venerdì 9 maggio 2014

Buxton Wyoming Sheep Ranch

Debutta nel Febbraio 2013 all’Euston Tap di Londra la nuova Double India Pale Ale di Buxton Brewery, chiamata Wyoming Sheep Ranch;  è inizialmente la quinta birra rilasciata all’interno della “Special Reserve” serie del birrificio, inaugurata nel 2012 con una Imperial Stout invecchiata in botte (Barrel Aged Star) e poi continuata con una Imperial Porter alla segale affumicata (Smokey and the Band-Aid), una Imperial Stout (Tsar Bomba) ed  una Berliner Weisse (Der Nord Sekt). Il nome abbastanza originale fa ovviamente riferimento alle Ovis Canadensis  ovvero le  grosse pecore Bighorn caratteristiche delle Montagne Rocciose il cui allevamento ha storicamente costituito una delle principali risorse economiche dello stato americano del Wyoming.  Pecore raffigurate anche in etichetta, oggi leggermente diversa da quella del debutto in quanto sottoposta, come tutte quelle di Buxton, al restyling effettuato lo scorso anno dall’americano Nick Wagner. Da quest’anno la Wyoming Sheep Ranch è entrata in produzione regolare (pur mantenendo la denominazione di Special Reserve No. 5) ed è da poco disponibile anche in Italia con un lotto di produzione ancora abbastanza fresco (Febbraio 2014) ed il consiglio – se volete assaggiarla – è di farlo il più presto possibile, per godere appieno della sua abbondante luppolatura. 
E’ di un bel dorato carico, con sfumature ramate, velato; la schiuma è bianca e cremosa, dalla trama fine e compatta e dalla buona persistenza. L’aroma, sontuoso, è quello che vorresti sempre assaporare quando versi nel bicchiere una IPA (o una birra molto luppolata) fresca: molto pungente ed elegante, quasi sfacciato nella sua ricchezza di mango e papaya, ananas, melone bianco, mela rossa e pompelmo. In secondo piano qualche sentore di aghi di pino e qualche sfumatura che ricorda la fragola (o il Big Babol). Grande intensità ed eleganza e, soprattutto, grande freschezza, come purtroppo non capita frequentemente di trovare. Il livello è davvero molto alto, e in bocca le aspettative create dall’aroma sono mantenute:  su una base maltata (biscotto) grande quantità di frutti tropicali che sono però presenti in maniera meno preponderante che nell’aroma, con la giusta controparte amara di pompelmo e con un leggero warming etilico che aiuta a contenere l’effetto macedonia.  Se la tendenza attuale di molti birrifici è quella di proporre IPA sempre più dolci e fruttate, che paradossalmente risultano sempre meno amare, questa Wyoming Sheep Ranch ha finalmente un finale ed un retrogusto degno di una (Double) IPA, con un amaro d’amaro deciso ed intenso, pungente, ricco di resina e di una lieve pepatura che solletica tutto il palato, perdurando a lungo nel retrogusto, caratterizzato anche da un tiepido calore etilico. L’alcool non è comunque mai invadente, irrobustendo (come deve essere) questa Double IPA senza mai rallentare troppo la bevuta; birra solida ed intensa, davvero molto ben fatta, con un gran bell’equilibrio complessivo tra un inizio dolce (a partire dall’aroma) ed un finale amaro. Equilibrio che durerà ancora per pochi mesi, quindi affrettatevi ad acquistarla prima che la freschezza dei luppoli sia definitivamente sfumata. Brava Buxton, ed ulteriore bonus per aver indicato la data d’imbottigliamento in etichetta, un’informazione essenziale per i consumatori: ho deciso d’ora in poi di ripeterlo ad ogni post, sino alla noia. 
Formato: 33 cl., alc. 8.4%, lotto 04/02/2014, scad. 01/02/2015, pagata 4,50 Euro (beershop, Italia)  

