martedì 17 dicembre 2013

Anarchy Citra Star

Facciamo una breve pausa dalle birre natalizie per rinfrescarci un attimo il palato con un birra leggera e dissetante.  Bevuta che coincide con l'ennesimo debutto sul blog di un nuovo birrificio inglese, quello chiamato Anarchy Brew. Ha sede a Morpeth, una ventina di chilometri a nord di Newcastle Upon Tyne, nel nord dell'Inghilterra. Viene inaugurato a Gennaio 2012 dai coniugi Simon e Dawn Miles, un passato da homebrewers e una passione - che non si riflette molto nel portfolio di birre prodotte - per il Belgio.  Aiutati, al momento, da altre quattro persone, dichiarano chiaramente di essere più interessati agli esperimenti ed "all'innovazione" (virgolettato d'obbligo, visto che sembra significare abbondanti luppolature extra europee) che alla tradizione brassicola inglese. Trovano casa in un edificio che prima ospitava un negozio di mobili, lo svuotano del contenuto installandoci gli impianti produttivi, una tasting room ed un piccolo shop dove i clienti possono acquistare direttamente le birre. L'avventura inizia con il nome di Brew Star, ma dopo circa sei mesi ecco arrivare una lettera dalla Brewster Brewing Company (situata più a sud, nei dintorni di Nottingham) che li intima di cambiare il proprio nome. L'assonanza dei due nomi, infatti, poteva creare confusione tra i consumatori ed essere considerata una violazione del proprio marchio registrato. Al di là di una evidente somiglianza fonetica tra i due nomi, l'obiezione sollevata dalla Brewster sarebbe stata probabilmente oggetto di una lunga disputa legale dall'esito tutt'altro che scontato. I coniugi Miles decidono tuttavia di non spendere tempo e parte dei propri fondi in avvocati ma di restare concentrati sulla birra: cambiano quindi il nome in un più aggressivo Anarchy Brew, andando subito a registrare nome e logo.  Nel frattempo, sono già arrivate alcune medaglie: argento per la Anarchy Lager (Siba 2013), oro per la bitter Sublime Chaos al 2013 Siba North East. Una quindicina le birre prodotte in quasi due anni di attività, numero abbastanza contenuto se lo paragoniamo con quello della maggior parte dei microbirrifici inglesi nati in questi ultimi anni ed assurdamente molto più prolifici.
All'assaggio la Citra Star, immagino una single-hop prodotta con l'omonimo luppolo americano che arriva in una bottiglia dalla forma abbastanza inusuale per un produttore inglese. Bel colore dorato, velato, con sfumature arancio pallido; la schiuma è bianca, a trama fine, cremosa e molto persistente. Aroma che ovviamente mantiene fede al nome della birra: festival dell'agrume, aspro, con lime, limone, cedro e qualche leggera nota di arancia; indubbiamente monotematico, scontato, ma molto forte e molto pulito. Quasi ineccepibile. Pochissime sorprese anche in bocca, ma ciò non dev'essere visto come un difetto: è solamente una conferma delle aspettative di una birra molto secca, con pochissimo corpo, dissetante e rinfrescante. Se questo è quello che cerchi, questo è quello che hai. Imbocco veloce e leggero, qualche traccia di crosta di pane e cereali e poi una vagonata di agrumi, con arancio e pompelmo  (e qualche note di pesca gialla) che ingentiliscono un po' la bevuta rispetto ai toni aspri dell'aroma. Ovviamente secchissima, è una session beer (4.1%) rinfrescante e dissetante, che inevitabilmente chiude il cerchio finendo dove era iniziata: amara e zesty, ricca di scorza di lime e limone. Molto profumata e pulita, ruffiana e piaciona ma abbastanza brava a restare in equilibrio sul burrone del succo di frutta senza precipitarci dentro. Dicembre non è sicuramente il suo mese ideale (a meno che non vi troviate a berla dentro un affollato ed accaldato pub), ma questa è una birra che potreste arrivare ad amare nei mesi più caldi dell'anno.
Formato: 33 cl., alc. 4.1%, IBU 36, scad. 31/01/2014, pagata 3.04 Euro (beershop, Inghilterra).

