lunedì 21 ottobre 2013

Traquair Jacobite Ale

Traquair è un maniero nel piccolo paese di Innerleithen, 50 chilometri a sud di Edimburgo, Scozia. Pare che sia la casa - ininterrottamente abitata - più antica di tutta la Scozia: le sue origini sono sconosciute, sebbene le prime prove certe dell'esistenza di un fabbricato in quel luogo risalgano al 1107. Nel castello trovava ovviamente spazio un birrificio che veniva utilizzato per le necessità "domestiche" e che fu utilizzato sino agli inizi del 1800. Gli impianti sono rimasti inutilizzati sino al 1965, quando Maxwell Stuart, ventesimo Laird di Traquair, decide di riprendere la produzione. Alla sua morte, nel 1990, gli succedono la moglie Flora e la figlia Catherine; nel 1997 diventa una società a responsabilità limitata. La produzione attuale si attesta intorno ai 600-700 barili l'anno, utilizzando ancora i vecchi tini di fermentazioni di quercia. Sono circa 6 le birre prodotte regolarmente, con qualche birra celebrativa prodotta occasionalmente. Nacque come birra celebrativa anche la Jacobite Ale che andiamo ad assaggiare oggi; fu prodotta per la prima volta nel 1995 per celebrare l'anniversario della rivoluzione dei Giacobiti del 1745, nel tentativo di riportare la dinastia degli Stuart  sul trono di Scozia ed Inghilterra. Viene prodotta sulla base di una ricetta dal diciottesimo secolo, e speziata con coriandolo; ottenne il titolo di World Champion al World Beer Championship del 1997 (categoria Winter Ales) e la medaglia d'oro al Beer Festival di Stoccolma del 1998.
Nel bicchiere è di color ebano scuro, con riflessi  tendenti al bordeaux; di discreta persistenza la schiuma, color beige, cremosa. Tre anni di riposo in cantina, aroma poco pronunciato: domina la prugna (secca e marmellata), liquirizia ed uvetta. Lievissima la presenza di coriandolo. Molto più interessante e variegata al palato: tostature, ritorno di prugna disidratata e liquirizia, Christmas Cake ed uvetta. Il gusto rimane comunque dolce, a tratti reminiscente di vino ossidato ma è però ben stemperato da una leggera acidità finale con note di caffè e cioccolato. Morbido e caldo il retrogusto, abboccato, dove per la prima volta è davvero percepibile l'alcool: è comunque una birra di gustare con calma, anche se si potrebbe bere con grande facilità, dal corpo medio e poco carbonata. Molto piacevole e gradevole, parte con un aroma un po' sottotono ma si riscatta alla grande in bocca.
Formato: 33 cl., alc. 8%, lotto L9248 09:16, scad. 09/2019, pagata 2.65 Euro (supermercato, Francia).

