martedì 16 giugno 2020

Ceres Mosaic IPA


L’industria danese ama il Mosaic?  Si potrebbe quasi dire di sì: dopo la Faxe Mosaic IPA il colosso Royal Unibrew piazza sugli scaffali dei supermercati la Ceres Mosaic IPA, sfruttando il suo marchio più popolare sul nostro territorio. Ricordo brevemente che la Unibrew nacque nel 1989 dalla fusione di Faxe, Jyske Bryggerier e marchi posseduti per cercare di contrastare il gigante Carlsberg.  Ceres è uno di questi marchi ma si trovano pochissime notizie storiche su quel birrificio fondato ad Aarhus nel 1856 da Malthe Conrad Lottrup e poi passato attraverso diverse acquisizioni: sappiamo per certo che gli impianti furono definitivamente chiusi nel 2008  in quanto non più ritenuti idonei agli standard imposti dalla casa madre. Sarebbero stati necessari troppi investimenti per riammodernarli. La produzione della gamma Ceres affidata al birrificio Albani, dal 2000 parte di Unibrew e fondato nel 1859 ad Odense dal birraio (nonché farmacista) Theodor Ludvig Schiøtz. 
Faxe e Ceres sono due marchi di Unibrew ed entrambi producono una Mosaic IPA dalla stessa gradazione alcolica (5.7%): non posso dire che sia la stessa identica bevanda ma evidentemente l’ufficio marketing ha deciso che il mercato italiano aveva bisogno di quel prodotto. Quello che sembra invece essere certo è che la Ceres Mosaic IPA è una rebranding della Albani IPA, marchio con zero appeal (e peraltro non presente) sul mercato italiano. La Albani Mosaic IPA esiste da maggio 2016 quando fu presentata sulla Odense Aafart, una crociera fluviale: evento coerente con il (falso) mito delle IPA nate in Inghilterra per essere esportate via nave alle colonie indiane. 
Alla Norden Gylden IPA saponosa e ricca di rosmarino, la Ceres affianca ora la più tradizionale Mosaic IPA: lattina blu elettrico, la scritta “cinquanta sfumature di IPA” in bella evidenza, “bitter, fresh, fruity”. In teoria c’è tutto quello che ci dovrebbe essere e il suo debutto sul mercato italiano è avvenuto nel febbraio del 2019 assieme alle sorelle Ceres Okologisk e Strong Ale “nel nuovo formato lattina cool”.

La birra.

Nel bicchiere è ramata e perfettamente limpida: schiuma compatta, cremosa, buona persistenza. L’aroma è davvero fruttato: accenni di tropicale, i frutti di bosco tipici del Mosaic, c’è anche una lieve presenza floreale. La fragranza è invece assente: marmellata piuttosto che frutta fresca e a complicare le cose c’è una poco piacevole presenza metallica. La sua scorrevolezza è tutto sommato buona, anche se da una birra industriale mi sarei aspettato una consistenza palatale un po’ più leggera. Potrei fermarmi qui perché l’aroma è l’unico aspetto quasi decente di una IPA che al palato si risolve in un profilo dolce di caramello leggermente biscottato e metallico cui fa seguito un finale amaro, vegetale, piuttosto triste e sgraziato. Bitter? Un po’. Fresh e fruity? Per niente. L’alcool (5.7%) si sente bene e contribuisce ad azzerare il suo potere rinfrescante, a meno che non vogliate berla appena tirata fuori dal frigorifero.  Birra abbastanza inutile e spenta, filtrata e pastorizzata, quindi già “morta” all’origine: anche se costa poco e la si trova ad 1 euro non fa venir voglia di ripetere l’esperienza. Nessuna sorpresa, insomma.

Formato 33 cl., alc. 5.7%, lotto H1927, scad. 09/06/2021, prezzo indicativo 0,99-1,50 euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 15 giugno 2020

Birrificio Porta Bruciata: La Pallata APA & Halfway NEIPA


Franciacorta non fa certo rima con birra ma questo non ha impedito alla coppia Marco Sabatti e Chiara Bassoli di sceglierla come base operativa per il proprio birrificio Porta Bruciata, inaugurato nel  2015.  Marco è l’addetto alla produzione che sfata il luogo comune “prima homebrewer, poi birraio”: appassionato di birra da lungo termine e socio CAMRA dal 1995, ha studiato la teoria al CERB di Perugia seguito da un periodo di pratica presso il birrificio Rurale di Desio.  Per lui la mancanza di un background “casalingo” non è affatto un limite:  ha potuto da subito abituarsi a lavorare su di un impianto professionale senza dover riprogettare su scala più ampia le ricette casalinghe. Porta Bruciata debutta con un impianto da 1000 litri e una piccola area dedicata alla vendita al dettaglio con la possibilità di fare anche qualche assaggio: il movimentato Outlet Franciacorta è quasi dietro l’angolo.
L'acronimo CAMRA è indicativo su quale sia la vera passione di Sabatti: è ovviamente la tradizione anglosassone e specificatamente nella sua evoluzione statunitense, ovvero quella generosamente luppolata. Non a caso il birrificio debutta con la IPA Orifiamma, con la Golden Ale Fanny e la  White IPA Shantung. “La nostra provincia dal punto di vista brassicolo è storicamente stata succube dell’influenza austriaca, ne consegue che la birra per antonomasia a Brescia è sempre stata a bassa fermentazione, chiara, e dalle note maltate dominanti. Esattamente il contrario di quello che produciamo noi!”, ammette Marco. I nomi delle birre rievocano personaggi, luoghi o eventi storici legati alla città di Brescia, a partire dalla torre medievale fortificata della città chiamata proprio Porta Bruciata. 
I riconoscimenti non tardano ad arrivare: all’edizione 2017 di Birra dell’Anno la IPA Orifiamma vince a sorpresa la propria categoria piazzandosi davanti ad Hammer e CR/AK, due big della scena italica. A conferma che non si è trattato di uno dei tanti exploit da concorso senza seguito ci sono i risultati ottenuti nel 2018: primo posto della Double IPA Larkin Street in categoria 13, che batte la Breaking Hops di MC77 e la Hattori Hanzo di Mukkeller, argento e bronzo nella categoria delle “Session IPA” con Shantung e Dusky Bay. Anche la manifestazione Birraio dell’Anno celebra Porta Bruciata, con il bel quinto posto ottenuto a gennaio 2019 e quindi riferita al 2018.  Nel 2019 da Birra dell’Anno arriveranno altri due argenti luppolati (Shantung e Larkin Street) seguiti da uno nel 2020 (Shantung).  Alla numerose birre luppolate Porta Bruciata ha poi affiancato anche un paio di belghe (la tripel Badessa e la saison Klokkenist, la bitter Red Oast, l’imperial stout Neymus e il barley wine Pegol.

