domenica 13 dicembre 2015

HOMEBREWED! Andrea Massaro - IPA #2

Protagonista di una nuova "puntata" di "Homebrewed!", la rubrica dedicata alle vostre produzioni casalinghe, è l'homebrewer Andrea Massaro, veneto di nascita ma attualmente residente in quel di Saronno. La sua passione per la homebrewing è abbastanza recente, estate 2014, contagiato da alcuni amici; dopo le prime cotte disastrose, ci è voluta un po' di tecnologia, ancora tanto studio ed il passaggio all'All Grain per iniziare a tirar fuori dalle pentole qualcosa d'interessante. Andrea produce cotte di dimensioni modeste (dieci litri circa) ma con un frequenza bimensile molto costante, sperimentando vari stili. 
Per sua stessa ammissione il suo vero amore brassicolo è il Belgio, che tuttavia non è esattamente quello più semplice da replicare tre le mura domestiche, soprattutto se si ha poca esperienza. In attesa di migliorare la sua Saison - stile prediletto anche dal sottoscritto - Andrea mi ha inviato una IPA, precisamente il suo secondo tentativo.  La ricetta predilige malti chiari (Pils e Pale Ale) con Monaco ed un pizzico di tostato solo per il colore; i luppolo scelti sono invece Galaxy, Citra e Mosaic.
Purtroppo il colore della fotografia non è esattamente fedele a quanto c'è nel bicchiere, ma in realtà il suo colore è oro carico velato, con riflessi arancio; la bianca schiuma è compatta, fine e cremosa, dalla buona persistenza.  Questa IPA ha circa un mese di "vita" e l'aroma è ancora piuttosto fresco e pungente, ma sopratutto pulito e elegante; agli agrumi (lievissimo pompelmo) la macedonia preferisce i frutti tropicali come passion fruit, papaya, mango, litchi, ananas maturo. La dolcezza dei frutti maturi non è assolutamente stucchevole grazie alla freschezza della birra; in sottofondo c'è qualche remoto ricordo di aghi di pino. 
Il "problema", se così si può definire, di un aroma così intenso ed invogliante è che crea delle aspettative che vanno poi mantenute al palato: e la birra un po' le delude, perché le prime sorsate evidenziano un drammatico calo dell'intensità dei sapori rispetto ai profumi. Una volta che il palato si è abituato, s'apprezza anche qui una buona pulizia che permette d'identificare le note di cereali e una punta di miele che anticipano di poco quelle di frutta tropicale già presenti nell'aroma; l'intensità, già non molto elevata, si spegne ancora un po' nel finale, dove si sente la mancanza di un amaro che chiuda "degnamente" il percorso di una IPA. Un po' deboli le note vegetali e leggermente "zesty", ed un ritorno di cereale che, nello stile, risulta troppo invadente. Descritta la birra, ecco le mie impressioni: bene, anzi benissimo l'aroma, con il suo "fruttatone" pulito ed elegante; fatto il naso, c'è da lavorare sull'intensità del gusto. Non ci sono difetti "off-flavors", segno che la fermentazione è andata bene: anche il gusto è pulito, si tratta solo di spingere con un po' di decisione sul pedale dell'acceleratore per riproporre la stessa intensità del dry-hopping anche al palato. Facile da dire, forse meno da fare.
Questa la  valutazione su scala BJCP:  33/50 (Aroma 9/12, Aspetto 3/3, Gusto 10/20, Mouthfeel 4/5, impressione generale 7/10).  
Ringrazio Andrea per avermi spedito e fatto assaggiare la sua birra, e vi do appuntamento alla prossima "puntata" di Homebrewed! E ricordate che la rubrica è aperta  a tutti i volenterosi homebrewers!  
Formato: 50 cl., alc. 5.8%, imbott. 30/10/2015.

