lunedì 14 settembre 2015

De Dochter van de Korenaar Embrasse

Ritorna il birrificio guidato De Dochter van de Korenaar guidato dall’olandese Ronald Mengerink ma situato in territorio belga, ovvero in quel surreale paese chiamato Baarle-Hertog, un’exclave belga in territorio olandese che a sua volta comprende alcuni mini-exclavi olandesi; si tratta in pratica di un “paesino-puzzle”, composto da diversi tasselli che appartengono al Belgio o all’Olanda. Vi potreste trovare seduti al tavolino all’esterno di un bar in Belgio, mentre il vostro collega del tavolo a fianco dello stesso bar si trova invece in Olanda. Al di là dell’amenità geografica, è ovvio che la scelta di trovarsi in Belgio piuttosto che in Olanda è strategica, per sfruttare la più favorevole legislazione belga nei confronti di un birrificio artigianale e il maggior appeal per l’export derivante dall’essere un produttore belga. 
Il birrificio inizia a farsi conoscere raccogliendo qualche premio nel 2009 in Olanda e poi in Belgio allo Zythos Beer Festival del 2011 quando la versione “peated” e barricata della strong ale Embrasse  risulta tra le quattro birre più gradite. E non è certo il Belgio “classico” quello che Roland Mengerink intende proporre: le sue birre guardano maggiormente nella direzione di birrifici più “moderni” e sperimentali come De Struise ed Alvinne, pur non spingendosi agli estremi spesso toccati da questi due. Così ecco che la  Strong Dark Ale chiamata “Embrasse” (abbraccio) viene da Roland definita un ibrido tra una stout/porter e una “birra d’abbazia/trappista scura”.  Trecentottanta chili di malti utilizzati ogni dieci ettolitri prodotti,  luppolatura di Magnum, Aurora e Saaz.  
Il suo colore ricorda infatti quello della tonaca del frate, impreziosito da riflessi rosso rubino; la schiuma color crema è molto compatta, cremosa e ha ottima persistenza. Il naso non nasconde le sue velleità dolci, con un intensità quasi opulenta di toffee e caramello, uvetta, zucchero candito; la schiuma offre ricordi di ciliegia e frutti di bosco rossi, mentre quando la birra si scalda emergono in sottofondo sentori di gianduia e di croccante, frutta secca e la delicata speziatura del lievito.  Fortunatamente in bocca c’è un maggior equilibrio ed il dolce (caramello, melassa, uvetta) viene bilanciato dall’amaro delle tostature, della frutta secca e da un accenno di cioccolato. Morbida e gradevole al palato, con un corpo tra il medio e il pieno e poche bollicine: la lieve acidità e la buona secchezza finale aiutano a ripulire un po’ il palato prima del retrogusto di frutta sotto spirito e frutta secca. 
Embrasse è una strong ale pulita e ben fatta, intensa e solida senza richiedere grossi sforzi da parte di chi s'avvicina al bicchiere; la sfacciata dolcezza dell'aroma potrebbe un po' preoccupare chi si accosta al bicchiere, ma in bocca la situazione è ben sotto controllo e la bevuta procede regalando un soddisfacente abbraccio.
Formato: 33 cl., alc. 9%, IBU 46, scad. 12/2016, pagata 3.80 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 12 settembre 2015