giovedì 8 maggio 2014

Birrificio Settimo Levis

Non manca ormai molto all'estate, e sebbene le temperature di questi giorni siano un po' sotto le medie stagionali è ormai il tempo di pensare a come affrontare la stagione più calda dell'anno (nella quale oltretutto si terranno i mondiali di calcio!) dal punto di vista brassicolo. Birre leggere, dissetanti e rinfrescanti, che si possano bere in grandi quantità senza rischiare il collasso o le vampate di calore. Dopo un periodo in cui i birrifici (soprattutto americani) hanno cercato di "imperializzare" qualsiasi cosa, dalle pils alle kölsch, dalle porter alle bitter, ecco che ultimamente stanno invece nascendo birre leggere e "sessionabili": dalle "session IPA" alle "table beer", sono birre dal contenuto alcolico modesto fatte apposta per chi cerca una bevuta abbondante e poco impegnativa. 
Tra le varie proposte dei birrifici italiani per l'estate (ma non solo) va senz'altro tenuta in considerazione la Levis del Birrificio Settimo di Carnago (Varese), del quale sto lentamente passando in rassegna una buona parte della produzione. Si tratta una leggerissima belgian ale, con un modestissimo contenuto alcolico del 3.8% e, mi sembra, dalla luppolatura tutta europea. Nel bicchiere è di colore, dorato chiaro, opalescente, con piccole particelle di lievito in sospensione; la schiuma, di dimensioni abbastanza modeste, è fine e cremosa, bianca, ed ha una discreta persistenza.
Purtroppo mi è capitata tra le mani una bottiglia dell'anno scorso (lotto 04313), con qualche mese di troppo sulle spalle che si riflette probabilmente su un aroma che, sebbene pulito, non è certo massima espressione di freschezza: poco intense note di pane e cereali, lievi sentori agrumati (arancio e mandarino), qualche accenno di miele. Decisamente meglio in bocca: Levis è leggera e discretamente carbonata, watery e scorrevole senza mai risultare sfuggente o annacquata. Dopo un veloce ingresso maltato (pane) la birra offre un bouquet fruttato dalla buona intensità di agrumi (lime, limone) e frutti a pasta bianca, con qualche note più dolci di polpa d'arancio a bilanciare e con lievito belga a portare un lieve carattere rustico che movimenta piacevolmente la bevuta. Molto ben attenuata, dall'enorme potere rinfrescante e dissetante, scorre in bocca quasi senza accorgersene e regala un bel finale secco e ripulente ricco di scorza d'agrumi. Formato da 33 in questo caso assolutamente insufficiente, per una birra molto ben fatta e pulita che, in previsione dei mesi più caldi dell'anno, va messa senza indugi sulla lista della spesa, soprattutto se trovate in giro un lotto giovane e imbottigliato da poco.
Formato: 33 cl., alc. 3.8%, IBU 28, lotto 04313, scad. 07/2014, pagata 3.60 Euro (beershop, Italia).

mercoledì 7 maggio 2014

The Kernel India Pale Ale Citra

Dopo giusto un anno, ritorna su queste pagine il birrificio londinese The Kernel. L’occasione è la IPA single hop chiamata “Citra”, dall’omonimo luppolo introdotto nel 2008 ed utilizzato (pare) in Inghilterra per la prima volta nel 2009 dalla Oakham.  Il Citra ha riscosso un enorme successo tra i birrai, e nel corso degli anni si sono moltiplicate le birre “single-hop” che utilizzano esclusivamente questo luppolo. Ne segnalo qualcuna già ospitata su questo blog, oltre alla già citata Oakham Citra:  Mikkeller Single Hop Citra, Mallisons Citra,   Hopfenstopfer Citra Ale ed Anarchy Star Citra. Il birrificio di Evin O'Riordain, che è solito produrre le birre con i luppoli a disposizione in quel momento,  apportando quindi solo delle lievi modifiche sulla ricetta, ne ha realizzate tre, di single hop. Oltre alla “Citra” . c’è la “Citra + (dove “+” significa “added” – ed ignoro la differenza con la Citra “normale”)  ed una “Double Citra” con 9.8% ABV.  Ormai reperibili con buona facilità in moltissimi beershop italiani, le birre di The Kernel rappresentano una buona occasione per bere qualcosa di fresco, visto che il birrificio riporta in etichetta la data d’imbottigliamento e stabilisce una shelf life piuttosto corta, almeno per le birre luppolate, di quattro mesi.  Una scelta assolutamente apprezzabile che vorrei fosse praticata da sempre più birrifici, in modo da dare al consumatore la possibilità di verificare la freschezza della birra per poterne valutare l’acquisto. Negli Stati Uniti ci sono sempre più birrifici che stampano la  data di produzione sulle bottiglie, qualcuno lo sta iniziando a fare anche in Inghilterra mentre in Italia la pratica è ancora molto poco diffusa, per non dire quasi sconosciuta. 
Questa Kernel Citra ha circa tre mesi di vita sulle spalle, è di colore arancio opaco con riflessi ramati; si forma una modesta quantità di schiuma, biancastra, cremosa ma poco persistente. L’aroma è splendido, combinando la classica opulenza del Citra con la pulizia e l’eleganza del dry-hopping che (quasi) sempre ritrovo nelle Kernel: passano in rassegna pompelmo, limone ed arancio, in una sorta di macedonia di frutta fresca, appena tagliata. In sottofondo qualche sfumatura erbacea e, più dolce, di pesca. Pungente, fresco ed inebriante, difficile staccare il naso dal bicchiere. La stessa opulenza si ritrova in bocca, in una birra che ha una leggera base maltata (biscotto e caramello) che viene subito messa in disparte da un’altra macedonia, questa volta dolce, di pesca e mango, pompelmo rosa e polpa d’arancio. Anche in bocca c’è eleganza, pulizia e freschezza, per una birra facilissima da bere nonostante non sia esattamente una “session” (6.9%); il corpo è medio, le bollicine sono poche ed al palato il risultato è di grande morbidezza e gradevolezza. Fin qui tutto molto bene: quello che invece latita un po' è l’amaro, quasi “schiacciato” dal carico di frutti dolci: il finale non è in crescendo, e sebbene il palato si ritrovi secco e ben ripulito dalla luppolatura, la birra sembra rallentare il ritmo nel lasciare un retrogusto (ovviamente) “zesty” un po’ timido rispetto a tutto il resto.  Si parte con i fuochi artificiali dell’aroma, si continua con un sontuoso cocktail di frutta ma poi manca il gran finale.  E’ un po’ la caratteristica che ho ritrovato in altre “single hop Citra”: uno straordinario luppolo da aroma, una grande ricchezza di frutta dolce ma il suo apporto amaricante mi lascia sempre un po’ insoddisfatto e probabilmente necessiterebbe del supporto di qualche altra varietà di luppolo. 
Formato: 33 cl., alc. 6.9%, lotto 11/02/2014, scad. 11/06/2014, pagata 5,00 Euro (beershop, Italia).

