venerdì 12 febbraio 2016

Camba Bavaria: Coffee Porter & Smoked Porter

Di Camba Bavaria vi avevo parlato in già in più di una occasione; il birrificio è stato aperto nel 2008 a Truchtlaching, nella regione bavarese del Chiemgau ed in prossimità del Chiemsee, una delle mete estive preferite dagli abitanti di Monaco e non solo. Il birrificio, lo ricordo, è una “costola” della BrauKon GmbH fornitore d’impianti per birrifici e brewpub in tutto il mondo: nei locali sulla riva del fiume Alz potete ovviamente assaggiare tutte le birre e mangiare, nell’immancabile e panoramico “Biergarten”. A produrle un team di una decina di birrai, affiancati da un manipolo di biersommelier che organizzano anche eventi nei locali del birrificio; a Truchtlaching vi era un tempo un insediamento di celti e “Camba” è infatti una parola Celta che significherebbe “bollitore”. 
Camba Bavaria ha anche aperto da qualche anno  un beer-bar a Monaco, chiamato Munich Tap House, dove oltre alle proprie produzioni potrete assaggiare numerose birre importate dall’estero; a 200 chilometri di distanza, a Gundelfingen an der Donau, nei pressi di Ulm, si trova la Old Factory Brauerei  & Craft-Bierwelt:  qui è dove avvengono gli affinamenti in botte di Camba.
Il birrificio è uno dei precursori della cosiddetta “craft beer revolution” tedesca, e forse il primo in una regione (la Baviera) dalle tradizioni ben salde e difficili da scalfire; oltre agli affinamenti in botte, la produzione si suddivide tra gli stili tradizionali e la gamma delle “international beers”, ispirate alla tradizione anglosassone, belga e all’innovazione statunitense, anche se ciò a volte significa “violare” l’editto di purezza. E’ questo il caso della Coffee Porter, prodotta con aggiunta di caffè e una luppolatura di EK Goldings, Cluster e Fuggles. 
Molto bella nel bicchiere, “vestita” quasi di nero con un cremoso cappello di schiuma nocciola fine e compatta dall’ottima persistenza. Al naso ci sono i profumi del pane nero, del caffe liquido ed in chicchi, dell’orzo tostato, con in sottofondo lievi sfumature di mirtillo e di cenere.  Benino la pulizia e l’eleganza, solo discreta l’intensità. Il percorso prosegue in linea retta al palato, dove il dolce sottofondo di caramello (con un tocco di vaniglia) è la base sulla quale s’appoggiano l’orzo tostato, la crosta del pane nero, il cioccolato ed il caffè che diventa progressivamente il protagonista della bevuta. Poche le bollicine, corpo tra il medio ed il leggero con una sensazione palatale a mio parare un pelino troppo acquosa. Pur non brillando di pulito risulta ugualmente una discreta porter caratterizzata da un amaro intenso ma “educato”, ben stemperato dall’acidità dei malti scuri, e da un retrogusto che si snoda tra il tostato, il terroso ed il caffè. L’intensità è buona, gli ampi margini di miglioramento riguardano secondo me l’eleganza e la finezza del suo elemento principale, ovvero il caffè. 
Solo un breve accenno alla seconda Porter prodotta da Cambia, una smoked/affumicata che rappresenta anche una delle ultime novità. E' una produzione stagionale invernale, annunciata a gennaio 2015 e presentata ovviamente alla Tap House di Monaco, il locale di proprietà del birrificio. Non ho molto da dire a riguardo perché purtroppo questa bottiglia ha preso rapidamente la strada del lavandino. Si salva solo il gradevole aspetto, tra l’ebano scuro ed il rosso rubino: l’aroma annuncia il disastro con note salmastre mescolate ad un affumicato che richiama la gomma e la plastica. Al palato c’è una bella infezione in corso, con l’acido lattico che si mescola alla plastica affumicata per quello che risulta praticamente un bicchiere d’acqua sporca. Non dovrebbe, ma a volte capita.
Nel dettaglio:
Camba Coffee Porter, formato 33 cl., alc. 5.4%, IBU 34, lotto 181 17, scad. 30/03/2016, 3.00 Euro (beershop, Germania)
Camba Smoked Porter, formato 33 cl., alc. 6.3%, lotto 336 142, scad. 02/09/2016, 2.37 Euro (beershop, Germania)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 11 febbraio 2016

