Non è la prima "Struise" che ospitiamo su questo blog, ma fino ad ora non avevamo mai approfondito la loro storia. Gli Struise sono quattro appassionati (Urbain Coutteau, Carlo Grootaert, Peter Braem e Phil Driessens) che iniziano la loro avventura come homebrewers: la produzione avviene sotto una tenda nel cortile di un agriturismo dove venivano anche allevati degli struzzi (struise). Ancora senza impianti propri, commercializzano la loro prima birra nel 2001 utilizzando gli impianti della Caulier. Nel 2005 si spostano alla Deca di Woesten Vleteren, approfittando del vuoto produttivo lasciato dalla partenze di De Ranke; la produzione di birre leggere e di facile bevuta viene progressivamente oscurata da quelle di birre molto "importanti" ed alcoliche, spesso invecchiate in botte. Arriva così la notorietà, con il discusso award di Ratebeer del 2008: miglior birrificio al mondo... pur non avendo (ancora) un proprio birrificio! Lacuna colmata ad inizio 2010, quando gli Struise ristrutturano i locali di una scuola ad Oostvleteren, a pochi chilometri dall'abbazia di St. Sixtus/Westvleteren, installandoci finalmente i proprio impianti produttivi con beershop annesso. Birrificio molto amato da americani e beer geeks, si posiziona nel 2013 alla 23esima posizione dei migliori birrifici di Ratebeer, infilando due birre (Pannepot e Black Albert) tra le migliori 50 al mondo. Un risultato di poco conto, se paragonato all'exploit del 2007 dove ne avevano piazzate ben nove tra le prime 100. Ma lasciamo da parte queste divertenti classifiche per ritornare alla Pannepot, della quale abbiamo oggi l'edizione Grand Reserva 2008. La Pannepot base viene invecchiata per 14 mesi in botti di quercia francese e poi è affinata per altri 8 mesi in botti che hanno contenuto Calvados. Un iter che dura quindi quasi due anni; la produzione 2008 è stata di 30 ettolitri. In etichetta è raffigurata la P50 Pannepot, imbarcazione utilizzata dai pescatori del villaggio di De Panne; gli Struise raccontano che la barca raffigurata era appartenuta al nonno di Carlo Grootaert; i pescatori, per riscaldarsi dal freddo e dalle intemperie, erano soliti concedersi una birra scura speziata e molto alcolica (a volte arricchita con zucchero e tuorli d'uva). Non ci sono ovviamente uova in questa versione contemporanea di quella fisherman's ale, che si presenta di color ebano scuro, quasi nero; molto fine e cremosa la schiuma beige che si forma, per restare abbastanza a lungo nel bicchiere. E' una birra molto complessa, che richiede abbastanza impegno (e tempo) per essere identificata in alcune delle sue sfaccettature. Al naso troviamo pane nero, vaniglia, sentori di legno umido, alcool, prugne, uvetta, una leggera speziatura. L'ABV è 10% ma ha un corpo medio, una carbonazione contenuta ed una consistenza oleosa. Complesso anche il gusto, con note di liquirizia, cioccolato, frutta sotto spirito (prugna ed uvetta, mela, banana matura); l'alcool è presente in maniera molto discreta, con note di Calvados che accompagnano ad un finale sorprendente, preceduto da una bella chiusura tannica. Il retrogusto parte con il caffè, e man mano che la birra raggiunge la temperatura ambiente emergono note di Calvados che virano poi verso il vino liquoroso. Birra molto pulita e molto ben bilanciata in tutte le sue diverse componenti, con l'alcool sorprendentemente celato; bevuta molto appagante per una birra molto complessa che quasi ad ogni sorso sembra regalare una piccola sorpresa. Formato: 33 cl., alc. 10%, scad. 16/08/2016, prezzo 6.30 Euro (beershop, Italia).