martedì 6 maggio 2014

Birra Flea Federico II

Viene inaugurato a giugno del 2013 a Gualdo Tadino, il birrificio  umbro Birra Flea, “marchio” dell’Azienda Agricola Matteo Minelli Agricola di proprietà di Matteo Minelli, appassionato di birra ma anche amministratore unico di Ecosuntek Spa.   Gli investimenti di oltre un milione e mezzo di euro  hanno portato alla realizzazione di un nuovissimo impianto da 24 hl con una capacità produttiva di oltre tre milioni di bottiglie l’anno, interamente costruito in classe A e completamente autonomo dal punto di vista energetico, grazie ad uno specifico impianto fotovoltaico.  L’azienda agricola di famiglia fornisce il malto ed il frumento necessari per la produzione delle birre (e per lo status di  “birrificio agricolo”), ma il legame con il territorio è volutamente sottolineato anche dalla scelta del logo del birrificio, che ricorda l’omonima rocca sovrastante Gualdo Tadino, ed i colori delle etichette, che richiamano quelli dei quattro rioni gualdesi che a settembre sono protagonisti dei “Giochi delle Porte”. In sala cottura viene chiamato il birraio Rolando Della Sera, precedentemente al Birrificio San Biagio ad Assisi, un passato da homebrewer, laureato in Agraria con dottorato in biotecnologie alimentari; è stato un rappresentante di Assobirra presso il Brewing Science Group, un gruppo che accoglie tecnici, ricercatori ed esperti di birra da ogni parte del mondo ed ha preso parte nel 2003 nella creazione del C.E.R.B. (Centro di Eccellenza per la Ricerca sulla Birra).  Quattro le birre attualmente prodotte, tutte ad alta fermentazione: una blanche chiamata  Bianca Lancia, una amber ale (Bastola), una “bionda” (Costanza) ed una “tipo IPA” chiamata Federico II, che viene così spiegata sul sito del birrificio:  Lo "Stupor Mundi", "il primo uomo moderno assiso su un trono", il "precursore del Rinascimento": Federico II fu tutto questo e molto altro ancora. Fu uno tra i personaggi più importanti dell'età medievale, tra i pochi a segnare il corso dell'intera storia europea.  Re di Sicilia, di Germania, di Gerusalemme e Imperatore del Sacro Romano Impero, Federico fu inoltre protettore di poeti e artisti, lui stesso filosofo e letterato e fondatore della scuola poetica che diede avvio alla nostra letteratura. Il suo destino fu costantemente intrecciato con quello della penisola italiana e con quello della fedele città ghibellina di Gualdo Tadino in particolare, la cui devozione il sovrano volle assicurarsi garantendole un nuovo tessuto umbro e plasmandone la storia per i secoli a venire. 
Si presenta di un bel colore dorato  carico, opaco con riflessi ramati; la schiuma è bianca, a trama fine, cremosa e dalla buona persistenza. Ci sono piccole particelle di lievito in sospensione. In etichetta non è riportata la data d’imbottigliamento, e quindi non riesco a stabilire quanti mesi sulle spalle abbia questa bottiglia, ma l’aroma è decisamente timido e non certo quello che ti aspetteresti da una IPA o “tipo IPA”:  qualche accenno di agrumi (arancio e mandarino),  fiori (camomilla), crosta di pane. Il corpo è tra il medio ed i leggero, con una carbonazione abbastanza modesta; al palato risulta gradevole e morbida, con un ingresso maltato (pane) e note di agrumi, che ricordano però la marmellata piuttosto che il gusto di un arancia appena tagliata. L’amaro (scorza d’agrumi, erbaceo) non è particolarmente intenso e non riesce neppure a ripulire completamente il palato, che a fine bevuta rimane un po’ “impastato” e reclama un po’ più di secchezza. Il retrogusto è abbastanza corto e non particolarmente intenso,  con note erbacee, terrose e di scorza d’agrumi. Bottiglia che dà l’impressione di non essere particolarmente fresca; i profumi latitano un po’ ed il gusto non brilla di pulito anche se l’intensità è inizialmente buona per poi calare progressivamente verso il finale della bevuta.
Si definisce "Tipo IPA" ma è un "tipo" abbastanza timido quello che ne risulta: potrebbe essere una "gateway beer" per chi si avvicina al mondo della cosiddetta birra artigianale, con un livello di amaro piuttosto contenuto che va ad accomodare un palato non ancora abituato alle generose luppolature. I malati di luppolo e chi naviga già da diverso tempo nel mare dell'artigianale troverà invece questa Federico II  ancora abbastanza lontana dall'intensità e dal livello di una buona IPA. Il birrificio è comunque giovane, deve ancora spegnere le candeline del primo compleanno: c'è tutto il tempo per un naturale percorso di crescita e di miglioramento. Bene invece il prezzo, ben al di sotto di quella che è ormai la media nazionale al litro.
Formato: 75 cl., alc. 5.9%, IBU 45 (?), scad. 15/04/2015, pagata 6.50 Euro (enoteca, Italia).

