domenica 20 marzo 2016

Aecht Schlenkerla Rauchbier Urbock

Sul blog erano già presenti la Schlenkerla Märzen, quella più famosa di tutte, e la sua sorella maggiore dedicata ai mesi più freddi dell'anno, la Eiche Doppelbock. Mancava l'autunno, e provvedo a colmare la lacuna con una bottiglia di Schlenkerla Urbock, prodotta con malto affumicato con legno di faggio: stesso procedimento della Märzen, mentre veniva utilizzata la quercia per la Doppebock.
E' una birra stagionale che matura per alcuni mesi nelle antiche grotte di roccia sotto il suolo per essere poi bevuta da metà ottobre sino al giorno dell'Epifania; la Schlenkerla Rauchbier Urbock inaugura la stagione delle Bock a Bamberga, anticipando di qualche settimana quelle di Klosterbräu, Marhs e Fässla; a inizio novembre arriva quella di Spezial e la stagione si chiude con quella di Greifenklau, disponibile solo nelle ultime due settimane di novembre. 
Il luogo ideale dove bere la Schlenkerla  Urbock è ovviamente la casa a graticcio di Dominikanerstrasse 6 a Bamberga, dove dal 1678 si trova la taverna della Brauerei Heller. Il birrificio è guidato da sei generazioni dalla famiglia Trum, con l'aiuto del birraio Michael Hanreich. Ma il proprietario  più famoso rimane senza dubbio Andreas Graser (1877-1906): dobbiamo a lui il nome Schlenkerla, indicativo della sua andatura zoppicante a causa di un incidente. Schlenkern è una vecchia parola tedesca che indica una camminata non esattamente diritta, simile a quella di un ubriaco, alla quale si aggiunge il suffisso "-la" del dialetto della Franconia.  Il birrificio si chiama Heller, ma per tutti la birra è solo Schlenkerla! 

La birra.
Assolutamente perfetta nel bicchiere, con un cremosissimo cappello di schiuma biancastra,  "croccante", compatto e dalla lunghissima persistenza: il suo colore è un limpido mogano con intensi riflessi rossastri. Il naso è ovviamene dominato dall'affumicato, che nello specifico viene accompagnato soprattutto da sentori legnosi piuttosto che da quelli di carne/speck o, se preferite, di Schwarzwälder Schinken: l'affumicatura è elegante, molto intensa e non lascia spazio a null'altro. Abbastanza diverso lo scenario che si presenta al palato, nel quale l'affumicato è solo uno degli elementi in gioco ed è molto ben integrato alla solida base maltata (caramello, pane nero, pane tostato); in sottofondo ricompaiono suggestioni legnose e di carne, accompagnate da un morbido ma diffuso calore etilico a ricordarci che si tratta di una birra prodotta per accompagnare l'arrivo dell'inverno. Il suo corpo è medio, con poche bollicine ed un'ottima morbidezza palatale: annoto anche miele di castagno, richiami fruttati di prugna ed uvetta a definire una bevuta dolce ma assolutamente ben bilanciata dal breve tocco amaricante finale che presenta note erbacee e di pane tostato, con una vaga suggestione di cioccolato e di caffè che aleggia nell'aria. Si congeda calda ed avvolgente, dolce di frutta sotto spirito.
Versione potenziata della Märzen, la Schlenkerla Urbock ne ripropone la struttura aggiungendo una bella complessità e un po' di alcool warming che ne limita solo di poco po' la facilità di bevuta rispetto alla "sorella minore". Pulitissima, molto ben fatta, ideale per riscaldarsi tra le secolari mura delle taverne nelle case a graticcio di Bamberga o anche tra le meno suggestive mure domestiche.
Una birra che è "tante belle cose", davvero.
Formato: 50 cl., alc. 6.5%, IBU 40, lotto LBJ, scad. 05/2016, 2.48 Euro (beershop, Germania).

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 19 marzo 2016

Prairie Standard

Il noodling è un tipo di pesca estremo (o primitivo , se preferite) che si effettua utilizzando soltanto le mani: è uno sport molto popolare nei fiumi e nei laghi dell'Oklahoma, dov'è molto diffuso il pesce gatto. La tecnica consiste nell'esplorare nell'acqua torbida il fondale dei fiumi per cercare le tane dove i pesci si nascondono; individuata la tana, vi si infila la mano per provocare la reazione del pesce gatto che, istintivamente, morde le mani del pescatore in segno di difesa. L'animale è privo di denti e quindi a questo punto il pescatore può afferrarlo per l'interno della bocca e tirarlo fuori dall'acqua, peso e dimensioni permettendo. Il rischio principale non è rappresentato dal morso dei pesci ma piuttosto dal fatto che nelle tane sommerse si possono a volte nascondere serpenti o alligatori: se avete voglia di cimentarvi in questo sport, potreste partecipare all'annuale Okie Noodling Tournament  e cercare, in venti quattr'ore di tempo, di pescare il pesce più grosso.
Il pesce gatto, specialità gastronomica di Oklahoma City, è raffigurato su tutti i tappi della bottiglie di Prairie, birrificio americano con sede a Tulsa, Oklahoma, del quale vi avevo raccontato qui e qui. Le istruzioni su come fare noodling sono invece illustrate da Colin Healey - fratello del birraio Chase - sull'etichetta della Prairie Standard: "il solo pensiero di dover fare noodling è per noi terrorizzante, ma sapevamo che la nostra birra sarebbe arrivata a New York o a Londra..  luoghi in cui quella cosa è associata all'Oklahoma e quindi volevamo scherzarci un po' sopra. Così la gente penserà che qui passiamo tutto il tempo a pescare con le mani.."
La spina dorsale della produzione Prairie ha sempre avuto uno sguardo verso le farmhouse ales del Belgio: la Standard di Prairie rientra anch'essa in questa categoria: è dichiratamente una birra da bere in ogni occasione, anche quotidianamente. Al lievito di casa Prairie s'affianca una generosa luppolatura del neozelandese Motueka,  utilizzato anche in dry-hopping (mezzo chilo ogni 150 litri).