giovedì 31 gennaio 2013
Loroyse Bière d'Hiver
Si trova ai margini del parco nazionale della Lorena la Brasserie Les Brasseurs de Lorraine, sulle rive della Mosella, a Pont-à-Mousson, esattamente a metà strada tra Metz e Nancy. Si tratta del birrificio indipendente/artigianale più grande della Francia orientale; viene fondato nel 2003 da Régis Bouillon e Jean-François Drouin. Loroyse è la prima birra mai prodotta dal birrificio, ed in inverno viene leggermente modificata (o "rietichettata"?) come Loroyse d'Hiver; sempre tre i tipi di malto usati, (da cui il Triple D'Hiver) ed immutata la gradazione alcolica (ABV 8%). Si presenta di colore arancio, torbido, con una piccola testa di schiuma bianca, fine e cremosa, dalla discreta persistenza. Naso "chiuso", un po' polveroso, ci mette qualche minuto ad aprirsi ma non è un trionfo di pulito, anzi: arancio, miele, sentori di coriandolo, leggero zolfo. Leggermente meglio in bocca, con un gusto dolce di polpa d'arancio e di miele, un po' sciropposo, che ricalca l'aroma con qualche nota di cereali e coriandolo. Anche qui non c'è molta pulizia, e la secchezza non è esemplare; c'è molto curaçao in bocca, con un amaro che bilancia l'attacco ma il retrogusto è di nuovo dolce e fruttato: arancia, cereali, coriandolo, leggera scorza d'agrumi. Aggiungiamo un altro tassello poco convincente alla serie di birre francesi bevute in questi anni: poco profumata e poco pulita, ha il pregio d'avere l'alcool ben nascosto e di essere facile da bere. D'altro canto, non è certo un winter warmer e si porta dietro qualche difettino al naso ed in bocca. Formato: 33 cl., alc. 8%, lotto sconosciuto, scad. 10/2013, prezzo 2.45 Euro.
martedì 29 gennaio 2013
Ridgeway Criminally Bad Elf
Ennesima birra natalizia del birrificio inglese Ridgeway, che ne produce circa una dozzina; per adesso il nostro "bilancio" personale è in pareggio: bene la Lump of Coal, meno bene la Santa's Butt Winter Porter. Questa è invece la volta di un barley wine, chiamato Criminally Bad Elf. Dolicissima sin dal momento in cui viene stappata: melassa, sciroppo d'acero, ciliegia sciroppata, marmellata d'albicocca, caramello, zucchero di canna. Una specie di "bomba zuccherina ad orologeria" che puntualmente esplode in bocca, senza quasi attenuazione: caramello, frutta sotto spirito (uvetta, albicocca, ciliegie) ed una componente etilica abbastanza marcata. . Dal corpo medio e poco carbonata, si spegne un po' nel finale, assottigliandosi e rendendo un po' più sopportabile il dolce ma sacrificando quel retrogusto morbido, caldo ed appagante che ti aspetteresti da un buon barley wine. Ma il problema principale di questa bottiglia è che manca un equilibrio, non c'è praticamente amaro a contrastare un dolce fruttato sciropposo ed alcolico. La consistenza al palato è abbastanza leggera, ma non basta; si fa fatica a finire un bicchiere, figuriamoci la stucchevole bottiglia. E' ambrata/ramata, leggermente velata; piccolo cappello di schiuma, ocra, abbastanza persistente. Formato: 50 cl., alc. 10.5%, scad. 19/10/2013.
