sabato 14 settembre 2013

Aass Bock

Fondata nel 1834 a Drammen, la Aass Bryggeri è il birrificio più antico di tutta la Norvegia ancora in attività; inizialmente era una società che si occupava di commercio e, tra la varie cose, produceva anche birra che i cittadini acquistavano direttamente alla mescita arrivando con i propri recipienti, in quanto il birrificio non imbottigliava. Il grande incendio che nel 1866 sconvolse Drammen coinvolse anche la società Aass, la cui sede fu ridotta ad un cumulo di macerie. L'allora proprietario, il figlio del fondatore, Poul Lauritz Aass, si rimboccò le maniche e ricostruì in dodici mesi lil birrificio; Lauritz, di umili origini contadine, diventa un personaggio importante di Drammen. Due volte sindaco, fonda la Brewery Association (1901) e molti altri birrifici assieme ad altri soci. Alla sua morte, avvenuta nel 1904, la proprietà del birrificio viene equamente divisa tra i suoi nove figli che ancora, alla quarta generazione di discendenti, ne detengono la proprietà. Oltre alle birre, la Aass produce una popolare linea di bibite chiamata "Solo" ed opera come distributore/grossista di bevande, birra, vino e liquori. Ovviamente un birrificio con questo nome (Aass) non poteva non destare attenzione nel mondo anglosassone. Benché in norvegese "aa" si pronunci all'incirca come una "o" chiusa, il famoso show americano di David Letterman non si fece mancare di ironizzare sull'incredibile somiglianza con la parola inglese "ass" (culo).  Il sito del la Aass non offre nessuna informazione sulle birre prodotte, vincolato dalla legge norvegese che lo vieta. Ricorriamo così a Ratebeer per scoprire che il birrificio produce sia basse che alte fermentazioni, che non sembrano però ottenere grande gradimento tra i raters. L'unica birra ad avere un punteggio "decente" (90/100) è questa Bock; non conoscendo assolutamente il birrificio ci siamo fidati di Ratebeer e siamo passati all'acquisto. Sontuoso l'aspetto, ambrato carico con riflessi rubino; la schiuma è beige, compatta, cremosa, molto persistente. Aroma molto pulito, si avvertono nitidi pane  "nero" di segale (pumpernickel), caramello, cereali e qualche nota di frutta rossa (ciliegia?). Molto positivo anche l'ingresso in bocca: birra morbida e rotonda, dal corpo medio e poco carbonata.  Gusto po' meno pulito del naso: al palato troviamo una buona corrispondenza con l'aroma e quindi pane di segale, caramello e ciliegia sciroppata. La dolcezza del gusto è stemperata da una buona secchezza e da una chiusura leggermente amaricante di mandorla. Lascia un retrogusto abboccato tiepidamente scaldato da una nota etilica e di prugna. Prodotto (semi)industriale ma di buona qualità, con una buona facilità di bevuta ed una discreta intensità, molto bilanciato e privo di difetti. Bevuta che ci lascia soddisfatti. 
Formato: 33 cl., alc. 6,5%, lotto 13:42, scad. 17/02/2014, pagata 4,08 Euro (Vinmonopolet, Norvegia).

venerdì 13 settembre 2013

St. Bernardus Tripel

Può essere considerata la birra della "rinascita", questa Tripel della Sint Bernardus Brouwerij; commercializzata per la prima volta nel 1994, solamente due anni dopo la conclusione del contratto che affidava al birrificio la produzione di tutte le birre della vicina abbazia di St. Sixtus, ovvero le Westvleteren. La Tripel, uno stile che non rientrava tra quelli prodotti per St. Sixtus, arrivò a dimostrare che il birrificio St. Bernardus poteva reggersi con le proprie gambe, e produrre birre di grande qualità.
Non ci sono più tenta gradi fuori, ma non era neppure necessario attendere l’abbassamento delle temperature per veder evaporare la generosa bottiglia da 75 cl. di questa St. Bernardus Tripel.  Di colore oro carico,  velato, forma un cappello di schiuma bianca, fine e cremosa, dalla discreta persistenza. Naso non molto pronunciato ma con una bella pulizia che permette di coglierne tutte le sfaccettature: crosta di pane, banana, pera, frutta candita (pesca, cedro), qualche sentore floreale ed una bella speziatura del lievito, un po' di coriandolo ed una spiccata nota “pizzichina” che solletica le narici. Ottima la sensazione palatale: corpo medio, con un riuscitissimo equilibrio tra vivacità (bollicine) e morbidezza. Dolce in bocca di biscotto,  pane e  frutta sciroppata (pesca ed albicocca) ma ad equilibrare c’è un profilo abbastanza secco che non la rende mai stucchevole, ed un finale leggermente amaro erbaceo. Come preannunciato in apertura, l’alcool è assolutamente non pervenuto, ed è una birra che invita a bere ed a ribere con impressionante frequenza. Pulita, godibile e molto ben fatta, più complessa al naso che al palato, si trova anche in qualche supermercato ad un ottimo prezzo. Se l’avvistate, mettetela subito nel carrello. Per qualche ulteriore informazioni sul birrificio, vi rimandiamo invece a questo nostro post.
Formato 75 cl., alc. 8%, scad. 03/05/2015, pagata 5,90 Euro (supermercato, Italia).

