giovedì 14 gennaio 2016

Maui Brewing CoCoNut PorTeR

L’arcipelago della isole Hawaii annovera attualmente una dozzina di produttori di birra, equamente divisi tra brew-pub e microbirrifici. Uno di questi (Kona Brewing) lo abbiamo già incontrato qualche tempo fa, dal 2012 parte della Craft Brew Alliance, nono maggior produttore statunitense (dati del 2012) e posseduta per il 32% dalla AB-InBev. Le birre di Kona non sono prodotte soltanto alla Hawaii ma anche, per ridurre i costi, presso gli altri birrifici membri della Craft Brew Alliance. 
Assolutamente locale è invece la Maui Brewing Co., fondata nel 2005 da Garret Marreo, nato a San Diego, uno dei paradisi della “craft beer revolution”. E’ una vacanza del 2001 sull’isola di Maui a farlo innamorare dell’arcipelago hawaiano: giura che vi farà ritorno, magari in un lontano futuro per godersi la pensione, ma dopo solo due anni  il poco più che trentenne Garret molla il suo lavoro di consulente finanziario e vi si trasferisce con la moglie Melanie. L’essere cresciuto a San Diego ha ovviamente un’importanza fondamentale in quello che decide di fare: viene “educato” alla craft  dal patrigno, che gli trasmette la passione per il beer-hunting “di qualità”; la sua unica esperienza con l’homebrewing (un kit preconfezionato che esplode durante la fermentazione allagando tutta la cucina) è invece tutt’altro che memorabile. A San Diego, Garret è un abituale cliente dei brewpub di Pizza Port ed è quasi naturale che la sua idea di fare impresa alle Hawaii coincida con quella di aprire un microbirrificio in uno stato dove a quel tempo c’erano solo Kona sull’isola di Oahu (Honolulu) e il piccolo brewpub Kauai sull’omonima isola.
Dopo sei mesi passati a redigere il proprio business plan per ottenere i finanziamenti necessari ipotecando la propria casa, nel 2005 rileva a Lahaina (isola di Maui), il brewpub  Fish & Game Brewing Company & Rostisserie trasformandolo nella Maui Brewing Company. Qui lavora dal 1997 il birraio Thomas Kerns che rimane in sala cottura: nell’anno del debutto arrivano già due medaglie al Great American Beer Festival, una costante che si ripeterà anche negli anni successivi con Bikini Blonde Lager, Big Swell IPA e Coconut Porter. Thomas rimane alla Maui sino al 2008, quando si trasferisce ad Honolulu per aprire il proprio brewpub Big Island Brewhaus; l’attuale headbrewer a Maui è Darren Moser
La produzione cresce costantemente ed il successo non tarda ad arrivare: dai 400 barili/anno degli inizi del brewpub si arriva nel 2011 a 18.000, realizzati grazie all’inaugurazione nel 2007 di un nuovo birrificio a Kihei, che ha visto di recente il completamento di una fase di espansione per portare il potenziale produttivo annuo a circa 40.000 barili, ossia raddoppiandolo. Con attualmente 72 dipendenti, Maui esporta il 20% circa della produzione in 15 stati americani e in 13 paesi stranieri; dall’agosto 2014  le Maui sono le birre ufficiali delle Hawaiian Airlines. Le Hawaii non hanno nessun produttore di bottiglie di vetro, che devono essere necessariamente importate: anche per questo motivo Garret Marreo ha da subito scelto l’opzione lattina per la distribuzione delle proprie birre, ispirato dall’amico Dale Katechis del birrificio Oskar Blues (Colorado), utilizzando un produttore locale di Ohau. Lo scorso anno il birrificio ha anche raggiunto un accordo commerciale con la Stone Brewing Co. per quel che riguarda la distribuzione di birre californiane sulle isole hawaiane. Al tempo stesso, Stone è da tempo il distributore ufficiale di Maui nella California del Sud. 
Tra le ormai cento birre prodotte in vent’anni da Maui una delle più famose è senz’altro la Coconut Porter: non sono riuscito a scoprire chi abbia avuto per primo l’idea di produrre una birra con il cocco, ma indubbiamente lattina di Maui è uno degli esempi più noti. L’idea è del birraio Thomas Kerns, che inizia a sperimentare nel 2002 alcune ricette casalinghe con il cocco tostato per poi realizzare la versione definitiva al brewpub che, dal 2006 ad oggi, ottiene ogni anno diverse medaglie ai concorsi: per la ricetta vengono anche utilizzate sei diverse varietà di malti. 
All’aspetto è piuttosto scura, molto vicina al nero e sormontata da un generoso e cremoso cappello di schiuma beige, compatta e dall’ottima persistenza. L’aroma si rivela essere piuttosto semplice, rimediando con un’ottima pulizia ad un’intensità solo discreta: caffè e orzo tostato dominano la scena affiancati da note terrose e, molto più leggere, di mirtillo, cioccolato e cocco tostato. Il gusto, pur mantenendo le cose semplici, inverte il rapporto intensità-pulizia: meglio la prima, in questo caso. Gli elementi in gioco sono gli stessi (amaro di caffè e tostature, dolce caramello leggermente bruciato, lieve cioccolato e frutti di bosco scuri) a costituire una bevuta che parte con un amaro tostato deciso e via via stemperato dall’acidità dei malti scuri; finisce quasi delicata, e tra il caffè finalmente s’avverte qualche nota di cocco tostato. 
CoCoNut Porter che alla fine risulta essere meno “esotica” del previsto, ma sicuramente la distanza del luogo di produzione e la data d’imbottigliamento (giugno 2015) non giocano a favore della “caccia al cocco”; la sua presenza è davvero sottile, alla fine si trova o forse è solo la “suggestione” del sapere che “ci deve essere”. Mi piacerebbe provarla più fresca, ma anche in queste condizioni rimane una buona porter, senza acuti e senza difetti, con una facilità di bevuta quasi da “session beer” nonostante la gradazione alcolica dichiarata. Certo, berla fresca e (soprattutto) nel luogo di produzione avrebbe sicuramente un effetto molto diverso.
Formato: 35.5 cl., alc. 6%, IBU 30, imbott. 19/06/2015, scad. (importatore) 06/2016, 4.00 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 13 gennaio 2016

