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martedì 16 giugno 2020

Ceres Mosaic IPA


L’industria danese ama il Mosaic?  Si potrebbe quasi dire di sì: dopo la Faxe Mosaic IPA il colosso Royal Unibrew piazza sugli scaffali dei supermercati la Ceres Mosaic IPA, sfruttando il suo marchio più popolare sul nostro territorio. Ricordo brevemente che la Unibrew nacque nel 1989 dalla fusione di Faxe, Jyske Bryggerier e marchi posseduti per cercare di contrastare il gigante Carlsberg.  Ceres è uno di questi marchi ma si trovano pochissime notizie storiche su quel birrificio fondato ad Aarhus nel 1856 da Malthe Conrad Lottrup e poi passato attraverso diverse acquisizioni: sappiamo per certo che gli impianti furono definitivamente chiusi nel 2008  in quanto non più ritenuti idonei agli standard imposti dalla casa madre. Sarebbero stati necessari troppi investimenti per riammodernarli. La produzione della gamma Ceres affidata al birrificio Albani, dal 2000 parte di Unibrew e fondato nel 1859 ad Odense dal birraio (nonché farmacista) Theodor Ludvig Schiøtz. 
Faxe e Ceres sono due marchi di Unibrew ed entrambi producono una Mosaic IPA dalla stessa gradazione alcolica (5.7%): non posso dire che sia la stessa identica bevanda ma evidentemente l’ufficio marketing ha deciso che il mercato italiano aveva bisogno di quel prodotto. Quello che sembra invece essere certo è che la Ceres Mosaic IPA è una rebranding della Albani IPA, marchio con zero appeal (e peraltro non presente) sul mercato italiano. La Albani Mosaic IPA esiste da maggio 2016 quando fu presentata sulla Odense Aafart, una crociera fluviale: evento coerente con il (falso) mito delle IPA nate in Inghilterra per essere esportate via nave alle colonie indiane. 
Alla Norden Gylden IPA saponosa e ricca di rosmarino, la Ceres affianca ora la più tradizionale Mosaic IPA: lattina blu elettrico, la scritta “cinquanta sfumature di IPA” in bella evidenza, “bitter, fresh, fruity”. In teoria c’è tutto quello che ci dovrebbe essere e il suo debutto sul mercato italiano è avvenuto nel febbraio del 2019 assieme alle sorelle Ceres Okologisk e Strong Ale “nel nuovo formato lattina cool”.

La birra.

Nel bicchiere è ramata e perfettamente limpida: schiuma compatta, cremosa, buona persistenza. L’aroma è davvero fruttato: accenni di tropicale, i frutti di bosco tipici del Mosaic, c’è anche una lieve presenza floreale. La fragranza è invece assente: marmellata piuttosto che frutta fresca e a complicare le cose c’è una poco piacevole presenza metallica. La sua scorrevolezza è tutto sommato buona, anche se da una birra industriale mi sarei aspettato una consistenza palatale un po’ più leggera. Potrei fermarmi qui perché l’aroma è l’unico aspetto quasi decente di una IPA che al palato si risolve in un profilo dolce di caramello leggermente biscottato e metallico cui fa seguito un finale amaro, vegetale, piuttosto triste e sgraziato. Bitter? Un po’. Fresh e fruity? Per niente. L’alcool (5.7%) si sente bene e contribuisce ad azzerare il suo potere rinfrescante, a meno che non vogliate berla appena tirata fuori dal frigorifero.  Birra abbastanza inutile e spenta, filtrata e pastorizzata, quindi già “morta” all’origine: anche se costa poco e la si trova ad 1 euro non fa venir voglia di ripetere l’esperienza. Nessuna sorpresa, insomma.

Formato 33 cl., alc. 5.7%, lotto H1927, scad. 09/06/2021, prezzo indicativo 0,99-1,50 euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

giovedì 7 settembre 2017

Ichnusa Non Filtrata

Il 2017 celebra il cinquantesimo compleanno del birrificio di Assemini, Sardegna, inaugurato nel 1967: sino ad allora la birra Ichnusa era stata prodotta nello stabilimento di Cagliari costruito nel 1912 da Amsicora Capra. Ichnusa assunse una rilevanza al di fuori dei confini regionali solo dopo la seconda guerra mondiale, arrivando ai 400.000 ettolitri del 1981; cinque anni dopo fu acquistata da Heineken che qualche anno prima aveva messo le mani anche sulla Dreher di Trieste. La multinazionale si trovò proprietaria di due siti produttivi in Sardegna: ad Assemini quello Ichnusa, a Macomer quello Dreher: come purtroppo avviene in questi casi, il piano di razionalizzazione e di contenimento dei costi portò alla chiusura del secondo. 
Lo stabilimento di Assemini rimane oggi il più antico birrificio in Sardegna e si estende su un’area di circa 160.000 metri quadrati, nel quale lavorano un’ottantina di dipendenti. Seicentomila gli ettolitri prodotti ogni anno (al ritmo di 45.000 bottiglie ogni ora), il 10% dei quali viene esportato. 
Il cinquantesimo compleanno viene celebrato con l’arrivo di una nuova birra, la Ichnusa Non Filtrata, che viene presentata alla stampa lo scorso maggio; se non erro si tratta della prima birra “non filtrata” commercializzata in Italia nel portafoglio dei marchi Heineken, se si esclude la weiss Moretti La Bianca. Google mi informa che dal 2010 in Romania la multinazionale vende la Ciuc Premium Nefiltrat.  
Ichnusa Non Filtrata viene descritta come “a bassa fermentazione, 100% puro malto d’orzo.  La ricetta utilizza malto d’orzo chiaro e malto d’orzo caramello (...). A renderla unica l’assenza del trattamento di filtrazione: a fine processo, invece di essere filtrata, viene lasciata decantare naturalmente nei tini di fermentazione. È una birra che raccoglie la migliore tradizione birraria. Sono i piccoli e sapienti gesti del mastro birraio a scandirne il processo produttivo, che termina con la gettata finale di luppolo, fatta a mano come un tempo e che regala a Ichnusa Non Filtrata quel suo aroma inconfondibile. L’esclusività di Ichnusa Non Filtrata è sottolineata anche dalla sua bottiglia: una forma unica che esprime la storia del marchio, lo spirito selvaggio e puro della sua terra di origine. Diversa nel gusto e nella forma rispetto a tutte le birre presenti sul mercato”.
Per la cronaca, sul retro dell’etichetta c’è una foto di gruppo di tutti i dipendenti dello stabilimento.

La birra.
Un anno fa l’Ichnusa “normale” era risultata la peggiore nel corso di un confronto con altre birre industriali come Wührer, Dreher, Forst Premium, Poretti e Menabrea: a suo (parziale) discapito si trattava di una bottiglia purtroppo pesantemente condizionata dal cosiddetto “effetto luce”.  Ichnusa Non Filtrata è venduta ad un prezzo superiore rispetto alla versione normale: la differenza può ovviamente variare leggermente a seconda del luogo d’acquisto ma per quel che mi riguarda, nello stesso supermercato, la differenza al litro era del 27% (2,58 anziché 2,03 €). 
Il suo colore è dorato e inizialmente solo leggermente velato ma, se arrivate a vuotare tutta la bottiglia nel bicchiere, la birra risulta quasi opalescente: la schiuma è impeccabilmente bianca e cremosa, fine e compatta ed ha un’ottima persistenza. Al naso cereali e mollica di pane, qualche accenno di mela verde e di fiori, qualche lieve puzzetta da “colpo di luce” e anche un velo di diacetile, che ritornerà anche al palato, in quantità davvero minima. L’etichetta dichiara solamente l’utilizzo di malto d’orzo ma assaggiandola “senza saperl”, oltre al cereale e al dolce della mollica di pane e del miele, avrei scommesso anche sulla presenza di mais; l’intensità dei sapori è discreta e tutto sommato accettabile per un prodotto industriale, mentre nel finale c’è una breve nota amaricante abbastanza sgraziata che chiama in causa più la gomma bruciata che l’erbaceo. E' il luppolo gettato a mano? La bevuta non è particolarmente secca e lascia sempre una leggera patina dolciastra ad avvolgere il palato: si tratta di un prodotto pastorizzato, quindi “morto”, dal quale non è ovviamente lecito attendersi fragranza e freschezza. 
Devo tuttavia ammettere che in quanto industriale non l’ho trovata così sgradevole, soprattutto se affrontata quando ancora fredda di frigo: indubbiamente migliore della Ichnusa “normale” ma anche più intensa e meno terribile di altre lager industriali. Insomma, se non avete proprio voglia di bere acqua e neppure una spremuta di mais tipo Peroni, questa Ichnusa Non Filtrata potrebbe essere una opzione.  Ma il consiglio è ovviamente di aumentare di un po’ il budget a disposizione e cercare in qualche beershop una kellerbier tedesca, alternativa più economica alle artigianali italiane. 
Formato: 50 cl., alc. 5%, lotto 7146380V B, scad. 01/02/2018, pagata 1,29 Euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 25 novembre 2016