giovedì 12 settembre 2013

Nøgne Ø Citrus Hystrix IPA

Citrus Hystrix e birra, primo (nostro) incontro che avviene con la Hopbloem di Extraomnes, con la combava che veniva elencata nella lista degli ingredienti. I norvegesi della Nøgne Ø dedicano addirittura una birra a questo agrume; la ricetta viene realizzata in collaborazione con il (famoso, dicono) cuoco (masterchef ?) norvegese Trond Moi, titolare del ristorante Bølgen & Moi, che ha succursali in diverse città della Norvegia. Lo scopo era quello di fare una birra versatile, che si potesse abbinare facilmente al menù del ristorante. Nella lista degli ingredienti in etichetta non figura il luppolo, ma immaginiamo che sia ovviamente presente; ci sono invece, oltre a malto, acqua e lievito, avena, segale, cabomba (in inglese Kaffir Lime) e succo di mandarino, in percentuali non dichiarate. Il risultato è una splendida etichetta dove il simbolo della Nøgne Ø è texturizzato dalla buccia del mandarino; una leggera variazione, molto azzeccata, alla consueta identità visiva molto sobria e minimalista del birrificio di Grimstad. Il colore è un po' una sorpresa: ambrato molto carico, quasi marrone, con una piccola schiuma beige. Molto più "rassicurante" l'aroma, molto fresco e pulito, pungente, ovviamente ricco di agrumi: lime, pompelmo, mandarino ma anche, in secondo piano, aghi di pino, pepe, un po' di caramello quando la birra si scalda. Il gusto rispecchia invece maggiormente il colore: la base maltata è molto solida (biscotto e caramello), con l'amaro che non si fa pregare due volte ed entra subito in campo in modo vigoroso. Non solo scorza di pompelmo, ma note resinose e terrose; il risultato è una birra marcatamente amara che tuttavia trova un buon contrappeso nei malti (caramello). Il corpo è medio, con una ottima sensazione palatale, morbida, quasi cremosa, grazie all'avena. Mediamente carbonata,una gradazione alcolica tutto sommato nemmeno particolarmente alta (7,5%) ma con un calore etilico ben presente e che scalda durante tutta la bevuta. Originale interpretazione di una India Pale Ale, pulita e ben fatta, che in fin dei conti risulta meno strana del previsto; non è comunque una birra "facile", amaro ed alcool la rendono molto robusta ed impegnativa. Da sorseggiare, giusto a pasto, piuttosto che da bere serialmente. Non esattamente una birra da tutto pasto, ma che necessita di piatti particolarmente saporiti che riescano a tenerle testa; ci è sembrata una birra da "fine portata", capace di spazzare via qualsiasi residuo di gusto e di preparare il palato nell'attesa della portata successiva. L'abbiamo pagata una cifra allucinante (159 corone ovvero 20 Euro) al ristorante; una botta di vita, una volta nella vita. Formato: 50 cl., alc. 7,5%,  IBU 60, lotto 979, imbott. 05/06/2013, scad. 05/06/2015.