Giesinger Craftiges Doppel-Alt

Terzo appuntamento con il microbirrificio di Monaco di Baviera Giesinger Bräu, presentatovi in questa occasione; nato nel 2006 nel garage di un condominio del quartiere di Giesing, il birrificio fondato dagli ex-homebrewers Steffen Marx e Tobias Weber si è trasferito da qualche mese in un nuovo edificio in Martin-Luther-Straße dove oltre ai nuovi e più capienti impianti ha trovato posto una vera e propria "stube" con Biergarten annesso dove poter mangiare e bere. Se capitate a Monaco, vale senz'altro la pena fare una piccola deviazione in periferia per bere qualcosa di migliore rispetto alla classica offerta  industriale delle sei sorelle (Augustiner, Hacker Pschorr, Hofbräu, Lowenbräu, Paulaner e Spaten-Franziskaner) che controllano quasi ogni locale.
Dopo due classici della tradizione bavarese, una maibock ed una helles, vediamo come se la cava oggi Giesinger con uno stile che, pur essendo tedesco, non è certamente tipico della loro regione. Si tratta di una Altbier, una birra che potete normalmente bere molto più a nord, a Düsseldorf, ma che troverete con difficoltà altrove. Per chi non la conosce, ricordo brevemente che si tratta di un'alta fermentazione  scura precedente all'invenzione delle Lager; sino a quel momento, a Düsseldorf era semplicemente chiamata "birra" La popolarità delle lager a bassa fermentazione ha reso in seguito necessario darle un nome che potesse distinguerla, ed ecco che a partire dal diciannovesimo secolo la birra di Düsseldorf diventa "Altbier", dove il suffisso "alt" significa "vecchio", in questo caso precedente all'invenzione delle Lager. 
Giesinger ne realizza una versione "pompata" (Doppel), raggiungendo un ABV del 7% e trasformando di fatto l'Altbier in una Doppelsticke; la  ricetta prevede malti Pilsner, Caramel e tostati ed una luppolatura di Hallertauer Tradition.
Si presenta di color tonaca di frate con riflessi ramati ed una finissima testa di schiuma beige chiaro, compatta, cremosa, dall'ottima persistenza. L'aroma è pulito ed ha una buona intensità che regala i profumi della mollica del pane nero, del pane tostato, dei cereali e del caramello, con qualche lieve sentore di prugna. La bevuta inizia con la giusta morbidezza fatta di poche bollicine e un corpo medio, con la tipica scorrevolezza tedesca che viene perfettamente preservata. Al palato c'è una sostanziale corrispondenza con l'aroma: l'inizio è dolce, al pane nero s'affiancano caramello e prugna sciroppata che vengono poi molto ben bilanciati dalle tostature del pane e dell'orzo. L'ottimo livello di pulizia permette di apprezzare il delicato tepore etilico che accompagna ogni sorso, mentre dopo la chiusura amaricante di frutta secca il palato rimane piacevolmente avvolto dalla frutta sotto spirito (uvetta, prugna). Un'altra bella prova di questo microbirrificio di Monaco di Baviera, un pelino meno convincente di quelle (Maibock ed Helles) assaggiate qualche tempo fa ma sempre di livello qualitativo abbastanza elevato. Stona invece un po' il prezzo, decisamente elevato rispetto alla media tedesca.
Formato: 33 cl., alc. 7%, lotto 1, scad. 01/2016, pagata 3.07 Euro (beershop, Germania)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 11 settembre 2015