lunedì 5 maggio 2014

To Øl Black Malts & Body Salts Black Coffee IIPA

Continuano a sfornare nuove birre i due danesi di To Øl, sulla scia del loro maestro (e non solo in senso figurato) Mikkeller, come già visto in questa occasione. In Italia godono di un'ottima distribuzione, e il belga De Proef assicura loro la giusta costanza qualitativa che ha portato la stragrande maggioranza delle loro birre ad ottenere punteggi superiori a 90/100 su Ratebeer, per quello che conta e per quella che può essere l'influenza del marketing sul beer-rating: non fa eccezione la birra di oggi, dal lungo nome  "Black Malts & Body Salts Black Coffee IIPA" che si becca un 100/100.  
Tobias Emil Jensen e Tore Gynth, alias To Øl, dichiarano di aver studiato diversi esempi di Black IPA in commercio, e di essere giunti alla conclusione che si possano suddividere in due categorie: la prima prende ispirazione della "normali" India Pale Ale, con la differenza che i malti "caramellati" vengono sostituiti da quelli tostati come Carafa e Chocolate, che portano in dote acidità e dolcezza che ben si sposa con le note di "pino" e resinose dei luppoli. I malti sono relegati in secondo piano, fornendo comunque delle leggere ma interessanti sfumature all'amaro fornito dai luppoli. La seconda categoria racchiude birre che s'ispirano ad una "normale " Stout, nella quale però i malti caramellati vengono sostituiti dai luppoli, che sono in grado di fornire una certa "dolcezza" a bilanciare in modo diverso l'amaro dei malti tostati. Se la prima categoria era, per To Øl, rappresentata dalla Black Maria, la seconda chiama invece in causa la Black Malts & Body Salts Black Coffee IIPA, dove ai malti tostati viene affiancata un'abbondante luppolatura di Simcoe e Tettnanger. Per completare la ricetta, fiocchi d'avena e caffè francese.
La (opinione personale) bruttezza dell'etichetta si perdona facilmente non appena versata la birra nel bicchiere: l'aspetto, sontuoso, è quello di una densa Imperial Stout. Schiuma generosa, cremosissima, compatta e fine, molto persistente, quasi una soffice mousse da mangiare con il cucchiaino. Il naso offre uno strano mix di caffè in grani con sentori di mandarino, liquirizia e mango, melone; la sua pulizia è indiscutibile, la sua gradevolezza è invece ovviamente soggetta al gusto personale. La sensazione palatale rispecchia l'aspetto: birra molto morbida, vellutata, dal corpo medio, con un carbonazione abbastanza modesta. S'inizia con un imbocco sorprendentemente dolce di frutta tropicale (mango e melone) con la componente "scura" che si fa desiderare per qualche istante: si parte da qualche nota tostata, quindi terrosa, per un progressivo intensificarsi nel quale la birra si tinge definitivamente di nero con caffè, liquirizia e cioccolato amaro, con qualche reminiscenza luppolata resinosa. Ma è soprattutto sorprendente il modo in cui i quasi 10 gradi alcolici sono nascosti e con la (relativa) velocità con cui questa Black Malts sparisce dal bicchiere, al punto da dubitare quasi di quanto viene dichiarato in etichetta dal produttore. C'è un sostanziale bell'equilibrio tra le due componenti, in uno stile da sempre abbastanza controverso che sembra essere stato creato proprio per generare discussioni tra detrattori ed affezionati. Resta tutto sommato una buona bevuta, birra solida e ben fatta; se l'aroma non è esplosivo ma molto pulito, il gusto quasi contraccambia con maggiore intensità ma un po' meno pulizia. Sicuramente da provare, se vi capita a tiro.
Formato: 33 cl., alc. 9.9%, scad. 29/05/2018, pagata 5.00 Euro (beershop, Italia).

