mercoledì 11 febbraio 2015

Gaffel Kölsch

Nel 1908 i fratelli Becker rilevano il brewpub che si trova in Eigelstein 41 in centro a Colonia; è dal 1302 che in quel luogo si produce birra. L’edificio viene ristrutturato e rinominato “In der Gaffel”.  La prima Gaffel Kölsch viene servita il 24 maggio di quell’anno, mentre la produzione, alle soglie della seconda guerra mondiale, raggiunge 10.000 ettolitri; il piccolo birrificio viene rinominato Privatbrauerei Gaffel Becker & Co., ed oggi è ancora nelle mani della famiglia Becker, con  Heinrich e Heinrich Philipp.
La produzione, aumentata esponenzialmente, avviene oggi in periferia di Colonia, in Robert-Perthel-Straße 18, ma un bicchiere di Gaffel Kölsch lo potrete trovare in moltissimi locali, come la sede originale (Eigelstein 41), la Gaffel am Dom, nei pressi della stazione ferroviaria e soprattutto la centralissima Gaffel Haus (Alter Markt 20). Per chi volesse girare a piedi Colonia ed esplorare il mondo delle Kölsch, segnalo questo bel report del blog Berebirra. 
La Kölsch è la birra di Colonia, servita rigorosamente nei bicchieri a cilindro da 20 cl,; ricordate che il vostro bicchiere vuoto sarà automaticamente cambiato con uno pieno dai camerieri, a meno che non lo copriate con il sottobicchiere. Prima di bere ricordate anche che avete nel bicchiere una birra la cui produzione è regolata dal disciplinare “Kölsch Konvention,” datato 6 Marzo 1986 e firmato da 24 produttori: Kölsch è oggi una denominazione d’origine protetta, e può essere prodotta solo nell’area di Colonia, con un raggio di tolleranza di cinquanta chilometri, se non erro. 
La Gaffel ne è oggi uno dei principali produttori, non uno dei migliori o più interessanti, ma probabilmente quello che incontrerete più di frequente a Colonia; a volte (spesso) c’è un prezzo da pagare per diventare sempre più grandi. Interessante come sul proprio sito il birrificio faccia giustamente appello alla freschezza della birra. Cito testualmente: “bevetela fresca. Fate attenzione alla data di scadenza sulle bottiglie o sul fondo delle lattine. Non conservatela per più di sei mesi, perché dopo questo periodo avrà sempre meno gusto”.  E non credo che ciò voglia dire “bevetela al massimo entro sei mesi dopo che è scaduta”. Se la sua shelf life è di sei mesi, mi chiedo allora perché la mia lattina, acquistata in gennaio, avesse come scadenza novembre.
Dalle parole ai fatti. Oro limpido nel bicchiere, con la schiuma bianca, fine e cremosa che ha un’ottima persistenza. Devo ammettere  che l’aroma mi sorprende in positivo. Pulito, discretamente fine, con una buona intensità: crosta di pane, paglia, camomilla, qualche accenno di miele e di fiori secchi, una quasi impercettibile presenza di limone e di spezie, quasi da luppolo “nobile”. Anche in bocca questa Kölsch ha ancora una buona freschezza, che parte da un ingresso di mollica di pane e cereali per poi arrivare ad un finale erbaceo di media intensità, peraltro abbastanza elegante; la componente fruttata degli esteri è quasi impercettibile e c’è una discreta secchezza. Il risultato è una birra godibile e molto rinfrescante, leggera, mediamente carbonata, nessun off-flavor. Non mi ero fatto grosse aspettative su uno dei produttori più grandi e meno interessanti di Colonia, ma questa lattina si è rivelata una piacevole sorpresa da bere, profumata e pulita, discretamente fragrante.   
Formato: 50 cl., alc. 4.8%, IBU 24,  lotto 11:42, scad. 21/11/2015, pagata 1.34 Euro (foodstore, Germania).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 10 febbraio 2015

