene definita in etichetta una Session IPA (3.5%) che si presenta nel bicchere di colore dorato, con riflessi arancio e una testa di schiuma bianca, cremosa e abbastanza compatta, dalla buona persistenza. Fresco e pulito, l'aroma regala sopratutto arancia e mandarino, pompelmo; in sottofondo la delicata presenza dolce di ananas e mango. Il mouthfeel risulta particolarmente indovinato: ad una session beer dalla bassa gradazione alcolica non devi chiedere altro che essere in grado di scorrere ad alta velocità senza mostrare segni di debolezza o, ancora peggio, scivoloni acquosi: obiettivo raggiunto e gusto che, accompagnato da una leggera base maltata (crackers, e cereali nel finale) continua quanto anticipato dall'aroma. C'è ancora maggior enfasi sugli agrumi, a quali viene affidato anche il compito di portare qualche nota più dolce: il tropicale (ananas) è quasi impercettibile. Ne nasce una birra molto secca, dichiaratamente zesty, con qualche nota erbacea che arriva a fine corsa a dare un po' di vigore all'amaro. La Dead Punk All Dayer di Moor porta nel bicchiere una buona intensità ad accompagnare i sorsi che si susseguono rapidi uno dopo l'altro. Semplicità e pulizia sono il valore aggiunto ad una birra che trova nell'estate la sua collocazione ideale. Profumata e fruttata quanto basta, bilanciata, priva di inutili ruffianerie: è capace di evaporare dal bicchiere ancora prima che questo faccia in tempo a riscaldarsi. Non bevo da molti anni Revival, una delle migliori birre di Moor, e se la memoria non mi tradisce il risultato non è molto distante da quello.
Formato: 33 cl., alc. 3.5%, lotto 778AD001, scad. 04/2018, prezzo indicativo 4.00-4.50 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 25 luglio 2017

Brasseria della Fonte Old-Style Farmhouse

Ritorna sul blog la  Brasseria della Fonte, giovane birrificio che avevo ospitato l’anno scorso a pochissimi mesi dal debutto, avvenuto a giugno 2016. Gli impianti si trovano all’interno dell’agriturismo La Fonte (Podere Fonte Bertusi di Sopra) con con alloggi, piscina e ristorante  a soli tre chilometri da Pienza, nella splendida cornice della Val d'Orcia. 
La zona è terra di pregiati vigneti: Montalcino e Montepulciano sono a pochi chilometri ed era quasi inevitabile che prima o poi anche le birre realizzate da Samuele Cesaroni entrassero in contatto con il vino. E’ quello che è accaduto nel caso della Old Style Farmhouse, una saison che ha passato l’inverno 2016 a maturare in botti ex-vino rosso. 
La birra è nata di collaborazione con la vicina (8 km) Azienda Agricola CasaGori, giovane realtà guidata da Matteo Gori che produce soprattutto miele, olio e vino. Ma CasaGori è anche beerfirm, con due saison (Fortuna 72 e Farmhouse) e che vengono prodotte sugli impianti della Brasseria della Fonte; Samuele e Matteo hanno poi voluto mettere a riposare la Farmhouse di CasaGori per tre mesi in botti ex-vino rosso con aggiunta del lievito Belgian Sour Mix; la ricetta della originale della birra (reperibile sul sito della Brasseria della Fonte) prevedeva malti Pale (70%), Pilsner (20%), segale (10%) e una luppolatura a base di Magnum, Cascade e Hallertauer Mittelfrüh. La fermantazione è avvenuta in botte di vino con lievito M29 (French Saison). 
Il lotto prodotto è stato equamente diviso a metà: sono quindi nate la Old-Style Farmhouse 2016 della Brasseria della Fonte e quella di CasaGori.

La birra.
Il suo colore è un bel dorato carico che ricorda il sole dei tardi pomeriggi d’estate: la schiuma che si forma è cremosa e compatta ed ha un’ottima persistenza. Al naso c’è pulizia, intensità ed un bel equilibrio tra profumi floreali, crosta di pane, una delicata speziatura e le note di vino e legno.  Ad una saison altro non si può chiedere che di scorrere a grande velocità e senza intoppi e questa Old-Style Farmhouse non fa eccezione: personalmente avrei forse gradito qualche bollicina in più. Sarebbe comunque un peccato non sorseggiarla con più calma, perché nel bicchiere c’è una buona complessità tutta da gustare: ritornano le note della crosta del pane, qualche accenno di cereali e di miele e una componente dolce che richiama la frutta a pasta gialla "zuccherata", senza mai sconfinare nel candito. Ma il carattere dominante è quello vinoso, con il passaggio in botte apporta anche qualche accenno legnoso ed una marcata asprezza di frutta acerba, sopratutto uva. L'alcool è molto ben nascosto, la chiusura è delicatamente amara e, oltre alle note terrose del luppolo, chiama in causa anche qualche tannino.
Una birra interessante e un "primo tentativo" piuttosto ben riuscito che regala soddisfazioni al palato: per il mio gusto forse la caratterizzazione vinosa va un po’ oltre le righe rilegando in secondo piano la birra in alcuni passaggi, e c’è una componente zuccherina un po’ troppo ingombrante che andrebbe limata a favore di una maggior acidità e secchezza. La base c'è comunque tutta, le idee sono ben definite e a questo punto si tratta più che altro di lavorare su poi dettagli.
Formato: 75 cl., alc. 6.8%, IBU 35, lotto 44/2016, scad. 15/01/2019, prezzo indicativo 12.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 24 luglio 2017

De la Senne Bruxellensis & Double Saison (Brasserie Mont Salève)

Brettanomyces Bruxellensis e Brasserie de La Senne, un binomio che negli ultimi dodici mesi è andato sempre più rafforzandosi: dopotutto questo è il microrganismo della birra di Bruxelles e del vicino Pajottenland, il lambic. Non è quindi una sorpresa che il birrificio della “rinascita” brassicola della capitale del Belgio abbia iniziato ad utilizzarlo; nel diciannovesimo secolo in città vi erano più di 100 birrifici attivi, tutti chiusi, trasferiti o assorbiti da qualche multinazionale uno dopo l'altro, ad eccezione di Cantillon, unico sopravvissuto sino al dicembre 2010 quando Bernard Leboucq e Yvan De Baets aprirono le porte della Brasserie de La Senne nei locali della Steenweg op Gent 565. 
Qualche mese fa vi avevo presentato Racines, una saison realizzata a febbraio 2016 con il birrificio toscano Brúton e rifermentata in bottiglia con brettanomiceti; nello stesso periodo quei “meravigliosi” microrganismi erano stati protagonisti di un’altra birra a quattro mani con la Brasserie du Mont Salève, solida realtà francese guidata dal 2010 da Michaël Novo.  Ad inizio dicembre 2015 il birraio Novo si reca a Bruxelles per realizzare una Double Saison che viene poi presentata ufficialmente in fusto il 27 gennaio 2016 al Moeder Lambic Fontainas; le bottiglie non tardano molto ad arrivare corredate da una bella etichetta che riesce ad unire le identità visive dei due birrifici. Sul classico schema usato da De La Senne appare la donna, quasi rivisitata in chiave futurista, protagonista di tutte le etichette di Mont Salève.