domenica 20 ottobre 2013

Aecht Schlenkerla Rauchbier Märzen

Quasi non ce n'eravamo accorti della sua mancanza su queste pagine: poco male, recuperata una bottiglia ed eccoci a colmare la lacuna di una birra bevuta molte volte ma non ancora "ufficializzata" sul blog. Il birrificio è la Brauerei Heller, nella splendida Bamberga (Franconia), ma per tutti lei è semplicemente Schlenkerla, la birra affumicata per eccellenza o, se preferite, il benchmark per ogni Rauchbier. Tappa obbligatoria, almeno una volta nella vita per qualsiasi birrofilo, è il brewpub nella bella casa a graticcio della centrale Dominikanerstraße 6, un locale molto frequentato nel quale personalmente non sono mai riuscito a mangiare seduto ad un tavolo, nonostante diversi tentativi sia a pranzo che a cena, causa sovraffollamento (mi sono perso qualcosa d'eccellente?). La più nota e la più diffusa è la Märzen che vi presentiamo oggi, ma esiste anche una Weizen ed altre sei versioni (Helles, Urbock, Doppelbock, etc..), tutte affumicate. Numerosi i proprietari che si sono succeduti al timone del birrificio, trovate qui la lista completa. Da sei generazioni nelle mani della famiglia Trum, ma il proprietario più famoso rimane senza dubbio Andreas Graser (1877-1906): dobbiamo a lui il nome Schlenkerla, indicativo della sua andatura zoppicante a causa di un incidente. Schlenkern è una vecchia parola tedesca che indica una camminata non esattamente diritta, simile a quella di un ubriaco, alla quale si aggiunge il suffisso "-la" del dialetto della Franconia. Il tipico affumicato di questa birra viene ottenuto grazie all'affumicatura di malti con legno di faggio.
Il suo colore è un bel mogano con riflessi rosso rubino; la schiuma, di colore beige chiaro, è fine e cremosa, dalla buona persistenza. Il naso è ovviamente il palcoscenico ideale per il trionfo dell'affumicato; restando in Germania, l'impressione è quella di annusare una fetta di Schwarzwaldschincken (il prosciutto affumicato della Foresta Nera). In Italia il paragone, più che con lo speck, è con una più grassa fetta di pancetta affumicata. Più in secondo piano ci sono sentori di tostatura, cenere, terra e pelle, cuoio. Gradevolissima e morbida in bocca, poco carbonata, corpo medio. L'affumicato si fa per un attimo da parte, lasciando la scena al caramello, alle tostature e ad un bel finale amaro dove c'è anche spazio per una nota di caffè e di cioccolato amaro; solo quando il cerchio si chiude, nel retrogusto,  c'è un ritorno di affumicato e di terroso. Un classico senza tempo, birra pulitissima, sempre gustosa, facile da bere e godibilissima. Bottiglia prossima alla scadenza, ma ancora in buona forma. Estremamente versatile, potete fare di lei (quasi) una session beer da conversazione, una birra da tavola o anche gustarvela più lentamente dopocena. 
Formato: 50 cl., alc. 5.1%, IBU 30, scad. 12/2013, pagata 3.29 Euro (supermercato, Italia).

sabato 19 ottobre 2013

Stradaregina Dubbel

Poco più di un anno di vita, il Birrificio Stradaregina di Vigevano è stato fondato nel 2012 dal birraio Alessio Sabatini (tredici anni di homebrewing alle spalle, leggiamo) e da Andrea Brachini. Entrambi hanno abbandonato le loro precedenti attività (Alessio lavorava come meccanico in un'azienda, mentre Andrea è un ex grafico). Il nome scelto (Stradaregina) è un omaggio alla prima sede in cui si trovava l’impianto (autocostruito) del birrificio, a Vigevano, che ha poi traslocato in Via Manara Negrone, con un nuovo impianto da da 6Hl a vapore, realizzato dall'azienda S.im.at.ec di Vaie (TO). Il debutto ufficiale avviene a Febbraio 2012 presso la Pazzeria di Milano. Al momento la gamma include sei birre, equamente divise tra ispirazione belga ed anglosassone, più una weizen, una natalizia e una barricata “one-shot”. Ampia possibilità di acquistare le birre direttamente dallo spaccio del birrificio, che è aperto dal lunedì al sabato dalle 9 alle 18. Alla prima categoria (belga) appartiene ovviamente questa Dubbel  che andiamo a stappare. Bel colore tonaca di frate/marrone opaco, con una schiuma beige cremosa ma poco persistente. Il naso non è particolarmente intenso, ma c’è una buona pulizia: uvetta, prugne ed una leggera speziatura da lievito è quello che riusciamo ad annotare.  Meglio in bocca,  più che per quel che riguarda l’intensità che l’eleganza, dove troviamo note di biscotto, frutta secca, prugna ed uvetta sultanina, liquirizia e un leggero carattere tostato. 8% il contenuto alcolico dichiarato sul sito del birrificio, solamente 6.7% quello in etichetta: ipotizziamo dunque un qualche cambiamento in itinere, che ha “alleggerito” la birra per favorirne la bevibilità: ed effettivamente è una Dubbel che si beve molto bene, dal copro medio-leggero e con una carbonazione bassa. Chiude con una bella secchezza lasciando un retrogusto nel quale domina la liquirizia con un leggero tepore etilico.   
La nostra memoria è ancora fresca dell’esperienza St. Bernardus Prior 8  (guarda caso 8% ABV) di qualche sera fa, ed onestamente il confronto è abbastanza spietato; non che le nostre aspettative fossero quelle di eguagliare l’esperienza, ma sebbene questa Dubbel di Stradaregina sia gradevole e priva di off-flavors, paradossalmente la facilità di bevuta risulta anche un po’ il suo limite,  non lasciando un grande ricordo di sé nonostante al gusto ci siano diversi elementi in gioco. La loro somma non restituisce una complessità armonica, una birra rotonda, risultando – almeno in questa bottiglia - piuttosto come una somma di singoli elementi isolati, un po’ slegati tra di loro. Birrificio comunque ancora molto giovane, c’è tutto il tempo per (r)affinare le birre e crescere. Curiosità: etichetta che include note gustative, lotto di produzione e IBU, ma che risulta priva dell’indicazione del formato: 33 cl. 
Formato: 33 cl., alc. 6.7%, IBU 29, lotto 11 12 A, scad. 30/12/2015, pagata 4.50 Euro (gastronomia, Italia)