Mikkeller / Grassroots Wheat is the New Hops IPA

“Il frumento è il nuovo luppolo”, questo il nome scelto per la birra collaborativa realizzata dall’instancabile Mikkeller e dall’americano Shaun Hill, meglio noto come Hill Farmstead, uno dei birrifici attualmente più in voga e ricercati dai beer geeks. Il suo incontro con Mikkeller risale a quasi una decina d'anni fa, quando lavorava come birraio in Danimarca presso la Norrebro Bryghus di Copenhagen e aveva creato la propria beer firm "Grassroots" assieme al collega americano Ryan Witter-Merithew, impegnato alla Fanø Bryghus a realizzare, oltre alle proprie, anche le birre di Mikkeller.
Nel 2010 Shaun Hill è ritornato negli Stati Uniti per dare vita a Hill Farmstead, resuscitando di tanto in tanto il proprio marchio Grassroots per qualche birra collaborativa, e nel 2012 è arrivata anche quella con Mikkeller; il primo lotto viene prodotto proprio nel Vermont, mentre quello successivo (2014) viene invece replicato in Belgio da De Proef, dove il danese produce una buona parte delle sue birre.
Nonostante il nome , non è certamente il frumento l'elemento d'interesse in questa IPA, ma piuttosto la presenza dei tanto modaioli brettanomiceti che affiancano Citra e Centennial. 
Il suo colore è  tra il dorato e l'arancio pallido, quasi limpido; la generosa schiuma che si forma è molto compatta, cremosa e molto persistente. Il tempo trascorso dall'imbottigliamento regala un naso nel quale i brettanomiceti fanno sentire la loro presenza: acido lattico, sudore, legno con qualche reminiscenza -  e giuro che è molto meno sgradevole di quello che può sembrare - di stallatico.  Il tutto viene ingentilito dai sentori di fiori bianchi, cereali ed agrumi. 
Decisamente più "convenzionale" il gusto, nel quale la generosa luppolatura prende rapidamente il comando delle operazioni lasciando in secondo piano le note di pane e di cereali, di miele e di frutta tropicale (ananas): la bevuta è piuttosto amara, con toni vegetali ed erbacei intensi ma non particolarmente eleganti che saturano abbastanza in fretta il palato. L'alcool (6%) accompagna la bevuta con un discreto calore che viene comunque stemperato dalla lievissima acidità (lattica) e dalla buona secchezza finale di questa IPA. La sensazione tattile è invece un po' pesante e rallenta un po' la scorrevolezza di una birra vivacemente carbonata, dal corpo medio e dalla consistenza abbastanza watery. Bene la pulizia, evidente la "brettatura" al naso che non trova però una corrispondenza in bocca dove viene evidentemente sopraffatta dalla generosa luppolatura. Devo dire che queste "Brett-IPA" continuano a non convincermi pienamente, forse per la loro stessa natura contraddittoria: una IPA andrebbe bevuta freschissima, mentre i brettanomiceti hanno bisogno di un po' di tempo per farsi sentire. Berla fresca significa rinunciare al carattere brettato, berla dopo un anno equivale a compromettere la freschezza dei luppoli con il risultato di una birra molto sbilanciata sull'amaro e sul vegetale. Difficile indovinare il momento giusto per berla e ancora più difficile progettare a tavolino una ricetta che mantenga in equilibrio le due "anime" nel corso dei mesi che passano.
Formato: 33 cl., alc. 6%, scad, 13/11/2016, pagata 4.50 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 10 settembre 2015

Toccalmatto/Dugges Sweet Insanity

Si potrebbe dire “novità” Toccalmatto non fosse che le birre collaborative sono ormai all’ordine del giorno per il birrificio guidato da Bruno Carilli. Quella di oggi nasce dall’incontro con gli svedesi della Dugges Ale & Porterbryggeri, che abbiamo già incontrato in un paio di occasioni, qui e qui
Lo scorso febbraio 2015 (ma il lotto in etichetta fa pensare ad una produzione di dicembre 2014) Toccalmatto annuncia che gli svedesi si trovano in Italia la presentazione delle loro birre in alcuni locali italiani e per l’occasione si recano anche a Fidenza per realizzare una birra a quattro mani. Al già vasto portafoglio di Dugges s’aggiunge una nuova collaborazione a quelle già fatte con Stillwater, All In Brewing, Beerbibliotek, Crooked Moon, Kissmeyer, Nogne O, Amager e sicuramente ne avrò dimenticata qualcuna. 
La birra Toccalmatto/Dugges è destinata ad essere pronta per la tarda primavera e la scelta cade su una saison che viene arricchita da una generosa quantità di albicocche e chiamata Sweet Insanity; sulla provenienza delle albicocche ben al di fuori della loro stagione di raccolta, non ho informazioni. Sud America, probabilmente ? 
Nel bicchiere si presenta di color arancio opalescente con una modesta testa di schiuma biancastra, poco persistente.  Al naso c’è pulizia ed  una buona intensità composta per la maggior parte da frutta: oltre all’attesa albicocca avverto sentori di pesca gialla e di uva bianca, floreali, zuccherini e una leggera presenza nota lattica. 
Il percorso in bocca inizia con un buon equilibrio tra le note dolci (miele, pesca gialla, accenno di frutta tropicale) e quelle aspre di uva spina, albicocca acerba, limone; l’intensità di asprezza e acidità va poi aumentando nel corso della bevuta, rendendo questa saison secca  e particolarmente dissetante. Ne risulta una birra piuttosto "sour"  con un finale leggermente amaro e lattico che nel complesso mi ha un po’ ricordato diverse “farmhouse ales”  acide americane che vanno piuttosto di moda in questo periodo: Crooked Stave, Almanac, Prairie o Against the Grain, tanto per citare le prime che mi vengono in mente.  Qui non vi è però la stessa eleganza, ed anche la pulizia (da non confondere con il cosiddetto “carattere rustico”) al palato potrebbe essere migliore: abbonda invece la componente fruttata, l’alcool (7%) è nascosto davvero in maniera impressionante, la funzione “rinfrescante” è svolta in maniera eccellente. Una collaborazione interessante e abbastanza ben riuscita, benché forse non memorabile, che in un certo senso potrebbe costituire un'anteprima di un filone sul quale il birrificio emiliano ha dichiarato di volersi concentrare, destinando il suo vecchio birrificio proprio alle produzioni di "farmhouse ales" e agli affinamenti in botte.
Formato: 75 cl., alc. 7%, lotto 14092, scad, 01/12/2016, pagata 10.00 Euro (birrificio).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 9 settembre 2015