venerdì 11 dicembre 2015

Amager / Crooked Stave: Chad, King of The Wild Yeasts

Amager, il birrificio fondato nei pressi dell’aeroporto di Copenhagen capitale nel 2006 da Morten Valentin Lundsbak e Jacob Stor è senza dubbio uno dei più prolifici (qualcuno potrebbe anche dire “troppo”) della scena europea degli ultimi anni. 
Ogni anno Amager organizza il 4 luglio un evento chiamato “American Day”, accompagnato da musica rockabilly e da esibizioni di Harley Davidson, nel quale vengono solitamente presentate le diverse collaborazioni realizzare con birrifici statunitensi. Nel 2014 era stata la volta di Prairie (Tulsa Twister), Cigar City (Orange Crush), Surly (Todd The Axe Man), Jester King (Danish Metal). Quest’anno i birrifici americani coinvolti sono stati Arizona Wilderness (Arizona Beast), Against The Grain (Pocketful of Dollars), 18th Street Brewery (Lawrence of Arabica) e Crooked Stave (Chad King of the Wild Yeasts). 
Parliamo proprio di quest’ultima, definite in etichetta una “Farmhouse Pale Ale” che tenta di amalgamare l’amore per i luppoli di Amager ed il lavoro sui lieviti selvaggi che Chad Yakobson  di Crooked Stave  svolge in Colorado: i due birrifici mettono a punto una ricetta che si compone di malti Pilsner, Carapils, fiocchi d’avena e luppoli Simcoe, Mosaic, Citra,  Amarillo, lievito Brett CMY. 
Nel bicchiere è di colore oro pallido, perfettamente limpida e con un bianchissimo generoso cappello di schiuma cremosa e compatta,  molto persistente. L’aroma offre un intenso bouquet aspro di agrumi: lime, cedro, scorza di limone e di mandarino. 
In sottofondo sentori più dolci di limone candito, polpa d’arancia e, man mano che la birra si scalda, ananas e pesca; a temperatura ambiente emerge anche un lieve accenno di sudore, unico elemento “funky/brettato”  di un aroma altrimenti elegante e pulito, fresco, solare. Massima scorrevolezza al palato, con un corpo molto leggero ed una vivace carbonatazione: l’avena in fiocchi garantisce una morbidezza, una “presenza” al palato che allontana qualsiasi rischio di acquosità. I malti chiari apportano una minima base di crackers, un accenno di miele e poi il gusto ripropone la componente agrumata e “zesty” dell’aroma per una birra aspra e secca, rinfrescante e molto dissetante; per vedere emergere un po’ più di dolce e di equilibrio (miele, ananas, mango) bisogna quasi attendere che s'avvicini la temperatura ambiente.  Il finale è piuttosto amaro, ricco di scorza d'agrumi e note erbacee, con una lieve componente terrosa che rappresenta l'unico elemento  un po' rustico in una birra altrimenti pulita ed elegante, nella quale la generosa luppolatura sembra prendere il sopravvento sui lieviti selvaggi.  Il mezzo litro di Chad, King of The Wild Yeasts sparisce dal bicchiere in pochissimi minuti, con una facilità di bevuta da "session beer": perfetta per i mesi più caldi dell'anno, ma anche un ottimo momento "defaticante" tra le impegnative birre invernali e natalizie.
Formato: 50 cl., alc. 5%, lotto 1002, scad. 07/2016.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 10 dicembre 2015

Blaugies La Moneuse Speciale Noel

Inauguriamo la stagione delle birre natalizie 2015 con la birra delle festività prodotta dalla Brasserie des Blaugies, attiva dal 1988 nell’omonima località ad un ventina di chilometri a sud di Mons, in prossimità del confine francese. Da qualche anno i due ex-insegnanti e fondatori Pierre-Alex Carlier e la moglie Marie-Robert Pourtois hanno passato il testimone ai figli Kevin (birrificio) e Cedric (l’annesso ristorante Forquet). 
In quasi trent’anni d’attività  a Blaugies sono state realizzate sette birre sette, concentrandosi sul necessario e tralasciando il superfluo, con l’unica eccezione di una collaborazione con il “fan” Shaun  Hill del birrificio american Hill Farmstead: un’ottima (ma volendo superflua) variazione dell’indispensabile (questa sì) Saison d'Épeautre
Come il nome può facilmente far intuire, la birra di Natale di Blaugies chiamata La Moneuse Noël è ovviamente una versione “pompata” della Moneuse, la birra che il birrificio dedica all’antenato di famiglia Antoine-Joseph Moneuse, un bandito che nella seconda metà del diciottesimo secolo era noto per le violente scorribande con i propri compagni nella regione dell’Hainaut e che fu ghigliottinato nel 1798 in piazza a Douai. L’etichetta della Moneuse Noel altro non è che una rivisitazione di quella “standard”, con aggiunta di manto innevato e di un classico pupazzo di neve che tiene tra le “mani” una bottiglia di birra. La ricetta prevede tre tipi di malto, luppoli e la “cassonade”,  uno zucchero ricavato dalla barbabietola e dalla cristallizzazione di diversi sciroppi messi insieme. 
Si veste di color ambrato carico, ai confini del cosiddetto “tonaca di frate”, con intense sfumature rossastre;  forma un generoso cappello di schiuma compatta e cremosa, molto persistente.  E’ proprio dalla schiuma che emerge la delicata speziatura del lievito a suggerire l’atmosfera natalizia: sicuramente pepe, probabilmente coriandolo, forse anche zenzero. Tutt’intorno ci sono caramello, uvetta e prugna, pera, zucchero candito, ciliegia e una leggerissima asprezza che richiama frutti di bosco rossi.  Non si tratta di una “classica” natalizia belga, dolce ed avvolgente, calda, etilica, da abbinare (qui da noi) al solito panettone: Brasserie de Blaugies rimane fedele al suo spirito “campestre” o di “farmhouse” che dir si voglia: l’alcool (8%) è nascosto fin troppo bene, le bollicine sono vivaci e la scorrevolezza invita a bere e a ribere, piuttosto che a sorseggiare. Al palato biscotto, caramello, uvetta, miele e zucchero candito per un inizio dolce che viene poi bilanciato da un finale secco e leggermente amaro di scorza d’arancio, frutta secca e pane tostato, lievemente terroso. Non cercate in questa birra il classico “scaldino” per le serate più fredde, la Moneuse Noel di Blaugies è una (fedele?) rappresentazione di un Natale in una fattoria belga:  un accompagnamento rustico e ruspante ad una serata da vivere in compagnia tra canti e balli accompagnati da una birra appena un po’ “robusta” del solito ma ugualmente facile da bere e da compartire. Stavolta non avrete bisogno del divano per berla.
Formato: 75 cl., alc. 8%, scad. 12/2018, 5.14 Euro (beershop, Belgio).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 9 dicembre 2015

