venerdì 10 aprile 2015

Toccalmatto FreakLab Series Smoked Porter


Tra le molte novità del 2014 di Toccalmatto, oltre a diverse one-shot e collaborazioni varie, c’è stata anche la nascita della linea  “sperimentale” FreakLab Series. Viene inaugurata  a settembre con l’uscita della Black Bretty, una Strong Porter rifermentata con brettanomiceti e con aggiunta di ciliegie selvatiche; qualche mese dopo, a novembre, arriva una Smoked Porter seguita a dicembre dalla Belgian Ale chiamata Antani. 
Le novità del birrificio di Bruno Carilli non sono comunque finite: lo scorso 9 Febbraio 2015 con l’ultima cotta di una saison alla segale chiamata The Final Countdown è stato dato l’addio al primo impianto produttivo e da poche settimane è stata inaugurata la nuova e più capiente sede produttiva. Con l’occasione Toccalmatto lancerà finalmente sul mercato anche le bottiglie formato 33, venendo così a colmare quella che secondo me era un’imperdonabile lacuna. 
Il progetto sperimentale FreakLab Series è volutamente “misterioso”, ed il birrificio si limita ad annunciare il nome della birra senza fornire nessun’altro tipo d’informazione. 
Mi allineo quindi alla linea del “top secret” e passo ad aprire la bottiglia di Smoked Porter. Non è la prima “affumicata” di Toccalmatto, che per molti anni ha prodotto la Fumé du Sanglier, una smoked beer affumicata  con legno di faggio che tuttavia non vedo al momento comparire tra le birre elencate sul rinnovato sito del birrificio. 
All’aspetto è di colore ebano scuro, con una piccola e poco promettente testa di schiuma che svanisce con l’effervescenza e la rapidità di quella di una cola, senza lasciare nessun pizzo attorno ai bordi del bicchiere. L’aroma è completamente dominato dall’affumicato che tuttavia lascia intravedere in sottofondo qualche sentore di orzo tostato; l’intensità è notevole, forse  un po’ meno l’eleganza del fumo che risulta piuttosto “grasso”, ricordando quello della pancetta e della carne affumicata. L’abito di questa Smoked Porter fa anche il monaco, perché il gusto purtroppo riflette l’aspetto non proprio invitante: birra molto slegata, quasi piatta, corpo leggero ed un’acquosità fin troppo marcata. Anche in bocca domina completamente l’affumicato, sbilanciando molto la bevuta e rilegando in un remoto angolino l’orzo tostato ed il caffè. Il percorso termina con l’acidità del caffè ma soprattutto con una fastidiosa astringenza ed una leggera nota di cartone bagnato. Bottiglia con evidenti problemi, mi tocca quindi registrare la prima delusione tra le tante Toccalmatto bevute in questi anni. 
Formato: 75 cl., alc. 6%, lotto 12010, scad. 06/12/2015, pagata 10,00 Euro (birrificio).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 9 aprile 2015

Schönramer Imperial Stout

Della Private Landbrauerei Schönram vi avevo già parlato in questa occasione; il birrificio che si trova a Schönram, Baviera meridionale, a pochi chilometri dal confine con l’Austria e da Salisburgo, è di proprietà della famiglia Oberlindober ma si affida da una quindicina di anni al birraio americano Eric Toft, nato in Wyoning ed arrivato in Germania per diplomarsi birraio all’Università di Weihenstephan, dopo essere transitato per l’Inghilterra e per il Belgio. Eric è anche rappresentante della German Hop Growers Association, e da buon americano ha portato con se l’amore per birre molto luppolate; leggo che dal suo arrivo le vendite alla Schönram sono raddoppiate, ottimo risultato se si considera che il consumo di birra nel mercato tedesco è da molti anni in costante calo. 
Toft viene in un certo senso considerato il “pioniere” della rivoluzione “craft” che sta lentamente prendendo il via non solo in Baviera ma in tutta la Germania: la rivoluzione al momento significa soprattutto guardare agli Stati Uniti: personalmente non sono rimasto particolarmente impressionato di quanto ho assaggio sino ad oggi. Al momento mi sembra che i birrai tedeschi riescano ancora a fare (molto) meglio le birre della propria tradizione delle altre.
Ma torniamo ad Eric Toft che, pioniere in Baviera, ha anche svolto opera di consulenza presso altri birrifici: ad esempio sue sono le ricette realizzate poi dalla Camba Bavaria di Truchtlaching della Conatus – Eric’s IPA e della Camba Bavaria Imperial Stout. Per la propria Landbrauerei Schönram, il birraio americano ha invece realizzato la Schönramer Imperial Stout. 
Praticamente nera nel bicchiere, forma un bel cappello di schiuma beige, fine e cremosa, molto persistente. L’aroma non è di quelli che ti fanno comparire il sorriso sulle labbra: intensità piuttosto dimessa, emergono soprattutto i sentori di pane nero, in buona parte tostato, con (molto) in sottofondo una lieve presenza di mirtilli, caramello e caffè. E’ una Imperial Stout che al palato predilige la scorrevolezza, rispettando la tradizione tedesca, senza irrobustire o complicare troppo le cose: corpo medio, oleosa, poche bollicine. Discretamente pulita in bocca, è ben equilibrata tra il dolce di caramello e frutta sotto spirito (prugna) e l’amaro delle tostature (pane nero, orzo) e della liquirizia.  Sebbene la bevuta  non necessiti di grossi sforzi, l’alcool è comunque ben avvertibile e personalmente avrei gradito un po’ più di cremosità/consistenza a supporto dell’ABV dichiarato del 9.5%.; nel finale si manifesta anche un po’ di caffè con relativa acidità, ma né questo né le tostature conclusive sono particolarmente raffinate (se avete ordinato un caffè lungo in Germania, avete un’idea di cosa intendo). Lascia comunque un retrogusto dalla discreta persistenza, ben equilibrato tra liquirizia, caramello ed intense tostature/caffè. 
L’Imperial Stout di Schönramer è una discreta birra, con ampi margini di miglioramento: ulteriore supporto alla mia attuale convinzione che in Germania è ancora meglio bere la tradizione tedesca piuttosto che le loro interpretazioni degli stili anglosassoni. Sono ovviamente in attesa di essere felicemente smentito.
Formato: 33 cl., alc. 9.5%, lotto 14:18, scad. 30/01/2029, pagata 3.03 Euro (beershop, Germania)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 8 aprile 2015