Extraomnes Dram

Dramma, o dragma, parola che deriva dal greco “drachme”  ovvero “quanto si può stringere colla mano”: era una moneta d’argento che valeva tanti spiccioli quanti se ne potevano tenere in mano. Da questa ne è derivata un’antica unità di misura del peso, rimasta in uso nelle nostre farmacie fino a non molto tempo fa: non è così facile stabilirne l’equivalente in grammi, visto che la dramma ebbe diverse masse a seconda dei luoghi e dei periodi storici. La più nota è forse la dramma attica, corrispondente a 4,36 grammi  (o 4,36 ml.)  o, per avvicinarci alla birra di oggi, 1/13 di una pinta. Se volete divertirvi con i diversi corrispettivi nel luogo e nello spazio, vi lascio questo link.  
Per semplificarci la vita, citiamo un detto scozzese che dice che “un dram è una qualsiasi misura concordata tra l'oste che serve e l'avventore che paga”.  Proprio in Scozia la parola “dram” si usa per indicare la tradizionale misura di servizio del whisky:  il nostro “bicchierino”, insomma, la cui misura è variata nel corso degli anni e che si basa anche sul rapporto che si crea tra oste/barman e cliente. Un habitué (o un regular, per dirla all’anglosassone) sarà senz’altro servito con un “dram” un po’ più generoso di quello di un cliente occasionale. 
Dalla Grecia siamo arrivati in Scozia, e adesso ci spostiamo in Italia, dove a novembre 2014 nasce il WhiskyClub Italia, che si propone di “divulgare cultura e conoscenza per i distillati di qualità attraverso eventi, corsi, festival, attività editoriale tutto vissuto con massima convivialità e condivisione.   Il club nasce dalla spinta propulsiva di Claudio Riva, instancabile divulgatore e conoscitore profondo della Scozia, già noto per diverse iniziative tra cui il fan club “I Love Laphroaig” e per essere uno dei motori della web community SingleMaltWhisky.it. Ad affiancare Claudio ci sarà un’altra conoscenza del web e di diversi festival e degustazioni, Davide Terziotti, autore del blog “Angel’s Share”. Ultimo fondamentale tassello è Andrea di Castri (cOOkies Adv di Milano), che  cura grafica e immagine
Nel corso della serata di presentazione del club, avvenuta Sabato 8 Novembre 2014 al Golf Villa D’Este di Montorfano (Como),  viene fatta assaggiare una selezione di  whisky, ma nella cena che segue si beve birra. Qualche mese prima, infatti, il neonato club era riuscito ad avere alcuni botti Quarter Casks ex-Laphroaig, botticelle di circa 125 litri; tre birrifici lombardi furono invitati a sperimentare con tre differenti stili la maturazione in botte di whisky. Per chi volesse ulteriormente approfondire l’uso delle Quarter Casks nella produzione del Laphroaig, segnalo quest'ottimo articolo scritto proprio da Claudio Riva.  
Nascono così la Dram  (Extraomnes),  l’imperial stout Dannata (Birrificio Menaresta) e la Belgian Dark Strong Ale  Jåmidit (Birrificio Pavese): purtroppo (o per fortuna, visto il loro elevato tenore alcolico) non sono riuscito a reperirle tutte e tre per fare quello che poteva essere un’interessante confronto. 
Non mi resta quindi che parlare della Dram, quella che ad uno sguardo superficiale potrebbe considerarsi la prima birra di Extraomnes che varca i confini della tradizione belga.  In etichetta reca infatti la scritta “Old Ale”, facendo subito pensare all’Inghilterra: la sua base di partenza è la Plain, che ancora non sono riuscito ad assaggiare, una sostanziosa  “eretica”  Old Ale (12%) che viene infatti fermentata con lievito trappista belga. La Plain finisce dunque per sei mesi nei Quarter Casks di Laphroaig ed il risultato, leggermente più alcolico (13.5%) viene presentato in bottiglia formato 25 cl., ovvero il “Dram” stabilito dall’oste Extraomnes. Un formato decisamente indicato, perché la birra è piuttosto impegnativa. 
Non si forma nessuna schiuma nel bicchiere, ma del resto era difficile attendersi qualcosa da una birra dall’alto contenuto alcolico che ha anche passato sei mesi in botte; la livrea è torbida e di color tonaca di frate, con qualche riflesso ambrato. L’aroma è decisamente affascinante: nettissima la presenza del legno e (soprattutto) della torba, ci sono anche le note salmastre e iodate tipiche dello Laphroaig;  più in sottofondo compaiono sentori di tabacco, di carne/pancetta affumicata, uvetta e  - mi sembra - un timido accenno di vino ossidato (Madeira?). Completamente piatta, ha consistenza oleosa, un corpo medio ed un gusto che è continuazione del percorso aromatico: lieve caramello e uvetta, note legnose e torbate, qualche accenno di miele. L’alcool ha un inizio morbido per poi iniziare una bella progressione che aumenta d’intensità sfociando in un finale (leggermente tannico) di whisky.  Lungo, lunghissimo il retrogusto,  etilico, caldo e morbido che ci riporta all’inizio del viaggio: torba e lieve salmastro, Laphroaig.   
Un bel percorso, molto affascinante  anche per chi – come me – non beve superalcolici e non ama il whisky; al momento la birra è molto caratterizzata dalle botti che l’hanno ospitata, torba su tutto;  una creatura ancora giovane che fa nascere subito in me la curiosità di scoprire come potrà evolvere nel corso del tempo quando (prevedo) alcune delle sue caratteristiche attualmente predominanti si saranno un po’ affievolite lasciando emergere maggiormente le altre. Una birra credo unica nel panorama italiano e una birra  “non per tutti”:  torba e salmastro possono mettere in difficoltà un palato abituato a birre “normali”, ma il piccolo (e appropriato) formato nella quale viene venduta la Dram vi consente di avvicinarvici a piccoli passi, senza impegnarvi nell’acquisto di bottiglie più capienti che andrebbero necessariamente condivise. 
Mettevi comodi in poltrona e sorseggiatela con calma: nel frattempo io ne metto qualche bottiglietta in cantina e le dò appuntamento a tra qualche anno. 
Formato:  25 cl., al. 13.5%, lotto 294 14, scad. 31/10/2019, pagata 5.80 Euro (foodstore, Italia)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 9 febbraio 2015