mercoledì 30 aprile 2014

Firestone Walker Double DBA 2012

A distanza di un paio d'anni, riecco il birrificio californiano Firestone Walker, che abbiamo incontrato in quest'occasione per la prima volta. Purtroppo le loro birre arrivano in Europa davvero con il contagocce: non ricordo siano mai state importate in Italia, mentre qualcosa è invece arrivato in Germania. Ed è un vero peccato che tra le tante birre americane che giungono nel nostro paese non ci siano quelle di Firestone, uno dei birrifici californiani più interessanti e - soprattutto - dall'elevatissima qualità e costanza produttiva. Moltissime attenzione (e spazio) viene dedicato ai programmi di invecchiamento e di affinamento in botti. Nel luglio del 2012 arriva sul mercato la Double DBA (Double Barrel Ale), ovvero una versione "potenziata" (raddoppiata) della DBA - Double Barrel Ale, la special bitter che viene prodotta tutto l'anno, e che va ad aggiungersi alla ampia Proprietor's Vintage Series di Firestone che include, tra le altre, anche le più famose Parabola e Sucaba. La ricetta, dicono alla Firestone, è essenzialmente la stessa della DBA, ma con percentuali raddoppiate di malti Premium Two-Row, Maris Otter Pale, Munich, Crystal, Chocolate, luppoli Magnum (amaro), Styrian Golding, East Kent Golding; ed un dry hopping finale di East Kent Golding. L'ABV viene così portato dal 5% della DBA al 12% della Double DBA.  La DBA matura in botti di quercia americana (le Firestone Union) con un metodo che s'ispira a quello storico del Burton Union; per chi volesse approfondire, ecco un articolo di Michael Jackson. Anche la Double DBA matura - per un tempo più prolungato - in parte nel legno delle Firestone Union ed in parte in acciaio. Terminata la fermentazione, l'edizione 2012 è invecchiata per dieci mesi in parte in botti nuove di quercia americana ed in parte in botti usate che hanno ospitato bourbon; il blend viene poi imbottigliato, senza nessuna filtrazione.
Nel bicchiere si presenta di uno splendido ed intenso color ambrato piuttosto opaco, con riflessi ramati; nonostante l'elevata gradazione alcolica, si forma un buon cappello di schiuma color ocra, fine e cremosa ma non molto persistente. L'aroma è fortissimo, e m'accoglie con marcate note di vaniglia, zucchero a velo, caramello, uvetta e datteri, melassa; più in secondo piano emergono, man mano che la birra raggiunge la temperatura ambiente, anche sentori di bourbon e di legno. Pulizia quasi impeccabile, notevole intensità. In bocca rivela un corpo più verso il "medio" che il "pieno": molto poco carbonata, oleosa, è morbida ed avvolgente, davvero molto gradevole. Davvero splendido il bouquet regalato dai malti: passano in rassegna caramello, biscotto, uvetta e fico disidratato. Ancora vaniglia, frutta candita (cedro, arancia) e delle lievi - ma molto raffinate - note di bourbon che, quando la birra si scalda, vengono affiancate da accenni di vino liquoroso. E' potente ma raffinata al tempo stesso, l'alcool è nascosto in maniera incredibile, ed alza un po' la testa solo nel finale, sorprendentemente secco, ed asciuga il palato dal dolce della bevuta. Morbidissimo il retrogusto, caldo, etilico, elegante: un riuscitissimo mix di bourbon, porto, legno e vaniglia, che ti accompagna per lungo tempo in un sontuoso dopocena. Grande birra, pulitissima, magistralmente eseguita e che si lascia sorseggiare con grande, forse addirittura troppa, facilità. Alla fine ti ritrovi a guardare il bicchiere soddisfatto ma con un po' di tristezza: è finita, sarebbe una birra da mettere un cantina ad invecchiare negli anni a venire ma (prezzo a parte) dall'Italia tu non puoi farlo.
Formato: 65 cl., alc. 12%, IBU 29, lotto 2012, scadenza non riportata, pagata 14,00 Euro (supermercato, USA)