HOMEBREWED! Francesco Baldini: American Pale Ale & Black IPA

Rieccoci a parlare di produzioni casalinghe in un nuovo appuntamento di Homebrewed! Oggi tocca a  Francesco Baldini dal 2011 homebrewer in quel di Imola contagiato dal “morbo” durante una cotta pubblica; seguono le prime produzioni da kit assieme a colleghi di lavoro e, da circa due anni, il passaggio all’E+G (Estratto + Grani, per i profani). A causa del poco tempo libero a disposizione la frequenza produttiva non è elevata, con circa 6-8 otto cotte realizzate nei mesi invernali in una pentola da 17 litri e equamente destinate al consumo personale e quello di amici e colleghi. 
Ringrazio da subito Francesco che ha voluto farmi assaggiare tre due birre, due delle quali ve le presento oggi:  non ci sono nomi o etichette realizzate al computer ma – hey! – dopotutto è la sostanza quella che conta. 
Partiamo da un’American Pale Ale realizzata con una parte di estratto liquido ed una di estratto secco; i malti sono Crystal, Carapils e Irish Moss, i luppoli Simcoe, Amarillo e Centennial con un dry-hopping di Nelson Sauvin. Il lievito è l’immancabile US-05. Il suo colore è ambrato velato, con riflessi oro antico; fine, cremosa e compatta la schiuma, ottima persistenza e ottimo aspetto complessivo. 
La bottiglia ha circa un mese di vita e l'aroma presenta un fresco bouquet di frutta tropicale (mango, papaia), pompelmo e i tipici profumi di uva bianca e litchi del Nelson Sauvin; la gradevolezza del mix è un po' disturbata da qualche nota meno piacevole che ricorda la cipolla. Al palato arriva con un corpo tra il medio e il leggero, è piacevolmente scorrevole e leggera anche a livello tattile, cosa che non ho riscontrato in altre birre prodotte in casa che invece soffrivano un po' di pesantezza; l'unico "appunto" che mi sento di fare riguarda le bollicine, la cui scarsezza toglie un po' di vitalità alla bevuta, soprattutto quando di coinvolto c'è un profilo di frutta tropicale. Personalmente ne avrei gradita qualcuna in più. Su una base maltata che richiama il biscotto e un po' il caramello, il gusto ripropone il dolce del mango e della polpa d'arancio ed il pompelmo; la chiusura è amara, della giusta intensità, con le note resinose che si mescolano a quelle del pompelmo. La birra è complessivamente gradevole e facile da bere, caratterizzata da un discreto livello di pulizia, fragranza e di eleganza, entrambe tuttavia migliorabili; gettate le solide basi, ora la sfida "professionale" sarebbe quella di limare e rifinire, ed è quella più complicata. Ma per il consumo tra le mura di casa, è una birra senza evidenti difetti o puzzette e ci si può tranquillamente accontentare.
La seconda birra è una Black IPA realizzata anch'essa con estratto liquido e malti Crystal, Carafa, Black, Special B e Carapils; lievito US-05, Citra e Simcoe i luppoli utilizzati anche in dry-hopping. Non è nera ma poco ci manca, ed è sormontata da una cremosissima e compatta schiuma color beige chiaro, dalla lunghissima persistenza.
Ottimo l'aspetto e piuttosto bene anche l'aroma, fresco e intenso, con una macedonia di frutta (mango, papaia, ananas, melone, pompelmo) che s'affianca ai sentori resinosi e ad una suggestione di fragola/lampone. Il benvenuto al palato è dato dal leggerissimo sottofondo di pane nero appena tostato, ovvero la base che sostiene l'ossatura dolce centrale che richiama il mango, l'ananas ed il pompelmo dell'aroma. Il corpo è medio e le bollicine sono nella qualità giusta: la birra scorre bene, è facile da bere e volendo cercare il pelo nell'uovo è un pochino slegata nel rapporto "acqua-sapori". La chiusura è  intensa ed ovviamente amara, caratterizzata sopratutto dalle note di resina con sfumature "zesty", un lieve terroso e appena un accenno di tostato. Questa Black IPA mi convince e mi piace anche per la sua fedeltà a questo stile-ossimoro: è una IPA di colore nero, senza avvicinarsi ad una porter/stout molto luppolata. Certo, anche qui pulizia e finezza sarebbero migliorabili ma l'intensità e la freschezza abbinate all'assenza di difetti rendono la bevuta semplice ma piacevole e - lo devo ammettere - molto migliore di alcune birre "professionali" che ho bevuto dall'inizio dell'anno.
Ringrazio di nuovo Francesco per avermi inviato le sue produzioni e gli dò appuntamento a fra qualche mese con la sua Imperial Stout; a voi invece che vi divertite a fare la birra in casa, ricordo che la rubrica è sempre aperta a tutti.
Di seguito i dettagli e la valutazione su scala BJCP:
American Pale Ale - formato 50 cl., alc. 5.3%, IBU 44, OG 1050, FG 1010, imbott. 29/12/2015.
Totale 32/50 (Aroma 7/12, Aspetto 3/3, Gusto 13/20, Mouthfeel 3/5, Impressione generale 6/10)

Black IPA - formato 50 cl., alc. 5.9%, IBU 72, OG 1060, FG 1015, imbott. 11/11/2015.
Totale 36/50 (Aroma 9/12, Aspetto 3/3, Gusto 15/20, Mouthfeel 4/5, Impressione generale 7/10)