Pretty Things Field Mouse's Farewell

Ritorna sul blog dopo qualche anno anche la beer-firm americana Pretty Things Beer & Ale Project, già incontrata nel 2011 con la saison Jack d’Or e la “storica” Once Upon a Time KK.  Il progetto, lo ricordo, è stato messo in piedi da Dann Paquette e  Martha Holley-Paquette. Lei inglese di nascita, si trova a Boston a lavorare come ricercatrice alla Harvard Medical School e incontra Dann ad un festival di Real Ale (Nerax) a Somerville nel Massachusetts. Dann lavorava come birraio dall’età di diciannove anni, avendo ricoperto il ruolo di assistente in diversi birrifici del New England e nell’area di Boston. Nel 2006 Martha, che era in procinto di ritornare in Inghilterra, convince Dann a seguirla: nel Regno Unito lui trova lavoro come birraio presso la Daleside Brewery di Harrogate, Yorkshire. 
Dopo qualche anno i due ritornano negli Stati Uniti; lei (specializzata in virologia) viene assunta al Whitehead Institute di Cambridge (area metropolitana di Boston), mentre tutto quello che rimane a Dann sono circa 9000 dollari guadagnati come birraio in Inghilterra. Lui non ha più voglia di lavorare alla dipendenze di qualcuno, ma la cifra  a disposizione non è chiaramente quella che serve per mettere in piedi un birrificio propri. Tuttavia, con quei soldi, ci si poteva far produrre una birra: è il 2008 e nasce la beer-firm Pretty Things Beer & Ale Project. 
Dann sistema la ricetta, acquista le materie prime e affitta gli impianti della Buzzards Bay Brewing di Westport (MA); compra anche le bottiglie di vetro ed undici fusti usati. Martha gli fa da assistente in birrificio, i due disegnano e realizzano da soli le etichette. Nasce così la saison Jack d’Or, ma i soldi in cassa sono finiti: per fortuna le vendite vanno bene, la birra diventa molto popolare a Boston e gli introiti consentono a Dann e Martha di autofinanziarsi e di continuare, introducendo pian piano altre nuove birre. Nel giro di qualche anno Pretty Things diventa un lavoro che occupa entrambi a tempo pieno.
Dann Paquette ha anche dato una mano al neonato birrificio trappista americano Spencer, facendo partecipare uno dei monaci alla produzione di alcune delle loro birre.   
Field Mouse's Farewell è  - se non ero  - la seconda saison prodotta da Pretty Things. E’ una produzione stagionale, disponibile all’inizio dell’estate, e dichiaratamente più dolce della Jack D’Or; vede l’utilizzo del luppolo alsaziano Strisselspaltm, di Bramling Cross e soprattutto di un bel parterre di cereali: malto Pils, segale, avena, frumento, sorgo, farro  e grano saraceno. 
Bel colore a metà strada tra l’ambrato e l’arancio carico, opaco; la schiuma color avorio è fine e cremosa, e molto persistente. L’aroma è un po’ stanco (bottiglia di luglio 2013) e non molto intenso, ma offre comunque un bel bouquet pulito fatto di fiori bianchi e spezie (pepe), pera, arancio ed albicocca; in sottofondo lievi sentori di banana, canditi e marmellata d’agrumi. Il corpo è medio mentre la sua consistenza non è watery come in una classica saison: ne deriva una birra più “presente” in bocca a livello di sensazione tattile (probabilmente grazie all’avena) ma che non ha quella bevibilità “assassina” di alcune saison belghe.   E’ comunque un bel bere, con vivaci bollicine molto ben accoppiate alla rusticità ed alla ruvidezza della segale,  e una bella complessità di cereali (pane, crackers, biscotto). Il dolce dei canditi, della polpa d’arancia e del miele vengono ben bilanciati da una lieve acidità e da un finale amaro, terroso e delicatamente pepato. 
Anche se arriva sugli scaffali all’inizio dell’estate, non è una saison da bere a grandi sorsate: rimane un po’ più a lungo del bicchiere, mantenendo comunque un buon potere rinfrescante, dissetante e, visto il ricco parterre di cereali utilizzati, anche corroborante. 
Formato: 65 cl., alc. 7%, IBU 38, lotto 07/2013, pagata 8.72 Euro.  

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

domenica 8 febbraio 2015

Straffe Hendrik Brugs Quadrupel

Dell'ultimo birrificio rimasto in vita a Bruges ne avevo accennato qualche anno fa affrontando la Brugse Zot; la Brouwerij Halve Maan venne fondata nella splendida città belga nel 1856 da Leon Maes,  conosciuto anche come Henri I, capostipite della famiglia che ancora oggi la guida.
Il marchio Straffe Hendrik fu inventato nel 1981 da Veronica Maes per celebrare la statua eretta a Bruges di St. Arnoldus, patrono di tutti i birrai; la birra (una Tripel) divenne molto popolare e si dice che il sindaco di Bruges l'avesse fatta divenire la bevanda ufficiale di tutte le "celebrazioni". Il calo dei consumi e le conseguenti difficoltà economiche costrinsero la famiglia Maes a cedere il marchio, nel 1988, alla Riva NV. E mentre la Riva era impegnata a fare altri acquisti (nel 2001 comprò anche la Liefmans), a Bruges Xavier Vanneste, figlio di Veronica Maes, si occupava della ristrutturazione e dell'ammodernamento della Halve Maan, che culminò nel lancio della Brugse Zot (2005). Nel 2007 la Riva dichiarò fallimento, ed i suoi marchi furono rilevati dalla Duvel Moortgat; l'anno successivo, Xavier riuscì a riacquistare dalla Duvel il brand Straffe Hendrik, riportandolo a casa
Brugge riebbe così la sua tripel: "per me fu molto importante riprendere il marchio, dopo esattamente venti anni. Straffe Hendrik (il "forte Henri") parla della dinastia della famiglia Maes, nella quale ci sono stati ben cinque Henri che hanno prodotto birra a Bruges". Xavier adattò la ricetta originale agli impianti più moderni e capienti, che consentirono anche la nascita di una "seconda" Straffe.
Nel 2010 fu infatti lanciata la Quadrupel, una sostanziosa Belgian Strong Ale dall'importante contenuto alcolico (11%), seguita nel 2014 dalla Straffe Hendrik Wild, ovvero una Tripel rifermentata con brettanomiceti.
Ma torniamo alla Straffe Hendrik Brugs Quadrupel, della quale nel 2011 ne viene lanciata anche una versione invecchiata dodici mesi in botti di rovere con il nome di Straffe Hendrik Heritage.
Imbottigliata nel 2012, si presenta di un bellissimo color tonaca di frate con riflessi rosso borgogna; la schiuma beige chiara è cremosa, compatta e molto persistente. L'aroma offre un bel bouquet pulito ed abbastanza complesso: ciliegia sciroppata, uvetta, pera, speculoos, zucchero candito. In sottofondo ci sono sentori di marzapane e nocciola, con qualche ricordo di amaretto. In bocca arriva un po' troppo carbonata, con corpo medio-pieno: una volta svanite le bollicine, si può sorseggiare con calma una Quadrupel oleosa ma abbastanza scorrevole. Caramello, prugna, uvetta, datteri, zucchero candito e biscotto formano un gusto molto dolce, che l'alcool riesce solo parzialmente ad asciugare; in suo soccorso c'è una chiusura amara luppolata, un po' terrosa e non molto elegante, che porta definitivamente l'asticella in equilibrio. L'alcool fa sentire la sua presenza senza nascondersi, ma in modo morbido ed avvolgente. Il risultato è una birra massiccia da bere in piccole dosi, capace di tenervi compagnia per tutta la serata per poi accompagnarvi direttamente sotto le coperte.
Non la metterei tra le migliori rappresentanti di questo stile, ma Straffe Hendrik si difende con dignità risultando alla fine un piacevole winter warmer;  l'elevata gradazione alcolica la potrebbe anche rendere una birra da invecchiare in cantina. Qualcuno di voi ha esperienze in proposito?
Formato: 33 cl., alc. 11%, IBU 35, lotto C, scad. 04/2015, pagata 2.25 Euro (beershop, Belgio).