martedì 29 aprile 2014

Birrificio di Franciacorta 18.80 Birra Chiara

Birrificio di Franciacorta, ma in realtà non si tratta di un vero e proprio birrificio quanto di una birra prodotta per le Catine Majolini, produttore di vino ad Ome (Brescia), nel cuore della Franciacorta. Nel 2011 l'azienda decide di lanciare sul mercato il marchio "Major Luxury Selection", ossia una selezione di prodotti d'eccellenza "per  promuovere una vera cultura enogastronomica e garantire una scelta dei migliori prodotti gourmand”. Vengono dunque selezionati e distribuiti Champagne francesi, caviale, aceto balsamico, vini ed anche la birra entra in campo. Tre le etichette che vengono tutte (credo) commissionate al Badef - Birrificio Artigianale della Franciacorta che si trova a Passirano (Bs): una weizen, una bock ed una chiara a bassa fermentazione.
Personalmente pensare alla birra come ad un prodotto di lusso, che viaggia al fianco di costosi Champagne e caviali, mi provoca una sorta di orticaria già provata in questa occasione. Meglio allora appellarsi ad una più ampia accezione della parola "lusso", non più sinonimo di "costoso" ma piuttosto di  "qualità", anche se i prezzi della birra in Italia (ed i prezzi di alcune birre, non necessariamente italiane) stanno lentamente portando alcune birre davvero nell'ambito del costoso/lussuoso. In verità ho comunque trovato questa "18.80 Chiara" ad un prezzo molto concorrenziale rispetto al costo medio (10 Euro al litro ed oltre) della birra "artigianale" nei beershop ed in altri negozi italiani. Il perché del nome (18.80) è presto svelato, e riguarda la composizione stessa della birra: 18% di malto d'orzo e luppolo, 80% di acqua e 2% di altre spezie, sebbene l'etichetta non ne indichi la presenza.
Nel bicchiere è di un rassicurante color giallo pallido, quasi paglierino, abbastanza velato; la schiuma, bianchissima, è fine e cremosa ma dalla persistenza abbastanza limitata. L'aroma ha una buona intensità ed un buon livello di pulizia: ci sono sentori di miele millefiori, floreali, cereali e pane, una lieve nota pepata e qualche reminiscenza di agrumi (mandarino). In etichetta viene definita una birra dal "buon corpo", e qui devo aprire una piccola parentesi: ho riscontato più di una volta, sia sulle etichette che sui siti di alcuni birrifici, delle note gustative che descrivono birre palesemente scorrevoli e facili da bere come birre "dal buon corpo o dal corpo pieno". Sembra quasi che ci si vergogni di dichiarare che la propria birra ha poco corpo (che non significa affatto con poco gusto!) e che è leggera! Corpo (body) e "consistenza" (mouthfeel, ovvero acquosità, oleosità, "sciropposità" e cremosità) non vanno sempre di pari passo: una birra dal corpo leggero può essere anche abbastanza "morbida" e cremosa in bocca, ed una Imperial Stout dal corpo pieno non è per definizione una birra "masticabile" ma può anche avere una consistenza "acquosa" al palato.
Chiusa la parentesi, questa 18.80 Birra Chiara ha chiaramente un corpo leggero ed è correttamente "watery" e scorrevole per essere bevuta con grande facilità: il gusto ricalca quasi in fotocopia l'aroma, anche se l'intensità è un po' minore: note di pane e cereali, miele, qualche accenno di agrumi. La secchezza non è esemplare, la bocca rimane leggermente "impastata" ed il finale è un po' timido, per una birra che, come rassicura l'etichetta, vuole essere "non eccessivamente amara"; il risultato è però un po' troppo sotto tono, con qualche leggero sentore erbaceo amaricante che lascia un po' insoddisfatti. Mi tocca ripetere la parola "rassicurante", ma è quella che mi viene spontaneamente da associare a questa 18.80 Birra Chiara: un prodotto che va incontro al palato di chi s'avvicina alle birre "artigianali" e che è ancora abituato al gusto standardizzato delle industriali da supermercato; 18.80 rappresenta senz'altro un deciso passo qualitativo in avanti che tuttavia non sconvolge il palato del neofita con una tempesta di luppolo, di spezie o di altri sapori "inusuali". A chi invece naviga già da tempo nel mondo delle birre "di qualità" questa "Franciacorta" risulterà probabilmente un po' troppo timida ed anonima e, soprattutto, vittima del suo stesso nome.  Ci sono numerosi esempi di birre prodotte con lieviti da spumante, ci sono le birre-champagne, e leggera Franciacorta in etichetta crea indubbiamente delle aspettative in quell'ambito che finiscono per essere deluse.
Formato: 75 cl., alc. 5.3%, lotto non riportato, scad. 01/05/2015, pagata 5.50 Euro (drink store Italia).