lunedì 28 gennaio 2013
Saint-Monon Cuvée Ermesinde
La Brasserie Saint-Monon si trova nella frazione di Ambly (Nassogne), una decina di chilometri ad est di Rochefort; viene fondata nel 1996 dal giovane Pierre Jacob, figlio di agricoltori; il birrificio ha infatti sede in una porzione della casa di campagna dei genitori. Saint Monon era un monaco scozzese arrivato nel settimo secolo a Rochefort per evangelizzare la regione di Nassogne. Questa belgian strong ale chiamata Cuvée Ermesinde venne in origine prodotta per Arel Bières di Arlon; non trovando ora nessun indicazione sull'etichetta, supponiamo che sia entrata stabilmente a far parte delle produzione Saint-Monon. Di colore ambrato, velato, ha una testa di schiuma ocra, cremosa ma non molto persistente. Al naso c'è un bel bouquet che include spezie (soprattutto pepe in evidenza), agrumi, sentori floreali (geranio ?) ed erbacee (salvia, forse timo?). L'ingresso in bocca è di caramello, cui seguono spezie ed agrumi (arancio); il corpo è leggero, la carbonazione media. Il percorso vira poi verso l'amaro, con un finale molto timido erbaceo con una nota che ricorda il curaçao; birra che parte con un aroma convincente, nasconde bene l'alcool (8%) per tutta la bevuta, ma ha un calo improvviso proprio in vista del traguardo, dileguandosi invece che lasciare un bel (persistente) ricordo di sé. Leggero diacetile in bocca. Formato: 75 cl., alc. 8%, lotto non riportato, scad. 19/11/2013, prezzo 3.77 Euro (supermercato, Belgio).
Jester King Farmhouse Black Metal Imperial Stout
Ospitiamo oggi un nuovo birrificio, si tratta degli americani della Jester King Craft Brewery, fondato nell’autunno del 2010 ad Austin, in Texas. E’ giudato dal birraio Jeffrey Stuffings, aiutato dal fratello Michael e da Ron Extract. Un birrificio giovane che è però partito subito a tutta velocità cimentandosi in molti diversi stili: dalle fermentazioni spontanee agli invecchiamenti in botte, dalla Berliner Weisse alle Saison, passando per imperial stout (anche in versione sour) ed alcune collaborazioni con Mikkeller che hanno portato l'attesa risonanza nell’affollato panorama dei Beer Geeks. Non è comunque facile produrre birra in Texas, dove è ancora in vigore una severa ed ormai obsoleta regolamentazione (TABC - Texas Alcohol and Beverage Commission) sulla produzione e sulla somministrazione delle bevande alcoliche, con molti scheletri rimasti dall’epoca del proibizioismo. Ad un birrificio è ad esempio vietato vendere la birra direttamente ai consumatori finali; niente “tasting room” quindi, ma solo degustazioni gratuite abbinate al tour del birrificio. Ad un brewpub è invece concessa la somministrazione di birra a pagamento ai propri clienti, ma non è permessa la distribuzione commerciale al di fuori dei locali. Mentre i più numerosi produttori vinicoli Texani sono riusciti a far modificare la TABC, ed a farsi concedere il permesso di vendere direttamente il proprio prodotto, il numero più esiguo di birrifici non ha ancora trovato i giusti appigli per scardinare la diverse lobbies che al momento mantengono in vigore questa situazione che favorisce ovviamente chi distribuisce la birra nei confronti di chi la produce. Jester King sin dalla nascita ha iniziato la battaglia per modificare la TABC, ed i primi risultati stanno iniziando ad arrivare; nel 2011 un giudice ha obbligato la TABC a modificare alcuni dei suoi articoli, in particolare quello che vietava ai birrifici di comunicare al pubblico in quali negozi si possono trovare le proprie birre. Prima di questa modifica, la classica sezione sul sito internet del birrificio “where to buy” sarebbe stata illegale. Altre modifiche del 2011 hanno riguardato le informazioni da riportare sull’etichetta; in precedenza, potevano essere definite “birra” solamente quelle con un ABV compreso tra 0.5 e 5%; per le gradazioni alcoliche superiori era necessario utilizzare la terminologia “ale” o “malt liquor”. Le conseguenze di questa legge erano che nessuno poteva far pubblicità in Texas includendo la parola “birra” di qualsiasi “birra” che avesse un ABV superiore al 5% ; allo stesso modo non era possibile per i commercianti e distributori Texani mettere in vendita nessuna bottiglia con ABV superiore al 5% la cui etichetta riportasse la parola “birra”. Per molti texani, insomma, l'unico modo di mettere le proprie mani su una bottiglia di craft beer era andare a fare spesa oltre confine. Era senz'altro meno problematico acquistare un fucile. Da luglio 2011 i birrifici texani possono chiamare i loro prodotti con qualsiasi nome (beer, ale, malt beverage) indipendentemente dalla percentuale di alcool, purché questa sia riportata in etichetta.