Buxton Ace Edge

Ci sono delle birre che fanno la fortuna di un birrificio e, nel caso degli inglesi di Buxton, questa è la Axe Edge. La birra è uno dei primi cambiamenti messi in atto a Buxton da James Kemp, birraio neozelandese proveniente da Thornbridge dove ha tra l’altro elaborato la ricetta della Black IPA Wild Raven: il mix originale di luppoli Cascade, Hallertau, Chinook e Golding viene sostituito da Nelson Sauvin, Citra ed Amarillo.  Kemp, annunciato proprio in questi giorni come nuovo birraio alla Marble di Manchester, giunse alla Buxton nel 2010 per poi essere sostituito nella primavera del 2013 da Colin Stronge: curiosamente, Stronge aveva lavorato in precedenza per nove anni proprio alla Marble. 
L’Axe Edge di Buxton prende il suo nome dall'omonimo altopiano a sud-ovest della località di Buxton; nel 2011, quando la “craft beer revoultion” inglese sta iniziando a diffondersi con più decisione,  viene definita come una “Double IPA” con un ABV di 6.8%: la percentuale di alcool è rimasta invariata ma attualmente sulla nuova etichetta compare solo la scritta India Pale Ale. Anche perché nel frattempo il birrificio del Peak District ha alzato di parecchio l’ABV delle sue “imperiali” con la Wyoming Sheep Ranch (8.4%) e soprattutto con la Two Ton (11%); nella stessa categoria (10%) si colloca la versione  celebrativa  e potenziata  (“on steroids”)  proprio della Axe Edge, chiamata Double Axe che viene prodotta una volta l’anno. 
Ma le celebrazioni della flagship beer Axe Edge non sono finite.  Nel 2014 Buxton annuncia l’arrivo di una nuova versione della birra chiamata Ace Edge: come il nome può far intuire, protagonista di questa variazione è il luppolo giapponese Sorachi Ace. Quello che onestamente non sono riuscito a capire è se sia stato utilizzato solamente questo luppolo o se, sia stato semplicemente aggiunto al mix;  l’unica certezza è che l’ispirazione per questa “variante” non è la nostra Zona Cesarini ma la birra Neapolitan che viene prodotta dal birrificio del Kent inglese Alpha State, una Dunkelweizen realizzata con Sorachi Ace.  A fine ottobre 2015 Buxton imbottiglia un nuovo lotto di Ace Edge, finalmente disponibile anche in Italia; in Inghilterra la birra è stata anche occasionalmente servita attraverso un Randall di Sorachi Ace e cocco. 
Il suo bel colore velato si colloca tra l’arancio ed il dorato, con un compatto e cremoso cappello di schiuma bianca che ha un’ottima persistenza.  Il naso ancora fresco e molto pulito, dispensa eleganti ed invitanti profumi di frutta appena tagliata: mango, ananas, pompelmo e arancio, melone retato, lychee e lampone, bubble-gum (Big Babol); in sottofondo qualche accenno di resina. Un aroma che – a memoria – non mi sembra molto differente da quello della sorella Axe Edge; per quanto mi sforzi, non riesco a trovare nessuna presenza di “cocco”, uno dei tratti caratteristici del Sorachi. Benissimo l’aroma e sullo stesso livello si mantiene il gusto, benché meno ruffiano: qui la componente “succosa e fruttata” è forse meno dominante rispetto alla Axe Edge, ma la bevuta risulta ugualmente gradevole. Si parte con un imbocco di leggero biscotto e miele per poi passare al dolce del tropicale, subito incalzato da un amaro vegetale, resinoso e “pepato”, quasi scevro della componente “zesty”. Il finale è in crescendo, incalzato da un delicato tepore etilico che sfocia in un retrogusto amaro piuttosto lungo ed intenso, elegante, sempre molto pulito. Ottima la sensazione palatale, o “mouthfeel” che dir si voglia; corpo medio, la giusta quantità di bollicine, presenza morbida che non ne rallenta affatto la scorrevolezza.  Una gran bella IPA profumata e molto ben fatta, ancora piuttosto fresca e quindi decidetevi in fretta se avete voglia di provarla, il trascorrere del tempo non le è affatto amico.
Formato: 33 cl., alc. 6.8%, lotto 27/10/2015, scad. 27/07/2016.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 12 gennaio 2016