venerdì 18 ottobre 2013

Millevertus La Mère Vertus

Nel 2004 Daniel Lessire lascia il suo lavoro in una banca in Lussemburgo per aprire la Brasserie Millevertus; due sono i fattori concomitanti: il piano di ristrutturazione della banca, che invita alcuni dipendenti ad andarsene e, secondo quanto racconta Daniel, la pressione di sua moglie Jocelyn che lo invitava da tempo ad aprire un birrificio. Nessuna formazione tecnica alla spalle come birraio (immaginiamo un passato almeno da homebrewer?), ma  grande passione e voglia di fare. Sono queste gli strumenti che guidano i primi passi di Daniel che, lentamente ma costantemente, dal 2004 al 2012 passa da 10.000 a 40.000 litri prodotti. Birrificio situato a Breuvanne, nel Lussemburgo belga, non lontano da Arlon. Tante le birre prodotte (troppe, secondo Tim Webb nella Good Beer Guide Belgium) che però iniziano a racimolare premi in alcuni concorsi in Francia ed in Belgio. Il più prestigioso è forse quello del 2012, quando La Douce Vertus viene eletta miglior birra "bruin" della Vallonia. Un trasloco già alle spalle, quello del 2011, quando gli impianti si spostano dalla natia Toernich all'attuale Breuvanne: sono circa 30 chilometri. Divertenti e poco serie le etichette, delle quali trovate qui una breve panoramica.
Ironiche anche le descrizioni delle proprie birre, come quella di questa La Mère Vertus che ci accingiamo a stappare: "l'amaro è il suo credo. Farete meglio a convertirvi, prima di mettervi nei guai con lei. Prima di ogni sorso direte 5 "Padre Nostro" di luppolo e 5 "Ave Maria" di Malto. Sarete illuminati dal suo perfetto equilibrio e dal retrogusto. Un gusto davvero celestiale.. con cinque tipi di malto e cinque di luppolo, questa è la nostra creazione più complessa".
Si presenta di color arancio, con qualche riflesso ramato; splendida la schiuma, biancastra, fine e cremosa, molto persistente. L'aroma è molto dolce, con una leggera speziatura da lievito: albicocca sciroppata, zucchero a velo, scorza d'arancia candita, miele e scorza di limone. Pronunciato e pulito. In bocca solida base maltata (crosta di pane e biscotto), ed un percorso che ricalca in buona parte le orme del naso: miele, zucchero candito e frutta sciroppata (pesca ed albicocca), polpa d'arancia. Molto dolce e sciropposa, con una buona presenza etilica che irrobustisce la bevuta e la rende calda; il corpo è medio-pieno,  con una carbonazione vivace che tuttavia non pregiudica la morbidezza al palato. Necessario (per evitare la stucchevolezza) a questo punto un finale secco e "ripulente" che arriva infatti puntuale, con una leggera nota amaricante erbacea e di scorza d'agrumi. Terminata la pausa, ecco il retrogusto: abboccato, morbido, caldo, leggermente etilico con note di frutta sotto spirito. 
Al di là delle dichiarazioni di facciata "l'amaro è il suo credo" è una tripel ovviamente dolce che riesce comunque a non eccedere mai il limite. Alcool abbastanza ben nascosto, buona facilità di bevuta, buon livello di pulizia. 
Formato: 33 cl., alc. 9%, scad. 09/2014, pagata 1.95 Euro (beershop, Belgio).