mercoledì 11 settembre 2013

Bürgerbräu Bamberg Weissbier

Facciamo un piccolo break dalle produzioni norvegesi per spostarci in Germania, precisamente a Bamberga; nessuna rauchbier però (lo stile che più ha reso celebra la piccola città tedesca) ma una Hefeweizen prodotta dalla Kaiserdom Privatbrauerei, che ha sede nel sobborgo di Gaustadt. E' il birrificio più grande di Bamberga, con produzione annua di circa 250.000 ettolitri, situato nei vecchi edifici della Burgerbrau, attivo dal 1718 ma completamente rinnovato e rinominato Kaiserdom nel 1986. Dal 1910 è di proprietà della famiglia Woerner. A memoria ricordiamo una discreta Alt-Bamberg Dunkel bevuta proprio a Bamberga qualche anno fa; questa Bamberg Weissbier è invece distribuita in alcuni supermercati italiani, e sebbene le Weizen siano uno stile che la bottiglia non tende particolarmente a valorizzare (provarne una alla spina, magari proprio in Germania, per credere), l'abbiamo messa nel carrello della spesa. Aspetto canonico, colore oro leggermente pallido, velato, e generosa testa di schiuma bianca, compatta, dalla buona persistenza. Aroma abbastanza scarso, banana, cereali, speziatura del lievito appena avvertibile; poca roba. Il panorama non migliora di molto in bocca; leggera ed acquosa, con una carbonazione bassa che uccide in partenza qualsiasi intenzione di riscatto. Scarsino anche il gusto, che si mantiene su binari dolci (banana matura e cereali) con un'acidità molto scarsa che non la rende neppure dissetante quanto potrebbe essere. Finisce scivolando ulteriormente nell'acquosità, lasciando il palato insoddisfatto e privo di qualsiasi retrogusto. Se non altro, costa poco. Formato: 50 cl., alc. 5%, lotto 1 4 16, scad. 09/2014, prezzo 0,79 Euro (supermercato, Italia)




martedì 10 settembre 2013

Nøgne Ø Bitter & Nøgne Ø Brown Ale

Due Nøgne “facili”, di quelle che in Norvegia potrete tranquillamente trovare nei supermercati, dove Nøgne ha una distribuzione molto buona, senza dover necessariamente cercare un punto vendita del monopolio di stato. Una "chiara" ed una "scura", partendo dalla Bitter (4,5%) prodotta con malti Maris Otter e Crystal, luppoli Centennial ed East Kent Golding, lievito English Ale. Nel bicchiere è di colore oro carico, con riflessi quasi ambrati; la schiuma è un po' grossolana, bianca ed è molto persistente. Il naso, pronunciato e molto pulito è inizialmente pepato, poi offre sentori di scorza d'arancio, pompelmo, qualche nota floreale e di cereali. La ricchezza della schiuma è ovvio preludio ad una carbonazione in bocca un po' troppo alta; è leggera, con una decisa componente watery che a tratte ne pregiudica un po' l'intensità. Malto (biscotto) appena percepibile, e gusto tutto giocato sulla componente "zesty", con scorza di lime e pompelmo indiscusse protagoniste. Bel taglio secco finale, ed un retrogusto leggermente amaro e zesty; pulita e molto beverina, lascia un po' l'amaro in bocca (se passate il gioco di parole) per un gusto che non sta al passo con l'intensità dell'aroma. 
Chiudiamo la serata con la "scura", ovvero la Brown Ale, sorella minore della sontuosa Imperial Brown Ale della quale vi racconteremo tra qualche giorno. La ricetta elenca frumento maltato, malti Maris Otter, Chocolate, Brown, Amber e Caramel, lievito English Ale e luppolo Crystal. L'aspetto è meno scuro di quanto la foto sembri indicare: è marrone, opaco, con qualche riflesso ambrato; anche qui la schiuma è molto persistente e cremosa, di color beige. Birra che si lascia "annusare" molto piacevolmente: nocciola, orzo tostato, toffee, ed in secondo piano caffè e cacao in polvere, affumicato e qualche frutto di bosco (ci tocca sempre chiamare in causa il mirtillo). In bocca non ci sono grosse deviazioni  rispetto all'aroma: orzo tostato, caffè ed un po' di cioccolato ma, ci tocca nuovamente ripeterci, un'intensità molto minore rispetto ai profumi. Il palato è un pochino troppo acquoso, in una birra poco carbonata che si beve con grande facilità. Chiude secca e pulita, con un retrogusto lievemente amaro di caffè e tostature.
Due birre quotidiane, che non richiedono nessuno sforzo da parte del bevitore e che svolgono perfettamente il suo compito di dissetare e rinfrescare; soprattutto la Bitter potrebbe essere una buon punto di passaggio dalle lager industriali a quelli artigianali. Ben venga quindi sugli scaffali dei supermercati norvegesi. Pulite e senza evidenti difetti, non sono birre da beer-hunting ma che si bevono piacevolmente. Nel dettaglio:
Nøgne Ø Bitter, alc. 4,5%, 50 cl., 30 IBU, lotto 823-A, imbott. 11/02/2013, scad. 11/01/2014, pagata  6,39 Euro (supermercato, Norvegia).
Nøgne Ø Brown Ale, alc. 4,5%, 50 cl., lotto 942B, imbott. 20/03/2013, scad. 20/03/2014, pagata  6,39 Euro (supermercato, Norvegia). 