mercoledì 10 febbraio 2016

Russian River Consecration

Nel 2007, per festeggiare il ventesimo anniversario del Toronado, Russian River realizza una birra destinata a diventare leggendaria: su richiesta e “supervisione” di Dave Keene, il proprietario del bar di San Francisco, viene realizzata la Toronado 20th Anniversary Ale che consiste in un blend di cinque Russian River in proporzione variabile e tutte “barrel aged”  per 12/18 mesi. 
La base de principale del blend è una “Quadrupel”  (12%) invecchiata nelle botti utilizzate da Firestone Walker per la Double Barrel Ale; dopo solo quattro mesi però la birra era talmente caratterizzata del legno che fu necessario tagliarla con un lotto di birra “fresca” e trasferirla in botti ex-Merlot. Le altre birre utilizzate per il blend furono due Belgian Strong Dark Ales (8-9%)  invecchiate in botti di legno nuove, la Sanctification (una Belgian Ale invecchiata in botti ex-vino con brettanomiceti) e, per aggiungere acidità, la Sonambic, una birra 100% fermentazione spontanea. Il risultato è sorprendente e, sebbene la  Toronado 20th Anniversary Ale non sia stata prodotta senza utilizzare frutta, chi la beve rimane impressionato dal suo profilo fruttato (uvetta, frutti di bosco, ciliegia);  da qui nacque in Vinne Cilurzo di Russian River il desiderio di realizzare una birra che aveva da tempo nel cassetto affinata in botti ex-Cabernet Sauvignon. 
La base di partenza di quella che sarà poi chiamata Consecration è sempre una Belgian Dark Strong Ale realizzata con lievito White Labs Abbey Ale WLP530 che viene poi trasferita nelle botti con aggiunta di Uva di Corinto secca (Zante Currants), lactobacilli, pedicocchi  e  brettanomiceti;  dopo alcuni mesi vengono aggiunti altri batteri e brattomiceti e la birra continua per circa sei mesi il suo percorso in botte prima di essere finalmente imbottigliata. 
Il suo aspetto è uno splendido ambrato piuttosto carico, quasi limpido, con riflessi ramati e un’effervescente schiuma biancastra che si dissolve abbastanza rapidamente. Il naso, estremamente pulito e raffinato, rivela una complessità che è un piacere esplorare man mano che la temperatura nel bicchiere si alza. Evidenti le tracce vinose e legnose, i fiori (viola), l’uva passa, il ribes nero, la mora e la ciliegia, la prugna; in sottofondo tracce di zucchero caramellato, vaniglia, forse tabacco, cuoio, con un leggerissima nota acetica (mela). 
A quasi due anni dalla messa in bottiglia la carbonazione è bassa ma ancora presente, la consistenza è oleosa, morbida e gradevole al palato, il corpo è medio. L'inizio della bevuta è dolce e mantiene una buona corrispondenza con l’aroma:  zucchero caramellato, prugna e uvetta, ribes nero e mirtillo, mora, accenni di vaniglia sono poi bilanciati dall’acidità lattica, dall’asprezza dei frutti rossi (ribes) e da una punta di acetico, l’elemento che Vinnie Cilurzo non ama e che cerca sempre di ridurre il più possibile nelle proprie birre. Delicata la presenza del legno e evidente il carattere vinoso impartito dall’affinamento in botte, presente anche nella chiusura ricca di tannini; a temperatura ambiente rilevo quella che forse è solo una suggestione di vino liquoroso, di porto. Il retrogusto è un piccolo riassunto della bevuta, con vino, ribes, caramello, ciliegia, uvetta e finalmente un leggere warming etilico: a proposito,  è impossibile indovinare la gradazione alcolica dichiarata, 10%. Nella sua splendida complessità, la Consecration è facilissima da bere, "acida" ma bilanciata, pulitissima e raffinatissima, assemblata con straordinaria eleganza; l'inchino è doveroso, siamo a febbraio ma non ho dubbi a metterla già tra le migliori bevute dell'anno, di sempre.
Russian River non esporta, ma se vi trovate a San Francisco vale senz'altro la pena fare una gita di un centinaio di chilometri a nord, in quel di Santa Rosa, Sonoma County: il brewpub è il luogo più probabile dove potrete trovare qualche bottiglia da portare a casa; nei beershop le poche che arrivano spariscono di solito in pochissimo tempo.
Formato: 37,5 cl., alc. 10%, lotto 23/05/2014, pagata 12.95 dollari (birrificio)

martedì 9 febbraio 2016

Keesmann Bock

Fondata nel 1867 dall’ex-macellaio Georg, la Keesmann-Bräu  è oggi ancora nelle mani della famiglia Keesmann, guidata da Sabine e dal nipote Stefan. Inizialmente chiamata “Zum Sternla” (nome oggi affibbiato ad una delle birre prodotte), il birrificio è soprattutto famoso per la Bamberger Herren-Pils, prodotta per la prima volta nel 1979 e divenuta molto popolare a Bamberga e dintorni al punto di impegnare attualmente circa il 90% della capacità produttiva. 
Il birrificio si trova nel sobborgo chiamato Wunderburg, oggi completamente inglobato in Bamberga, a circa un chilometro e mezzo dalla stazione ferroviaria; non è ben chiaro il perché di questo nome (Wunderburg = “castello dei miracoli”), ma se pensate che in una strada lunga circa 50 metri ci sono  Keesmann al civico 5 e Mahr’s al civico 10, direi che il nome è assolutamente appropriato!  
Il “brewpub” di Keesmann è aperto tutti i giorni dalle 9 (potete fare la classica “colazione” con il mezzo litro) alle 23, ma ricordate che il sabato chiude alle 15 e la domenica rimane chiuso. 
Quasi 150 storia e solo sei birre prodotte attualmente: la Hell, la già citata Herren-Pils, la Weissbier, la lager Sternla e due stagionali: Josephi Bock, disponibile nel periodo di Pasqua, e la Keesmann Bock, da ottobre a dicembre.
La stagione è quella giusta proprio per quest'ultima, perfettamente dorata e limpida, sormontata da un perfetto "cappello" di schiuma bianchissima, compatta e cremosa, dall'ottima persistenza. 
Nella sua semplicità e pulizia l'aroma offre un bouquet maltratto di mollica di pane e miele, cereali, sentori floreali e una lievissima punta di diacetile che emerge quando la birra si scalda, senza disturbare affatto. Poche bollicine al palato, corpo medio e presenza morbida caratterizzata dalla tipica scorrevolezza e facilità di bevuta della tradizione tedesca. Il gusto ricalca in fotocopia l'aroma sia nel bene che nella lievissima (e trascurabile) nota di diacetile; miele, pane, un accenno biscottato, un morbido tepore etilico che irrobustisce la (dolce) bevuta accompagnandola sino alla chiusura dove l'amaro (erbaceo) ha esclusivamente la funzione di bilanciare senza quasi farsi sentire. Il retrogusto è di nuovo maltato, dolce di miele e delicatamente etilico. Bock pulita, semplice, essenziale e fedele alla tradizione; chiudete gli occhi e collocatela idealmente in una fredda serata d'inverno in una Bierkeller di Bamberga accanto a rumorosi anziani che giocano a carte: la vita frenetica che spesso conduciamo vi sembrerà improvvisamente inutile e priva di ogni fondamento.
Formato: 50 cl., alc. 6.9%, scad. 04/03/2016.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 8 febbraio 2016