giovedì 17 ottobre 2013

Russian River Supplication

Cerchiamo di mettere insieme i tasselli del puzzle, per chiudere il cerchio. C'è un'azienda produttrice di vini californiana (Korbel Champagne Cellars) che ha creato un birrificio in mezzo ai vigneti; l'attività viene ad un certo punto rilevata dal loro birraio, tale Vinnie Cilurzo, ex-homebrewer figlio di una famiglia di viticultori. Ne avevamo già parlato in questa occasione. Dal vino alla birra, dunque, ma con il tempo inizia anche il lento viaggio di ritorno; il tempo è quello delle maturazioni in botti, che Vinnie acquista direttamente dai grandi produttori vinicolo della contea di Sonoma. Gli esperimenti iniziano nel 1999, ovviamente ispirati dall'amore di Cilurzo per le fermentazioni spontanee belghe. Nel nel 2003 Vinnie acquista il birrificio dalla Korbel Cellars e nel 2005 sono già sul mercato le prime birre. Si parte con la Temptation, fermentata con brettanomiceti ed invecchiata in botti che avevano ospitato Chardonnay. Segue la Supplication, leggiamo quanto scritto nel retro dell'etichetta: una brown ale invecchiata in botti di Pinot nero. Nel corso della maturazione in botte, vengono aggiunte marasche (sour cherries), brettanomiceti, lactobacilli e pedicocchi, batteri che qualsiasi produttore di vino deve evitare come la peste. Eravamo partiti da un figlio di viticultori che si mette a fare birra, ed ecco che ora Cilurzo realizza birre che si avvicinano al mondo del vino.
Nel bicchiere è di colore ambrato carico con intensi riflessi rossastri; schiuma biancastra e grossolana, di piccole dimensioni e poco persistente. Naso molto complesso: netto acetico, al quale s'affianca una vivace speziatura (pepe), sentori di legno, marasca, prugna acerba, uva . Man mano che la birra si scalda emergono alcuni lievi sentori tipici dei brettanomiceti, con una bella sensazione di rusticità. Superba in bocca, leggera, vivace e perfettamente carbonata, quasi spumeggiante. Il gusto è miracolosamente in equilibrio tra note acetiche e lattiche, con note aspre di uva, marasca, prugne acerba. La sensazione è quella di bere un prosecco (qualcuno potrebbe dire champagne) ma la facilità di bevuta è di molto superiore: estremamente dissetante e rinfrescante, preferiamo comunque sorseggiarla per apprezzarne la complessità e per gustarla lentamente. In secondo piano troviamo lamponi, legno ed un bel carattere rustico/brettato, con una chiusura secca e leggermente amaricante (mandorla amara). Morbido e delicato il retrogusto, leggermente etilico, tannico e legnoso. Difficile spiegare a parole una birra che regala grandissime sensazioni e soddisfazioni. Pulitissima, complessa ma al tempo stesso semplicissima da bere: una vera goduria. Tutto perfetto, dunque? No: purtroppo Russian River non riesce a soddisfare tutta la domanda statunitense, e  all'esportazione non ci pensa nemmeno. Non la troverete in Italia: per berla dovrete prendere l'aereo, o farvela portare da qualche amico o, mi dicono, c'è il beer-trading.
Formato: 37.5 cl., alc. 7%, lotto 22/06/2012, scad. consigliata 3 anni dall'imbottigliamento, pagata 10.83 Euro (beershop, USA).