lunedì 9 settembre 2013

Haandbryggeriet Pale Ale & Fyr og Flamme IPA

Due assaggi di Haandbryggeriet, il birrificio norvegese del quale abbiamo parlato più approfonditamente in questa occasione e che rappresenta (dati 2012) il secondo maggior produttore “craft” norvegese dopo Nøgne Ø; solamente i litri venduti in bottiglia attraverso i negozi del monopolio di stato sono stati 63.635.   Questi due birrifici godono anche di una (grande) distribuzione abbastanza capillare; in quasi tutti i supermercati norvegesi, persino nei paesi più remoti, è infatti possibile trovare qualche bottiglia sugli scaffali. Il sito norvegese Haandbryggeriet.no  non presenta nessuna informazione o immagine delle birre, su specifica ordinanza del Sosial og Helsedepartementet, ovvero del Dipartimento (Ministero ?) per la Salute e le politiche sociali norvegese, in quanto una qualsiasi informazioni da parte del produttore, anche se “sobria”,  può essere considerata informazione pubblicitaria di alcolici, cosa vietata in Norvegia.  Per avere qualche informazione in più e visitare un sito internet degno di tale nome dovete rivolgervi alla versione inglese haandbryggeriet.net; una limitazione abbastanza assurda, visto che in Norvegia l'inglese è diffusissimo. 
Partiamo in maniera tranquilla, con una Pale Ale (4,5%) di colore arancio velato, con una generosa schiuma bianca molto cremosa e dalla buona persistenza. Il naso ha sentori floreali, di cereali ma soprattutto di agrumi, pompelmo e mandarino. Buona la pulizia ed anche l'intensità, mentre il gusto si muove sugli stessi binari (cereali ed agrumi) sacrificando un po' l'intensità.  Corpo leggero, mediamente carbonata, chiude secca con un finale amaro di scorza d'agrumi, abbastanza corto ma bel pulito. Una discreta American Pale Ale che non entusiasma ma che comunque viene ben accolta sugli scaffali di un supermercato. 
Le cose si fanno invece più serie con la Fyr og Flamme (fuoco e fiamme); sorella minore della Dobbel Dose, che forse abbiamo incontrato in una bottiglia non proprio in forma (si dice così?) la bottiglia di Fyr og Flamme con sei mesi di vita ci ha regalato belle soddisfazioni. Colore sempre arancio ma tendente al ramato, con una percepibile velatura; schiuma molto persistente, ocra. Ci accoglie un bel naso pulito, elegante e fresco, con mandarino, pompelmo, melone retato e mango; un bel biglietto da visita che trova riscontro in bocca. Morbida, appagante, corpo medio e poche bollicine: leggero ingresso di biscotto, e poi sono frutta tropicale dolce e pompelmo amaro a dividersi la scena da quasi buoni fratelli. A dispetto del bellicoso nome (fuoco e fiamme) è invece una IPA molto bilanciata con un bel finale secco ed amaro (scorza d'agrumi); facile da bere, priva di qualsiasi velleità estremistica, finisce molto rapidamente 
Entrambe le birre sono circolate in Italia, a dei prezzi probabilmente migliori di quelli applicati all'origine. Nel dettaglio: 
Haandbryggeriet Pale Ale,  50 cl., alc. 4,5%, lotto 601, imbott. 08/05/2013, scad. 08/05/2014, pagata 5,88 Euro (supermercato, Norvegia).
Haandbryggeriet Fyr og Flamme IPA, 50 cl., alc. 6,5%, lotto 573, imbott. 14/02/2013, scad. 14/08/2014, pagata 8,79 Euro (Vinmonopolet, Norvegia).

domenica 8 settembre 2013

Inderøy Ankerøl

Difficile recuperare qualche informazioni sul birrificio Inderøy Gårdsbryggeri, situato nell'omonima località (Inderøy) un centinaio di chilometri a nord di Trondheim. Il birrificio, che ha effettuato la sua prima cotta a dicembre del 2007, si trova all'interno di un granaio nell'azienda agricola Kvam Østre. Il birraio è Steinar Kvam, homebrewer dal 1993, con una produzione molto versatile che, per quel che riguarda le birre "leggere"  (sotto al 4.7%) include sia stili anglosassoni  (IPA, Bitter, Porter, Stout, Brown Ale) che tedeschi (Weizen, Kölsch, Helles, Dunkelweizen). Fra quelle più alcoliche vi sono invece una Tripel, una Weizenbock ed una American IPA. Poche informazioni disponibili, se non in norvegese, ma impressioni positive sulle pagine del blogger norvegese Knut Albert.  Etichetta rigorosamente in lingua locale, ma per fortuna una piccola scritta "porter" ci fa identificare il contenuto della bottiglia prima di stapparla. Nel bicchiere è di un bel color marrone scuro, schiuma beige, cremosa, compatta e molto persistente. Buona intensità al naso: orzo tostato, caffè liquido, leggero cacao in polvere e qualche sentori di mirtillo. Le buone aspettative sono però un po' deluse in bocca: porter poco rotonda ed un po' scomposta con un corpo leggero ed una carbonazione modesta che sembra un po' viaggiare su un binario parallelo a quello del corpo. Il gusto non è molto intenso, e dopo il bel aroma non ci si aspetterebbe un marcata acquosità con qualche leggera tostatura e nota di caffè.  Finale debolissimo, con acqua al posto dell'atteso amaro tostato; raggiungerebbe la sufficienza per un naso interessante, ma in bocca c'è un po' troppo poco.
Formato: 50 cl., alc. 4.5%, scad. 12/2014.