La birra.
Nel bicchiere è quasi limpida e di colore giallo paglierino, sul quale si forma una bianchissima testa di schiuma cremosa e compatta, generosa e dall'ottima persistenza. Impossibile risalire all'età anagrafica di questa bottiglia ma l'aroma (se si considera il generoso dry-hopping dichiarato) non è un buon biglietto da visita: intensità piuttosto bassa, con sentori floreali che affiancano la scorza d'agrumi. Più che i luppoli si scorgono i crackers, il frumento, gli esteri fruttati (banana) e una lieve nota rustica di paglia. Al palato le bollicine sono un po' troppo esuberanti, anche se siamo davanti ad una Saison, mentre il corpo è leggero. Il gusto è molto ben bilanciato tra le noti dolci di crackers e miele e quelle più aspre di limone, banana acerba e scorza d'agrumi. La sua secchezza è davvero impressionante, capace di ri-assetare il palato ad ogni sorso che si conclude con un amaro delicato composto da note terrose e di scorza d'agrumi. L'elevato livello di pulizia e di eleganza è quello "standard" (se mi passate il gioco di parole) di Prairie, quello che è forse un po' sottotono è l'intensità, anche se si tratta di una birra "quotidiana". La bevuta è un po' spigolosa ma facilissima e piacevolmente rustica, l'acidità del frumento assicura un grande potere rinfrescante e dissetante, il lievito dona una piacevole speziatura che a tratti si rivela un po' pepata. Tutto abbastanza bene, c'è sempre l'attenuante della traversata oceanica ma per il prezzo di fascia alta di Prairie mi aspettavo un qualcosina di più. 
Formato: 35.5 cl., alc. 5.6%, IBU 25, lotto 23341, pagata 4.97 Euro (beershop, Germania)

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 18 marzo 2016

Fuller’s 170th Anniversary Celebration Ale

Il 1845 è la data ufficiale della fondazione del birrificio Fuller, Smith and Turner, nel sito di Chiswick, Londra, dove si produce birra ininterrottamente dal 1645: dal 1816 vi operava la Griffin Brewery che, in cattive acque finanziarie, ottenne l’aiuto finanziario (1829) da parte di John Fuller che vi entrò come socio. Nel 1841 gli altri soci Griffin gettarono la spugna e Fuller, rimasto solo, continuò le operazioni con l’ingresso di Henry Smith e del birraio John Turner, formando così la  Fuller, Smith and Turner. 
Dal 1845 ad oggi sono trascorsi 171 anni e la storia brassicola di Londra ha attraversato alti e bassi; nel diciannovesimo secolo era la capitale mondiale della produzione di birra, ma alla fine del ventesimo secolo l’unico produttore rimasto in piedi era proprio Griffin/Fuller. Nel 2000 arrivarono Meantime a Greenwich, ma ci fu bisogno di attendere altri dieci anni per assistere alla rinascita brassicola di Londra grazie all’apertura di decine di microbirrifici, brewpub e pub devoti alla “craft beer”;  che questo poi si sia realizzato principalmente con la produzione di birre che cercano di replicare quelle realizzate negli Stati Uniti è un altro discorso. Fuller ha continuato ad andare dritto per la sua strada mostrandosi quasi impermeabile alle contaminazioni americane della “new wave londinese”: dico “quasi” perché ad esempio Fullers è  importatore ufficiale per il Regno Unito di Sierra Nevada. Ma anziché iniziare a sfornare decine di IPA ha preferito continuare a rovistare nel suo straordinario passato aggiungendo ogni tanto un nuovo tassello nella sua gamma delle splendide “Past Masters”. 
Lo scorso anno Fuller ha spento 170 candeline celebrandole con la 170th Anniversary Celebration Ale: sarebbe stato forse sin troppo banale festeggiarlo con una birra “importante” come una Imperial Stout o un Barley Wine magari affinato in botte, e invece alla Fuller hanno mantenuto la loro flemma realizzando una semplice Golden (Strong) Ale con malti Caragold e Pale Ale, frumento, avena ed una luppolatura di Goldings e Liberty: l’unica trasgressione che l’head brewer John Keeling si è concesso è stata la scorza d’arancia.

La birra.
Colorata d'oro e d'arancio, leggermente velata, forma nel bicchiere una bella testa di schiuma biancastra, fine e cremosa che tuttavia si dissolve abbastanza rapidamente. L'aroma offre puliti profumi di miele e canditi, soprattutto arancia, pesca ed albicocca sciroppata, marmellata d'arancia, un sottofondo biscottato; pulizia ed intensità ci sono, nel complesso il naso risulta però molto dolce, rischiando di sconfinare un po' nello stucchevole. Bene, anzi benissimo la sensazione palatale: carbonazione bassa, corpo medio, bevuta scorrevole ma morbida e quasi cremosa, grazie all'avena. Il gusto ricalca in fotocopia l'aroma con estremo rigore: base di biscotto, miele ed arancia candita compongono un quadro dolce ma molto più bilanciato dell'aroma, grazie ad un'ottima attenuazione e ad una leggera acidità che rende la frutta sciroppata quasi rinfrescante. La chiusura indulge per pochi istanti nell'amaro, tra note erbacee, di frutta secca e di scorza d'arancia amara: l'alcool (7%) rimane sempre in secondo piano ritagliandosi un po' più di spazio solo nel retrogusto.
La birra-anniversario di Fuller è molto pulita ed elegante, è ben eseguita ma non regala troppe emozioni: il packaging curato non basta a giustificare il prezzo premium; è una buona bevuta ma mi sarei aspettato un anniversario che restasse più impresso nella memoria di chi sceglie di celebrarlo insieme a questo pezzo di storia della Londra brassicola.
Formato: 50 cl., alc. 7%, scad. 12/2018, 9.99 Euro (foodstore, Germania)