Tennents India Pale Ale,Tennents Super & Tennents Scotch Ale

La storia del marchio Tennent risale al 1740 quando Hugh Tennent fonda a Glasgow la Drygate Brewery, rilevando il birrificio che produceva ininterrottamente dal 1556 sulle rive del ruscello Molendinar e rinominandolo Wellpark Brewery. I figli di Hugh, John and Robert, continuarono il business di famiglia con il nome di J&R Tennent facendolo diventare il più grande esportatore di birra in bottiglia del Regno Unito; l’ultimo membro della famiglia a possedere il birrificio fu Hugh, pronipote del fondatore, che lo guidò dal 1827 al 1855. Fu lui ad attrezzare il birrificio per la produzione di birre a bassa fermentazione ed iniziò a commercializzare la Tennents Lager: fu un incredibile successo ed ancora oggi la birra è la lager più venduta in Scozia, con all’incirca il 60% del mercato.  Nel 1963 la J&R Tennent fu acquisita dalla Charrington United Breweries di Londra che nel 1967 si unì alla Bass dando vita al Bass Charrington Group, a quel tempo il più grande produttore di tutto il Regno Unito. Nel 2000 il gruppo passò nelle mani di Interbrew, dal 2008 divenuta Anheuser-Busch InBev. 52 miliardi di dollari la cifra che Interbrew aveva sborsato per acquistare Anheuser-Busch: la necessità di ridurre il debito la porta ad elaborare un piano strategico di dismissione assets e marchi. Il  27 agosto 2009 AB-InBev cede per 180 milioni di sterline  il marchio Tennents e la Wellpark Brewery di Glasgow al gruppo irlandese C&C; l'accordo comprende anche la cessione dei diritti per la distribuzione dei marchi  Budweiser, Beck's e  Stella Artois in Irlanda e in Scozia. 
La Wellpark Brewery, dove ancora oggi vengono prodotte quasi tutte le Tennents, viene rinominata Tennent Caledonian; tra i marchi posseduti dal gruppo C&C di Dublino ricordo il sidro Magners, le birre Caledonia Best ed Heverlee. 
Ammetto di non aver mai bevuto in vita mia una Tennent: non per snobismo, semplicemente non mi è mai capitata l’occasione neppure quando la birra per me era solo quella industriale. Apprendo quindi ora con sorpresa che le Tennent non sono tutte uguali: una in particolare, la diffusissima Tennent’s Super, pare sia stata esclusa dal passaggio di consegne avvenuto nel 2009 tra AB-InBev e C&C; questo marchio è infatti rimasto di proprietà AB-InBev e, come riportato in etichetta, non viene prodotta in Scozia ma in Inghilterra.

Pongo quindi oggi rimedio alla mia mancanza recuperando terreno e stappandone ben tre. Partiamo dalla ultima nata in casa Tennent’s, e parliamo del birrificio scozzese. Tennent’s IPA, disponibile in Italia dallo scorso febbraio e realizzata per cavalcare la diffusione di quello stile che la craft beer revolution ha reso così popolare. Perfettamente limpida, ambrata, genera un cappello di schiuma biancastro compatto e molto persistente. L’etichetta recita “rich aroma” ma in verità il naso è quasi assente: profumi dolciastri di caramello, qualche accenno floreale e di “luppolo vecchio”. Il gusto recupera in intensità ma non in gradevolezza: la bevuta inizia e prosegue dolce di caramello e biscotto, toffee, esteri fruttati che richiamano quasi la ciliegia. Dalla dolcezza si passa bruscamente all’amaro, con una chiusura sgraziata e poco gradevole che mette insieme note terrose, erbacee e di frutta secca; la percezione dell’alcool rispecchia quanto dichiarato in etichetta (6.2%), il palato rimane sempre avvolto da una patina dolciastra che va a caratterizzare anche il retrogusto. Non è una birra disastrosa, alla fine forse è appena meglio di altre IPA industriali (Ceres, Poretti ?) ma se volete bere bene andate a cercare altrove. Inizia dolce, lieve intermezzo amaro, ritorna il dolce: questa in poche parole la descrizione della Tennent’s IPA.

Passiamo alla Tennent’s Super Strong Lager, una vera delizia per chi vuole ubriacarsi in fretta spendendo poco più di un euro per la bottiglia/lattina da 33 cl.  Come detto sopra, questa birra non è prodotta in Scozia dalla Tennent Caledonian ma è rimasta di proprietà AB-InBev. Nel bicchiere si presenta di color oro antico, perfettamente limpida e con un bel cappello di schiuma bianca, cremosa e dalla discreta persistenza. L’aroma, di discreta intensità, affianca qualche nota di cereale al dolce del caramello;  alcool, esteri fruttati, qualche leggera puzzetta da “colpo di luce”, forse granoturco/mais. Il peggio tuttavia deve ancora arrivare: il palato è invaso da una massa dolciastra ed alcolica di caramello/toffee, forse miele, con una chiusura amaricante terrosa appena accennata ma sufficiente da risultare terribilmente sgradevole. L’alcool si sente proprio tutto, senza nessuno sconto:  forse una delle birre peggiori (escludendo quelle difettate) che mi siano mai capitate nel bicchiere. Affrontabile a temperatura frigo, assolutamente improponibile appena s’avvicina alla temperatura ambiente: impossibile (per me) andare oltre un paio di sorsi.

Di livello indiscutibilmente superiore è invece la Tennents Scotch Ale: dimenticate AB-InBev, qui torniamo in Scozia. E’ di un bel color ambra carico, limpido ed accesso da intensi riflessi rosso rubino: la schiuma è leggermente "sporca", cremosa ed ha una discreta persistenza. L'aroma non è tuttavia la sua caratteristica principale: quasi assente, a fatica si scorgono profumi di caramello, ciliegia e frutti rossi dolci. Con poche bollicine al palato è morbida e scorre piuttosto bene, risultando forse un po' leggera per la propria gradazione alcolica (9%). Biscotto, caramello, frutta sotto spirito (ciliegia, prugna, uvetta) caratterizzano un gusto che non è particolarmente intenso ma ha tuttavia un senso compiuto e non risulta affatto sgradevole. L'intensità non è di certo elevata, l'alcool è morbido e ben amalgamato con i sapori, contrariamente alla Tennents Super: nel finale la componente etilica spinge sull'acceleratore risultando meno morbida ma risultando efficace nel asciugare un po' il dolce della birra. Costa circa il doppio rispetto alla Super ma se proprio volete bere una Tennents almeno mettete nel carrello della spesa questa.
Ricapitolando: assolutamente inutile la Tennents IPA, senza infamia e senza lode la Scotch Ale. Per quel che riguarda la Super, la bottiglia da me bevuta non la augurerei neppure al mio peggior nemico.

Nel dettaglio:
Tennent's India Pale Ale,  formato 33 cl., alc. 6,0%, lotto L6082, scad. 30/06/2017, 2.29 Euro.
Tennents Super, formato 33 cl., alc. 9,0% , lotto L6 100MK, scad. 01/10/2017, 1.29 Euro.
Tennents Scotch Ale,  formato 33 cl., alc. 9,0%, lotto L5279, scad.  31/01/2017, 2.09 Euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 31 agosto 2016

Wührer, Dreher, Forst Premium, Ichnusa, Poretti 4 Luppoli Originale Chiara, Menabrea Original

Tempo fa avevo promesso di dedicare almeno un appuntamento al mese alle birre industriali che incontriamo ogni giorno sugli scaffali della grande distribuzione; mi accorgo di non aver tenuto fede al mio (nobile?) intento e cerco oggi di rimediare mettendo a confronto sei-dico-sei lager che potrete facilmente reperire in molti supermercati. Le temperature d’agosto e la ricerca di refrigerio mi hanno un po’ agevolato il poco piacevole compito di passarle tutte in rassegna contemporaneamente. 
Dopo le varie Heineken e Bavaria, Corona e Peroni, Poretti e Moretti ospitate in passato, oggi tocca alle "italiane" Wührer, Dreher, Forst Premium, Ichnusa, Poretti 4 Luppoli Originale Chiara e Menabrea. Per evitare qualsiasi forma di condizionamento dal nome riportato in etichetta le ho assaggiate alla cieca; riporterò le mie considerazioni in ordine crescente di "gradimento", se di gradimento si può parlare. 
Le sei birre si collocano nello stesso segmento di mercato e sono di fatto identiche all’aspetto, nel loro limpido color dorato e nella bianchissima schiuma cremosa; la gradazione alcolica per tutte oscilla tra 4.5 e 4.8%, eccezion fatta per la Poretti 4 Luppoli (5.5%) che all’aspetto appare anche dal colore leggermente più carico. Meglio avrei probabilmente fatto “a scalare una marcia” ed scegliere la 3 Luppoli (4.8%) ma l’avevo già utilizzata in questa occasione