sabato 7 settembre 2013

Lervig Aktiebryggeri

Secondo il motto di un patriota norvegese, una città per essere definita tale deve avere “una cattedrale, una squadra di calcio in prima divisione ed un birrificio”.  Possiamo dargli torto? Nel 2003 la Carlsberg, proprietaria del marchio nazionale norvegese Ringnes (acquisito nel 1989) decide di chiudere la “Tou Bryggeri” di Stavanger nella quale veniva prodotta birra dal 1855 privandola così della terza "componente" essenziale per essere considerata città. Stavanger era una tranquilla cittadina sulla costa occidentale della Norvegia, circondata da splendidi fiordi;  per secoli la sua economia si è  basata sul commercio delle aringhe, ma a partire dagli anni ’60 viene completamente rivoluzionata dalla scoperta dei giacimenti petroliferi nel mare del Nord che hanno reso la Norvegia uno dei paesi più benestanti al mondo. A Stavanger trovarono sede quasi tutte le industrie petrolifere, tra le quali la Statoil, azienda controllata dallo stato norvegese che, sino alla fusione del 2007 con la Norsk Hydro, era uno dei maggiori venditori di petrolio grezzo al mondo. Ma visitare Stavanger non significa affatto passeggiare attraverso un noioso polo industriale; il piccolo centro cittadino ha conservato ancora intatta la sua identità peschereccia. Un grazioso porticciolo sul quale si affacciano diversi ristoranti, eleganti casette di legno bianco un tempo abitate dai pescatori; tutt'intorno moderni ed ordinati edifici dove lavorano i dipendenti delle aziende petrolifere ed un traffico sostenuto abbastanza inusuale per le città norvegesi. I cittadini di Stavanger iniziarono una piccola protesta boicottando la Ringnes, ed alcuni di loro formarono la nuova Lervig Aktiebryggeri; nel primo periodo le birre vennero prodotte presso gli impianti della Mack Ølbryggeri a Tromsø, 2000 (!!) chilometri più a nord. Le prime produzioni – leggiamo – furono abbastanza imbarazzanti; nel 2005 finalmente il birrificio ha a disposizione impianti propri, ad Hillevåg, poco fuori Stavanger; sino al 2010 la produzione Lervig non desta molto interesse, essendo caratterizzata da lager molto leggere che (sembra) facevano rimpiangere quelle industriali della Ringnes. Il cambiamento arriva nel 2010, quando via Danimarca (ex Ølfabrikken  / GourmetBryggeriet) sbarca a Stavanger Mike Murphy, birraio americano (che i birrofili italiani  - soprattutto romani - ricorderanno per il suo passato al pub/ristorante Starbees), chiamato a risollevare le sorti di un birrificio che non navigava in buone acque. A soli tre mesi dal suo arrivo, nel Luglio 2010 sono già in vendita le prime bottiglie di Lucky Jack, un’American Pale Ale molto profumata e facile da bere; in Norvegia Mike si porta dietro anche un impianto pilota da 800 litri dove produrre birre in esclusiva per il Cardinal Pub & Bar di Stavanger e che, nel 2011, gli permette di inaugurare la  gamma “Brewers Reserve”, con birre sempre più intense che, secondo Ratebeer, sono anche le produzioni migliori Lervig:  un Barley Wine invecchiato in botti di Bourbon, una Russian Imperial Stout all’avena e le prime IPA.  La sua IPA alla segale, prodotta in origine come one-shot in esclusiva proprio per il Cardinal Pub, è entrata a  furor di popolo in produzione stabilmente.  Doppia paternità quindi per Mike:  non solo “padre delle IPA italiane”  (fu la sua Pioneer Pale Ale, nel non così lontano 2001, a sconvolgere il palato degli ancora ignari bevitori romani), ma anche di quelle di Stavanger. Nel 2012 vennero commercializzate le prime birre in lattina, inclusa la Lucky Jack, e la produzione s'avvicinò al milione di litri (a fronte però di un potenziale di quasi tre milioni); ad agosto 2013 la Lervig ha festeggiato il suo decimo compleanno in un anno in cui la produzione è aumentata del 30% e che ha visto, per la prima volta, il birrificio in attivo di cassa anziché in passivo. Nel corso del nostro breve soggiorno a Stavanger ci è capitato di provare diverse birre, grazie anche ad una distribuzione abbastanza capillare sia nei supermercati che nei bar/ristoranti;  il birrificio privilegia il formato 33 cl., e le birre sono reperibili a dei prezzi ai quali tutto sommato i consumatori italiani sono purtroppo abituati: quelle al di sotto della fatidica soglia del 4.7% sono nei supermercati a 3,50-4,00 Euro, mentre per le Brewers Reserve, acquistabili solo nei monopoli statali, ci vogliono circa 6.50 Euro.  