Caulier 28 Brett 2013

Una storia tormentata e complicata, quella della Brasserie Caulier; ve ne avevo già parlato un paio di anni fa, senza riuscire a fare completamente chiarezza su di un nome “diviso” a metà. Ci riprovo. 
Effettivamente sembra che tutto sia iniziato nel 1842 con la fondazione di un birrificio da parte di Edmond Caulier che in seguito consolidò  il proprio business acquistandone almeno altri due per poi riunirli in un unico marchio: alla sua morte, nel 1893, i suoi figli fondarono la società Caulier Frères registrando due anni dopo il marchio Brasserie Caulier. Il ventesimo secolo vide altre “incorporazioni” che portarono alla formazione della  Brasserie de Ghlin, dichiarata fallita negli anni ’70. Il governo belga, per preservare i posti di lavoro, raggiunse un accordo con altri due produttori (Piedboeuf e Artois) per mantenere operativa la Ghlin ove rimase in produzione una sola birra a marchio Caulier e soprattutto la Jupiler di Piedboeuf. Nel 1993 il birrificio fu devinitivamente chiuso. Nello stesso anno Charles Caulier, discendente di Edmond, fonda la società di distribuzione bevande “Maison Caulier” commissionando una birra presso un altro birrificio, in attesa che dagli impianti di proprietà della nuova Brasserie Caulier a Péruwelz esca finalmente nel 1995 la prima  “Vieille Bon-Secours”.  
Se ho composto bene i tasselli del puzzle, abbiamo quindi oggi un birrificio (Brasserie Caulier) di proprietà della famiglia Caulier che non detiene i diritti del marchio “Caulier” e che quindi produce birre con altri nomi  (Bon Secours, ad esempio); da quanto leggo la situazione finanziaria è di nuovo abbastanza traballante.  Il marchio Caulier  (e della Maison Caulier) è invece passato nelle mani della Caulier Developpement, che agisce oggi come beerfirm appoggiandosi al solito De Proef. 
E’ qui che infatti viene prodotta tutta la gamma moderna “Caulier 28” (Stout, White, Pale Ale, Tripel, Brett) e  la “Caulier Tradition“ (Brune, Blonde, 1842, Extra): da qualche anno la Caulier Developpement ha intensificato la promozione commerciale nel nostro paese, partecipando a diversi eventi e manifestazioni. E, last but not least, lo scorso 14 gennaio in via Flaminia a Roma è stata inaugurata la Brasserie 28 Caulier. 
Una delle ultime nate in casa “Caulier 28” è la “Brett”, birra che arriva sul mercato a fine 2013 e che non lascia molti dubbi sulla sua origine: il riferimento è ovviamente sua maestà Orval. Si veste d'ambrato piuttosto carico e limpido, con venature rossastre; la generosa schiuma ocra è abbastanza compatta, cremosa e molto persistente. Al naso è evidente il lattico, affiancato dalle note selvagge e "funky" terrose e di sudore; c'è l'aspro del limone e della mela acerba, una lieve nota di solvente e il dolce di toffee e caramello. Le bollicine sono ovviamente molto vivaci, il corpo è medio, la birra risulta un po' spigolosa ma comunque piacevole al palato. Il gusto si sposta maggiormente sul versante dolce, con caramello, biscotto, zucchero e frutta candita a predominare buona parte della bevuta, poi bilanciata dall'acidità lattica che si ritaglia il suo spazio senza manie di protagonismo. Chiude amara, terrosa e lattica, con un po' di solvente ed un lieve tepore etilico, unica manifestazione di un ABV abbastanza significativo (7.5%). A due anni dalla messa in bottiglia i brettanomiceti fanno sentire la loro presenza, soprattuto all'aroma; ci sono effettivamente ricordi di una Orval un po' "stagionata", c'è la struttura di base ma mancano cuore ed anima della trappista e, soprattutto, la sua bevibilità "killer", con un risultato è discreto ma un po' freddo ed avaro di emozioni.
Formato: 33 cl., alc. 7.5%, IBU 30, lotto 2013, scad. 19/02/2016, 2.10 Euro (foodstore, Belgio)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 7 febbraio 2016