Le birre.
Partiamo da La Pallata (5.6%), American Pale Ale caratterizzata da Ekuanot e Willamette che ha debuttato al Beer Attraction del 2016;  la Pallata è una torre in mattoni di origine medievale che si trova nel centro storico di Brescia. Perfettamente dorata, leggermente velata, forma una bella testa di schiuma cremosa e compatta. Il naso è fresco e molto pulito, con spiccati profumi floreali e fruttati (arancia, ananas, melone e tropicale), accenni di panificato. Al palato scorre piuttosto bene  ed è sostenuta da una buona carbonazione. La bevuta è perfettamente coerente con gli aromi, pulita, fresca e fragrante: pane e accenni di miele, un fruttato “educato” che richiama  agrumi e tropicale, un finale secco con un  amaro resinoso-vegetale di buona intensità e breve durata.  L’alcool non è pervenuto e la bevibilità è eccellente: una di quella birre da bere per tutta la serata, senza neppure accorgersene. Ottima. 

Nell’agosto del 2017 Marco Sabatti dichiarava di essere attratto  “da tutti gli stili dove il luppolo ha un ruolo dominante. È altresì vero che siamo un po’ tradizionalisti, quindi vedo molto improbabile una nostra juicy: non credo che la torbidità possa essere un valore aggiunto in una IPA”. Il birrificio ha evidentemente cambiato idea ed ha voluto accontentare le richieste del mercato: lo scorso aprile, in un periodo poco fortunato per tutti, ha realizzato la sua prima NEIPA chiamata Halfway ad evocare l’omonimo faro nella baia di Casco nel Maine, New England, la regione degli Stati Uniti dove sono nate le cosiddette Juicy o Hazy IPA. 
Con pub e locali chiusi il suo debutto non è potuto che avvenire a domicilio con il servizio delivery di bottiglie e fustini da cinque litri. La Halfway è anche la prima birra della Lighthouse Series credo destinata ad esplorare proprio questo (sotto)stile. Torbida per scelta, ha tuttavia un colore piuttosto spento e fangoso: onestamente ho visto di meglio. Bene invece la schiuma, che nella  NEIPA è invece spesso vittima sacrificale: in questo caso è cremosa, abbastanza compatta ed ha buona persistenza. L’aroma non è esplosivo ma è alquanto gradevole e, nota di merito, alquanto pulito: arancia, pompelmo e ananas, in secondo piano mango, litchi e mandarino. Al palato è morbida e leggermente chewy, come richiesto dal protocollo NEIPA: il gusto non riesce tuttavia a replicare l’aroma, soprattutto per quel che riguarda definizione e pulizia. Il suo essere juicy si risolve in una sensazione generalizzata generale di agrumi e tropicale nel quale è difficile distinguere i singoli elementi.  Il percorso si chiude con un amaro vegetale poco elegante e leggermente astringente che gratta un po’ in gola;  l’alcool (7%) non si nasconde e anche su questo aspetto si potrebbe fare meglio.  Inizia bene ma si perde un po’ per strada la prima NEIPA di Porta Bruciata:  peccato non ritrovare in bocca le belle premesse aromatiche. Benché soddisfi  la voglia di succo di frutta, i margini di miglioramento sono piuttosto ampi:  avesse al palato anche solo il 50% di eleganza della Pallata!
Nel dettaglio:
La Pallata, 5.6% ABV, lotto 20063, scad. 19/10/2020, prezzo indicativo 4.00 Euro (beershop)
Halfway, 7% ABV, lotto 20066G,  scad. 20/10/2020, prezzo indicativo 5.00-6.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

mercoledì 10 giugno 2020

Põhjala Cellar Series - Öö XO


Se siete alla ricerca di imperial stout/porter barricate e non, il birrificio estone  Põhjala è un punto di riferimento ormai imprescindibile nel panorama europeo. Ne è uno dei produttori più prolifici e avrà senz’altro qualcosa che possa soddisfare le proprie voglie: lo abbiamo ospitato sul blog in svariate occasioni.  La sua Cellar Series,  dedicata agli invecchiamenti in botte, annovera ormai una cinquantina di etichette: tante, forse troppe. Ma è un dazio che non si può evitare di pagare ad un mercato che è sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo da bere. 
Prendiamo ad esempio Öö (traduzione: la notte) che è l’imperial baltic porter (10.5%) della casa. La versione base è affiancata dalle varianti  al ribes nero  (Öö Cassis) e da quelle barricate Öö Bowmore  (cask di whisky Bowmore), Öö Rye Whiskey Reserve e Öö XO (Cognac). Attenzione a non confondere la notte (Öö) con la notte oscura (Pime Öö,) o con la notte bianca (Valge Öö): si parla sempre di notte e di oscurità, ma dalla bassa fermentazione (baltic porter) si passa alla alta (imperial stout).  Ad ogni modo è sempre utile avere qualche “notte” di Põhjala in cantina da poter stappare quando se ne ha voglia: il rapporto qualità prezzo è sicuramente soddisfacente. 
Per il turisti della birra ricordo la bella taproom che il birrificio ha inaugurato alla fine del 2018 nel quartiere Kalamaja di Tallinn; 24 spine Põhjala e qualche ospite, cucina gestita dallo Chef Michael Holman specializzata in barbecue texano, beer e merchandising shop, visite guidate giornalieri agli impianti, sauna a noleggio.

La birra.
Oggi parliamo della Öö XO, imperial baltic porter invecchiata per qualche mese in botti ex-cognac che ha debuttato nell’estate del 2016. La ricetta della Öö base (10.5%) prevede malti Pale ale, Munich, Carafa II Special, Special B, Chocolate e Crystal 300, zucchero Demerara, luppoli  Magnum e  Northern brewer.  
La Öö XO ha una gradazione alcolica leggermente superiore (11.5%) e si presenta effettivamente scura come la notte, anche se non completamente nera; compattezza e persistenza della schiuma sono notevoli. Il suo biglietto da visita è un aroma coinvolgente e caldo: il distillato accompagna un filo di fumo e di cenere, cioccolato, frutta sotto spirito, frutti di bosco, tostature. Nessun elemento prevale sull’altro ma vanno tutti a comporre un boquet dalla discreta intensità. Al palato è morbida, quasi delicata e dalla consistenza leggermente setosa.  La bevuta si mantiene coerente con l’aroma: tanta frutta sotto spirito, melassa e liquirizia, la delicata presenza del distillato, preziosi dettagli di cioccolato, vino fortificato, caffè e torrefatto. Un accenno di tabacco e un filo di fumo chiudono un percorso pulito e bilanciato. Non c’è quell’eccesso di dolce che sovente affligge le birre scure di Põhjala: tutto è al posto giusto, il passaggio in botte non sovrasta la birra ma contribuisce solo a valorizzarla, l’alcool è sempre sotto controllo. Tra le migliori della Cellar Series del birrificio estone, secondo me leggermente superiore anche alla già ottima Pime Öö PX.
Formato 33 cl., alc. 11,5%, IBU 60, lotto 405, scad. 14/03/2020, prezzo indicativo 8.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 9 giugno 2020