Ecco una breve panoramica di quanto assaggiato, mentre dedicherò poi un post separato alla Brewers Reserve Rye IPA.
Iniziamo da una poco entusiasmente Pilsner (4,7%), dai leggeri profumi erbacei ma soprattutto con un carattere maltato (crosta di pane, miele) che la rende quasi più simile ad una lager. Poco da segnalare in bocca, un po' di malto, un po' di acqua ed una timida chiusura erbacea amaricante; poco gusto, poco carattere in una birra che sicuramente rassicura il palato dei bevitori di birra industriale ma che delude fortemente gli avvezzi alle birre "artigianali". E' disponibile anche in una generosa lattina da mezzo litro.
Di male in peggio ecco la Lervig Sommerøl (4,7%), commercializzata in una bella lattina che abbiamo sicuramente apprezzato più del suo contenuto; se vi aspettate una profumata e beverina birra estiva (Sommer),  magari ricca di scorza d'agrumi, ne resterete delusi. E' invece una lager molto blanda, della quale è difficile cogliere gli aromi bevendo direttamente dalla lattina, ma è il gusto a calare il verdetto definitivo: metallica, acquosa, amaro poco gradevole tra erbaceo e gomma bruciata. Mi consola solo parzialmente l'averla bevuta per dissetarmi dai quasi dieci chilometri percorsi a piedi per raggiungere e tornare dalla vetta del massiccio roccioso chiamato "il pulpito". C'è dunque una profonda differenza tra una parte della produzione Lervig che non si discosta molto da prodotti industriali privi di gusto a quella delle sue altre linee. Per bere qualcosa di decente dovete passare alla linea "americana", almeno secondo i nomi delle birre. 
Dal basso verso l'alto del nostro indice di gradimento ecco la Johnny Low, una low alcool (2.5%) India Pale Ale che ci ha incuriosito e che abbiamo trovato nel reparto refrigerato di un supermercato. La ricetta prevede malti Pilsner e Crystal, luppoli Cascade, Simcoe e Citra. Di colore dorato pallido, quasi limpido, ha uno spiccato aroma di limone e di lime, pulito ma pericolosamente vicino al confine del "detersivo per piatti" al limone. Priva di una qualsiasi base maltata, molto poco carbonata, passa da un imbocco acquoso alla scorza di limone/lime, per un risultato finale poco apprezzabile che la rende vicina alla limonata. Per dissetarsi, meglio comunque questa della Sommerøl. 
Il livello sale con la Lucky Jack  (4,7%), che come detto in precedenza dovrebbe essere la prima ricetta che Mike Murphy ha realizzato alla Lervig.  Pilsner e Crystal i malti, Amarillo, Chinook e Citra i luppoli. Bel colore oro arancio e naso pulito, ammiccante ed elegante con mandarino, arancio e leggeri sentori di pino ed erbacei. Ottime premesse un po' deluse in bocca, dove manca l'intensità dell'aroma. Pane, cereali, arancio e pesca con un finale che vira verso l'erbaceo; leggera, pulita e poco carbonata, non fa gridare al miracolo ma è senz'altro una di quelle birre che vorresti sempre trovare sulla scaffale di un supermercato.  E' anche di disponibile nell'americanissimo six pack, oltre che in lattina.
Chiudiamo questa rassegna della produzione Lervig "< 4,7%" con quella che ci ha più favorevolmente impressionato, ovvero la Hoppy Joe (4,7%), un'American Red Ale dal bel colore ambrato carico con riflessi rossastri.  Malti Pale, Caramel e Chocolate, luppoli Chinook, Simcoe e Nelson Sauvin. Profuma di pompelmo con leggeri sentori di aghi di pino e di toffee. In bocca ha un bell'equilibrio tra caramello, biscotto e pompelmo e sfocia in un finale "zesty" corto ma abbastanza intenso. Colpisce soprattutto per una gran bella secchezza che allontana qualsiasi timore di una "red ale" sciropposa o troppo caramellosa. Al contrario di molte altre birre norvegesi bevute, qui il gusto supera decisamente le aspettative create dall'aroma. Mediamente carbonata e facilissima da bere, l'abbiamo trovata molto gradevole sia in bottiglia che alla spina.



