mercoledì 28 gennaio 2015

Baladin Xyauyù Etichetta Oro 2008 (vs. Donnafugata Ben Ryé 2008)

Eccellenza della produzione Baladin, la Xyauyù è, per riassumere in poche parole, una straordinaria creazione, a tutt’oggi il capolavoro, di Teo Musso. E’ una birra unica, la cui idea generatrice ed il conseguente processo produttivo sono – attendo smentite – unici al mondo;  non starò a fare il poco interessante elenco delle medaglie che la Xyauyù  (assieme alle compagne della linea “Cantina Baladin”,  Terre e Lune) ha raccolto nel corso degli anni o della sua posizione nei siti di beer rating.  
Meglio parlare della sua genesi, in parte già descritta al tempo della bevuta della Lurisia 12 e già splendidamente raccontata da Alberto Laschi in questo articolo.  Gli esperimenti partono nel 1997 quando Teo, figlio di un viticoltore e appassionato di vini passiti e maderizzati o ossidati, inizia a pensare a come poter creare un vero legame tra birra e vino. Cinquecento litri di Super Baladin finiscono in un fusto d’acciaio coperto in cortile, e nel 1999 viene imbottigliato il risultato: il calore del sole aveva fatto evaporare la maggior parte dell’alcool, e il risultato è una birra dal bassissimo tenore etilico (2.6%) ma dal grande profilo aromatico. L’esperimento viene ripetuto nel 2000, quando nel fusto ci va una birra più alcolica (11.5%) che era in precedenza stata per tre mesi in botti usate di vino: nasce la XU 2000. Nel 2003 si replica con la Xiao Mei, 11 gradi alcolici e un risultato che non soddisfa molto Teo Musso:  “berla era un po’ come succhiare una caramella di malto caramello”, dirà poi. 
La strada è però ormai tracciata, e nel 2004 nasce la prima  Xyauyù,  così battezzata dalla figlia di Teo (cinque anni, a quel tempo) con lo stesso nome  che la bambina ha dato alla sua  figlia immaginaria. Sono tre le produzioni che avvengono ogni anno, ognuna seguita da sei mesi di fermentazione primaria e maturazione a freddo e quindi da diciotto mesi di ossidazione; inizialmente la Xyauyù viene commercializzata in tre etichette (oro, rame, argento)  a seconda del livello di ossidazione. 
Nasce così la “birra da divano” secondo Baladin, che prende forma proprio attraverso l’utilizzo di uno dei più grandi nemici dalla birra, la (macro) ossidazione; il risultato è una birra a tutti gli effetti che ha però poco in comune con la birra che la maggior parte delle persone è abituata a bere, risultando più simile a vini passiti e liquorosi, Porto, Madeira, Sherry/Xerez.  
Questa in sintesi la nascita della Xyauyù, con possibile errori ed omissioni: chiaramente non pensiate che basti mettere della birra all’ombra in cortile dentro ad un tino di acciaio non sigillato per replicarla. Nel corso degli anni la Xyauyù (che ora viene commercializzata solamente con l'etichetta “oro”) è apparsa anche in interessanti variazioni: Barrel (maturata in botti di rovere ex-rum), Kentucky  (infusione a freddo di tabacco Kentucky in barrique di rovere) e Fumè, con dodici mesi di matruazione in botti da whisky scozzese delle Islay, da non confondere con la Baladin X-Fumé (un sorta di prototipo) che invece fu ottenuta mediante l’infusione di tè affumicato Lapsang Souchong. 
Il suo colore assomiglia al tonaca di frate, impreziosito da belle sfumature rossastre: non è ovviamente presente la schiuma, sostituita da quelli che si chiamano “archetti (o lacrime) del vino”. Lasciati stemperare i fumi dell’alcool che danno il benvenuto al naso, l’aroma è davvero straordinario: molto dolce e zuccherino, con l’ossidazione che ha portato delle elegantissime note di uvetta, prugna e dattero, ciliegia sciroppata, canditi. In sottofondo delle sfumature di cuoio e di legno (sebbene la Xyauyù in questione non faccia botte); nel complesso è un aroma vinoso, che effettivamente ricorda un porto, un vino liquoroso. Completamente piatta, è morbida ed elegante al palato, oleosa ma scorrevole e, soprattutto, nasconde molto bene il suo importante contenuto alcolico (14%). Passano in rassegna uvetta, dattero, prugna e albicocca disidratata;  ci sono note di ciliegia, di miele e di zucchero caramellato (quasi un’impressione di creme brûlé) mentre è interessante seguire il percorso dell’alcool. Quasi impercettibile all’ingresso, ha una crescita morbida e graduale che irrobustisce la bevuta e cerca di asciugarne un po’ (assieme ad una lievissima acidità) il dolce, per poi diventare protagonista del lunghissimo retrogusto, dolce e liquoroso, ricco di frutta sotto spirito e con una suggestione di cioccolato. Il risultato è quello di una straordinaria birra (sì, è birra) da sorseggiare con grande calma dopocena, o abbinare ad un dessert.  
La sua laboriosa, geniale e complessa creazione ha dato come risultato una birra che risulta invece facilmente fruibile, i cui profumi e  sapori ricordano in buona parte quelli di un Porto, di un Madeira, di un passito.  Viene quindi del tutto naturale, per chi beve, paragonare la Xyauyù a un vino, giusto o sbagliato che sia: del resto, creare un legame concreto tra la birra ed il vino era l’obiettivo dichiarato di Teo Musso.  
