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martedì 3 ottobre 2017

Marston's Pearl Jet Stout

Del birriifico Marston, fondato nel 1834 e passato poi attraverso le mani di diversi proprietari, ne avevo già parlato in occasione della loro birra “iconica” Pedigree. Nel novembre 2016 Marston ha annunciato investimenti per un milione di sterline per rinnovare completamente la propria offerta brassicola: nuove etichette e grafiche, in alcuni casi nuovi nomi, ristrutturazione del centro visitatori del birrificio nel quale è anche stato installato in microimpianto, chiamato DE14, con il quale verranno prodotte nuove birre in piccoli lotti, al momento disponibili solo per l’assaggio in loco e nei festival ai quali Marston parteciperà. Il piccolo impianto consentirà una maggior flessibilità produttiva e di sfornare novità agli elevati  ritmi che oggi il mercato richiede. 
“I giorni in cui bastava far uscire una qualsiasi birra dal contenuto alcolico ridotto sono finiti - dice  Richard Westwood, direttore di Marston – Dieci anni fa tutti usavano gli stessi luppoli e gli stessi malti, oggi un birraio dev’essere creativo; nel passato nessuno si è mai chiesto quello che volessero i consumatori, i prototipi di birra non venivano mai fatti assaggiare a loro ma solamente a un panel che decideva se erano buone o no. Oggi dobbiamo conquistare il consumatore, e le grafiche delle nostre etichette non erano al passo col mercato attuale; le abbiamo rinfrescate per i vecchi bevitori e per farle scoprire a dei nuovi. E avremmo dovuto farlo molto prima”.  
Una nuovo campagna pubblicitaria vuole promuovere, con lo slogan “From Burton With Love’”, l’importanza delle radici storiche del birrificio e della gente locale che vi lavora: “Burton è una città dalla grande tradizione brassicola e la storia di Marston è la storia di Burton”. Abbiamo quindi nuove etichette per le classiche Pedigreem Old Empire e EPA – English Pale Ale; nasce una nuova Pale Ale chiamata 61 Deep, il cui nome si riferisce alla profondità di uno dei pozzi d’acqua fresca utilizzati dal birrificio; Burton Bitter viene rinominata Saddle Tank in onore del veicolo a vapore su rotaie che veniva utilizzato per trasportare materie prime e fusti. 
Roger Protz non è molto convinto del successo di questa iniziativa e si chiede, a ragione, che fascino potrà avere un nome come “Saddle Tank” su quei giovani consumatori che Marston dice di voler conquistare.

La birra.
Anche la storica Oyster Stout di Marston viene coinvolta in questo cambiamento, e modifica il proprio nome in “Pearl Jet”: la termine perla rappresenta un’ovvia continuità con le ostriche mentre “jet” si riferisce al suo colore, ovvero “jet black”.  Anche l’etichetta si tinge di nero e ospita un corvo con una perla nel becco; scompaiono spiaggia, gabbiano e didascalia “dark-rich-smooth”. Ricordo che a dispetto del suo nome la Oyster Stout di Marston, pastorizzata nella versione in bottiglia, non utilizzava i pregiati molluschi. 
Il suo colore è effettivamente prossimo al nero ed è sormontato da una perfetta testa di schiuma “abbronzata”, cremosa e compatta, dalla buona persistenza.  Al naso orzo tostato, caffelatte, qualche accenno al terroso e ai frutti di bosco. L’intensità è discreta, la pulizia c’è, inutile aspettarsi fragranza o eleganza. Il mouthfeel è invece piuttosto soddisfacente per una session beer: corpo medio, poche bollicine, consistenza palatale piuttosto morbida, quasi una carezza che si mantiene ben distante da pericolosi scivoloni nell’acquoso. L’intensità è buona anche per quel che riguarda il gusto, bilanciato tra caramello e delicate tostature, accenni di caffelatte e qualche timida nota di cioccolato; convince meno il finale, dove tostato e terroso formano un amaro poco elegante che sconfina un pochino nella gomma bruciata. Priva di sussulti emotivi, la (nuova) Pearl Jet di Marston è una discreta stout abbastanza secca ma poco “viva” e priva di fragranza e non lascia un particolare ricordo di sé:  gli scaffali dei supermercati italiani non offrono tuttavia molta scelta a chi ha voglia di bere una stout e anche le poche “stout artigianali” che  s’incontrano non rappresentano il meglio della produzione italiana. Se vi accontentate, il rapporto qualità prezzo di questa Marston sul suolo italico (6 euro al litro circa) è tutto sommato accettabile.
Formato: 50 cl., alc. 4.5%, lotto B7006, scad. 06/02/2018, prezzo indicativo 2.99 Euro (supermercato)

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 30 marzo 2016

Marstons Pedigree (Matured in Oak Barrels)