La produzione di Jester King viene principalmente imbottigliata (75 cl.) ed in quantità minore infustata; l’amore del birraio Jeffrey Stuffings per un certo tipo di musica è evidente dal nome e dalla etichetta di questa farmhouse ale, Farmhouse Black Metal. Si tratta di una imperial stout prodotta con acqua del pozzo del birrificio, malti Pale, Black, Chocolate, Caramalt, Carafa, Dark Crystal e orzo tostato; i luppoli sono Millennium ed East Kent Goldings, il lievito è farmhouse.
Il colore tiene fede al nome: assolutamente nera, splendida, con generoso cappello di schiuma color marrone chiaro: molto cremosa e molto persistente, come mostra la foto in calce al post. Aroma elegante ed opulente: cioccolato amaro, orzo tostato, caffè, sentori di frutti di bosco (mirtilli); più nascosti troviamo un leggero affumicato e qualche sentore terroso, quasi umido. Ottime premesse, che il gusto non disattende: il corpo è medio-pieno, con una carbonazione abbastanza sostenuta per lo stile. C'è corrispondenza con il naso: caffè, cioccolato amaro, tostature, mirtilli; la texture è oleosa, con una leggera acidità a snellire la bevuta ed a ripulire il palato ad ogni sorso. Il finale è un ritorno all'inizio, con un intenso retrogusto amaro, molto persistente, carico di caffè, tostature, cenere e tabacco; l'alcool (9%) è molto ben nascosto per tutta la bevuta, regalando solamente nel retrogusto una piacevolissima nota di bourbon che riscalda ben sposandosi con una nota pepata, quasi piccante. Imperial Stout sontuosa, peccato per la carbonazione un po' troppo alta che la rende meno morbida in bocca di quello che potrebbe essere; molto soddisfacente ed appagante, liquido che arriva in Italia ad un prezzo molto poco economico ma che non fa rimpiangerne l'acquisto. Formato: 75 cl., alc. 9%, lotto e scadenza non riportati, prezzo 18.00 Euro (beershop, Italia).
Il colore tiene fede al nome: assolutamente nera, splendida, con generoso cappello di schiuma color marrone chiaro: molto cremosa e molto persistente, come mostra la foto in calce al post. Aroma elegante ed opulente: cioccolato amaro, orzo tostato, caffè, sentori di frutti di bosco (mirtilli); più nascosti troviamo un leggero affumicato e qualche sentore terroso, quasi umido. Ottime premesse, che il gusto non disattende: il corpo è medio-pieno, con una carbonazione abbastanza sostenuta per lo stile. C'è corrispondenza con il naso: caffè, cioccolato amaro, tostature, mirtilli; la texture è oleosa, con una leggera acidità a snellire la bevuta ed a ripulire il palato ad ogni sorso. Il finale è un ritorno all'inizio, con un intenso retrogusto amaro, molto persistente, carico di caffè, tostature, cenere e tabacco; l'alcool (9%) è molto ben nascosto per tutta la bevuta, regalando solamente nel retrogusto una piacevolissima nota di bourbon che riscalda ben sposandosi con una nota pepata, quasi piccante. Imperial Stout sontuosa, peccato per la carbonazione un po' troppo alta che la rende meno morbida in bocca di quello che potrebbe essere; molto soddisfacente ed appagante, liquido che arriva in Italia ad un prezzo molto poco economico ma che non fa rimpiangerne l'acquisto. Formato: 75 cl., alc. 9%, lotto e scadenza non riportati, prezzo 18.00 Euro (beershop, Italia).