Carlow O'Hara's Irish Stout

Secondo appuntamento con il birrificio irlandese Carlow che ha sede nella omonima cittadina ad un’ottantina di chilometri a sud di Dublino; il riassunto della loro storia lo potete provate qua, quando abbiamo stappato la Irish Pale Ale.  
Fondato nel  1996 da Seamus ed Eamonn O'Hara, ispirati dalla  Craft Beer Revolution Americana, Carlow può considerarsi uno dei precursori della piccola rivoluzione “brassicola” che anche in Irlanda sta facendo nascere nuovi microbirrifici. Curiosamente, o proprio come segno di “rottura” verso la tradizione, il birrificio debutta senza produrre nessuna “stout”: la prima, chiamata Celtic Stout, arriverà solamente nel 1999 e sarà poi rinominata O'Hara's Irish Stout. La ricetta prevede un mix di malti scuri ed una generosa luppolatura di Fuggle. Successivamente Carlow metterà in produzione una stout un po’ più robusta (6%) chiamata Leann Folláin che finirà anche ad invecchiare in qualche barile ex-whisky. 
Impeccabile nella pinta, con il suo color mogano scuro dai riflessi rossastri ed una cremosa schiuma beige dalla buona persistenza. L’aroma, pulito e dalla discreta intensità, mette in evidenza i profumi del caffè in grani, dell’orzo e del pane tostati, con qualche leggera concessione al caramello, ai frutti di bosco e alla cenere.  
È una stout che in fusto viene spillata al carboazoto per aumentarne la cremosità: la versione in bottiglia trova invece un buon compromesso tra scorrevolezza e cremosità, con una carbonazione delicata. Molto bene l’intensità del gusto, se si considera  che si tratta di una session beer (4.3%): caffè e orzo tostato dominano, con qualche leggera nota di caramello a bilanciare. Non è invece impeccabile la chiusura amara, dove le tostature sfociano leggermente nella gomma bruciata guastando un po’ la piacevolezza della bevuta; rimane comunque una discreta session beer, piuttosto caratterizzata dal caffè (e dalla sua acidità) con una buona secchezza e facilità di bevuta. Sicuramente meglio al naso che al palato, si trova anche in diversi supermercati con tutto sommato un buon rapporto qualità prezzo per il suo mezzo litro.
Formato: 50 cl., alc. 4.3%, IBU 40, lotto 5079 14:37, scad. 28/05/2016, pagata 3.22 Euro (supermercato, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 8 settembre 2015