Il suo processo produttivo, basato sull’ossidazione, la renderebbe forse più adatta con un confronto  con vini ossidati come Madeira, Porto e Sherry.  Non avendoli a disposizione, ho optato per un confronto “sbagliato”, almeno in teoria: Passito di Pantelleria. Il vino passito viene prodotto come tutti gli altri vini, con la unica differenza che le uve devono essere sottoposte ad un periodo di appassimento (direttamente sulla vite o dopo la raccolta), prima della vinificazione. Non si parla quindi di ossidazione, che rimane una caratteristica assolutamente non gradita in un vino passito. 
Doveroso disclaimer: non mi intendo di vino e confesso la mia grande ignoranza in materia, indi di vino non dovrei proprio parlare. Riesco giusto a distinguere un vino buono/cattivo che mi viene servito nel bicchiere;  la presenza di un vino su questo blog è solamente per un simpatico confronto con una birra ispirata proprio dal mondo del vino. Mi si dirà che non esiste il passito, ma esistono “i passiti”:  ho semplicemente approfittato della presenza in cantina di una bottiglia di Ben Ryé (che mi dicono essere un più che dignitoso Passito di Pantelleria) della  stessa annata della Xyauyù: 2008.  Prodotto da Donnafugata, azienda siciliana di proprietà della famiglia Rallo, che a partire dal 1989 è sbarcata anche sull'isola di origine vulcanica di Pantelleria. Il nome Ben Ryé, significa in arabo "figlio del vento" ed è un omaggio al vento che soffia costantemente tra i vigneti di Pantelleria.
Prodotto con uve Zibibbo (100%), fermenta in vasche di acciaio a temperatura controllata; al mosto in fermentazione si aggiunge - a più riprese - l’uva passa sgrappolata a mano. L'affinamento avviene in vasca per 4-5 mesi e successivamente per almeno 6 mesi in bottiglia.
Limpido nel bicchiere, ambrato con sfumature di rame, apre sorprendendomi con intensi profumi di erbe aromatiche (origano? rosmarino?) che poi svaniscono lasciando il posto agli agrumi canditi (mandarino, arancia), al miele d’arancio, allo zucchero caramellato; in sottofondo mi sembra di avvertire anche una leggerissima presenza di vaniglia.
Morbido e rotondo in bocca, oleoso, ha un gusto spiccatamente dolce che continua il percorso aromatico: miele d'arancio, fichi e datteri disidratati, agrumi canditi, zucchero. C'è però un'acidità molto più marcata che nella Xyauyù a bilanciare il dolce, assieme ad una sorprendente freschezza data da note di frutta quasi fresca (pesca e albicocca). Devo annotare anche delle gradevoli note minerali, con una lievissima salinità; l'alcool è davvero molto ben nascosto, ancora di più che nella birra: la gradazione alcolica in percentuale è praticamente identica. Chiude lasciano un retrogusto dolce e caldo di miele d'arancia, canditi e frutta secca.
Il confronto è sbagliato, quindi?  Sì, lo è, perché la Xyauyù non è un'imitazione di un vino liquoroso; sebbene ne riproponga alcune delle caratteristiche, rimane tuttavia una (birra) creazione unica. Ho bevuto il Ben Ryé dopo la birra ed è stata evidente la sua maggior freschezza e scorrevolezza, esente da ossidazioni. Ho tornato a bere ancora un po' di Xyauyù dopo il vino, avvertendone quasi il peso degli anni e delle ossidazioni, che la rendono meno snella ma più potente, dal punto di vista etilico.
In conclusione, è inevitabile affrontare l'argomento prezzo. La Xyauyù è una birra che richiede tempo e quindi molto costosa,  e  si trova attualmente a 60.00 Euro/litro. Non è senz’altro una birra da bere tutti i giorni (anche essendo già ossidata potete consumarla nell'arco di più giorni) e allo stesso prezzo, o quasi, vi potreste probabilmente concedere un buon Porto, Madeira o Passito.
Ne vale allora la pena ?  Assolutamente sì, almeno ogni tanto, almeno una volta nella vita. Per assaggiare, con enorme soddisfazione, una straordinaria creazione di un birraio italiano, a volte (giustamente) criticato per le sue birre "regolari" non sempre al top della forma, ma capace di inventare, partendo dal nulla, una birra unica in Italia, unica al mondo.
Insomma, se volete fare un bel regalo (Natale, compleanno) a qualcuno che ama la birra e avete voglia di spendere più del solito, una bottiglia di Xyauyù è probabilmente una delle cose migliori a cui potete pensare.
Baladin Xyauyù Etichetta Oro 2008
Formato: 50 cl., alc. 14%,  scad. "fino alla fine del mondo", pagata 24.90 Euro (foodstore, Italia)
Donnafugata Ben Ryé 2008
Formato 37.5 cl., alc. 14.5%, pagata 26.00 Euro (enoteca, Italia)

1 commento:

  1. E' fantastico il modo in cui ti mostri aperto a confronti, a metterti in discussione, ad aprire un dibattito che si spera essere - dall'altra parte - costruttivo. Confronto sbagliato o meno è un eccellente e originale spunto. Complimenti!

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