Partiamo dalla Ichnusa, marchio di proprietà del gruppo Heineken. Il 1912 è l’anno in cui la produzione di birra inizia anche in Sardegna: non vi è accordo su chi abbia esattamente fondato la “Birraria Ichnusa”, nome che si riferisce all’antica denominazione greca dell’isola, ma l’imprenditore di riferimento è Amsicora Capra, produttore di vini che in seguito alla crisi della viticoltura sarda (filossera) si mette a produrre birra. Ichnusa assume una rilevanza al di fuori dei confini regionali solo dopo la seconda guerra mondiale, arrivando ai 400.000 ettolitri prodotti nel 1981; nel 1986 viene acquistata da Heineken che giusto qualche anno prima aveva messo nel carrello degli acquisti anche la Dreher di Trieste.  La multinazionale si trova così in mano due siti produttivi sull’Isola; ad Assemini quello Ichnusa, a Macomer quello Dreher: come purtroppo avviene in questi casi, il piano di razionalizzazione e di contenimento dei costi ha portato alla chiusura del secondo.
L’incontro con questa bottiglia di Ichnusa è stato traumatico: terribilmente “skunky” all’olfatto,  puzzolente o “effetto luce” che dir si voglia:  segno di una bottiglia che ha subito traumi da eccessiva esposizione alla luce. Il gusto è leggermente più tollerabile dell’aroma, anche perché l’intensità è davvero ai livelli minimi; oltre allo skunky si percepisce il mais e un leggero amaro erbaceo finale che riesce però a sconfinare nella plastica e nella gomma. Non è neppure particolarmente secca e lascia il palato sempre un po’ appiccicoso, riducendo di molto quell’effetto rinfrescante e dissetante che una lager dovrebbe avere; la carbonazione è piuttosto blanda, dandole il colpo di grazia. Esperienza poco raccomandabile, anche se pesantemente influenzata “dall’effetto luce”, che non auguro a nessuno: la peggiore delle sei. Con 2,03 Euro al litro non si posiziona neppure tra le più economiche.

Passiamo a Wührer, ovvero il primo birrificio italiano (o forse no) che nacque nel 1829 a Brescia nella zona periferica de La Bornata; Franz Xaver Wührer ed i suoi successori ne mantennero la proprietà sino al 1981, quando la Gervais Danone acquistò il 30% delle quote societarie per poi assumerne il controllo totale;  nella sua lunga storia Wührer era divenuta proprietaria anche della Società Toscana Paszkowski (1935), di Birra Ronzani e di Birra Bologna (1959).  
Nel 1983 la Peroni subentra alla Danone nella proprietà di Wührer, mantenendo in vita il marchio ma chiudendo nel 1988 lo storico stabilimento di Brescia; dopo un ventennio d’abbandono, l’ex sito produttivo è stato riconvertito nel “Borgo Wührer” che oggi ospita spazi commerciali e residenziali. 
Anche la Wührer è prodotta utilizzando mais: non siamo tuttavia al di sotto della soglia percettiva della bottiglia di Peroni assaggiata tempo fa. L’aroma è praticamente assente, con qualche ricordo di mela verde in lontananza; il gusto non è da meno, rasentando il nulla. C’è una vaga apparenza di cereali, mais, un tocco di miele; è abbastanza secca e le bollicine appaiono in quantità superiore rispetto alle altre cinque lager. Una filo di amaro, avvertibile quando la birra si scalda, fa capolino a fine corsa. Nella sua assenza di gusto riesce a non provocare danni, ma è una consolazione davvero magra per una birra che s'avvicina all'acqua. 1,14 Euro al litro.

Dreher. Il marchio Heineken che oggi trovate sugli scaffali dei supermercati vanta una storia di tutto rispetto che conduce all’omonima famiglia di mastri birrai, nota in Boemia sin dal XVII secolo. Franz Anton Dreher nel diciottesimo secolo inaugurò la sua fabbrica di birra a Vienna che nel 1841 iniziò a produrre l’omonima birra (Vienna Lager) ambrata a  bassa fermentazione, uno stile che divenne molto popolare alla fine del diciannovesimo secolo. Nel 1870 nacque la fabbrica Dreher di Trieste, poi rilevata nel 1928 dai fratelli Luciani (Birra Pedavena) che, nel 1969, decidono di puntare su di un unico marchio a livello nazionale rinominando “Birra Pedavena” in “Dreher Spa”; nel 1974 Heineken e Whitbread acquistarono in joint venture il gruppo Dreher, e quattro anni dopo Heineken rilevò anche le azioni del partner anglosassone.  
Nello stesso periodo (1976-1980) si concluse una lunga vertenza che portò alla definitiva chiusura dello stabilimento Dreher di Trieste, mantenendo invece operativo quello di Massafra (Taranto) avviato negli anni ’60 dai fratelli Luciani. 
Anche la Dreher nazionale non si fa mancare il mais ed un po’ di “skunk”: tra accenni di cereali e mela verde io ci sento anche una punta di diacetile; l’intensità del gusto, pressoché nulla, ospita tracce dolciastre (mais, miele) e soprattutto quella mela verde che avevo incontrato nella sorella di famiglia Heineken. Non c’è sostanzialmente amaro, la birra termina di fatto spegnendosi nell’acquoso risultando alla fine la più “sfuggente” tra queste anonime lager acquose; riesce tuttavia a lasciare una patina dolciastra sul palato che ne riduce l’effetto rinfrescante. Fondamentale quindi “berla ghiacciata” per eliminare il problema alla base. 1,44 Euro al litro.

Ammetto di essere rimasto sorpreso nello scoprire solo al “terzo” posto dell’indice di gradimento la Forst Premium, sulla quale avrei invece scommesso senza esitare; non solo perché il birrificio altoatesino è l’unico italiano ed il “meno industriale” tra gli altri, ma perché le Forst bevute in fusto nei dintorni del birrificio non sono affatto male. Come non lo è la Sixtus in bottiglia, occasione in cui vi avevo raccontato di Forst; il birrificio nasce nel 1857 nella omonima località poco fuori Merano, fondata da Johann Wallnöfer e Franz Tappeiner, nello stesso sito produttivo che ancora oggi ospita gli impianti. 
Nel 1863 viene acquistata da Josef Fuchs, la cui famiglia e discendenti ne detengono ancora oggi la proprietà; nel 1892, sotto la guida di Hans Fuchs, la produzione era già passata dai 230 ettolitri degli inizi a 22.500 ettolitri. Ad Hans succede nel 1917 la moglie Fanny, che guida l'azienda sino al 1933, quando il testimone passa al figlio Luis. Alla sua scomparsa, nel 1989, la moglie Margarethe Fuchs von Mannstein assume la presidenza: gli ettolitri prodotti ogni anno sono circa 700.000.  Nel 1991 Forst acquista Menabrea. 
Perfettamente limpida e dorata, la Forst Premium (mais anche qui) s’accoda alle altre nel presentare qualche lieve puzzetta dovuta “all’effetto luce”;  al naso non c’è fragranza ma per lo meno s’avvertono pane e miele. L’intensità del gusto è forse appena un po’ superiore alle birre che l’hanno preceduta ma non c’è da rallegrarsi; lieve diacetile, dolcino di mais e miele, poca secchezza, palato che rimane appiccicoso e che non viene ripulito a dovere dalla chiusura amara, poco gradevole e reminiscente di gomma/plastica. Si beve ma onestamente m’aspettavo qualcosa di meglio. 1,59 Euro al litro.