Amager Batch 1000

Otto anni sono passati da quell’aprile del 2007 in cui venivano aperte le porte del microbirrificio Amager, fondato sull’omonima isola danese nei pressi dell’aeroporto di Copenhagen da Morten Valentin Lundsbak e Jacob Storm.  Le due birre del debutto, la Christianshavn Pale Ale  e la Sundby Stout, volutamente accessibili a tutti e dalla bassa gradazione alcolica, furono subito seguite dalla più robusta ed impegnativa  “Batch One”, un’American Strong Ale che iniziava a tracciare il territorio sul quale il birrificio avrebbe poi mosso i propri passi futuri. 
Ci vollero cinque anni per arrivare alla cotta numero 500, che nel 2012 fu festeggiata con la realizzazione della “Batch 500”, una IPA ispirata a quelle della costa est statunitense e prodotta con malti Pale Ale e Melanoidin, frumento maltato e luppoli Chinook, Simcoe, Cascade, Centennial, Ahtanum e  Tomahawk. 
Per raddoppiare, ossia per arrivare alla cotta numero 1000, di anni ne sono bastati solamente tre, a testimonianza della rapida crescita di Amager: per la IPA Batch 1000, la cui etichetta ricalca quelle delle due birre celebrative precedenti, l’ispirazione viene invece dalla costa ad ovest. Una base maltata abbastanza semplice (Pilsner, Monaco e Melanoidin) ed un vasto parterre di luppoli, utilizzati anche in doppio dry-hopping: Hercules, Amarillo, Chinook, Simcoe, Citra, Mosaic, Sorachi Ace e Centennial. 
IPA freschissima, imbottigliata lo scorso marzo, che si veste del classico colore West Coast, oro con riflessi arancio, leggermente velata; la schiuma bianca e cremosa, è compatta e molto persistente. L’aroma è forte e pulito, con una golosa macedonia di frutta che predilige il tropicale (ananas, papaya, mango) rispetto agli agrumi (pompelmo, mandarinio, arancio) e si completa con la pesca bianca ed il melone retato; profumi molto eleganti, ruffiani quanto basta, per nulla cafoni pur nella loro esuberanza. In bocca il percorso continua nella stessa direzione, con frutta tropicale appena tagliata che richiama in toto l’aroma, su di una base maltata di pane e di lieve biscotto; l’amaro si fa attendere un po’, lasciando il palato in compagnia della freschissima frutta, del dolce del mango, della pesca, del melone e dell’ananas. Il gusto è leggermente meno pulito dell’aroma, a voler essere pignoli, e chiude con un bell’amaro intenso e pungente, resinoso, vegetale e leggermente pepato, nel quale l’animo “scandinavo” del birrificio prende un po’ il sopravvento rispetto all’ispirazione West Coast. 
IPA freschissima e pulita, con tutto quello che ne deriva; ottimi profumi e grande piacevolezza di bevuta: corpo medio, giusta quantità di bollicine, morbida ma ugualmente scorrevole. S’avvicina molto a una vera IPA Californiana, non fosse per il retrogusto in cui l’amaro va un po’ oltre le righe perdendo un po’ di eleganza per favorire la “potenza” e la sensazione tattile in bocca che potrebbe essere un pelino più leggera.  Si tratta comunque di dettagli: quando capitano nel bicchiere delle IPA così fresche (ripeto nuovamente l’aggettivo FRESCO, ma è fondamentale) e ben fatte, c’è solo da ringraziare e da bere con grande soddisfazione.
In Italia è arrivata adesso, quindi se volete assaggiarla non perdete tempo e fatelo in fretta, questa birra non migliorerà con il passare dei giorni.
Formato: 50 cl., alc. 6.5%, lotto 1000, scad. 03/2016, pagata 7.60  Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 3 aprile 2015