Le birre.
Si presenta di color arancio pallido e forma un’esuberante e quasi indissolubile testa di schiuma bianca che obbliga ad una lunga attesa prima di poter “comporre” il bicchiere. I diciotto mesi passati dall’imbottigliamento regalano un aroma dominato delle note funky e rustiche dei brettanomiceti, con cuoio e sudore in prima linea. Ad ingentilire il bouquet c’è qualche nota di fiori bianchi, di mela e di uva acerba; ancora più in sottofondo troviamo il dolce della polpa dell’arancia e del mandarino. Il gusto prosegue questo percorso senza grosse divagazioni: ne risulta una saison piuttosto rustica dominata da note terrose, di cuoio e di sudore che confinano in un angolo la componente fruttata (arancia, ananas). La bevuta è spigolosa, sostenuta da una vivace carbonazione e alla lunga diventa un po’ troppo monocorde e pesante: l’alcool (8%) non è nascosto come i belgi sanno fare e nel finale alza un po’ troppo la testa. Andrebbe sicuramente meglio ribaltando le proporzioni facendo in modo che il carattere fruttato e “gentile” dei brettanomiceti prendesse il sopravvento su quello meno “aggraziato” e funky, come ad esempio accadeva nella Racines.  E anche se nella Double Saison di De la Senne / Mont Salève ci sono una bella acidità e una bella secchezza a garantire quell’effetto rinfrescante e dissetante che è prerogativa di ogni saison, il risultato finale è un po’ incompleto e non del tutto soddisfacente.

Bruxellensis – Local Brett Beer  è invece la Belgian Ale che, dopo due collaborazioni, De la Senne realizza in solitudine: il suo debutto avviene a metà giugno 2016 dopo una rifermentazioni in bottiglia durata quattro mesi per dare il tempo ai Brettanomyces Bruxellensis di sviluppare il proprio “carattere”. Il suo colore è un arancio carico, velato e sormontato da schiuma pannosa e piuttosto generosa. I lieviti selvaggi si fanno subito annunciare apportando note terrose, di pelle e cuoio ad un aroma che si completa con i profumi di fiori bianchi,  arancia candita e albicocca, rilegati nelle retrovie. Il bouquet è comunque più “gentile” rispetto a quello della Double Saison. L’alcool (6.5%) è la nota stonata che rovina un po’ la festa al palato: troppo in evidenza, mostra addirittura più di quanto dichiarato in etichetta rallentando pericolosamente il ritmo di bevuta. Bene invece carbonazione (vivace) e sensazione palatale. Al gusto è protagonista il dolce della frutta candita (pesca, albicocca, arancia) al quale si contrappongono acidità e secchezza e soprattutto un finale dall’amaro piuttosto intenso, terroso e vegetale: la sua intensità è purtroppo inversamente proporzionale all’eleganza e satura il palato piuttosto rapidamente. E' una Belgian Ale che nel suo contesto procede per "eccessi": prima un po' troppo dolce, con una componente zuccherina che quasi annulla il carattere "funky" dei brettanomiceti e poi eccessivamente amara. Se l'idea era di avvicinarsi alla Belgian Ale brettata per eccellenza, la trappista Orval, la strada da percorrere è ancora piuttosto lunga: nel bicchiere c'è una birra godibile, ma un po' confusa.

Nel dettaglio:
Double Saison, 33 cl., alc 8%, imbott. 11/02/2016, scad.  11/02/2021, prezzo indicativo 4.00-5.00 euro (beershop)
Bruxellensis, 33 cl., alc. 6.5%, imbott. 29/06/2016, scad. 29/09/2018, prezzo indicativo 4.00-5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 23 luglio 2017

Jolly Pumpkin Baudelaire Beer iO Saison

Nel 2010 Jolly Pumpkin, birrificio di Dexter, Michigan (qui la loro storia) lancia la serie di birre chiamate “Baudelaire” ovviamente ispirata all’omonimo poeta e scrittore francese. Secondo il fondatore del birrificio Ron Jeffries “la birra è una forma d’arte che coinvolge i nostri sensi e agita la nostra immaginazione. Abbiamo creato una serie limitata di birre decidendo di seguire la musa ispiratrice ovunque ci volesse portare; ecco come è nata la Baudelaire Biére. Un mondo romantico, timidamente illuminato da ricordi lontani che tuttavia sono ancora vivi e ci spingono alla ricerca della bellezza, ad ogni costo. Etichette e birra si fondono nel carattere e nel gusto, influenzando chi beve a seguire il proprio spirito creativo per assottigliare quel velo che separa la vita dall’arte. Lasciatevi guidare dalla musa". 
Ma la Baudelaire Biére è anche ispirata a una novella grafica scritta da Jeffries assieme ad Adam Forman, tatuatore e grafico che da sempre realizza le etichette di Jolly Pumpkin: nella storia un uomo donchisciottesco è ossessionato ed innamorato di una ragazza molto più giovane di lui chiamata iO. E’ proprio al protagonista maschile, ovviamente raffigurato in etichetta, che viene dedicata la prima birra della serie, la Ale Absurd: una tripel alla segale invecchiata per diciassette mesi in botti che avevano ospitato chardonnay della California. 
A febbraio 2011, giusto in tempo per i festeggiamenti di San Valentino, viene invece commercializzata la Saison iO, protagonista femminile della novella chiamata come uno dei satelliti naturali di Giove, nome che a sua volta deriva da quello di una delle tanti amanti di Zeus. Produzione limitata a 850 casse per una ricetta che include malti Pilsner, Munich 10, Crystal, frumento tostato, malto di farro, luppoli Cascade  e Tettnang americano; vengono aggiunti petali di rosa, cinòrrodi e fiori d’ibisco. La maturazione di questa saison in botte di legno, con i lieviti selvaggi naturalmente presenti, dura tre mesi.