FiftyFifty Eclipse Imperial Stout - Evan Williams Single Barrel 2013

Truckee, cittadina di quattordicimila abitanti nella California del Nord-Est, Sierra Nevada, a pochi chilometri dal confine con il Nevada: Reno, la piccola Las Vegas, è a 50 chilometri mentre il Lago Tahoe è a soli venti.  E' in questa sperduta località montana che Alicia ed Andy Barr hanno deciso di fondare il brewpub Fifty Fifty, lasciando il loro decennale percorso lavorativo alla Hewlett-Packard; nel loro passato anche qualche timido esperimento di homebrewing. Alla Fifty Fifty nel 2006 arriva Todd Ashman, un birraio fondamentale non solo per il successo del birrificio californiano ma anche per l'intera Craft Beer Revolution americana.
Folgorato dall'assaggio di una Sierra Nevada Pale Ale, a metà degli anni '80 Todd si dedica all'homebrewing trasformando il suo hobby in professione: le sue prime esperienze sono alla Bison Brewing ed alla Kegs Brewery nel New Mexico, per poi approdare nel 1997 al brewpub Flossmoor Station a Chicago. E' qui che Todd, ispirato da quello che stavano facendo Goose Island e Boston Beer Company, inizia a sperimentare con gli affinamenti in botte diventando di fatto uno dei pionieri americani delle Barrel Aged Beers. Nel corso della sua esperienza a Chicago, Ashton ottiene ben 11 medaglie al Great American Beer Festival prima di passare nel 2004 alla Titletown Brewing  (Green Bay, Winsconsin) e nel 2006 alla Fifty Fifty.  A luglio 2014 Ashton ha annunciato le sue dimissioni per ritornare alla Flossmoor Station di Chicago, in procinto di aprire un secondo sito produttivo; il ruolo di head brewer alla Fifty Fifty passa nella mani di Alyssa Shook, mentre Ashton ha comunque annunciato che continuerà a supervisionare la produzione della sua "creatura" che ha reso famosa Fifty Fifty nel mondo, ovvero la Eclipse Imperial Stout.
Prodotta per la prima volta nel 2008, Ecplise viene commercializzata una sola volta all'anno nel corso di un evento che - come spesso accade negli Stati Uniti - genera hype ed isteria. Negli ultimi anni quasi tutta l'intera produzione di questa birra viene venduta attraverso quello che viene chiamato "Futures"; sul il sito del birrificio potete prenotare 6 o 12 bottiglie a testa, lasciando come caparra la metà del prezzo, ovvero 10 dollari a bottiglia. In alternativa dovete cercarla in qualche beershop o liquor store, ad un prezzo che si aggira di solito intorno ai 30 dollari (più tasse) a bottiglia.
Ogni anno vengono commercializzate diverse versioni barricate di Eclipse, che si differenziano tra di loro per il tipo di botte utilizzata e per il colore della ceralacca applicata al collo della bottiglia; sul sito del birrificio trovate una guida per orientarvi nel vostro acquisto.
La base di partenza è l'imperial stout chiamata Totality, la cui ricetta prevede malti Rahr 2row, Simpsons Golden Promise, Gambrinus Munich Light, Dark e Honey, Rahr Red Wheat Malt, Crips Pale Chocolate Malt, Simpsons Brown, Chocolate, Black, e malti tostati; i luppoli sono Mt. Hood ed  i tedeschi Magnum e Perle. In aggiunta viene utilizzato estratto di malti e sciroppo di riso (Rice Syrup Solids). La Totality viene prodotta solitamente tra Marzo e Aprile per essere poi travasata nelle botti a Maggio, restandoci almeno 180 giorni; a Novembre viene imbottigliata per essere poi messa in vendita nel corso di un'apposita festa che si tiene ogni anno a Dicembre.
Mentre sta per arrivare l'Eclipse 2015, io faccio qualche passo indietro al 2013: bottiglia in ceralacca nera che sta ad indicare affinamento in botti che hanno ospitato Evan Williams Kentucky Straight Bourbon Whiskey. Le note serigrafate sulla bottiglia indicano che è anche stato aggiunto del miele. 
Semplicemente splendida nel bicchiere: nerissima, sormontata da una generosa schiuma color nocciola, compatta, fine e cremosa, dall'ottima persistenza per una birra dall'elevato contenuto alcolico invecchiata in botte. L'aroma non è esplosivo ma regala comunque una ricca e complessa opulenza: frutti di bosco, miele, fruit cake, vaniglia affiancate da sentori di bourbon e di legno, eleganti tostature, caramello bruciato. Il meglio deve tuttavia ancora arrivare ed è sufficiente il primo sorso a capirlo: sensazione palatale sontuosa, piena, con poche bollicine ed una consistenza densa ma cremosa e vellutata, quasi masticabile come fosse una mousse. Alla dolce festa partecipano in ordine sparso, entrando ed uscendo di scena senza un ordine prestabilito, caffè e miele, fruit cake che a tratti si confonde con il tiramisù, prugna disidratata, cioccolato, pane e orzo tostati, vaniglia. I sapori non sono forse impeccabilmente definiti singolarmente, ma quel "tutt'uno" che si forma è molto, molto appagante. La bevuta è dolce per poi essere ben equilibrata dall'amaro del caffè, delle tostature, del cioccolato fondente oltre a qualche residuo di luppolatura ancora presente a due anni di distanza dalla messa in bottiglia; sontuoso il retrogusto, lunghissimo, morbido, un caldo abbraccio di bourbon, vaniglia, caffè, cioccolato ed una punta di cenere. L'alcool (11.9%) è magistralmente sotto controllo, fornendo un adeguato sottofondo morbido e mai invadente nel corso di tutta la bevuta e contribuendo a stemperare un po' del dolce. 
Una splendida Imperial Stout da sorseggiare in tutta tranquillità dopo cena, per scaldarvi idealmente dai gelidi inverni di Truckee, dove viene prodotta, a 1800 metri di altitudine: riscalda e rincuora, facendosi perdonare il prezzo eccessivo (e po' sopra la media) anche alla fonte, ovvero in territorio americano. In Europa ne arriva ogni tanto qualche bottiglia, spesso corredata di passamontagna la cui funzione non è esattamente quella di proteggerla dal freddo: ma se volete farvi un regalo di Natale, la possibilità c'è.
Formato: 65 cl., alc. 11.9%, vintage 2013, pagata 32.99 dollari + tasse (liquor store, USA).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 8 dicembre 2015