De Ranke Saison De Dottignies

Homebrewer sin agli anni ’80, Nino Bacelle ha iniziato nel 1994 a commercializzare la sua prima birra, la Guldenberg, a quel tempo prodotta presso gli impianti della Deca e venduta a nome di "Brouwerij Nino Bacelle” ; nel 1996 avviene l’incontro con un altro appassionato, Guido Devos, e dall’unione delle “forze”  nacque la Brouwerij De Ranke, operante sempre presso la Deca sino al 2005, anno in cui sono stati inaugurati gli impianti Dottignies. 
Il birrificio, pochi chilometri a sud di Kortrijk, non si trova distante dalla regione di Poperinge, nota per la coltivazione del luppolo; il nome scelto (De Ranke) fa per l’appunto riferimento ai “filari” (rank) delle piante di luppolo. Nomen omen,  De Ranke è stato tra i primi in Belgio a offrire birre “amare”, come ad esempio  la splendida XX Bitter, divenuta rapidamente la loro “flagship” beer: quasi la totalità dei luppoli  utilizzati proviene da un coltivatore di Warneton, vicino a Poperinge. 
Nel 2009 Nino vuole realizzare una birra per celebrare il quindicesimo compleanno della sua attività da birraio professionista che, se non erro, coincideva  anche con il quindicesimo compleanno della “Heerlijk Obiectief Proeven”, un’associazione di homebrewers e di birrofili dei quali faceva parte. Si tratta di una Saison abbondantemente luppolata con Brewer’s Gold, Challenger,  Saaz e Mittelfruh, con un dry-hopping di ottanta chili di fiori freschi raccolti un paio di giorni prima del loro utilizzo che, a detta dei birrai, “ha riempito con i suoi profumi l’aria di Dottignies per almeno due giorni”. La birra viene chiamata Hop Flower Power, e da quanto ho capito si è trattato di una “one shot” mai più replicata, anche se ogni tanto ne spunta in giro una qualche bottiglia che, a cinque anni dalla produzione, sarà sicuramente fantastica. 
La Hop Flower Power viene in seguito leggermente rivisitata per dare poi forma alla Saison de Dottignies; la nuove birra di De Ranke debutta allo Zythos Bier Festival del 2010, per poi arrivare anche in anteprima (o quasi)  in Italia  al Villaggio della Birra dello stesso anno: qui trovate il video della sua degustazione, condotta da Kuaska, Ben Vinken e Schigi. In perfetto stile belga, il sito ufficiale del birrificio non è più aggiornato dal 2010 e la birra ancora non figura tra quelle prodotte. 
La sua ricetta prevede malti Pils e Pale Ale, luppoli Challenger, Brewers Gold, Hallertau Mittelfruh e Styrian Goldings. 
Nel bicchiere è di un bel color dorato carico, velato, sul quale si forma una bianchissima testa di schiuma, compatta e cremosa, molto persistente. Il naso è molto fresco, regalando l’impressione, tra i forti sentori erbacei e quelli floreali, di trovarsi nel bel mezzo della campagna, dove splende forte il sole: sono i profumi mediterranei degli agrumi (limone, mandarino) a comunicarcelo. Più in sottofondo qualche leggera nota di miele, e una delicata speziatura (pepe). In bocca c’è una gran bella intensità, per una saison dalla gradazione alcolica del 5.5%: un sottofondo dolce dato dalla crosta di pane, dal miele e dalla frutta gialla è a supporto di una generosa luppolatura,  che assume subito il colore verde dell’erba appena tagliata, un po’ pepata e terrosa, con una suggestione di tè verde. L’amaro, protagonista assoluto anche del retrogusto, è intenso ma molto elegante, senza mai raschiare o saturare il palato: la bevuta è quindi agilissima, grazie ad una carbonazione sostenuta ed al giusto grado di acquosità.
Un'interpretazione dello stile abbastanza particolare e piuttosto spinta sull'amaro, una saison profumatissima e molto pulita in bocca con un bel taglio finale secco che disseta e ri-asseta al tempo stesso, obbligando ad accelerare la frequenza dei sorsi: formato da 33 insufficiente, decisamente meglio procurasene una da 75.
Formato: 33 cl., alc. 5.5%, lotto B87T11, scad. 19/12/2018, pagata 3.00 Euro (beershop, Italia)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 2 aprile 2015