50 & 50 Craft Brewery: Italiano Medio & Mr. Crocodile

Il primo debutto italiano del 2016 sul blog è del giovane birrificio varesino “50&50 Craft Brewery”, le cui due ”metà” sono Alberto Cataldo ed Elia Pina, un altro caso di passaggio dalla passione dell’homebrewing al mondo dei professionisti. Il birrificio è pronto a partire già nel 2013 ma, da quanto leggo, la burocrazia ne ha fatto slittare il debutto a maggio del 2014. L’impianto è attualmente composto da un Braumaster da 8 hl. a fiamma manuale,  fermentatore tronco-conico da 1400 litri e due maturatori isobarici PED da 1200 litri. 
Le birre propose sono inizialmente quattro, equamente divise tra  bassa e alta fermentazione: Man Bassa e Be-Bhop, una lager  ed una bock (molto) luppolate, Italiano Medio (golden ale) e Confessionale (American Pale Ale). Arrivano poi abbastanza velocemente anche un’American IPA (Django), la Tripel “Effimera” e, ultima arrivata, una Session IPA chiamata Mr. Crocodile. 
Due le birre che “bagnano” il debutto sul blog; iniziamo dalla Golden Ale chiamata “Italiano Medio” accompagnata dalla divertente etichetta abbozzata da Elia Pina e realizzata poi dallo studio tattoo Macaroni Crew di Induno Olona. Malti Pils, Pale e Carahell, luppoli Ahtanum e Cascade è quanto dichiarato in etichetta, assieme alla scritta “chi semina raccoglie, ma chi raccoglie si china, e a quel punto è un attimo”. Il sito del birrificio riporta invece quella che è forse una prima versione della birra che prevedeva: Pale, Wheat, Carahell, Carapils, luppoli Amarillo, Cascade, Ahtanum; probabile che questo non sia aggiornato. Il lievito è l’immancabile US-05. 
Nel bicchiere arriva di colore ramato opalescente, con riflessi dorati ed un cappello non troppo generoso di schiuma bianca e cremosa, dalla buona persistenza. Plaudo alla scelta del birrificio di mettere in etichetta la data d’imbottigliamento (17/09/2015): già quattro i mesi di vita che si riflettono un po’ sulla freschezza dell’aroma. Gli agrumi (arancio, pompelmo) tendono un po’ alla marmellata piuttosto che al frutto fresco, accompagnati da profumi florealie vegetali con una lieve presenza di caramello e bubble-gum. L’intensità è discreta, mentre la pulizia e la finezza potrebbero essere migliori. E’ una birra nata per essere facile da bere (anche dall’italiano “medio” non avvezzo alla cosiddetta “artigianale”) e in questo senso il risultato è stato ottenuto: si paga però (e a volte un po’ troppo) il prezzo dell’intensità che latita nei primi sorsi, almeno finché il palato non si abitua. Delicata la base maltata (pane, lieve caramello), delicata la presenza di arancia e pompelmo con qualche sconfinamento nella marmellata, più convincente il finale amaricante fondato sul binomio zesty/vegetale. La bassissima carbonatazione aiuta ad aumentare la velocità di scorrimento ma invero toglie un po’ di vivacità alla bevuta che sarebbe comunque già stata “snella” grazie ad un corpo leggero e ad una consistenza watery. La costruzione di una quasi (5%) session-beer “delicata” e da bere ad oltranza c’è, la bottiglia in questione è un po’ penalizzata dal trascorrere del tempo che ne limita il godimento: allo stato attuale è una birra “media” di nome e di fatto, con i luppoli un po’ stanchi che occasionalmente regalano anche qualche lieve nota che ricorda alla lontana la cipolla. Mi sarebbe piaciuto berla 2/3 mesi fa. 
Scende l’ABV (4.5%)  ma sale il tasso di amaro nella Mr. Crocodile, una Session IPA probabilmente ispirata alla noto trittico cinematografico con protagonista Mick Dundee. L’etichetta non riporta informazione sugli ingredienti ma apprendo che vengono utilizzati luppoli australiani. Dorata e velata, schiuma bianca, cremosa e dalla buona persistenza anche se non abbondante. Al naso il dolce “fruttatone” della luppolatura esotica offre profumi di mango, melone maturo, papaya e maracuja, in sottofondo un cenno di pompelmo e fragola, bubble-gum. Pulizia e intensità sono ad un livello più alto rispetto alla birra precedente. Anche i primi sorsi di questa Session IPA non abbondano d'intensità ma anche qui la ricetta è ben pensata: snella la base maltata (crackers), frutta dolce tropicale, virata amara finale con scorza d'agrumi e note vegetali. E' una della poche Session IPA che ho bevuto nelle quali si punta sul dolce tropicale dei luppoli australiani rispetto al solito agrume che spesso caratterizza queste birre. Quando la birra è molto fresca la scelta può rivelarsi azzeccata, ma con il passare del tempo il dolce fruttato che tende a diventare sempre più "maturo" può rischiare di vanificare il potere rinfrescante e "sessionabile" di una IPA così leggera e poco carbonata, dalla consistenza piuttosto watery. Quattro i mesi di vita di questa bottiglia, c'è ancora equilibrio ma anche qui, soprattutto al naso, i luppoli iniziano a dare qualche segno di cedimento e - di nuovo - ritrovo qualche lontano rimando alla cipolla. 
Due birre "delicate" e pensate per essere facilmente fruibili  ed in grande quantità: la strada intrapresa sembra essere giusta ma, a mio modesto parere, manca ancora un po' di carattere e di pulizia. Facilità di bevuta e "sessionabilità" non devono necessariamente sacrificare una parte dell'intensità del gusto. Il birrificio è giovane, il tempo per aggiustare la mira c'è e, come detto, mi piacerebbe rincontrare queste birre con qualche mese in vita di meno alle spalle.
Nel dettaglio:
Italiano Medio, formato 33 cl., alc. 5%, IBU 21, lotto 17/09/2015, scad. 05/2016, 3.50 Euro.
Mr. Crocodile, formato 33 cl., alc. 4.5%, IBU 40, lotto 09/09/2015, scad. 04/2016, 3.50 Euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 11 gennaio 2016

Winterkoninkske Grand Cru (American Oak) 2014

Ultima bevuta “di Natale” e di birre realizzate appositamente per le festività: la stagione si chiude con il “botto”, ovvero con una massiccia Belgian Strong Dark Ale prodotta dalla Brouwerij Kerkom, che mancava dal blog da un po’ di anni.  Il birrificio fondato nel 1878 e guidato dal 1999 da Marc Limet ha realizzato nel 2009 una versione estremamente più robusta della sua birra natalizia, quella Winterkoninkske che vi avevo raccontato in questa occasione
Birra dedicata allo Scricciolo, in fiammingo appunto chiamato Winterkoninkje (ovvero “il re dell’inverno”), il piccolo uccello che tradizionalmente “annuncia” l’arrivo dell’inverno quando dalla campagna si sposta verso i centri abitati alla ricerca di un luogo meno freddo dove costruirsi il nido. Ma nella tradizione celtica lo scricciolo è anche legato al giorno di Santo Stefeno (Wren’s Day): fu proprio questo uccello, con il suo canto, a rivelare ai romani dove fosse il rifugio di Stefano che fu poi catturato e lapidato. 
La ricetta della Winterkoninkske prevede sette tipologie di malto (incluso avena), due luppoli e nessuna spezia, ma quando il birraio è belga non ci si può mai fidare delle dichiarazioni ufficiali. La versione Grand Cru della Winterkoninkske utilizza quattro diversi malti scuri rispetto a quella “base” e soprattutto eleva il tasso alcolico da 8.3 a 13%, rendendosi disponibile solamente nel formato da 75 cl.  Ne esiste anche una versione “American Oak “ che viene invecchiata in botti di rovere (ex Bourbon?) americano. Ed è di questa che vado a parlarvi. 
Lo stappo risulta essere operazione abbastanza complicata ed è  impossibile estrarre con la mani il sughero di plastica che sporge dal collo avvolto in un’elegante plastica argentata: bisogna ricorrere al cavatappi. Marrone scurissimo, riflessi che richiamano la tonaca del frate, schiuma beige di modeste dimensioni ma – considerato il contenuto alcolico – apprezzabile per compattezza, cremosità e discreta persistenza. Il naso è una sorta di caminetto accesso in una stanza dalla cui finestra potete ammirare la neve e i rami degli alberi ricoperti da una coltre di ghiaccio: caldo, etilico, morbido e avvolgente con dolci profumi di zucchero candito, marzapane, uvetta-prugna-datteri, frutti di bosco. Vaniglia, bourbon, qualche traccia di vino liquoroso, sherry, legno. Davvero notevole l’intensità, ottima la pulizia. 
Se ancora non vi siete scaldati con l’aroma, è sufficiente un piccolo sorso per ricevere tutto il conforto di cui avete bisogno. L’alcool (bourbon) non si nasconde affatto e accompagna la bevuta dall’inizio alla fine assieme al caramello, ai frutti di bosco, all’uvetta e alla prugna, alla liquirizia e all’anice: il tutto è “impreziosito” da sfumature di vino liquoroso, legno e cioccolato, vaniglia, con un finale leggermente amaricante che ricorda il rabarbaro.  Poche le bollicine, consistenza oleosa, morbida e molto gradevole al palato, con un corpo tra il medio e il pieno:  in quella che si autodefinisce “la birra più forte di tutta la regione del Limburgo” il dolce e l’alcool abbondano, è vero, ma l’ultimo svolge la funzione necessaria di “asciugare” il primo rendendo la bevuta un lento e appagante sorseggio da assaporare in tutta tranquillità, senza fretta, seduti in poltrona: una birra imponente e impegnativa che regala tuttavia un adeguata ricompensa, magari abbinata a del cioccolato fondente, un’associazione quasi naturale.
L’etichetta riporta il millesimo 2014 in etichetta, ma dopo averla bevuta la sensazione è quella di una birra che non teme molto il passare del tempo e che può riposare per molti mesi in cantina traendone anche beneficio.
Formato: 75 cl., alc. 13%, lotto 2014, scadenza non riportata, 13.11 Euro (beershop, Belgio).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 10 gennaio 2016