lunedì 16 dicembre 2013

Santa Kauss

Debutto natalizio sulle pagine del blog, quello del birrificio piemontese (Piasco, provincia di Cuneo) Kauss; un nome a me ancora sconosciuto, ma con ormai  oltre 600 produttori esistenti in Italia ed aperture quasi settimanali diventa davvero difficile essere sempre sul pezzo. Società fondata ad Aprile 2012 da Luigi Cagioni, Diego Botta e Ivan Lodini, che ha debuttato a marzo 2013; il birraio è Luigi “Cagio” Cagioni, diplomato in agraria e poi laureato nel settore  agroalimentare, ma soprattutto grande appassionato di birre nonché homebrewer dai primi esperimenti del 1997. Bella e curata l’immagine del birrificio, ma sito internet ancora in allestimento che rimanda alla inevitabile pagina Facebook per reperire informazioni. Le birre in produzione regolare dovrebbero essere tre, dai nomi tutt’altro che originali ma che permettono ai meno "esperti" di orientarsi facilmente nella scelta: Birra Bionda (una lager tedesca), Birra Rossa (una bock con luppoli americani, se non erro) ed una classica doppelbock deprecabilmente chiamata Birra Doppio Malto.  In estate viene anche prodotta una Birra Bianca, mentre per questo Natale la gamma si è ulteriormente arricchita di una nuova produzione, questa volta dal nome ben riuscito: si tratta di una Weizenbock molto sostenuta (9.3%!) chiamata Santa Kauss. 
Molto attraente l'aspetto: marrone scuro velato con riflessi rossastri ed ambrati; la schiuma, color ocra, non è molto generosa e si dissipa abbastanza rapidamente.  Il naso è dolce, pronunciato ed abbastanza pulito, con una netta prevalenza di banana matura; qualche spezia in sottofondo (soprattutto chiodi di garofano), toffee e qualche sentore interessante di ciliegia sciroppata. Gradevole in bocca, dal corpo medio, con consistenza oleosa e poco carbonata; morbida, con (fortunatamente) la banana un po' meno in evidenza che al naso. Frutta sotto spirito (uvetta e datteri), caramello/toffee, per un buon livello generale di pulizia ed intensità. Chiude leggermente amara, a mitigare un po' il dolce, con note terrose e di mandorla amara. Il finale è caldo, etilico, ricco di frutta sotto spirito: uvetta, prugna ed un leggero ritorno di banana. Interessante weizenbock (fosse un birrificio americano l'avrebbe senz'altro "imperializzata), pulita e solida, molto "pompata", che riesce a nascondere l'alcool abbastanza bene, lasciandogli il palcoscenico solamente nel caldo retrogusto. Un bel winter warmer da un birrificio che non ha ancora compiuto un anno di vita ma che sembra saper muovere i passi nella giusta direzione.
Formato: 75 cl., alc. 9.3%, lotto 13210175, scad. 29/03/2015, pagata 8.00 Euro (stand birrificio).

domenica 15 dicembre 2013

Millevertus Douce Vertus de Noël

Apriamo ufficialmente la stagione natalizia 2013 iniziando un po' in sordina, ovviamente con il Belgio, ma con una natalizia dalla gradazione alcolica abbastanza contenuta. E' la stagionale della Brasserie Millevertus, che vi abbiamo presentato appena due mesi fa. Il birrificio si distingue per le etichette abbastanza spiritose e divertenti, e non fa eccezione neppure quella della birra natalizia, sexy ed ammiccante. La Douce Vertus de Noël cambia ogni anno, con leggeri aggiustamenti che vengono fatti di anno in anno con lo scopo di migliorarla; terminato il Natale, la Douce Vertus de Noël si accorcia il nome, cambia etichetta e diventa semplicemente La Douce Vertus fino al Natale dell'anno successivo, quando viene rilasciata la nuova Douce Vertus de Noël. Ricetta che prevede quattro tipi di malto e quattro luppoli diversi, per una birra che nel Maggio 2012 (quindi quella prodotta a Natale 2011) è stata  nominata la miglior birra della Vallonia.
In bottiglia non è indicato l'anno di produzione, ma la data d'acquisto e la scadenza fissata a settembre 2014 mi fa ipotizzare che si tratti di una produzione 2012.
Splendida nel bicchiere, un bellissimo color marrone quasi limpido con riflessi ambrati/rossastri; la schiuma, molto persistente, è ocra, fine e cremosa. L'aroma va un po' a cozzare con il bell'aspetto e con l'ammiccante etichetta: quasi nullo, a fatica si riesce a percepire qualcosa di terroso, forse toffee, qualche sentore legnoso. Per fortuna le cose migliorano in bocca: il fondo è terroso e leggermente tostato, c'è una leggera speziatura ma è impossibile identificare le singole componenti; fa capolino anche qualche nota di caffè e di cioccolato. Sorprende in positivo il finale, molto secco, ricco di polvere di cacao, con una nota amaricante di china e di caffè. E' un Natale quasi amaro, contrariamente al nome, quello che offre questa Douce Vertus, e quindi abbastanza controcorrente rispetto ai tanti dolcioni che la tradizione brassicola belga propone. Corpo medio, giusta carbonazione, watery quanto basta per essere bevuta facilmente senza però sacrificare una buona morbidezza e persistenza palatale. Non brilla di pulito, è avara di profumi e non riscalda con il suo alcool le fredde notti di dicembre; rimane senza dubbio più bella da vedere che buona da bere, ma come aperitivo o introduzione alle corpose ed alcoliche birre natalizie ci può anche stare.
Formato: 33 cl., alc. 7%, scad. 09/2014, pagata 1.70 Euro (beershop, Belgio).