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 17 marzo 2016

Malheur Dark Brut

Malheur, “malefico” in fiammingo:  il diavolo fa di nuovo capolino nella birra belga come già accaduto per il nome Duvel ed il marchio Satan della De Block Brouwerij, giusto per citarne due.  
La famiglia De Landtsheer porta avanti una tradizione brassicola iniziata all’inizio del diciannovesimo secolo quando Balthazar De Landtsheer inaugurò a Baasrode il birrificio De  Halve Maan e suo nipote, qualche tempo più tardi,  il birrificio  De Zon a Buggenhout. La seconda guerra mondiale mise fine alla produzione e la famiglia scelse di dedicarsi soprattutto all’importazione e alla distribuzione di bevande, con un occhio di riguardo alla Pilsner Urquell e Westmalle, commissionando di tanto in tanto qualche birra ad alcuni terzisti. 
Nel 1991 alla scomparsa di Adolf De Landtsheer il figlio Emmanuel  “Manu” si sente in dovere di riprendere le attività sospese quasi cinquant’anni prima e coronare un sogno a lungo discusso col padre: nell’agosto del 1997 nasce la Malheur Brouwerij  ma è a partire dal 2002 che le cose si fanno più interessanti. 
Quasi contemporaneamente Malheur e un altro birrificio di Buggenhout,  la Brouwerij Bosteels, lanciano sul mercato quelle che non possono essere chiamate “birre champagne” (chiedete a Poretti perché la “10 luppoli Birra Champagne” sia poi diventata “10 Luppoli Le Bollicine”) e che Michael Jackson incasellò sotto l’etichetta di “Bieres Brut”. Il beer-hunter inglese si trovò involontariamente al centro della disputa ancora irrisolta tra i due birrifici – che a quanto pare non si amavano molto – sul chi avesse avuto per primo l’idea. 
Thomas De Moor, attuale birraio di Malheur, ricorda una visita di Michael Jackson con alcuni amici americani; alla domanda su eventuali nuovi progetti in cantiere, Manu De Landtsheer  rispose: “mi piacerebbe fare una birra utilizzando il Méthode Champenoise, ma non ho nessun potenziale cliente per questo prodotto”.  Uno degli americani presenti si offrì subito per acquistare tutto il primo lotto produttivo. La comitiva si spostò poi in visita al vicino birrificio Bosteels dove l’aneddoto sulla birra champagne venne raccontato, l’idea “copiata” e messa in pratica con la realizzazione della “ DeuS -  Brut des Flandres”. Ma Antoine Bosteels sostiene invece d’aver avuto l'idea per primo, ispirato da un pranzo con un parente della moglie che di lavoro faceva l’importatore di champagne. 
Torniamo da Malheur: Manu  De Landtsheer assieme al birraio di quel tempo, Luc Verhaegen, iniziò a visitare alcuni produttori di champagne per studiare i metodi produttivi,  acquisire macchinari ed il lievito dall’Institut Oenologique d’Epernay; nel 2002  debutta la Malheur Bière Brut, ovvero la Malheur 10 “sottoposta” al Méthode Champenoise  con remuage, degorgement ed aggiunta del liqueur d'expedition. L’avevo già descritto parlando de L’Equilibrista di Birra del Borgo
Sebbene il birrificio non abbia mai utilizzato il termine “champagne” né in etichetta né in nessuna comunicazione pubblicitaria, la lobby dei produttori francesi non fu molto contenta che invece la stampa continuasse a parlare di “birra champagne” ed intimò a De Landtsheer di evitare l’utilizzo di qualsiasi termine che potesse in qualche modo ricondurre allo champagne. La discussione per vie legali durò cinque anni, alla fine dei quali a Malheur fu concesso il permesso di utilizzare solo l'aggettivo “Brut”: impossibilitato a citare il Méthode Champenoise, il birrificio parla oggi di “méthode originale”.  
Alla Bière Brut  fece seguito nel 2003 la Dark Brut, evoluzione della Malheur 12, mentre nel 2005 arrivò la Cuvée Royale (su base Malheur 8) per festeggiare i 175 anni del Belgio; l’ultima nata (2012) fu la Extra Brut che dovrebbe essere solo una versione “dry hopping” della Bière Brut.  Nell’attesa di conoscere se sia stato Malheur o Bosteels il padre della "birra champagne", si può affermare con certezza che la prima  Bière Brut scura sia senz’altro quella di Manu De Landtsheer; come detto il  “méthode originale” viene qui applicato alla Malheur 12, ma c’è anche un passaggio di qualche mese in botti nuove di quercia che arrivano dagli Stati Uniti; la Dark Brut debutta proprio in quel conveniente ma con il nome Black Chocolate, anche se la ricetta non prevede l’utilizzo di cacao.