Ha ufficialmente compiuto sessant’anni nel 2012, ma probabilmente la sua età anagrafica è ancora maggiore:  parliamo della Pedigree del birrificio Marston, fondato nel 1834  da John Marston.  La Pale Ale di Marston apparve con questo nome per la prima volta nel 1952 ma veniva in realtà prodotta sin dal diciannovesimo secolo a Burton-Upon-Trent  uno dei luoghi fondamentali della storia brassicola inglese, dove un tempo operavano, oltre a Marston, anche Bass, Ind Coope, Allsopp e Worthington. Sino ad allora le Marston erano semplicemente identificate da alcune lettere scritte sui cask in legno:  P, PX, PXX e PXXX. 
Negli anni 50 del secolo scorso il birraio George Peard decise di istituire un concorso tra gli impiegati alla Marston per trovare un nome alla birra più venduta, che secondo lui non poteva continuare ad essere chiamata con una semplice “P”;  a vincere fu la collega Marjorie Newbold, che ebbe l’intuizione di suggerire il nome “Pedigree”  a sottolinearne la discendenza diretta una lunga tradizione di birre iniziata nel 1834. 
Nei suoi 182 anni di storia la Marston è passata attraverso diverse incorporazioni fino ad essere acquisita nel 1999 dalla Wolverhampton & Dudley Breweries, che nel 2007 mutò il proprio nome in Marston’s Plc. Oggi sotto all’ombrello di Marston operano ben cinque birrifici: la Park Brewery di  Wolverhampton che produce i marchi Banks, Mansfield e Thwaites;  la storica Marston di Burton upon Trent che realizza le Marston e (su licenza AB-InBev) le Bass;  la Jennings Brewery a Cockermouth;  la Wychwood Brewery di Witney  e  la Ringwood Brewery di Ringwood. 
Ci sarebbero moltissime altre cose da raccontare, ma il tempo e lo spazio non me lo permettono. Vi accenno solo, invitandovi ad approfondire gli argomenti su numerosi testi disponibili anche in lingua italiana, all’importanza che la cittadina di Burton-Upon-Trent  ha avuto nella storia brassicola inglese.  E’ nella seconda metà del diciannovesimo secolo, quando a Londra e poi nel resto dell’Inghilterra si diffondono la Pale Ale chiare e luppolate, che Burton diventa la capitale birraia dell’Inghilterra con ben 31 birrifici attivi (1888) che sfruttavano le caratteristiche dell’acqua di Burton, ricca di solfati di calcio, perfetta per esaltare la generosa luppolatura di queste birre. Le Pale Ale fatte a Burton (da non confondersi con le Pale Ale di Burton, scure e dolci, che venivano esportate nel diciottesimo secolo) divennero un esempio da imitare e numerosi birrifici inglesi iniziarono ad aggiungere gesso e sali di Epson alla propria acqua per renderla simile a quella di Burton-Upon-Trent: il fenomeno prese il nome di “burtonizzazione”. 
E’ sempre qui che venne inventato il sistema “Burton Union”, realizzato nel 1838 da Peter Walker ed ancora oggi utilizzato solamente da Marston: un labirinto formato da un centinaio di botti di quercia da 150 galloni l'una e disposte a file di 20-24 unità collegate tra di loro con tubazioni, sopra le quali è posizionata una lunga vasca aperta e poco profonda. La fermentazione inizia però in  altre vasche d'acciaio aperte e, dopo una paio di giorni, la birra viene pompata all'interno delle botti; qui, spinta dalla naturale forza della fermentazione, la "schiuma" risale attraverso dei tubi di rame ricurvi (a collo di cigno) per depositarsi all'interno delle vasche posizionate al di sopra delle botti. L'inclinazione dei tubi fa sì che parte del mosto in fermentazione ritorni in basso verso le botti per un processo fatto di continui spostamenti che dura per tre o quattro giorni, assicurando la corretta quantità d'ossigeno al lievito. 
Ma anche la storia è fatta di alti e bassi e per la Pedigree è stato necessario rinnovarsi o re-inventarsi: più volte, come ad esempio cambiando nome da "Bitter" a "Pale Ale"; di recente la versione in bottiglia ha subito un calo di vendite dell’11% in un settore che è invece in crescita, risultando essere solo al numero 16 tra le bottiglie più vendute nel Regno Unito. Ad inizio 2015 Marston annuncia una nuova etichetta quadrata che sostituisce quella ovale del sessantesimo anniversario del 2012; con il re-styling si vuole anche sottolineare il fatto che Marston sia l’unico birrificio al mondo che ancora utilizza il Burton Union System, ed ecco comparire la scritta “matured in oak barrels” in etichetta. 

La Birra.
La ricetta prevede malto Maris Otter (di Cassata/Limagrain UK) e luppoli inglesi Fuggles e Goldings; la versione in bottiglia è se non erro pastorizzata. 
All’apertura mi sorprende un leggero gushing che si riesce a controllare senza troppi problemi: nel bicchiere è ramata e leggermente velata, forma un piccolo cappello di schiuma biancastra, cremoso e dalla buona persistenza.  Per quanti mi sforzi al naso non riesco ad incontrare la minima traccia di "Burton Snatch" (sulfureo): c’è invece un profilo non molto fragrante di biscotto e frutta secca, caramello, marmellata d’agrumi, mela e una leggera ma fastidiosa presenza di cartone bagnato. In bocca è abbastanza leggera, senza nessuna deriva acquosa e con poche bollicine: c'è tutto quello che serve per scorrere veloce e accompagnare il bevitore, pinta dopo pinta, per tutta la serata. Biscotto, caramello e toffee segnano la bevuta, con qualche accenno di mela e un lieve metallico che si alternano prima di arrivare al finale delicatamente amaro e abbastanza corto: ci sono note erbacee e di frutta secca. La componente maltata, benché poco fragrante, è senz'altro quella che si fa meglio apprezzare: la chiusura amaro non risulta elegante e, di nuovo, ripropone quel cartone bagnato che era presente anche nell'aroma. La birra non è particolarmente memorabile, benché piacevolmente intrisa di sapori tradizionali che le new-wave brassicole (non solo quella inglese) hanno volutamente scelto d'ignorare e che arrivano sempre più di rado nel nostro paese. La grande distribuzione l'ha forse un po' maltrattata, regalandole al tempo stesso un po' di quelle imperfezioni che non è raro incontrare nella maggioranza dei pub inglesi, dove la pulizia lascia un po' a desiderare:  anche questo è un pezzo di storia d'Inghilterra, come la Pedigree di Marston's.
Formato: 50 cl. alc. 4.5%, lotto A5252 12:29, scad. 09/10/2016, 2.73  Euro (supermercato, Italia).

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.