Brewski: Ananasfeber APA & Passionfeber IPA

S'affaccia sul panorama brassicolo svedese a ottobre 2014 e Ratebeer elenca già 59 (!) birre prodotte in quindici mesi circa; parliamo di Brewski, microbirrificio aperto a Helsingborg, nei locali di un ex-macello, da Marcus Hjalmarsson, Johan Britzén, Alfred Olsson e Robin Skoglund. Un investimento da cinque milioni di corone (530.000 Euro circa) che sta già dando dei buoni risultati visto che la capacità produttiva è insufficiente a soddisfare tutte le richieste del mercato, le Brewski stanno già spopolando nei bar di Copenhagen e di Stoccolma e sono importate in Spagna, Italia e Stati Uniti; Marcus è il birraio, aiutato dal giovane Fredrik Fölster che ha effettuato alcuni stage presso il birrificio Rådanäs e presso Brekeriet.
Sebbene l'aggiunta di frutta nella birra sia una tradizione abbastanza consolidata (pensate ai Lambic alla frutta o alle Radler), pare che la prima IPA con aggiunta di frutta sia la Grapefruit Sculpin di Ballast Point che risale "solo" al 2013. Non ho avuto né tempo né voglia di passare in rassegna tutte e cinquantanove birre di Brewski, ma una buona parte di esse sono state realizzate proprio aggiungendo frutta, seguendo quella che è un po' l'ultima tendenza nel mondo delle "craft beer". In verità Marcus Hjalmarsson dichiara di aver fatto ricorso alla frutta in quanto non riusciva a trovare disponibili alcune varietà di luppolo necessarie per ottenere determinati profumi e sapori nelle sue birre; la frutta (purea o succo) presenta però un altro problema, quello delle variazioni qualitative legate alla stagionalità dei frutti stessi. 
Personalmente sono sempre stato un po' scettico nei confronti delle birre "alla frutta", soprattutto quando si parla di IPA e derivati, visto che (la maggioranza) di quelle caratteristiche fruttate sono ottenibili utilizzando lievito, malti e luppoli. Ma non bisogna mai lamentarsi prima di aver provato, e quindi ecco due Brewski alla frutta: l'American Pale Ale Ananasfeber e la India Pale Ale Passionfeber.
Partiamo dalla prima, la cui ricetta include anche Amarillo, Centennial, Simcoe e Chinook. Di colore dorato pallido e velata non quanto la foto possa far pensare: la schiuma è bianchissima e compatta, fine, generosa, dall'ottima persistenza. L'aroma offre una buona freschezza e un'ottima pulizia; c'è ovviamente l'ananas in primo piano, circondato da sentori floreali, agrumati (pompelmo, cedro) e di frutta tropicale. Al palato è leggera e vivacemente carbonata, con la bevuta che risulta molto facile e veloce: sulla sottile base maltata (crackers) s'inseriscono l'ananas ed il melone bianco, il dolce della polpa d'agrume e della frutta tropicale per un passaggio "ruffiano" prima dell'amaro finale spiccatamente "zesty" con un tocco di resina. Una birra molto secca e dissetante, con la lieve acidità del frutto a renderla rinfrescante quanto basta per sparire dal bicchiere in pochissimo tempo. L'uso della frutta è convincente, nessuna sensazione di trovarsi nel bicchiere un succo o una spremuta: l'ananas è molto calibrato e ben inserito nel contesto della birra, con un risultato non troppo distante da quello che si otterrebbe con i luppoli "giusti". Birra pulita e bilanciata, intensa, ruffiana: difficile resisterle. 
Un paio di gradini più in alto (7%) si trova la Passionfeber IPA, nella quale viene ovviamene utilizzato il frutto della passione. Abbastanza simile il canovaccio di partenza: colore dorato, velato ma luminoso, schiuma generosa, cremosa e compatta, molto persistente. Il passion fruit è protagonista al naso, affiancato dal mango e dal pompelmo, in un "cocktail" di frutta immagino pensato per bilanciare le note aspre del frutto della passione con quelle dolci del mango: il bouquet è fresco e pulito anche se personalmente il mix non mi fa impazzire. Un po' più robusto il corpo (siamo ai confini tra il medio ed il leggero), meno esuberanti le bollicine per una sensazione palatale morbida, benché molto scorrevole. Il contributo dei malti (crackers, un tocco di miele) è molto lieve al gusto domina il dolce/aspro del frutto della passione; mango e pompelmo restano un po' in disparte ed anche l'amaro (scorza agrumi, resina) fa un po' fatica ad uscire e ritagliarsi un ruolo da protagonista nel finale. Sarà che non amo particolarmente il frutto della passione, e quindi mi rendo conto che la mia opinione può essere poco obiettiva, ma questa Passionfeber mi convince molto meno della sua sorellina all'ananas. Rimane comunque elevato il livello di pulizia ed intensità, la birra è ancora piuttosto fragrante ma pende molto di più della precedente verso il succo di frutta. 
Nel dettaglio:
Ananasfeber APA, formato 33 cl., alc. 5%, lotto 8, scadenza non riportata.
Passionfeber IPA, formato 33 cl., alc. 7%, lotto 12, scad. 03/11/2016.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 6 febbraio 2016