La birra.
Riempie il bicchiere con uno splendido liquido color mogano rossastro, sormontato da un effervescente cappello di cremosa schiuma beige un po' grossolana e non molto persistente. L'aroma, molto pulito, regala una bella complessità fatta di prugna e uvetta, spezie, frutti di bosco, caramello, waffel e biscotto, frutta secca, una spolverata di tostato, di vaniglia e di legno derivanti dal passaggio in botte.  12% il contenuto alcolico dichiarato ma siamo in Belgio, non c'è motivo di preoccuparsi; loro sanno quasi sempre come nasconderlo e renderlo molto "digeribile". E la Dark Brut di Malheur non fa eccezione: corpo medio-pieno, mouthfeel liquoroso, le bollicine garantiscono un ingresso in bocca molto vivace ma poi si placano affinché la bevuta continui più morbida. Il gusto rimane coerente con i profumi andando a comporre una birra ricca di caramello e biscotto, uvetta e prugna, vaniglia, cioccolato amaro e liquirizia ad affiancare le suggestioni di vino liquoroso; la carbonazione aiuta a bilanciare il dolce, ma è soprattutto grazie alla chiusura secca e tannica che avviene il miracolo dell'equilibrio. C'è una punta amara nel cui piccolo spazio riescono a convivere cioccolato, caffè e quelle lievi sensazioni di frutta secca e tostato che sono forse opera del lievito da Champagne; finisce  calda, lunga e ricca di frutta sotto spirito. Il biglietto è abbastanza caro (in Italia siamo nei dintorni dei 20 Euro a bottiglia) ma lo spettacolo è di grande pulizia ed eleganza; il livello è davvero molto alto, e almeno una volta va provata.
Formato: 75 cl., alc. 12%, scad. 01/11/2016,  12.70 Euro (drink store, Belgio).

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 16 marzo 2016

Rittmayer: Hallerndorfer Hefeweissbier & Hallerndorfer Summer 69

Dal birrificio Rittmayer di Hallerndorf (Franconia) dal 1422 nelle mani della omonima famiglia e guidato oggi da George, ecco due interpretazioni di birra al frumento. La prima guarda alla tradizione ed è una classica Hefeweizen, la seconda cerca invece di portare po' di modernità in Franconia abbinando il frumento ad un luppolo americano.
La  Hallerndorfer Hefeweissbier si trova nella classica bottiglia da mezzo litro con tappo meccanico; il suo colore pallido ed opaco oscilla tra il dorato e l’arancio, mentre la bianca schiuma risulta compatta, quasi pannosa, con una buona persistenza. L’aspetto è da manuale ma all’aroma non è tutto a posto; i fenoli sono abbastanza fuori controllo, con una speziatura quasi soffocante di chiodo di garofano e coriandolo che si mescola a qualche vampata di plastica bruciata. Gli esteri fruttati (banana) ed il cereale quasi faticano a farsi sentire, in un bouquet tutt’altro che piacevole da annusare. Al palato la birra scorre leggera e veloce ma la bassa carbonazione le toglie buona parte della vitalità necessaria: banana e cereali sono presenti, di tanto in tanto spunta qualche gradevole nota di albicocca e forse di mango a disegnare un interessante profilo di Hefeweizen molto fruttata; purtroppo anche in bocca c’è qualche problemino, a partire da una leggera infezione lattica inizialmente quasi inavvertibile ma che pian piano mette fuori la testa dal guscio con l’innalzarsi della temperatura. Il risultato ottenuto (involontariamente) sarebbe anche gradevole, con il lieve lattico ad accompagnare l’acidità del frumento, non fosse che ogni tanto emerge una leggera sensazione di frutta marcia a rovinare la festa. La birra si riesce comunque a bere, la sua funzione dissetante la compie, ma le perplessità rimangono.

Fa invece parte della linea "Kraft" lanciata di recente da Rittmayer la Summer 69, nel formato 33 centilitri: è anch'essa una birra che impiega una percentuale (sconosciuta) di frumento, un luppolo americano (Amarillo) e, se ho ben capito, un ceppo di lievito anglosassone anziché quello da Hefeweizen.
All'aspetto è opaca e di colore oro carico con venature arancio; piuttosto modesto il cappello di schiuma, biancastro e cremoso ma rapido nel dissiparsi. Al naso c'è solo un accenno di banana, mentre sono soprattutto i profumi tropicali (mango), d'agrumi e bubble gum a caratterizzare l'aroma, intenso ed elegante. Il gusto prosegue nella direzione indicata senza compiere nessuna deviazione: nonostante la gradazione alcolica dichiarata (5.9%) non sia proprio da session beer estiva questa Summer 69 si comporta proprio come se lo fosse. Facilissima berla e veder passare rapidamente un po' di banana, bubble gum, agrumi e mango: la pulizia c'è, l'attenuazione non è invece impeccabile e le viene in soccorso il finale leggermente amaro e zesty.  Il corpo è medio, le bollicine anche qui sono un po' sottotono ma la bevuta è complessivamente molto soddisfacente; non si tratterebbe di una Hefeweizen con luppoli americani ma il risultato non è alla fine troppo distante da quella idea e convince. 
Nel dettaglio:
Hallerndorfer Hefeweissbier, formato 50 cl., alc. 5%, IBU 11, lotto21:11 S, scad. 07/04/2016
Hallerndorfer Summer 69, format 33 cl., alc. 5.9%, lotto 00:44 S, scad. 25/08/2016

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 15 marzo 2016

Birra del Carrobiolo Coffee-Brett

Viene annunciata a novembre del 2013 la nuova birra del “Piccolo Opificio Brassicolo del Carrobiolo Fermentum”: se non erro, rappresenta anche la prima stout del birrificio brianzolo che agli storici impianti posizionati all’interno del convento ha affiancato da novembre 2014 il nuovo brewpub con cucina annessa nella centrale piazza in Indipendenza di Monza. 
Se le considerazioni di questo articolo sono corrette,  la realizzazione di una stout rappresenta per il birraio Pietro Fontana il punto d’arrivo  di un percorso iniziato negli anni ’90, quando da appassionato di Guinness ha iniziato con l’homebrewing per produrre una stout tra le pareti domestiche. 
Ma qui le cose sono un po’ diverse: la Stout è diventata imperiale (11% l’ABV della versione 2014) e viene prodotta con l’utilizzo di caffè della Torrefazione Artigianale Autogestita Malatesta di Galbiate e lieviti selvaggi, alias Brettanomiceti. Il nome scelto è assolutamente azzeccato nella sua semplicità che va di pari passo con quella dell’austera etichetta, dal rigore monastico,  in stridente contrasto con il colore della birra: Coffee-Brett.