Birranova Tensione Evolutiva

Novità dicembre 2013 per il Birrificio Birranova di Triggianello di Conversano (Bari), guidato dal 2007 dal birraio Donato Di Palma; si chiama Tensione Evolutiva, omaggio al cantautore Jovanotti di cui evidentemente il birraio è fan. E' una birra che parte dall'esperienza dell'anno precedente chiamata "La Fine Del Mondo" e "Day After", qui descritte sul blog Berebirra: non propriamente una "natalizia" ma sicuramente una birra appropriata per i mesi più freddi dell'anno.
Parliamo di un robusto Barley Wine (10%) che viene affinato in botte; due le versioni di "Tensione Evolutiva" messe in commercio, una passata in botti di rovere che hanno ospitato vini rossi pugliesi, ed una invecchiata in botti ex-whiskey. "Nessuno si disseta ingoiando la saliva" è la frase di Jovanotti che viene riportata sul retro della larga etichetta che avvolge l'intera bottiglia, con un bell'effetto "incartante". Delle due versioni realizzate, a me è toccata quella invecchiata in botti di rovere ex-vino.
Nel bicchiere arriva di colore ambrato, piuttosto opaco, con riflessi ramati; la modesta schiuma biancastra che si genera è un po' grossolana e poco persistente, niente di preoccupante in una birra molto alcolica che ha anche riposato per diversi mesi in botte. L'aroma mette in evidenza una discreta complessità che la buona pulizia permette di scoprire anche a fronte di un'intensità non molto elevata. Sentori di legno, caramello, canditi, fico disidratato e un bel carattere vinoso conferito dal passaggio in botte; in sottofondo qualche accenno di marzapane, forse vaniglia, di vino liquoroso. 
Nonostante l'impegnativa gradazione alcolica (10%) è una birra che si sorseggia senza grosse difficoltà, grazie ad un corpo medio, poche bollicine e ad una consistenza oleosa che la rende morbida e scorrevole al tempo stesso.  I dolci profumi sono preludio ad un gusto che si svolge nella stessa direzione: biscotto, caramello, arancia candita, albicocca disidratata, miele, uvetta, qualche accenno di pasticceria. Il dolce e la componente zuccherina non si nascondono ma la birra riesce a non risultare mai stucchevole grazie ad una leggera acidità che aiuta anche a ripulire un po' il palato alla fine di ogni sorso; lungo e morbido il retrogusto, dolce, ricco di frutta sotto spirito a riscaldare e a rincuorare chi si trova con il bicchiere tra le mani. Personalmente ho avvertito la caratterizzazione del passaggio in botte ex-vino più all'aroma che al palato, ma poco male: è un barley wine pulito e ben fatto al quale forse manca ancora un po' di profondità per vedersela con gli altri migliori compagni di categoria italiani. Il risultato è comunque convincente e mi sembra d'intravedere anche un ottimo potenziale d'invecchiamento in cantina, per chi non ha fretta di berla. 
Formato: 33 cl., alc. 10%, lotto 1312, scad.31/12/2015, 5.00 Euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 5 dicembre 2015