La birra.
Il suo colore è un bell'ambrato con accese venature che ammiccano al rosa: stesso colore di cui si macchia leggermente la schiuma, generosa, cremosa e abbastanza compatta, dall'ottima persistenza. Al naso sono evidenti i profumi floreali (rosa e ibisco) accompagnati da una delicata speziatura (pepe) da note funky e rustiche che richiamano il cuoio ed il legno; c'è una componente fruttata piuttosto ricca che va dalla dolcezza della polpa d'arancia e del pompelmo zuccherato all'asprezza del limone e dell'uva acerba. Complesso, intenso, pulito: ottimo aroma. La sensazione palatale è impeccabile, per una saison: corpo medio, vivaci bollicine e ottima scorrevolezza. La bevuta inizia con un evidente carattere vinoso, con l'asprezza della mela verde, dell'uva acerba e del limone, del ribes: ci si spinge al confine con l'acetico senza arrivare tuttavia a toccarlo. In sottofondo c'è un dolce tappeto che richiama i frutti di bosco (lampone, fragoline) e anche al palato emergono lievi sensazioni floreali prima dell'amaro terroso finale. Il suo profilo è marcato da una rinfrescante acidità, l'alcool (6.8%) è molto ben nascosto e la chiusura è piuttosto secca: ne deriva una saison molto complessa ma facile da bere che rispetta gli elevati standard qualitativi del birrificio del Michigan.  Un bicchiere ricolmo di tutto: pulizia e carattere rustico, intensità, emozioni.
Formato: 75 cl., alc. 6.8%, IBU 15, imbott. 22/01/2016, prezzo indicativo 15.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 20 luglio 2017

Orval (03/2017)

Nel 2014 festeggiavo il ritorno della Orval con un’ottima bottiglia di sette mesi. L’età non è un elemento da trascurare per questa birra trappista, in quanto al momento della messa in bottiglia vengono inoculati quei lieviti selvaggi chiamati  brettanomiceti che col passare del tempo riescono ad apportarne importanti cambiamenti al profilo aromatico e gustativo.  Ne festeggiavo il ritorno perché, come riportavo già nel 2011, la birra prodotta all’interno della Abbazia di Notre-Dame d’Orval  aveva vissuto un periodo un po’ buio e a molti appassionati, belgi e non, la cosa non era affatto sfuggita: bottiglie fiacche, un lontano ricordo della splendida birra che era un tempo.  
Ad Ottobre 2013 lo storico birraio Jean-Marie Rock era andato in pensione dopo ventotto anni di servizio passando il testimone ad Anne-Françoise Pypaert; era la prima donna a produrre birra all’interno di un monastero trappista; non so se sia giusto incolpare il birraio Jean-Marie Rock del declino di questa birra durante gli ultimi anni della sua attività, fatto sta che tutte le “nuove” Orval da me bevute nel 2014 e nel 2015 furono davvero eccellenti. Ricordo ancora una grandissima Orval "neonata", due mesi scarsi di vita, bevuta in Belgio con infinita soddisfazione. 
Le bottiglie del 2016  - devo ammetterlo – sono state un po’ meno entusiasmanti rispetto a quelle miracolose della “rinascita” del 2014 ma il livello è comunque rimasto elevato: su quello che arriva in Italia pesa sempre la spada di Damocle della Grande Distribuzione che non usa di certo i guanti. 
Ma ritorniamo al fattore anagrafico: anche se ci sono moltissime persone che si dimenticano le Orval in cantina e preferiscono berle dopo alcuni o molti anni, chi segue il blog ricorderà forse la mia preferenza per le bottiglie giovani, nelle quali i brettanomiceti sono poco evidenti. Di recente sugli scaffali dei supermercati è arrivato un lotto di Orval piuttosto fresco, risalente allo scorso marzo; occasione ghiotta da cogliere al volo per chi ama la Orval giovane, visto che di solito sugli scaffali trovo bottiglie con almeno sei-sette mesi sulle spalle.

La birra.
Il suo colore è arancio con sfumature che richiamano l’oro e il rame: l’esuberante schiuma ocra è pannosa, compatta ed ha un’ottima persistenza. Al naso fiori e una delicata speziatura, profumi di arancia e zucchero candito, con qualche delicata nota erbacea; i “giovani” brettanomiceti si fanno comunque già sentire, anche se molto in sottofondo, con quel carattere funky che ricorda alla lontana cuoio e il terriccio. Assolutamente perfetta la sensazione palatale: vivaci bollicine, grande scorrevolezza, corpo medio ed alcool (6.2%) nascosto in modo magistrale. Il caratteristico "goût d'Orval", quello donato dai brettanomiceti, è ovviamente ancora in fasce: a quattro mesi l'Orval è una birra fresca che richiama la crosta del pane, la polpa dell'arancia e, in maniera minore, la frutta a pasta gialla. A contrastare il dolce c'è una gradevole acidità che attraversa tutta la beuta, rendendola dissetante e rinfrscante. La chiusura è secca, con un amaro di modesta intensità (considerata la gioventù e il livello di altre Orval bevute in passato) che richiama la terra, l'erba e la scorza del mandarino. Non è un epifania ma è comunque una bottiglia di buon livello: al vostro gusto ovviamente la scelta di berla giovane e fresca o di attendere qualche mese/anno per meglio apprezzare le goût d'Orval.
Formato: formato 33 cl., alc. 6.2%, imbott. 07/03/2017, scad. 07/03/2022, pagata 2.69 Euro (supermercato, Italia)

mercoledì 19 luglio 2017

Arbor Pocket Rocket

Sono passati diversi anni dalle ultime bevute di Arbor Ales: devo tornare al 2011 quando a quel tempo il birrificio non era ancora importato in Italia e le etichette avevano una veste grafica completamente diversa e molto meno sobria. Oggi l’Italia è uno dei pochi paesi in cui Arbor esporta con regolarità. 
Il birrificio è stato fondato a marzo 2007 da Jon Comer e dalla moglie Megan Oliver nel retro del pub The Old Tavern di Blackberry Hill. In quel periodo Jon lavorava come consulente nel campo dell’informatica e – per sua stessa ammissione – aveva molto tempo libero a casa da dedicare all’homebrewing; nel 2008 il pub (di proprietà del fratello) chiude e Arbor è costretta a trasferirsi nel Kingswood di Bristol, sfruttando l’occasione per acquistare un impianto di maggiori dimensioni. Con l’arrivo del nuovo partner Namaya Reynolds nel 2009 viene inaugurato il primo pub di proprietà, l'Old Stillage a Redfield, cui fa seguito l’anno successivo il Threee Tuns a Hotwells. Nel 2012 una nuova espansione e un nuovo trasferimento nel Lawrence Hill Industrial Park di Bristol: all’inizio del 2016  è già tempo di spostarsi nella più ampia sede attuale (600 metri quadri) di Easton Road, sempre a Bristol. Grazie al finanziamento ottenuto dalla Lloyds Bank, Arbor dispone ora di un impianto da 20 BBL, una decina di fermentatori ed una nuova linea d’imbottigliamento: ad affiancare Jon ci sono altri otto dipendenti. Sono oltre trecento le birre attualmente annoverate sul database di Ratebeer e  per la grande maggioranza si tratta di leggere variazioni  sul tema IPA: single hop o differenti mix di luppoli.