LoverBeer D'uvaBeer 2011

Nel 2011 avvenne il mio primo incontro con le birre di Valter Loverier, in arte Loverbeer: ex tecnico progettista di un’azienda di telecomunicazioni, con l’hobby per i rally e l’homebrewing. Per nostra fortuna è stato quest’ultimo a trasformarsi in professione. Sin dai giorni dell’homebrewing l’interesse di Valter sono i lieviti selvaggi e le fermentazioni spontanee: il suo primo esperimento è la BeerBrugna, ispirata dalle Kriek belghe e prodotta con un inoculo di lieviti (tra cui brettanomyces), batteri lattici  e l’aggiunta in macerazione di susine damaschine. La birra piace a Lorenzo “Kuaska” Dabove che nel 2005, in occasione del Brassin Public di Cantillon la porta con sé facendola assaggiare a Jean Van Roy, che gradisce. L’amicizia con Kuaska lo porta anche a contatto con Tomme Athur di Lost Abbey e Vinnie Ciliurzo di Russian River, finché  gli incoraggiamenti e gli apprezzamenti ricevuti lo convincono nel 2008 a lasciare il vecchio lavoro per aprire del proprio birrificio a Marentino, con fermentatori in legno di rovere e una bella batteria di barriques. 
In questi sette anni Loverbeer è diventato indubbiamente uno dei protagonisti della cosiddetta “birra artigianale” italiana: le sue birre, certamente non facili per un “novizio” e dal costo impegnativo, vengono esportate in molti paesi, Stati Uniti inclusi. 
Il birrificio si trova in pieno territorio vinicolo: a pochi chilometri c'è il Monferrato, terra di grandi vitigni, solo per citarne alcuni: Grignolino, Freisa, Dolcetto e Barbera: una tentazione irresistibile quella di utilizzare l’uva nella birra che si realizza in un primo momento con la  Beerbera, una birra a fermentazione spontanea in legno (utilizza i lieviti naturalmente presenti sulle bucce degli acini) grazie all'aggiunta di uva Barbera pigiata e diraspata, nessun lievito aggiunto.  Il secondo esperimento vede protagonista l’uva Freisa, altro vitigno a bacca rossa, il cui mosto viene aggiunto a quello di birra: in questo caso vi è anche l’inoculo di un lievito, un saccaromiceto in grado di aggredire, oltre che il mosto di birra, anche quello di uva. La diversità rispetto alla Beerbera è spiegata anche dell’etichetta, come fa notare Andrea Turco: "lì il monaco suggeriva l’uso dell’orzo per produrre la birra e il contadino proponeva l’aggiunta di uva.; qui invece il contadino, che ha apprezzato i risultati dal cereale, propone quest’ultimo e il monaco, anche lui sorpreso dalla resa, suggerisce l’uso dell’uva.” 
Nasce così la D'uvaBeer, presentata per la prima volta al Salone del Gusto del 2010: bottiglia millesimo 2011, e birra che arriva nel bicchiere di uno splendido color ambrato carico, movimentato da sfumature che vanno dal dorato al rosso intenso;  forma un generoso ma effervescente cappello di schiuma ocra, che svanisce molto rapidamente. L'aroma è piuttosto legnoso, con i classici sentori "selvaggi" dei lambic: cantina, sudore, polvere, una punta di lattico. Troviamo anche, in tono minore,  la presenza di uva, ribes (bianco e rosso), limone, aceto di mele. Assolutamente splendida in bocca, con corpo medio e una frizzantezza che, ad occhi chiusi, vi farebbe dubitare di quello che avete nel bicchiere; birra o champagne? La facilità di bevuta è elevatissima, senza tuttavia rinunciare a lasciare il segno della sua presenza con una bella rotondità al palato. Una nota legnosa accompagna anche quasi tutta la bevuta, con le note aspre di frutti rossi, di ribes, di lampone acerbo e uva e la lieve acidità lattica che sono bilanciate da un sottofondo dolce, appena zuccherino, con rimandi alla mela rossa, che lascia leggermente il palato avvolto da una patina dolce. La gradazione alcolica (8%) è nascosta in maniera impressionante, regalando solamente un bellissimo e morbido tepore a fine corsa, degna conclusione di ogni sorsata. E' leggermente acetica in bocca , senza che ciò provochi nessun fastidio. 
Una birra straordinaria, sicuramente più difficile descrivere che da bere, complessa ma accessibile anche per chi non ha una grande familiarità con le birre acide;  si spinge con decisione in territorio vinoso, con tutti i rischi che ciò comporta: elegante e raffinatissima, vince la sfida. E' invecchiata davvero molto bene, senza nessun avvisaglia di cedimento,  e mostra la potenzialità di poter resistere ancora per chissà quanti anni. Purtroppo il suo costo non è dei più economici ed un eventuale scorta in cantina comporterebbe un investimento non da poco, e allora meglio accontentarsi di berla una volta ogni tanto.
Formato: 33 cl., alc. 8%, lotto PDUV04-0911, scad. 12/2015, pagata 6.90 Euro (foodstore, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 1 aprile 2015