Ægir Natt Imperial Porter

Della Ægir Bryggeri ne avevo parlato un paio di anni fa, con un piccolo resoconto di viaggio. Fondata nel 2011 a Flåm, minuscola (350 residenti) ma pittoresca località ad una delle estremità del fiordo di Aurland (Aurlandsfjord); qui  potrete non solo godere dello splendido panorama circostante (il porto, il fiordo, alcune cascate)  ma anche assaggiare direttamente le birre della Ægir che vi verranno servite in un brewpub/ristorante collegato ad un hotel adiacente dove potrete anche pernottare. Il birrificio organizza delle visite guidate agli impianti del brewpub, nel quale vi illustreranno anche le modalità di produzione dell'acquavite; il birrificio vero e proprio non è normalmente visitabile, e si trova invece ad un chilometro di distanza.
Il fondatore è l'ex-homebrewer americano Evan Lewis, un pioniere della scena "craft" norvegese: nel 2004 aprì nella turistica Flåm un café/ristorante con otto stanze dove pernottare. Nel 2007 l'upgrade a pub, con un piccolo impianto produttivo, uno dei primi microbirrifici norvegesi; la nascita vera e propria di Aegir/Ægir risale come detto al 2011, quando venne inaugurata la distilleria. L'ano successivo entrò invece in funzione il birrificio vero e proprio.
La birra di oggi è la Natt Imperial Porter: una ricca e sontuosa melassa scura con la quale riscaldare i lunghi inverni norvegesi nei quali le notti (Natt) sembrano non avere mai fine. Il suo colore è proprio quello di una tenebrosa notte d'inverno: nero, assolutamente impenetrabile, sormontato da una cremosissima e compatta testa di schiuma beige, dall'ottima persistenza. 
L'aroma non è evidentemente il punto di forza di questa birra, ma perlomeno c'è l'indispensabile, sebbene con intensità dimessa: orzo tostato, liquirizia, qualche ricordo di fruit cake e di anice, una discreta presenza etilica. Meglio passare subito alla bevuta, che si presenta con una splendida sensazione palatale: corpo medio, poche bollicine, cremosa, morbida, molto soddisfacente. Il gusto non è particolarmente complesso ma è intenso: liquirizia, tostature, alcool, con un sottofondo dolce appena accennato di caramello bruciato. I due anni passati in cantina non hanno fatto del tutto svanire la generosa luppolatura, che è ancora presente nel retrogusto amaro un po' resinoso e tostato; nel finale, avvolto da un percepibile ma morbido calore etilico, appaiono il caffè ed una delicatissima nota affumicata. Imperial Porter solida che garantisce il necessario tepore in una fredda serata d'inverno; non ci sono molte emozioni, il gusto è abbastanza monotematico e anche quello che c'è potrebbe essere più pulito, più definito, più elegante. Ci si accontenta, ma le aspettative domandavano qualcosa in più. 
Formato: 50 cl., alc. 10%, scad. 03/01/2018.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 4 dicembre 2015