La birra.
Non è nera ma poco ci manca, mentre il piccolo cappello di schiuma color cappuccino che si forma è abbastanza scomposto e grossolano, poco persistente. La "porta del naso" viene aperta dai lieviti selvaggi che apportano note di cuoio e di pellame, subito incalzate da quelle più convenzionali di caffè e tostature; in sottofondo c'è il cioccolato fondente, la carne affumicata e, per chiudere il cerchio, un rapido ritorno al selvaggio sotto forma di sudore. L'ottimo livello di pulizia permette di decifrarne la complessità senza grossi sforzi. 
Il sito del birrificio la descrive come  “impegnativa” ma chi ama le Imperial Stout troverà invece una birra per nulla difficile da sorseggiare e molto appagante nelle sue note di caffè e cioccolato amaro, tostature e frutta sotto spirito (uvetta, prugna) accompagnate da una patina di caramello dolce in sottofondo. Un filo d'affumicato tiene assieme tutti gli elementi di una bevuta che si può descrivere, contrariamente all’aroma, senza far ricorso agli insoliti descrittori che affiancano i lieviti selvaggi; c’è forse un accenno di cuoio al palato, ad affiancare la liquirizia, ma è più che altro la morbidezza di caffè e cioccolato ad accompagnarci sino al finale caldo e morbido di frutta sotto spirito che con la sua dolcezza porta ulteriore equilibrio in una bevuta altrimenti amara. La consistenza palatale oleosa è morbida, quasi setosa, il corpo non arriva al pieno permettendole di scorrere abbastanza bene  avvolgendo il palato con un morbido ed elegante abbraccio etilico, molto discreto nella sua intensità. 
Un'imperial stout davvero molto ben fatta e pulita: l'aroma presenta qualche sorpresa "selvaggia" mentre il gusto si muove in territori più convenzionali e rassicuranti: senza spingersi in paragoni da classifica di beer-rating, questa Coffee-Brett per me entra con pieno merito tra le migliori imperial stout prodotte in Italia.
Formato: 37.5 cl., alc. 11%, lotto 1402, scad. 12/2017,  5.90 Euro (foodstore, Italia)


NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 14 marzo 2016

Ritter St. Georgen Ritter 1645 Ur-Märzen & Weißenoher Altfränkisch Klosterbier

Dalla Germania oggi due birre accumunate dal loro richiamo alla storia e alla tradizione, a quell’“originale", "primordiale", "antico"  veicolato dai suffissi “Ur-“ ed “Alt-“ che compongono i loro nomi: la Ritter 1645 Ur-Märzen del birrificio Ritter St. Georgen e la  Altfränkisch Klosterbier della Klosterbrauerei Weißenohe.  
Il primo si trova nel centro di Nennslingen, una cinquantina di chilometri a sud di Norimberga, mentre per incontrare il secondo bisogna spostarsi più a nord, a Weißenohe, Alta Franconia,  cinquanta chilometri da Bamberga. Attenzione a non confondere Ritter St. Georgen con la St. Georgen Bräu di Buttenheim, cosa che stavo per fare.  
Il birrificio del "Cavaliere Giorgio" produce circa 10.000 hl l'anno ed è oggi guidato dal birraio Dietmar Gloßner; celebra il suo anno di fondazione con una "Ur-Märzen 1645" che porta in etichetta il motto latino "Fortes fortuna adiuvat", "il destino favorisce chi osa". A non osare molto è invece la bottiglia di oggi, che ripropone la tradizione senza spingere con convinzione il piede sul pedale dell'intensità. 

La birra.
Si colora tra l'oro antico e l'ambrato, è limpida e forma un "croccante" e compatto cappello di schiuma ocra, cremosa, dall'ottima persistenza. Pane, cereali e miele compongono il bouquet olfattivo dove emerge anche qualche tocco floreale e di biscotto; la pulizia c'è, la fragranza è discreta, l'intensità è piuttosto bassa ma non è certo uno stile dal quale aspettarsi esplosioni aromatiche. La bevuta è costruita su di un impeccabile equilibrio teso a favorire la massima facilità di bevuta: ritornano pane, biscotto, cereali e miele per un dolce bilanciato da un tocco finale di mandorla amara. La carbonazione è bassa, la birra scorre bene anche se c'è un filo di diacetile ad "imburrare" un pochino il palato; poca intensità, poche emozioni ed alcool (5.5%) quasi impercettibile: il necessario c'è e, anche se un po' penalizzato dalla versione in bottiglia, lascia comunque un ricordo positivo. Se potete andate a provarla alla Bräustüble che si trova proprio accanto al birrificio.