Canediguerra Saison


Del birrificio piemontese Canediguerra vi avevo parlato nel 2015, a pochi mesi dall’inaugurazione. Alla guida c’è il birraio Alessio "Allo" Gatti, nome molto noto tra gli appassionati, il quale ha iniziato nel 2006 un movimentato percorso professionale che lo ha portato a lavorare presso Bruton, Birra del Borgo, Toccalmatto, Brewfist e Bad Attitude per poi ritornare nella nativa Alessandria ed aprire il suo primo birrificio assieme ai soci Diego Bocchio, Roberto Grassi e Vittorio Sacchi. 
Dopo aver lavorato e sperimentato per quasi un decennio su impianti altrui (ricordate la Zona Cesarini di Toccalmatto?)  Gatti ha deciso di tornare alla proprie origini di homebrewers rispettando la tradizione in modo rigoroso e debuttando con  Bohemian Pilsner, American IPA e Brown Porter. Nomi che riflettono semplicemente lo stile, pattern grafici geometrici e ripetitivi elaborati da uno dei soci che ha esperienze in campo artistico.  Canediguerra ha poi introdotto in gamma Vienna Lager, Berliner Weisse, Best Bitter, Cream Ale, Pacific IPA e Double IPA, ha intavolato collaborazioni con birrifici italiani ed esteri e ha poi inaugurato la mini serie “Objekt“ dedicata a birre celebrative o speciali, come barley wine o imperial stout. 
Ma dicono che un birraio non può definirsi completo fino a quando non si confronta con la scuola belga: in questo caso per Canediguerra si trattava “solo” di studiare il passaggio dall’isobarico alla rifermentazione e nell’aprile del 2019 sono arrivate una dopo l’altra Blanche, Saison e Tripel.   Alla fine del 2018 Gatti e soci hanno anche inaugurato il proprio locale chiamato semplicemente Taproom, otto spine ad Alessandria da abbinare da una cucina che propone soprattutto hamburger e sandwich, affiancati da antipasti (caponata, falafel, panissa e polenta fritta) e dolci.

La birra.
Non ci sono spezie nella saison di Canediguerra: tutto il lavoro viene fatto dal lievito. Il suo colore è solare, un intenso arancio acceso da riflessi dorati: la schiuma è candida, cremosa e compatta. Il naso è fresco e pulito: accenni di coriandolo e pepe bianco, floreali, zucchero candito, arancia e banana, qualche ricordo di mela verde e pera nelle retrovie. Vivacemente carbonata, al palato è scattante e scorre con grande facilità. Pane, miele, qualche accenno di banana, arancia e frutta a pasta gialla, un delicata speziatura donata dal lievito: il gusto mostra perfetta corrispondenza con l’aroma e sfocia in un  finale abbastanza secco e praticamente privo di amaro. L’alcool (6.4%) è inesistente e c’è una bella acidità a rendere questa birra rinfrescante e dissetante come una saison dovrebbe sempre essere.  Per il mio gusto personale le manca un po’ d’amaro (Dupont!) ma non è questo l’appunto principale che mi sento di muovere a questa birra: è fin troppo pulita e precisa, la definirei quasi una “saison urbana”. Le manca quel carattere ruspante, rustico, agricolo, quelle piccole “imperfezioni” (virgolettato d’obbligo) nelle quali si nascondono le emozioni che queste grandi birra della Vallonia sanno regalare.
Formato 33 cl., alc. 6.4%, IBU 29, lotto 193430, scad. 04/03/2021, prezzo indicativo 4.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 8 giugno 2020

Level Fatality


Geoffrey Phillips, Jason Barbee e Shane Watterson non sono esattamente dei debuttanti nella scena della Craft Beer dell’Oregon: Phillips è un californiano che nel 2006 si è stabilito a Portland per aprire la Bailey’s Taproom, beer bar con 26 spine devote all’artigianale cui hanno fatto seguito il locale The Upper Lip ed il negozio online brewedoregon.com per la vendita di abbigliamento, merchandising ed accessori di numerosi birrifici.  Barbee dopo aver esercitato l’homebrewing al college ha lavorato per sette anni come assistente birraio alla filiale di Portland della Deschutes per poi spostarsi alla Ex Novo Brewing. Watterson ha seguito un percorso quasi identico: homebrewing al college, assistente alla Deschutes e poi birraio per sei anni alla Laurelwood di Portland. 
Alla fine del 2016 i  tre soci, che si erano conosciuti ai tavoli della Deschutes di Portland, annunciarono l’acquisto di un sito nel quartiere Argay nei pressi dell’aeroporto internazionale di Portland che ospitava il mercato contadino delle fattorie Trapold in procinto di chiudere, per riconvertirlo nel nuovo birrificio chiamato Level Beer. Il nome scelto, “livella”, rappresenta la filosofia commerciale che i tre soci hanno deciso d’intraprendere: entrambi genitori di figli piccoli desiderano un’attività che consenta loro di “trovare un equilibrio”  tra lavoro e vita privata; Level debutta nell’agosto del 2017 con un impianto produttivo da 20 barili affiancato da uno pilota da 2,5.  
“In questa zona di Portlanddice Wattersonstanno arrivando molte famiglie giovani ma ci sono pochissimi posti dove andare; giusto un Burgerville ed un dive bar dove giocare a video poker. Noi stiamo già ricevendo molte richieste per feste di compleanno, abbiamo uno spazio all’aperto dedicato ad eventi come compleanni e matrimoni che è quasi sempre prenotato. A Portland i pub spesso sono affollati e non ci sono spazi per i bambini: a noi interessava ad esempio mettere a disposizione un bel prato dove loro potessero giocare a calcio o a freesbie mentre i genitori bevono un paio di birre”. 
Il logo e gli arredi della taproom riflettono la passione dei tre proprietari per gli anni ’80: Star Wars, Vans, Atari, Sega e Nintendo: all’interno del locale vi sono consolle cabinate da poter utilizzare come in una sala giochi d’epoca. E le tre birre di debutto vengono chiamate Let’s Play (dry-hopped pilsner), Game On (IPA) e Ready Player One (dry-hopped saison). Equilibrio tra lavoro e tempo libero ma anche equilibrio nelle birre: Level predilige quelle facili da bere e a bassa gradazione alcolica. La taproom con tavoli e panche è spartana, assomiglia ad una sorta di grande serra dal tetto ricurvo e non dispone di cucina ma in strada ci sono spesso due o tre food truck dai quali rifornirsi; nel giardino sul retro ci sono giochi per bambini ed altri tavoli da poter utilizzare nella bella stagione. Alla fine del 2019 Level ha inaugurato una seconda taproom al Multnomah Village, ovvero nell’opposta periferia a sud di Portland.


