La Brasserie de Charmoy viene fondata nel 2004 da Alain Bonnefoy, nel villaggio francese di Mouzay; siamo a pochi chilometri del confine sud-occidentale con il Belgio e, soprattutto, a soli 27 chilometri di strada c’è la Abbaye Notre-Dame d'Orval. E’ proprio una visita all’abbazia trappista a far nascere in Alain l’idea di affiancare alla sua attuale attività di agricoltore anche quello di produttore di birra. Con un investimento di circa centomila euro, per metà finanziato grazie all’aiuto delle istituzioni locali, riesce ad acquistare un impianto di seconda mano che installa in un’ala dell’adiacente castello di Charmois; parte della sua formazione come birrario si svolge proprio presso l’abbazia di Orval. Al momento la produzione si assesta sui 200 ettolitri l’anno, con una distribuzione delle birre prevalentemente nei cafè, ristoranti e gastronomie della zona. Sono solamente quattro le birre che compongono la gamma: una “blonde”, una “ambreè”, una natalizia ed una birra stagionale prodotta in primavera (biere de Mars), tutte rifermentate in bottiglia; i circa 10.000 turisti che ogni anno visitano il castello di Charmois possono quindi direttamente assaggiare le birre in loco, completando un percorso artistico-gastronomico molto interessante. Ai lettori “regolari” di questo blog sarà nota la nostra generale diffidenza verso le birre francesi; l’aspetto è comunque confortante: bel color oro antico, quasi limpido. Si forma una discreta testa di schiuma bianchissima, fine e cremosa, dalla persistenza media. L’influenza del vicino confine belga è evidente da subito, con un bel naso speziato, ricco di pepe e di esteri (soprattutto arancia, ma anche pesca e pera); completano il bouquet sentori floreali e di miele. L’aroma è pulito, fine e abbastanza pronunciato. Un ottimo inizio che al palato viene confermato solo parzialmente; il gusto scende un po’ d’intensità, pur continuando in modo assolutamente lineare il percorso inaugurato dai profumi. Leggero imbocco di biscotto e di miele, poi soprattutto arancio con qualche nota di pera. C’è una frizzantezza molto vivace, per una birra molto leggera ma gradevole e rinfrescante. Corretto anche il finale abbastanza secco e ripulente, con un retrogusto corto, leggermente amaricante ed erbaceo. Prodotto che in un’ipotetica degustazione alla cieca inviterebbe ad una classificazione “belga” con pochi indugi; ma questa Biere de Charmoy Blonde, semplice, abbastanza ben fatta e facile da bere batte invece bandiera francese. Il vicino confine belga è “un’attenuante” che dobbiamo tenere in considerazione, ma per una volta possiamo osservare con soddisfazione un bicchiere vuoto di birra francese. Ratebeer la classifica assurdamente, come del resto quasi il 95% delle birre francesi, tre le biere de garde. Formato: 33 cl., alc. 6.5%, lotto A, scad. 08/2013, prezzo 2.90 Euro (negozio di “prodotti tipici” – è così che si chiamano? - , Francia).