sabato 7 febbraio 2015

HOMEBREWED! Postino Brewery Jean Claude Hop Slamme

Ritorna la Portino Brewery per l'appuntamento di febbraio con le produzioni casalinghe: l'homebrewer è Giancarlo Maccini, alias "Gianpostino", homebrewer  attualmente  residente a Londra, che vi ho presentato in questa occasione e che ovviamente ringrazio per avermi inviato la bottiglia da assaggiare. Sono già passate nel bicchiere una APA, una Saison ed una Double IPA; questa volta è il turno di una (Double) Belgian IPA, o Belgian Strong Ale molto luppolata, se preferite. 
Jean Claude Hop Slamme è il nome scelto per questa muscolosa (8.9%) produzione casalinga, la cui ricetta prevede malti Pilsner, Pale Ale,  Biscuit, Caravienna e farro, destrosio monoidrato; l'ampio parterre di luppoli include Perle, Strisselspalt, Bramlig Cross, Motueka ed Hallertau Blanc.
Il colore, se devo essere sincero, non è dei più belli: arancio molto torbido, che però forma una bella testa di schiuma bianca, fine e cremosa,  molto persistente. L'aroma è ancora fresco, zuccherino, con predominanza di agrumi (arancio e mandarino), canditi, albicocca disidratata, con qualche lieve sentore tropicale (ananas), etilico ed erbaceo: bene sia l'intensità che la pulizia. Inizialmente la bevuta si mantiene sullo stesso livello, con un una prima parte intensa a partire dalla base maltata (biscotto), arancia candita, albicocca disidratata e un bell'amaro che morde subito ai lati della bcca, vegetale ed erbaceo, lievemente pepato. 
La presenza dell'alcool è discreta e porta solo un lieve tepore senza mai voler essere protagonista; il corpo è medio, con un giusto numero di bollicine. Ma dopo un inizio intenso, la birra si perde un po' per strada, con un finale un po' sottotono e un po' troppo acquoso caratterizzato anche da una discreta astringenza. Lascia un retrogusto con un morbido warming etilico, frutta sotto spirito, canditi. 
Jean Claude Hop Slamme è una Belgian IPA  robusta ma che mantiene comunque una buona facilità di bevuta: bene l'aroma, intenso ed elegante, meno bene il gusto la cui pulizia è senz'altro migliorabile. Un po' slegata in bocca, con un  passaggio troppo brusco tra l'inizio intenso ed il finale un po' timido e astringente, che a tratti lascia il palato allappato.  Questi i punti sui quali secondo me varrebbe la pena lavorare, e questa la mia "umile" valutazione su scala BJCP: 33/50 (aroma 9/12, aspetto 2/3, gusto 12/20, mouthfeel 3/5, impressione generale 7/10).
Di nuovo grazie a Giancarlo per la bottiglia da assaggiare, e ricordate che la rubrica è aperta a tutti i volenterosi homebrewers ! 
Formato: 33 cl., alc. 8.9%, imbott. 26/10/2014.