sabato 14 dicembre 2013

Camden Town Versus Odell Baltic Porter

Tempo di birre collaborative per il birrificio londinese Camden Town, che abbiamo incontrato per la prima volta qui; a metà 2013 viene infatti lanciata la "The Versus Series", birre one-shot prodotte assieme ad altri birrai. Ad inaugurare c'è una collaborazione importante, con il birrificio americano Odell (Colorado); ne seguirà, qualche mese più tardi, una assieme agli italiani Brewfist, Birrificio Italiano e Birra del Borgo. Ma torniamo allo scorso Maggio, quando Doug Odell si reca a Londra per realizzare una versione particolare di una delle sue birre più apprezzate, la Cutthroat Porter. La ricetta utilizza ingredienti "simili" (così viene dichiarato sul sito della Camden, anche se si fa fatica a capire il significato di "simile") alla Porter di Odell, ovvero malti Pilsner, Monaco, Caramalt, Amber, Chocolate e Roasted; i luppoli sono Northdown Halleratu Tradition ed Hallertau Hersbrücker. Il lievito usato è però quello della Hells Lager di Camden, quindi a bassa fermentazione, e l'alcool viene aumentato dal 5% della Cutthroat al 7%.
Si presenta di colore ebano scurissimo; la schiuma, dalla discreta persistenza, è beige, fine e cremosa. 
L'aroma non è né particolarmente pulito né molto pronunciato: orzo tostato, caffè, qualche lieve sentore di mirtilli, cioccolato e di fumo/cenere. Le cose migliorano invece in bocca, dove se non altro c'è una maggiore intensità: scorrevole e facile da bere, poco carbonata, corpo medio-leggero. Lo scenario è assolutamente coerente con l'aroma: molte tostature con caffè e cioccolato in secondo piano; lieve acidità finale, una leggera nota di cenere e l'alcool che offre un tiepido calore solo nel retrogusto, tra note terrose e torrefatte. Una collaborazione che onestamente non mi ha entusiasmato (superflua, verrebbe da dire) ma a parziale scusante c'è forse la bottiglia vicino alla data di scadenza; aroma sotto tono, meglio l'intensità del gusto che regala qualche buona soddisfazione. Ma, bevuta una volta, non è una birra che tornerei a cercare, per intenderci: nello "scontro" (Versus), vince senza dubbio la Cutthroat originale.
Formato: 33 cl., alc. 7%, scad. 14/01/2014, pagata 3.04 Euro (beershop, Inghilterra).