venerdì 29 marzo 2013
martedì 26 marzo 2013
Port Brewing Older Viscosity
Della "trinità" (o del "big bang" brassicolo) della contea di San Diego Port Brewing/Lost Abbey/Pizza Port abbiamo già parlato approfonditamente in questa ed in quest'altra occasione. Andiamo quindi dritti al sodo con questa bottiglia di Older Viscosity, di Port Brewing, che rappresenta la parte più "tradizionale" della "trinità", con (muscolose) birre (spesso) molto luppolate che rispecchiano in pieno lo spirito di quella regione amichevolmente chiamata Socal (South California). Older Viscosity nasce dalla sorella minore Old Viscosity, un'american (dark) strong ale che già rappresentava un blend di birra fresca e di (20%) di birra invecchiata per almeno tre mesi in botte. La Older Viscosity raggiunge un ABV leggermente maggiore (12% vs. 10.5%) e viene lasciata ad invecchiare in botti di bourbon Heaven Hill per un periodo non inferiore a 6 mesi. L'edizione "vintage 2011" in questione, commercializzata in data 23 Aprile 2011, è stata lasciata in botte per dodici mesi, secondo le informazioni raccolte in internet. Come detto la base di partenza è la ricetta della Old Viscosity, quindi malti Two Row, Carafa III, Crystal (inglese ed americano), Chocolate e frumento, luppolo tedesco Magnum e, oltre ad un lievito proprietario del birrificio, il California Ale delle White Labs. L'aspetto è esattamente quello che il nome e la bella etichetta evocano: immaginate di effettuare il cambio olio alla vostra macchina e di versarne un po' in un bicchiere. Un densissimo liquido quasi nero, assenza di schiuma, rimane solo un leggerissimo pizzo color beige ai lati del bicchiere. Non c'è neppure bisogno di avvicinare il bicchiere al naso per avvertire, sin da (molto) da lontano, il potentissimo aroma carico di bourbon; troviamo anche tanta frutta sotto spirito (uvetta), liquirizia, sentori di legno, vaniglia, tabacco. Aroma molto complesso, che richiede tempo (e passaggio di temperatura da cantina ad "ambiente") per essere decifrato in pieno; emergono note di cuoio/pelle, di ossidazione, ciliegia matura, a ricordare lontanamente un vino liquoroso (Porto). Nonostante l'aroma lasci presagire un ingresso in bocca devastante, la bevuta è tutto sommato meno difficoltosa del previsto; il benvenuto, a scanso di equivoci, è etilico, un morbido calore di bourbon che scalda palato, esofago e stomaco e li prepara quello che deve ancora arrivare; ripassiamo in rassegna quasi tutto quello che avevamo trovato al naso. Liquirizia, leggere note di caffè, di cuoio, frutta sotto spirito (uvetta), cioccolato; predominanza di dolce, al gusto, con qualche leggera nota acidula di caffè a bilanciare. L'alcool, che si era temporaneamente fatto da parte, rientra prepotentemente in gioco nel finale, lasciando un lunghissimo, morbido e caldo retrogusto appagante. Birra mastodontica, quasi sostitutiva di un pasto intero, dal corpo pieno, praticamente priva di carbonazione, dalla viscosità oleosa; rotonda e morbida in bocca, da bere in piccole dosi per poterla assaporare e cogliere in tutte le sue sfaccettature. Arriva in bottiglia da 375 millilitri, che non sono però pochi da affrontare in una sera; l'abbiamo anche volutamente risparmiata per riassaggiarla a distanza di 24 e 48 ore: le note fruttate (uva passa e prugna, ciliegia) emergono con maggiore evidenza rispetto all'alcool, per una birra che si sporge maggiormente nel territorio dei vini passiti; a bilanciare il dolce della frutta, ecco caffè e cioccolato amaro. Insomma, se l'acquistate, prendetevi tutto il tempo del mondo e bevetela con molta calma, è una birra che richiede attenzion, devozione e pazienza. Formato: 37.5 cl., alc. 12%, lotto 2011, prezzo 13.33 Euro (beershop, USA).