Poperings Hommelbier

Strano destino quello di Poperinge, la “capitale” belga del luppolo; nonostante da questa città provenga di gran lunga la maggior parte del raccolto nazionale, sino allo scorso anno non vi era presente nessun birrificio. Ma a parte la recente apertura del micro De Plukker, all’interno della omonima azienda agricola, vi basterà un breve viaggio in automobile (o in bicicletta, se volete sentirvi autoctoni) per entrare in una regione ad alta densità quantitativa e qualitativa: una quindicina di chilometri a nord  ecco l’abbazia di St. Sixtus e De Struise, una decina ad est  ci sono St. Bernard e Van Eecke.  
La storia di quest'ultimo inizia nel 1624 quando i conti Van Yedeghem costruirono un birrificio all’interno del proprio castello di Watou; nel 1795 i nobili furono costretti all’esilio in Inghilterra a causa dei tumulti della rivoluzione francese che intendeva ghigliottinarli. Un contadino si prese a carico la ricostruzione del birrificio che nel 1820 ritornò operativo con il nome "In de Gouden Leeuw"; la famiglia Van Eecke – sembra a seguito di un matrimonio -  entrò poi in possesso dell’intero castello e birrificio annesso nel 1862. 
La zona di Poperinge e della vicina Ypres/Ieper, prossima al confine franco-belga, fu un sanguinosissimo teatro di battaglia della prima guerra mondiale le cui devastazioni fortunatamente lasciarono il castello ancora in piedi ma distrussero completamente tutte le piantagioni di luppolo, che furono faticosamente ripristinate dai contadini. Fino agli anni 40 del secolo scorso il birrificio ebbe una rilevanza soprattutto locale; nel 1944, probabilmente per competere con le strong ales che venivano prodotte dalla vicina abbazia di St. Sixtus/Westvleteren, Van Eecke lancia la gamma “di birre d’abbazia”  Het Kapittel che vengono spedite in tutto il Belgio e nel nord della Francia. Alla morte di Albert Van Eecke (1962) il birrificio viene ereditato dal cognato Leroy proveniente dalla vicina Boezinge la cui famiglia era proprietaria – da sette generazioni – del birrificio Het Sas  dove, a partire dal 1995, verranno poi imbottigliate tutte la birre della Brouwerij Van Eecke. 
E’ il birraio Karel Leroy, nel 1981, a disegnare la ricetta di quella che diventerà abbastanza rapidamente la birra più rappresentativa (e venduta) della propria produzione.  La giunta di Poperinge gli commissiona una birra per la Poperingse Hoppefeesten, una gioiosa processione  che si tiene ogni tre anni verso la terza settimana di settembre per celebrare la raccolta del luppolo. Nasce così la “Hommelbier”:  “Hommel” è come viene chiamato il luppolo nel dialetto locale, a metà strada tra il ceco “chmel”, il francese “houblon” e il latino “humulus”: un “palcoscenico” di malti chiari appositamente allestito per far splendere i luppoli Brewer's Gold ed Hallertau raccolti nei dintorni di Poperinge.  La Hommelbier occupa oggi quasi la metà della produzione di Van Eecke; ne esiste anche una versione “dry-hopping” e, giustamente, una “fresh harvest” chiamata “Hommelbier Nieuwe Oogst“, prodotta con il luppolo appena raccolto e che ha ovviamente senso bere solamente entro pochissimo tempo dall’imbottigliamento.