venerdì 13 dicembre 2013

De Dolle Extra Export Stout

Nasce come offerta per il mercato americano, dietro specifica richiesta dell'importatore, la Extra Export Stout dei birrai "matti" De Dolle; il successo ha poi convinto Kris Herteeler ad inserirla nella produzione regolare del birrificio (un paio di volte l'anno) e renderla quindi facilmente reperibile anche nel nostro continente. Malti roasted, chocolate, pale e caramel, un solo luppolo utilizzato, il Nugget, zucchero candito e lo stesso ceppo di lievito utilizzato per la Arabier: dovrebbe (condizionale d'obbligo) essere questa la base della ricetta per questa Export Stout, alla quale va comunque aggiunto - nel bene e nel male - la genialità del birraio.
Versiamola nel bicchiere: bellissimo l'aspetto, di colore nero impenetrabile; sontuosa anche la schiuma, compatta, a trama fine e cremosissima, molto persistente, di colore nocciola. Al naso sentori di mirtillo, mela verde, una leggera speziatura, orzo tostato; man mano che la birra si scalda emerga anche una leggera acidità (lattico). Annusandola ad occhi chiusi, difficilmente verrebbe da dire che si tratta di una stout. Anche il gusto è abbastanza particolare, ci vuole più di un sorso per coordinare le idee e buttare sul foglio il nome di qualche descrittore: ci sono le tostature, c'è qualche lieve nota di caffè e cioccolato che ogni tanto fa capolino, ma c'è soprattutto una marcata acidità lattica affiancata da note rustiche e terrose.
Il gusto, poco pulito, è nel complesso gradevole e l'acidità fa sì che questa birra dal 9% di percentuale alcolica si beva con una facilità commuovente. Più che una stout, il risultato è una sorta di Dark Farmhouse Ale, con qualche nota di Brettanomiceti. Il finale è ancora più sorprendente: leggermente salino, una nota di pelle/cuioio, con un retrogusto morbido ed etilico di frutta sotto spirito (prugna, uvetta) e tostature. Si parlava di genialità, ma forse bisogna solo appellarsi alla casualità che probabilmente tende a premiare maggiormente i bravi rispetto ai mediocri; normalmente la stout di De Dolle non è una stout classica, ma da una bottiglia probabilmente "sbagliata" e leggermente infetta, ne esce fuori una specie di Dark Saison gradevole ed interessante, dal profilo rustico e quasi rinfrescante; mi sono capitate diverse (imperial) stout difettate negli ultimi mesi, molte di loro sono finite nel lavandino, ma questa Export Stout dei "birrai matti" è stata alla fine bevuta tutta con una discreta soddisfazione, anche se sicuramente non era la birra che doveva essere.
Formato: 33 cl., alc. 9%, IBU 50, lotto e scadenza non indicati, pagata 4.50 Euro (beershop, Italia).

mercoledì 11 dicembre 2013

Weird Beard Five O'clock Shadow

Terzo appuntamento con il birrificio Weird Beard, incontrato per la prima volta qui: situato nel sobborgo londinese di Hanvell, è operativo da Settembre 2012 con una trentina di birre già listate sul database di Ratebeer. Evidente la predilezione del birrificio per i luppoli, soprattutto quelli americani ed esotici, se si passa in rassegna la lista delle birre prodotte sino ad oggi.  Inevitabile quindi la presenza di almeno una American IPA, in questo caso chiamata Five O'clock Shadow: ringrazio un lettore, Dario, che mi fa notare come questa espressione si riferisce a quell'accenno di barba che compare appunto verso la sera sul viso di chi si è raso al mattino; alle cinque del pomeriggio (i più fortunati) finiscono anche il loro giorno di lavoro e possono quindi dirigersi verso il pub preferito a rilassarsi con un bicchiere di birra. Prodotta per la prima volta ad Aprile 2013, con malti Pale, CaraRed e Monaco; per quel che riguarda i luppoli, il birrificio ha dovuto rinunciare ad utilizzare come aveva previsto solamente Citra e Nelson Sauvin (causa scarsa reperibilità) ed ha optato per Summit, Apollo, Citra e Columbus. Bottiglia purtroppo non freschissima (Giugno 2013), con un semestre sulle spalle: quasi un'inezia, se penso ad alcune IPA italiane che hanno scadenze triennali (!). L'etichetta ricalca fedelmente l'azzeccato layout di tutte le altre birre Weird Beard, con le foglie di luppolo ad incorniciarla ed un teschio dagli "occhi di luppolo".
Di un bel color rame, con sfumature arancio, mentre delude un po' la schiuma, grossolana, di dimensioni molto modeste e assai poco persistente. Naso pulito e dolce, tutto sommato ancora decente, con un mix di frutti tropicali (ananas, mango, passion fruit), arancia e pompelmo. Purtroppo ci è capitata una bottiglia quasi piatta, con una buona morbidezza ed un corpo medio; la sensazione palatale è gradevole, ma la quasi assenza di bollicine la rende poco vitale e molto scarica. Il gusto è ben equilibrato tra i malti (biscotto, caramello), frutta tropicale dolce e scorza di pompelmo; c'è meno freschezza rispetto all'aroma, con un la frutta che tende a virare verso la marmellata piuttosto che alla freschezza. Delude un po' anche il finale, dove non c'è l'atteso "morso" amaro dei luppoli ma della leggerissima resina, un po' svanita, e un po' di scorza di pompelmo. Si percepisce una solida struttura ed un buona somiglianza con le  "vere" IPA americane, ma è una bottiglia penalizzata da troppe cose (zero bollicine, poca freschezza, luppoli stanchi) per tentare un paragone diretto.  Rimandata al prossimo assaggio, se mai capiterà.
Formato: 33 cl., alc. 7.3%, lotto 14, imbott. 06/2013, scad. 06/2014, pagata 2.96 Euro (beershop, Inghilterra)