Al secondo posto si piazza Angelo Poretti con la sua 4 Luppoli Originale Chiara; fondato nel 1877 da Angelo Poretti  a Induno Olona, il birrificio fu rilevato nel 1939 dalla famiglia Bassetti, già proprietaria del birrificio Spluga (Splügen) di Chiavenna; nel 1975 un primo accordo con i danesi della United Breweries (ovvero la Carlsberg odierna) per la commercializzazione sul nostro territorio dei marchi Tuborg e Carlsberg. Nel 1982 i danesi acquistano il primo 50% della società, arrivando progressivamente al 100% nel 2002. 
L’aroma è quasi nullo, eppur nel suo dolce leggermente mieloso scorgo una punta di diacetile; la gradazione alcolica (5.5%) più sostenuta rispetto alle altre le dona una maggior “presenza” al palato, dove troviamo miele e un vago accenno biscottato. Non c’è fragranza ed anche lei riduce il suo potere rinfrescante lasciando al palato una patina dolciastra; neppure lei si fa mancare quel lieve amaro erbaceo/gommoso che chiude la bevuta. Sostanzialmente simile alle altre concorrenti, guadagna qualche punto in più grazie alla sua “maggiore” ( virgolettato d’obbligo) intensità. La Poretti è anche la più cara tra le sei, con un costo di 2.61 Euro al litro.

La mia “preferenza” (altro obbligo di virgolette) tra queste sei birre industriali è andata alla Menabrea Original; l’azienda venne fondata nel 1846 dalla famiglia Welf  (Valle d'Aosta) e dei fratelli Caraccio, titolari di una caffetteria a Biella; nel 1864 il passaggio nelle mani di  Antonio Zimmermann e Giuseppe Menabrea, che nel 1872 rimase proprietario assieme ai figli Carlo e Alberto rinominandola  G. Menabrea & Figli. Alla fine del diciannovesimo secolo la gestione passò nelle mani dei cognati Emilio Thedy e Agostino Antoniotti, coniugi delle eredi Menabrea; la famiglia mantiene ancora oggi un importante ruolo aziendale con  Franco Thedy che ricopre la carica di amministratore delegato nonostante la maggioranza societaria sia dal 1991 nella mani della Forst, dove parte della produzione Menabrea è delocalizzata. 
Come Andrea Turco fa notare, Menabrea è il marchio industriale che riesce “a confondere” meglio i bevitori occasionali, che credono di bere birre artigianali o “crafty” che dir si voglia. 
Per far uscire un po' d'aroma bisogna attendere che la birra si scaldi parecchio: nella sua delicatezza le note di pane, cereali, mais e miele sono tutto sommato accettabili, benché prive di fragranza. Non c'è fortunatamente traccia di "skunk".  L'intensità del gusto non è molto differente (ovvero molto bassa) da quella delle sue concorrenti; la sensazione di bere un bicchiere d'acqua è sempre presente, accompagnata da una timida presenza di pane e cereali. La chiusura appena amara (erbacea) non fa fortunatamente danni, e il palato viene risparmiato da dolci patine appiccicose; ne risulta una birra che, benché quasi priva di gusto, fa il suo dovere, rinfrescando e dissetando chi decide di berla. E' sostanzialmente questo il motivo che le fa guadagnare qualche punto in più delle altri risultando la "meno peggio" tra quelle assaggiate. 1,97 Euro al litro.

Nel dettaglio:
Ichnusa, 66 cl., alc. 4.7%, lotto 601138OVY, scad. 01/04/2017, 1.34 Euro
Wührer, 66 cl., alc. 4,7%, lotto L6 036 2 22, scad. 01/02/2017, 0.75 Euro
Dreher, 66 cl., alc. 4,7%, lotto 5334 43890SN, scad. 01/02/2017, 0.95 Euro
Forst Premium, 66 cl., alc. 4.8%, lotto 08:22, scad. 15/02/2017, 1.05 Euro
Poretti 4 Luppoli Originale Chiara, 33 cl., alc. 5.5%, lotto J15099J, scad, 31/09/2016, 0.86 Euro
Menabrea Original, 66 cl., alc. 4.5%, lotto 17:55, scad. 07/12/2016, 1.30 Euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 23 maggio 2016

Ceres Norden Gylden IPA

La “birra artigianale” continua a guadagnare fettine di mercato anche in Italia e le grandi industrie non stanno certo a guardare; lo scorso mese la multinazionale AB-InBev ha annunciato l’acquisizione di Birra del Borgo; nel 2015 Carlsberg ha lanciato con il marchio Poretti una serie di cosiddette birre “crafty": non si parla più di doppio malto, di birra bionda o rossa, ma si fa riferimento a stili (e a materie prime) ben precisi, utilizzando termini che fino a poco tempo fa non interessavano molto all’industria;  anche Birra Moretti (gruppo Heineken) ha invaso le corsie dei supermercati con le sue varie “specialità regionali”, lanciate in concomitanza con la vetrina di Expo 2015. 
Risale invece allo scorso marzo l’annuncio da parte di Ceres (un marchio del gruppo Royal Unibrew, che possiede anche Faxe, Albani e Royal) di tre nuove birre che vanno ad inserirsi in questo segmento “crafty”:  è la gamma Nørden,  presentata con un comunicato stampa che cita come al solito la “ricerca e selezione delle migliori materie prime”,  “birre dal forte carattere e dal gusto inimitabile in grado di sorprendere e deliziare anche gli intenditori più esperti”,  “ricette (ovviamente) originali”.  Fynen Pilsner, Dark Mumme e Gylden IPA sono le prescelte: le prime due (una Pilsner e  - credo – una Dark Lager) non si discostano molto dagli stili molto normalmente battuti dalle industrie, mentre la IPA rappresenta senz’altro una novità nel portfolio di Ceres/ Royal Unibrew. Tutte e tre le birre sono disponibili nei supermercati nel formato mezzo litro mentre l’HoReCa, oltre ai fusti,  avrà in bottiglia da 33 solamente Dark Mumme e Gylden IPA.  
Ma andando un po' in profondità ci si accorge che si tratta forse solo di una mezza novità; le birre debuttano sul mercato italiano, ma da un anno in Danimarca vengono già commercializzate quattro prodotti simili con il marchio Schiøtz,  prodotte dalla stessa Albani Bryggerierne di Odense. Si fa riferimento a Theodor Ludvig Schiøtz (1821-1900), farmacista, birraio e fondatore nel 1859 del birrificio Albani, del quale mantenne il controllo sino al 1889;  dopo numerosi cambi di proprietà, nel 2000 la Albani entrò sotto il controllo di Royal Unibrew. Quattro sono le Schiøtz disponibili in Danimarca: Bohemian Pils, Mørk Mumme, Gylden IPA e Vinter Bock; probabile che nel prossimo autunno/inverno quest’ultima faccia il suo debutto anche nel nostro paese. Non ho comunque a disposizione dati certi per poter affermare che Norden sia solamente un’operazione di rietichettatura di quelle birre che qui in Italia sfrutta la popolarità del marchio Ceres, e quindi mi guardo bene dall’affermarlo. Il dubbio (e non la Ceres) però c'è.

La birra.
La descrizione commerciale della Schiøtz Gylden IPA annovera tra gli ingredienti rosmarino, rosa canina e tre luppoli:  Simcoe, Citra e Pacific Gem. Quella della Ceres Norden Gylden IPA cita invece Simcoe, Cascade, Pacific Gem e Green Bullit: si tratta evidentemente di un errore ortografico del comunicato stampa italiano poi ribattuto da tutti gli operatori; il luppolo è ovviamente l’americano Green Bullet. Questi, assieme al rosmarino, “immergono sin dal primo sorso nell’universo selvaggio del Nord”: personalmente associo più il rosmarino al Mediterraneo che alla Scandinavia, ma tant’è. 
Gylden significa dorato: è un po’ anticato il colore di questa birra,  perfettamente limpido e movimentato da qualche venatura ramata; la schiuma è cremosa e fine, compatta, dall’ottima persistenza.  L’aroma mette in evidenza soprattutto gli agrumi ma l’eleganza è altrove: più che di frutta fresca i profumi mi riportano alla memoria alcuni detergenti al limone. In sottofondo c’è qualche nota floreale e di rosmarino; l’intensità è complessivamente discreta, lo stesso non posso dire della piacevolezza. Il mouthfeel non è male: carbonazione media, corpo tra il medio ed il leggero, velocità di scorrimento buona ma leggermente rallentata da una  consistenza palatale a tratti un po’ pesante. La bevuta ricalca in buona parte l’aroma: si parte con biscotto e cereali, il dolce di caramello e miele che viene incalzato dall’amaro (saponoso) agrumato ed erbaceo, soprattutto rosmarino. Il percorso non è però lineare, dolce ed amaro entrano ed escono di scena più volte nella stessa sorsata senza armonia, facendo un po’ a spallate; l’intensità e discreta, la pulizia non è eccelsa ma è soprattutto la piacevolezza a latitare e – almeno nel mio caso – a non far venirmi la voglia di ricomprarla. Mi riferisco soprattutto all’amaro, uno degli elementi fondamentali in una India Pale Ale, che qui risulta troppo saponoso e con qualche sconfinamento nella gomma/plastica: non ritengo particolarmente felice neppure la scelta dell’aromatizzazione al rosmarino, ma qui si rientra nelle preferenze personali. 
I 4,50 Euro al litro (prezzo supermercato) sono tanti rispetto ad altre birre industriali  ma sono al tempo stesso pochi se confrontati al prezzo medio delle artigianali. Al di là dell’improponibile confronto con una “birra artigianale vera”, il paragone più calzante potrebbe essere con la 9 Luppoli IPA  di Poretti/Carlsberg  (circa 5,42 Euro/litro): la Ceres mi sembra meno peggio, ma dovete avere una buona soglia di tolleranza al rosmarino nella birra. Non è una gran motivazione all'acquisto, ma per lo meno io vi ho avvisati.
Formato: 50 cl., alc. 5.9%, lotto Y4-V, scad. 25/04/2017, 2.29 Euro (supermercato, Italia)