sabato 26 gennaio 2013
Buskers Devochka
Torniamo ad incontrare i Buskers, progetto "itinerante", secondo la loro propria definizione, che abbiamo presentato in questa occasione. Questa volta la collaborazione è con Extraomnes, situato nella provincia (belga) di Marnate (Va); va da sé che una bottiglia uscita dalle porte di Marnate si porti dietro forti legami con la tradizione brassicola belga; ma il nome Devochka è prima di tutto un omaggio allo Stanley Kubrick di Arancia Meccanica. Nel personale linguaggio dei drughi kubrickiani, "devochka" significa "ragazza"; molto bella la surreale etichetta (cane volante a due teste e tentacoli), realizzata da Felideus. Per la ricetta sono stati impiegati malti Pils e Cara, lievito Trappist e, tra i luppoli utilizzati, c'è l'E.K. Goldings per l'amaro ed il Centennial in dry hopping. All'aspetto è di color oro carico, velato; la schiuma, generosa, è leggermente "sporca", cremosa e molto persistente. L'aroma è molto pulito ed elegante: agrumi (arancio e mandarino), pesca bianca, ci sembra anche d'intercettare qualche sentore di frutti di bosco rossi (fragola e lampone?), spezie. La carbonazione abbastanza contenuta ci sorprende un po'; per il resto è una birra dal corpo medio che ha una buona morbidezza in bocca. Il gusto ci sembra più muscoloso e meno raffinato dell'aroma: leggera entrata di biscotto, seguita da un fruttato dolce e sciropposo molto intenso (arancio e pesca gialla), caramello; "a rimorchio" arriva un amaro deciso, erbaceo e pepato, a punzecchiare la bocca venendo un po' in soccorso di una carbonazione bassa. Bella chiusura secca, a ripulire completamente il palato, seguito da un retrogusto che ricalca l'amaro descritto in precedenza. L'alcool (8.8%) è molto ben nascosto, portando un leggero tepore etilico solo a fine corsa. Si tratta di una belgian strong ale molto luppolata ("let there be hop", recita in un angolo l'etichetta) che, giusto per dare un'idea a chi fosse interessato a provarla, si potrebbe vagamente accomunare alla Chouffe Houblon, alla Urthel Hop-It o alla Troubadour Magma. Formato: 33 cl., alc. 8.8%, lotto 168 12, scad. 01/2014, prezzo 4.30 Euro (beershop, Italia).
venerdì 25 gennaio 2013
Youngs Double Chocolate Stout
Wells & Young's nasce nel 2006 dalla fusione di due storici birrifici britannici a conduzione familiare: la Charles Wells Ltd e la Young and Co. La storia del primo inizia nel 1875 quando Charles Wells acquista ad un'asta per 16.700 sterline un birrificio e 32 pubs; Charles lavorava nel commercio via nave da oltre 20 anni, ma l'unico modo che aveva per convincere il padre della fidanzata Josephine ad acconsentire alle nozze era quello di abbandonare i viaggi marittimi e piantare definitivamente i piedi sulla terraferma di Bedford. I suoi eredi assicurano all'azienda il futuro attraverso acquisizioni di piccoli birrifici locali e di numerosi altri pubs; mediante accordi commerciali si assicurano la distribuzione esclusiva nel Regno Unito, a partire dagli anni '90, di alcune lager molto commerciali come la giapponese Kirin Ichiban, la messicana Corona Extra e la spagnola Estrella Damm. Alla fusione con la Young's fa seguito l'acquisizione dalla Scottish & Newcastle dello storico marchio inglese Courage; nel 2011 i discendenti di Charles Wells acquistano anche il restante 40% di Wells & Young's posseduto dalla famiglia Young. Dalla vasta offerta Wells & Young's abbiamo scelto una bottiglia di Youngs Double Chocolate Stout; prodotta con malti Pale Ale, Crystal e Chocolate, una miscela speciale di zuccheri, luppoli Fuggle e Goldings, cioccolato amaro ed essenza di cioccolato. Nella pinta è di colore ebano scurissimo; la schiuma, che ha buona persistenza, è cremosa e di colore beige. Al naso è netto il cioccolato amaro, in secondo piano sentori di mirtilli ed orzo tostato; aroma semplice, discretamente intenso, pulito. Non ci sono grandi cambiamenti di rotta in bocca, con una corrispondenza pressoché completa con l'aroma: tostature, cioccolato amaro, leggere note di caffè. Il gusto non è pulitissimo, spunta qualche nota metallica, ma l'intensità è superiore di quella dell'aroma, per un compromesso molto riuscito tra intensità e scorrevolezza. Non è infatti una stout cremosa, ma ha un corpo leggero ed una consistenza watery, abbinata ad una carbonazione molto contenuta. Considerando che si tratta di una birra pastorizzata, filtrata e non rifermentata, il risultato è alla fine piuttosto positivo. Formato: 50 cl., alc. 5.2%, lotto 2122 15:14, scad. 01/05/2013, prezzo 1.98 Euro.