La birra.
E’ “Session Pale Ale”  la descrizione scelta da Arbor per comunicare il contenuto della bottiglia a chi  la vede sugli scaffali dei beershop; evidentemente si ritiene che la parola “session” abbia maggior rilevanza commerciale rispetto ad esempio a “Golden Ale”, categoria che potrebbe essere ugualmente appropriata per descrivere una “birra dorata con corpo esile, basso contenuto alcolico e luppolatura importante”. Quest’ultima è tutta di stampo americano:  Simcoe, Citra e Mosaic i prescelti.  
Il suo colore oscilla tra il dorato e l’arancio pallido, mentre la schiuma un po’ grossolana e scomposta non è proprio impeccabile. L’aroma è ancora abbastanza fresco e mostra una buona pulizia che compensa un bouquet piuttosto semplice: arancia e pompelmo, qualche dolce suggestione tropicale. La ricetta precede una piccola percentuale d’avena allo scopo di ottenere un mouthfeel più cremoso e direi che il risultato sia stato raggiunto: nonostante il corpo esile e il basso tenore alcolico (3.9%) la birra scorre con grande velocità senza nessuna  deriva acquosa. Fortunatamente l’utilizzo dei luppoli americani denota raziocinio e non sfocia nella cafoneria, replicando quanto già espresso dall’aroma con ugual pulizia ed eleganza: agrumi e un tocco tropicale, sorretti da deboli trame maltate (crackers) e un bel finale amaro (erbaceo, zesty) dell’intensità giusta per non stancare mai il palato e mantenere alto il ritmo di bevuta. Nonostante l’utilizzo di luppoli americani il risultato mantiene un certo “DNA” inglese e Pocket Rocket è una session beer bilanciata e ben assemblata che fa il suo dovere: dissetare e rinfrescare con gusto senza richiedere grossa attenzione se non quella di ordinarne una pinta dopo l’altra. 
Formato:  56,8 cl., alc. 3.9%, scad. 03/02/2018, prezzo indicativo 5.50-6.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 18 luglio 2017

HOMEBREWED! Andrea Di Taranto: Hey Guys! e Brett Belgian IPA

Ultimo appuntamento con le birre fatte in casa prima della pausa estiva; le temperature attuali sconsigliano la spedizione di bottiglie e mi tocca dunque attingere dal frigorifero gli ultimi due esemplari recapitatemi prima del caldo estivo. Ringrazio quindi Andrea Di Taranto, homebrewer nato a Forlì ma oggi residente a Bologna, che vi avevo presentato un paio di mesi fa con due birre. 
Homebrewer dal 2013 con l’aiuto e gli incitamenti della sorella, sostituisce rapidamente i kit on l'E+G e poi passa all’All Grain a fine 2014: si procede al ritmo di una cotta al mese da venti litri e le bottiglie vengono anche iscritte ai primi concorsi. In una pentola da 40 litri sono effettuati sia mash che bollitura, dopo la filtrazione con un semplice filtro zapzap; travasi, ossigenazione e controllo delle temperature avviene manualmente.  Andrea mi confessa l’amore (condiviso) per il Belgio e per le saison, ed è proprio da qui che oggi partiamo.

La birre.
Ammetto di aver stappato la bottiglia con poco entusiasmo: il nome scelto (Hey Guys!) ma soprattutto la descrizione (smoked farmhouse ale) non erano il miglior biglietto da visita. Le parole  “saison” e “affumicato” per me sono incompatibili, almeno in teoria: la realtà si è invece rivelata sorprendentemente diversa. La ricetta elaborata da Andrea prevede malti Pils e Vienna, malto di farro, fiocchi di frumento e malto di frumento affumicato: quest’ultimo (usato tradizionalmente nelle Grodziskie) è stato scelto per donare alla birra un profilo meno invadente dei classici malti Rauch o Peated; il luppolo utilizzato è Hallertauer Mittlefruh. Ma una saison si fa col lievito e i primi tentativi con il Wyeast French Saison si sono rivelati poco soddisfacenti; Andrea ha preferito virare sul Sigmund's Voss Kveik della Yeast Bay. Dalla Vallonia, terra d’origine delle saison, ci spostiamo quindi in Norvegia dove kveik identifica il ceppo di lievito che ogni fattoria si tramanda(va) di generazione in generazione. Per sottolineare la diversa origine geografica del lievito la birra è stata quindi deifnita “farmhouse ale”  anziché “saison”.
Il suo colore è arancio pallido e forma un'esuberante testa di schiuma pannosa che obbliga ad una lunga attesa per riuscire a comporre il bicchiere. Al naso c'è pulizia ed una buona complessità: i profumi di arancia, di frutta a pasta gialla, limone e mela Golden sono affiancati da una leggera affumicatura e dal carattere rustico del lievito. Il risultato è convincente anche se l'affumicato, forse mischiandosi alla componente fenolica del lievito, tende in alcuni passaggi a richiamare vagamente la plastica bruciata rovinando un po' l'eleganza dell'aroma. Al palato c'è una carbonazione un po' troppo aggressiva anche per una saison, ma basta agitare un po' la birra nel bicchiere per riportarla su livelli accettabili. C'è un bel carattere fruttato, ricco di arancia e pesca, che a tratti ricorda la frutta candita; la birra è comunque ben bilanciata da una gradevole acidità e da una buona secchezza. L'affumicato entra in scena negli ultimi momenti della bevuta, accompagnandosi alle note amaricanti terrose del luppolo. Con un'ottima intensità ed un buon livello di pulizia la Hey Guys" di Andrea è una saison/farmhouse nella quale il lievito lavora piuttosto bene e che si beve con grande facilità. Avrei solo due appunti da fare: il primo riguarda alla componente zuccherina, secondo me un po' eccessiva. Riducendola la birra risulterebbe più snella e il ritmo di bevuta sarebbe ancora maggiore, incrementandone il potere dissetante. Il secondo riguarda la (tanto da me temuta) affumicatura: il suo livello è perfetto, percepibile senza essere invadente, si tratta solo di lavorare sull'accoppiata fumo-fenoli per scongiurare quell'effetto "plastica affumicata" che in alcuni tratti mi sembra di percepire.
Come faccio sempre per le birre prodotte in casa, ecco la valutazione su scala BJCP:  40/50 (Aroma 9/12, Aspetto 3/3, Gusto 16/20, Mouthfeel 4/5, impressione generale 8/10).