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 13 marzo 2016

Poretti 6 Luppoli Bock Rossa vs. Birra Moretti La Rossa

Oggi a confronto due "rosse doppio malto" nazionali: La Rossa  di Birra Moretti  e la 6 Luppoli Bock Rossa del Birrificio Poretti. All'appello manca la Peroni Gran Riserva Rossa, ma la sua gradazione alcolica  (5.2%) inferiore di un paio di gradi alle altre mi ha portato ad escluderla. 
Entrambe sono prodotte sul suolo italiano, ma come saprete Moretti e Poretti sono due marchi controllati da multinazionali; facciamo un breve excursus storico.  
Nel 1859 Luigi Moretti fonda ad Udine la Fabbrica di Birra e Ghiaccio, detenendone la proprietà sino al 1989 per poi cederla ai canadesi della Labatt; nel 1995 il passaggio ai belgi di Interbrew che, dopo solo un anno, la vendettero ad Heineken ancora oggi proprietaria. Lo stabilimento originario fu chiuso nel 1992, la produzione continuò a San Giorgio di Nogaro sino alla cessione (su mandato dell'Antitrust) al Gruppo Birra Castello del 1997; se volete invece approfondire la storia del "baffone Moretti", andate qui
Abbastanza simile anche la storia del Birrificio Poretti, fondato da Angelo nel 1877 ad Induno Olona; nel 1939 il passaggio ai conti Bassetti che nel dopoguerra cercano di risollevarlo da una pesante crisi finanziaria incorporandolo al Birrificio Spluga già di loro proprietà. Nel 1975 entrano i scena i danesi di Carlsberg coi quali viene raggiunto un accordo per la produzione e la commercializzazione sul suolo italiano dei marchi Tuborg e Carlsberg; nel 1982 la famiglia Bassetti cede alla Carlsberg il 50% delle azioni aggiungendone un altro 25% nel 1998, quando l'azienda  cambia il proprio nome in Carlsberg Italia. Il passaggio dell'ultimo 25% d'azioni avviene nel 2002.
Passiamo ora al confronto, partendo dalle etichette: acqua, luppolo, malto d'orzo e sciroppo di glucosio per Poretti, la cui descrizione commerciale recita "una birra dal gusto di malto tostato con venature di caramello e liquirizia. Un’intensa luppolatura per una rossa corposa dalla spiccata personalità. Luppolo dominante Saaz". A questo proposito ricordo che il numero di luppoli che danno il nome alle varie Poretti non corrisponde a quelli poi effettivamente utilizzati; si tratta semplicemente di una denominazione commerciale.
Cambio di "look" per La Rossa di Moretti, che da qualche tempo inneggia al "malto brunito", ovvero  quel “colpo di fuoco a 105°C con cui i nostri mastri birrai trasformano l’orzo puro in malto. Il risultato è il tipico colore brunito di questa birra e il suo gusto straordinariamente morbido e pieno con sentori di caramello e liquirizia".  Più interessante è la temperatura di servizio consigliata (3°C!) e il fatto che "per gustare al meglio Birra Moretti La Rossa è indicato un bicchiere che impedisca la formazione di schiuma abbondante e ne favorisca la percezione del profumo". 
Partiamo dall'aspetto: la Poretti Bock Rossa è in verità limpida ed ambrata, con venature color rame e una schiuma ocra fine e cremosa, meno generosa e meno persistente rispetto a quella della Moretti; costei ha una livrea più scura, l'ambrato è carico con intensi riflessi rubino. Anch'essa limpida, molto bella, è sormontata da una testa di schiuma color crema compatta e cremosa, molto persistente.
Il confronto visivo va ad appannaggio della Moretti che "vince" anche quello olfattivo: più intenso e meno "artificioso", il suo aroma offre sentori di pane nero, caramello e ciliegia sciroppata. C'è anche una leggera ossidazione che in sottofondo porta qualche nota meno elegante di cartone bagnato. Piuttosto bassa l'intensità della Poretti, e quel che c'è non è affatto elegante: l'impressione è di uno sciroppo di ciliegia, quasi di caramella ripiena, con leggerissimi accenni al pane nero e al caramello. La sensazione palatale è invece pressoché identica: corpo medio, poche bollicine, ottima scorrevolezza con la Moretti che scivola un pelino troppo nell'acquoso dopo un ingresso morbido.
Il gusto de "La Rossa" è perfettamente coerente con l'aroma: pane nero, caramello e ciliegia danno forma ad una sorta di sciroppo piuttosto dolce che presenta qualche nota di prugna e di diacetile. L'intensità non è affatto male, l'amaro è praticamente assente eccezione fatta per una punta terrosa che ha il compito, assieme al finale acquoso, di spegnere un po' la dolcezza. Nel retrogusto un po' appiccicoso compare un po' di calore etilico che affianca le note di biscotto al burro e quelle di caramello; nel complesso la bevuta risulta completamente priva di fragranza e di eleganza ma comunque sopportabile.
La 6 Luppoli di Poretti risponde con un gusto altrettanto dolce di caramello, pane e sciroppo di ciliegia, riproponendo quella sensazione "artificiosa" già presente all'aroma. In internet ci si diverte sempre con "i numeri virtuali del luppolo di Poretti" ma bisogna ammettere che in questa "bock rossa" c'è effettivamente una chiusura amaricante quasi sorprendente. Il livello è modesto - intendiamoci - ma rispetto alla Moretti la differenza è evidentissima. Il suo amaro  terroso e di frutta secca (mandorla) è tuttavia molto sgraziato e poco gradevole;  anche la 6 Luppoli non si fa mancare un tocco di diacetile ma sopratutto la sua bevuta risulta molto meno morbida ed armonica e lascia una scia dolce ed appiccicosa di caramello e sciroppo di ciliegia. L'alcool fa il suo ingresso da subito quasi "a gamba tesa", in maniera scomposta e senza mai davvero amalgamarsi con gli altri elementi del gusto; molto meglio il delicato "warming" della Moretti che arriva solo a fine corsa.
Le conclusioni? Tra le due ho senz'altro preferito La Rossa di Moretti, che in quanto prodotto industriale dal costo contenuto è risultato bevibile e "quasi" sulla soglia della sufficienza: non è di certo una birra che vorrei trovarmi nel bicchiere, ma per lo meno si riesce a finire. Malaccio la Poretti: pervasa da una nota di ciliegia artificiosa che la rende stucchevole e poco sopportabile, e nemmeno i "sei" luppoli riescono a salvarla e a permettermi di finire la bottiglia.
Nel dettaglio:
Poretti 6 Luppoli Bock Rossa, formato 33 cl., alc. 7%, lotto J15042J, scad. 05/2016.
Birra Moretti La Rossa, formato 33 cl., alc. 7.2%, lotto 50gg3801 1, scad. 06/2016.