lunedì 25 marzo 2013
De Leite Enfant Terriple
Luc Vermeersch è il birraio che fonda nel 2008 la Brouwerij De Leite; è un homebrewer "di successo" da ormai una decina di anni, grazie ad un impianto da 30 litri acquistato in Finlandia ed installato in giardino. I suoi due compagni d'avventura nel mondo dei professionisti sono Etienne Van Poucke e Paul Vanneste, entrambi conosciuti ad un corso di specializzazione organizzato dal birrificio Alvinne. Il nome de Leite fa riferimento ad un piccolo fiumiciattolo che scorre accanto al birrificio; la birra d'esordio, nel 2008, si chiama Femme Fatale, dalla bella etichetta disegnata dal nipote di Luc, Robin Vermeersch; poco dopo arriva la Bon Homme. L'amore tra la donna e l'uomo dà in poco tempo i suoi frutti; il figlio viene chiamato Enfant Terriple, con un bel gioco di parole che richiama senza lasciare ombra di dubbi lo stile di riferimento. Nel bicchiere è di un bel color oro antico, velato; la schiuma, bianchissima e molto persistente, è compatta e cremosa. Il naso apre con sentori di miele d'acacia, segue una leggera speziatura da lieviti, e più in secondo piano arancia candita e pesca. Al palato si presenta con un corpo medio ed una carbonazione gradevolmente sostenuta che le dona una grande vivacità; leggero imbocco di biscotto, burro, poi il gusto vira deciso sul fruttato (arancia, pesca, albicocca) con una leggera speziatura che ben si sposa con le "bollicine". Predomina il dolce, in una tripel che non riesce mai a lasciare il palato pulito, avvolgendolo sempre con un velo di frutta candita. Chiude abboccata e fruttata, praticamente senza nessuna nota amaricante, se si esclude una leggerissima punta di nocciolo di pesca nel retrogusto. Alcool molto ben nascosto, in una birra che - dicevamo - si mantiene sempre piuttosto dolce senza però mai risultare stucchevole; la decisa carbonazione svolge una fondamentale azione di bilanciamento a metà bevuta, spezzando il "continuum" di frutta candita che rappresenta il vero motivo dominante di questa tripel, abbastanza facile da bere. Formato: 33 cl., alc. 8.2%, IBU 48, lotto 08 14:09, scad. 14/06/2013, prezzo 3.75 Euro (enoteca, Italia).
domenica 24 marzo 2013
Birrificio del Ducato Golden Ale
Fa parte della linea "moderna" del Birrificio del Ducato, questa Golden Ale, dove con "moderno" si sottintende probabilmente la distanza da una classica golden ale inglese; il mix di luppoli utilizzato vede infatti l'utilizzo, oltre a quelli "nobili" tedeschi, anche gli statunitensi Citra ed Athanum. Non è la prima golden ale prodotta dal birrificio di Giovanni Campari; ricordiamo quella - molto gustosa - commercializzata con la linea dedicata alla grande distribuzione BIA - Birra Artigianale Italiana, assaggiata qualche anno fa; da un po' di tempo il sito annuncia che la gamma BIA avrà presto un sito ad hoc dedicato, ma ancora non ne abbiamo trovata traccia. Non sappiamo in quanto differiscano le due golden ale, ma abbiamo reperito anche questa versione Del Ducato in un grande supermercato. L'etichetta con una grande onda è più che un esplicito omaggio al dipinto del pittore giapponese Katsushika Hokusai. La birra si presente di colore oro pallido, opaco; la schiuma è un po' grossolana/saponosa, bianca, mediamente persistente. Il naso è ricco di agrumi (pompelmo e cedro), sentori di frutti tropicali (soprattutto ananas) e di miele d'acacia; buona intensità ed eleganza, anche se le manca un po' di freschezza, ma è un compromesso che bisogna spesso accettare per le birre provenienti dalla grande distribuzione. L'indole da session beer (ABV 4.5%) è evidente da subito in bocca; corpo snello, carbonazione contenuta, giustamente watery per essere molto scorrevole in bocca. Leggerissimo attacco di pane/cereali, poi la bevuta è caratterizzata da tanta frutta, soprattutto agrumi (pompelmo) con qualche richiamo tropicale dei profumi dell'aroma. A bilanciare un amaro molto zesty, con qualche nota erbacea; la chiusura è secca, con un retrogusto che non porta nessuna variazione (scorza di agrumi, erbaceo). Birra volutamente semplice, pulita e profumata, con una grande beverinità che però non va a scapito dell'intensità del gusto. Formato da 75 cl. assolutamente necessario per non restare con la bocca asciutta troppo presto; bottiglia tutto sommato in buona forma, certo ci piacerebbe assaggiarne una fresca appena uscita dal fermentatore. Formato: 75 cl., lotto 310 12, scad. 12/2013, prezzo 7.98 Euro (supermercato, Italia).
sabato 23 marzo 2013
Fantôme Brise-BonBons!