La seconda birra è una diretta discendente della Belgian IPA chiamata Mr. Peterson che avevo bevuto lo scorso maggio: Andrea ha voluto far rifermentare alcune di quella bottiglie (cinque, per la precisione) con fondi recuperati da una bottiglia di Bang Bretta del Birrificio Italiano. Il resto della ricetta, ricordo, annovera malto Pils, una piccola percentuale di Vienna, fiocchi di frumento, luppoli Challenger e Marynka per l'aroma, Saaz per l'amaro, lievito Wyeast 3522.
Di colore arancio torbido, questa Brett Belgian IPA forma una cremosa e compatta testa di schiuma bianca dall'ottima persistenza. Le note funky e rustiche dei brettanomiceti danno subito il benvenuto al naso: sudore, cuoio e polvere, qualche accenno di formaggio. Ad ingentilire un po' il bouquet olfattivo arriva qualche profumo di fuori bianchi e di polpa d'arancia: in una ipotetica bevuta alla cieca il primo pensiero andrebbe subito ad una bottiglia di Orval con un paio d'anni di vita alle spalle. Mouthfeel perfetto e rispettoso del DNA belga: vivaci bollicine, bevuta snella, corpo medio. Il gusto ripropone senza grandi divagazioni quanto espresso dall'aroma: pane, miele e qualche accenno biscottato fanno da contraltare al lavoro dei lieviti selvaggi. La componente brettata/rustica non si porta fortunatamente dietro le "puzzette" che a volte la contraddistingue  e, con un finale terroso e leggermente erbaceo riporta di nuovo alla mente l'Orval. Più che di Brett Belgian IPA mi piacerebbe quindi incasellarla nel filone delle Belgian Ale generosamente luppolate: secca,  attraversata da una piacevole acidità, è una birra che si beve con grande piacere e interesse. Per il mio gusto cercherei solamente di far emergere una maggior componente fruttata per conferirle un'ulteriore complessità/profondità e, sopratutto, aggiungere qualche ulteriore elemento che possa dialogare con il funky dei brettanomiceti.
Questa la valutazione su scala BJCP:  41/50 (Aroma 9/12, Aspetto 3/3, Gusto 16/20, Mouthfeel 5/5, impressione generale 8/10).

Personalmente ritengo il Belgio il vero banco di prova per un birrificio e, quindi, anche per un homebrewer; sono rimasto davvero molto ben impressionato da queste due birre. Entrambe con un buon livello di pulizia e di gestione del lievito: oltre al ringraziamento per avermi inviato le birre ad Andrea vanno quindi anche i miei complimenti! 

Nel dettaglio:
Hey Guys!, 33 cl., alc. 5.8%, imbottigliata 09/01/2017
Brett Belgian IPA, 33 cl., alc. 7%, IBU 50, imbott. 03/2017.

lunedì 17 luglio 2017

Magic Rock Common Grounds

Debutta a novembre 2015, con colpevole ritardo, la prima birra al caffè del birrificio inglese Magic Rock; un progetto che si trascinava da molto tempo ma che non si era mai realizzato per diversi motivi, soprattutto per la mancanza di un partner adatto  per la materia prima. Alla fine il birrificio di Huddersfield ha optato per i vicini di casa (10 km) della torrefazione Dark Woods. 
Risale alla primavera del 2015 la prima collaborazione tra le due aziende, quando quasi in contemporanea Magic Rock porta una versione al caffè della Cannonball IPA (Coffee Spiked) al Copenhagen Beer Festival e Dark Woods presenta al London Coffee Festival un’analoga versione della pale ale High Wire, entrambe con aggiunta di caffè keniano. Pochi mesi dopo è già ora di lavorare alla ricetta di una porter al caffè che Magic Rock intende far entrare in produzione regolare: l’idea non è tuttavia quella di realizzare la “solita” birra ricca di tostature ma di far emergere, grazie ad un mix di diversi caffè, elementi come cioccolato, toffee, marshmallow, vaniglia e frutta secca. 
Il nome Common Grounds Triple Coffee Porter, non si riferisce quindi al contenuto alcolico ma alle fasi di utilizzo del caffè: nel mash è stato infatti adoperato un blend di chicchi provenienti da Brasile, India ed Etiopia; nel whirpool un blend di caffè Kotowa Natural e Panam Finca Lerida Natural di Panama. Nella fase di maturazione della birra sono infine stati aggiunti chicchi di caffè etiope Yirgacheffe e di Maraba III dal Ruanda. Queste sette diverse tipologie di caffè sono affiancata da altrettante varietà di malto.

La birra.
Nel bicchiere è quasi nera e forma una cremosa e compatta testa di schiuma dalla buona persistenza. Il naso è un'ode al caffè in tutte le sue forme: chicco, macinato e liquido. Molto in secondo piano ci sono lievi tostature, frutti di bosco, qualche accenno di vaniglia. L'aroma è pulitissimo e molto elegante anche se si poteva cercare un maggior equilibrio tra gli elementi in gioco. La sensazione palatale è un po' il punto dolente di questa porter: nonostante le intenzioni del birrificio di realizzare una birra "masticabile ma morbida", questa Common Grounds risulta invece abbastanza leggera al palato e, in alcuni passaggi, un po' sfuggente. Il gusto non mantiene le aspettative create dall'aroma e  nel replicarne  l'ottimo livello di pulizia ha qualche calo d'intensità con una lievi sconfinamenti nell'acquoso. Un leggero fondo dolce di caramello, liquirizia e vaniglia sostengono una bevuta ricca di caffè e bilanciata con una chiusura timidamente amara di tostature. Come al naso, anche al palato il caffè domina ritrovandosi spesso da solo e non adeguatamente accompagnato da altri elementi, tostature in primis. Rimane comunque una buona porter al caffè che cerca di svincolarsi dal classico canovaccio caffè/tostato e che forse, proprio per questo, appare un po' incompiuta. 
Formato 33 cl., alc. 5.4%, lotto 1331, scad. 22/02/2018, prezzo indicativo 4.00-4.50 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 16 luglio 2017

Eastside Six Heaven (Juicy Edition)

Rieccoci a parlare di Eastside Brewing, birrificio laziale (Latina)  fondato nel 2013 da Luciano Landolfi, Tommaso Marchionne, Alessio Maurizi, Cristiano Lucarini e Fabio Muzio. La loro storia ve l’avevo raccontata dettagliatamente in questa occasione; il birraio è Luciano il quale riesce ancora a coniugare gli impegni in birrificio con il suo lavoro quotidiano altrove: nel concreto questo “stakanovismo” si traduce nel recarsi in birrificio alla sera e ogni weekend.  
La produzione del birrificio di Latina è suddivisa in tre macro aree: le "classiche", disponibili tutto l'anno, le "speciali" realizzate occasionalmente e quattro birre "stagionali" da quest'anno, per la prima volta, disponibili anche in bottiglia oltre che in fusto: tra queste vi avevo presentato non molto tempo fa la primaverile Spring Break che facciamo ovviamente seguire da quella estiva chiamata Six Heaven.
Il nome fa rifermento al sesto cielo del Paradiso dantesco, quello di Giovegovernato dalle Dominazioni: il cielo è sede delle anime di principi saggi e giusti, tra cui l'imperatore Traiano e Rifeo, che appaiono a Dante come luci che volano e cantano, formando lettere luminose che compongono la frase «Diligite iustitiam qui iudicatis terram» (cioè "amate la giustizia voi che giudicate il mondo"); al di là di questo è la noce di cocco raffigurata in etichetta ad indirizzarvi verso il contenuto della bottiglia.