lunedì 28 aprile 2014

Buxton Rednik Stout

Ritorno dopo un po' di tempo ad avere tra le mani una Buxton, birrificio del Derbyshire, alle porte del Peak District National Park ,che avevo incontrato per la prima volta nel 2011, dietro consiglio del proprietario di un beershop inglese, quando (credo) ancora non era ufficialmente importato in Italia. Nel frattempo noto che le etichette del birrificio fondato da Geoff Quinn nel 2009 hanno subito un leggero restyling, probabilmente grazie all'arrivo di Denis ‘Anorak’ Johnstone (marketing), la capacità degli impianti produttivi è stato di recente triplicata (32 ettolitri) ed ecco che, finalmente, le Buxton sono reperibili in Italia con facilità. C'è anche stato un avvicendamento in sala cottura: l'head brewer non è più l'ex campione di homebrewing neozelandese (ed ex-Thornbridge) James Kemp, che ha lasciato Buxton per il ruolo di "brewing advisor" alla SPL. Il nuovo birraio da Aprile 2013 è Colin Stronge, alle spalle nove anni di lavoro alla Marble di Manchester e, più di recente, due alla scozzese Black Isle.
Ma quello che più importa constatare è che tutti questi cambiamenti non hanno assolutamente modificato il livello qualitativo (già elevato) del birrificio inglese. Ulteriore prova ne è questa Rednik Stout, una birra poco muscolare (4.1%) capace però di regalare grandissime soddisfazioni.
E' nata in origine con il nome di Kinder Stout, e Rednik infatti altro non è che Kinder scritto al contrario; non ho trovato informazioni sul perché il nome sia stato invertito, ma immagino che il fatto non abbia nulla a che vedere con l'omonimo marchio di cioccolato al latte. Si presenta di un bel color marrone scurissimo, con "due dita" di schiuma beige fine e compatta, cremosa, dalla buona persistenza. L'abito in questo caso fa anche il monaco, perché il naso, pulito ed elegante, profuma di orzo tostato e caffellatte, con qualche sfumatura di mirtilli, cenere e caffè in grani. Di bene in meglio in bocca: il corpo è leggero, ma questa Rednik Stout riesce ad essere sorprendentemente morbida e cremosa per la gradazione alcolica che dichiara. Poco carbonata, avvolge il palato di eleganti tostature, note di caffè, caramello e melassa, con leggere note di prugna. Nel finale cresce l'amaro delle tostature ma c'è la l'acidità del caffè a mantenere in equilibrio la bevuta, regalando anche qualche lieve sfumatura di cenere/affumicato. Con un ABV di solo 4.1%, questa è una session beer straordinariamente intensa e morbida, che regala soddisfazioni non molto diverse da quelle di stout ben più "robuste" o "imperiali"; proprio l'intensità delle sue tostature non la rende forse adatta a bevute seriali, ma la sua collocazione ideale potrebbe essere quella di "fine sessione", quando potete chiudere la serie di pinte "chiare" con una "scura" intensa e "caffettosa" che non appesantirà più di tanto il tasso di alcool nel vostro sangue. Un piccolo miracolo, una dimostrazione di come si possono fare ottime birre dal contenuto alcolico modesto; è la stout che vorrei sempre trovarmi nel bicchiere, ogni volta che ordino una stout.
Formato: 33 cl., alc. 4.1%, lotto 09/2013, scad. 01/09/2014, pagata 4.00 Euro (beershop, Italia).

domenica 27 aprile 2014

Birra del Carrobiolo O.G. 1048

Il nome non è di quelli che si ricordano con facilità, visto che fa semplicemente riferimento alla densità iniziale del mosto (Original Gravity); ma la O.G. 1048 di Birra del Carrobiolo/Fermentum è la prima birra prodotta dal birrificio brianzolo nel non troppo lontano 2008. Nel 2011 ne venne realizzata una versione speciale per festeggiarne il terzo compleanno e nel 2013, per celebrare il quinto, la OG 1048 venne affinata per tre mesi in botte di Rhum della Martinica e rinominata Pedrhum Cuvée.
Classificata come Brown Ale (dal birrificio) o come (Best) Bitter da Ratebeer, vede comunque l'utilizzo di un ceppo di lievito anglosassone, luppoli Perle ed East Kent Goldings, ed oltre ai malti (tostati, Pale e Caramel) c'è anche, come nella maggior parte delle birre del Carrobiolo, il frumento brianzolo "Spiga e Madia".
Nel bicchiere è di color ambrato molto carico, quasi tonaca di frate, con dei bei riflessi rosso rubino; forma un discreto cappello di schiuma beige chiaro, cremosa e dalla buona persistenza. Il naso porta un gradevole benvenuto di caramello, frutta secca e lieve tostature; più in secondo piano ci sono anche delle leggere sfumature di ciliegia e di cacao. 
In bocca è molto leggera e poco carbonata con una spiccata consistenza watery che da un lato la rende facilissima da bere, dall'altro fa (almeno per quel che mi riguarda) desiderata un pelino in più di morbidezza e di "presenza". Il gusto è comunque molto pulito: passano in rassegna note di biscotto, caramello e di prugna, dolci, che sono poi bilanciate dall'amaro delle tostature, della frutta secca e da qualche lieve nota terrosa. Chiude leggermente astringente,  con un retrogusto che a temperatura ambiente dà il meglio di se, affiancando alle tostature anche qualche piacevole sfumatura di caffè e di affumicato. E' una (quasi) session beer pulita che non sacrifica l'intensità e si rivela molto ben equilibrata tra una prima parte dolce e caramellata ed un finale amaro e torrefatto; può accompagnarvi per tutta la serata nei mesi meno caldi dell'anno, quando magari desiderate ricolmare più volte la pinta con una birra che si presta ad essere bevuta quasi a temperatura ambiente. Il birrificio la consiglia anche in abbinamento a "piatti delicati e leggermente affumicati, quali un carpaccio di branzino o di pesce spada, un petto d'oca tagliato sottile con bacche di pepe rosa, un caprino con un filo d'olio al crudo o ancora un piatto di ostriche o altre crudità di mare". A voi la scelta.
Formato: 50 cl., alc. 4.9%, lotto 140, scad. 02/2015, pagata 5.10 Euro (food store, Italia)