venerdì 6 febbraio 2015

Birra Perugia Chocolate Porter

Perugia e il cioccolato, un legame iniziato all’inizio del ventesimo secolo e precisamente nel 1907 quando, con un capitale sociale di 70.000 lire, quattro soci fondano un laboratorio artigianale destinato poi a diventare   la "Società Perugina per la Fabbricazione dei Confetti". Sono Francesco Buitoni (sì, quello della pasta), Annibale Spagnoli, Leone Ascoli e Francesco Andreani. Negli anni venti la società assume il nome di "La Perugina - Cioccolato e Confetture” e negli anni trenta inizia l’esportazione negli Stati Uniti, con un punto vendita di prodotti italiani (c’erano anche la pasta e i sughi Buitoni) sulla Fifth Avenue. 
Nel 1922 nacque il famoso Bacio Perugina, che si dice sia stato creato per utilizzare i frammenti di nocciola rimasti durante la lavorazione di altri cioccolatini: ne uscì un cioccolatino strano, dalla forma irregolare, che somigliava ad un pugno chiuso, con la nocca più sporgente rappresentata da una nocciola intera. Si pensò inizialmente di chiamarlo “cazzotto”, un nome però poco adatto per un cioccolatino da regalare: fu quindi ribattezzato “bacio”.  
Ne1 1985 la Industrie Buitoni Perugina, che non navigava in buone acque, fu ceduta alla CIR  di Carlo De Benedetti, diventando  Buitoni S.p.A., ma solo tre anni dopo il marchio passò nella mani del gruppo svizzero Nestlè, che ancora oggi lo detiene. La produzione è comunque rimasta a Perugia.
Oltre alla famosissima manifestazione Eurochocolate, il capoluogo dell'Umbria celebra oggi il cioccolato con un Museo ed una Scuola, entrambi all'interno degli stabilimenti Perugina a San Sisto.
Dal cioccolato passiamo alla birra, per la precisione Birra Perugia, che vi ho presentato in questa occasione.  L’occasione di mettere assieme cioccolato, Perugia e birra era ovviamente ghiotta ed il giovane birrificio perugino, nato nel 2012, non se l’è certo fatta scappare. Ecco quindi una Chocolate Porter, nata ad ottobre 2013: il suo nome deriva non solo da uno dei malti scuri utilizzati (Chocolate, assieme a Vienna, Crystal e fiocchi d’avena) ma anche dal fatto che della granella di cioccolato viene aggiunta a fine fermentazione. I luppoli invece sono Northern Brewer e Fuggle.   
E’ vestita di color marrone scuro, ed un impeccabile cappello di schiuma beige, fine e cremosa, molto persistente. La bottiglia in questione non offre un aroma particolarmente entusiasmante, dall’intensità piuttosto bassa: sentori di mirtillo, caffè, lieve presenza di cioccolato, niente di inebriante. Tutt’altro discorso in bocca, a partire dalla morbidissima sensazione palatale che grazie all’uso dell’avena è molto cremosa, pur garantendo un’ottima scorrevolezza; le bollicine sono poche, il corpo è tra il medio ed il leggero. Pulito e molto intenso, il gusto presenta caffè ed orzo tostato, liquirizia e qualche lieve nota di cioccolato amaro. Pochi elementi in gioco ma molto ben assemblati tra di loro, quasi all’insegna del “less is more”; chiude con l’acidità del caffè a ripulire un po’ il palato ed un lungo retrogusto amaro di caffè e di tostature, intense ma eleganti, mai “bruciate”, impreziosito da una nota di fumo/cenere.  
Inizia un po’ in sordina con pochi profumi, ma si riscatta ampiamente in bocca questa Chocolate Porter, risultando scorrevole e facile da bere senza sacrificare l’intensità dei sapori; ma la sua morbidezza quasi cremosa la rende adatta anche ad un consumo più lento in un dopocena di relax, se non avete voglia di impegnarvi su una bevuta dall’elevato contenuto alcolico. 
Ringrazio il birrificio per avermi inviato la bottiglia da assaggiare.   
Formato: 33 cl., alc. 5.3%, lotto 3614, scad. 09/2016.    

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

giovedì 5 febbraio 2015

La Trappe Isid'or

Ritorniamo a parlare dopo un po’ di tempo dell’abbazia trappista Notre Dame di Koningshoeven, ovvero La Trappe,  fino a pochi anni fa l’unico monastero al di fuori del Belgio che poteva vantare il logo “authentic trappist product” in etichetta; poi sono arrivati i trappisti austriaci di  Engelszell,  gli americani di Spencer,  ed i fratelli olandesi di Zundert,  nati nel 1898 proprio da una costola di La Trappe.
Ma l’abbazia di Koningshoeven è anche stata quella più birichina, con la “scomunica” ed il conseguente ritiro del permesso di utilizzare il marchio trappist arrivato il primo dicembre del 1999. L’aumento della domanda e l’avanzata età della maggior parte dei monaci, non più in grado di lavorare regolarmente in sala cottura, aveva obbligato i monaci a stringere degli accordi commerciali e produttivi con soggetti all’esterno; terminata la partnership con l’Artois (oggi AB Inbev), alla quale fu ceduto l’uso degli impianti per dieci anni (1969-1979), nel 1998 i monaci raggiunsero un accordo (produzione e distribuzione) con Bavaria, ritirandosi però di fatto dal controllo diretto della produzione della birra. Venendo a mancare uno dei requisiti fondamentali per il riconoscimento di “birra trappista” (la produzione, o almeno il suo controllo, da parte di monaci trappisti), la International Trappist Association si è vista obbligata a prendere provvedimenti, restituendo poi il diritto ad riutilizzare il marchio solamente nel settembre 2005, dopo aver ricevuto le necessarie assicurazioni che i monaci avrebbero preso parte al processo di produzione all’interno del monastero. 
Nel 2009, per festeggiare il suo 125° anniversario, l’abbazia decide di produrre una birra speciale del giubileo. Viene chiamata “Isid’Or”, in onore del fratello Isidoro Laaber (1853-1936), il primo birraio di La Trappe. Nel weekend del 4-5 luglio 2009  viene presentata la birra, che utilizza anche il luppolo Perle coltivato nei campi di proprietà dell’abbazia; per chi è interessato, ecco il ricco reportage fotografico dell’evento.  
Inizialmente pensata come una birra celebrativa unica, la Isid’Or è poi entrata in produzione stabile ampliando ulteriormente il già vasto (se paragonato a quello degli altri trappisti) catalogo di La Trappe. E’ una belgian strong ale ambrata e leggermente velata, con bei riflessi che spaziano dal rossastro al rame: fine, cremosa e compatta la schiuma, color ocra, dalla buona persistenza. L’aroma apre con sentori di frutti rossi dolci (ciliegia, qualche ricordo di fragola) ed aspri, frutta secca, toffee e zucchero caramellato. Pienamente rispettata la tradizione belga al palato, con  l’alcool è molto ben nascosto ed una ottima facilità di bevuta; la carbonatazione è vivace quanto basta ed il corpo è medio. Il gusto è piuttosto dolce senza mai risultare stucchevole, con biscotto e caramello, canditi, frutta macerata, uvetta, miele ed una lieve speziatura; a bilanciare ci sono note di pane tostato, una leggera acidità ed un finale di mandorla amara e lievemente terroso.  Il palato risulta alla fine abbastanza asciutto e ben pulito, pronto per godersi il retrogusto morbido e caldo di frutta sotto spirito, che lascia piuttosto soddisfatti. 
Formato: 75 cl., alc. 7.5%, lotto K28B13, IBU 25, scad. 08/2015, pagata 6.20 Euro (Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