In una nazione dove le birre luppolate e “l’amaro” non sono stati mai troppo popolari, la Hommelbier si può considerare uno dei primi esempi di Belgian Ale molto luppolata, anticipando le produzioni di De Ranke e quelle più recenti di De la Senne e di altri nuovi birrifici belgi che hanno progressivamente iniziato ad aumentare il livello d'amaro. 
Fortunato sono stato a trovare una Hommelbier piuttosto fresca, imbottigliata da circa un mese, la cui foto non rende del tutto giustizia al suo colore dorato carico velato, sormontata da una generosa e cremosissima patina di schiuma bianca, molto compatta e molto persistente. Elegantemente austero l'aroma, una semplicità fatta di spezie, sentori floreali, erbacei e qualche reminiscenza d'agrumi; buona l'intensità, impeccabile la pulizia e - ovviamente - la fragranza. La bevuta è carbonata quanto basta per essere vivace ma morbida al tempo stesso, con una consistenza acquosa a facilitare la scorrevolezza del corpo medio. Al palato emergono inizialmente le note del pane, della fetta biscottata e del miele, con una lieve dolcezza fruttata che ricorda l'albicocca matura e la polpa dell'arancia. Il percorso prosegue poi in territorio amaro; è una birra dedicata al luppolo ma non si deve pensare alla prepotenza o alla sfacciataggine di certe luppolatura all'americana o esotiche alle quali siamo ormai abituati. Qui troviamo delicate note erbacee, una suggestione di scorza d'agrumi e una lieve speziatura che ricorda il cumino. Eccellente attenuazione in una birra facilissima da bere pur rinfrescando riesce comunque a regalare un leggerissimo tepore etilico a ricordare che comunque la sua gradazione alcolica (7.5%) non è certamente quella di una session beer.
Gran bella birra, pulitissima e molto ben fatta, molto bilanciata, esaltata da una freschezza assolutamente necessaria per poterne apprezzare in pieno le sue caratteristiche: occhio alla data in etichetta e se la trovate "fresca" non esitate assolutamente nell'acquisto.
Formato: 25 cl., alc. 7.5%, IBU 40, lotto 15/07/2015, scad. 15/07/2017, pagata 1.15 Euro (supermercato, Belgio).

sabato 22 agosto 2015

Pausa Estiva 2015

E finalmente siamo arrivati anche quest'anno al momento della pausa estiva; il blog va in ferie e torna la seconda settimana di settembre. Per chi si sentisse abbandonato, ecco gli inevitabili collegamenti alle pagine "social" che vi terranno compagnia con un po' di #beerporn vacanzieri:

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venerdì 21 agosto 2015

To Øl Sesson

A febbraio 2014 la beerfirm danese  To Øl (la loro storia la trovate qui) annuncia la nascita della loro Session Series: la serie altro non fa che cavalcare la moda attuale della "sessionabilità", diametralmente opposta a quella dell'"imperializzazione" che invece dilagava qualche anno fa. Si parte con tre birre che - a guardarci bene - più che delle innovative "session" non sono altro che birre leggere per definizione: l'APA Sofia King Pale (4.7%), la Hope Love Pils (4.5%) e la Cloud 9 Wit (4.6%).  Insomma, sbandierare come "session" una Pils è un po' come gridare di aver scoperto l'acqua calda.
Le etichette, come spiegano i danesi, sono state volutamente semplificate da Kasper Ledet, il loro grafico di fiducia, per trasmettere anche visivamente la "facilità" di fruizione di queste birre. Ampio spazio ai caratteri Gill Sans ed immagini quasi ridotte al minimo. 
Alle tre "session" iniziali se ne aggiunge più tardi una quarta chiamata "Sesson", una parola che fonde al suo interno "session" e "saison". Anche qui ci sarebbe qualcosa da dire su come sia ridondante specificare "session saison"; sappiamo che le Saison erano le birre che nel diciannovesimo secolo erano prodotte alla fine della stagione fredda e destinate ad essere poi bevute in estate, durante il duro lavoro estivo nei campi, in quanto più sicure e salubri dell'acqua che era spesso portatrice di malattie ed infezioni. In assenza della refrigerazione, per farle "durare" qualche mese più del solito venivano abbondantemente luppolate ed anche il contenuto alcolico era leggermente superiore alla norma; bisogna però considerare che a quel tempo una birra dal contenuto alcolico in percentuale del 4% era già considerata "forte". 
Come inoltre fa notare Phil Markowski nel libro Farmhouse Ales, è probabile che sino alla prima guerra mondiale coesistessero almeno due tipi di "saison". Quelle che venivano bevute di giorno nei campi, per dissetarsi e rinfrescarsi durante il lavoro, con un contenuto alcolico normalmente inferiore al 2.5% e quelle di qualità "superiore" (ovvero più alcoliche) che venivano bevute al termine della giornata lavorativa. 
La Sesson di To Øl vede un dry-hopping di Vic Secret (Australia) ed Amarillo; nessuna novità neppure qui, visto che era pratica diffusa (stiamo sempre parlando del secolo XIX) praticare il dry-hopping dei cask per "ringiovanire" queste birre prodotte qualche mese addietro prima di essere spedite al consumatore. 
Nel bicchiere arriva di colore oro pallido, leggermente velato e con un abbondante cappello di schiuma bianca e pannosa, dall'ottima persistenza. L'aroma vede gli agrumi in primo piano (lime, limone, mandarino e arancia) seguiti da sentori floreali, un accenno dolce di frutta tropicale e rustico di paglia; c'è anche la leggerissima acidità donata dal frumento, per un aroma pulito e ancora discretamente fresco. La "sessionabilità" viene perseguita al palato soprattutto attraverso la leggerezza del corpo e la consistenza acquosa, con un'impeccabile scorrevolezza ed una vivace carbonazione; ne soffre un po' l'intensità dei sapori. Leggero imbocco di crackers e di miele, il dolce della polpa d'arancia e qualche suggestione di canditi per un finale che arriva piuttosto in anticipo, con un amaro pulito e gradevole composto da note erbacee e di scorza d'agrumi. La secchezza è quella giusta, assicurando un ottimo potere dissetante e rinfrescante che - raffreddando il palato - dimentica però di scaldare il cuore. Birra molto pulita e "perfettina", eseguita con precisione chirurgica dal fido De Proef a scapito di quelle imperfezioni "rustiche" spesso responsabili di quelle emozioni che le grandi Saison riescono a dare. 
L'importatore italiano la definisce curiosamente un tributo alla Saison Dupont Cuvéé Dry Hopping; non so se questa informazione sia arrivata direttamente dal produttore, ma andiamoci piano ad avvicinare irrispettosamente il profano al sacro.
Formato: 33 cl., alc. 4.6%, scad. 30/03/2017, pagata 4.00 Euro (beershop, Italia)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 18 agosto 2015