Lost Abbey Red Barn Ale

Nuovo appuntamento on il birrificio californiano The Lost Abbey, la “costola” di Port Brewing nata nel 2006 e guidata dal birraio Tomme Arthur: birre ispirate principalmente alla tradizione belga, incluse le fermentazioni spontanee e le birre acide, affinamenti ed invecchiamenti in botte.  A Lost Abbey Tomme è affiancato dal birrario Mike Rodriguez, arrivato nel 2009 da Kansas City dove aveva lavorato per sei anni alla Boulevard Brewing Co. 
La Red Barn Ale nasce dall’amore di Tomme Arthur verso le saison belghe, in particolare la Dupont; la sua etichetta raffigura un fienile in piena campagna, quei luoghi della Vallonia, nella regione dall'Hainaut belga, un tempo caratterizzati  - come tanti altri - dal duro lavoro nei campi duranti i mesi estivi.  In quel periodo non era ancora stata inventata la refrigerazione e le alte temperature non consentivano di fare la birra che, più salubre dell’acqua spesso fonte di pericolose malattie,  i braccianti agricoli bevevano per dissetarsi e rinfrescarsi. I birrai/contadini belgi le preparavano allora per tempo, alla fine dell’inverno, con un grado alcolico abbastanza sostenuto (rispetto a quello che allora era considerata la norma) ed una abbondante luppolatura per consentire a queste birre di "sopravvivere"  sino al termine della stagione calda.  
La Saison di Lost Abbey viene  biene delicatamente speziata con zenzero biologico, scorze d’arancia, pepe nero e “Grandi del Paradiso” (Pepe Melegueta); la ricetta dovrebbe inoltre comprendere malto Two-row, fiocchi di frumento e d’avena, destrosio, luppoli Phoenix e Tettnanger tedesco. 
Nonostante quello che sembra dalla fotografia, si presenta di colore oro un po' pallido e leggermente velato: la bianca schiuma, molto generosa, è abbastanza compatta e pannosa, con un’ottima persistenza. Al naso spicca subito una gradevole nota pepata e speziata (lieve zenzero), seguita da quelle floreali, di pera, banana, albicocca e arancia; più in secondo piano i sentori di miele, di paglia, di erba tagliata con una leggera componente rustica e lievemente acidula data dal frumento.  Il palato viene subito avvolto da una vivace e gradevole carbonazione, che aiuta a diffondere la crosta di pane, il miele d’arancia, l’albicocca e la pesca gialla; la bevuta è dolce e poi magistralmente bilanciata da un bel finale caratterizzato da un’acidità rinfrescante e da una chiusura amaricante abbastanza intensa, nella quale troviamo note erbacee, di scorza d’arancia e di erbe officinali, oltre ad una suggestione di zenzero. Il corpo è medio, e la sensazione tattile al palato non è sicuramente leggera come quella di molte saison belghe, che presentano una componente “watery”  un po’ più pronunciata:  la bevibilità di questa Red Barn Ale, seppur molto alta, è quindi un po’ limitata dalla sua stessa intensità. Poco male: rallentando un po’ il ritmo ci si concentra meglio e si riesce ad apprezzare il suo carattere leggermente rustico, a tratti un po’ ruvido,  nel quale non viene mai a mancare un’impeccabile pulizia. 
La Saison di Lost Abbey cerca di mantenere fedeltà alla tradizione europea, senza cadere nella tentazione di caratterizzarla marcatamente con qualche luppolo americano; il risultato è ben riuscito e lascia soddisfatti, tranne che per il rapporto qualità-prezzo: negli Stati Uniti la bottiglia da 75 cl. viene venduta in media 9 dollari, in Belgio una Saison di uguale formato ne costa esattamente la metà.
Formato: 75 cl., alc. 6.7%, imbott. 03/06/2014, pagata 9,89 Euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 31 marzo 2015

Omnipollo Hypnopompa (Bourbon BA)