Nomad Long Trip Saison

Galeotto fu l'incontro tra Leonardo Di Vincenzo (Birra del Borgo) e  Kerrie Abba e Johnny Latta di Experience It Beverages, importatore di bevande con sede a Sidney; la coppia australiana viveva in Italia ed aveva iniziato un'attività di importazione di vini italiani nell'emisfero australe, venendo poi in contatto anche con l'attivissima scena brassicola italica. Birra del Borgo è uno dei primi marchi che gli australiani decidono di aggiungere alla propria gamma. Di Vincenzo viene invitato in Australia e a partecipare ad alcuni eventi  e alla Good Beer Week di Melbourne, finendo con l'innamorarsi della terra dei canguri. 
Tra una pinta e l'altra, tra Di Vincenzo ed i Latta nasce l'idea di mettere in piedi un microbirrificio a Brookvale, sobborgo di Sidney situato una quindicina di chilometri a nord. L'annuncio della nascita del progetto Nomad Brewing viene dato a febbraio del 2014; nello stesso periodo un impianto Spadoni da 25 hl parte via mare dall'Italia. La burocrazia australiana rallenta un po' i piani, e la prima birra viene ufficialmente spillata a fine luglio 2014.  Qualche mese dopo, in ottobre, al Salone del Gusto di Torino è già possibile assaggiare qualche bottiglia allo stand di Birra del Borgo; Di Vincenzo, che ammette di passare ormai quasi sei mesi l'anno in Australia, affida l'avviamento dell'impianto a Brooks Caretta - birraio nomade - ex di Birra del Borgo e responsabile anche della "partenza" delle Birreria a Eataly New York ed a Eataly Roma, progetti che vedono entrambi Di Vincenzo come socio.
Nomad Brewing offre al momento quattro birre disponibili regolarmente (Pale Ale, Golden Ale, IPA e Saison) più un'ampia serie di produzione stagionali, occasionali e collaborazioni.
Long Trip è il nome scelto per una Saison realizzata con malto Pale, frumento, chicchi di caffè, pepe della Tasmania e semi di Acacia Picnanta australiana.
Il suo colore è l'arancio pallido, sormontato da un'esuberante schiuma biancastra e pannosa, dalla lunghissima persistenza. Gli agrumi (soprattutto cedro e limone) danno il benvenuto al naso, molto intenso e piuttosto pulito; sono affiancati da spezie (pepe bianco, cardamomo?), fiori e sentori di miele, erbe aromatiche (alloro?).  L'elevata carbonazione la rende in bocca molto vivace, mentre la consistenza watery abbinata ad un corpo medio garantisce un'ottima scorrevolezza. Il gusto è abbastanza complesso e parte con il dolce del miele e del biscotto, della frutta candita (albicocca), dello zucchero candito che formano una patina un po' appiccicosa che avvolge il palato senza mai abbandonarlo; a bilanciare c'è la nota acidula del frumento e l'amaro che si divide equamente tra il terroso e le erbe officinali. Nel retrogusto amaro fa ogni tanto capolino anche una suggestione di caffè. E' una Saison la cui lettura non è proprio immediata ma che mette in campo un'ottima intensità e un'eccellente pulizia; a mio parere indugia però un po' troppo sul dolce e si sente la necessità di una maggiore secchezza a ripulire il palato dopo ogni sorso. Viene un po' a mancare la raison d'être dello stile, quel potere dissetante e rinfrescante che costituiva il DNA di queste birre utilizzate dai contadini per rifocillarsi durante le lunghe giornate di lavoro estivo: priva di carattere rustico/ruspante, è una birra buona ed elegante che vedo più appropriata ad un comodo sorseggio a tavola in calice ed in abbinamento gastronomico, piuttosto che ad un'informale bevuta seduti per terra in mezzo all'erba di campagna. 
Formato: 33 cl., alc. 6.6%, IBU 39, lotto 35, scad. 07/2016, 3.90 Euro (foodstore, Italia).

NOTA: la descrizione della birre è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglie, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 5 febbraio 2016

Tiny Rebel The Full Nelson

Avevo incontrato il birrificio gallese Tiny Rebel  un paio di anni fa:  nel frattempo la “creatura” di Gareth “Gazz” Williams (31 anni) e Bradley Cummings ha continuato a correre veloce, raccogliendo premi e consensi.  Tre birre ai primi  tre posti del podio del Champion Beer of Wales 2013, bis della Pale Ale FUBAR all’edizione 2014 e, soprattutto, la Red Ale Cwtch che viene proclamata Champion Beer of Britain al Great British Beer Festival di Londra dello scorso agosto 2015. 
Il birrificio ha anche inaugurato il pub Urban Tap House, di fatto il primo  locale a Cardiff completamente dedicato alla “craft beer”, replicando poi nel 2015 con l’Urban Pop Up bar nella propria città di Newport. 
Il 2016 è iniziato con un annuncio sul blog nel quale il birrificio dichiara di voler realizzare trenta nuove birre, tre delle quali  (SNAFU, Dubbel Dragon e Stay Puft) sono arrivate già in gennaio; a voi stabilire se questa continua necessità di sfornare novità sia un bene o un male. Non è invece una novità la birra di oggi, che ha debuttato a maggio 2012: The Full Nelson, ovvero una “Maori Pale Ale”  nella quale, su una base di malto Monaco, viene dato ovviamente campo libero al luppolo neozelandese Nelson Sauvin. Ammetto subito il mio amore per questo tipo di luppolo, peraltro apprezzatissimo in un’altra riuscita “single hop” come la Merica di Prairie. 
Dorata con sconfinamenti nell’arancio, velata, forma una persistente “testa” di schiuma bianca, compatta e cremosa. L’aroma non è molto complesso ma porta in dote eleganza, intensità, pulizia ed ancora una buona freschezza: tanto basta per convincere. 
Dominano uva bianca, uva spina e litchi, in un’asprezza completata dalle note di cedro, pompelmo e lime.  In bocca le leggerissime note di biscotto e pane fanno da introduzione ad un tocco dolce di frutta tropicale prima che il gusto intraprenda il suo percorso in territorio amaro (zesty ed erbaceo). Leggera, vivacemente carbonata e scorrevolissima, ribalta al palato quanto espresso nell'aroma: qui dominano gli agrumi mentre l'uva e l'uva spina, marchi di fabbrica del Nelson, restano in sottofondo ma hanno un'importanza fondamentale nel contribuire a rendere questa Pale Ale  molto secca e quindi molto rinfrescante e dissetante. La componente ruffiana non è sfacciata, i profumi sono invitanti, la relativa semplicità ne permette la bevuta spensierata e quasi seriale; l'inappuntabile pulizia permette di realizzare una sorta di parata/tributo del luppolo neozelandese in una birra che risulta molto fruttata ma piuttosto quadrata e, soprattutto, sensata. Se come me amate questa varietà di luppolo, questa è una birra che dovreste regalarvi.
Formato: 33 cl., alc. 4.8%, lotto 818 819, scad. 10/2016.