Birrificio Oldo Belgian Shower

La torrida estate 2015 reclama birre leggere e facili da bere, profumate e con una buona secchezza per dissetarci, rinfrescarci, ed alleviarci dai tormenti delle elevate temperature. È con questi requisiti che viene elaborata la ricetta per una Belgian Ale "estiva" elaborata da Marcello "barone birra" Giuliani e Roberto Maioli in collaborazione con il Summertime Pub Birreria di Igea Marina. La birra viene realizzata presso gli impianti del Birrificio Oldo di Cadelbosco di Sopra (RE), con l'aiuto fondamentale del birraio Francesco Racaniello.  Viene scelto un lievito tipo Saison per garantire una buona attenuazione mentre per la luppolatura ci si affida all'ormai onnipresente Mosaic affiancato dal Citra. 
Il risultato  viene chiamato Belgian Shower, con la divertente etichetta estiva che gioca con il nome della birra e fa qualche innocente rimando all''urofilia; la sua presentazione ufficiale avviene lo scorso 18 luglio ovviamente al Summertime Pub. 
Nel bicchiere si presenta di colore arancio, opalescente, e forma un generoso cappello di bianca schiuma pannosa, dall'ottima persistenza.  La bottiglia è molto fresca e forse al naso la generosa luppolatura sovrasta un po' il contributo del lievito belga. Il bouquet olfattivo è intenso, pulito e ruffiano quanto basta: lime, mandarino e arancia con qualche sentore tropicale di ananas e una fugace suggestione estiva che richiama la fragola e persino (?) l'anguria. Rimane molto in secondo piano la speziatura ed il carattere rustico/saison.
La buona complessità dell'aroma non preclude comunque ad una grandissima facilità di bevuta per una birra che rientra nei confini  (4.2%) della sessionabilità. Anzi, per descriverla mi devo sforzare di rallentare il ritmo di sorsata: i malti (crackers) sono leggeri e la generosa (e necessaria) carbonazione rende vivace l'esuberante carattere fruttato che richiama gli agrumi dell'aroma (arancia e mandarino) aggiungendo il dolce della pesca e una lieve acidità a bilanciare. La delicata speziatura rimane in sottofondo e introduce con garbo l'amaro erbaceo e zesty col quale la bevuta prosegue per poi concludersi con la necessaria secchezza. Birra molto pulita e capace di offrire un'ottima intensità nonostante la gradazione alcolica contenuta. Volendo proprio farle le pulci mi è sembrata in alcuni passaggi un po' sfuggente in bocca, ma è comunque una belgian ale estiva (e non) dal livello molto alto. Dopo la Grannie Hoppie dello scorso anno, un'altra produzione estiva molto ben riuscita e "pensata" dall'appassionato birrofilo (ed ex? publican) Macello Giuliani. In Italia ci sono ormai quasi un migliaio tra birrifici e beer/brewfirm, molti dei quali con (purtroppo) tanta, tantissima strada da fare prima di arrivare ad un livello qualitativo accettabile. E' quindi davvero un peccato che questa Belgian Shower rimanga una one-shot dalla distribuzione piuttosto limitata: il suo livello meriterebbe assolutamente palcoscenici ben più ampi.
Formato: 50 cl., alc. 4.2%, lotto 040-15, scad. 31/03/2016, pagata 4,50 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 16 agosto 2015