Omnipollo / Buxton: Yellow Belly Peanut Butter Biscuit Stout

"Yellow Belly" è un termine  che in inglese indica una persona priva di coraggio, un codardo. Yellow Belly è il nome scelto per una birra collaborativa prodotta dagli inglesi di Buxton Brewery e dalla beerfirm svedese Omnipollo. L'idea nasce a settembre 2014, nell'ambito del progetto Rainbow Collaboration promosso da Ryan Witter-Merithew di Siren Craft Brewery: coivolgere quattordici birrifici per produrre sette birre collaborative a rappresentare i sette colori dell'arcobaleno.
Colin Stronge di Buxton e Henok Fentie di Omnipollo scelgono il giallo, un colore che attribuiscono immediatamente alla codardia. L'ispirazione viene forse da Henok, il proprietario (di colore) della beerfirm svedese che rimane scioccato dal risultato di alcuni sondaggi politici effettuati nella sua nazione, secondo i quali il partito fascista Sverigedemokraterna potrebbe ottenere il 40% di consensi. In parallelo c'è anche la crescita in altri paesi europei di partiti estremisti come il British National Party, EDL, Dansk Folkeparti, Vlaams Belang, la Lega Nord, Fremsrittspartiet, Sannfinländarna, Alba Dorata. 
Sviluppato il concetto, al fido collaboratore di Omnipollo Karl Grandin spetta l'intuizione dell'artwork: bellissima la scelta di incartare la bottiglia in modo da rappresentare un cappuccio del Ku Klux Klan.
La sostanza parla di una massiccia (11%) imperial stout prodotta con "aromi" di arachidi e biscotti: quella che teoricamente è una collaborazione si rivela essere nel bicchiere in tutto e per tutto una Omnipollo. Il canovaccio è quello già visto con la Noa Pecan Mud Cake (prodotta con pecan e caramello) con una variazione degli ingredienti aggiunti. Quasi nera nel bicchiere (in controluce appare più un marrone scurisimo), con una piccola schiuma nocciola cremosa ed un po' grossolana, non molto persistente. L'aroma è dominato dal burro d'arachidi affiancato da profumi di biscotto e vaniglia, gianduia, lattosio, cioccolato al latte, crema alla nocciola; il dolce è tanto, secondo me troppo, ai limiti della stucchevolezza. 
C'è intensità ma manca eleganza e l'impressione è a tratti quella di annusare una barretta snack industriale piuttosto che una torta fatta in casa. Non si discosta di molto da questi binari il gusto: si continua sul versante dolce con abbondanza di arachidi e di zucchero, vaniglia e toffee, cioccolato al latte, biscotto, caffè latte. Sontuosa è la sensazione palatale: corpo medio, poche bollicine, una consistenza che oscilla tra "il masticabile" e "l'oleoso" con una morbidezza davvero vellutata, simile ad un frappé. 
Ma per questa volta vado controcorrente e non mi unisco al coro delle lodi che la Yellow Belly riceve sui vari siti di beer-rating: passata la sorpresa (e la bontà) dei primi due sorsi mi è davvero venuta voglia di passare a bere qualcos'altro. Più che un birra prodotta con aromi, mi è parsa una sorta di liquore dolce con in sottofondo un vago ricordo di birra, che rimane troppo nascosta e schiacciata dagli "aromi" aggiunti. L'alcool (11%) è forse sin troppo nascosto, riscaldando leggermente ma risultando incapace di stemperare del tutto la componente dolce; anche l'amaro finale dato dai luppoli e non dalla tostature fallisce nel ridare un po' di equilibrio a questa bevanda/birra. Una bottiglia molto cara (siamo nei dintorni dei 30 euro/litro) che - passati i primi sorsi - a mio parere non vale assolutamente il prezzo del biglietto: forse meglio tentare la sorte con la versione barricata in botti ex-Bourbon chiamata Yellow Belly Sundae.
Formato: 33 cl., alc. 11%, imbott. 14/09/2015, scad. 01/09/2019. 