giovedì 5 settembre 2013

Ægir Bryggeri

Piuttosto che tediarvi con una serie di "impressioni" su birre norvegesi che magari non sono reperibili in Italia, ho pensato di fare qualche post "riassuntivo" per birrificio, in modo da presentare in modo rapido alcune delle birre bevute, sperando che queste poche righe potranno esservi utili in un vostro futuro viaggio nella splendida terra norvegese. Parto quindi dalla Ægir Bryggeri, che ha sede a Flåm, un piccolo paese ad una delle estremità del fiordo di Aurland (Aurlandsfjord) che a sua volta è un ramo del fiordo più lungo (ovvero quello che più si spinge dal mare verso l'entroterra) di tutta la Norvegia, il Sognefjord. Meta ideale per una gita di un giorno, a Flåm potrete non solo godere dello splendido panorama circostante, ma anche assaggiare direttamente le birre della Ægir che vi verranno servite in un brewpub/ristorante collegato ad un hotel adiacente dove potrete anche pernottare. Un rifugio utile se perdete l'ultimo traghetto della sera, ad esempio. Il birrificio organizza delle visite guidate agli impianti del brewpub, nel quale vi illustreranno anche le modalità di produzione dell'acquavite; il birrificio vero e proprio, quello della foto in alto, non è normalmente visitabile, e si trova invece ad un chilometro di distanza.
Fondata nel 2011 come distilleria, in pochi anni la Ægir ha già ottenuto grandi consensi tra gli appassionati di birra "artigianale", venendo nominati, nel 2012, il miglior birrificio norvegese secondo quanto il loro sito dichiara. Inutile cercare conferma di questo risultato su Ratebeer, dove continuano a primeggiare le due "major craft" Nøgne Ø ed Haandbryggeriet. Non sono riuscito a trovare nessun riscontro a questo award ma, per chi è interessato ai numeri, mi sono imbattuto in questa interessante pagina del blog di Lars che fa un breve resoconto sul panorama brassicolo norvegese del 2012. Se siete fortunati a capitare durante una giornata estiva di sole, potrete assaggiare le birre Ægir nel patio all'aperto del brewpub, con una vista impagabile (il porto, il fiordo circostante, alcune cascate) tutt'intorno a voi. Il brewpub offre anche una serie di sampler da 10 cl. per consentirvi di assaggiare il maggior numero di birre possibili. Tenete comunque presenti che i prezzi degli alcolici in Norvegia faranno comunque da deterrente a qualsiasi vostra velleità etilica, a meno che non abbiate budget illimitato o stipendio da norvegese; siamo intorno ai 10 Euro per 40 cl. di birra. Purtroppo la nostra visita a Flåm è stata più breve del previsto, a causa della chiusura di un tunnel (15 chilometri) che rende possibile raggiungere il paese arrivando da Bergen; i percorsi alternativi consistevano nell'aggirare il fiordo e raggiungere Flåm dalla sponda opposta (180 chilometri in più!) oppure un panoramico viaggio in traghetto di un'ora e mezza per il quale abbiamo optato. Abbiamo quindi potuto prendere solo una veloce e discreta Pale Ale prima di riprendere il traghetto del ritorno.
Due parole anche sul il nome scelto, Ægir, che sarà forse noto agli appassionati di birra e di mitologia scandinava. Ægir ovvero, Aegir o Ager, gigante, re del mare ed inventore della birra secondo la mitologia nordica. Ecco un link per chi volessere approfondire l'argomento "vichinghi e birra". Tornando alla sostanza, abbiamo provato in bottiglia una discreta India Pale Ale,  dorata con riflessi arancio con una bella schiuma cremosa e persistente. Il naso è  fresco e pulito (pompelmo, pesca, melone ed ananas) ma la birra è un po’ timida in bocca; le premesse dell’aroma vengono un po’ disattese da un gusto che non si discosta molto dall’aroma  ma che non dà quel finale amaro e luppolato che ci attenderemmo da una IPA. Facile da bere (6,5% ABV), poco carbonata e ben secca, finisce un po’ troppo corta con qualche leggera nota di scorza di pompelmo.  Comunque, la Ægir IPA è è risultata essere la venticinquesima birra nella classifica delle vendite 2012 del Vinmonopolet (il monopolio norvegese che vende alcolici) con 13.976 litri bevuti, ovvero 6.988 bottiglie acquistate.
Discorso analogo si potrebbe fare per la Sumbel (il Symbel o Sumbel era un antico rituale nordico caratterizzato dalle grandi bevute di birra e sidro), una Porter dalla gradazione alcolica contenuta  (4,7%) e quindi reperibile anche nei supermercati, che si presenta con un bel color ebano  e schiuma color nocciola, molto cremosa. L’aroma è invitante ed offre orzo tostato, caffè e più sottili sentori di mirtillo e di cenere; ma anche qui al palato c’è meno intensità di quanto il naso ci aveva lasciato intendere; tostature e caffè dominano la scena di una bevuta molto scorrevole che inizia abbastanza bene ma che però tende a scivolare nell’acquoso perdendosi pian piano per strada. La chiusura è molto secca, amara e tostata, con un ritorno di mirtilli.
Due birre discrete, che – ma qui non è tanto colpa del birraio ma delle tasse finlandesi – non trovano però un buon rapporto qualità prezzo: 6.30 Euro (supermercato) per la bottiglia di Porter ed 8,60 Euro (Vinmonopolet) per la IPA, entrambe in formato cinquanta centilitri. In cantina abbiamo invece messo la Natt, una Imperial Porter (10%) per la quale aspettiamo le prime giornate fredde d'inverno.