Stillwater Of Love & Regret

Nuovo appuntamento con Stillwater Artisanal, la beerfirm americana di Baltimora nata nel 2010 e guidata da Brian Strumke che negli ultimi mesi ho ospitato più di una volta
Oggi è il turno della saison "Of Love &  Regret", birra che ha inaugurato nel 2011 la Import Series di Stillwater, ovvero collaborazioni con birrai europei prodotte in origine nel nostro continente e poi replicate anche negli Stati Uniti. Per l'occasione Strumke incontra Jef Goetelen della ‘t Hofbrouwerijke di Beerzel, in Belgio; viene realizzata una saison con l'utilizzo di malti tedeschi, frumento e un piccolo "raccolto" di campo che si compone di camomilla, lavanda, erica e tarassaco. Le stesse "spezie" verranno poi utilizzate da Goetelen per realizzare la sua Flower Sour.
"Love & Regret" diventerà qualche anno più tardi, nella primavera del 2012, anche il nome del pub/ristorante di proprietà Stillwater che si trova a Baltimora; tre le 23 spine a disposizione oltre alle birre della casa anche qualche ospite ma, volutamente, nessuna IPA.
Altro non resta che citare la solita bella etichetta di Lee Verzosa, amico di Strumke nonché graphic designer e tatuatore.
Perfettamente dorata, solo leggermente velata, forma un discreto cappello di schiuma biancastra e cremosa, dalla buona persistenza.
Al naso, dopo un benvenuto leggermente speziato (pepe e coriandolo), c'è una piccola festa floreale di lavanda e camomilla; completano il bouquet sentori erbacei e di erbe officinali, miele e, quando la birra si scalda, frutta candita. Con un ottima sensazione palatale è una saison che riesce ad essere morbida pur mantenendo la vivace carbonazione che lo stile prevede; la bevuta parte piuttosto dolce, di miele millefiori e di biscotto, di arancia ed albicocca candita, con qualche richiamo floreale all'aroma (camomilla, lavanda); a bilanciare c'è una bella acidità ed un delicato amaro finale che richiama sensazioni terrose e di erbe officinali. C'è anche una leggera speziatura (scorza d'arancio, pepe, coriandolo) a completare una birra dall'ottima intensità che mantiene un'ottima scorrevolezza e facilità di bevuta. Nonostante l'impiego di fiori ed erbe il risultato è quasi sin troppo elegante e privo di qualsiasi carattere rustico; una saison "da salotto", buona ma un po' avara nel trasmettere emozioni.
Formato: 35.5 cl., alc. 7.2%, lotto 265:15 08:51, pagata 5.40 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.