Per trovare quello che manca nella Ritter 1645 Ur-Märzen bisogna invece stappare la Altfränkisch Klosterbier di Weißenoher. Il 1052 è la data di fondazione dell'abbazia benedettina di Weissenohe, consacrata a San Bonifacio, nella quale i monaci produssero birra sino al 1803, quando a causa della secolarizzazione il monastero fu definitivamente dissolto e venduto a privati. Nel 1827 il birraio Friedrich Kraus acquista fattoria, taverna e birrificio, rimettendolo in funzione; oggi lo guida la quinta generazione di discendenti, Katharina ed Urban Winkler, con l'aiuto dal 2010 del birraio Martin Pelikan che produce circa 20.000 hl l'anno. Weißenohe significa "luogo del bianco ruscello", nome dato al vicino fiume Kalkack le cui acque hanno originato le profonde falde acquifere utilizzate dal birrificio attraverso i due pozzi di proprietà. Tutte le  birre possono essere assaggiate all'adiacente Wirtshaus das Klosterbrauerei.

La birra.
Malto Vienna e luppolo Hersbrucker proveniente dai campi intorno a Weißenohe costituiscono la base della Altfränkisch Klosterbier che Ratebeer incasella tra le Märzen mentre il birrificio la descrive come una "landbier" della tradizione francone, ovvero una birra "di campagna" quotidiana e facile da bere.  Limpida e splendente nel suo dorato antico, con un impeccabile "testa" di schiuma biancastra, cremosissima, compatta, dalla lunga persistenza. In questo caso la semplicità è supportata da un'eccellente pulizia e, elemento fondamentale, da una buona fragranza dei malti. Il naso è dolce nei profumi di fiori, miele, pane e fette biscottate appena sfornate, invitando subito a portare il bicchiere alla bocca. In bocca ritornano gli stessi elementi che - di nuovo - fragranza e pulizia valorizzano al massimo in un'intensità di tutto rispetto che non intacca assolutamente la facilità di bevuta. L'accenno di diacetile non penalizza una bevuta di pane/cereali/biscotto e miele, dolce ma ben bilanciata da un finale lievemente amaro di mandorla ed erbaceo. Poche bollicine, corpo medio, perfetta scorrevolezza affiancata ad una gradevole morbidezza senza nessun scivolone nell'acquoso. Una birra dall'ottimo profilo maltato, di quelle che si prestano ad accompagnarti silenziosamente nel corso di una serata senza mai reclamare attenzione. Ha retto bene il passaggio in bottiglia, ma è chiaramente in loco che dovreste andare a provarla. 

Nei dettagli:
Ritter St. Georgen Ritter 1645, formato 50 cl., alc. 5.5%, scad. 07/06/2016, 0.97 Euro (supermercato, Germania).
Weißenoher Altfränkisch Klosterbier, formato 50 cl., alc. 5.1%, lotto 1346, scad. 17/05/2016, 0.93 Euro (supermercato, Germania).