mercoledì 4 settembre 2013

Nøgne Ø Two Captains Double IPA

I due capitani, ovvero Kjetil Jikiun birraio e fondatore del birrificio norvegese Nøgne Ø (qui lo incontrammo per la prima volta)  e Jan Halvor Fjeld, un homebrewer norvegese che nel 2010 vinse il campionato norvegese nazionale di homebrewing brassando una Double IPA chiamata "Humlehelvete / Pliny goes to Telemark" (il Telemark è una regione della Norvegia); Jan aveva letto un articolo scritto da Vinnie Cilurzo su Zymurgy nel quale veniva riportata una ricetta di una Double IPA; alcuni cambiamenti, ed ecco che Jan si ritrova improvvisamente ad essere l’homebrewer norvegese dell’anno 2010. La sua amicizia con Kjetil Jikiun gli dà l’opportunità di produrre la sua ricetta presso gli impianti della Nøgne. Dopo qualche leggero aggiustamento alla ricetta per adattarla agli ingredienti ed agli impianti del birrificio, vede la luce Two Captains, che nasce come una birra one-shot della quale ne vengono effettuate inizialmente solo tre cotte. Il consenso che riceve è però notevole, ed alcune persone aprono persino una pagina Facebook per chiederne il ritorno. Nello stesso anno (2011), la Two Captain vince la medaglia di bronzo all’Australian International Beer Awards (AIBA). L’amore dei fans e il premio convincono la Nøgne ad inserire questa birra stabilmente nella loro produzione annuale. Ispirata alle Double IPA americane, delle quali ne riproduce quasi perfettamente il tipico colo oro con sfumature arancio; la schiuma, complice anche un bicchiere non proprio adatto, non è molto generosa ma è compatta, fine e cremosa. Bottiglia ancora abbastanza fresca (Aprile 2013), che presenta un naso elegante, forte e pulito: benvenuto di agrumi, con pompelmo e mandarino, mentre in secondo piano si avverte qualche sentore di aghi di pino e, soprattutto, di frutta tropicale dolce (melone retato, ananas). Molto gradevole anche al palato: birra morbida, dal corpo medio-pieno, mediamente carbonata. Malto (biscotto) ed una gentile presenza alcolica formano la spina dorsale di questa Double IPA che ripropone in bocca quanto anticipato dall’aroma: una bella alternanza tra note dolci di frutta tropicale ed amare di pompelmo, con un finale resinoso e leggermente pepato che spinge il piede sul pedale dell’amaro.  L’alcool non pregiudica mai la facilità di bevuta, anche se non stiamo ovviamente parlando di una session beer; chiude secca e nemmeno troppo amara (100 le IBU dichiarate) con un bel mix vegetale e resinoso, caldo e leggermente etilico. Scongiurato il timore di avere tra le mani una delle tante IPA scandinave che trasudano insensatamente luppolo da ogni poro,  questa Two Captains rivela piuttosto un gran bell’equilibrio tra le sue componenti e una pulizia esemplare. Ben fatta, solida e profumata, gran buona bevuta.  Formato: 50 cl., alc. 8.5%, IBU 100, lotto 958, prod. 24/04/2013, scad. 24/04/2015,. Nota dolente: pagata 9,72 Euro (Vinmonopolet, Norvegia).