Ritorna la beerfirm svedese Omnipollo, della quale proprio in questo periodo sono disponibili in Italia un discreto numero di birre; al timone c’è l’ex-homebrewer Henok Fentie poi raggiunto da Karl Grandin, ex art-director della rivista musicale svedese Pop, titolare dello studio di grafica Vår e co-fondatore del marchio di jeans svedese Cheap Monday, del quale ha curato soprattutto la visual identity: il marchio, nato in un negozio di seconda mano di Stoccolma,  fu poi acquistato nel 2008 dal colosso H&M. Karl fu presentato a Henok da un’amica in comune, che era rimasta terrorizzata dalle bozze delle prime etichette, anonime e facilmente confondibili tra tante altre. 
Nel 2011 avviene il debutto con la Leon,  una Belgian Ale chiamata come il proprio figlio e rifermentata con lieviti da champagne, che viene prodotta presso gli impianti di De Proef, in Belgio: la parte grafica viene ovviamente curata da Karl Grandin; con i suoi contatti, il designer non ha difficoltà a piazzare la birra nei locali più trendy di Stoccolma, in particolare quasi tutta viene assorbita dal Bar Riche.   La birra ha un buon successo, e viene rapidamente affiancata dall’American Pale Ale Mazarin, chiamata con lo stesso nome del figlio di Grandin, e poi dalla Double IPA Nebuchadnezzar, che ottiene l’Oro al  Beer & Whisky Festival di Stoccolma 2012. Ad inizio 2013 la beerfirm viene eletta dalla community di Ratebeer come il miglior birrificio Svedese del 2012, e la Nebuchadnezzar  “miglior birra svedese”. 
Le etichette realizzate da Grandin – che vi piacciano o no – sono indiscutibilmente l’elemento di risalto della beerfirm: completamente diverse tra di loro, senza nessun elemento in comune, spiccano per la completa assenza d’informazioni e di logo. Molto spesso non è presente (se non sul retro della bottiglia) né il nome della birra né del produttore: “probabilmente dedichiamo più tempo alla parte grafica di qualsiasi altro birrificio. Le nostre birre non sono le più economiche e quindi vogliamo che il loro acquisto sia un’esperienza che coinvolga il consumatore a 360°; mi piace che la gente si goda anche l’aspetto delle bottiglie, così come avviene per la copertina del loro disco preferito”.  
Il resto è la “solita” vita di una beerfirm scandinava, fatta di collaborazioni in giro per il mondo con altri birrifici (Nómada Brewing in Spagna, Buxton in UK, Dugges in Svezia, Prairie in USA) e soprattutto con altre beerfirm: Stillwater, Evil Twin, To Øl. 
Siamo in Scandinavia e Omnipollo non poteva certo farsi mancare almeno una Imperial Stout, uno degli stili più amati dei beer-geeks del nord; dopo quella realizzata nel 2013 assieme a To Øl, chiamata Brewmance, nel 2014 arriva dagli impianti di De Proef  anche quella 100% Omnipollo. 
Viene chiamata Hypnopompa ed è prodotta con 100 chili di marshmallow a cotta e baccelli di vaniglia tahitiana; ammetto che la paura di trovarmi nel bicchiere la classica “birra Disney” (cit.) era molto forte, ma ho seguito un consiglio e sono passato all’acquisto: ne esiste anche una versione invecchiata in botti di Cognac ed una in botti di Bourbon, ed proprio questa che andiamo a stappare. 
I due grandi occhi che costituiscono l’etichetta realizzata da Karl Grandin (simpatica per i primi trenta secondi che la guardate) sembrano guardare con un po’ di timore il denso liquido nero che arriva nel bicchiere: la schiuma marrone è un po’ grossolana, di dimensioni alquanto modeste e dalla scarsa persistenza. L’aroma è ricco e complesso, con sentori di legno e di cenere, di carne affumicata, vaniglia, caffè e cioccolato amaro, orzo tostato; completano il bouquet, più in secondo piano, quelli di bourbon, liquirizia, prugna e uvetta di Corinto disidratate. Bene la pulizia, e c’è anche una buona eleganza che non è sempre scontata in imperial stout così massicce.  Al palato è quasi masticabile e densa: corpo pieno, pochissime bollicine, cremosissima. Grande intensità anche in bocca, dove un’ondata viscosa avvolge il palato: l’ingresso è dolce, ricco di caramello, vaniglia, melassa, liquirizia e marshmallow, con l’amaro delle tostature, del caffè e del cioccolato amaro che diviene progressivamente protagonista. Lo stesso percorso lo effettua l’alcool (11.2%), con le note di bourbon che divengono evidenti solo nel finale, asciugando quasi il palato. Il retrogusto è sontuoso e lunghissimo: caffè, eleganti tostature, cioccolato amaro, bourbon, sfumature di tabacco, cenere e legno. 
Una imperial stout che mi ha davvero sorpreso in positivo: tanta roba, nessuna cafoneria e un’inattesa eleganza; i vari elementi entrano in gioco con grande sincronia, senza disturbarsi o accavallarsi ma sfumando gli uni negli altri con grande morbidezza, tra dolce ed amaro, spingendo il pedale dell’acceleratore solo quando è necessario. 
Birra impegnativa, potrebbe quasi sostituire un pasto intero, ma che si sorseggia senza grosse difficoltà e con grande soddisfazione: prendetevela comoda e gustatevela dopocena, prima che arrivi la stagione calda: l'alcool, anche se ben nascosto, presenta alla fine comunque il conto.
Formato: 33 cl., alc. 11.2%, lotto e scadenza non riportati, pagata 7.00 Euro (beershop, Italia)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 30 marzo 2015