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 9 gennaio 2016

Amager / Three Floyds Arctic SunStone

Il 2015 si è chiuso con uno dei suoi protagonisti, il birrificio Amager; con l'anno nuovo si torna di nuovo in Danimarca, nei  nei pressi dell’aeroporto di Copenhagen dove nel 2006 Morten Valentin Lundsbak e Jacob Storm l'hanno fondato. Amager non fa mistero di amare il luppolo e si presta volentieri a collaborazioni internazionali con altri birrifici, soprattutto americani. Eccone un altro esempio, una birra realizzata assieme agli statunitensi di Three Floyds, famoso (e di non facile reperibilità nemmeno al di là dell'oceano) birrificio aperto a Munster, Indiana, dai fratelli Nick  e Simon Floyd assieme al padre Mike.
I Three Floyds sono una presenza abbastanza stabile in Danimarca, essendo collaboratori da lunga data con Mikkeller: prima per alcune birre e poi per la realizzazione del brewpub Warpigs a Copenhagen.
La collaboraizone con Amager arriva invece nel 2013; è in quell'anno che viene realizzata un'American Pale Ale chiamata Arctic Sunstone. Il nome fa ovviamente riferimento alla mitologica "pietra del sole",  strumento che sarebbe stato utilizzato dagli abili navigatori del Nord per localizzare il sole e riuscire ad orientarsi anche nelle giornate nuvolose. La ricetta elaborata da Jacob Storm di Amager con Chris Boggess e  Barnaby Struve dei Three Floyds prevede malti Pale, Munich e Melanoidin, con una generosa luppolatura di Tomahawk, Citra, Centennial e Simcoe. 
Il suo aspetto è tra l'arancio ed il dorato, leggermente velato: il bianco cappello di schiuma che si forma è cremoso e compatto, dalla trama fine e dall'ottima persistenza. 
La bottiglia ha poco più di un mese di vita e l'aroma ne riflette la freschezza: pungenti e fragranti profumi di pompelmo e arancio, mandarino, ananas, mango e litchi, melone. Pulizia ed eleganza ineccepibili, ottimo biglietto da visita che si traduce in un gusto altrettanto "piacione" e ruffiano quanto basta. Un tocco di miele, leggera base biscottata a sorreggere un ingresso dolce e fruttato, ricco di pesca/mango, arancio e pompelmo, frutta tropicale. L'etichetta l'identifica come "American Pale Ale" ma l'amaro che non tarda ad arrivare è importante: la resina è infatti protagonista del finale, affiancata da qualche note dolce di tropicale a renderla meno "minacciosa" del previsto. Bevetela senza che vi sia detto cosa ci sia nel bicchiere e dichiarerete senza esitare: una IPA! Profumata e facilissima da bere, bilanciata, pulita, morbida in bocca pur essendo dotata di una grande scorrevolezza; le bollicine sono al livello giusto, il corpo è medio. L'alcool (6%) è molto ben nascosto, la bevibilità non è forse a livello delle migliori sorelle di categorie che vengono prodotte in America ma è davvero un dettaglio trascurabile. Il livello è alto, la bevuta molto soddisfacente facendosi perdonare di  assomigliare un po' ad altre birre (collaborative) realizzate da Amager. 
Formato: 50 cl., alc. 6%, IBU 43, lotto 1188, scad. 11/2016.

venerdì 8 gennaio 2016

Giesinger Weihnachts Trunk

L’epifania si è appena portata con sé tutte le feste, come vuole il detto, ma per quel che riguarda la birra c’è ancora tempo (e freddo!) per continuare ad apprezzare le produzioni realizzati dai birrifici appositamente per il periodo natalizio. 
Da Monaco ritorno sempre a bere con piacere le birre di Giesinger Bräu, del quale vi avevo già parlato in questa occasione. Validissima alternativa alle sei “sorelle” industriali che monopolizzano la capitale della Baviera, il microbirrificio fondato nel 2007 da Steffen Marx in un garage è stato una ventata di novità in una città dove era dal 1889 che non aprivano nuovi produttori.  Gli ettolitri prodotti sono cresciuti dai 750 del 2007 ai 1000 del 2011 e un’operazione di crowdfunding ha poi consentito a Giesinger di spostarsi nel 2014 dall’angusto garage al poco distante edificio di Martin-Luther-Stasse 2 del quartiere sud-orientale di Giesing. Cucina e immancabile Biergarten rappresentano il necessario completamento ai nuovi impianti produttivi, con un potenziale di 12.000 hl/anno che al momento ne sfrutta circa 5.000; oggi Giesinger  impiega circa 30 dipendenti, in sala cottura vi è il birraio Simon Rossmann e le loro birre, oltre che alle spine della “Bräustüberl” le potete trovare in sempre più numerosi locali e negozi di Monaco. 
L’operazione di crowdfunding è ancora attiva: al vostro capitale verrà riconosciuto un tasso d’interesse dell’8% annuo che vi verrà pagato per i prossimi dieci anni non in contanti ma in “gettoni” spendibili per l’acquisto di birra, pasti e prodotti alimentari  presso birrificio, ristorante ed annesso “spaccio agricolo”. 
La tradizione bavarese delle birre invernali/natalizie di solito coincide con la produzione di Festbier (Märzen), ovvero versioni un po’ più alcoliche e “robuste” delle classiche Helles.  Giesinger dal 2011 propone invece una Weizenbock che nelle prime versioni violava “l’editto di purezza” utilizzando spezie (cannella, chiodi di garofano e scorza di mandarino) per ricreare l’atmosfera natalizia. Per il Natale 2015 si ritorna invece dentro i confini del Reinheitsgebot: "il nostro scopo era di creare una birra natalizia fruttata e senza l'utilizzo di spezie " dice il birraio Rossmann. Ci si affida a due luppoli americani, Mosaic e Amarillo: inusuale anche la scelta del formato da 33 centilitri.
Si presenta di color arancio carico con qualche venatura dorata, opaca; la schiuma biancastra non è particolarmente generosa, benché fine e cremosa, con una buona persistenza. L'aroma apre con forti note fenoliche; dominano i chiodi di garofano, trasmettendo effettivamente una sensazione natalizia che però almeno inizialmente si porta dietro l'odore meno gradevole, anche se lieve, di plastica leggermente bruciata. Fortunatamente dopo qualche minuto nel bicchiere il naso assume connotati più gradevoli ed equilibrati: emerge la banana matura, quasi caramellata, una remota idea di frutta tropicale, che ben s'amalgama con la speziatura del lievito. Il gusto ripropone con assoluta coerenza l'aroma, con la dolcezza di banana, frutta tropicale, caramello, una lieve speziatura; non c'è traccia d'amaro, si chiude con l'acidità del frumento e con una piacevole nota di cereali. L'intensità è buona, così come la facilità di bevuta: alla fine i 33 centilitri risultano un po' insufficienti in una weizenbock pulita che riscalda la serata con un morbido e delicato tepore etilico. Alla fine si rimane soddisfatti, sebbene il risultato risulti alla fine "solo" una piacevole e fedele interpretazione dello stile; ma da un microbirrificio che vuole differenziarsi dalle industriali Monaco e dall'utilizzo di luppoli americani (Mosaic ed Amarillo) era lecito aspettarsi qualcosina di più.
Formato: 33 cl., alc. 6.8%, scad. 30/06/2016, 3.08 Euro (beershop, Germania)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 7 gennaio 2016