mercoledì 16 ottobre 2013

To Øl Reparationsbajer

Dopo una serie  di bevute abbastanza intense e “scure” (Alaskan Smoked Porter, Samuel’s Smith Imperial Stout e St. Bernardus Prior 8), è il momento di una birra quasi defaticante, da bere senza troppi pensieri. Casca a fagiolo questa  Reparationsbajer della beer-firm danese To Øl.  Non è il caso di prenderli sul serio, ma i due allievi di Mikkeller (vedi qui) dichiarano esplicitamente di aver passato qualche anno nel ricercare la ricetta per la perfetta “birra del recupero”, dove per recupero s’intende il riprendersi da un tour de force etilico del weekend ed essere pronti ad affrontare la settimana lavorativa. Studi empirici hanno dimostrato ai due danesi come la birra perfetta per “riprendersi” è un’American Pale Ale con Amarillo, Centennial e Nelson Sauvin; la ricetta, tra l’altro, prevede anche l’utilizzo di fiocchi d’avena. Il risultato viene messo in pratica dal solito De Proef (Belgio) ed ottiene per due anni consecutivi (2011 e 2012) la medaglia d’oro al Beer & Whisky Festival di Stoccolma. Parecchio brutta l’etichetta, meglio versare subito nel bicchiere: color rame/ambra chiaro, opaco e schiuma ocra dalla buona persistenza, cremosa.  Ancora fresco il naso, pulito, con un bel mix di pompelmo e frutta tropicale (mango, papaya, passion fruit), con qualche tocco di lampone. Niente sorprese in bocca, ci aspettavamo una di quelle birre un po’ ruffiane, molto secche e ricche di scorza di agrumi, e così è. Leggera base maltata (biscotto) bell’equilibrio fruttato che richiama l’aroma (agrumi e tropicale), intenso e pulito, e un finale amaro, di media intensità, quasi completamente “zesty” con qualche leggera nota erbacea. Molto gradevole al palato, scorrevole e morbida, senza nessuna deriva acquosa; mediamente carbonata, è un'American Pale Ale che si beve con grande facilità. Non si differenzia molto da tante altre sue sorelle "contemporanee": poco corpo (in questo caso un po' di più della media), tanta scorza d'agrume, grande secchezza, naso ruffiano ed elevato potere dissetante. Non ci sorprende più di tanto, non ci emoziona, ma è comunque un gran bel bere se non stappate birre simili da qualche tempo o se siete in cerca di refrigerio in una calda giornata estiva.
Formato: 33 cl., alc. 5.8%, scad. 24/01/2015, pagata 5.00 Euro (beershop, Italia).


martedì 15 ottobre 2013

St. Bernardus Prior 8

Dopo Wit,  Pater 6, Grottenbier  e Tripel, è arrivato il momento della Prior 8 della St. Bernard Brouwerij. Sorella maggiore della Pater 6, è anch'essa una Dubbel che origina direttamente dai giorni (1946) in cui  al birrificio fondato a Watou da  Evarist Deconinck  viene concessa la licenza di produrre le birre per conto dell’abbazia trappista di St. Sixtus/ Westvleteren.  Dopo un primo rinnovo, il trentennale contratto non viene più prolungato e termina nel 1992. Da quell'anno in poi, la produzione delle Westvleteren ritorna dentro St. Sixtus, mentre a Watou le birre prendono il nome di St. Bernardus. Non solo; mentre a partire dagli anni 90 le Westvleteren subiscono un cambio di ricetta, dovuto all'utilizzo di un ceppo di lievito proveniente dalla Westmalle, la St. Bernard Brouwerij, continua invece ad utilizzare il lievito originale di St. Sixtus. La Prior 8 si può dunque considerare la parente più prossima della Westvleteren 8. Chiaramente il birrificio non può fregiarsi del marchio "birra trappista", riservato a partire dal 1997 solamente alle birre prodotte entro le mura di un monastero trappista. Ma date un'occhiata a questa foto, oppure a questa pagina: le Westvleteren  (St. Sixtus Prior 8) che erano un tempo prodotte a Watou avevano praticamente la stessa etichetta della St. Bernardus Prior 8 attuale, ed il tappo azzurro che oggi identifica la Westvleteren 8.
Beviamo, dunque. Il colore forse non è il suo punto di forza: mogano torbido, con qualche riflesso rossiccio. Perfetta invece la schiuma: beige chiaro, fine e cremosissima, praticamente indissolubile, visto che una leggera patina di schiuma rimane sempre nel bicchiere. Naso complesso ed intrigante: pera al cioccolato, amaretto, speculoos (biscotti alla cannella), zucchero candito, marzapane, mou. Facciamo una pausa e scopriamo in secondo piano leggeri sentori aspri di frutti rossi (ribes?) e dolci di uvetta e di prugna disidratata. Morbida e rotonda in bocca, ha corpo medio ed una discreta presenza di bollicine. C'è una buona corrispondenza con l'aroma: caramello, marzapane, canditi, prugna ed uvetta sotto spirito, biscotto al burro. La prima parte è decisamente dolce e (dolcemente) etilica, calda, ma il tutto è stemperato da una leggera asprezza finale di frutti rossi e, appena avvertibile, una nota amara di frutta secca. Sontuoso il retrogusto, lungo, morbido ed etilico, riscalda il corpo con note di frutta sotto spirito. Dietro ad un'apparente facilità di bevuta si cela un gusto complesso che invita a sorseggiare la birra con calma, assaporandone ogni boccata. Rifuggiamo sempre dall'abusato concetto di "birra di meditazione", ma se state cercando una degna conclusione di una stressante di giornata di lavoro, aprite una Prior 8 e mettetevi comodi in poltrona. Il mondo vi sembrerà molto più lento e silenzioso, e con un po' d'immaginazione vi sentirete trasportati in quei dieci chilometri di tranquilla campagna belga che separa Watou dall'abbazia di St. Sixtus.
Formato: 33 cl., alc. 8%, lotto 2010, scad. 12/03/2015, pagata 1.75 Euro (negozio alimentari, Francia). 