mercoledì 4 febbraio 2015

AC/DC Beer

Birra e musica, un binomio molto comune e molto sfruttato commercialmente, sia dai birrifici che dall’industria musicale. In quest’ambito è necessario innanzitutto distinguere tra birre “ispirate dalla musica”, ossia prodotte di propria iniziativa dai birrifici, e birre commissionate dagli artisti (o da chi per loro) allo scopo di sfruttare il proprio nome. 
Nel primo caso non si può non citare il birrificio americano Dogfish Head e le sue numerose birre-tributo a musicisti viventi e non: Miles Davis, Robert Johnson,  Grateful Dead e Pearl Jam, solo per citarne alcune. Un altro famoso esempio viene dalla costa opposta degli Stati Uniti: per tutto il 2012, la californiana Lost Abbey commercializzò ogni mese una birra ispirata da una canzone che avesse “come argomento il paradiso o l’inferno”, come ad esempio Hell’s Bells degli AC/DC e Number of the Beast degli Iron Maiden.  Le bottiglie rimaste a fine anno furono poi raccolte in cinquecento valigette di alluminio (simile a quelle usate per il trasporto degli strumenti musicali); / tra chi aveva in precedenza acquistato le singole bottiglie direttamente al birrificio, furono sorteggiate cinquecento persone alle quali fu data la priorità di acquistare il “box set” (che includeva anche una tredicesima birra “bonus track”)  alla modica cifra di 450 dollari. Inutile dire che dopo qualche settimana le stesse valigette sono apparse su Ebay e altri siti a 750 dollari; e magari qualcuno le ha pure comprate. 
Meglio allora pensare a progetti meno ambiziosi, come ad esempio la Sgt. Pepper Farmhouse Ale  della Cambridge Brewing Company, chiaramente ispirata dall’omonimo disco dei Beatles, o  alla Smoke on the Water Porter   della Heavy Seas, un evidente tributo ai Deep Purple.  In Italia mi piace ricordare (se non altro per il gruppo coinvolto, i Joy Division) la Delta Red Disorder di Toccalmatto.    
Diverso è invece il caso alle birre commissionate direttamente dai gruppi musicali o da chi ne detiene i diritti di sfruttamento dell’immagine; gli introiti derivanti dalle vendite dei cd sono crollati, ed è necessario attingere a piene mani da tutto il resto per campare: concerti, reunion, merchandising e tante altre tristi operazioni commerciali.  L’Heavy Metal / Hard Rock è un genere (che non mi piace affatto, lo dichiaro apertamente) particolarmente avvezzo a queste operazioni. La Trooper, “birra ufficiale” degli Iron Maiden, è forse l’ultimo e più noto esempio. Prodotta dal birrificio inglese Robinson, pare abbia riscosso un ottimo successo e pare non sia neppure una birra così terribile: personalmente non ho ancora avuto la (s)fortuna di assaggiarla.   
Ma prima di loro ci sono stati gli Status Quo con la Piledriver, una bitter prodotta dalla Wychwood Brewery e i Motorhead che (oltre ad avere già commercializzato dei vini a loro nome) hanno realizzato la Bastards Lager (Krönleins Bryggeri, Svezia).   Aggiungo alla lista i Sepultura, che a dispetto del loro nome (vi aspettavate una imperial stout o una IPA asfalta palato?) hanno festeggiato il loro venticinquesimo anniversario con la “innocua” ma dissetante Sepultura Weizen  realizzata con la Cervejaria Bamberg. Ah, siamo in Brasile, non in Germania.  Kitsch ma bello il cofanetto, a forma di amplificatore, nel quale le bottiglie potevano essere acquistate. Chiudo questa mini-rassegna con la Destroyer dei Kiss (prodotta sempre dalla svedese Krönleins) che a dispetto del nome minaccioso è un’innocua pale lager e con quella che probabilmente è l’unica birra decente: la collaborazione tra Thornbridge e  Ed Cosens, chitarrista (ed homebrewer) della band The Reverend and the Makers. 
E veniamo alla birra di oggi, la AC/DC beer,   che è arrivata nel 2013 in Germania, Svizzera, Austria ed in altri paesi europei; al momento l’Italia ne sia rimasta esclusa. Il gruppo australiano credo non abbia bisogno di presentazioni anche a chi (come me) non piace la loro musica. Già titolari (con buon successo) di una linea di vini ed altre bevande  gli AC/DC hanno pensato d’incrementare il loro fatturato lanciando anche una birra al grido di “Australian Rock meets German beer”. Viene prodotta "secondo l’editto di purezza e secondo il manifesto Rock’n’Roll” (sic)  dalla Karlsberg Brauerei di Homburg (Germania), un nome che presenta una straordinaria assonanza con una nota multinazionale. E’ disponibile nel generoso fustino da cinque litri e nella lattina formato pinta (568 ml.) che ricalca la grafica del loro album più recente, “Rock or Bust”: premium lager secondo il comunicato stampa ufficiale, premium pilsner secondo quanto riportato in lattina. 
Dorata e limpidissima nel bicchiere, forma una compatta testa di schiuma bianchissima, cremosa e dalla buona persistenza. L’aroma è pulito, anche se non è certo un elogio all’eleganza ed alla fragranza: mollica di pane, cereali, qualche sentore di miele, floreale (camomilla) ed erbaceo. Tutto nella norma anche in bocca: birra scorrevolissima e facile da bere, leggera, discretamente carbonata, intensità del gusto piuttosto bassa. Di nuovo mollica di pane, cereali e miele, qualche fastidiosa nota metallica ed un finale amaro erbaceo non particolarmente elegante e gradevole. Il livello di amaro percepito è senz’altro superiore ad una lager “standard”, mentre la secchezza è indubbiamente inferiore a quella che m’aspetterei di trovare in una pils; il palato rimane un po’ appiccicoso, lievemente imburrato, ma sulla presenza di diacetile non metterei la mano sul fuoco. In sostanza non è troppo diversa da una delle tante anonime ed acquose lager/pils industriali: disseta, fa fare il ruttino (anche ai concerti!)  ma non regala nessuna particolare emozione o soddisfazione, se non per il portafoglio di chi l’ha ideata. Una pinta di marketing, una birra assolutamente superflua se non inutile, a meno che non l’acquistiate per la vostra collezione di lattine o di memorabilia AC/DC: a proposito.. prima che la butti nell’immondizia, interessa a qualcuno?   
Formato: 56,8 cl., alc. 5%, lotto L13K4 08:31, scad. 11/2015, pagata 1.44 Euro (supermercato, Germania).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 3 febbraio 2015

