lunedì 19 novembre 2018

Bavaria 8.6 IPL

Ha di recente cambiato nome in Swinkels Family Brewers, ma è a tutti meglio nota come Bavaria: secondo maggior produttore olandese di birra dietro al colosso Heineken nonché una delle più grandi malterie europee. Un fatturato di circa 700 milioni di euro, due terzi dei quali provenienti dall’export in Europa (Belgio, Francia e Italia soprattutto) e in Etiopia. 
La famiglia Swinkels controlla Bavaria da sette generazioni: le prime evidenze documentate risalgono al 1680 quando Dirk Vereijken possedeva un birrificio a Lieshout, poi passato nelle mani delle sue tre figlie. L’ultima, Brigitta Moorrees, sposò nel 1764 Ambrosius Swinkels e assieme ottennero il controllo di un birrificio che da allora è nelle mani della stessa famiglia. Il nome Bavaria venne utilizzato a partire dal 1923 quando il birrificio si specializzò nella produzione di quelle lager a bassa fermentazione che dominavano il mercato: all’inizio della seconda guerra mondiale la produzione annua toccò i 40.000 ettolitri distribuiti in quasi ogni regione dei Paesi Bassi. E’ solamente all’inizio degli anni ’70 che Bavaria iniziò a guardare al di fuori dei confini nazionali: Europa ma anche paesi islamici, grazie all’introduzione della prima birra analcolica. Negli anni 80 la produzione aveva già raggiunto il milione di ettolitri: il 2017 si è chiuso a quota 7.500.000 grazie a tre siti produttivi nei Paesi Bassi, due in Belgio e uno in Etiopia. 
Oggi gli Swinkels operano attraverso una serie di marchi: oltre a Bavaria abbiamo Cornet, Swinckels', 8.6 Original, Habesha, Arthur's Legacy, Estaminet, Claro, Bock, Hollandia, Kroon e Landerbräu, ma non solo. Nel 1998 fu stipulato un accordo con i monaci trappisti di Koningshoeven per la produzione e la distribuzione del marchio La Trappe; venendo a mancare uno dei requisiti fondamentali per il riconoscimento di “birra trappista” (la produzione, o almeno il suo controllo, da parte di monaci trappisti), la International Trappist Association ordinò dalle etichetta la rimozione del logo “Authentic Trappist Product“. I monaci ottennero il diritto a riutilizzarlo solo nel settembre 2005 dopo aver dimostrato di aver ripreso il controllo del processo produttivo all’interno del monastero. Nel 2015 gli Swinkels hanno acquistato il 35% del birrificio olandese De Molen per una partnership focalizzata sulla distribuzione nel BeNeLux: “per un piccolo birrificio non è facile vendere la birra nei Paesi Bassi  – ha tagliato corto Olivier Menno, che detiene ancora la maggioranza assieme a  John Brus – e se non hai una rete distributiva puoi creartene una, ma è costoso”. Arriviamo così al 2016 quando Bavaria ha acquistato il 60% del birrificio belga Palm (e quindi anche Robenbach, Steenbrugge e Brugge Tripel); è qui dove viene prodotto oggi il marchio Urthel, acquisito nel 2012 assieme al microbirrificio De Leyerth di Hildegard Overmeire.

La birra.
Il marchio 8.6, nato con la prima Strong Lager dalla corrispondente gradazione alcolica in percentuale, è andato via via espandendosi con la 8.6 Black (7.9%), la 8.6 Gold (6.5%), la 8.6 Extreme (10.5%) e la 8.6 Red (7.9%). Lo scorso marzo alcuni mercati europei hanno visto il lancio della 8.6 IPL – India Pale Lager (7.0%) la cui pubblicità redazionale recita:  "profumatissima  e fresca, l’ultima  novità del Gruppo Bavaria risponde alle richieste di un consumatore sempre più consapevole, attento e desideroso di sperimentare nuovi stili di birra. Ispirandosi alla IPA – India Pale Ale, di cui mantiene il carattere luppolato intenso e la naturale ricchezza aromatica, 8.6 IPL è caratterizzata dalla bassa fermentazione tipica delle lager, che la rende meno amara e più facile da bere (sic!). Grazie alla tecnica di fermentazione tipica delle lager infatti, 8.6 IPL risulta non solo più rinfrescante e amabile, ma anche priva del difficile retrogusto tipico della IPA. Prodotta con malto  di  frumento e  malto  d’orzo,  8.6  IPL ha  un  piacevole retrogusto agrumato e fruttato  grazie ai luppoli Citra e Calypso, che esaltano il suo carattere esclusivo e unico.” 
Ma quello a cui non ho colpevolmente fatto caso è la  texture polisensoriale della lattina “che esalta il vero protagonista di questa birra: il luppolo. Stampato con inchiostro termico sulla parte frontale della lattina, il fiore di luppolo cambia colore e diventa verde quando si raggiunge la perfetta temperatura di servizio (7°)”. 
Dorata e limpida, forma nel bicchiere un impeccabile cappello di candida schiuma  compatta e cremosa. L’aroma non è particolarmente intenso ma, benché privo di fragranza, risulta pulito: pane, crackers, qualche traccia di agrumi, soprattutto arancia. Un biglietto da visita poco entusiasmante che rimane tuttavia la parte migliore di questa 8.6 IPL.  La bevuta scende ulteriormente d’intensità e si risolve in una mediocre lager industriale dolciastra e lievemente burrosa nella quale c’è qualche traccia di marmellata d’agrumi. Le manca secchezza ma quello che non si fa mancare è il classico "colpo d’alcool” tipico della gamma “strong” 8.6: chi le ha provate saprà a cosa mi riferisco; il percorso termina debolmente con un amaro erbaceo abbastanza corto, subito incalzato da un retrogusto dolciastro che vuole tenere a distanza quel “difficile retrogusto tipico della IPA”.   Aroma complessivamente accettabile, gusto poco intenso e poco piacevole: per gli stessi soldi meglio virare sulla  IPA della Faxe. Mi spiace, ma per quel che mi riguarda la 8.6 IPL può restarsene tranquillamente dov’è, sullo scaffale del supermercato.  
Formato 50 cl., alc. 7.0%, lotto CBLG 50153 R, scad. 01/02/2019, prezzo indicativo 1,59 euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

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