Põhjala Virmalised

Il 2016 inizia sul blog con un duplice debutto: quello di una nazione (Estonia) e di un birrificio (Põhjala). Della scena brassicola estone ammetto di sapere piuttosto poco, se non nulla: la mia (non) conoscenza si era fermata al report del 2011 di Cronache di Birra, nel quale lo scenario descritto era tutt'altro che eccitante.  Evidentemente in pochi anni le cose stanno fortunatamente cambiando e migliorando. Il database di Ratebeer elenca oggi 48 nomi tra i quali vi sono tre grandi marchi industriali, 22 microbirrifici e una ventina di beerfirm; la maggior parte sono di recentissima apertura, tra il 2014 ed il 2015. La classifica Ratebeeriana delle “migliori birre prodotte in Estonia” vede il monopolio di Põhjala, il birrificio di cui vi vado a parlare e che da qualche mese è importato anche in Italia: il nome dovrebbe semplicemente significare “nordico”. 
Quello che può considerarsi “il padre” della “craft bier revolution” estone muove i suoi primi passi nel 2011 come beerfirm: lo fondano tre soci  (Enn Parel, Peeter Keek e Gren Noormets,) ai quali si aggiunge in seguito  Tiit Paananen, ex  amministratore delegato di  Skype Estonia.  Gli impianti di proprietà, sala cottura da 12 hl commissionata all’americana Premier Stainless, entrano in funzione a maggio 2014 con un investimento complessivo di  475.000 Euro; a “fare la birra” viene chiamato a Tallinn  il giovane (26 anni) scozzese Chris Pilkington, ex-BrewDog e conosciuto dai soci proprio nell’occasione di una visita allo stabilimento del birrificio scozzese.  Da quanto ho capito il birraio viene convinto a trasferirsi in Estonia grazie (anche) ad una quota di partecipazione societaria. La line-up iniziale si compone di cinque birre (IPA, Porter, Double IPA, Rye Ale e Imperial Porter) prodotte tutto l’anno alle quali s’affiancano subito molte altre produzioni stagionali, occasionali, collaborazioni con altri birrifici/beerfirm e invecchiamenti in botte. 
Nel 2014 Põhjala produce circa 90.000 litri con previsione di chiudere il 2015 a 220.000 ma, dicono da Tallin, “al momento avremmo richieste per il doppio di quanto riusciamo a produrre”. Oltre al mercato domestico, il birrificio esporta in tutta la regione scandinava (con un occhio di riguardo per la Finlandia) e in UK, Polonia, Germania, Italia e Spagna. Oltre al birrificio, è aperto da qualche mese anche il locale  “Speakeasy”  (Kopli 4, Tallinn), a due passi dalla città vecchia e di fronte alla stazione dei treni:  nel piccolo bar e nel più ampio giardino vi aspettano sgabelli, qualche divano, quattro spine ed una buona piccole in bottiglie di Põhjala e di alcuni dei birrifici  da loro importati  (al momento mi dicono Lervig e Buxton). In una città dove i luoghi del “bere bene” ancora non abbondano, è un’indirizzo che conviene segnarsi. Se invece volete restare aggiornati sulla scena “craft” estone, vi segnalo questo blog
Virmalised, ovvero "Aurora Borealis" è il nome scelto per la India Pale Ale di casa; una ricetta che prevede malti Pale, Cara pale e Crystal 150, luppoli Magnum, Amarillo, Centennial e Citra. Al solito la fotografia non rende giustizia al colore che appare più scuro della realtà: il suo vestito è tra l'arancio ed il dorato, leggermente velato e sormontato da un bel cappello di schiuma biancastra, compatta, fine e cremosa, dall'ottima persistenza. 
Ignoro "l'età" di questa bottiglia, ma la scadenza ad Aprile 2016 non era di certo un buon biglietto da visita sulla sua freschezza, ipotizzando i classici 12 mesi di "shelf life". Invece l'aroma si dimostra essere ancora discretamente fresco, soprattutto pulito, in grado di rappresentare un'elegante macedonia di frutta composta da pompelmo e ananas in primis, accompagnati da pesca e mango, melone, passion fruit, arancio; bene anche l'intensità. Ottima la sensazione palatale, morbida e scorrevole, con corpo medio e la giusta quantità di bollicine. La base maltata non è affatto invadente e fornisce il necessario supporto (miele, leggero biscotto) allo showcase dei luppoli: dominano agrumi (pompelmo e arancio) con qualche veloce richiamo al tropicale dell'aroma (mango e ananas). La "succosità" della frutta non è molto in evidenza ma questa Virmalised non è comunque una IPA che annoia con la sua monotonia amara; la resina è accompagnata da note vegetali e di pompelmo, per una bevuta amara intensa ma equilibrata ed elegante. Anche l'alcool è ben nascosto, la bevuta è davvero facile e la chiusura sufficientemente secca da richiamare un sorso dopo l'altro; le manca un pelino di frutta "succosa" a metà bevuta per risultare una IPA  davvero "contemporanea" e alla moda. Una leggera pecca forse dovuta all'età anagrafica della bottiglia, che comunque non compromette la fruibilità di una IPA pulita e gustosa, ben fatta, godibile. 
Formato: 33 cl., alc. 6.5%, IBU 50, lotto 125, scad. 06/04/2016.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 5 gennaio 2016