Brise-BonBons è una produzione stagionale/occasionale di Dany Prignon/Brasserie Fantôme. Brise-BonBons, letteralmente “il rompiballe”, è una birra intenzionalmente “troppo amara per piacere a tutti” che Dany dedica a tutti quei “sapientoni, fanfaroni e tuttologi che si autoproclamano esperti di tutto e che pensano di sapere fare tutto meglio di te". Stappare una Fantôme è sempre un rischio, la costanza qualitativa non è certo la qualità principale del birrificio e non si sa mai a che cosa si può andare in contro. All'aspetto tutto "tranquillo"; colore oro, quasi limpido, abbonadante schiuma bianca, fine, cremosa e persistente. Al naso c'è una netta acidità lattica, sentori di yogurt, sudore, sughero, pietra umida, quasi muschio, leggero solvente. Anche al palato tanto acido lattico, sentori aspri di uva, legno bagnato, sughero; il corpo è medio-leggero, con una carbonazione molto contenuta. La marcata asprezza la rende molto rinfrescante e dissetante, ma il lattico tende un po' a coprire quasi tutto, incluso il finale leggermente amaro, con un sensazione analoga a quella di uno yogurt o di una mozzarella "scaduta" da diverse settimane. L'alcool è molto ben nascosto, ma della birra luppolata che doveva essere è rimasta ben poca cosa; tra paradiso ed inferno, stavolta ci è toccato il "purgatorio" di Fantôme. Birra infetta, non impossibile da bere, ma neppure particolarmente gradevole. Formato: 75 cl., alc. 8%, lotto e scadenza sconosciuti, prezzo 4.25 Euro (beershop, Belgio).
giovedì 21 marzo 2013
Revelation Cat - Bombay Cat Black Double IPA
Seconda birra del "nuovo corso" di Revelation Cat, dopo la Double Dealer assaggiata poco tempo fa. Restiamo sempre in territorio (ultra)luppolato che però questa volta si tinge di nero; Bombay Cat è infatti una Black IPA, ma visto che ad Alex Liberati, deus-ex-machina del birrificio, piace usare la mano pesante in sala cottura, il risultato è una Double Black IPA. All'aspetto è di colore ebano scurissimo, e forma un paio di dita di schiuma nocciola, fine e cremosa, dalla buona persistenza. Ad occhi chiusi l'aroma è quello di una classica IPA west coast: eleganti, pungenti e freschi sentori di pompelmo e agrumi, qualche accenno di frutta tropicale, mentre bisogna "scavare" un po' in profondità ed attendere che la birra si riscaldi per avvertire qualche sentore di caffè. Un po' diverso lo scenario al palato, dove l'imbocco è invece leggermente tostato, seguito da una fase centrale aggrumata che richiama l'aroma, leggermente sciropposa. Interessante l'intenso "cocktail" amaro che arriva rapidamente ad impossessarsi del palcoscenico: se lo dividono tostature, note terrose e di caffè. Davvero ottima la sensazione palatale; corpo medio-pieno, carbonazione media e sopratutto una grande morbidezza; l'alcool (9%) è nascosto molto bene, e questa Bombay Cat, si beve bene (quasi) quanto la sorella Double Dealer. Il finale - e non poteva essere altrimenti - è lunghissimo, intenso e molto amaro, con la triade torrefatto/terroso/caffè di nuovo sugli scudi. Birra solidissima e molto pulita, è dannatamente (per citare le parole del birrificio) luppolata ma ha una base di malto che non si lascia intimidire; il risultato vede un primo tempo fruttato/aggrumato (IPA) seguito da una "ripresa black". Il risultato, amarissimo, è quasi in pareggio ma molto soddisfacente. Formato: 33 cl., alc. 9%, IBU "hopbomb quantity", scad. 11/2014, prezzo 5.50 Euro (beershop, Italia).