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 13 marzo 2016

Poretti 6 Luppoli Bock Rossa vs. Birra Moretti La Rossa

Oggi a confronto due "rosse doppio malto" nazionali: La Rossa  di Birra Moretti  e la 6 Luppoli Bock Rossa del Birrificio Poretti. All'appello manca la Peroni Gran Riserva Rossa, ma la sua gradazione alcolica  (5.2%) inferiore di un paio di gradi alle altre mi ha portato ad escluderla. 
Entrambe sono prodotte sul suolo italiano, ma come saprete Moretti e Poretti sono due marchi controllati da multinazionali; facciamo un breve excursus storico.  
Nel 1859 Luigi Moretti fonda ad Udine la Fabbrica di Birra e Ghiaccio, detenendone la proprietà sino al 1989 per poi cederla ai canadesi della Labatt; nel 1995 il passaggio ai belgi di Interbrew che, dopo solo un anno, la vendettero ad Heineken ancora oggi proprietaria. Lo stabilimento originario fu chiuso nel 1992, la produzione continuò a San Giorgio di Nogaro sino alla cessione (su mandato dell'Antitrust) al Gruppo Birra Castello del 1997; se volete invece approfondire la storia del "baffone Moretti", andate qui
Abbastanza simile anche la storia del Birrificio Poretti, fondato da Angelo nel 1877 ad Induno Olona; nel 1939 il passaggio ai conti Bassetti che nel dopoguerra cercano di risollevarlo da una pesante crisi finanziaria incorporandolo al Birrificio Spluga già di loro proprietà. Nel 1975 entrano i scena i danesi di Carlsberg coi quali viene raggiunto un accordo per la produzione e la commercializzazione sul suolo italiano dei marchi Tuborg e Carlsberg; nel 1982 la famiglia Bassetti cede alla Carlsberg il 50% delle azioni aggiungendone un altro 25% nel 1998, quando l'azienda  cambia il proprio nome in Carlsberg Italia. Il passaggio dell'ultimo 25% d'azioni avviene nel 2002.
Passiamo ora al confronto, partendo dalle etichette: acqua, luppolo, malto d'orzo e sciroppo di glucosio per Poretti, la cui descrizione commerciale recita "una birra dal gusto di malto tostato con venature di caramello e liquirizia. Un’intensa luppolatura per una rossa corposa dalla spiccata personalità. Luppolo dominante Saaz". A questo proposito ricordo che il numero di luppoli che danno il nome alle varie Poretti non corrisponde a quelli poi effettivamente utilizzati; si tratta semplicemente di una denominazione commerciale.
Cambio di "look" per La Rossa di Moretti, che da qualche tempo inneggia al "malto brunito", ovvero  quel “colpo di fuoco a 105°C con cui i nostri mastri birrai trasformano l’orzo puro in malto. Il risultato è il tipico colore brunito di questa birra e il suo gusto straordinariamente morbido e pieno con sentori di caramello e liquirizia".  Più interessante è la temperatura di servizio consigliata (3°C!) e il fatto che "per gustare al meglio Birra Moretti La Rossa è indicato un bicchiere che impedisca la formazione di schiuma abbondante e ne favorisca la percezione del profumo". 
Partiamo dall'aspetto: la Poretti Bock Rossa è in verità limpida ed ambrata, con venature color rame e una schiuma ocra fine e cremosa, meno generosa e meno persistente rispetto a quella della Moretti; costei ha una livrea più scura, l'ambrato è carico con intensi riflessi rubino. Anch'essa limpida, molto bella, è sormontata da una testa di schiuma color crema compatta e cremosa, molto persistente.
Il confronto visivo va ad appannaggio della Moretti che "vince" anche quello olfattivo: più intenso e meno "artificioso", il suo aroma offre sentori di pane nero, caramello e ciliegia sciroppata. C'è anche una leggera ossidazione che in sottofondo porta qualche nota meno elegante di cartone bagnato. Piuttosto bassa l'intensità della Poretti, e quel che c'è non è affatto elegante: l'impressione è di uno sciroppo di ciliegia, quasi di caramella ripiena, con leggerissimi accenni al pane nero e al caramello. La sensazione palatale è invece pressoché identica: corpo medio, poche bollicine, ottima scorrevolezza con la Moretti che scivola un pelino troppo nell'acquoso dopo un ingresso morbido.
Il gusto de "La Rossa" è perfettamente coerente con l'aroma: pane nero, caramello e ciliegia danno forma ad una sorta di sciroppo piuttosto dolce che presenta qualche nota di prugna e di diacetile. L'intensità non è affatto male, l'amaro è praticamente assente eccezione fatta per una punta terrosa che ha il compito, assieme al finale acquoso, di spegnere un po' la dolcezza. Nel retrogusto un po' appiccicoso compare un po' di calore etilico che affianca le note di biscotto al burro e quelle di caramello; nel complesso la bevuta risulta completamente priva di fragranza e di eleganza ma comunque sopportabile.
La 6 Luppoli di Poretti risponde con un gusto altrettanto dolce di caramello, pane e sciroppo di ciliegia, riproponendo quella sensazione "artificiosa" già presente all'aroma. In internet ci si diverte sempre con "i numeri virtuali del luppolo di Poretti" ma bisogna ammettere che in questa "bock rossa" c'è effettivamente una chiusura amaricante quasi sorprendente. Il livello è modesto - intendiamoci - ma rispetto alla Moretti la differenza è evidentissima. Il suo amaro  terroso e di frutta secca (mandorla) è tuttavia molto sgraziato e poco gradevole;  anche la 6 Luppoli non si fa mancare un tocco di diacetile ma sopratutto la sua bevuta risulta molto meno morbida ed armonica e lascia una scia dolce ed appiccicosa di caramello e sciroppo di ciliegia. L'alcool fa il suo ingresso da subito quasi "a gamba tesa", in maniera scomposta e senza mai davvero amalgamarsi con gli altri elementi del gusto; molto meglio il delicato "warming" della Moretti che arriva solo a fine corsa.
Le conclusioni? Tra le due ho senz'altro preferito La Rossa di Moretti, che in quanto prodotto industriale dal costo contenuto è risultato bevibile e "quasi" sulla soglia della sufficienza: non è di certo una birra che vorrei trovarmi nel bicchiere, ma per lo meno si riesce a finire. Malaccio la Poretti: pervasa da una nota di ciliegia artificiosa che la rende stucchevole e poco sopportabile, e nemmeno i "sei" luppoli riescono a salvarla e a permettermi di finire la bottiglia.
Nel dettaglio:
Poretti 6 Luppoli Bock Rossa, formato 33 cl., alc. 7%, lotto J15042J, scad. 05/2016.
Birra Moretti La Rossa, formato 33 cl., alc. 7.2%, lotto 50gg3801 1, scad. 06/2016.

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 12 marzo 2016

Nøgne Ø Red Horizon 3rd edition

Kjetil Jikiun, ex pilota di aerei diventato birraio co-fondatore nel 2002 del birrificio norvegese Nøgne Ø, non ha mai nascosto il suo amore per il Giappone. Nel 2010 Nøgne è stato il primo birrificio europeo a produrre saké ottenendo anche il riconoscimento della Japan Sake Brewers Association, un onore - leggo in rete - che non viene quasi mai concesso a chi produce fuori dal Giappone.  
Dopo un periodo di apprendistato alla Daimon Shuzo di Osaka, un famoso produttore giapponese, Jikiun lanciò in Norvegia tre tipi di sakè, uno dei quali prodotto con la tecnica di fermentazione "Yamahai"  che consiste nel lasciare che il riso bollito (qui importato da Hokkaido) produca spontaneamente una "pellicola" di batteri lattici. 
Kjetil Jikiun ha lasciato Nøgne nell'agosto 2015 dopo una serie di divergenze con i soci della Hansa Borg che lui stesso ha spiegato in questo sfogo, parlando di "mediocrità"; chissà se aveva immaginato questo scenario quando a novembre 2013 decise di vendere il 54% del capitale al secondo più grande birrificio norvegese che ha anche la licenza di produrre la Heineken per il mercato locale. Oggi Kjetil abita sull'isola di Creta dove ha fondato la Grapes and Gratification che, nei prossimi mesi, dovrebbe far debuttare oltre al vino anche la sua prima birra  chiamata "Σολο". 
Con il suo addio sono anche terminate la produzioni della serie "Horizon", birre molto costose e faticose da produrre che avevano riscosso grande successo ma che forse mal si sposavano con la visione commerciale di un birrificio controllato da una grande azienda. Oltre alle massicce imperial stout Dark Horizon, un altro degli esperimenti di Jikiun è rappresentato dalle tre Red Horizon: si tratta di birre che vengono fermentate con un ceppo di lievito di saké, per la precisione quello "numero 7" elaborato dai laboratori del birrificio giapponese Masumi, isolato per la prima volta nel 1946 e arrivando poi ad essere utilizzato dal 60% dei produttori di Saké giapponesi.
La prima Nøgne Red Horizon venne prodotta nel 2009 e commercializzata nel 2010, con un considerevole ABV del 17% che fu poi abbassato a 13.5% per la seconda edizione prodotta a fine 2011 e messa in vendita nel 2013; nello stesso mese dello stesso anno arrivò anche la Red Horizon numero 3, 12.5% ABV, lievito numero 9 di Masumi e fermentazione per 10 settimane a bassa temperatura. Ed è proprio questa la protagonista di oggi.