NOTA: la descrizione della birre è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglie, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 4 febbraio 2016

Statale Nove John G Evo 3

Di tanto in tanto fa sempre capolino sul blog il birrificio bolognese Statale Nove guidato dal 2008 dal birraio Filippo Bitelli; non abito molto lontano e l'occasione è ghiotta per bere sempre birra fresca. Il birrificio offre una gamma ampia che attraversa la tradizione tedesca, anglosassone e belga, ma è la Germania a farla da padrone, con interpretazioni stilistiche sempre ben fatte che convincono senza necessariamente dover sempre rincorrere la moda del momento. 
Non è dunque un caso che l'anglosassone Stout di Statale Nove, chiamata John G, venga ogni tanto trasfigurata in una bassa fermentazione tedesca altrimenti detta Schwarzbier e rinominata John G Evo 3. Gli elementi in gioco sono quelli preferiti dal birrificio bolognese: la musica, visto che John G è il titolo di un brano dell'album d'esordio degli Atomic Ants a sua volta "dedicato" a John Joseph Gotti, il boss "elegante" dal 1985 al 2002 a capo della famiglia dei Gambino una delle più potenti famiglie mafiose di New York. Ma oltre alla musica nel nome (Evo 3) ci sono anche i potenti motori americani ai quali erano già state dedicate questa e questa birra
John G Evo 3 dunque, nel nuovo formato 33 che finalmente anche Statale Nove s'è decisa ad adottare, accompagnato dalle nuove etichette. Schwarzbier che arriva nel bicchiere di color ebano scuro con intense venature rosso rubino; la schiuma è beige chiaro e, benchè non troppo generosa, è fine e cremosa ed ha una buona persistenza.  Al naso i profumi di caramello e pane nero (Pumpernickel), tracce di ciliegia  e di caffè (liquido) che, man mano che la birra si scalda, assume il ruolo di assoluto protagonista; bene sia l'intensità che la pulizia. 
Al palato la carbonzione è davvero molto bassa; la birra ne guadagna in scorrevolezza, anche se non ne avrebbe bisogno, ma perde un po' di vivacità: leggera e "watery" quanto basta, rivela invece una bella intensità che ricalca in fotocopia l'aroma. Pane nero, cereali con il dolce del caramello in sottofondo sono la base sulla quale recitano un ruolo da protagonista tostature e caffè, sopratutto quando la temperatura aumenta. E' l'acidità dei malti scuri a stemperarle un po', prima del loro ritorno nel retrogusto abbastanza amaro di caffè e tostature.  Un interpretazione piuttosto personale di una Schwarzbier, con il caffè molto in evidenza a portarla al di fuori dei parametri stilistici, se si vuole essere puntigliosi; superando la teoria, la pratica mostra una quasi "session beer" molto pulita che fa ben coesistere intensità e facilità di bevuta, un pregio che non dev'essere dato per scontato. Sfavorevole - come tutte le cosiddette "artigianali" italiane - è invece il rapporto qualità prezzo se paragonato alle sorelle tedesche: d'accordo, parliamo di due nazioni diverse ma "sessionare" a dodici euro al litro diventa impegnativo.
Formato: 33 cl., alc.  4.7%, lotto 370 imbott. 29/10/2015, scad. 29/10/2016, pagata 4.00 Euro (birrificio).

NOTA: la descrizione della birre è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglie, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 2 febbraio 2016