Ommegang Three Philosophers 2011


Ogni anno il primo giovedì del mese di luglio si celebra a Bruxelles l’Ommegang.  Si tratta di una ricostruzione storica, realizzata con oltre un migliaio di figuranti, che fa rivivere la processione che onora la trionfante entrata in città di Carlo V del 2 giugno 1549 insieme al figlio Filippo, futuro re di Spagna e duca di Brabante e le sue sorelle, Eleonora d'Austria, Regina di Francia e Maria d'Ungheria. 
Don Feinberg e Wendy Littlefield, proprietari dell’importatore americano di birre belghe Vanberg & DeWulf, decidono di utilizzare questo stesso nome per il birrificio che viene aperto nel 1997: per l’occasione viene costruita nei dintorni di Cooperstown, nello stato di New York, una splendida replica di una fattoria belga su di un terreno un tempo utilizzato per la coltivazione del luppolo. Nel progetto investono anche alcuni birrifici belgi, tra i quali la  Duvel Moortgat, a quel tempo ancora di proprietà della famiglia Moortgat. Nel 2003 la Duvel, che nel frattempo era diventata una società per azioni, acquistò le quote societarie di Feinberg e Littlefield e di tutti gli altri birrifici partecipanti, diventando così il proprietario di Ommegang. 
Il progetto originale prevedeva ovviamente di produrre esclusivamente birre della tradizione belga in territorio americano:  vengono quindi realizzate una saison chiamata Hennepin, una dubbel chiamata semplicemente Abbey Ale ed una Belgian Ale ambrata chiamata Rare Vos. Nel corso degli anni i volumi sono progressivamente aumentati, è stato fatto un investimento da 13 milioni di dollari per ampliare e migliorare gli impianti, costruendo anche un Visitors Centre ed un ristorante annesso, nel quale si servono ovviamente i piatti della tradizione belga. Il birrificio, attualmente guidato dal birraio Phil Leinhart, ha ampliato la propria offerta introducendo anche una Witte e la Quadrupel Three Philosophers, seguite poi da un numero abbastanza modesto (considerando i vent’anni di storia) di altre birre. 
Nel 2003 il sito Realbeer.com lanciò un concorso chiamato “Create a Great Beer”. Ai partecipanti veniva chiesto di inviare un abbozzo di ricetta di quella che secondo loro sarebbe stata una grande birra; Noel Blake, un homebrewer di Portland (Oregon) mandò la sua proposta che risultò poi essere quella vincente. Realbeer si accordò poi con la Ommegang per la realizzazione pratica della birra, che venne chiamata Three Philosophers.  Una domanda  (“è la birra ideale”?) che avrebbe senz’altro interessato i tre filosofi protagonisti dello scritto satirico “Un’isola nella luna” di William Blake: l’Epicureo, il Cinico ed il Pitagorico. 
La ricetta prevede malti Pils, Amber, Caramel, Monaco ed Extra Special, una luppolatura di Spalt Select e Styrian Golding, il lievito proprietario di Ommegang e l’aggiunta del 2% di Kriek Liefmans. 
All’aspetto è di color ambrato molto carico, opaco, con intense venature rossastre; la schiuma  è color ocra e cremosa, a trama fine, ed ha una buona persistenza.  Il naso apre con note dolci di torta di ciliegie, brioche, ciliegia sciroppata, uvetta, zucchero a vela, biscotto e caramello; lasciandola scaldare un po’ emerge qualche sfumatura di vino liquoroso, frutti di bosco sciroppati.  Oleosa e discretamente carbonata, anche il gusto si muove in territorio dolce e zuccherino: caramello, uvetta e prugna, biscotto, ciliegia sciroppata, zucchero candito. A bilanciare quello che “potrebbe sembrare troppo” arriva in soccorso l’aspro dell’amarena e un morbido crescendo etilico che riesce a non far saturare il palato; il retrogusto è lungo e caldo di ciliegia sotto spirito. Una Quadrupel che non è all’altezza delle grandi belghe (trappiste e non) ma che comunque si difende con onore: molto interessante l’aroma, invitante nella sua pasticceria, un po’ più semplice il gusto, che comunque risulta molto pulito, gradevole e non eccessivamente dolce. 
La bevuta non presenta particolari difficoltà, con l’alcool che si fa sentire quando è necessario senza voler imporre la propria presenza; gli anni che le ho lasciato trascorrere in cantina le hanno portato in dote qualche lieve tratto di vino liquoroso, forse si poteva attendere ancora un po’ per spingersi oltre, ma non conoscendo questa birra ho preferito non esagerare.
Formato: 35.5 cl., alc. 9.8%, IBU 19, lotto 2011, pagata 5.12 Euro (beershop, Inghilterra).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 28 marzo 2015