La birra.
Birre facili da bere e dalla bassa gradazione alcolica: per smentire quanto appena scritto vi presento Fatality, la prima imperial stout (11.5%) barrel aged che Level ha fatto debuttare nel dicembre del 2018.  La sua versione base dovrebbe essere l’imperial stout Finish Him (10%) la cui ricetta prevede malti 2-Row,  Smoked, Roasted, Chocolate e Biscuit, luppolo Nugget, lievito English Ale; questa birra ha poi riposato in botti che avevano contenuto per dieci anni il whiskey della Eastside Distilling. 
Nel bicchiere si presenta quasi nera, la schiuma è cremosa e compatta ed ha buona ritenzione. L’aroma non è molto intenso ma con un po’ d’attenzione si trova tutto quello di cui si ha bisogno: caffè, tostature, legno, accenni di vaniglia e cioccolato, whiskey, un filo di fumo, un tocco di carne. Il corpo non è molto ingombrante e non si ci sono particolari morbidezze o coccole per quel che riguarda il mouthfeel: il suo scorrere è comunque gradevole e privo di asperità. La  bevuta è perfettamente bilanciata: whiskey, frutta sotto spirito, melassa e caramello bruciato, vaniglia e cioccolato iniziano un percorso che poi vira con delicatezza verso l’amaro del caffè e  del torrefatto. Un accenno d’affumicato introduce un bel finale caldo di bourbon che riesce a scaldare senza far male. Non è ovviamente una birra dalla bassa gradazione alcolica ma è evidente la mano educata del birraio che l’ha prodotta, coerente con la filosofia del birrificio: equilibrio e bilanciamento prima di tutto. Non è un’imperial stout che urla ma che parla - forse  - col cuore: bisogna avere la pazienza e la voglia d’ascoltarla, perché ha cose interessanti da raccontare. Se vi  aspettate qualcosa di sfacciato o di potente resterete probabilmente un po’ delusi; anche il carattere barrel-aged è piuttosto delicato. L’ispirazione è senz’altro più vicina al Regno Unito che agli Stati Uniti: per me è una birra molto riuscita, pulita ed intensa, credo mai più replicata.
Formato 47,5 cl., alc. 11.5%, IBU 75 (?), lotto 18/11/2018, prezzo indicativo 8.00-9.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

venerdì 5 giugno 2020

Extraomnes Sabrage


Extraomnes Sabrage, ovvero un elogio al Sabro, nuova varietà di luppolo commercializzata a partire dalla primavera del 2018 dagli americani della Hop Breeding Company, Yakima Valley. Fu il risultato di un lungo lavoro iniziato nel 2004 quando Jason Perrault, titolare della Hop Breeding ricevette una piantina femmina da Chuck Zimmerman, uno dei più importanti ed influenti coltivatori di luppolo degli Stati Uniti. Si trattava di una varietà proveniente dal New Mexico che Perrault piantò nel giardino di casa dove crescevano anche altre varietà: “non avevo mai visto niente del genere – ricorda – aveva un forte odore di marijuana e anche le sue foglie sembravano identiche a quelle della cannabis. Fioriva molto tardi e dovetti circoscrivere l’area del giardino in cui l’avevo piantata perché si stava espandendo ovunque”. 
Nell’agosto del 2004 la pianta era ancora in fase di fioritura ricettiva all’impollinazione: Jason recuperò tutto il polline di altre piante che aveva a disposizione, lo mescolò e lasciò che il vento facesse il suo lavoro. Nacquero un centinaia di nuove piante da un padre “sconosciuto”, in quanto ottenute da questa impollinazione aperta.   Perrault fu impressionato dal profumi dei coni di luppolo delle nuove piante e ne consegnò un po’ a Karl Vanevehoven, proprietario della Yakima Chief Hopunion e prolifico homebrewer: spesso è lui il primo ad utilizzare le nuove varietà sperimentali di Perrault e, se i risultati sono soddisfacenti, la coltivazione va avanti.  Quella nuova varietà era identificata dal numero 0406363074 ma  Vanevehoven la ribattezzò con il nome Ron Mexico, più facile da ricordare. 
Alla National Homebrewers Conference di San Diego del 2015 Perrault, Vanevehoven e Vinnie Cilurzo della Russian River tennero un seminario di presentazione di questa nuova varietà di luppolo rinominata con il codice sperimentale HBC-438: l’idea era di farla testare anche a molti produttori casalinghi prima di iniziare a coltivarla su grande scala. E per dare loro un primo assaggio del luppolo Russian River produsse anche una birra single hop chiamata Ron Mexico. L’HBC-438 viene poi utilizzato da molti birrifici e, dopo tre anni di vita sperimentale, nell’aprile del 2018 ottiene finalmente il nome ufficiale di Sabro: la descrizione ufficiale parla di “netti profumi di mandarino, cocco, frutti tropicali, cedro e menta”. Dopo il grande successo ottenuto da Citra e Mosaic, la Hop Breeding Company punta ora forte su questa nuova varietà di luppolo.