mercoledì 20 marzo 2013
The Kernel India Pale Ale Citra Ahtanum Galaxy
Continua ad aumentare - a rotazione - il numero delle creazioni di The Kernel importate in Italia e quindi reperibili con una certa facilità; niente più viaggi in aereo o richieste di favori agli amici di passaggio per Londra pregandoli di spingersi sino a London Bridge o al Borough Market per portarvi a casa qualcuna delle birre realizzate da Evin O'Riordain. Per noi il nome Kernel significa ormai la certezza e la sicurezza; in tutte le birre che abbiamo assaggiato abbiamo rilevato una costanza produttiva sempre altissima ed una freschezza di prodotto davvero ottimale. Così, se abbiamo voglia di berci una birra luppolata, profumata e "fragrante", indirizzandoci su una Kernel abbiamo (quasi) la certezza di non sbagliare. Il numero delle diverse birre prodotte è ormai sterminato, ma si tratta per la maggior parte di leggere variazioni dello stesso tema/birra, che solitamente differiscono per il diverso mix di luppoli. Questa India Pale Ale viene prodotta con luppoli americani Citra, Ahthanum e con l'australiano Galaxy. E' di colore arancio/rame opaco, e forma una piccola "testa" di schiuma molto fine e cremosa, color ocra, dalla buona persistenza. L'aroma rispetta in pieno gli altissimi standard ai quali The Kernel ci ha ormai abituati: grande eleganza, pulizia e finezza, un piccolo festival di profumi di mandarino, pompelmo, pesca bianca, fragoline, forse anche alcuni sentori floreali di rosa canina. Difficile staccare il naso dal bordo del bicchiere, ma la salivazione in aumento ci spinge subito a sorseggiare. In bocca (quasi) piena corrispondenza con l'aroma: leggero imbocco di malto (biscotto) seguito da una "macedonia" di frutta, con ripasso in rassegna di mandarino, pompelmo e pesca bianca, ed un amaro molto elegante di scorza d'agrumi ed erbaceo a bilanciare. La chiusura è molto secca, leggermente astringente, quasi ad assetare il palato, con un retrogusto abbastanza intenso e persistente, amaro, ricco di scorza di pompelmo e note vegetali. Un pelino meno pulita che al naso, dal corpo medio, lievemente carbonata e dalla morbidezza cremosa quasi commuovente. L'alcool (7.3%) è molto ben nascosto anche se la bevibilità è leggermente inferiore a quella da "session beer" delle altre Kernel bevute in precedenza. Sono tutte birre volutamente "ruffiane" e "piacione" (o "zoccolette", che dir si voglia) che forse, se bevute quotidianamente, tendono un po' a stancare. Ma per noi che riusciamo solamente a berle una volta ogni tanto, è sempre una piccola grande festa. Formato: 33 cl., alc. 7.3%, lotto 08/01/2013, scad. 08/05/2013, prezzo 5.80 Euro (beershop, Italia).
lunedì 18 marzo 2013
North Coast Old Rasputin Russian Imperial Stout
North Coast Brewing Company, ovvero uno dei pionieri del movimento “craft” Americano, fondato nel 1988 come brewpub nella cittadina di Fort Bragg, Mendocino, a nord di San Francisco. Birraio, e fondatore/proprietario assieme ad alcuni soci è Mark Ruedrich, ovviamente ex-homebrewer; in 25 anni di vita il birrificio (con ristorante/grill annesso) ha preferito concentrarsi sul perfezionamento di un nucleo stabile di birre, piuttosto che inondare il mercato di novità, di birre one-shot e stravaganti esperimenti. Fa quasi impressione, se confrontato con i birrifici più in voga in questo momento, vedere su Ratebeer solamente una quindicina di birre in produzione (più alcune prodotte per i supermercati "gourmet" Whole Foods e con il marchio Acme). Era ancora un homebrewer, negli anni '80, quando Mark Ruedrich assaggia una imperial stout di Bert Grant, uno dei primissimi pionieri brassicoli negli Stati Uniti, scomparso nel 2001 e - si dice - il fondatore del primo brewpub "moderno" sul suolo americano. Era il 1982 e negli USA c'erano solamente una cinquantina di produttori di birra in tutto. Mark assaggia la imperial stout di Bert ed ha l'impressione di aver bevuto la birra più buona di tutta la sua vita. Una decina di anni dopo, in