St Peters Cream Stout

La St. Peter's Brewery viene fondata nel 1996 da John Murphy a Bungay, Suffolk, in alcuni edifici adicenti al municipio cittadino che risalgono al tredicesimo secolo.   John Murphy, classe 1946, ha avuto un lungo passato professionale con la società Interbrand, da lui fondata nel 1974 e poi ceduta nel 1995: si tratta di un’importantissima società di consulenza marchi  (brand strategy, brand analytics, brand valuation, corporate design, digital brand management, packaging design) ora parte dell'Omnicom Group e presente in 27 paesi nel mondo. Tra i numerosi nomi di prodotti creati dalla Interbrand, ci sono ad esempio “Prozac” e “Land Rover”. 
Dal 2013 Murphy sta anche cercando di vendere la St. Peter's Brewery, valore stimato tra i 12 ed i 15 milioni di sterline: in un periodo in cui piccoli birrifici sono sempre più oggetto d’interesse delle multinazionali, chissà che l’affare non possa andare in porto. L’80% della produzione St. Peters viene imbottigliata, con l’esportazione che occupa all’incirca la metà del fatturato. Le birre sono vendute nella caratteristica bottiglia usata dalla forma ovalizzata ed ispirata a quella che nel diciottesimo secolo veniva utilizzata da una distilleria di gin a Gibbstown (New Jersey, USA).
La gamma St. Peter’s  comprende una dozzina di birre prodotte tutto l'anno e diverse produzioni stagionali, senza fare correre dietro alle mode e senza fare grosse concessioni alla modernità, eccezion fatta per qualche luppolo extra-europeo. 
La Cream Stout è una ricetta formulata dall'head breve Mark Slater che prevede l'utilizzo di luppoli Fuggle e Challenger raccolti nel Kent inglese ed un mix di cinque diversi tipi di malto di provenienza locale. 
Si presenta nel bicchiere di color ebano, generando appena un dito di schiuma beige, fine e cremosa ma molto poco persistente. Al naso spiccano i profumi del caffè (sia in chicchi che liquido) con in secondo piano caramello bruciato, orzo tostato ed una lieve presenza di cenere e di mirtillo; bene la finezza e la pulizia, solo modesta l'intensità. I primi sorsi deludono un po' le aspettative, più che altro perché si chiama "Cream Stout": non credevo certo di trovarmi una birra oleosa e quasi masticabile, ma perlomeno una benché minima cremosità, a simulare l'effetto "carboazoto. Qui la consistenza è invece piuttosto watery, privilegiando (forse anche troppo) la scorrevolezza abbinata ad un corpo medio-leggero e a poche bollicine. Il gusto ripropone la stessa semplicità dell'aroma, con molto caffè e tostature, una leva liquirizia, la dolcezza in sottofondo del caramello e acidità dei malti scuri: l'eleganza e la pulizia non sono tuttavia sullo stesso livello. L'intensità è tutto sommato buona, mentre la chiusura pecca un po' di finezza nel suo amaro tostato e leggermente terroso: complessivamente è una bevuta più che discreta, un po' avara di emozioni e con una marcata delusione per la mancanza di quella cremosità annunciata in etichetta. 
Formato: 50 cl., alc. 6.5%, scad. 08/03/2017, 3.90 Euro (drink store, Italia)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 3 dicembre 2015

Boerken

Boerken e Boerinneken, ovvero l’agricoltore e la moglie dell’agricoltore:  due birre in origine realizzate per conto di Den Ouden Advokaat, un produttore artigianale belga di Advocaat, un liquore a base di uovo. 
Apparentemente Den Ouden Advokaat ha anche sviluppato la ricetta per questa Strong Ale che è poi stata realizzata presso l’’instancabile De Proef in due versioni (“dorata” e “ambrata”) entrambe con un ABV del 9.5%. Piuttosto inusuale – siamo in Belgio – l’utilizzo di una bottiglietta con tappo metallico, sulla quale sono serigrafati  l’agricoltore e sua moglie. 
Dal 2013 i marchi Boerken e  Boerinneken sono stati acquistati dal distributore di bevande Verstraeten H&S di  Beveren. 
Splendida nel bicchiere, ambrata con riflessi rossastri, leggermente velata: la schiuma color crema è una perfetta crema, densa e compatta, molto persistente.  L’aroma è pulito e caratterizzato da una certa eleganza che permette d’apprezzare i profumi di biscotto, crosta di pane nero, caramello e toffee ciliegia, frutta secca, zucchero candito. Al palato c’è un ricco profilo maltato che ripropone in buona parte l’aroma: biscotto, caramello, pane nero, suggestioni di pain d'épices, uvetta e prugna; la bevuta è spiccatamente dolce ma risulta alla fine ben equilibrata da una leggera acidità, da una punta finale amaricante di pane tostato, frutta secca e da un delicato alcool warming che asciuga bene il palato.  
Interessante la progressione alcolica di questa Boerken, che parte delicatamente per poi accelerare e riscaldare palato e cuore con un intenso (ma morbido) retrogusto di frutta (uvetta e prugna) sotto spirito.  La facilità di bevuta è ottima, con un corpo medio ed una vivace carbonatazione che tuttavia non esclude affatto una sensazione palatale morbida e per nulla spigolosa. 
Pulita e realizzata con la meticolosa precisione del marchio di fabbrica De Proef, non è forse un vero e proprio “winter warmer” ma riuscirà senz'altro a rendervi meno fredde e più gradevoli per lo meno le serate d'autunno.
Formato: 33 cl., alc. 9.5%, scad. 24/11/2016, 2.85 Euro  (drink store, Belgio)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 2 dicembre 2015