La birra.
E il Sabro è ovviamente il protagonista dell’ultima nata in casa Extraomnes, una vigorosa “Hopped Saison” (8.8%) che è arrivata proprio nel bel mezzo dell’emergenza Covid-19. Non so se l’idea fosse di distribuirla solo in fusto e la chiusura di pub e locali abbia costretto il birrificio di Marnate a rivedere le proprie intenzioni. Fatto sta che la Sabrage è finita in una lattina nuda e priva di etichetta in quanto non è stato possibile realizzarla: sono presenti solo le indicazioni previste dalla legge. Ha debuttato il 21 aprile “a domicilio”:  chi abitava in provincia di Milano e Varese poteva farsela recapitare direttamente utilizzando il nuovo servizio “Extraomnes a Casa Tua”, esteso poi a tutta Italia dalla settimana successiva. 
Il suo colore vibra tra l’arancio ed il dorato, la candida schiuma è pannosa e compatta: mandarino, lime, cedro, melone e frutta tropicale compongono un cesto di frutta accompagnato da una delicata speziatura e da un carattere rustico à la Dupont, per intenderci. Personalmente non ho avvertito il cocco  ma ammetto che la mia sensibilità verso questo frutto è piuttosto bassa. Al palato è vivacemente carbonata e scorre benissimo: caratteristiche che concorrono a mascherarne ulteriormente la gradazione alcolica. Incontriamo frutta candita, qualche goccia di miele, albicocca, agrumi e melone, un finale secco caratterizzato dall’amaro zesty e terroso, in pieno DNA Extraomnes.  Nel rispetto della miglior tradizione belga è solo a fine corsa, quando ormai è troppo tardi, che s’avverte qualche avvisaglia dell’alcool.  Pulita, rustica ma con un fruttato un po’ ruffiano che ti fa l’occhiolino, piacevolmente rinfrescante: l’arma ideale se volete farvi del male nelle calde serate d’estate.  La saison che De Dolle non ha mai prodotto? Forse si sarebbe potuta chiamare proprio Sabrage.
Formato 44 cl., alc. 8.8%, lotto 112 20, scad.  04/2021, prezzo indicativo 5.00-7.00 euro  (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 25 maggio 2020

Firestone Walker 21 (XXI Anniversary Ale)


Nel 2017 il birrificio californiano Firestone Walker festeggiava il proprio ventunesimo compleanno: sul blog lo abbiamo incontrato già molte volte. Lo fondarono nel 1996 Adam Firestone e David Walker a Paso Robles, Contea di Santa Barbara, all’interno dell’azienda vinicola Firestone Vineyard LLC di proprietà di Anthony Brooks Firestone, padre di Adam nonché ex politico californiano. Nel 2001 Firestone acquistava gli edifici della SLO Brewing Company di Paso Robles e vi trasferiva il proprio impianto: alla SLO lavorava il birraio Matt Brynildson che fu confermato in organico con una piccola quota di partecipazione societaria. Brynildson aveva lavorato per cinque anni alla Goose Island di Chicago e le sue conoscenze sul metodo di produzione della Bourbon County Brand Stout furono determinanti per il successo che Firestonepoi ottenne grazie alle sue birre barricate.  Nel 2015 i belgi della Duvel Moortgat rilevarono per una cifra mai rivelata la maggioranza di Firestone e diedero il via ad un ambizioso piano d’espansione culminato con la costruzione di una seconda location a Buellton dedicata alle birre acide e di un brewpub a Venice Beach (Los Angeles). 
Nell’autunno del 2006 il birrificio celebrava il suo decimo anniversario mettendo in vendita un’American Strong Ale chiamata semplicemente “X”, un blend di alcune birre invecchiate in botte. Queste “Blending Sessions”  sono ancora oggi un evento ricorrente ogni anno nel corso del quale a Paso Robles vengono invitati produttori di vino californiani ed altri esperti di blending. I partecipanti sono suddivisi in squadre che hanno il compito di assemblare il proprio blend utilizzando le centinaia di botti presenti nelle cantine; i blend vengono poi votati da tutti i partecipanti ed il vincitore  diventa la birra dell’anniversario di Firestone Walker. 


La birra.
Il 22 agosto del 2017 furono convocati ventisette produttori di vino col compito di dare forma alla ventunesima Anniversary Ale; la competizione fu vinta dalla squadra formata da Jordan Fiorentini e Kyle Gingras della Epoch Estate Wines di Templeton e da Anthony Yount della Denner Vineyards di Adelaide, poco distante da Paso Robles. Per il loro blend utilizzarono il 42% di Velvet Merkin, una stout all’avena (8.5%) invecchiata in botti di bourbon, il 18% di Parabola, (13.1%), imperial stout invecchiata in botti di bourbon e in botti di rovere nuove, il 17% di Stickee Monkey, una quadrupel (12.5%) invecchiata in  botti di bourbon e di brandy, il 17% di Bravo, imperial brown ale (13.5%) invecchiata in botti di bourbon e il 9% di Helldorado, blonde barley wine (13.5%) invecchiato in botti di rum. 
La Firestone Walker XXI segnò anche il debutto del nuovo formato da 35,5 centilitri che sostituiva quello da 65:  una scelta motivata dalla necessità di distribuirla a più persone e di permettere alla gente di consumare una birra dall’elevato contenuto alcolico in solitudine, senza doverla necessariamente condividere con qualcuno. 
Il suo colore ricorda la tonaca del frate, la schiuma è di dimensioni abbastanza modeste ed ha scarsa ritenzione, benché risulti cremosa e compatta. Al naso domina la frutta sotto spirito, bourbon nello specifico: uvetta, prugna e frutti di bosco. Ma ci sono anche suggestioni di porto, cocco e qualche lieve accenno meno piacevole di cartone bagnato. La bevuta è coerente con l’aroma e non divaga altrove: frutta sotto spirito e bourbon disegnano un percorso lineare arricchito da suggestioni di porto e, proprio a fine corsa, di cioccolato. Mi sembra ci sia anche un po’ di melassa di zucchero di canna, ma potrebbe essere una mia forzatura sapendo che nel blend c’è anche una percentuale di birra invecchiata in botti di rum. Spesso la mente trova anche quello che non c’è, soprattutto se lo cerca in una birra piuttosto dolce che viene però ben asciugata da bourbon e legno. Da manuale il lungo retrogusto morbido di bourbon. Quello che c’è nel bicchiere si sorseggia con grande soddisfazione in tutta calma nel corso di una serata: come altre produzioni passate in botte recenti di Firestone anche questa XXI non riesce a raggiungere profondità abissali, ma avercene a disposizione di birre come questa!
Formato 35,5 cl., alc. 11,8%, imbott. 10/2017, prezzo indicativo 12-18 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