La birra.
Packaging molto curato come per tutte le Horizon, la bottiglia arriva in un elegante cilindro metallico ed è anche incartata, all'interno. Nel bicchiere non è invece bella quanto la sua confezione: colore ambrato scarico e un tentativo di schiuma biancastra che si dissolve quasi sul nascere. Il naso è abbastanza complesso e di non facile lettura: convivono cuoio e pellame, salmastro, riso bollito, uvetta e zucchero caramellato, marmellata d'arancia, dettagli di frutti rossi (fragola, lampone?) e note ossidative sia negative (cartone bagnato) che positive (vino liquoroso, porto); c'è anche un lieve sottofondo "vegetale" proveniente da quello che rimane della generosa luppolatura (100 gli IBU dichiarati) dopo oltre quattro anni. Al palato arriva invece calda e avvolgente, oleosa, con poche bollicine ed un corpo medio: l'inizio è dolce di caramello, biscotto, uvetta e prugna, marmellata d'arancia ed albicocca, frutta candita. In sottofondo una nota affumicata accompagna la bevuta dall'inizio alla fine, mentre l'ossidazione, come nell'aroma, porta in dote richiami di vino liquoroso. Attenuazione ed acidità contribuiscono a mantenere il livello del dolce nei limiti del consentito, non c'è amaro ma un retrogusto molto avvolgente che riscalda e rincuora a colpi di vino liquoroso, toffee e frutta sotto spirito. Birra piuttosto complessa che ci mette più di qualche minuto ad aprirsi nel bicchiere e a rivelarsi nella sua pienezza; i 25 cl. della bottiglia sono una quantità assolutamente appropriata da sorseggiare senza grossi sforzi in un dopocena invernale nel quale si ha bisogno di essere riscaldati e "coccolati".
Formato: 25 cl., alc. 12.5%, IBU 100, lotto 742, imbott. 20/12/2011, scad. 20/12/2016, 13.50 Euro (Vinmonopolet, Norvegia).

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 11 marzo 2016

Lambrate - Mahr's: Nero

Non era tra i birrifici italiani più “collaborativi”, il Lambrate di Milano; anzi, fino all’anno scorso aveva se non erro sempre agito in solitudine, almeno stando al database raterbeeriano. Poi, la svolta:  arrivano la Grateful Deaf, in collaborazione con i birraio zingaro di Portland Ken Fisher, la Pussycat assieme agli olandesi di Kompaan, la Nero con i tedeschi di Mahr’s,  la Ghhoolagolasecca assieme ai panamensi di Casa Bruja, Lagrozischi e Tartaruga con i polacchi di Artezan, e le  recenti  Macchèkeller!  (assieme a Manuele Colonna) e Tiremm Innanz (una Vienna Lager realizzata assieme a quello che credo sia il birrificio italiano più “collaborativo”, ovvero Toccalmatto). 
Un discorso analogo si potrebbe fare con i tedeschi (Bamberga) di Mahr’s, che solo nel 2015 hanno realizzato una birra assieme a Birradamare, al già citato Lambrate e ne hanno annunciata una con gli americani di Sierra Nevada che sarà pronta per la prossima Oktoberfest. 
Lo scorso novembre 2015 Lambrate e Mahrs annunciano la nascita di una stout aromatizzata con cacao magro in polvere, granella di cacao ed affinata con chips di rovere: “Nero”, questo il nome scelto da Stephan Michel di Mahr’s  e da Fabio Brocca di Lambrate, peraltro fresco di nomination di “birraio dell’anno”.
La birra.
Nel bicchiere è effettivamente nera, sormontata da una schiuma cremosa color cappuccino che ha una buona persistenza. Caffè e cioccolato aprono le danze di un aroma poco intenso e dalla finezza migliorabile: in sottofondo orzo tostato e una leggera nota torbata. La cose migliorano fortunatamente in bocca, dove sale l'intensità e questa Nero rileva la sua solida spina dorsale di cioccolato amaro, caffè e orzo tostato, sostenuta dal sottofondo di caramello bruciato e impreziosita da dettagli legnosi e di vaniglia. Poche bollicine, al palato scorre bene - alla tedesca si potrebbe dire -  risultando morbida grazie all'utilizzo di avena (1.5%), amara ma ben stemperata dall'acidità dei malti scuri, lascia una sia abbastanza lunga di caffè, liquirizia, cacao amaro in polvere e tostature avvolta da una patina torbata e da una carezza etilica. Sicuramente meglio in bocca che al naso, Nero è una stout ben assemblata e intensa, nella quale tuttavia pulizia ed eleganza non sono a livello eccelso, un appunto non di poco conto se si considera la caratura dei due birrifici in gioco: buona ma, come spesso accade per le collaboration,  non al punto di restare impressa nella memoria.
Formato 33 cl., alc. 7%, lotto OLP0017215, scad. 10/07/2016, 5.00 Euro (beershop, Italia).

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.