martedì 10 dicembre 2013

Montegioco Bran

E' sempre con grande piacere e curiosità che ci accingiamo a stappare (ed a scartare, visto l'elegante involucro che avvolge le bottiglie da 75 cl.) una nuova birra del birrificio Montegioco di Riccardo Franzosi. Stasera è la volta della Bran, un'interessante creazione che abbiamo trovato classificata in diverse categorie stilistiche: barley wine, belgian strong dark ale, imperial stout o imperial porter. Ne esiste anche una versione barricata (almeno 6 mesi in botti che hanno ospitato Barbera) che viene principalmente destinata al mercato americano.
Il colore dà un buon indizio di quello che andremo a trovare nel bicchiere: praticamente nero, con una discreta testa di schiuma beige, fine e cremosa, che ha buona persistenza. Aroma pulito, anche se non molto forte, che mostra coerenza con il colore della birra: caffè, orzo tostato, leggeri sentori di salsa di soia, un lieve speziatura e qualche note fruttata (pera?) vanno a comporre un bouquet olfattivo interessante ed abbastanza complesso. Molto bene anche l'arrivo in bocca: morbida, quasi cremosa, poco carbonata, dal corpo medio. Ritroviamo il caffè e le tostature, le lievi note di salsa di soia, la liquirizia e, più nascoste, alcune sfumature fruttate (soprattutto prugna) e di cioccolato. 
Nel finale emerge anche una gradevole leggera nota di sigaro; birra complessa ed arricchita da numerose piccole sfaccettature che la rendono molto interessante, quasi da contemplare sorso dopo sorso. E' facile da bere, l'alcool è ben nascosto e regala un discreto warming, morbido, solamente nel retrogusto, assieme a caffè, liquirizia e prugna disidratata. E' una birra importante (sebbene un po' snellita dal finale che porta in dote la leggera acidità del caffè) che si lascia sorseggiare lentamente a fine pasto, ma è anche quasi scontato vederla abbinata a dolci (di cioccolato o caffè); il birrificio la consiglia in abbinamento a salumi piccanti (nduja calabrese), aringhe affumicate e, per chi fuma, sigari.
Formato: 75 cl., alc. 8.5%, lotto 16/12, scad. 31/12/2016, pagata 10.20 Euro (food store, Italia).