mercoledì 20 maggio 2020

DALLA CANTINA: Toccalmatto Vecchio Bruno 2015


One-shot, collaborazioni, special editions: fino a qualche anno fa questo era il pane quotidiano del birrificio Toccalmatto, sempre pronto ad incalzare i bevitori con qualcosa di nuovo da provare. Nel 2017 il birrificio di Fidenza (PR) guidato da Bruno Carilli ha stretto una importante partnership con la beerfirm belga Caulier e da allora la propria strategia commerciale è cambiata . Fu lo stesso Carilli ad ammetterlo in un’intervista a Fermento Birra di quel periodo: “non puoi continuare ad inseguire un mercato schizofrenico, modaiolo, publican volubili. Vedo qualche birrificio seguire trend produttivi effimeri, fare birre modaiole, ma è una politica cieca che non paga, tutt’altro. Te lo dice uno che ha lanciato mode, che ha fatto molte one-shot, ma poi le birre che vendi sono altre, devi creare degli standard e puoi farlo anche con birre molto caratterizzate, solo che devi venderle”.  
Va bene divertirsi, va bene far parlare di sé ma alla fine del mese bisogna fatturare e l’impianto deve funzionare, soprattutto se di grosse dimensioni.  Meno varietà e più quantità, sembrerebbe essere questo l’unico modo per sopravvivere: “rimanere in una fascia intermedia a livello dimensionale è pericolosissimo. Il mercato è cambiato e sta cambiando. Noi ci siamo salvati perché abbiamo investito in maniera assennata e graduale. Arrivi però ad un certo punto che devi cambiare il mercato, la distribuzione, e da solo non puoi farcela. Secondo me chi produce tra i 1000 e i 7000hl annui rischia molto”. 
Tutti questi fattori hanno determinato il rinvio di quel Progetto Cantina che Toccalmatto aveva annunciato nel 2015 quando aveva appena inaugurato il nuovo impianto e voleva trasformare i locali adiacenti allo spaccio, che ospitavano l’impianto vecchio, in una “barricaia dove poter iniziare a fare delle birre acide con una forte impronta personale e italiana. Lo stabile sarà diviso in due aree (entrambe a temperatura controllata), una destinata alle Farmhouse Ales e l’altra a birre acide ispirate ai Lambic”.


La birra.

Proprio in quell’anno, esattamente a giugno 2015, veniva messa in vendita la Vecchio Bruno, che veniva presentata così:  “abbiamo pazientemente aspettato qualche anno, e finalmente è pronta. Ispirati alle Flemish Red e all’Aceto Balsamico Tradizionale, siamo partiti dalla Saba, il tradizionale mosto cotto emiliano, e l’abbiamo lasciata in botte a sviluppare la sua spiccata acidità acetica. Vogliamo pensare sia la capostipite dello stile Sour Emilian Red Ale”.  La bella etichetta è stata realizzata dal grafico Antonio Bravo: a lui il compito di raffigurare il Vecchio Bruno (traduzione storpiata di Oud Bruin) mentre si aggira furtivo tra le strade del centro storico di Parma. Un esperimento che credo non fu mai più ripetuto da allora e il sogno delle Sour Emilian Red Ale è stato riposto nel cassetto; andiamo comunque ad assaggiare una di quelle bottiglie che ho conservato per un lustro in cantina.

Alla vista predomina il color rubino con qualche nervatura ambrata: la schiuma è cremosa ma piuttosto rapida a scomparire. Anche il naso si tinge di tonalità rossastre: ciliegia, marasca, amarena cotta, aceto balsamico e frutti di bosco sono accompagnati da note legnose e ricordi di una umida e polverosa cantina. A cinque anni dalla messa in bottiglia la carbonazione è piuttosto vivace e la bevuta è ancora giovane e scattante:  il dolce di zucchero bruciato, mora e mirtillo, ciliegia sciroppata sono contrastati dall’asprezza dell’amarena e di altri frutti rossi, da sbuffi acetici (balsamici) che anticipano un finale vinoso, piuttosto secco, chiuso dall’amaro dei tannini del legno. E’ solo qui che questa birra rinfrescante presenta il conto della propria gradazione alcolica (7.5%): gran bella bevuta, complessa ma di facile fruizione, un’altalena tra dolce e aspro/acetico. A voler essere pignoli qualche passaggio è un po’ troppo brusco ma mi piace considerarlo un richiamo a quel carattere rustico e ruspante che in una Flanders Red autentica (e non addomesticata dal “progresso”  à la Rodenbach) ci dovrebbe sempre essere. La Vecchio Bruno è invecchiata benissimo e sono convinto che lo avrebbe potuto fare ancora per quale anno: peccato che Toccalmatto sia ora impegnato su altri fronti e abbia un po’ lasciato da parte le birre di nicchia come queste.

Formato 75 cl., alc. 7.5%, lotto 11079, scad. 31/12/2025, prezzo indicativo 16,00 euro (birrificio)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 18 maggio 2020

Lervig / Evil Twin Big Ass Money Stout 2


Qualche anno fa la birra artigianale era caratterizzata dalla moda dello  “strano”: si trattava di produrre birra aggiungendo gli ingredienti più improbabili e inusuali. Trovare burro d’arachidi, marshmallow, cocco o sciroppo d’acero in un birra non era più una notizia e ovviamente quando tutti “lo fanno strano” è necessario alzare l’asticella per farsi notare ed urlare più forte degli altri. Nelle birre iniziarono a finirci spaghetti, hot dog e hamburger, pancetta, aragoste, testicoli e cervelli di animali: ingredienti che hanno chiaramente esaurito in fretta il loro effetto sorpresa, forse neppure il tempo di una one-shot, e che oggi sono stati sostituiti dai più rassicuranti frutta e dolci (Milkshake IPA, Pastry Stout). 
Nel 2015 eravamo in pieno delirio dello strano e Lervig ed Evil Twin diedero il loro contributo alla causa: si trattava curiosamente di un birrificio norvegese guidato da un americano, Mike Murphy, e da una beerfirm americana fondata da un danese, Jeppe Jarnit-Bjergsø.  Murphy ricorda: “Jeppe è pazzo e l’idea era di fare qualcosa di stupido assieme. Mi chiese quale fosse la specialità gastronomica norvegese e io gli dissi che la gente mangiava moltissima pizza surgelata della Grandiosa. Cinque milioni di norvegesi mangiano circa 40 milioni di pizze surgelate all’anno. Lui mi chiese ‘ma che cos’altro hanno in abbondanza?’ e io gli dissi ‘i norvegesi hanno un sacco di soldi!’. La pizza surgelata non è terribile, ma se io avessi tutti quei soldi li spenderei in altre cose”. 
Pizza e soldi furono dunque per essere gli ingredienti scelti per fare un po’ di clamore attorno ad una delle tante potenti imperial stout (17.5%) che verrà prodotta in Norvegia sugli impianti di Lervig. La pizza nella birra a dire il vero non è una novità: nel 2006 ci aveva pensato Tom Seefurth della Pizza Beer Company a “inventare” la Mamma Mia! Pizza Beer; non ho invece trovato notizie sull’utilizzo dei soldi. Alla fine di ottobre 2014 in Norvegia si mise in produzione la Big Ass Money Stout: “ho utilizzato una Corona Norvegese per ogni litro, in totale 6.000 corone, circa 600 euro. Poi ho aggiunto un paio di pizze surgelate della Grandiosa al prosciutto e peperoni. L’obiettivo non era tanto quello di far sentire il gusto pizza ma di scherzare un po’ sulla cultura; anche se qualcuno si è sentito offeso credo di aver portato alla luce il “problema” della pizza surgelata che hanno i norvegesi. I luppoli si usano in  dry-hopping per ottenere profumi di luppolo fresco; ci chiedevamo se fosse accaduto lo stesso anche con i soldi e se si sarebbe sentito il loro odore”.