mercoledì 23 aprile 2014

Fantôme Santé 16!

Ogni anno, in Agosto, presso la Brasserie Fantôme a Soy si tiene il Goeddoelweekend, ovvero una due giorni a scopo benefico organizzata con l'aiuto degli Heikantse Bierliefhebbers (un gruppo di entusiasti birrofili belgi) che ha lo scopo di raccogliere fondi da devolvere poi a diverse associazioni. Nel weekend a Soy ci sono gruppi musicali, grandi barbecue e vengono organizzate visite in bicicletta ed a piedi ad alcuni produttori di cioccolato e di formaggio. L'occasione, per i birrofili, è però quella di poter assaggiare una birra che ogni anno il birrificio di Dany Prignon produce appositamente per l'evento, ed i cui profitti derivati dalla vendita andranno interamente devoluti in beneficenza. Così accade dal 1997, da quando la prima "Santè" (questo il nome della birra) è stata prodotta, sino ad arrivare alla numero diciassette, edizione 2013. Se avete voglia di partecipare all'edizione di quest'anno, tenetevi liberi ed organizzatevi per il weekend di ferragosto 2014. 
Io faccio qualche passo indietro e ritorno alla Santè 16, creata in occasione del Goeddoelweekend 2012, tenutosi  tra l'11 ed il 12 Agosto ed organizzato, oltre che dai già citati Heikantse Bierliefhebbers, anche dai De Leuvense Biertherapeuten e dagli De Aarschotse Bierwegers. Il ricavato dalla manifestazione viene devoluto all'associazione Siddartha di Baal (Tremelo).  Dany Prignon è solitamente restio a rivelare quello che mette in pentola, ma per l'occasione dichiara addirittura in etichetta la semplice lista degli ingredienti: acqua, malto Pale Ale, zucchero di canna candito, caramello, lievito e luppolo Columbia.
L'apertura della bottiglia avviene, come per ogni Fantôme, con cautela e con qualche preghiera che tutto vada bene: l'esito è positivo, non c'è nessuna "fontana" di birra anche se un po' di schiuma tende ugualmente a fuori uscire dal collo dopo aver parzialmente versato la birra. La Santé 16! si presenta di color arancio opaco, con piccole particelle di lievito in sospensione che vengono trasportate dalla vivace carbonazione: la schiuma nel bicchiere è molto abbondante, la trama non è particolarmente fine ma ha comunque un'ottima persistenza. Il naso, dopo due anni, è ancora molto pronunciato: la speziatura (sopratutto pepe) è addirittura esuberante all'inizio, ma quando la schiuma inizia a dissolversi ecco emergere dei gradevoli sentori floreali (camomilla), di arancio, pera e di frutti a pasta gialla (pesca ed albicocca), con qualche sfumatura di caramello. In bocca il percorso gustativo si rivela molto ben costruito e dall'ottima intensità: l'inizio è dolce con note di biscotto e di caramello, seguito da note di pesca ed albicocca sciroppata. Ma c'è subito una bella acidità a bilanciare, ad alleggerire ed a velocizzare la bevuta, fino ad un finale amaricante un po' terroso e con qualche nota di mandorla amara. Vivacemente carbonata ma gradevole e quasi "morbida" al palato, ha un corpo medio; il finale non è molto secco, e la bocca rimane un po' "impastata" di dolce a fine corsa, ma è comunque una sensazione gradevole, caratterizzata da un lieve warming etilico, una prima avvisaglia del fatto che nel bicchiere abbiamo una birra molto facile da bere ma con la gradazione alcolica (7%) ben oltre la soglia della "session beer". Pulita ed intensa, è una birra molto ben fatta e soddisfacente che, nella sua "normalità", risulta molto atipica per un birrificio come Fantôme che, tra paradiso ed inferno brassicolo, alterna spesso capolavori ad altre birre praticamente imbevibili. Per una volta, quindi, ci accontentiamo e godiamo a pieno di questa Santé 16, ben fatta e anormalmente normale.
Formato: 75 cl., alc. 7%, lotto 2012, scad, 08/2014, pagata 13,17 Euro (beershop, Belgio).