A.D. 2015: un anno di UBAG

L'anno nuovo 2016 inizia come consuetudine con uno sguardo retrospettivo su quello appena concluso; una veloce rassegna di quanto bevuto divertendosi un po' a giocare con i numeri. 
Al solito, devo iniziare con alcune precisazioni: queste "classifiche" non sono una lista di buoni e di cattivi e non vogliono tanto meno essere una guida alle migliori o alle peggiori birre del mondo. Mi tocca assegnare un "voto" alle birre (cosa che non troverete mai nei post quotidiani) solo per comporre le graduatorie e per ricordare la piacevolezza di una bevuta. Questo non è un concorso nel quale si giudica l'appartenenza allo stile: se una birra è fuori stile ma è buonissima, riceverà comunque un'elevata valutazione. Il "voto" dato riguarda esclusivamente la bottiglia in questione, della quale riporto sempre lotto e/o scadenza; superfluo ribadire che l'elenco comprende solo le birre bevute nel corso del 2015; quelle che mancano, le "grandi assenti", non sono state semplicemente bevute. Per vostra comodità ecco i link diretti alle statistiche degli anni 2014, 2013 e 2012
Iniziamo con qualche dato generale: 301 le birre passate per il blog nell'anno appena concluso, un numero simile a quello del 2014 (309) e sempre superiore alle 269 del 2013. Si tratta di 132,12 litri di birra ossia 36 cl. al giorno (nel 2013 erano stati 139,58 litri). Per darvi un termine di paragone, ricordo che il paese europeo con il più alto consumo pro capite di birra (dato 2013) è la Repubblica Ceca con 144 litri a testa, seguita da Germania (107), Austria (106) e Polonia (96); l'Italia rimane agli ultimi posti con circa 29 litri a testa. Datevi da fare, dunque: io sto già contribuendo abbastanza.  La media della percentuale alcolica in volume delle birre bevute è stata 7.2%, quasi uguale al 2014 (7.3%) e agli anni precedenti (7%). 
Stili e categorie: per il primo anno le IPA non sono al primo posto in quanto birre più bevute nel corso del 2015. Sono state scalzate dalla vetta dalle SAISON: ne ho bevute 43 (nel 2014 erano state 24), delle quali 15 prodotte da birrifici belgi e 14 da americani. Le INDIA PALE ALE (33 birre, erano 53 nel 2014) condividono il secondo posto con le IMPERIAL STOUT (33). Ricordo che utilizzo la classificazione di Ratebeer: il sito mantiene la differenza tra STOUT e PORTER, cosa che non mi trova d'accordo ma tant'è. Se alle 33 Imperial Stout aggiungiamo le 4 IMPERIAL PORTER, il secondo posto (37 birre) spetterebbe a loro. Seguono BELGIAN STRONG ALE (26) e BELGIAN ALE (16). 
L'Italia come sempre si mantiene la nazione più rappresentata, nonostante l'endemico problema del prezzo: 89 quelle bevute (111 nel 2014, -20%); al secondo posto sale il Belgio con 58 birre (33 nel 2014, +76%), terzi gli Stati Uniti con 40 (vs 52). Il costo medio al litro delle bevute 2015 è stato di Euro 12.39, quasi invariato rispetto a quello degli ultimi due anni: si tratta di un dato relativamente poco significativo in quanto generato da birre molto diverse tra di loro e acquistate in differenti luoghi e paesi. Ma moltiplicate 12,39 per 132 litri e avrete il conto finale per dodici mesi di una passione per nulla economica. 
Scendiamo al livello di singoli birrifici: Amager (Danimarca) e Buxton sono passati ben 8 volte ciascuno sul blog, incalzati da Toccalmatto e Stillwater (USA) a quota 7; seguono Extraomnes e Doctor Brew (Polonia) a 6 e Birra Perugia a 5. 
E veniamo ora alla parte più interessante: quali sono state le migliori birre bevute nel 2015? Eccole qui (cliccate sulle tabelle per una miglior visualizzazione).

Nessun birrificio piazza più di una birra nella Top 10, ma la Top 20 (che per accorpamento di punteggio diventa una "Top 28") include due birre a testa di Amager, De Dolle, De Struise e Prairie. Sono dunque questi i "migliori" birrifici del 2015.  Protagonisti assoluti gli Stati Uniti: delle 40 birre bevute nel 2015, ben 6 entrano tra le migliori 10 e 11 birre nella Top 28. L'Italia si ferma a 4 tra le migliori 28, con il "primo" posto della Xyauyù di Baladin; il Belgio ne piazza 2 nella Top 10 e ben 8 nella Top 28. 
Per quel che riguarda lo stile, tra le migliori 28 birre ci sono 7 Imperial Stout/Porter, 6 Saison e 5 "acide". 8.9% la gradazione alcolica media, decisamente superiore rispetto alla media: un numero che conferma quanto espresso dai vari siti di Beer-rating, dove le birre che ottengono punteggio più elevato sono spesso anche le "più alcoliche". 19,15 Euro il costo medio al litro, parzialmente giustificato dall'affinamento in legno" che ha caratterizzato ben 7 delle prime 11 birre. 
Se guardiamo esclusivamente all'interno dei nostri confini, ecco le 20 birre italiane bevute nel corso del 2015 che mi sono piaciute di più:
E' ancora Extraomnes, come nel 2014, il protagonista: 4 (su 6 in totale) le birre piazzate nella Top 20, seguito da Toccalmatto a 3 (su 7) e quindi Menaresta (en plein, 2 su 2!) e Birrificio del Ducato. Da notare anche l'exploit di due birrifici appena "nati" (Hammer e Canediguerra) ma già annoverati tra le migliori sorprese dell'anno. 7,4% l'ABV medio delle dieci migliori birre italiane del 2015 e  un prezzo medio al litro di 19.76 Euro, ma solo 3 birre nella Top 10 hanno avuto un "passaggio in legno".
Detto del meglio, passiamo anche rapidamente in rassegna quello che mi è piaciuto di meno:



Come vedete è un monologo di birre industriali; gli unici prodotti "artigianali" presenti (Toccalmatto, Mad Hatter e l'ungherese Horizont) sono finiti tra i "cattivi" a causa della cosiddetta  "bottiglia sfortunata". 
Diamo un rapido sguardo anche alle birre "più care" bevute nel 2015: il dato è questa volta significativo dato che le prime cinque birre, tutte barricate, sono state da me acquistate nel loro paese di origine.


All'estremo opposto, discount e industriali escluse, c'è il solito monopolio tedesco tra le birre più economiche.


Molte birre sono state acquistate direttamente in Germania; si può accusare finchè si vuole la tradizione tedesce di essere "noiosa", ma quando con due euro puoi bere - ad esempio - un litro di Andechser Doppelbock è una festa per il palato e per il portafoglio. Mi sto ovviamente riferendo al prezzo in bottiglia per acquisto in supermercati o altri negozi tedeschi: bere una birra tedesca alla spina in un pub italiano non rappresenterà un analogo sollievo per il vostro portafoglio.