Clown Shoes Chocolate Sombrero

Fondata nel 1989 da Joel Berman la Arborway Imports,importa e distribuisce vini in tutto il Massachusetts. Gregg Bermam riceve il testimone dal padre all’inizio del ventunesimo secolo; negli Stati Uniti la richiesta di “craft beer” è in costante crescita e, su iniziativa di Jesse Dooley,  responsabile commerciale di Arborway, le bottiglie di birra si affiancano al business del vino. Gregg Berman nel giro di pochi anni diventa un appassionato birrofilo,  ma a quanto pare  non è così facile entrare di punto in bianco nel giro di distribuzione della birra, e sono più le porte che gli vengono chiuse in faccia rispetto a quelle che si aprono. 
Nel 2009, quasi per gioco, decide allora di togliersi lo sfizio di farsi produrre su commissione una birra propria; dopo tutto, possedeva già la licenza di distribuzione ed i clienti: far circolare la propria birra sarebbe stato più facile rispetto a quella degli altri. Trova la disponibilità della Mercury Brewing Company di Ispwich  (Massachusetts) per mettere a punto la ricetta e farsi produrre la Black IPA Hoppy Feet.
Decide di chiamare la propria beer-firm “Clown Shoes”, un nome che lui stesso aveva già proposto sul forum di Beer Advocate pochi mesi prima, quando era stato indetto un concorso per scegliere il nome di una birra collaborativa tra Dogfish Head ed i fratelli Todd e Jason Alström, fondatori di Beer Advocate, da presentare durante l’Extreme Beer Fest di  Boston del 2010. Il nome proposto non viene scelto, la birra viene invece chiamata Wrath of Pecant, e Gregg Bermam decide allora di utilizzarlo per se stesso: "con i clown ho un rapporto conflittuale, ma le loro scarpe mi hanno sempre fatto ridere; mi ricordano che c’è sempre bisogno di restare umili e di cercare il lato divertente della vita". Le vendite della Hoppy Feet vanno oltre le più rosee aspettative, e quello che era partito come un gioco diventa un business serio: Bermam discute assieme a Dan Lipke, birraio di Mercury, una serie di nuove birre da commercializzare.
Libero dagli impegni di sala cottura, Gregg si concentra al massimo sull’identità del nuovo brand: inventa dei nomi non banali per le proprie birre  e affida a Stacey George il compito di illustrarle, con il testimone che in seguito viene raccolto da Michael Axt, reclutato attraverso il sito “Hire an illustrator.”   Impossibile non notare le splendide etichette sugli scaffali, nel loro efficace mix di demoni, cacciatori di mostri e cultura pop.
Un successo che si porta dietro anche qualche strascico polemico ma, come si dice in questi casi, “bene o male, purché se ne parli”.  Proprio dal forum di Beer Advocate partono le prime accuse: l’etichetta della Lubrification (raffigura un robot-benzinaio con la pistola della pompa posizionata all’altezza del pube) è l’ultima goccia che fa traboccare il vaso.  E’ Candice Alström, Director of Special Events per Beer Advocate  e  moglie di uno dei fratelli fondatori del sito di beer rating ad accusare il birrificio di volgarità, sessismo e razzismo. In un post ora rimosso (la maggior parte dei forumisti aveva preso le difese di Clown Shoes accusando la Alström di abusare della sua posizione privilegiata in Beer Advocate) la signora puntava scandalizzata il dito anche contro le etichette di Brown Angel e di Tramp Stamp (oltretutto ideate da una donna, Stacey George) che secondo lei raffiguravano donne-oggetto con il posteriore ben in evidenza.  
Più innocente (e meno riuscita, secondo me) è invece l’etichetta della birra di oggi,  Chocolate Sombrero. Si tratta di una sostanziosa imperial stout prodotta con abbondate utilizzo di malti scuri (soprattutto Chocolate), peperoncino messicano Poblano (o Ancho Chile), cannella, estratto di vaniglia ed altri non specificati aromi naturali. L’elenco degli ingredienti vi spaventa? Niente paura, perché quello che c’è nel bicchiere è invece godibile e ben assemblato.
Splendida nel bicchiere, completamente nera con un cremoso e compatto cappello di schiuma nocciola, molto persistente. L’aroma offre caffè in grani, vaniglia, cioccolato al latte, qualche accenno di gianduia, orzo tostato ed amaretto; la finezza e la pulizia potrebbero essere migliori, discreta l’intensità, non pervenuta la cannella, ma la bottiglia ha ormai un anno di vita alle spalle e le spezie sono solitamente le prime ad “andarsene”. Ottima invece la sensazione palatale: birra morbidissima e dal corpo medio, cremosa e scorrevole al tempo stesso, poche bollicine. La bevuta parte dolce, con il caramello, la vaniglia ed il cioccolato al latte, per poi essere bilanciata da note più amare ed acidule di caffè, orzo tostato e liquirizia; l’alcool (9%) è molto ben nascosto, facendosi notare solo nel finale, in un bel retrogusto amaro di caffè che riscalda e rincuora . E il peperoncino messicano? Eccolo qui, proprio alla fine: evaporati i fumi dell’alcool ed il caffè, c'è quel leggero tocco piccante che non ti aspetti. Ne’ troppo amara/caffettosa, né troppo dolce o piccante, questo “sombrero al cioccolato” è una bella bevuta ben bilanciata con buoni margini di miglioramento nell’eleganza (sarà l’effetto Vanillina?) e nella pulizia; mi sembra quasi che il birraio abbia scelto di non correre troppi rischi, accontentando quasi tutti senza però far innamorare nessuno.
Formato: 65 cl., alc. 9%, lotto 28/04/2014, scad. (data dall’importatore italiano) 16/05/2016, pagata 14.00 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 2 febbraio 2015