lunedì 9 dicembre 2013

Wild Beer Wildebeest

Della Wild Beer Co. vi abbiamo già parlato in questa occasione la scorsa estate; nel frattempo le loro birre sono arrivate anche in Italia e si possono trovare in alcuni beershop. Dopo un’estiva (ed ottima) Saison, la stagione fredda invita all’assaggio di una ben più sostanziosa  “Imperial (espresso chocolate vanilla) Stout" chiamata Wildebeest, ovvero lo Gnu. Imponente ABV (11%), viene prodotta con cioccolato Valrhona, caffè colombiano e baccelli di vaniglia, ed il birrificio la descrive come una birra da sorseggiare preferibilmente davanti al camino, seduti in poltrona. In mancanza del primo, ci accontentiamo della seconda e passiamo a stappare la splendida  bottiglia serigrafia, con il bel logo della Wild Beer in evidenza.
Nera, impenetrabile dalla luce, forma una testa compatta di schiuma nocciola, fine e cremosa, dalla buona persistenza. Bel naso, pulito ed elegante, con pochi elementi ma molto ben rappresentati: chicchi di caffè, vaniglia, sentori più leggeri di cioccolato. Notevole anche l'ingresso in bocca: corpo pieno, consistenza quasi equiparabile all'olio motore, poche bollicine. Birra molto morbida e rotonda, avvolgente, che rivela però un gusto molto meno interessante e coinvolgente dell'aroma.
Con tanta liquirizia, poco caffè e pochissimo cioccolato, la bevuta tende a saturare il palato abbastanza presto; inevitabile sorseggiarla, non tanto per la gradazione alcolica, molto ben nascosta, ma soprattutto per la viscosità della birra. Una discreta acidità nel finale aiuta un po' ad alleggerire il peso, il finale è discretamente secco ma presenta una nota salmastra non proprio gradevole. Nel retrogusto s'affaccia finalmente l'alcool, caldo e morbido, accompagnato da qualche nota di caffè. Birra un po' deludente, non particolarmente complessa ed un po' noiosa, che parte con un bell'aroma ma che presenta un'inizio di deriva salmastra abbastanza preoccupante e che non promette nulla di buono per i mesi a venire; l'abbiamo forse presa "per i capelli", prima che fosse troppo tardi per berla.
Formato: 33 cl., alc. 11%, scad. 23/05/2014, pagata 5.66 Euro (beershop, Italia).

domenica 8 dicembre 2013

Siren Liquid Mistress

Non solo Londra, ma tutta l’Inghilterra è protagonista  da qualche anno di una interessante rinascita brassicola che vede l’apertura di numerosi microbirrifici;  cerchiamo per quanto possibile di esplorare queste nuove realtà che a volte riservano delle belle sorprese. Siren Craft Brew è di recente apertura (febbraio 2013) ed è stato fondato da Darron Anley;  siamo a Finchampstead, nei dintorni di Reading,  circa 70 chilometri ad est di Londra. Nel suo progetto-birrificio  Anley riesce ad avere a bordo l’americano Ryan Witter-Merithew: barba e tatuaggi, quasi lo stereotipo del birraio a stelle e strisce. Nato in North Carolina, ha iniziato la sua carriera alla Duck Rabbit – racconta -  dove in pochi giorni vede crollare l'immagino del birraio come “un creativo che passa le ore ad elaborare le ricette di nuove birre”. La maggior parte del tempo la passa invece a spalare le trebbie ed a lavare fusti, ma le dimensioni ridotte della Duck Rabbit lo portano lentamente a fare praticamente di tutto: il birrificio produce però solamente birre scure, e l’ambizioso Ryan dopo tre anni di lavoro decide che è il momento di provare altre strade. Emigra in Danimarca, dove inizia a lavorare per la Fanø Bryghus; oltre alle birre della casa, Fanø fa anche quelle di alcuni famosi beer-firm come Mikkeller, Evil Twin e Stillwater. L’idea lo stuzzica, ed ecco che Ryan per la Fanø crea un secondo marchio commerciale, chiamato Grassroots assieme a Shaun Hill di Hill Farmstead (USA, ma anche lui con un passato alla Fanø) e Claus Winther, manager di Fanø. L’idea commerciale è appunto quella di sfruttare la crescente domanda in Scandinavia (ed in Europa) per le birre d’ispirazione americana. Hill e Witter-Merithew elaborano le ricette che vengono poi prodotte alla Fanø  e che spesso vedono la collaborazione di altri birrai, Mikkeller ovviamente in primis.  Nel 2012 il progetto Grassroots europeo viene terminato, con il marchio che prende la strada degli Stati Uniti e che – probabilmente – proseguirà con produzione presso gli impianti di Hill Farmstead. Nello stesso anno termina anche  il rapporto tra la Fanø e  Ryan Witter-Merithew, con quest’ultimo che si trasferisce a  Finchampstead per iniziare l’avventura con Siren: il progetto è chiaro sin dall’inizio, ovvero fare birre d’ispirazione americana  con, al momento, nessuno sguardo alla tradizione Inglese, Belga o Tedesca. Abbastanza (ma non troppo) sorprendente che in nove mesi di vita Siren abbia già prodotto una trentina di birre, incluse numerose collaboration con, ovviamente, Mikkeller ed Evil Twin ma anche con Cigar City e Pizza Port (USA); se tutto ciò non bastasse, ci sono già diverse birre che stanno riposando in botte e che saranno prossimamente commercializzate. Il birrificio sfrutta molto bene i contatti a disposizione; a pochi mesi dal debutto, le birre sono già esportate in diversi paesi europei, Italia inclusa se non erro.
Liquid Mistress è una Red IPA che guarda alla West Coast americana; rossa scura, quasi borgogna, con una testa molto persistente di schiuma beige chiaro, cremosa e dalla trama fine.  Al naso pompelmo, arancia rossa, frutti di bosco rossi (soprattutto fragola), leggero caramello. In bocca ha una buona morbidezza, corpo medio e una frizzantezza molto contenuta;  note di biscotto (a me a ricordato i Digestive), frutti di bosco e toffee sono protagonisti della prima parte della bevuta, che prosegue poi con l’amaro di pompelmo e sfocia in una finale resinoso ed un po' pepato. Secca ma meno pulita che al naso, lascia un lungo retrogusto amaro che aggiunge altra resina e qualche note terrosa. E' una birra che non impressiona né per la freschezza dei luppoli che per la pulizia, sebbene solida e robusta; si beve con discreta piacevolezza ma, una volta finita, non fa certamente nascere la voglia di andarla a ricercare. A sua parziale scusante, una bottiglia forse non molto fresca.
Formato: 33 cl., alc. 5.8%, lotto 3701, scad. 03/2014, pagata 3.39 Euro (beershop, Inghilterra).