L’ultima “classifica” è, come di consueto, quella (inutile) delle birre più alcoliche bevute:



Per terminare eccovi una rapida carrellata dei "migliori" per le principali categorie bevute, la lista potrebbe esservi utile se dovete fare qualche acquisto. La classificazione di riferimento, ripeto, è sempre quella stabilita da Ratebeer.

- miglior AMBER/RED ALE (su 4 bevute nel 2015): American Red Ale di Birra Perugia (punteggio 39/50)
- miglior AMERICAN PALE ALE (10): Re hop Fresh Hop di Toccalmatto (40/50)
- miglior BALTIC PORTER (5): Smuttynose Baltic Porter (44/50)
- miglior BELGIAN ALE (16): St Bernardus Extra 4 e Saints Devotion di Lost Abbey  (42/50)
- miglior BELGIAN STRONG ALE (26): Rochefort Trappistes 8 (2012) e De Dolle Arabier (43/50)
- miglior DOPPELBOCK (5): Andechser Doppelbock Dunkel (39/50)
- miglior HELLES/KELLER/ZWICKL (4): Mahrs Bräu Kellerbier Ungespundet Hefetrüb (41/50)
- miglior DOUBLE IPA (11): Shadow Pictures - Skyggebilleder, di Amager/Grassroots (41/50)
- miglior IMPERIAL STOUT/PORTER (37): Firestone Walker Parabola 2014 (46/50)
- miglior INDIA PALE ALE (33): Amager Batch 1000 e Todd The Axe Man di Amager/Surly (43/50)
- miglior PILSNER (9): La Grìgna di Lariano e Wąsosz Polka Pils (35/50)
- miglior QUADRUPEL (7):  Extraomnes Chien Andalou e Struise Pannepot 2009 (43/50)
- miglior SAISON (44): Saison Dupont Cuvée Dry Hopping 2015 (45/50)
- miglior STOUT/PORTER (19): Left Hand Milk Stout Nitro (43/50)
- miglior TRIPEL (6): Dulle Teve di De Dolle (43/50)
- miglior SCOTCH ALE (3): Birra Perugia Ila Scotch Ale (39/50)
- miglior SOUR/WILD/ACIDA (16):  Lost Abbey Cuvee de Tomme 2011, LoverBeer D'uvaBeer 2011 e Russian River Temptation (45/50)

I miei consigli per gli acquisti?
- oltre i 45 punti: capolavori, birre da bere almeno una volta nella vita
- da 40 a 44 punti: grandi birre, da cercare e comprare assolutamente
- da 35 a 39 punti: birre ottime/molto buone, comprare se vi capitano a tiro
- meno di 35 punti: birre buone o discrete, ma non uscirei di casa a cercarle
- meno di 24 punti: bottiglie che ho trovato con evidenti problemi o che proprio non mi sono piaciute

Ecco tutto il 2015 in un comodo file PDF:
ORDINATA PER PUNTEGGIO DECRESCENTE
ORDINATA PER BIRRIFICIO
ORDINATA PER STILE
-  ORDINATA PER NAZIONE

Stanchi dei numeri? Non preoccupatevi, tra qualche giorno si riparte per un nuovo anno di birra!

lunedì 28 dicembre 2015

Amager / Surly: Todd - The Axe Man

Il 2015 birrario del blog si conclude con uno dei birrifici che lo hanno attraversato da protagonista, sia quantitativamente che qualitativamente: Amager Bryghus, Danimarca. Ben sette le birre ospitate sul blog prima di oggi di un birrificio che sforna molte novità e - soprattutto - è molto impegnato in collaborazioni con altri birrifici. Amager viene importato in Italia con regolarità e, cosa fondamentale, le bottiglie arrivano piuttosto fresche, spesso con solo qualche settimana di vita alle spalle: caratteristica fondamentale quando si tratta di birre generosamente luppolate, uno degli stili maggiormente proposti da Morten Valentin Lundsbak e Jacob Storm.
E di una IPA e di una collaborazione parliamo anche questa volta; non è esattamente una novità, ma una birra nata nel 2014 e presentata durante la manifestazione American Day che si tiene da Amager ogni anno, il quattro di luglio. I partner sono gli americani di Surly Brewing Company (Minneapolis, Minnesota) e la IPA viene chiamata Todd The Axe Man in onore di Todd Haug, barbuto mastro birraio di Surly e chitarrista (ecco "l'ascia") dei gruppi metal Vulgaari e Powermad. Per questi ultimi, anche un cameo musicale nel film di David Lynch "Wild at Heart" .
La ricetta, realizzata in Danimarca da Amager e negli Stati Uniti da Surly, prevede malto Golden Promise e una luppolatura di Hercules, Citra e Mosaic.  Il suo colore è tra il dorato e l'arancio, velato, sormontato da un compatto e cremoso cappello di schiuma bianca, fine e dall'ottima persistenza. Il naso, pulitissimo, regala una fresca macedonia di frutta che ospita pompelmo ed ananas, melone reato, mango, mandarino e arancio, il tutto avvolto da sentori floreali.  Fragrante, elegante e "goloso",  in poche parole è quello che vorresti sempre trovare in una IPA.  
Il gusto altro non è che la trasposizione di quell'azzeccato mix dei profumi, ma tanto basta per una bevuta davvero di alto livello. Il malti in sottofondo (miele, qualche accenno di biscotto) è il discreto ma indispensabile supporto ad un gusto succoso, ricco di frutta senza mai sconfinare nel "succo di frutta": pompelmo, mango, ananas e arancia, freschi ed eleganti. L'amaro (100 IBU dichiarate) non manca ma la bevuta rimane sempre ben bilanciata, sino alla chiusura nella quale sono soprattutto resina con un po' di scorza d'agrumi a dominare in lungo e in largo.  Bene anche il mouthfeel: corpo medio, giusto livello di bollicine, scorrevolezza che viaggia a braccetto con la morbidezza: l'alcool si fa sentire secondo quanto dichiarato (6.5%) e in questo senso forse la bevibilità potrebbe essere un po' maggiore, ma è davvero un cercare il pelo nell'uovo. IPA di alto livello:  bella ricetta perfettamente eseguita, profumatissima, esaltata da una freschezza ancora accettabile. Un'altra ottima sorpresa da un birrificio, Amager, che è ormai una certezza.
Formato: 50 cl., alc. 6.5%, IBU 100, lotto 1172, scad. 10/2016.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.