giovedì 24 gennaio 2013
Panil Brune
Secondo assaggio del birrificio Panil/Torrechiara, incontrato per la prima volta in questa occasione; lo ricordiamo brevemente, Panil (guidato fino al 2012 da Renzo Losi) fu tra i primi birrifici in Italia a sperimentare con fermentazioni spontanee ed invecchiamenti in legno; a Maggio dell'anno scorso Losi ha deciso di lasciare l'azienda di famiglia ed in sala cottura è arrivato "l'ex-astemio" ed homebrewer dal 2005 Andrea Lui. Rimandiamo ancora un po' l'apertura delle birre passate in legno e di quelle acide per assaggiare la Brune; la ricetta fu creata da Renzo Losi in collaborazione con l'amico ed homebrewer Marco Bellini. E' liberamente ispirata alle birre trappiste, e pensata come "birra da meditazione" (sic); la bottiglia in nostro possesso è stata riempita a Febbraio del 2012, ed è stata quindi realizzata ancora da Renzo Losi. Sontuoso l'aspetto: ambrato molto carico, quasi tonaca di frate; schiuma molto persistente, fine e cremosa, color ocra. Il naso è molto chiuso e debole, quasi assente; emergono a fatica sentori aspri di prugna acerba, frutta secca, lievito, polvere. Le cose migliorano lievemente in bocca, dove questa Brune mostra un corpo da medio a leggero, una consistenza quasi watery ed una carbonazione media. Il gusto è abbastanza aspro ed astringente (leggero lattico); c'è frutta acerba (uva e prugna), speziatura da levito, ma soprattutto c'è poca pulizia. Nel finale c'è un taglio netto, acidulo e secco, che ripulisce completamente il palato lasciando qualche istante di "vuoto": segue un lieve retrogusto amaricante, con leggere note di tostatura e frutta secca. Il gusto migliora un po' lasciando la birra riposare nel bicchiere; l'astringenza si attenua e la bevuta diviene un po' più morbida; per curiosità l'abbiamo bevuta metà, richiusa la bottiglia e riassaggiata dopo 24 ore. La birra ha ovviamente perso un po' di "bollicine" ma ha tenuto abbastanza bene, smussando un po' le note fruttate ed aspre. Rimane una bottiglia abbastanza difficile da decifrare a causa di una scarsa pulizia; tuttavia il risultato, nel suo complesso, risulta gradevole. Formato: 75 cl., alc. 7.5%, lotto 2/12, scad. 2/14, prezzo 6.00 Euro.