lunedì 14 ottobre 2013

Samuel Smiths Imperial Stout

È il più antico birrificio dello Yorkshire inglese, fondato nel 1758  dalla famiglia Hartley e rilevato poi nel 1847 da John Smith, figlio del ricco macellaio Samuel Smith (senior), che passò poi le redini a Samuel Smith (junior) nel 1886. Non è cambiato molto da allora: la famiglia Smith è ancora proprietaria, l'acqua proviene sempre dal pozzo (26 metri) scavato nel 1758, il lievito utilizzato proviene dallo stesso ceppo utilizzato senza sosta dal 1900 e le birre fermentano ancora in grandi vasche rettangolari formati da blocchi di ardesia. Dei tre birrifici ancora in attività a Tadcaster, la Samuel Smith è il più piccolo, con una quota del 5% di birra prodotta rispetto a quella della Tower Brewery (ex Bass, di proprietà della Coors) e della John Smith. Nella Imperial Stout della Samuel Smith manca l'aggettivo "Russian", ma è comunque una birra che si ispira a quelle che venivano prodotte verso la fine del diciottesimo secolo per essere esportate alla corte degli Zar di Russia, che molto apprezzavano queste birre intense e dal contenuto alcolico importante. Uno stile che non ha invece trovato mai grossi consensi  nella propria terra d'origine; Samuel Smith produsse infatti questa birra per la prima volta nel 1986 per il mercato americano. La craft beer revolution ha poi definitivamente riportato in vita le Imperial Stout, grazie all'apprezzamento dei consumatori statunitensi e scandinavi, e paradossalmente le decine di microbirrifici che sono spuntati in Inghilterra negli ultimi anni annoverano quasi sempre una Imperial Stout nella loro gamma. Si tratta però per la maggior parte dei casi di birre ispirate non tanto dalla loro progenitrice inglese, ma piuttosto dalle interpretazioni molto alcoliche fatte dai colleghi statunitensi e del nord europa.
Tra i pochi esemplari che ancora guardano alla tradizione c'è proprio lei, la Imperial di Samuel  Smith; a partire dall'etichetta, splendida nella sua grafica  vittoriana, dalla bottiglia stretta e lunga, serigrafata, e dall'insolito formato (per l'Inghilterra d'oggi) di 355 centilitri. Sontuoso anche l'aspetto: marrone scurissimo, ai confini del nero, e schiuma color nocciola morbida e cremosa, fine e molto persistente. L'aroma non è forte ma raffinato e molto pulito: orzo tostato, caffè, cioccolato amaro, sentori di fruit cake. Man mano che la birra si scalda emerge una piacevole note etilica che, abbinandosi al cioccolato, dà quasi l'impressione di annusare i profumi di un cioccolatino al rum.  Sensuale e morbida in bocca, poco carbonata ed avvolgente, con una consistenza cremosa ed un corpo da medio a pieno.  Il gusto è complesso: si parte da un imbocco torrefatto e di caffè, seguito da un passaggio dolce di fruit cake e frutta sotto spirito (prugna, uva sultanina, ciliegia), caldo, ed un ritorno del caffè nel finale, caratterizzato da una leggera acidità che stempera il dolce ed introduce, in maniera pressoché perfetta, il lungo retrogusto morbido e caldo dove convivono note amare di caffè e dolci di prugna ed uvetta sotto spirito. Una Imperial Stout pulitissima ed elegante che concentra in relativamente poco alcool (7%) un'intensità di sapori che moltissime sue cugine dall'ABV in doppia cifra solamente sognano. E' molto semplice da bere, ma dietro questa apparente semplicità si cela una complessità tutta da assaporare e da sorseggiare in tranquillità, seduti in poltrona. Il birrificio la consiglia in abbinamento con caffè espresso (sic), formaggio Stilton e noci, cheesecake di limone ed uvetta, zuppa inglese (trifle) al caffè e mandorle tostate, bistecca al pepe, caviale. Ma è semplicemente meravigliosa, e gloriosa, bevuta in solitudine. Se non l'avete ancora provata, uscite di casa, trovatela e colmate questa imperdonabile lacuna.
Formato: 35.5 cl., alc. 7%, lotto 13073, scad. 06/2014, pagata 3.00 Euro (beershop, Italia).