Brekeriet Saison Sauvage

Tra i nuovi birrifici arrivati in Italia negli ultimi mesi c’è anche lo svedese Brekeriet: una società nata inizialmente come importatrice di birra nel 2010 e poi trasformatasi, a settembre 2012, in vero e proprio birrificio. A guidarla i tre fratelli Ek: Fredrik, Christian ed André, elencati in ordine anagrafico discendente.  Brekeriet realizza esclusivamente birre a fermentazione selvaggia, inoculando brettanomiceti e batteri, ed è l’unico birrificio svedese a farlo, attualmente. I loro prodotti sono sostanzialmente divisi in due categorie: bottiglie con il logo “B” nero, prodotte regolarmente, e birre con il logo bianco, sperimentali e occasionali. 
Come detto, la produzione è partita nel 2012 a Djurslöv, dieci chilometri da Malmö con 6000 litri  prodotti che sono poi divenuti 18000 nel 2013 e 36000 nel 2014. Si è reso quindi necessario un ampliamento degli impianti e un trasferimento un po’ più a nord nella nuova e più ampia sede (800 mq) di Landskrona, a metà strada tra Malmö ed Helsingborg. Proprio qualche mese fa è stato inaugurato il nuovo impianto proveniente dall’Inghilterra con una capacità di 20 hl a cotta; a Landskrona ci sono quattro fermentatori d’acciaio da 20 hl che vengono utilizzati per birre acide fermentate con saccaromiceti e brettanomiceti. La precedente sede di Djurslöv rimane operativa sino alla fine del contratto di locazione con fermentatori in acciaio (75 hl) e botti in legno: è qui che vengono realizzate le birre che prevedono l’utilizzo di batteri. 
Non andate tuttavia in Svezia a cercare le loro bottiglia: a seguito della riforma del 2014 del Systembolaget svedese  Brekeriet ha deciso di non commercializzare più le proprie birre attraverso il monopolio di Stato. In attesa di ripensarci, il business attuale è esclusivamente dedicato all’esportazione: anche se la richiesta dagli Stati Uniti, amanti di Farmhouse Ales, potrebbe assorbire completamente la loro produzione annuale (!), le bottiglie sono equamente destinate alla maggior parte dei paesi europei, Italia inclusa. 
Dal già vasto  catalogo Brekeriet, fatto per lo più di birre one-off, ecco la Saison Sauvage che viene invece prodotta regolarmente. Etichetta fedele alla scuola minimalista del design scandinavo, che corre però molto vicino al confine della sciatteria, dando l’impressione d’essere quasi stata stampata con un semplice computer tra le mura di casa. Nomen omen, si tratta di una Saison “selvaggia” ovvero fermentata diversi ceppi di lieviti selvaggi e lactobacilli. 
Il suo carattere rustico, o di “Farmhouse Ale” che dir si voglia, è ben rappresentato all’aspetto: arancio ma piuttosto torbido, reminiscente di un succo di frutta, con una piccola testa di schiuma biancastra un po’ grossolana e molto poco persistente. L’aspetto  non è evidentemente il suo punto di forza ma al naso c’è già il riscatto: evidenti le note lattiche ed aspre di frutta (limone, lime, cedro, mela verde) con un accenno di dolce in sottofondo che richiama l’ananas e qualche frutto tropicale.  Completano il bouquet i sentori meno gradevoli  - ma ruspanti - dei lieviti selvaggi: sudore e quell'odore polveroso e un po' umido che definisco genericamente con il sostantivo di "cantina". L’intensità è ottima, come la pulizia: una ventata di aria fresca che muove i campi di grano, un'aroma solare, mediterraneo. Questa Saison Sauvage ricorda visivamente un succo di frutta ed effettivamente al palato la componente fruttata è quella dominante, sopratutto aspra, acerba: mela verde, uva spina, ribes, scorza di limone, lime, pompelmo rosa: la bevuta è assolutamente rinfrescante e dissetante, con un leggero sottofondo dolce che suggerisce la pesca e la polpa dell'arancia. Bene il mouthfeel, leggero e vivacemente carbonato, per una Farmhouse Ale acida che scorre con grandissima facilità. Il finale è leggermente amaro (lattico) e zesty ma è sopratutto secco, secchissimo: bevetela in estate, se volete trovare sollievo dal caldo: l'intensità è buona, mentre l'eleganza e la pulizia sono effettivamente al livello di quelle "farmhouse ales" che i contadini bevevano in estate per dissetarsi durante le lunghe e faticose giornate di lavoro nei campi. Più sostanza che apparenza, quindi: poco importa se nel bicchiere è tremendamente torbida e se il gusto risulta un po' rozzo, rustico, non molto raffinato: il risultato finale è sincero, convincente e  disseta regalando anche qualche emozione. Il prezzo non è  invero popolare ma per questa volta la soddisfazione è alta.
Formato: 75 cl., alc. 6%, lotto 3, scad. 16/02/2017, 15.00 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 1 dicembre 2015