La birra.
Si tratta infatti di una "Coconut IPA", prodotta nello specifico con 20 chili di cocco tostato e 30 in un dry hopping durato due settimane; il luppoli utilizzati sono Centennial, Citra, Mosaic e Amarillo, mentre il grist prevede un'elevata percentuale (30% circa) di frumento in fiocchi. Il lievito è  il Saccharomyces bruxellensis Trois. Realizzata per la prima volta nell'estate 2016, quest'anno viene riproposta in versione juicy per cavalcare un po' l'ultima tendenza in campo birrario. 
L'aspetto non è ovviamente il suo punto di forza: oltre alla torbidità tipica di questo sotto stile di IPA, gli oli rilasciati dal cocco non aiutano ovviamente la formazione della schiuma; le poche bolle scomposte che si formano scompaiono immediatamente. L'aroma è molto fresco  e pulito anche se non vi è quel paradiso tropicale che surfista e noce di cocco annunciano in etichetta. L'aroma mette sopratutto in evidenza il carattere dank (pensate più o meno alla marijuana) affiancato dagli agrumi, pompelmo in primis. Per il tropicale e il cocco tostato bisogna aspettare che la birra si scaldi molto. Al palato c'è invece una migliore distribuzione dei vari elementi: sono gli agrumi a guidare le danze (cedro, lime, pompelmo) ma c'è un sottofondo dolce di tropicale nettamente percepibile; il cocco tostato fa ogni tanto capolino entrando ed uscendo di scena, mentre l'amaro  resinoso chiude la bevuta con buona intensità e breve durata, permettendo il ritorno della frutta e del cocco tostato nel retrogusto. L'alcool (7%) è nascosto molto bene e c'è una bella secchezza ad assicurare un buon potere refrigerante contro la calura estiva; c'è anche un buon livello di eleganza, caratteristica che spesso manca in queste Juicy IPA. Il tanto temuto "effetto pellet" (quel "raschiare in gola" dell'amaro del luppolo) che spesso affligge queste IPA è qui quasi impercettibile e sovrastato dalla componente fruttata. Chiudo con una parola sul fondo della bottiglia: prestate attenzione nel versare la birra, perché più ne aggiungerete e più il cocco diventerà evidente ma, al tempo stesso,  incrementerete anche "l'effetto pellet".
Formato: 33 cl., alc. 7%, IBU 60, lotto 10 17, scad. 06/2018, prezzo indicativo 5.00-6.00 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.
David

giovedì 13 luglio 2017

Beavertown: Lupuloid & Humuloid

Il Lupuloide è la creatura immmaginaria scelta dal birrificio londinese Beavertown per impersonificare la prima IPA ad entrare in produzione continuativa tutto l’anno. Il nome deriva ovviamente dal latino Humulus Lupulus e la birra è – dicono – il risultato di una ricerca durata quattro anni.  In passato c’erano state alcune IPA prodotte occasionalmente solo in fusto, come ad esempio la Fifth Element (2014)  e la Dishoom,  prodotta per l’omonimo ristorante a Covent Garden, e c’era la 8 Ball, una IPA alla segale che viene ancora prodotta regolarmente. 
Ma secondo Logan Plant l’input più significativo per arrivare alla realizzazione della Lupuloid è arrivato dalle collaborazioni con altri birrifici americani, tra le quali Founders, Other Half, Firestone Walker, Stone, Dogfish Head. Alla fine del 2015 Beavertown inizia a produrre una decina di prototipi con il nome di “Lupuloid IPA Series”: Declaration #1 e #2, Test Pilot Anser, Test Pilot Mavericus, Dr. Enigmatus, Sgt. O Mors, Cpt. Hasta, Armillaria Mater, Delta Unda e Uy Scuti “Queste birre – racconta Plant - furono accompagnate in etichetta da tutti i dettagli: tipologie di malti e luppoli, quantità utilizzate, ceppo di lievito, densità iniziale e finale. Abbiamo dato alla gente tutte quelle informazioni per ascoltare la loro opinione sulla birra e apportare le necessarie modifche nel lotto successivo”.  A inizio settembre 2016 debutta la Lupuloid definitiva: è disponibile nella taproom del birrificio ma il suo vernissage avviene all’End of Road Music Festival di Salisbury dove il furgone di Beavertown presenta i primi fusti e le prime lattine.  Il lancio commerciale della birra viene accompagnato da un filmato d’animazione realizzato da Nick Dwyer assieme allo Studio Yuzu; il gruppo The BcBs si è invece occupato della colonna sonora, cantata da Logan Plant. 

Le birre.
“Il pensiero che ha guidato la realizzazione di questa birra è che per troppo tempo i nostri cugini americani hanno avuto lo scettro delle migliori IPA. Era arrivato il momento di riportarlo in Inghilterra”. Per farlo, Beavertown realizza una ricetta con malti Extra Pale e Acidulated, frumento, fiocchi d’avena e una generosa luppolatura a base di Citra, Mosaic ed Equinox. 
Il suo colore è un dorato leggermente velato e sormontato da una testa di schiuma bianca, cremosa e compatta, dalla buona persistenza.  Al naso non c’è esattamente un’esplosione di aromi ma il bouquet è comunque pulito e abbastanza fresco:  guidano gli agrumi (lime, limone, pompelmo e cedro) con qualche sconfinamento verso la dolcezza del candito. In sottofondo affiorano profumi di ananas e qualche nota dank. La bevuta è abbastanza morbida, soprattutto grazie alla bassa carbonazione, ma mi sembra un pelino troppo pesante dal punto di tattile: i malti (pane e miele) lasciano subito il palcoscenico agli agrumi mostrando una coerenza pressoché completa con l’aroma. Il finale è caratterizzato da una buona secchezza e da un amaro resinoso che non ha velleità estreme o asfalta-palato: il risultato è una IPA piuttosto bilanciata, moderatamente fruttata e piuttosto facile da bere in quanto la componente etilica è (6.7%) è ben nascosta. Non so se la lattina abbia nel trasporto subito un po’ il caldo di queste settimane, in quanto  nonostante la giovane età la birra non brilla d’intensità e di fragranza. Si beve comunque con buona soddisfazione.   