sabato 12 ottobre 2013

Alaskan Smoked Porter 2012

Di birrifici americani ne abbiamo ospitati davvero molti sulle pagine di questo blog, ma è la prima volta che ci rechiamo virtualmente in Alaska; il quarantanovesimo ed il più vasto degli stati americani fu visitato per la prima volta dagli europei a metà del 1700 e divenne in seguito parte dell'impero russo. Nel 1867 gli Stati Uniti l'acquistarono al prezzo di circa 5 dollari per chilometro quadrato; quella che all'epoca sembrò un'operazione assolutamente inutile dal punto di vista economico, si rivelò poi un grande successo grazie alla scoperta di giacimenti auriferi e petroliferi, che rimpiazzarono rapidamente il commercio di pellicce di animali, sino ad allora l'unico motivo che poteva spingere qualche avventuriero in cerca di fortuna in quel territorio freddo ed inospitale. Diverse invece le motivazioni che hanno spinto Geoff e Marcy Larson a trasferirsi in Alaska; si conoscono, nel 1979, quando entrambi lavorano al Glacier Bay National Park. Lui è un ingegnere chimico - novello homebrewer -  mentre lei è una ragioniera in cerca d'avventura; decidono di andare a vivere assieme nella vicina città di Juneau dove Geoff  lavora come ingegnere in una miniera (d'oro) e Marcy viene assunta dalla pubblica amministrazione. Tra le loro aspirazioni future c'è anche quella di aprire un microbirrificio in proprio, e la decisione scatta nel momento in cui la società dove lavora Geoff chiude. Due anni di preparativi, grandi idee in cantiere che si scontrano con la recessione e la mancanza di fondi; gli investitori non sono molto interessati a finanziare un business plan che prevede l'apertura di un birrificio in una città che - all'epoca - ha a malapena delle strade asfaltate che la raggiungono.  E' così che solo grazie all'aiuto economico di 88 concittadini nasce la Alaskan Brewing Company, sessantasettesimo birrificio americano e primo birrificio in Alaska dopo la fine del proibizionismo. Sono dodici gli amici volontari che nel dicembre 1986 passano 12 ore ad imballare le prime 253 casse di birra che vengono distribuite in città. Da allora Geoff e Marcy hanno collezionato oltre un centinaio (la metà sono ori) di medaglie in diverse manifestazioni americane. 
Una sessantina le birre listate su Ratebeer, tra le quali spicca senza dubbio la Smoked Porter. Una ventina di medaglie raccolte (qui la lista), tredicesima miglior American Porter al mondo secondo Beer Advocate e quarta miglior birra affumicata al mondo per Ratebeer. Prodotta per la prima volta nel 1988, viene commercializzata ogni anno il primo Novembre. Una birra che non si rifà alla tradizione tedesca delle rauchbier, ma a quella americana; Geoff e Marcy scoprono alcune ricette della fine del diciannovesimo secolo. In Alaska era tradizione affumicare il salmone con il legno dell'ontano, ed era anche tradizione produrre delle porter affumicando i malti. Malto (cinque i tipi utilizzati) che viene affumicato dal birrificio stesso. Quasi nera, con un piccolo cappello di schiuma nocciola, cremosa ma non molto persistente. L'aroma è semplice ma forte e molto pulito: netto l'affumicato (molto raffinato), che nello specifico ricorda la pancetta affumicata, e più in secondo piano sentori di cioccolato amaro e di mirtillo. Ottime le prime impressioni in bocca: birra molto scorrevole ma morbida, mai acquosa, quasi perfetta. Corpo medio-leggero, poche bollicine, gusto intenso di tostature, caffè e cioccolato amaro, che si alternano tra di loro con estrema pulizia e grande equilibrio. L'affumicato torna ogni tanto a fare capolino, ma in modo molto più discreto rispetto all'aroma. Gradevole acidità finale, con retrogusto amaro mediamente intenso di caffè e - di nuovo - affumicato. Porter  elegante e raffinata, elogio della semplicità che si beve con impressionante facilità senza nessun sacrificio a scapito dell'intensità.  Il birrificio la consiglia in abbinamento a pesce affumicato, formaggi e "piatti robusti", dolci (gelato alla vaniglia e fragole) e, ovviamente, come dopocena. Nonostante la gradazione alcolica abbastanza modesta, sembra essere una birra che si presta all'invecchiamento; il birrificio organizza spesso delle degustazioni verticali notando come dopo 3-4 anni dall'imbottigliamento l'affumicato tende a lasciare il posto a note di sherry, frutti di bosco ed uvetta, per tornare poi come protagonista (quasi per magia) al quinto anno.
Formato: 65 cl., alc. 6.5%, IBU 45, lotto 18/09/2012 8:58, scad. 26/12/2026, pagata 14.00 Euro (enoteca, Italia).