una notte del 1995, Mark ha un "sogno gustativo" che risveglia in lui le stesse identiche sensazioni che aveva provato, molti anni prima, bevendo la birra di Bert. La mattina seguente si reca al suo birrificio e assaggia, direttamente dal fermentatore, la imperial stout che sulla cui ricetta stava lavorando. La birra suscita in lui le stesse sensazioni "del sogno". Nasce così la Old Rasputin Russian Imperial Stout, con la bella etichetta che raffigura un ritratto, un po' sbiadito di Grigorij Efimovič Rasputin, il monaco russo/siberiano che, pare, amasse proprio questo stile brassicolo. Se torniamo per un attimo sulle pagine dei siti prediletti dai beer raters, notiamo che le sensazioni evocate dal sogno di Mark si sono rivelate poi abbastanza concrete e reali: per Beer Advocate la Old Rasputin è la migliore Russian Imperial Stout al mondo (punteggio 96/100) mentre Ratebeer, ormai irrimediabilmente inflazionato dalle produzioni scandinave, non la ospita neppure nella top 25. Ma, se qualcuno avesse dei dubbi, ecco la lista di medaglie d'oro ottenute nei vari concorsi in giro per il mondo: 2006 e 2012 Stockholm Beer and Whiskey Festival; 2004, 2005 e 2006 World Beer Championships, Chicago; 2004 Spring Beer & Wine Fest, Portland, 1999 e 2002 GABF, Imperial Stout; 1996, 1997, 1998 e 1999 World Beer Championships, Chicago; 1996 World Beer Cup, Imperial Stout. Sontuosamente nera all'aspetto, con una splendida schiuma beige, fine e cremosa, molto persistente; una meraviglia. Al naso c'è meno caffè di quanto ci aspettassimo: l'inizio è ricco di frutti di bosco "scuri" (mirtilli e more), ma con qualche sentore che a tratti ci ricorda il lampone. Seguono tostature, cacao e, finalmente, caffè in grani. Aroma molto pulito, ma poco pronunciato. Lo scenario si capovolge in bocca, dove sin dall'inizio c'è una presenza massiccia di orzo tostato e caffè, di torrefatto e di cacao amaro; birra molto amara, con l'alcool (9%) nascosto in maniera superlativa. Si beve con commuovente facilità, risultando molto più docile e digeribile delle tante imperial stout catramate che oggi invadono il mercato. Anche in bocca c'è presenza di frutti di bosco "scuri" ed una leggera acidità che alleggerisce ulteriormente la bevuta; bel finale secco, preludio ad un lungo retrogusto amaro, persistente ed appagante, ricco di caffè in chicchi e tostature molto intense. Solo qui, alla fine dei giochi, emerge una calda nota etilica; al posto giusto ed al momento giusto. Corpo medio, carbonazione media, grande morbidezza in bocca: imperial stout pulita, solida, intensa e molto ben fatta che ha, come detto, nella facilità di bevuta il suo più grande merito. Rapporto qualità prezzo (americano) più che sconvolgente. Formato: 35.5 cl., alc. 9%, IBU 75, lotto e scadenza sconosciuti, prezzo 1.74 Euro (supermercato, USA).
domenica 17 marzo 2013
Birrificio Italiano Tipopils
Colmiamo oggi una lacuna abbastanza "grave", quella di non aver ancora ospitato su queste pagine nessun prodotto del Birrificio Italiano. Stiamo parlando di un pezzo di storia della birra "artigianale" italiana, che prende vita nel 1996 a Lurago Marinone (Como); l'uomo dietro tutto questo è Agostino Arioli, homebrewer negli anni ottanta, quando in Italia non esisteva ancora Mr. Malt e quando per fermentare il mosto l'unica risorsa era il lievito del pane. La difficoltà fortifica, e Agostino continua il suo percorso come operaio stagionale alla Carlsberg di Induno Olona, seguono tirocini in Germania e presso la Von Wunster in Italia; all'inizio degli anni novanta alcuni importanti cambiamenti legislativi rendono più facile la vita a chi vuole aprire un brewpub e produrre birra in piccola scala: in particolare, non è più richiesta la presenza sul posto di un funzionario dell'ufficio delle Finanze che deve accertare l'alcool di ogni singola cotta prodotta. Non è per caso che proprio a metà degli anni '90 abbiano aperto tutti i pionieri come Baladin, Lambrate, Beba e Turbacci. Nel 1994 Agostino fonda