sabato 7 dicembre 2013

St. Georgen Bräu Doppelbock Dunkel

La storia della St. Georgen Bräu inizia nel 1624 quando viene fondata a Buttenheim, una ventina di chilometri a sud di Bamberga; siamo quindi in Franconia, Baviera. E mentre qualche secolo più tardi  il paese di Buttenheim diventerà famosa per aver dato i natali a Levi Strauss (sì, l'inventore dei jeans), dedicandogli anche un museo, la tranquilla vita della St. Georgen Bräu rimane nelle mani della famiglia  Modschiedler, i cui successori ne mantengono la proprietà dal 1814 al 2009. Il cambio epocale avviene quando Norbert Kramer, che lavorava già come birraio alla St. Georgen dal 2000, ne rileva la proprietà dagli Modschiedler. Un cambiamento che sembra al  tempo stesso anche garantire una perfetta continuità con il passato nella regione della Germania (la Franconia) con il maggior numero di birrifici ed il maggior consumo di birra pro capite. Nessuna modifica nella gamma di birre prodotte, che rimangono sempre le stesse inclusa anche la Levi Urstoff, dedicata proprio al più famoso cittadino di Buttenheim emigrato poi negli Stati Uniti. Il miglior posto dove bere le St. Georgen rimane la Bräustübla, ovvero il locale con mescita adiacente al birrificio; nell'attesa di recarvi in loco, le potete comunque bere abbastanza facilmente anche in Italia visto che il birrificio gode di una distribuzione quasi regolare.
Ideale per queste fredde serate di dicembre è senz'altro la Doppelbock Dunkel, dal bellissimo color marrone limpido con riflessi rosso rubino; impeccabile anche la schiuma, compatta e fine, quasi pannosa, dalla buona persistenza. Al naso emergono sentori di biscotto al burro, caramello e di pane nero; l'aroma è pulito, discretamente intenso, rispecchia perfettamente le attese. Birra morbida in bocca, dal corpo medio, con una carbonazione bassa che permette di gustare il suo bel profilo maltato. Buona corrispondenza con aroma: toffee e biscotto al burro segnano l'inizio di una bevuta che poi presenta anche qualche leggera nota fruttata (prugna) e, ancora più leggere, di frutti rossi aspri. Molto ben equilibrata in bocca, con la dolcezza che viene stemperata da un bel finale abbastanza secco e lievemente amaricante, con qualche note terrosa. L'alcool (7.3%) rimane molto ben nascosto portando soltanto un leggero calore nel retrogusto, morbido, appagante e leggermente fruttato. Buona Doppelbock, pulita e ben fatta, dalla discreta intensità; sarebbe facile indulgere e cedere alla tentazione di berne più di una, sia a pasto che dopo pasto: fate attenzione, non ha esattamente l'alcool di una session beer.
Formato: 50 cl., alc. 7.2%,  scad. 27/09/2014, pagata 3.50 Euro (beershop, Italia)