Birrificio Settimo Nuce

Nei miei assaggi dello scorso anno del Birrificio Settimo di Carnago (Va) mi è mancata Nuce, una birra che volevo provare ma che non riuscii a recuperare. Rimedio con un anno di ritardo, proprio nel periodo in cui il birrificio ha annunciato un importante avvicendamento in sala cottura. Il birraio Nicola "Nix" Grande ha infatti lasciato Settimo per iniziare la propria avventura al Birrificio Etnia, in provincia di Pavia; i tre anni da lui passati a Carnago sono stati sufficienti per rivoluzionare completamente la gamma produttiva, spostandosi dalla Germania al Belgio e raccogliendo consensi in tutta Italia.
La sua eredità viene raccolta da un altro ex-homebrewer, Cristian Pizzi, tra l'altro netto vincitore (primo e secondo posto) del concorso indetto nel 2014 da Malto Gradimento. A lui il difficile compito di non far rimpiangere Nicola Grande, mantenendo il livello qualitativo delle birre attuali e - suppongo - proporre anche qualche novità.
Passiamo dunque all'assaggio di Nuce, una "abbey dubbel" che debutta nei primi mesi del 2012, quindi non molto tempo dopo l'arrivo di Grande a Settimo; la sua presentazione ufficiale si tiene al brewpub il 22 marzo.
La bottiglia in questione è del 2013 e quindi vede ancora la mano dell'ormai ex-birraio pugliese di Settimo.
Il colore è il classico "tonaca di frate", torbido, con riflessi ambrati; la schiuma è piuttosto modesta, cremosa, di colore beige chiaro e poco persistente. L'aroma è molto pulito, mentre l'intensità è solamente discreta: caramello, uvetta, prugna sciroppata, banana matura, frutta secca, biscotto (speculoos), Al palato arriva molto poco carbonata, con un gusto che riprende in toto l'aroma: biscotto, caramello, uvetta, banana matura, frutta secca ed un delicata speziatura. Il corpo è medio, il finale è leggermente amaro di mandorla, lievemente astringente; il retrogusto è abbastanza corto e dolce, caratterizzato da un morbido tepore etilico, caramello e frutta sotto spirito. Dubbel pulita e dall'ottima intensità che non pregiudica assolutamente la facilità di bevuta; la bottiglia mi è sembrata tuttavia un po'  stanca e fiacca in bocca, leggermente slegata, con le poche bollicine presenti che non le hanno dato una mano a risollevarsi. Spero di poterla tornare ad incontrare in condizioni ottimali.
Formato: 33 cl., alc. 7.2%, lBU 30, lotto 08613, scad. 06/16 (?), pagata 4.40 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 27 marzo 2015

Andechser Doppelbock Dunkel

Andechs è un piccolo borgo situato sopra l'Ammersee, una cinquantina di chilometri a sud-ovest di Monaco di Baviera; l’omonimo monte sacro (711 metri) che lo ospita è uno più antichi e  grandi luoghi di pellegrinaggio della Baviera. Nel X secolo il conte Rasso vi portò una serie di reliquie (o Tre Ostie Sacre) dalla Terra Santa che furono poi ritrovate nel 1388, portate a Monaco e restituite ad Andechs nel 1394. Alla metà del secolo XV sul monte si stabilì una comunità di monaci benedettini; il monastero fu fatto costruire dal duca bavarese Albrecht III, come “espiazione” per il delitto di Agnes Bernauer; suo padre di non aveva accettato il suo matrimonio  segreto con la figlia di una parrucchiera e l'aveva fatta annegare nel Danubio.
Nel 1455 i monaci, che  vivono secondo la “Regola”  benedettina  “ora et labora”, iniziarono a produrre birra: a tutt’oggi ciò costituisce l’attività più redditizia dell’abbazia, dando lavoro a circa 200 dipendenti. Secondo un ordine del re Ludovico I di Baviera i proventi sono destinati ai progetti culturali, pastorali e sociali dell’abbazia di Andechs e della comunità benedettina di San Bonifacio a Monaco, ovvero i proprietari della Klosterbrauerei Andechs: il monastero non riceve alcun compenso da imposta di culto.  Il birrificio fu ristrutturato e ammodernato nel 1972; se non erro l’orario della Andechser Bräustüberl, dove potete mangiare ed assaggiare tutte le birre, segue ancora il  ritmo della comunità monastica:  alle ore 20, dopo la preghiera che conclude la giornata, non viene più spillata la birra. 
Dalla classica produzione Andechs, ecco la  Doppelbock Dunkel: l’etichetta rinuncia al sempre presente “caprone” (Bock) per raffigurare invece il convento. 
E’ davvero molto bella nel bicchiere: colore mogano, nuances ambrate e rossastre, schiuma beige croccante, compatta e cremosa,  dall’ottima persistenza. Al naso profumi di pane nero, ciliegia sciroppata, uvetta, frutta secca, leggeri sentori di orzo e pane tostato. La tradizione bavarese vuole che le birre siano facili da bere, anche se “stark” (forti), e questa Doppelbock non la tradisce: poche bollicine, corpo medio, giusto livello di acquosità che non significa rinunciare ad una discreta morbidezza al palato. Ci sono pane nero, pane tostato, caramello, biscotto, qualche nota di uvetta, prugna e persino un accenno di cioccolato amaro; la bevuta è ovviamente dolce ma è ben bilanciata da un lieve amaro di frutta secca e terroso. Il retrogusto è delicato e abboccato, con una carezza etilica che porta un leggero tepore. Una Doppelbock di una semplicità quasi monastica,  precisa, pulita e godibilissima: si beve davvero bene, senza nessun impegno gustativo o economico, soprattutto se l’acquistate in Germania.
Formato: 50 cl., alc. 7.1%, scad. 09/09/2015, pagata 1.07 Euro (supermercato, Germania)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.