La birra.
La Big Ass Money Stout è stata poi replicata nel 2017 in Norvegia e poi nel 2018 negli Stati Uniti sugli impianti della Westbrook, birrificio al quale Evil Twin appalta quasi tutte le birre scure. La gradazione alcolica è variata leggermente di volta in volta: questa Big Ass Money Stout 2 del 2017 è  arrivata al 16%.

Nel bicchiere è completamente nera e la sua viscosità è evidente alla vista, non bisogna nemmeno assaggiarla; si forma poca schiuma che scompare quasi subito. Per fortuna non c’è traccia di pizza o soldi, i profumi sono quelli di una imperial stout massiccia  che ovviamente sacrifica un po’ la finezza: uvetta, prugna, dark fruits, note terrose, di tabacco e di cenere, melassa e liquirizia, più di un richiamo ai vini fortificati. Al palato è masticabile; corpo pieno, poche bollicine, densa e viscosa, morbida, altro non consente che il lento sorseggiare. La bevuta è tutt’altro che impervia: la gradazione alcolica è difficile da celare ma in questo caso è tenuta al guinzaglio con successo. C’è tanta frutta sotto spirito, melassa, liquirizia, fruit cake e un finale in crescendo nel quale ricordi di porto sono accompagnati da lievi accenni di cioccolato fondente, caffè e tostato. Non sono certo eleganza, precisione e finezza le doti da chiedere ad un pachiderma: la Big Ass Money Stout è una birra ingombrante ma soddisfacente, intensa, calda e suadente. Dietro alla fuffa del marketing c'è una sostanza piuttosto classica: imperial stout molto alcolica, tanta frutta sotto spirito, tostature e caffè che gioco forza rimangono confinate molto nello retrovie. Pensate alle grandi stout che produce Bruery o alla World Wide Stout di Dogfish: non le berreste tutti giorni ma occasionalmente ci si passa volentieri una serata assieme.
Formato 33 cl., alc. 16%, imbott. 04/04/2017, scad. 04/04/2027, prezzo indicartivo 8 euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 14 maggio 2020

Alder Beer Co.: Gretna, Green Lobster # 2 & Death On 2 Legs


Prima homebrewer, poi collaboratore occasionale di un birrificio, birraio ed infine imprenditore: questo il percorso fatto in una decina d’anno da Marco Valeriani, nome che tra gli appassionati non ha certo bisogno di presentazioni. Per i profani cerco di riassumere in breve:  nel 2008 Valeriani partecipava al “Concorso per Homebrewers XMAS” organizzato da Unionbirrai presso il Birrificio Italiano, la sua Double IPA si posizionava agli ultimi posti della classifica della giuria ma ai primi di quella popolare. L’anno successivo l’homebrewer iniziava una collaborazione saltuaria con il Birrificio Menaresta: nascevano La West Coast Double IPA La Verguenza  (a burlarsi proprio della “vergogna” dell’ultimo posto di quel concorso), le sue varianti Summer e XMAS, la Black IPA Due di Picche e la Hoppy Koelsch GIB, chiamata con il suo stesso soprannome. 
Valeriani non impiegò molto tempo a scalare le classifiche di gradimento nazionali quando si parla di luppolo: arrivarono le prime medaglie nei concorsi di Unionbirrai ed ADB e a partire dal 2012 il birraio entrò in pianta stabile nell’organico di Menaresta per restarvi sino alla fine del 2014 quando si trasferì a pilotare l’ammiraglia del nuovissimo birrificio Hammer, un progetto ambizioso con un impianto importante (20 hl) che debuttava a maggio 2015. Per Valeriani era la definitiva consacrazione che lo porterà, caso unico sino ad ora, a vincere per due volte il titolo di Birraio dell’Anno (2016 e 2018): ma in quel 20 gennaio 2019 in cui alzava al cielo il secondo trofeo iniziavano a circolare le voci, confermate a stretto giro di posta, del suo congedo da Hammer per mettersi finalmente in proprio e aprire un brewpub in Brianza.  E’  la sfida più difficile, quella in cui non basta essere un ottimo birraio ma bisogna anche essere un buon imprenditore, e soprattutto “la realizzazione di un sogno che ho da quando ho iniziato a fare birra anni fa. Ci ho pensato sempre in questi anni, ma fino a oggi non mi ero mai sentito pronto, sentivo di non possedere la necessaria esperienza. Ho preferito farmi le ossa, imparare, viaggiare molto, conoscere tanti birrai e visitare tanti birrifici nel mondo e scambiare idee ed opinioni”. 
Tutto era pronto da luglio ma la burocrazia ha fatto slittare l’inaugurazione della Alder Beer Co. al 12 ottobre: siamo a Seregno, una ventina di chilometri a nord di Milano. Valeriani dispone dello stesso impianto EasyBrau Impiantinox che utilizzava da Hammer, ma dalla capacità dimezzata (10 ettolitri) e con le dovute personalizzazioni, affiancato da sei maturatori da 2500 litri e due più piccoli da 1000. Valeriani è socio assieme al padre ed al fratello: “Alder è una parola inglese che significa ontano, un albero che qui in Brianza è molto diffuso… ma se devo dirla tutta la scelta è stata quasi casuale. Volevamo chiamarlo Valeriani ma, anche dopo diverse prove grafiche, non ci ha convinto fino in fondo. Dopo due mesi di ricerca è spuntata questa parola, ed è stato un caso che avesse anche un significato legato al territorio. Ma mi piace la pronuncia, è una parola inglese, ma sembra un po’ tedesca, e rispecchia le due filosofie produttive del birrificio: Lager e IPA, mondo tedesco e mondo anglofono. Poi il nome è semplice, facile da pronunciare e da scrivere, ed è corto”. 
La taproom con nove spine e una quarantina di posti a sedere tra banconi e sgabelli è il cuore di un brewpub ancora senza cucina:  la sala produzione è a vista e per sfamarsi si può ricorrere al delivery o ai take away nei dintorni.  Alder punta a vendere il più possibile tramite la taproom e distribuire personalmente i fusti, mentre le lattine sono disponibili solo per l’acquisto in loco: “vorremmo dare unicità al posto, se qualcuno vuole la lattina se la viene a prendere in birrificio. L’idea, quantomeno iniziale, è di non avere distribuzione, ma di vendere tutto direttamente, considerando anche i volumi esigui che produrremo. Voglio andare solo dai clienti che rispettano il prodotto e che sanno come trattarlo.  Per questo all’inizio farò anche il commerciale, perché conosco bene il mercato, i clienti. Voglio sapere dove va la mia birra, chi la vende e come”.   Non più birraio,  quindi ma responsabile di produzione a supervisionare un assistente nell’attesa che il  giro d’affari consenta di assumere un birraio esperto:  per Marco Valeriani è davvero una sfida che lo coinvolge a 360 gradi.