venerdì 11 ottobre 2013

Mikkeller Sort Gul

Non poteva certo mancare nella vasta, ormai quasi sterminata gamma di Mikkeller (date un occhiata qui per rendervi conto)  una Black IPA.  Lacuna che viene colmata con un po’ di ritardo, a metà del 2012, quasi quando la Black IPA Mania sta un po’ scemando; singolare comunque che una beer-firm molto attenta (anche perché non deve preoccuparsi del processo produttivo) al marketing, al beer-rating ed al geekismo sia arrivato sul mercato abbastanza in ritardo rispetto ai concorrenti. Etichetta un po’ sotto tono (a mio parere), produzione affidata al solito De Proef, e nome (Sort Gul) che significa semplicemente “Nero Giallo”; non un granchè, ma quando si hanno già commercializzato ben più di un centinaio di birre è forse accettabile avere un po’ la creatività in riserva.  Impeccabile l’aspetto: black IPA davvero nera, lucida con una generosa testa di schiuma nocciola, compatta e cremosa, molto persistente.  Al naso il benvenuto lo danno sentori di pompelmo e mandarino, con qualche inatteso accenno di frutta rossa (lampone); man mano che la schiuma si dissipa e la birra si scalda inizia ad emergere la parte “black”:  pane nero, tostature, sentori terrosi. L’aroma è pulito e di discreta intensità. Convince un po’ meno in bocca. Al di là di un sontuoso ingresso, molto morbido, quasi cremoso, questa Sort Gul si rivela molto meno “IPA” del previsto mandando in prima linea i malti; torrefatto, caffè, e leggere note di cioccolato sono gli elementi più in evidenza, con la frutta (pompelmo) che agisce da comprimaria anziché menare le danze. L’amaro non si fa attendere, in un mix di terroso, resinoso e torrefatto, con un risultato ai confini della (robust) porter molto luppolata. Corpo medio, una bella secchezza ed una carbonazione medio-bassa, finisce con un lunghissimo retrogusto amaro tostato/terroso/resinoso. L’alcool (7.3%) è quasi non pervenuto, e tuttavia questa bottiglia non è affatto un mostro di bevibilità. Se la prima parte della bevuta aveva una controparte fruttata, l’ultimo tratto di strada batte troppo e  troppo a lungo sullo stesso tasto dell’amaro e tende a saturare il palato, invitando a sorseggiare piuttosto che a bere, prendendosi le necessarie pause.  Sort Gul è una birra pulita e solida, abbastanza sbilanciata verso il “black”, rispetto all’IPA, che non ci ha regalato molte emozioni, se non un pochino di noia.
Formato: 33 cl., alc. 7,3%, scad. 07/06/2016, pagata 5.00 Euro (beershop, Italia).