mercoledì 23 gennaio 2013
Zischke Kellerbier Original
Prendiamo una piccola pausa "defaticante" dalle birra natalizie e dagli impegnativi winter warmer che vanno un po' a monopolizzare i mesi più freddi dell'anno. Andiamo allora virtualmente in Germania, la nazione del "bere semplice" per eccellenza. A Coblenza (Koblenz), nel centro storico, viene fondata nel 1689 la Koblenzer Brauerei; per quasi centocinquanta anni la vita scorre tranquilla ed immutabile sulle rive del fiume Reno ma poi si susseguono diversi cambiamenti di proprietà. Agli inizi del 1800, terminata l'occupazione francese, il birrificio viene acquistato nel 1814 da Joahnn Stahl che poi lo cede nel 1885 a Josef Thillmann; è lui a cambiare nome (Bierbrauerei Josef Thilmann) ed a spostare il luogo di produzione dal centro città a qualche chilometro più a sud, sulla riva del Reno, in una posizione strategicamente perfetta in quanto servita sia dal trasporto fluviale che da quello ferroviario retrostante. Nel 1900 altro cambio di nome (Königsbacher Brauerei) seguito da moltissime acquisizioni ed incorporazioni di altri birrifici. Nel 1992 viene acquistata dalla Karlsberg di Homburg (da non confondersi con la Carlsberg) che nel 2010 cede i marchi Königsbacher e Nette Edel-Pils al gruppo Bitburger, anche se la produzione di queste birre rimane a Coblenza. Nel gennaio 2012, due avvocati di Coblenza (Isabell Schulte-Wissermann ed Egon Heckmann) rilevano la proprietà ripristinando il nome originale di Koblenzer Brauerei, per continuando a produrre i due marchi sopra citati per la Bitburger. Zischke è invece il marchio "di casa", che include una scura (la Dunkel) ed una chiara, questa Kellerbier Original. In rete abbiamo letto dei giudizi abbastanza impietosi, ma noi tutto sommato ci è sembrata una birra abbastanza godibile, che forse ha beneficiato del cambio di proprietà e dell'allontanamento dal colosso Birburger. Classico color dorato pallido, opaco, con una bella testa di schiuma bianchissima e compatta, pannosa. Il naso offre sentori di camomilla, cereali, leggero agrume e qualche nota di burro; non è un'aroma freschissimo ma sostanzialmente accettabile ed abbastanza intenso. Un po' meno bene in bocca, dove intensità e pulizia calano. Troviamo, in sequenza, crosta di pane, un leggero aggrumato ed una chiusura amaricante erbacea; anche qui un leggero diacetile che va a penalizzare il finale, dove la chiusura non è molto secca. Segue un retrogusto di cereali, scorza di limone ed erbaceo. Birra ovviamene facilissima da bere, un discreto prodotto che tuttavia manca un po' di quella fragranza e di quella freschezza che vorremmo sempre trovare in questa categoria stilistica. Formato: 50 cl., alc. 4.8%, lotto 10:17, scad. 29/04/2013, prezzo 1.15 Euro.
lunedì 21 gennaio 2013
Cajun Saison
Il nostro primo incontro con il birrificio Cajun di Marradi (Firenze) non fu molto fortunato; è situato nel cuore dell'Appennino Tosco-Emiliano, nel paese famoso per il tipico "marrone" (marrone del Mugello IGP). Viene fondato nel 2008 da Walter Franchi e Gianfranco Amadori. Non abbiamo ancora avuto l'occasione di assaggiare la loro birra (forse) più rappresentativa, chiamata Lom, prodotta proprio con il Marrone Buono di Marradi; tra le mani abbiamo invece una bottiglia di Saison, una produzione stagionale destinata ai mesi estivi. La ricetta Cajun dichiara in etichetta l'utilizzo di coriandolo; si presenta nel bicchiere di colore arancio opalescente; all'apertura della bottiglia la schiuma esce copiosa, ma riusciamo ad evitare danni; è bianca, un po' grossolana, mediamente persistente. Al naso sentori di scorza d'arancio, una speziatura molto pronunciata (soprattutto pepe) con coriandolo in secondo piano; c'è anche una lieve infezione lattica che si fa più presente nell'aroma man mano che la birra si scalda. In bocca arriva leggera, molto carbonata, con un una consistenza molto snella/watery; purtroppo non brilla di pulito, e l'infezione lattica è molto più presente che al naso; ritroviamo agrumi (arancio), coriandolo, con una chiusura amara di scorza d'arancio e leggermente erbacea. Anche in questa seconda esperienza "Cajun" ci tocca purtroppo raccontare di una birra non a posto; saremmo stati sfortunati, ma con due bottiglie su due molto poco convincenti riteniamo conclusa la nostra esperienza con un birrificio che ci sembra abbia molto lavoro da fare per garantire la costanza qualitativa dei propri prodotti. Formato: 75 cl., alc. 5.2%, IBU 33, lotto 01-11, scad. 06/2013, prezzo 6.00 Euro.
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