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 11 novembre 2015

Discount vs Industriale: Finkbräu Pils, Grafenwalder Pils, Warsteiner Premium Verum e Ceres Top Pilsner

Si parla tanto, spesso e comunque non abbastanza dei prezzi (alti!) della cosiddetta “birra artigianale”:  non mi riferisco al consumo al pub, dove il delta costo tra una media “artigianale” e una industriale è minore. Mi riferisco in particolare al consumo in bottiglia casalingo: le “artigianali” che si trovano nei beershop, supermercati, enoteche e alimentari vari hanno un costo medio al litro che possiamo quasi moltiplicare quasi per cinque rispetto ad un’industriale. 
Ma per stavolta lasciamo fuori “l’artigianale” e parliamo delle  “birre del discount”: sono anche loro prodotti industriali, eppure costano sensibilmente meno (all’incirca la metà) dei noti marchi industriali. Avete sentito qualcuno lamentarsi che una lattina di Heineken al supermercato è cara perché costa il doppio di una birra discount? Ma questa differenza di prezzo è giustificata? Ci se ne accorge bevendole? 
Ho voluto fare una prova "quasi" alla cieca, mettendo a confronto due birre industriali e due “discount”  bevendole senza sapere che cosa ci fosse nel bicchiere; sono quattro Pils, o almeno questo è lo stile che i produttori dichiarano in etichetta. Le birre che ho scelto per questa prova sono le seguenti:  dal discount Finkbräu Pils e Grafenwalder Pils; dal supermercato Warsteiner Premium Verum e Ceres Top Pilsner. Tutte e tre, per meglio renderle irriconoscibili, in formato 50 cl. e con il “lato superiore” della lattina di color argento. Le descriverò inizialmente facendo riferimento solamente al numero del bicchiere dal quale bevuto.
Aspetto.
Sono tutte e quattro identiche, limpide e dorate;  forse la Nr.1 è appena un po’ più chiara.  Tutte mostrano un bel cappello di schiuma bianca, compatta e cremosa, dalla buona persistenza: la ritenzione delle birre Nr.1 e Nr.4 è leggermente migliore, con una patina bianca che rimane sempre in superficie. 
Aroma. 
Bicchiere nr.1:   avverto miele e cereali, crosta di pane, qualche sentore erbaceo. La fragranza non è certamente di casa, l’intensità non è granché ma per lo meno i profumi “giusti” ci sono. 
Bicchiere nr.2:  aroma assente, bisogna farla scaldare un po’ per far emergere un qualcosa dolciastro che mi ricorda un po’ il mais, ingrediente non citato sulla lattina. A temperatura ambiente mi sembra che ci sia anche un po’ di cartone bagnato. 
Bicchiere nr.3:  anche qui aroma nullo, con qualche lieve miglioramento a temperatura ambiente. Qualcosa di dolce simile al mais e ricordi di cereali che emergono quando la birra si scalda. 
Bicchiere nr.4: pochissima intensità, ma almeno qualcosa c'è. E' una generale sensazione dolce di pane, forse miele, nella quale non c’è ovviamente traccia di fragranza ed eleganza. 
Mouthfeel
Ovviamente leggere, watery e mediamente carbonate. Un DNA che le accomuna tutte, con la componente “acquosa” un troppo marcata nel bicchiere nr.2.
Gusto. 
Bicchiere nr.1: pane, cereali, accenno di miele. Non c’è una gran intensità ma – come per l’aroma -  ci sono quasi tutti i descrittori tipici dello stile. Si finisce nell’amaro erbaceo, non particolarmente elegante ma tollerabile; l'amaro è molto più evidente che negli altri bicchieri, ma all'alzarsi della temperatura aumenta anche la percezione della sua modesta eleganza/piacevolezza.  Meglio berla finché "fredda", in quanto risulta più bilanciata e più secca rispetto alle altre. 
Bicchiere nr.2:  quasi scarso, tendente al nullo. A birra fresca c’è una sensazione appena dolce che di nuovo mi ricorda quel mais non citato in etichetta e qualche suggestione di pane;  la chiusura amara è poco intensa ma riesce ugualmente ad essere poco gradevole. Riscaldandosi migliora un po’ la parte dolce (pane e miele) ma peggiora quella amara; la bocca rimane sempre impastata da una patina dolcina, con la birra che alla fine non risulta neppure particolarmente rinfrescante.
Bicchiere nr.3:  è una birra che rasenta l’acqua, in quanto all'assenza di sapori. Lievi accenni di pane e cereali, il solito timido finale erbaceo amaro un po’ sgraziato; nonostante la bassissima intensità riesce comunque a lasciare la bocca avvolta da una patina dolce poco rinfrescante. Anche riscaldandosi l’intensità non migliora di molto: aumenta un po’ la componente dolce, con il risultato che la nr.3 risulta essere la meno amara delle quattro; ma nonostante il basso livello d’amaro, quel poco che c’è è davvero poco elegante. 
Bicchiere nr.4:  rilevo pane, cereali, accenno di miele. L’intensità è bassina, e anche qui una patina dolce un po' appiccicosa rimane sul palato anche a fine bevuta, mentre ci vorrebbe un po’ più secchezza. L’amaro erbaceo finale è delicato ma ugualmente privo di eleganza e non esattamente gradevole; la sua bassa intensità lo rende comunque praticamente innocuo. 
Indoviniamo? 
Mi butto e abbino la Warsteiner Premium Verum al bicchiere nr. 1.  E’ senza dubbio la birra “meno peggio” delle quattro; non la andrei a cercare, ha tutte le caratteristiche dell’industriale inoffensiva e noiosa ma tutto sommato decente, benchè priva di  fragranza e/o freschezza. E’ pastorizzata, se non erro; ammetto di aver bevuto diverse volte la Warsteiner, in passato, ma era davvero tanto tempo fa. Il bicchiere nr.2 e nr. 3 mi sembrano molto simili, nella loro pochezza di gusto che rasenta l’acqua e in quell’amaro poco aggraziato che non ti lascia un piacevole ricordo anche di quel poco che c’è; mi gioco l’opzione discount su entrambe, ma non avendole mai bevute prima sarebbe inutile tentare di assegnare un numero a  Finkbräu Pils  o Grafenwalder. La nr.4 mi sembra un pochino meglio rispetto a queste due, per lo meno nell’intensità: scommetto sulla Ceres Top Pilsner, dopotutto c’è quel aggettivo “top” che mi fa pensare a qualcosa di qualità. 

Il verdetto.
Scarto le lattine numerate, ecco cosa c'era nei bicchieri.
Bicchiere nr.1  - Warsteiner Premium Verum
Bicchiere nr.2  - Finkbräu Pils
Bicchiere nr.3  - Ceres Top Pilsner
Bicchiere nr.4  - Grafenwalder Pils

E quindi?
Ho indovinato la Warsteiner, ma gli “avversari” erano forse troppo inferiori per non riuscirci; volendo guardare il prezzo, è anche la più cara del quartetto: 1.32 Euro (2,64 Euro/litro). 
La sorpresa in negativo è la Ceres Top Pilsner, quella "in positivo" (se così si può dire) è la  Grafenwalder che io avevo scambiato per la danese; prodotta dalla a me sconosciuta Frankfurter Brauhaus per una noto discount tedesco, si  difende con onore nei confronti della famosissima Ceres e, elemento da non sottovalutare, costa esattamente la metà  (0.59 invece di 1,19 Euro). 
Innocua, e quindi nulla da dichiarare, sulla Finkbräu: discount nel prezzo e anche nel gusto. Sicuramente meglio una Warsteiner, anche se costa più del doppio; prendete ovviamente la parola "meglio" con le dovute cautele. Stiamo sempre parlando di prodotti industriali alquanto anonimi e con molto poco gusto. 
Mi si perdoni infine il bicchiere fuori stile, ma era l'unico disponibile in quattro esemplari identici. 
In via eccezionale pubblico anche la classifica utilizzando la scala di punteggi BJCP: Warsteiner Premium Verum (26/50), Grafenwalder Pils  (23/50), Ceres Top Pilsner (20/50) , Finkbräu Pils (19/50).
Nel dettaglio:
Warsteiner Premium Verum, formato 50 cl., alc. 4.8%, lotto 04 A 17, scad.  05/08/2016, prezzo 1.32 Euro.
Finkbräu Pils, formato 50 cl.,  alc. 4,9%,  lotto A4 02:10, scad.  03/09/2016, prezzo 0.55 Euro.
Ceres Top Pilsner, formato 50 cl., alc. 4,6%, lotto H 0355, scad. 13/10/2016, prezzo 1.19 Euro.
Grafenwalder Pils, formato 50 cl., alc. 4,5%, lotto A4 02:40, scad. 20/08/2016, prezzo 0.59 Euro.


NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa lattina, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 23 giugno 2015

Castello Intensa


L’appuntamento mensile con la birra industriale, del discount o del supermercato vede protagonista  Castello di Udine Spa - Fabbrica Friulana di Birra, nata nel 1997 dalle “ceneri” dello stabilimento di Birra Moretti a San Giorgio di Nogaro (UD), rilevato da un gruppo di imprenditori da Heineken Italia che lo aveva acquisito solamente un anno prima. Lo stabilimento, uno dei più moderni in Italia, era stato costruito nel 1993.  Nel 2003 l’azionista di maggioranza di Birra Castello diventa il gruppo BSE  (Beverage Service Europe, ora Beverage Network), consorzio nazionale di distributori di bevande con sede a Bergamo.  
Nel 2006 viene acquistato un altro storico stabilimento italiano in crisi, quello di Birra Pedavena, fondato nel 1897 dai fratelli Luciani e rilevato nel 1974 da Heineken: la multinazionale olandese aveva annunciato nel settembre 2004 la decisione di chiuderlo ed esattamente  un anno dopo viene prodotto l’ultimo goccio di birra.  La  mobilitazione nazional-popolare che ne segue (sindacati, politici e personaggi dello spettacolo) porta ad un lungo negoziato che si conclude nel gennaio del 2006, quando Birra Castello lo rileva. Mentre il marchio “Birra Castello” rimane confinato sugli scaffali della Grande Distribuzione, quello Pedavena viene anche indirizzato al canale Horeca (ristorazione, catering, hôtellerie): ai due si affianca poi il marchio “premium” di Birra Dolomiti. Con 130 dipendenti ed una produzione di un milione di ettolitri l’anno, il gruppo Castello è oggi il maggior produttore di birra “italiana”, se si escludono i marchi posseduti dalle multinazionali. 
Tre le birre attualmente commercializzate da Birra Castello: La Decisa (Lager 4.8%), La Forte (Strong Lager 6.7%) e L’Intensa una sorta di Dunkler Bock (6.7%): tutte le etichette sono state sottoposte ad un recente restyling assieme alle bottiglie, ideate da Giugiaro Design. 
Nel bicchiere oggi c’è "L’Intensa", che prima del cambio di etichetta e bottiglia, era semplicemente “Intensa”.
Colore ambrato carico con venature rossastre, perfettamente limpido: la schiuma ocra è cremosa, compatta ed ha una buona persistenza. Al naso c’è una discreta intensità fatta di ciliegia e prugna sciroppata, caramello, frutti rossi e pane nero: domina il dolce, ma i profumi sono un po' troppo artificiosi e ricordano quelli sciroppi zuccherati che accompagnano la frutta in scatola. Non male la sensazione palatale, con una birra dal corpo medio che scorre bene senza scivolare – almeno inizialmente - nell’acquoso: le poche bollicine contribuiscono a renderla morbida. Il gusto è praticamente una fotocopia dell’aroma: l’attacco è deciso e piuttosto dolce e zuccherino ricordando di nuovo lo sciroppo di prugna, ciliegia e mirtillo. Progressivamente l’intensità va poi a calare sempre di più lasciando emergere note di pane nero e, a fine corsa, un timido amaro tra il terroso e l’erbaceo che si porta dietro una leggera ma fastidiosa presenza di cartone bagnato. 
Nel complesso la bevuta risulta un po’ stucchevole e penalizzata da quella fastidiosa sensazione di sciroppo dolce che non la rende né rinfrescante nei mesi estivi né riscaldante in quelli invernali; l’intensità (Intensa)  c’è almeno  all’inizio, peccato che la birra poi termini corta, un po’ annacquata e priva di qualsiasi "warming" etilico.
Ad ogni modo, il mezzo litro si trova indicativamente a 1,75 Euro: personalmente l'ho trovata vicino alla soglia della sufficienza. Siamo ancora lontani dal livello di una Forst Sixtus, tanto per prendere una birra più o meno paragonabile, ma nei supermercati (e non) si trova senz'altro di peggio e spesso ad un costo anche più elevato. 
Formato: 50 cl, alc. 6.7%, lotto SL 246410, scad. 01/2016.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 14 maggio 2015

Birra Moretti alla Piemontese, alla Siciliana, alla Friulana

2015 anno ricco di novità per Birra Moretti, il marchio italiano di proprietà della multinazionale Heineken e nominata Official Beer Partner di Expo 2015.  Fin qua nulla di strano, o vi aspettavate che qualche microbirrificio italiano mettesse a disposizioni i fondi necessari per la sponsorizzazione dell'evento?  Il binomio Moretti-Expo non è tuttavia iniziato nel migliore dei modi, con la lettera di “protesta” inviata da Unionbirrai nei confronti di un servizio di Studio Aperto nel quale un servizio sulla birra artigianale veniva mandato in onda proprio dall’interno del padigione Expo di Moretti, che artigianale (qualsiasi cosa si voglia intendere con questa parola) sicuramente non è. 
Da qualche mese Birra Moretti ha inoltre rifatto un po’ il look delle proprie etichette ed ha lanciato quattro nuove specialità chiamate “Le Regionali”: queste birre, caratterizzate dall’utilizzo fra gli ingredienti di un prodotto tipico dell’area geografica di riferimento, ricalcano un po’  il percorso fatto dalla cosiddetta “birra artigianale” sino a qualche anno fa, appellandosi al tanto abusato concetto di “territorialità”. Mi sembra che ultimamente si sia un po’ placata la tendenza dei microbirrifici di utilizzare l’elemento “strano”  o  “locale” per dare visibilità alle proprie birre, puntando piuttosto sugli stili classici: ma fino a pochi anni fa vi erano birrifici (alcuni di loro non più attivi) che annoveravano tra le proprie produzioni una birra al tartufo, una al basilico, alla liquirizia e allo zafferano, giusto per citare i primi che ricordo, o addirittura con ingredienti afrodisiaci
L’eco delle nuove specialità regionali di Moretti si è ben presto diffuso in rete grazie al comunicato stampa ufficiale prontamente ribatutto da blog, compiacenti e/o prezzemolati siti gastronomici, foodies e food consultants. La presentazione è avvenuta nell’ultima edizione di Identità Golose, che ovviamente annovera Birra Moretti tra i suoi sponsor. Finche c’è trasparenza, nulla di male.  
Ovviamente la loro presenza è assicurata tra gli “alti cibi” (sic) che si trovano sugli scaffali di Eataly e nei suoi ristorantini tematici, per proseguire il “percorso di diffusione della cultura birraria che Birra Moretti promuove fin dal 2007 e di cui, la partnership con Eataly, è il naturale proseguimento”, visto che “sposa i suoi stessi valori fondanti: qualità, italianità, convivialità”. Sappiate inoltre che le quattro birre “Regionali” sono state  “studiate all`origine dai mastri birrai di Birra Moretti in collaborazione con due `mostri sacri` dell`alta ristorazione: lo chef stellato Claudio Sadler e il sommelier Presidente ASPI Professor Giuseppe Vaccarini”. I miei complimenti, perbacco. 
Passiamo all’assaggio: ho volutamente tralasciato la Moretti alla Toscana, prodotta con l’orzo della Maremma, per concentrarmi sulle altre tre che vedono l’utilizzo di ingredienti meno tradizionali. 
Iniziamo dalla Birra Moretti alla Piemontese: gli ingredienti scelti sono (l’estratto di) mirtillo rosso della Val Sangone assieme al riso DOP Sant’Andrea (25%); l’etichetta elenca anche aromi naturali e la descrive dal “gusto insolito, intrigante e piacevolmente acidulo con sentori di erbe aromatiche, caramello di mirtillo e note di cereali”. Nel bicchiere è di un limpidissimo color oro antico carico, con qualche riflesso ambrato; perfetta la schiuma, cremosa e compatta, dalla lunga persistenza. Il naso è poco intenso: sentori di amido di riso e cereali, il dolce dello sciroppo di mirtillo che “lega” abbastanza bene con le note del miele, anche se il risultato non è assolutamente elegante. DNA “industriale” rispettato in bocca: prima di tutto la facilità di bevuta e la scorrevolezza, quindi corpo leggero, poche bollicine, acquosità. Il gusto è d’intensità piuttosto modesta, del tutto paragonabile ad una Moretti “standard”:  una vaga idea di biscotto e di miele, chiusura amaricante erbacea sgraziata che ricorda un po’ la gomma bruciata, e quella nota artificiosa di sciroppo di mirtillo che ogni tanto fa capolino. C’è un po’ di diacetile e il palato a fine corsa rimane sempre un po’ appiccicoso ed impastato: ne risulta una birra poco dissetante, che tuttavia invoglia ad un altro sorso proprio per pulire la bocca impastata. Strategia azzeccata, insomma.  La temperatura di servizio consigliata da Moretti ( 3-6 °C) è quasi corretta:  lasciatela riscaldare ed il mirtillo scomparirà evidenziando ancora di più i difetti (diacetile e gomma bruciata). 
Spostiamoci al sud per Birra Moretti alla Siciliana la cui ricetta, oltre a malto d’orzo e luppolo, prevede (estratto di) fiori di zagara siciliana, (estratto di) arancia e granoturco. Più chiara della Piemontese, si presenta limpida e dorata con un’impeccabile e cremosa testa di schiuma bianca, molto persistente. L’aroma evidenzia la zagara e l’arancia, ma il risultato è piuttosto artificiale  (personalmente mi ha ricordato purtroppo quello di alcune saponette o bagnoschiumi) e c’è anche un po’ di mais. In bocca replica perfettamente la Piemontese, con una facilità di bevuta inversamente proporzionale all’intensità del gusto che propone mais e cereali, arancia artificiale ed un finale amaricante erbaceo davvero sgraziato con parecchia gomma bruciata ed un po’ di plastica.  Di nuovo viene voglia di bere subito un altro sorso per allontanarne la sensazione poco gradevole e trovare un po’ di sollievo nel dolce dell’arancia che ricorda un po’ quelle spremute realizzate con il concentrato. Anche qui – pignoleria – lieve diacetile.  La “Regionale” in teoria più semplice da realizzare (una lager dal gusto agrumato!) è risultata alla fine la peggiore delle tre da me bevute. 
Il viaggio termina con la Birra Moretti alla Friulana che viene realizzata con (estratto di) mela renetta friulana, granoturco ed imprecisati aromi naturali. L’aspetto è quasi identico alla Siciliana, con il dorato che risulta appena più carico. L’aroma è completamente monopolizzato dalla mela verde: quello che nuovamente manca è la finezza, e i profumi di mela risultano piuttosto artificiali. Mouthfeel da capitolato Moretti: scorrevole, acquosa e leggera.  Alla fine è lei a risultare “la meno peggio” delle tre, rivelandosi perlomeno rinfrescante e dissetante, senza “impastare” il palato. Il gusto è piuttosto insapore, con una generale sensazione di granoturco dalla quale emerge ogni tanto la mela verde; il retrogusto amaro è più aggraziato, senza quella sensazione di  gomma bruciata che affligge le due sorelle. Bevuta fredda risulterebbe alla fine una “decente” lager industriale, non fosse per quell’insopportabile aroma artificiale di mela verde che personalmente ho trovato davvero fastidioso. 
Conclusioni? Non avevo nessun’aspettativa a riguardo e quindi non posso parlare di delusione o di sorpresa: sono tre prodotti industriali che devono necessariamente avere dei bassi costi di produzione, con tutto ciò che ne deriva. Più che nella produzione, si preferisce ovviamente spendere soldi in marketing.   Il livello mi sembra tuttavia inferiore ad altri prodotti industriali come ad esempio le ultime Poretti assaggiate, sebbene queste abbiano un costo superiore. Se volete bere bene, dovete guardare altrove e spendere di più.  Per la mela ci sono ottimi sidri “artigianali”, per il mirtillo vi indirizzo sulla Draco del Birrificio Montegioco e per la zagara perché non provare la  Nanai di Birra Malarazza? 
Per quel che resta, preferisco poi non entrare nel merito degli abbinamenti gastronomici che sicuramente saranno proposti in un svariato numero di eventi organizzati “ad hoc” e non commentare la consulenza di guru (stellati e non) che avrebbero presumibilmente collaborato alla realizzazione di queste regionali.
Dettagli:
Birra Moretti alla Friulana, alc. 5.9%, lotto 506438011, scad. 01/06/2016, 1.69 Euro al supermercato.
Birra Moretti alla Piemontese, alc. 5.5%, lotto 506413808, scad. 01/06/2016, 1.69 Euro al supermercato.
Birra Moretti alla Siciliana, alc. 5.8%, lotto 5047380SE, scad. 01/05/2016, 1.69 Euro al supermercato.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 16 febbraio 2015