Le birre.
L’emergenza Covid-19 ha costretto Alder a rivedere i propri piani per sopravvivere: chiusa la taproom a tempo indeterminato, chiusi pub e locali a cui vendere i fusti, le lattine al momento sono l’unica opzione per restare a galla e il birrificio ha iniziato a consegnarle a domicilio nei dintorni e a spedirle in tutta Italia. 
Gretna (5.3%) è una delle quattro birre disponibili sin dal giorno di debutto di Alder: un’American Pale Ale prodotta con Citra e Simcoe, malti Golden Promise, Pils e Monaco e lievito inglese.  Gli appassionati di Stephen King riconosceranno il nome della città immaginaria del Maine in cui fu ambientato il racconto La Vendetta di Culo di Lardo Hogan. Dorata, leggermente velata: al naso arrivano profumi di cedro, pompelmo, arancia, mango e pesca, qualche accenno floreale e resinoso/dank. Pulita ed elegante, scorre bene ma è forse dal punto di vista tattile un po’ più pesante del previsto: pane e cereali, un fruttato elegante che ammicca al tropicale, cedro, pompelmo e un finale abbastanza secco che si snoda su note resinose e vegetali. Semplice ma non per questo banale, la Gretna di Alder ha un bel carattere e una gran bella intensità: pochi fronzoli, moderna ma non modaiola. E’ una di quelle birre che potresti bere tutta la sera senza mai stancarti. 

Non so se ci sia di nuovo qualche legame con il Maine nel nome Green Lobster scelto da Alder per la propria serie di IPA sperimentali con la quale “testare luppoli sperimentali o miscele mai utilizzate”: il Maine è la patria delle aragoste ma anche parte di quel New England che negli ultimi anni ha stravolto il concetto di American IPA. Lo scorso febbraio aveva debuttato la Green Lobster #1  (malti Golden Promise, Pilsner e Cara, luppoli HBC522 e Mosaic) e ad aprile è arrivata la numero 2 (6.4%):  stesso parterre di malti ma diverso mix di luppoli: Nelson Sauvin, Simcoe e Mosaic. I maligni diranno “l’ennesima IPA”? Vero, ma si sa che oggi il mercato ha costantemente bisogno di novità da dare ai clienti.  Il suo look si mantiene però a debita distanza dalla moda e c’è sempre un pezzo di California West Coast ad ispirare la mano di Valeriani. Chi fa l’equazione New England = torbidi succhi di frutta sbaglia o non hai mai assaggiato The Alchemist, ad esempio. E la Green Lobster è infatti dorata e velata. L’aroma è pulito ma non molto intenso e ci mette un po’ ad aprirsi: in primo piano agrumi, pompelmo, mango e pesca ma il Nelson Sauvin le dona anche i suoi tipici richiami all’uva bianca e al vegetale. A bollire nella pentola c’è finita anche dell’avena ed il mouthfeel ne trae vantaggio: IPA molto morbida, leggermente cremosa. Pane e cereali, miele, frutta a pasta gialla, accenni di uva e un bel finale amaro resinoso-vegetale caratterizzano una bevuta intensa, pulita e ben bilanciata che ho dovuto però far scaldare un po’ più del dovuto per apprezzarla a pieno. 

Chiudiamo in crescendo con la Double IPA della casa che ha debuttato lo scorso novembre. Valeriani scherza col suo recente passato chiamando di nuovo in causa la musica dei Queen nel cimentarsi nello stile che lo ha reso famoso in Italia: dopo la Killer Queen (8%)  fatta da Hammer ecco la Death on 2 Legs (8.2%), brano contenuto nell’album A Night at the Opera.  Se Simcoe, Chinook, Centennial, Columbus, Citra ed Amarillo erano i protagonisti della Killer, la nuova Double IPA di Alder mette in campo “solo” Simcoe, Citra e l’ormai irrinunciabile Mosaic. Il suo color oro leggermente anticato è quasi limpido, mentre il naso è un po’ incerto e sottotono. Mango, passion fruit, dank, un po’ di cereale: un bouquet gradevole ma poco ampio e soprattutto privo di quella esplosività che vorresti trovare in una DIPA. Anche in bocca mi sembra una birra che viaggia con il freno a mano un po’ tirato: miele, pane, un leggero tropicale e un amaro resinoso di buona intensità e durata. Rispetto ai miei ricordi della Killer Queen l’amaro è più predominante, la chiusura è ben attenuata, l’alcool è sotto controllo e anche qui il riferimento è ovviamente la West e non la East Coast statunitense.  C’è il tipico equilibrio della scuola Valeriani ma nel complesso trovo questa Death on 2 Legs un po’ timida e con poco carattere, nonostante sia gradevole e abbia solo un mese di vita:  forse un lotto o una lattina non al massimo della forma? 
Le aspettative su Alder sono alte, e non potrebbe essere altrimenti, soprattutto quando si parla di luppolo: equilibrio e pulizia sono le caratteristiche che accomunano queste tre birre (e che ogni birra al mondo dovrebbe possedere).  A poco più di sei mesi dall’inaugurazione il livello è indubbiamente alto ma c’è spazio per migliorare, e sarebbe strano il contrario.
Nel dettaglio
Gretna, 40 cl., alc. 5,3%,  lotto  14/04/2020 L072B, scad.  14/08/2020, prezzo indicativo 6.00 euro (beershop)
Green Lobster # 2, 40 cl., alc. 6.4%, lotto 09/04/2020 L052B, scad. 09/08/2020, prezzo indicativo 7.00 euro (beershop)
Death On 2 Legs, 40 cl., alc. 8.2%, lotto 02/04/2020 L050B, scad.  02/08/2020, prezzo indicativo 7.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.