con altri undici soci il Nuovo Birrificio Italiano srl, ma per la prima cotta bisogna aspettare un paio di anni, tempo di installare gli impianti che vedono anche tre fermentatori aperti acquistati di seconda mano dal Birrificio Poretti. Se volete approfondire, vi consigliamo questa pagina di Fermento Birra. La prima birra che viene spillata nei locali del Birrificio Italiano nell'Aprile del 1996 è proprio la Tipopils, una birra che con il tempo è divenuta la capostipite di quello stile-non-stile che si è definito "italian pilsner". Prodotta con malti pilsner e caramunich, un ceppo di lievito proveniente da Weihenstephan, e tre luppoli tedeschi: Hallertauer Magnum (amaro), Hallertauer Saaz ed Hallertauer Hersbrücker (aroma); durante la fermentazione (tre settimane) viene effettuato un dry-hopping di Saaz. Nel bicchiere è di colore dorato, leggermente velato; la schiuma, bianchissima, è fine e cremosa, molto persistente. Aroma molto delicato ed elegante: sentori floreali (camomilla), erbacei e di cereali, più in secondo piano di agrumi; l'imbocco maltato è fragrante (cereali, pane), il percorso prosegue su note dolci di miele (acacia) e leggermente fruttate (agrumi). Il bilanciamento amaro/erbaceo è delicato ma esemplare; bella chiusura secca, cui segue un retrogusto amaro erbaceo, mediamente persistente. Ha corpo medio-leggero e carbonazione media; una birra che è esattamente come dovrebbe essere: facilissima da bere, che disseta e ri-asseta ad ogni sorso, molto pulita, bilanciata e profumata. Dà chiaramente il meglio di sè alla spina, magari quella del birrificio stesso; ma se siete fortunati da trovare una bottiglia che non ha subito troppi maltrattamenti, considerata anche la breve shelf life che il birrificio impone, riuscirete ugualmente a regalarvi una bevuta molto appagante. Formato: 75 cl., alc. 5.2%, IBU 35, lotto 138, scad. 12/06/2013, prezzo 8.50 Euro.
sabato 16 marzo 2013
Simon Régal
La Brasserie Simon viene fondata nel 1824 come Brasserie Pauly a Wiltz, Lussemburgo, da Wiltz Georges Pauly; antenato degli attuali proprietari (era sposato con Anne Catherine Simon). Gli affari non durano moltissimo, e dopo quattordici anni la brasserie è già chiusa; la rileva nel 1891, ad un asta, Jules Simon, che assicura così la continuità famigliare all'impresa. Ancora oggi la famiglia Simon detiene il 100% della proprietà, che nel 2006 ha fatturato 2.5 milioni di Euro; si tratta del terzo maggior birrificio del granducato, dietro alla Brasserie du Luxembourg (Mousel-Diekirch) e alla Brasserie Nationale. La produzione è di circa 21.000 ettolitri l'anno. Numeri interessanti per chi li fa, ma poco "rassicuranti" per i consumatori che si trovano davanti ad un birrificio "industriale" che propone prodotti abbastanza innocui da bere in grande quantità senza fare troppa attenzione a quello che c'è dentro al bicchiere; la gamma del birrificio include una pils, una stout, una blanche, una produzione natalizia e questa Regal (biere du luxe, recita l'etichetta), una classica lager da grande distribuzione, sulla quale non c'è molto da dire. Dorata, limpida, bel cappello di schiuma bianca, fine e cremosa. Naso che offre sentori di miele, floreali e di cereali, corpo leggero, carbonazione nella media, ovviamente watery per scorrere senza nessuna complicazione. In bocca predominanza di malto: biscotto al burro, leggero miele e leggero diacetile, per un gusto dolce che viene bilanciato dall'attesa chiusura leggermente amara finale che comunque non pulisce il palato da una leggera sensazione "appiccicosa". Non brilla per intensità e neppure per la fragranza degli ingredienti. Vi disseterà, come alternativa ad una poco più economica bottiglia d'acqua. Se passate da quelle parti, prima di metterla nel carrello pensate però al fatto che con 1 solo Euro in più potete portarvi a casa una Rochefort 10. Formato: 33 cl., alc. 5.5%, scad. 25/04/2013, prezzo 0.85 (supermercato, Lussemburgo)
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