Poretti 8 Luppoli Saison Chiara

Fa ancora discutere lo spot pubblicitario Budweiser trasmesso durante la finale del Superbowl USA 2015, nel quale la multinazionale si prendeva gioco (con un po’ di ragione, in verità) di alcuni atteggiamenti dei beergeeks, più interessati a dissezionare il contenuto del bicchiere piuttosto che a berlo.  Al di là della provocazione mediatica, è indubbio che nel corso degli anni la cosiddetta “birra artigianale” ha guadagnato fette di mercato a scapito dei prodotti industriali, negli USA più che altrove, costringendo le multinazionali e fare i conti con un “competitor” che fino a pochi anni era stato semplicemente ignorato. 
In Italia la situazione è alquanto diversa, con la fetta di mercato conquistata dalla “birra artigianale” che è ancora molto, molto piccola; contrariamente a quanto avvenuto negli Stati Uniti, i pesci grossi non hanno ancora iniziato a mangiare (acquistare) quelli “piccoli”,  accontentandosi per il momento di introdurre alcuni prodotti di fascia “premium” che emulano le birre artigianali (vedi le ultime specialità regionali di Birra Moretti) o destinati alla ristorazione. 
A luglio 2012 vi parlavo della Poretti 7 Luppoli  che con quella parola “Cascade” in etichetta, sconosciuta dalla maggior parte dei consumatori abituali di birra e nota solo ad una piccola cerchia di appassionati, rappresentava una piccola svolta. A qualche anno di distanza il marchio Poretti (di proprietà della multinazionale Carlsberg, lo ricordo) ci riprova, aumentando il numero: nasce la Poretti 8 Luppoli Saison Chiara. Di nuovo una parola (Saison) che ha significato solo per un bevitore un po’ “evoluto”,  seguita subito da un aggettivo (“chiara”) pleonastico ma rassicurante per chi la birra l’ha sempre acquistata sugli scaffali del supermercato in base al colore: definire una Saison chiara è  un’informazione assolutamente superflua per chi sa cosa è una Saison.
Tra pochi mesi a Milano sarà di scena l’Expo 2015: Birra Poretti (sic!) è stata scelta birra ufficiale di Padiglione Italia, in quanto assegnataria ufficiale della Piazzetta Tematica “Birra”.  In vista di questo evento, Alberto Frausin Amministratore Delegato di Carlsberg Italia ha già annunciato  che sono in preparazione una Poretti 9 e la 10 Luppoli, oltre ad una birra “champagne” creata appositamente per l’Expo che sarà presumibilmente chiamata “10 e lode” (a Notaresco saranno molto contenti per il nome originale). Se tutto questo non vi basta, sappiate che Birra Moretti  (gruppo Heineken)  è già stato nominato Official Beer Partner di Expo 2015,  all’insegna della valorizzazione della cultura alimentare italiana grazie a quei valori che dal 1859, fanno parte integrante del DNA di Birra Moretti: italianità, genuinità e qualità “sostenibili”.  Sapevatelo.   
E questa 8 Luppoli Saison Chiara ? Chiara lo è, leggermente velata, di colore dorato un po’ pallido: bene la schiuma, compatta e cremosa, bianca, molto persistente. L’aroma è abbastanza pulito ma non particolarmente intenso: sentori di arancia (scorza) e di cereali, lieve presenza di banana e di fiori secchi, una spolveratina di coriandolo tra le spezie. In bocca arriva molto leggera, ma per essere una saison ci sono troppo poche bollicine: la bevuta non è particolarmente vivace, sebbene facile, e la birra risulta un po’ slegata in alcuni passaggi. Il gusto è abbastanza coerente con i profumi: mollica di pane e tanto arancio, qualche lieve nota di banana, pesca, miele e coriandolo: il finale è corto e  leggermente amaro, non proprio elegantissimo, con note erbacee e di scorza d’arancio e con una leggerissima (ma perdonabile) impressione di gomma bruciata. 
E’ assolutamente priva di quel carattere rustico che sempre vorrei (dovrei!) trovare in una Saison, le birre che venivano prodotte dai contadini dell’Hainaut belga prima dell’arrivo dei mesi caldi, nei quali era impossibile birrificare, per essere bevute in estate durante il duro lavoro nei campi; erano una bevanda “corroborante” e senz’altro più salubre dell’acqua che a quel tempo era spesso era infetta e pericolosa da bere. 
Questa 8 Luppoli Saison Chiara è invece piuttosto simile ad una wit/blanche, una birra “docile”, rinfrescante e facile da bere, dolce e non molto secca, caratterizzata da tanta arancia e lieve coriandolo: non è particolarmente fragrante e neppure vivace, ma è pulita ed esibisce una discreta intensità, elemento da non dare per scontato quando si parla di birre industriali, che spesso risultano piuttosto annacquate e scialbe. La sufficienza la conquista, ma il suo prezzo (5.90 Eur per 75 cl.) non mi fa venire molta voglia di ricomprarla: a quel livello e dintorni, in molti supermercati, si trova con un po’ di fortuna il Belgio “originale”. 
Formato: 75 cl., alc. 6%, lotto LJ14324L, scad. 11/2015, pagata 5.90 Euro (supermercato, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.