Birrificio La Casa Di Cura TAC

Parte a marzo 2013 l’avventura di uno dei birrifici italiani dal nome più curioso: La Casa di Cura. La “clinica”  trova sede in un ex-confetturificio nella frazione Senarica di Crognaleto (Teramo) circondato dal Parco Nazionale del Gran Sasso e dai Monti della Laga.  Quattro i soci coinvolti, il più noto dei quali ai birrofili è senz’altro quello di Luigi Recchiuti del birrificio Opperbacco (Notaresco è ad un’ora di macchina), ma c’è anche Loreto Lamolinara, già collaboratore proprio di Oppernacco per le ricette di Deep Undergound  ed Imperial Deep Underground. Gli altri due “medici” e soci della Clinica sono il birraio Alfredo Giugno e  l’esperto di botanica (se non erro) Tonino Ventilii.   
Tutti i nomi delle birre richiamano il settore medicale: c’è una Brown Ale chiamata “Flebo” ed una IPA chiamata “T.S.O” (Trattamento Sanitario Obbligatorio), prodotta con una sola tipologia di malto e di luppolo, diversa ad ogni cotta, e l’aggiunta di una spezia. In collaborazione con Buskers è stata invece realizzata una Scotch Ale chiamata “Peacemaker”.  
Il “concept” dietro a La Casa di Cura mi piace, ed è molto azzeccato: devo però fare una critica al sito del birrificio, non particolarmente curato e accattivante. Non so se la sua semplicità sia frutto di una scelta consapevole o se sia quello che il budget a disposizione (col quale bisogna sempre fare i conti!) consentiva. 
Una delle ultime birre realizzate da La Casa di Cura è la “T.A.C.”,  acronimo che sta per Tomografia Assiale Computerizzata. Si tratta in verità di una saison prodotta con malto pilsner e fiocchi di frumento, mentre i luppoli utilizzati sono Chinook e Sorachi Ace, sia per l’amaro che per l’aroma; ne è stata realizzata anche una versione dry-hoppata, chiamata TAC+, distribuita solo in fusto e realizzata assieme al il pub/beershop romano Birra+.  
Arancio pallido nel bicchiere, velato, versa un’esuberante quantità di pannosa schiuma bianca che colma immediatamente tutto il bicchiere obbligando ad una  discreta attesa per poterlo rabboccare. Una volta “composto” il tulipano di birra, si possono apprezzare i profumi delle spezie donati dal lievito (pepe, lieve coriandolo), degli esteri (pera, fiori bianchi), degli agrumi (soprattutto arancio) assieme a sentori più lievi di miele. Il bouquet così composto ha una buona intensità, un’ottima pulizia  e quel lieve carattere rustico che non dovrebbe mai mancare in un saison. L’abbondantissima schiuma si riflette in una carbonatazione molto elevata, un po’ sopra le righe anche per uno stile che prevede una buona quantità di bollicine: scorrevolissima grazie ad un corpo leggero e ad una consistenza “watery”, svolge la sua funzione dissetante e rinfrescante senza nessun compromesso con  l’intensità.  E in bocca è una bella (buona) saison che inizia dall’ingresso di crosta di pane e cereali per poi mostrare un sano DNA rustico e un po’ ruvido (ma  è da intendersi come pregio e non difetto), con la speziatura che ben si sposa con l’amaro (erbaceo, terroso, leggermente zesty)  e le vivaci bollicine. Il palato è continuamente pungolato a bere e a ribere: manca forse un po’ il dolce della frutta (Sorachi, dove sei finito?), ma c’è comunque una bella acidità a garantire una birra sempre bilanciata e fresca al palato.  
Medicina efficace contro la sete,  non è ovviamente reperibile in nessuna farmacia ma sarebbe davvero bello se si potesse acquistare fornendo il proprio codice fiscale per poi detrarla dalla propria denuncia dei redditi. Il mio medico si è rifiutato di prescrivermela, chissà che voi non siate più fortunati. 
Formato: 33 cl., alc. 5.5%, lotto L2014, scad. 06/2015, pagata 4.00 Euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.