Lo scorso 27 maggio 2017 è invece arrivata quella che Beavertown considera “l’estensione naturale” della Lupuloid, ovvvero la sorella maggiore Humuloid. Una Double IPA (8%) che abbraccia il filone del New England / Juicy e che viene prodotta con malti Golden Promise e Acidulated, destrine e soprattutto un’elevata percentuale di frumento e avena (Golden Naked e fiocchi) per creare un corpo ricco e morbido; il lievito è il Vermont WLP4000, i luppoli  Columbus, Citra e Azacca, questi due utilizzati anche in un massiccio dry-hopping (18 grammi per litro).
All'aspetto è torbida, simile ad un vero succo di frutta color arancio: la schiuma, biancastra e grossolana, si dissipa molto velocemente. Purtroppo il naso è piuttosto deludente: il succo di frutta tropicale non c'è, l'intensità è molto dimessa. Si sente l'alcool e bisogna impegnarsi un po' per scovare in sottofondo un ricordo di ananas. La bevuta mostra qualche debole segno di miglioramento ma non c'è nulla di cui esaltarsi: anche qui l'alcool non si nasconde, in sottofondo si percepisce ancora un po' ananas e mango ad anticipare la chiusura amara e resinosa che, nonostante sia corta e di bassa intensità, riesce ugualmente a "raschiare" un pochino il palato con quell'effetto-pellett che è un po' la croce di molte delle New England IPA europee che ho assaggiato. E' una birra bevibile ma, venendo a mancare la sua principale raison d'être, ovvero il carattere juicy/succoso, la bevuta non può altro che essere definita deludente se consideriamo che ha poco più di un mese di vita. In giro ne parlano bene: lattina sfortunata, colpa del trasporto o colpa del caldo... sarà il caso di riprovarla se il birrificio deciderà di continuare a produrla.
Nel dettaglio: Lupuloid, 33 cl., alc. 6.7%, IBU 55, lotto 1553, scad. 06/09/2017, prezzo indicativo 4.00 – 5.00 Euro (beershop)         Humuloid, 33 cl., alc. 8.0%, IBU 81,7, lotto 1455, scad. 24/08/2017, prezzo indicativo 5.00 – 6.00 Euro (beershop)          

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 11 luglio 2017

Hartwall Polar Monkeys White Collar

Oy Hartwall Ab è un’azienda finlandese che opera dal 1836 nel beverage: bibite, acque minerali, sidri, cocktail e ovviamente, visto che è arrivata su questo blog, birra.  Venne fondata da Victor Hartwall, primo finlandese a commercializzare nel proprio paese l’acqua minerale in bottiglia; nel 2002 è stata acquisita dagli inglesi della  Scottish & Newcastle e ceduta poi nel 2008 alla Heineken; nel 2013 l’ultimo passaggio nella mani dei danesi della Royal Unibrew (Ceres e Faxe, giusto per dare qualche riferimento). 
Tra i prodotti di successo Hartwall  vi è l’acqua minerale  Novelle (la più venduta in Finlandia), l’Original Long Drink (un cocktail di Gin e pompelmo lanciato in occasione delle olimpiadi di Helsinki del 1952 e primo cocktail a base di gin in lattina al mondo) e Jaffa, dal 1949 il soft drink più venduto in Finalndia a base di pompelmo. Hartwall è oggi anche partner strategico di Pepsi e Heineken; per quel che riguarda la birra, distribuisce la Foster’s lager per il mercato finlandese e i due marchi nazionali posseduti da Unibrew:  Lapin Kulta e Karjala  (in collaborazione con la federazione finalndese di hockey su ghiaccio). A questi si sono di recente aggiunte le tre birre della linea Polar Monkeys: la parola “craft/artigianale” non appare da nessuna parte ma è evidente che quello è il segmento al quale si punta con queste tre birre che fanno riferimento a stili precisi, informazione quasi sicuramente irrilevante per chi invece è solito acquistare una semplice lager sugli scaffali del supermercato. Abbiamo la Vienna (Amber Lager) Blue Collar, la Golden Ale White Collar e la IPA Chairman:  tutte e tre sono prodotte in Danimarca  alla Royal Unibrew in compagnia di Albani, Ceres, Faxe e qualche altro marchio. 
Impossibile sapere se si tratti di ricette “originali” o di semplici rietichettature per il mercato finalndese di altri prodotti danesi: ad esempio la Chairman IPA potrebbe far pensare alla Lottrup Stone Street IPA o  la Golden Ale White Collar alla Lottrup Gold Button Amber Ale; continuando a leggere il dubbio verrà anche a voi.

La birra.
Come detto, l'etichetta non parla esplicitamente di craft beer (vedi il caso estone della Brick by Brick, in realtà Carlsberg) ma non brilla per chiarezza: si parla semplicemente di una birra prodotta in Danimarca (da chi?) per conto della Hartwall. Elemento che già dovrebbe fungere da deterrente all'acquisto: se non c'è trasparenza fuori, ce ne può essere dentro la bottiglia? 
Colore a parte, effettivamente trasparente/limpido, nel bicchiere non c'è esattamente una Golden Ale... dorata. L'avessero almeno chiamata Pale Ale, sarebbe stato meglio: il suo colore è ambrato (non sarà quello della Lottrup Gold Button Amber Ale?) ed è sormontato da una cremosa e compatta testa di schiuma biancastra dalla buona persistenza. Al naso spetta al diacetile dare il benvenuto: lo prendono a braccetto profumi di caramello e biscotto, qualche nota di frutta secca e di cartone bagnato. Il gusto prosegue nella stessa infelice direzione, con l'aggravante (o con il merito?) di spegnersi progressivamente in una deriva finale piuttosto acquosa e del tutto priva di amaro. Non c'è fragranza in una birra assolutamente anonima a tratti un po' stucchevole e, tocca dirlo, inutile: è arrivata anche sugli scaffali di qualche supermercato italiano. Se l'avvistate, il mio consiglio personale è di lasciarla dove si trova: se tutte le bottiglie sono come questa, lo scaffale mi sembra un luogo molto più indicato rispetto al palato. 
Formato: 33 cl., alc. 5.5%, lotto Y4-M, scad. 29/01/2018, prezzo indicativo 1.90 Euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 9 luglio 2017

Brekeriet Brillant

Nuovo appuntamento con il birrificio svedese Brekeriet azienda nata nel 2010 come importatrice di birra per il mercato domestico e divenuta nel 2012 un vero e proprio birrificio guidato dai fratelli Ek (Fredrik, Christian ed André) che hanno scelto di focalizzarsi esclusivamente su birre a fermentazione selvaggia, inoculando brettanomiceti e batteri.
La produzione è partita a Djurslöv, dieci chilometri da Malmö con 6000 litri che sono poi divenuti 18000 nel 2013 e 36000 nel 2014. Si è reso quindi necessario un ampliamento degli impianti (20 HL)  e un trasferimento un po’ più a nord nella nuova e più ampia sede (800 mq) di Landskrona, a metà strada tra Malmö ed Helsingborg, inaugurata a settembre 2015.  Qui vengono prodotte le birre acide fermentate con saccaromiceti e brettanomiceti,  mentre la vecchia sede a Djurslöv rimane operativa sino alla fine del contratto di locazione con altri fermentatori in acciaio e botti in legno: è qui che vengono realizzate le birre che prevedono l’utilizzo di batteri. Il nuovo stabilimento ha portato anche il restyling delle etichette e l’arrivo del formato 33 centilitri, almeno per le tre birre (Brillant, Funkstarter e Saison) che vengono prodotte regolarmente tutto l’anno e distribuite anche in Svezia attraverso il monopolio di Stato, il Systembolaget. Sino ad allora, Brekeriet lavorava solamente con l’export: quasi tutta Europa ma anche USA, grazie al lavoro dell’importatore Shelton Brothers i cui ordini avrebbero potuto assorbire tutta la produzione del vecchio impianto. 240.000 litri è l’obiettivo che il birrificio svedese si è prefissato per il 2017.