Val-Dieu Grand Cru

L'abbazia cistercense di Val Dieu venne fondata nel 1216 ad Aubel (Pays de Herve, Belgio) da monaci provenienti dall’abbazia di Hocht, vicino a Maastricht; secondo la leggenda questa zona un tempo inabitata che oggi si trova a soli 25 chilometri a nord-est di Liegi era così ostile da essersi guadagnata il soprannome di “vallata del diavolo”. I monaci vi si stabilirono e, probabilmente per sfatare i cattivi presagi, la rinominarono Val-Dieu, ovvero “la valle di Dio”, nome che fu poi attribuito anche all’abbazia. La storia del monastero attraverso i secoli nella tumultuosa Europa centrale è la solita fatta di ampliamenti e distruzioni (1287, 1574 e 1683): nel diciottesimo secolo il suo massimo periodo di splendore terminato poi con la Rivoluzione Francese che lo “espropriò” obbligando i monaci all’esilio: Val-Dieu può comunque vantarsi di essere l’unico monastero belga sopravvissuto fisicamente alla Rivoluzione Francese. 
Fu l’abate Jacques Uls a riottenere il possesso del monastero che alla sua morte fu convertito in una fabbrica di lino ed in un convitto: nel 1840 gli edifici ormai in pessimo stato di conservazione furono acquistati dall’abate Burgers che vi si stabilì assieme ad altri tre monaci provenienti dall’abbazia di Bornem. I monaci sono rimasti a Val-Dieu sino alla fine del 2001, mentre dal primo gennaio 2012 negli ambienti del monastero abita  “una piccola comunità laica, guidata del rettore Schenkelaars Jean-Pierre, sotto la supervisione delle autorità ecclesiastiche regionali e in collaborazione con l’Ordine Cistercense”.  
Per quel che riguarda la produzione di birra, non si hanno notizie molto precise se non che la cessò con la Rivoluzione Francese e che i vecchi impianti di Val-Dieu furono definitivamente rottamati nel 1940 durante i lavori di restauro del monastero; dal 1975 al 1980 i monaci permisero (ingenuamente) al commerciante di bevande Corman di Battice l’utilizzo del proprio nome per realizzare la Tripel presso gli impianti della Brouwerij Van Honsebrouck, senza chiedere nulla in cambio. Secondo alcune fonti non si trattò altro che una rietichettatura della Brigand. Nel 1993 il distributore Joseph Piron di Aubel (dove si trova il monastero) firmò con i monaci un contratto per la realizzazione di una serie di birre a nome Val-Dieu impegnandosi a corrispondere una commissione; il problema era che nel frattempo Corman aveva ad insaputa dei monaci registrato il nome “Val-Dieu” e  Piron fu quindi costretto ad acquistarlo da lui. Le “nuove” Val-Dieu vennero inizialmente appaltate alla Brouwerii Van Steenberge fino a quando non entrò in funzione il nuovo birrificio di Piron, la  Brasserie d'Aubel , situato a pochi chilometri dall’abbazia. Sembra tuttavia che la Blond e la Brune fossero di qualità molto bassa, con una serie d’infezioni e di problemi che portarono il giovane birrificio al fallimento nel 1995. 
L’ultimo (e definitivo) tentativo di portare avanti il nome Val-Dieu è quello fatto nel 1997 dal commerciante di bevande Alain Pinckaers e dal socio Benoit Humblet, birraio proveniente dalla Kronenbourg; ai due venne l’intuizione di realizzare il birrificio in uno degli edifici del complesso cistercense. La produzione – che afferma di basarsi su ricette tramandate dall’ultimo abate di Val-Dieu – parte con Blond e Brune seguite nel 1998 dalla Tripel; se escludiamo i birrifici trappisti, Val-Dieu è di fatto a tutt’oggi l’unica abbazia in Belgio all’interno della quale viene ancora prodotta birra.  Dopo quasi vent’anni, Val-Dieu è ancora nelle mani di Alain Pinckaers e del nipote Michaël Pelsser;  il birraio Benoit Humblet se n'è invece andato ad aprire il microbirrificio  Bertinchamps a Gembloux e al monastero è arrivata la birraia Virginie Harzé assistita da Jonathan Petrenko. La produzione si attesta attorno ai 900.000 litri/anno, con Tripel e Grand-Cru a tirare le fila dell’export (30%).
Nel 2016 ricorrono gli ottocento anni dalla fondazione di Val-Dieu ed è giusto “celebrarli” con quella che è l’ammiraglia del monastero,  una robusta (10.5%) Belgian Strong Ale chiamata Grand Cru. Si veste con la “tonaca del frate” che in contro luce evidenzia intensi riflessi rosso rubino e ambrati; la schiuma è di un bianco appena sporcato di beige, abbastanza compatta e cremosa ed ha un’ottima persistenza.  Il naso è pulito è piuttosto ricco di “dark fruits” come prugna e uvetta, frutti di bosco, poi zucchero candito, mela rossa ed arancia candita; in sottofondo qualche nota vinosa e terrosa. Al palato è piuttosto corposa (medio-pieno) con una consistenza morbida, viscosa ed oleosa che è tuttavia mitigata da una carbonazione abbastanza sostenuta. E’ una birra che sin dai profumi non fa certo mistero di voler essere dolce, ed in bocca c’è tanta frutta sotto spirito a continuare il percorso intrapreso: uvetta, prugna, e frutti di bosco vengono affiancati da note di biscotto, forse liquirizia, zucchero candito e caramello ed una delicata speziatura.  E’ l’alcool, assieme ad una  leggera asprezza finale (uva, mela rossa) e ad un accenno amaro (terroso)  a bilanciare almeno in parte il (tanto) dolce, mentre i primi sorsi regalano anche una suggestione di tostato e di cioccolato. Complessivamente si sorseggia lentamente ma con buona frequenza, mentre l’alcool regala un morbido e diffuso calore che permette d’affrontare anche le più fredde serate dell’anno: spiccatamente dolce (tocca ripetermi) ma  non fuori controllo, molto appagante soprattutto se amate questa tipologia di birre. Mettetevi a sedere e prendetevela comoda, magari con una tavoletta di cioccolato fondente a portata di mano.
Formato: 75 cl., alc. 10.5%, scad. 04/2017, pagata 4.15 Euro (drink store, Belgio)

NOTA: la descrizione della birre è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglie, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.