De Molen Rasputin Bourbon BA

Delle innumerevoli versioni Barrel Aged di Rasputin del birrificio olandese De Molen, Ratebeer ne conta quasi una decina. A disposizione ho forse quella più "classica", affinata presumibilmente 12 mesi in botti ex-Bourbon. 
Devo fare una premessa: è da un paio d'anni che non stappo una De Molen davvero soddisfacente. Qualcosa alla spina di buono l'ho anche bevuto di recente, ma la consistenza qualitativa delle bottiglie negli ultimi anni è stata alquanto altalenante, complice (anche, forse) il cambio dell'impianto produttivo e, nel caso specifico della Rasputin, sembra ci sia anche stato un cambiamento del ceppo di lievito utilizzato. A peggiorare le cose ha probabilmente contribuito la volontà del birrificio di mettere comunque in commercio anche birre "infette" o che non erano venute come da manuale e torno a citare la testimonianza raccontatovi in occasione della Rasputin "regolare" di un cliente che ha contattato direttamente il birrificio: "ne ho parlato con loro  e sapevano che c'era un infezione lattica, ma erano ugualmente soddisfatti del modo in cui la birra era venuta e quindi l'hanno messa in commercio".
Ma torniamo alla birra di oggi. Imbottigliata nel 2013, rientra presumibilmente in tra le Rasputin prodotte nel 2012, con le quali ho avuto una poca gratificante esperienza giusto un anno fa. Per fortuna le De Molen in cantina sono ormai terminate. 
“Imperial Stout-ish”,  così definisce  De Molen in etichetta questa Rasputin Bourbon BA, con quell’ “-ish” quasi a voler mettere le mani avanti per scusarsi in caso d’insoddisfazione cliente. Che non sia una classica imperial stout è evidente sin dal colore, davvero poco attraente: tonaca di frate, torbido, con qualche riflesso ambrato. La schiuma è assente, ma qualche bolla grossolana si forma ugualmente al bordo del bicchiere. 
Al naso non c’è nulla che ricordi un’imperial stout, ma ci sono evidentissime tracce del passaggio in botte: l’aroma è tuttavia intenso, gradevole e pulito, dolce, con forti sentori di bourbon, caramello, uvetta,  cocco, ciliegia sotto spirito, porto, pelle/cuoio, legno. In sottofondo spunta anche una leggerissima affumicatura. In bocca le bollicine sono quasi assenti, il corpo è medio e la consistenza piuttosto leggera: da un lato è agevolata la facilità di bevuta, dall’altro si sente un po’ la mancanza di solide “fondamenta” a supporto di una gradazione alcolica considerevole (11.4%). Passano in rassegna caramello, uvetta, prugna e ciliegia sotto spirito,  note di porto e vino liquoroso (con l’ossidazione che si porta anche dietro una leggerissima punta di cartone bagnato),  legno: la dolcezza è bilanciata da una leggera asprezza di frutti rossi acerbi.  Passata la delusione per non aver bevuto un’Imperial Stout, rimane comunque la soddisfazione di una birra intensa, molto morbida e gradevole ma  più simile ad un barley wine ben invecchiato, con il bourbon che si fa sentire solamente a fine corsa, diventando protagonista di un lungo retrogusto caldo e avvolgente.  Peccato solo per qualche passaggio a vuoto in bocca che rende la bevuta complessivamente meno gratificante di quello che potrebbe essere, risultando a tratti un po’ slegata e quasi “acquosa”.  
Ci si potrebbe anche accontentare, ma visto che al passaggio in legno corrisponde sempre un prezzo “premium”, è lecito aspettarsi di più. 
Formato. 33 cl., alc. 11,4%, IBU 46, imbott. 28/11/2013, scad. 28/11/2038, 8.00 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.