La birra.
L'estate chiama birra leggere e facili da bere, ancora meglio se leggermente acidule e secche: identikit che corrisponde a Brillant, saison fermentata con un mix di lieviti che include saccoromiceti e brettanomiceti. 
Di colore arancio pallido leggermente velato, forma una bianca schiuma cremosa, un po' grossolana ma dalla buona persistenza. L'aroma è molto pulito e piuttosto interessante: alle note rustiche e funky, che richiamano il sudore e la cantina, ci sono freschi profumi di fiori bianchi e un elegante macedonia di frutta che comprende pompelmo e lime, arancia, pesca e ananas. Queste ottime premesse vengono però parzialmente disattese al palato dove il gusto non mantiene la stessa ricchezza ed intensità. La componente fruttata scivola molto in secondo piano e la bevuta mette in evidenza le note maltate (pane, crackers) e quelle rustiche: è comunque una saison moderatamente acidula e secca con un elevato potere rinfrescante e dissetante. Chiude con un amaro di moderata intensità nel quale le note terrose vengono accompagnate da quelle della scorza d'agrumi. Vivacemente carbonata, è una saison dal corpo medio-leggero che scorre molto velocemente: gran bel naso, dove eleganza e rusticità viaggiano a braccetto, al quale purtroppo non fa seguito un gusto di uguale intensità e complessità. Risultato positivo e soddisfacente ma un po' incompiuto.
Formato: 33 cl., alc. 5.5%, lotto 6, imbott. 01/2016, scad. 14/01/2021, prezzo indicativo 4.00-5.00 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 4 luglio 2017

Hoppin’ Frog Cafe BORIS

Ci sono birre che riuscirete a possedere solamente andando al birrificio nel giorno in cui vengono messe in vendita, naturalmente dopo aver affrontato diverse ore di fila. Ma volte non basta neppure quello: sarete magari chiamati a partecipare ad un sorteggio on-line che decreterà chi saranno i fortunati in grado di acquistarla, ovviamente recandosi al birrificio. In alternativa preparatevi ad organizzare scambi con birrofili che vivono dall'altra parte dell'oceano, magari offrendo loro in cambio qualche  lambic o gueuze d'annata. Oppure potete alimentare il cosiddetto black market, pagando centinaia di dollari a chi è stato capace, eludendo il sempre presente "limite d'acquisto per cliente", a mettere in cantina decine di rarissime bottiglie. Le Imperial Stout, meglio se barricate, sono una delle tipologie di birre che maggiormente alimenta questo hype.
E mentre il mercato della craft beer spinge sempre più alla ricerca di rarità e di bottiglie introvabili, vi sono delle certezze fortunatamente accessibili in molti beershop a prezzi ancora ragionevoli. E' il caso della B.O.R.I.S. The Crusher, prodotta dal birrificio Hoppin’ Frog di Akron, Ohio, già passato sul blog in diverse occasioni. B.O.R.I.S. sta per Bodacious Oatmeal Russian Imperial Stout: viene prodotta dal 2006, anno in cui il birraio Fred Karm (“la rana”, questo il soprannome che gli veniva dato in famiglia) ha aperto le porte di Hoppin’ Frog. Nella terra d'origine il bomber (65 cl.) costa circa 10 dollari.  Da sempre in cima alle classifiche di Beer Rating, per quel che conta, BORIS è la birra che ha portato a Karm i primi riconoscimenti e le prime medaglie (oro nel 2008 e nel 2011) al Great American Beer Festival. 
Della BORIS ne esistono oggi molte varianti, una inevitabile necessità commerciale di "sfruttare" una birra molto ben riuscita, una sorta di benchmark, per quel che mi riguarda, quando si parla di American Imperial Stout. Qualche anno fa mi era capitato d’assaggiare la versione barricata in botti di Heaven Hill Whiskey, ma ci sono anche la  BORIS Bairille Aois  (Whiskey Irlandese),  BORIS Royale (whiskey canadese),  BORIS Van Wink (Kentucky whiskey), BORIS Grand Reserve (malti speciali europei anziché americani) e BORIS Reserve (versione invecchiata in selezionate botti ex-Whiskey),  Rocky Mountain BORIS (in botti ex-whiskey dal Colorado), Rum Barrel Aged BORIS,  BORIS Batch #100 (malti speciali da Inghilterra e Belgio) e BORIS Batch #200 (invecchiata in botti di Kentucky Bourbon per cinque volte più a lungo rispetto alla BORIS Van Wink). 
Amo la BORIS di Hoppin Frog e spero un giorno di riuscire pian piano ad assaggiarne tutte le versioni.

La birra.
Debutta al Great American Beer Festival del 2010, ma per vederla in bottiglia bisogna attendere il 2013: la Cafe BORIS è una variante quasi obbligatoria di una grande imperial stout prodotta con  chicchi di caffè della Hippie Coffee Company in infusione a freddo.
Assolutamente nera, forma nel bicchiere una cremosa e compatta testa di schiuma color nocciola dalla buona persistenza. Il caffè è molto presente al naso, con grande pulizia ed eleganza: i profumi dei chicchi e del liquido (americano) affiancano le intense tostature dei malti, le note di cacao e di cuoio, quelle terrose. Il mouthfeel non presenta sorprese per chi già conosce la BORIS "normale": corpo quasi pieno con l'avena a donare una morbidissima cremosità che ne attenua la viscosità e che quasi contrasta con la durezza delle tostature. E' una imperial stout con poche bollicine che quasi accarezza il palato e lo avvolge con tanto caffè e intense tostature sostenute da un velo di caramello bruciato. L'alcool e la frutta sotto spirito si fanno sentire senza mai andare oltre il dovuto, regalando un intenso calore solamente nel retrogusto. La bevuta è potente e robusta ma non difficile ed è alleviata dalla generosa luppolatura che, a fine corsa, offre quasi un effetto rinfrescante con delle suggestioni di anice ad affiancare la componente resinosa, terrosa e torrefatta. Il caffè chiamato ad impreziosire la massiccia BORIS ruba un po' la scena agli altri elementi ma è giustamente il protagonista di una imperial stout al caffè. Attorno a lui potenza e aggressività formano una birra intensa, ricchissima, straordinariamente piacevole da sorseggiare senza grossi sforzi. Se come me amate la BORIS, amerete anche questa.
Formato: 65 cl., alc. 9.4%, IBU 60, lotto e scadenza non riportati.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.